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Tuesday, December 02, 2008

Gli attacchi di Mumbay destabilizzano il Pakistan

Le sfide principali di politica estera e di sicurezza per l'amministrazione Obama si chiamano Pakistan e Iran. Come mi era parso chiaro già da un minuto dopo, gli attacchi di Mumbay hanno scosso l'India, ma dicono molto di più di quanto sia a rischio il Pakistan. Proprio dal Pakistan provenivano i terroristi e in Pakistan hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Ciò non significa che sia implicato l'attuale governo pachistano. Il presidente non è più anche il capo dell'esercito, come lo era il generale Musharraf. Ieri, in un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente, Asif Alì Zardari, si è rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta emergessero responsabilità di gruppi terroristici pachistani. «Anche se i militanti fossero legati a Laskar-e-Toiba ("L'esercito dei puri", braccio armato di un'organizzazione religiosa pakistana, al quale i servizi segreti pachistani - ISI - hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare nel Kashmir indiano), contro chi pensate che noi stiamo combattendo?».

Il presidente Zardari ha voluto così far capire che il governo pachistano considera i terroristi che hanno colpito Mumbay nemici anche suoi, che li ritiene nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre, come nel caso di coloro che hanno perpetrato gli attacchi dell'11 settembre o che hanno contribuito all'escalation della situazione in Iraq», recrimina Zardari. «Dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia».

In un'intervista a una televisione locale, negando che i terroristi coinvolti avessero legami con istituzioni governative pachistane, Zardari ha auspicato che India e Pakistan non si facciano «prendere in ostaggio da attori non statali». E oggi il ministro degli Esteri pachistano Qureshi ha proposto al governo indiano di creare un team congiunto per indagare sugli attacchi di mercoledì scorso: «Il governo del Pakistan ha proposto di svolgere un'inchiesta congiunta, noi siamo pronti a formare un team in questo senso, per contribuire alle indagini», ha riferito alla tv nazionale.

Alcuni esperti ritengono che l'ISI abbia effettivamente sostenuto un certo numero di gruppi armati nella regione del Kashmir, contesa da Pakistan e India, alcuni dei quali figurano sulla lista del Dipartimento di Stato Usa delle organizzazioni terroristiche. Tuttavia, oggi, l'ISI avrebbe quasi certamente perso il controllo di questi gruppi. Altri, invece, avvertono che l'intelligence pachistana si muove come uno stato nello stato, opera al di fuori del controllo del governo, con una propria politica estera, continuando a sostenere gruppi terroristici. In effetti, se il generale Musharraf sembrava esercitare un certo controllo sull'esercito e sull'ISI, il nuovo governo civile sembra non avere praticamente alcun controllo.

Com'era inevitabile, e da chiunque prevedibile, dopo gli attacchi di Mumbay è aumentata la tensione tra India e Pakistan e si è bloccato il processo di pace in corso sul Kashmir. In queste ore, infatti, Europa e Stati Uniti sono impegnati a calmare gli animi tra New Delhi e Islamabad.

Se c'è una mente dietro i terroristi che hanno agito a Mumbay, è probabile che il suo obiettivo sia destabilizzare il Pakistan, oltre che massacrare infedeli indù e occidentali. Le zone a cavallo del confine tra Pakistan e Afghanistan sono tutt'oggi rifugi abbastanza sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo motivo fonte di tensioni tra Islamabad da una parte e Kabul e Washington dall'altra. Se a ciò si aggiunge ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India, chi ne esce indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, che appare impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana.

Una cosa sembra certa. E' il Pakistan il nuovo fronte scelto dal terrorismo islamico per combattere il jihad contro l'Occidente e gli infedeli.

Wednesday, January 09, 2008

Musharraf mistero per molti, ma non per tutti

Non per Carlo Panella, che non ha dubbi: Musharraf è lungi dal rappresentare il nostro "bad guy", l'unico uomo in grado di garantire la stabilità in Pakistan. Piuttosto, da quando è al potere il Pakistan è diventato un paese sempre più instabile. «Per 40 anni lo era stato solo ed esclusivamente a livello di vertice, di gruppi di potere. Oggi è instabile a livello di massa, politico e sociale. Un record del satrapo Musharraf».

Sta diventando instabile «da due versanti», quello moderato, laico e riformista, a cui Musharraf non vuole concedere alcuno spazio, e quello islamista-talebano, che ha sempre più presa popolare.

I due fronti di instabilità e protesta rischiano di saldarsi, come avvenne in Iran contro lo Scià di Persia, ma a quel punto a prevalere sarebbero senza dubbio di nuovo i più violenti e fanatici, i fondamentalisti. E la miopia di Washington, dove prevale la dottrina della stabilità che si appoggia solo su "esercito e servizi segreti", ignorando invece i successi politici del generale Petraeus in Iraq, rischia di «produrre in Pakistan un nuovo Iran».

Saturday, December 29, 2007

Molte teste e mani dietro l'assassinio della Bhutto

Il video è fin troppo chiaro: Benazir Bhutto non è morta sbattendo la testa, per il trambusto seguito alla deflagrazione del kamikaze, sul tettuccio dell'auto dalla quale si era sporta per salutare la folla, come ha sostenuto la polizia pachistana.

Dalle immagini si distingue perfettamente, un attimo prima dell'esplosione, la mano di un uomo che punta la pistola contro la Bhutto ed esplode due colpi. L'uomo riesce ad arrivarle a pochissimi metri di distanza, appena sotto al fuoristrada, dalla parte posteriore. Particolare che conferma la debolezza delle misure di sicurezza delle forze dell'ordine, e proprio nella cittadella militare di Rawalpindi (forse il luogo più controllato e blindato del paese, secondo gli analisti).

Quello di oggi sarà il giorno in cui verrà messa in dubbio la pista che porta ad Al Qaeda, a Mahsud, il suo luogotenente in Pakistan, e farà pensare invece più agli ambigui servizi segreti pachistani, se non direttamente a Musharraf. Certo, avrebbero fatto un grosso favore agli estremisti islamici, che dalla destabilizzazione del paese hanno tutto da guadagnare, ma avrebbero protetto anche ai loro interessi. E' noto infatti che la Bhutto intendeva porre dei limiti al loro strapotere nel paese.

Forse, per ora, rimane più probabile che ad uccidere Benazir sia stata la mano di Al Qaeda (e certo nessuno può credere all'alibi di queste ore, i fanatici che si fermerebbero di fronte alle donne in nome dell'islam). Ma sia dal punto di vista dei moventi che dell'organizzazione, tutto fa pensare a un attentato in tandem, fifty-fifty, Al Qaeda-Servizi segreti, dagli obiettivi non proprio sovrapponibili ma capaci di convergere nel comune interesse per la morte della Bhutto.

Morte che a giudicare dalle conseguenze, almeno in questo primo momento, sia in Pakistan sia a livello internazionale, non sembra favorire Musharraf, ma non si può neppure escludere quanto meno un suo via libera: in fondo, passata la tempesta iniziale, potrebbe rafforzarsi come unico uomo forte, agli occhi degli occidentali, in grado di mantenere il controllo sulla polveriera Pakistan.

Musharraf presidente non più generale e Benazir Bhutto primo ministro era lo scenario più probabile e verso cui con convinzione spingeva Washington, nell'ottica di un processo di democratizzazione e secolarizzazione del Pakistan. Una strategia condivisibile, ma bisogna anche pragmaticamente constatare che forse aver puntato troppo platealmente sulla Bhutto, ottenendo da lei assicurazioni sulla caccia ai terroristi nel Waziristan e nel resto del paese, l'ha in definitiva esposta mortalmente all'ira di troppi nemici contemporaneamente.

Oltre a non essere in grado di sradicare le roccaforti di Al Qaeda e dei Talebani nel Waziristan, un Pakistan destabilizzato si presta a divenire uno di quegli stati falliti in cui gli islamisti possono puntare a prendere il potere. Per questo l'unico modo in cui il Pakistan può davvero essere in grado di combattere il terrorismo è avere un governo legittimato democraticamente e secolare, che possa orientare il popolo pachistano contro Al Qaeda, i Talebani, e gli altri estremisti islamici.

Enzo Bettiza, su La Stampa di oggi, fa notare come dall'11 settembre in poi, nonostante gli attacchi in Spagna e Gran Bretagna, «la sequela degli attentati, tra autobombe e kamikaze suicidi, è stata molto più fitta, più ininterrotta, in definitiva più spietatamente concentrata nel labirinto dei Paesi islamici. L'ossessione dello "scontro di civiltà" tra Occidente e Islam appare, se non del tutto inesatta, quantomeno troppo rigida e preponderante se messa a confronto degli scontri di fazione e di potere che hanno seguitato a lacerare e lacerano soprattutto l'Islam». Di potere, politici, specifica bene Bettiza. Accortosi del calo delle azioni e del seguito di Al Qaeda in Iraq, è chiaro che Bin Laden o chi per lui sia «più che mai interessato a spostare il tiro principale sul Pakistan: forse ne vede già prossima la talebanizzazione a tappe spontanee più che forzate».

Di tutto questo l'Europa «dovrebbe tenere conto, evitando di separarsi dall'America o di tramutare gli errori americani in torti irreversibili. Cambiando l'ottica e il giudizio sulla realtà autocombustibile dell'Islam, mutando la nostra visione talora schematica del mappamondo, sarebbe improprio persistere soltanto nella critica irenica e nel "dialogo" in un momento in cui ci troviamo di fronte a un rischio dagli effetti incalcolabili: la possibile trasformazione del Pakistan in uno Stato talebano di prima classe con un arsenale di almeno 50 testate nucleari. La realtà con cui pure l'Europa così brava, così umana, così guardinga, dovrà nei prossimi tempi misurarsi va ben al di là delle bacchettate e dei dispetti tra occidentali: è l'atomo che può diventare brado a Islamabad o fisso sul missile a Teheran».

Thursday, December 27, 2007

La più classica delle morti annunciate

Annunciata non solo perché precedenti tentativi erano falliti negli ultimi due mesi, da quando cioè aveva fatto ritorno in Pakistan dopo un lungo esilio, ma anche perché era la logica a suggerirlo. Anti-islamista e filo-occidentale, prima donna a capo del governo di un paese islamico (dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996), personaggio controverso, ma indubbiamente Benazir Bhutto in questa fase rappresentava il più trascinante fattore di democratizzazione e di laicizzazione per il Pakistan. Un obiettivo perfetto per Al Qaeda, che ha rivendicato l'attentato, ma in molti potevano pensare di trarre vantaggi dalla sua morte. Per questo è lunga la lista dei sospetti.

Al Qaeda, per impedire le elezioni, sabotare il processo democratico, destabilizzare il paese, cerca di colpire e uccidere chiunque sia complice degli Usa nella guerra al terrorismo e all'islamismo e funzionale al processo democratico: la Bhutto corrisponde perfettamente all'identikit, ma anche lo stesso Musharraf.

Ma Al Qaeda gode di molte complicità in Pakistan. Dalla semplice mano d'opera alle connivenze con l'intelligence pachistana. La Bhutto sarebbe stata la sfidante più pericolosa per il presidente Musharraf alle prossime elezioni parlamentari dell'8 gennaio. Per questo, sarà importantissimo che le intelligence occidentali, americana ed europee, riescano a comprendere le reali responsabilità di Musharraf. Se gli attentatori abbiano goduto di complicità, quali e a che livello negli apparati di potere pachistani; se in qualche modo l'ex generale abbia favorito l'uccisione della sua principale avversaria o se, semplicemente, non abbia il controllo dei servizi di sicurezza.

Il marito della Bhutto ha già puntato il dito contro il governo, già oggetto di molte polemiche per le deboli misure di sicurezza riservate alla leader dell'opposizione.

Musharraf potrebbe aver pensato che l'instabilità conseguente all'assassinio della Bhutto gli avrebbe fornito una valida giustificazione per rinviare o annullare le elezioni e per assumere ulteriori poteri e iniziative di repressione. Ma l'instabilità rischia di trasformarsi in guerra civile e di travolgere egli stesso.

Il dolo, o il fallimento del presidente Musharraf nel garantire una protezione efficace alla Bhutto, pongono comunque pesanti interrogativi sul futuro del Pakistan e sulla politica da perseguire con Islamabad.

Gli Stati Uniti «condannano con forza questo atto codardo da parte di assassini estremisti che stanno cercando di sabotare la democrazia in Pakistan», ha dichiarato il presidente Bush. «I responsabili di questo crimine devono essere portati davanti alla giustizia. Noi ci uniamo ai pakistani nella loro lotta contro le forze del terrore e dell'estremismo. Li incoraggiamo a onorare la memoria di Benazir Bhutto continuando nel processo democratico per il quale ha così coraggiosamente sacrificato la sua vita».

Washington ha investito politicamente molto sulla riconciliazione tra la Bhutto e Musharraf. Il ritorno della Bhutto nel suo paese e la possibilità per lei e il suo partito di partecipare a elezioni libere e corrette erano i fondamentali della politica di Bush in Pakistan. E adesso?
Nel lontano 1988 la Bhutto era stata la prima donna eletta primo ministro in un paese musulmano. Qualcosa di impensabile oggi, a dimostrazione di quanta strada abbia compiuto il fondamentalismo da allora ad oggi e di quanto poco o nulla abbiano a che fare con la sua avanzata nel mondo islamico le politiche degli Stati Uniti, quelle post-11 settembre, quelle clintoniane degli anni '90 e tutte quelle volte a contrastare l'Unione sovietica, prima del 1989.

Tutti i giornalisti chiedevano a Benazir Bhutto se avesse paura di venire assassinata. Era la domanda di rito. Il suo semplice ritorno in patria nel 2007 si è rivelato una sfida all'islamismo molto più di quanto lo fosse nel 1988 venire eletta primo ministro.

Monday, December 03, 2007

Anche Bush ha il suo "bad guy"

Graffiante e condivisibile editoriale di Robert Kagan sul New York Times, tradotto sul Corriere di oggi: «Sembra che ci sia sempre un buon motivo per sostenere un dittatore». Kagan se la prende con quella tendenza dell'establishment americano, repubblicano, e di alcuni esponenti neoconservatori, a ritenere che fosse preferibile appoggiare «un dittatore di "destra" piuttosto che ritrovarsi i comunisti al governo», nella convinzione che «i dittatori amici degli americani prima o poi avrebbero dato spazio alle politiche liberali».

Secondo Kagan, gli anni dell'amministrazione Reagan e la storia «hanno sconfessato tutte e due le facce di questa dottrina». Eppure, nonostante la dottrina Bush per la promozione della democrazia, lo stesso ragionamento viene applicato ancora oggi, non più nei confronti del comunismo ma dell'islam radicale nei paesi islamici. Musharraf in Pakistan come Mubarak in Egitto sarebbero i "nostri bad guys", da puntellare come argini alla temibile ondata dell'integralismo islamico che a urne aperte e libere si abbatterebbe su quei paesi.

Ma uno uno dei tanti, e non trascurabili, difetti della cosiddetta «autocrazia liberale», è che il dittatore «non è il buon pastore che guida il suo popolo, come Mosè, verso la terra promessa della democrazia. Quando la scelta è tra il bene del Paese e restare aggrappato al potere, l'autocrate agisce quasi sempre nel suo interesse».

Così questi regimi autoritari compiono scelte che allontanano il loro paese dalla democrazia. «Per dimostrare che è insostituibile, deve fare in modo che non esista la possibilità di sostituirlo, il che significa eliminare o azzoppare le istituzioni indipendenti, indebolire il principio della legalità, spingere la popolazione agli estremismi, in poche parole, l'esatto contrario di quanto ci si aspetta dal tanto mitizzato "autocrate liberale"». E quando, infine, gli autocrati cadono, istituzioni e società civile si trovano impreparate, indifese, prive di enzimi liberali, esposte all'ascesa di ideologie che negli anni si sono nutrite del risentimento e del malcontento della popolazione.

La conclusione di Kagan non fa sconti all'amministrazione Bush: «L'affermazione del presidente Bush, che ci si può fidare di Musharraf per riportare il Pakistan verso la democrazia, non è credibile. Nei suoi giorni migliori, l'America ha sempre fatto capire a questi leader quando il loro tempo era scaduto. Se il governo Bush non trova il coraggio o la capacità di sostituire quest'uomo così sostituibile nel nome della democrazia pachistana, solo perché teme l'alternativa, allora farebbe meglio a risparmiarsi la sua ridicola retorica sulla promozione dei principi democratici. Inoltre farebbe meglio ad abituarsi a un Medio Oriente e a un mondo musulmano in cui esistono solo due tipi di regime: gli islamisti radicali e i dittatori ostinati. Si spera tuttavia che Bush non voglia lasciare una simi­le eredità al suo successore».

Thursday, November 29, 2007

Il futuro del Medio Oriente passa per Washington. Nonostante la guerra irachena

... o anche grazie a quella guerra, che per molti avrebbe dovuto provocare l'isolamento degli Usa da parte delle piazze e delle capitali arabe?

La situazione si va lentamente normalizzando in Pakistan, dopo che il 3 novembre scorso Musharraf aveva proclamato lo stato d'emergenza e dato il via a una serie di arresti. Il generale/presidente sta rientrando nel solco tracciato d'intesa con gli Usa per la democratizzazione del paese. Musharraf non è più a capo dell'esercito: ha finalmente rinunciato al suo potere militare e ha giurato da presidente, in abiti civili. Le elezioni si terranno come previsto entro il 15 gennaio. Gli oppositori arrestati sono stati liberati. Sharif e Benazir Bhutto potranno candidarsi alle elezioni, anche se comprensibilmente gridano ad "elezioni farsa" per il permanere delle leggi d'emergenza. Pare che tutto o quasi, comunque l'essenziale, stia andando come chiedavano gli oppositori e come suggerivano gli americani.

Nel frattempo, la conferenza di Annapolis ha lanciato una nuova stagione di negoziati tra israeliani e palestinesi. Il coinvolgimento nel summit di importanti paesi arabi a livello dei ministri degli Esteri e la presenza, la collaborazione europea, sono già dei risultati politici: un segnale promettente verso il consolidamento di quell'"alleanza" che Washington sta faticosamente cercando di comporre tra paesi sunniti e Occidente per il contenimento della minaccia egemonica dell'Iran sull'intera regione.

Solo di una «photo opportunity» si è trattato, ha osservato Carlo Panella su Il Foglio. Ma difficilmente una «photo opportunity» è stata così politicamente significativa. Un'immagine addirittura «clamorosa» ne è scaturita, perché «ha visto tutti i paesi islamici e arabi del mondo (escluso l'Iran) rendere omaggio alla saggia iniziativa di George W. Bush. Per la prima volta nella storia anche questo, soltanto questo, una foto, ha assunto un suo significato profondissimo... Il vero, straordinario risultato che George W. Bush e Condoleezza Rice sono riusciti a conseguire – a quattro anni dalla guerra a Saddam – è di avere costretto tutto il mondo musulmano e arabo a riconoscere la propria leadership incontrastata. Tutti sono dovuti andare ad Annapolis» per non rimanere isolati come l'Iran; anche la Siria.

Certo, ancora nulla di concreto è emerso riguardo le possibili soluzioni ai problemi che dividono israeliani e palestinesi. Li aspettano mesi di durissimo lavoro. Soprattutto sul nodo centrale dei profughi e del carattere ebraico dello Stato di Israele, una questione prima di tutto di volontà politica. Su questo, osserva Panella, «dovrà esercitarsi al massimo la pressione internazionale, per convincere gli stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto in primis, a riconoscere – nonostante i sicuri e gravissimi contraccolpi islamisti sul piano interno – il riconoscimento del diritto degli ebrei in quanto tali ad avere uno stato in Palestina». Senza questa pressione, con il contributo dell'Europa che può essere determinante, l'insuccesso è assicurato.

Da notare, segnalata da Maurizio Molinari, la grande sintonia tra il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, e il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, per una pace in Medio Oriente basata sui processi democratici, la lotta al terrorismo e l'isolamento di un Iran smanioso di procurarsi la bomba atomica. E a dimostrazione della ritrovata intesa tra Parigi e Washinton, il primo seguito formale di Annapolis è previsto proprio nella capitale francese.

Monday, November 05, 2007

Pakistan. Usa e GB non stanno a guardare

Non c'è dubbio che durante questi anni di guerra al terrore con i fronti aperti in Afghanistan e in Iraq, la dottrina Bush abbia trovato nel Pakistan di Musharraf un'eccezione. La democrazia in Pakistan poteva aspettare, perché troppo importante l'amicizia con la dittatura militare al potere a Islamabad in funzione anti-talebana e anti-al Qaeda.

Chiudendo un occhio, scegliendo un approccio più attendista nei confronti del regime di Musharraf, Bush ha dimostrato che la sua strategia di esportazione globale della democrazia è molto meno utopistica e fanatica, molto più ponderata e realistica, di quanto si sia portati a credere.

Ma tutto ha un limite. Gli Stati Uniti hanno continuato a lavorare per un'evoluzione in senso democratico del Pakistan, concordando con Musharraf il calendario di un processo politico in tal senso, nel quale si inserisce il ritorno nel paese di Benazir Bhutto. Di fronte allo stato d'emergenza proclamato nei giorni scorsi e alla violenta repressione degli oppositori ordinata da Musharaff, non si è fatto attendere il monito da parte di Washington e Londra.

Il guaio, infatti, è che sebbene Musharraf abbia parlato di misure «anti-terrorismo», la repressione è scattata anche per politici e attivisti dei diritti umani non legati ad ambienti jihadisti.

Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha minacciato la revoca degli aiuti economici (tranne quelli stanziati per la guerra al terrorismo), ha invitato le autorità pakistane a indire le elezioni in base alla costituzione e il presidente Musharraf a dimettersi da capo delle forze armate.

Oltre alla conferma delle elezioni a gennaio, un portavoce del primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che la Gran Bretagna si aspetta da Musharraf la revoca dello stato di emergenza e il ripristino dei diritti garantiti dalla costituzione.

Purtroppo temiamo che il colpo di mano deciso da Musharraf indichi proprio la volontà di tenerle davvero le elezioni a gennaio, non prima però di aver tolto di mezzo, intimidito e indebolito a dovere i suoi oppositori.