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Tuesday, December 13, 2016

Un "dealmaker" al Dipartimento di Stato

Pubblicato su Ofcs Report

Il "petroliere". Il ceo di Exxon Tillerson è la scelta di Trump come segretario di Stato: diffidare da chi lo liquida come amico (e quindi "servo") di Putin

Nella formazione della sua squadra di governo il presidente eletto Donald Trump continua a stupire con scelte all'insegna non dell'ideologia, ma del pragmatismo, della competenza e della coerenza con le priorità indicate in campagna elettorale. Scelte di altissimo profilo, che indicano la sua intenzione di circondarsi delle menti e delle carriere più brillanti del Paese nei vari ambiti di governo. Dopo tre generali - James Mattis alla Difesa, John Kelly alla Sicurezza interna e Michael Flynn come consigliere alla Sicurezza nazionale - è finalmente arrivata la scelta per la casella più importante e influente della sua amministrazione, la carica di segretario di Stato. Trump ha scelto Rex Wayne Tillerson, presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ha superato di slancio i "due litiganti", il favorito dell'establishment del Partito repubblicano Mitt Romney, candidato alla Casa Bianca di quattro anni fa, e l'ex procuratore ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, fedelissimo della prima ora di Trump, che però nei giorni scorsi si era ritirato dalla corsa. Ad affiancare Tillerson nel ruolo di vicesegretario dovrebbe essere l'ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, John Bolton.

"It's the economy...", anzi "il petrolio...", direbbe con occhi sbarrati il personaggio interpretato da Robert Redford nel celebre film di Sidney Pollack "I tre giorni del Condor". E nel mercato del petrolio la geopolitica è pane quotidiano. Almeno un paio di cose ce le dice sulle intenzioni di Trump questa scelta destinata a destare molte polemiche e perplessità. Primo, che per il neo presidente anche in politica estera la vera priorità è l'economia. Secondo, che pensa di dover concludere molti accordi, se vuole accanto a sé come segretario di Stato un uomo d'affari abituato a siglare accordi ad altissimo livello con enormi poste in gioco. Tillerson è infatti il "dealmaker" per eccellenza, un maestro di geopolitica. E non è un mistero che in cima all'agenda di Trump, dichiarate in campagna elettorale, ci sono due "mission impossible": una maggiore cooperazione con la Russia (il "reset" con Mosca fu mancato persino da Hillary Clinton e Obama all'inizio dei loro mandati) e un duro confronto con la Cina sul commercio, la politica monetaria e le questioni di sicurezza. Roba da far tremare i polsi a chiunque, un po' meno forse a chi è abituato a negoziare accordi da miliardi di dollari.

Lo stesso Trump ha spiegato di averlo scelto per il suo bagaglio di conoscenze globali e le sue abilità da manager. "La cosa che mi piace di più di Rex Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare con successo con tutti i tipi di governi stranieri", "è un giocatore di calibro mondiale... conosce molti dei giocatori e li conosce bene". "La sua tenacia, la sua ampia esperienza e profonda comprensione della geopolitica lo rendono un'eccellente scelta", ha aggiunto il presidente eletto, anticipando che il futuro segretario di Stato "promuoverà la stabilità regionale e si concentrerà sui principali interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Rex sa come si gestisce un'impresa globale, il che è cruciale per guidare con successo il Dipartimento di Stato, e le sue relazioni con i leader di tutto il mondo non sono seconde a nessuno". Anche le multinazionali hanno una loro politica estera, la cui priorità di solito è la stabilità. Ma per quanto siano "globali", gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli di un Paese come gli Stati Uniti. E' solo una delle perplessità che Tillerson dovrà dissipare.

Destano preoccupazioni, inoltre, e saranno motivo di una resistenza probabilmente bipartisan in Senato alla ratifica della sua nomina, i suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. In Russia Tillerson ha concluso per Exxon importanti accordi, così come in un'altra cinquantina di Paesi, molti dei quali retti da governi altrettanto autoritari (se non sanguinari) e tra i più corrotti (Ciad, Venezuela, Libia, Iraq, Angola, Guinea equatoriale). Nel 2011 ha negoziato con le autorità russe un gigantesco accordo che consente alla Exxon di esplorare i giacimenti dell'Artico, permettendo in cambio alla compagnia petrolifera russa Rosneft di investire nelle concessioni Exxon nel mondo. Nel 2012 è stato insignito da Putin (insieme al nostro Paolo Scaroni, ex ad di Eni) dell'Ordine dell'Amicizia, onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che più hanno contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Inoltre, si è detto contrario alle sanzioni occidentali contro Mosca (che definisce "ineffective", inefficaci).

Tillerson è stato quindi sbrigativamente "bollinato" dalla solita stampa mainstream, dall'"inviato collettivo", e da alcuni commentatori come "l'amico di Putin". Analisi che tuttavia rischiano di rivelarsi superficiali, come d'altronde siamo ormai abituati a notare quando si parla di Trump. Che senso ha parlare di "amicizia" nel mondo degli affari e, ora, in politica estera? In questi ambiti il concetto di amicizia dev'essere quanto meno contestualizzato e relativizzato. Ci può essere stima, rispetto reciproco. Ci possono essere buoni e persino ottimi rapporti. Ma a certi livelli, quando sono in gioco da una parte affari per miliardi di dollari e dall'altra le ambizioni geopolitiche di un Paese come la Russia, non esiste "amicizia". Esistono gli interessi e l'intelligenza, l'abilità dei giocatori di concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, "win-win". Se questa è amicizia, ben venga anche fra avversari in politica internazionale. Così come è difficile immaginare che Tillerson abbia per "amicizia" anteposto gli interessi di Putin a quelli della Exxon, perché dovrebbe anteporli a quelli degli Stati Uniti che ora èchiamato a rappresentare? E detto tra parentesi, è curioso come gli stessi che oggi, prim'ancora che metta piede alla Casa Bianca, accusano Trump di voler favorire la Russia non abbiano emesso un fiato in questi otto anni, mentre le incertezze e i pasticci di Obama e di Hillary Clinton spianavano davvero la strada a Putin regalando alla Russia i maggiori successi geopolitici - dall'Ucraina al Medio Oriente - degli ultimi decenni, di cui oggi probabilmente non resta che prendere atto con realismo.

A raccomandare Tillerson al transition team di Trump, niente meno che James Baker, stimato segretario di Stato (di scuola realista) durante la presidenza di Bush padre, l'ex segretario alla difesa ed ex direttore della Cia Robert Gates e l'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, esponenti di spicco delle amministrazioni di George W. Bush. E tutte autorevoli personalità "di governo", che godono di una stima bipartisan nella comunità degli affari esteri statunitense. Non esattamente le referenze di un "tirapiedi" di Putin. L'amicizia di Tillerson con Putin è "una narrazione completamente falsa", avverte Bob Gates intervistato dalla Pbs. "Penso sia un errore pensare che siccome Rex Tillerson ha fatto con successo affari in Russia, allora lui sia il migliore amico di Putin". "Ampia conoscenza, esperienza e successo nel trattare con dozzine di governi e leader in ogni angolo del mondo", è il valore aggiunto che Tillerson porterà al Dipartimento di Stato secondo Gates, che lo definisce "una persona di grande integrità, il cui unico obiettivo in carica sarebbe quello di tutelare e far avanzare gli interessi degli Stati Uniti... Sarà un campione globale dei migliori valori del nostro Paese". Dello stesso tenore la dichiarazione di supporto della Rice, secondo cui porterà al Dipartimento di Stato la sua "ampia e straordinaria esperienza internazionale, una profonda comprensione dell'economia globale e la sua ferma convinzione nello speciale ruolo dell'America nel mondo". Lo definisce "uomo d'affari di successo e patriota", che "rappresenterà gli interessi e i valori degli Stati Uniti con impegno e risolutezza".

Ma nella biografia di Tillerson emergono anche particolari interessanti: boy scout in gioventù, tra il 2010 e il 2012 è stato il capo di tutti gli scout d'America, sostenendo la decisione di ammettere anche ragazzi e ragazze dichiaratamente omosessuali. E' un patito di Abraham Lincoln e uno dei suoi libri preferiti è "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand, pietra miliare del pensiero libertario.

Che la promozione attiva della democrazia, il "nation-building", l'interventismo come imperativo morale non saranno i principi-guida della politica estera dell'amministrazione Trump lo sapevamo già e la scelta di una figura come Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato ne è la conferma. Questo non significa tuttavia che Trump o Tillerson agiranno da "fantocci" di Putin e che gli interessi degli Stati Uniti saranno svenduti alla Russia. Nel 2008, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Tillerson ha bacchettato Mosca sullo stato di diritto: "Non c'è rispetto per la legge, nella Russia di oggi", deve "migliorare il funzionamento del sistema giudiziario e della magistratura". "Non condivido tutto ciò che Putin sta facendo - ha spiegato, a febbraio, agli studenti dell'Università del Texas - Non condivido tutto ciò che molti leader stanno facendo. Ma Putin comprende che sono un uomo d'affari. E ho investito molti soldi, la nostra compagnia ha investito molti soldi in Russia, con molto successo". Affari o amicizia?

Tuesday, December 23, 2008

La Rice difende il regime change e la promozione della democrazia

E' opinione diffusa tra i commentatori che la presidenza Obama sarà caratterizzata da un maggiore pragmatismo e realismo in politica estera rispetto all'idealismo neoconservatore che ha ispirato Bush, soprattutto nei suoi primi quattro anni. Tuttavia, una svolta realista è stata già in parte visibile nel suo secondo mandato. Eppure, chi avrebbe interpretato tale svolta, il segretario di stato uscente Condoleezza Rice, difende il regime change in Iraq e rivendica i risultati dell'impegno di Bush per la promozione della democrazia in Medio Oriente. E lo fa proprio in casa del think tank realista per eccellenza, il Council on Foreign Relations.

La promozione della democrazia è qualcosa cui gli Stati Uniti devono «restare coerenti», perché «i nostri valori e i nostri interessi sono inestricabilmente legati». Certo, «a volte bisognerà trattare con regimi autoritari, o con regimi amici che non hanno fatto i progressi che ci aspettavamo, ma se non fossero gli Stati Uniti ad avere come stella polare la fine della tirannia e a farsi guidare dal principio che ogni uomo, donna o bambino ha il diritto di vivere in una società democratica, queste cose uscirebbero dall'agenda internazionale».

Merito di Bush e della sua insistenza se «il dibattito in Medio Oriente è profondamente diverso oggi da com'era pochi anni fa». La Rice si dice convinta che «il regime change verrà dall'interno» e che gli Usa potranno al massimo «aiutare e rafforzare la società civile, le forze democratiche, responsabilizzando i governi quando applicano misure repressive contro queste forze». Insomma, gli Usa non saranno in grado di cambiare ogni regime nel mondo. «Ma quando c'è una situazione come quella in Iraq, se ti sei impegnato in un regime change per motivi di sicurezza, allora penso che hai il dovere di insistere perché ciò che segua sia democratico». E così, rivendica la Rice, «non abbiamo fatto la cosa più facile in Iraq, rimuovere Saddam e mettere al suo posto un altro uomo forte», ma intrapreso «la via più difficile, aiutare gli iracheni a sviluppare istituzioni democratiche», che «ora stanno iniziando ad attecchire».

La possibilità dell'apertura di una sezione di interessi americana a Teheran, da molti interpretata come ritorno alla realpolitik e apertura al dialogo con l'Iran, «è sempre stata finalizzata al popolo iraniano, ai nostri sforzi per raggiungerlo e comunicare con esso, a rendere più facile ottenere visti per gli Stati Uniti», ha tenuto invece a precisare la Rice: «Nel contesto di una politica di fermezza contro il regime, una sezione di interessi come piattaforma per mantenere i contatti con il popolo iraniano ha un senso».

Infine, i complicati rapporti con il Cremlino, con il quale «abbiamo avuto una cooperazione molto buona sui temi globali». I problemi sono emersi altrove, ha ammesso la Rice. La Russia è convinta che le spetti un «ruolo speciale sulla sua periferia» e di poter «dettare» le politiche alle repubbliche ex sovietiche oggi indipendenti. «La nostra idea è che esse abbiano il diritto a una politica indipendente, sia negli affari interni che esteri». I buoni rapporti degli Usa con Georgia, Ucraina, o in Asia centrale, in nessun modo dovrebbero essere visti come una minaccia agli interessi russi. L'unità di intenti tra Stati Uniti ed Europa «ha impedito alla Russia di centrare i suoi obiettivi strategici» in Georgia, ha rivendicato la Rice: «Non ne ha raggiunto nemmeno uno». La democrazia e il governo georgiani sono sopravvissuti. L'economia non è crollata. In Abkhazia e Ossezia del Sud i russi hanno il sostegno solo del Nicaragua e di Hamas. La loro politica dei riconoscimenti è stata «un fallimento». Adesso i popoli si chiedono che genere di partner sia la Russia.

Monday, August 18, 2008

La zampata russa coglie l'Occidente in letargo

Sconfitta che sfiora l'umiliazione per la Nato e gli Stati Uniti, mentre l'Europa ha ancora una volta dimostrato al suo vicino gigante russo di non esistere, di non saper nemmeno alzare la voce in difesa di suoi evidenti interessi.

Vedremo se, come promesso, i russi cominceranno oggi a ritirarsi dalla Georgia. Ieri il ministro della Difesa rendeva noto che la questione doveva essere ancora valutata e la decisione sarebbe stata presa solo «quando la situazione nella regione si sarà stabilizzata». Ma il presidente Medvedev, nel corso di un colloquio telefonico con Sarkozy, presidente di turno della Ue, aveva assicurato che il ritiro sarebbe iniziato oggi a mezzogiorno. Sarkozy non poteva far altro che prenderne atto chiarendo che in caso contrario la Russia sarebbe andata incontro a «gravi conseguenze»: «Questo ritiro deve essere messo in atto senza rinvii. A mio parere ciò non è negoziabile... Riguarda tutte le forze entrate dal 7 agosto scorso. Se questa clausola dell'accordo non sarà applicata rapidamente e totalmente, convocherò un Consiglio Europeo straordinario per decidere le conseguenze da trarre».

Per oltre una settimana i russi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Georgia, prendendosi gioco del piano Ue fatto sottoscrivere dal presidente Sarkozy ad entrambe le parti. Truppe e blindati russi sono rimasti posizionati ben oltre i tempi previsti dall'accordo a circa 45 chilometri da Tbilisi e nella città di Gori, tagliando in due il Paese e impedendo l'accesso ai porti del Mar Nero.

Ha quindi ragione Angelo Panebianco a parlare di Europa «irrisa e sbeffeggiata», «complice, più o meno riluttante», del «disegno russo». Ciò che i russi chiamano «misure aggiuntive di sicurezza» non è che la distruzione delle strutture militari georgiane, e qualche volta delle infrastrutture civili, così da rendere la Georgia ancor più indifesa e soggetta alla prepotenza russa. E oggi leggendo il New York Times si apprende che i russi, un giorno prima che il presidente Medvedev firmasse l'accordo di tregua proposto da Sarkozy, di fatto carta straccia, hanno schierato in Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.

Ciò che gli europei hanno definito «mediazione» e ruolo dell'Europa è in realtà una presa di distanze dagli Stati Uniti che ha indebolito la risposta dell'Occidente, confermando ai russi di poter sfruttare le divisioni occidentali. Inoltre, come osserva oggi Panebianco, l'Unione europea ha dimostrato di ignorare i fondati motivi di preoccupazione per la loro sicurezza dei suoi membri dell'Est.

Si dice che «non possiamo isolare la Russia». Una ovvietà. «Ci serve il suo gas, ci serve il suo appoggio nella crisi iraniana, ci serve che essa svolga un ruolo internazionale di cooperazione. Ma non possiamo permettere che essa usi il bastone e la carota con noi senza fare la stessa cosa nei suoi confronti». Tener conto sì delle "ragioni" della Russia, «ma non al punto di andare contro i nostri interessi vitali».

Dagli Stati Uniti invece sono giunti severi moniti nei confronti di Mosca ma a Washington i tempi di reazione sono apparsi comunque troppo lenti e timidi. E, soprattutto, l'amministrazione Bush si è fatta cogliere di sorpresa e nei mesi e anni scorsi ha sottovalutato i piani di Mosca.

La reputazione della Russia «è a brandelli» e pagherà le conseguenze delle sue azioni, avverte ora il segretario di Stato Condoleeza Rice. Azioni che «sollevano seri interrogativi sul suo ruolo e le sue intenzioni in Europa nel ventunesimo secolo», dichiara il presidente Bush: «Negli ultimi anni la Russia ha cercato di integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza dell'occidente e gli Stati Uniti hanno appoggiato questi sforzi. Ora la Russia ha messo le sue aspirazioni a rischio intraprendendo azioni che fanno a pugni con i principi di queste istituzioni».

Un'altra risposta all'imperialismo russo è giunta da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che Polonia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo preliminare per l'installazione dello scudo antimissile. Pronta la reazione da parte russa, per voce del generale Nogovizin, numero due dello Stato maggiore di Mosca. L'accordo non resterà «impunito», ha minacciato: «La Polonia si espone a un attacco, al cento per cento». Solo nelle dittature i generali si prendono la libertà di rilasciare dichiarazioni di tale gravità. Nell'offensiva in Georgia c'è di mezzo anche l'onore e l'orgoglio ferito delle forze armate russe. Sarà fantapolitica, ma quando al Cremlino i vertici politici danno il via a un'operazione militare, l'impressione è che non sappiano esattamente quando riusciranno a fermarla e fino a che punto i generali si spingeranno.

Che sia stato o no il presidente georgiano Saakashvili a sparare il primo colpo è a questo punto irrilevante, perché questa è una guerra che Mosca sta cercando di provocare da parecchio tempo, con forme di embargo e ripetute provocazioni militari. Se Saakashvili è caduto nella trappola russa, offrendo a Putin l'occasione che stava da tempo aspettando per dare una lezione alla piccola e filo-occidentale Georgia, l'Occidente sta perdendo la sua occasione per dare una lezione all'ambiziosa e ancora relativamente debole Russia. E gli iraniani, in silenzio, osservano...

«The man who once called the collapse of the Soviet Union "the greatest geopolitical catastrophe of the [20th] century" has reestablished a virtual czarist rule in Russia and is trying to restore the country to its once-dominant role in Eurasia and the world. Armed with wealth from oil and gas; holding a near-monopoly over the energy supply to Europe; with a million soldiers, thousands of nuclear warheads and the world's third-largest military budget... His war against Georgia is part of this grand strategy. Putin cares no more about a few thousand South Ossetians than he does about Kosovo's Serbs. Claims of pan-Slavic sympathy are pretexts designed to fan Russian great-power nationalism at home and to expand Russia's power abroad», ha scritto Robert Kagan sul Washington Post.

Il conflitto georgiano e la prepotenza russa confermano la tesi del suo ultimo libro, come lui stesso osserva in un recente articolo sul Weekly Standard. «La Storia è tornata», le autocrazie sono «ambiziose» e le democrazie «esitanti». Con l'invasione della Georgia cadono le illusioni coltivate con la fine della Guerra Fredda. L'imperialismo anima la politica estera russa fin dai tempi dello Zar, è stato carattere costitutivo della politica estera sovietica e non c'è ragione perché nella Russia autocratica di Putin venga abbandonato.

I conflitti tra grandi potenze e i nazionalismi ritornano, mentre il commercio internazionale e la crescita economica non hanno condotto al liberalismo politico in Cina e in Russia. Lo faranno nel lungo periodo? Ma quanto è lungo questo "lungo periodo", si chiede Kagan. La crescita economica e l'autocrazia si sono dimostrate compatibili, come lo furono in Germania e in Giappone tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Anzi, gli autocrati stanno imparando sempre di più come aprire alle attività economiche continuando a sopprimere le attività politiche. L'interdipendenza economica non ha sostituito il confronto geopolitico né ha diminuito l'importanza della forza militare.

L'Occidente è diviso e lento nel reagire ma ha ancora delle «carte da giocare» e Charles Krauthammer ha indicato quattro mosse per fermare Putin, o quanto meno per fargli capire che le sue azioni possono provocare gravi conseguenze per la Russia nei rapporti con l'Occidente. Neocon, si dirà, ma non differisce di molto l'analisi di un "realista" come Zbigniev Brzezinski, che paragona l'attacco alla Georgia a quanto fece l'Unione sovietica di Stalin alla Finlandia nel 1939.

Saturday, August 09, 2008

Mentre tutti gli occhi sono su Pechino, la Russia invade la Georgia

Guarda caso proprio mentre tutti i riflettori e gli occhi del mondo erano puntati sul "nido" di Pechino per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, in Georgia deflagrava il "bubbone" Ossezia del Sud.

Pare proprio che Mosca intenda dare seguito alla minaccia rivolta all'Occidente in reazione all'indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Un precedente che i russi vogliono sfruttare per destabilizzare la Georgia del filo-occidentale presidente Saakashvili, per impedirne l'ingresso nella Nato, che dovrebbe essere discusso tra i membri dell'Alleanza nell'autunno prossimo, e per riprendere le vecchie postazioni dominanti nel Caucaso e sul Mar Nero, perse con il crollo dell'Urss. Mosca ha un modo per dissuadere la Nato: rendere l'Ossezia del Sud incandescente. Quando al prossimo vertice Nato verrà di nuovo preso in esame il dossier georgiano, più volte rinviato, difficilmente i membri europei vorranno aprire le porte dell'Alleanza a un simile focolaio.

Nella notte scorsa le forze aree georgiane erano intervenute contro i separatisti in Ossezia del Sud bombardando le loro postazioni nel villaggio di Tkverneti, mentre dalle prime luci dell'alba già si registravano intensi scontri a fuoco tra i ribelli e le truppe di Tbilisi a Tskhinvali, capoluogo della provincia. «Tskhinvali è circondata dalle forze georgiane», annunciava il ministro per la Reintegrazione. Una risposta al «regime criminale» dei separatisti tesa a «ripristinare l'ordine». Il presidente georgiano Saakashvili dichiarava lo stato di «mobilitazione generale» in un discorso televisivo alla nazione. «Centinaia di migliaia di georgiani devono restare uniti e salvare il Paese». Le truppe georgiane controllano «larga parte» dell'Ossezia del Sud, «Tskhinvali è stata liberata e attualmente sono in corso combattimenti nel centro della città», riferiva il presidente, accusando Mosca di armare le truppe separatiste e definendo l'escalation «un'aggressione militare su larga scala» da parte della Russia.

Lo schema cui si sarebbe assistito di lì a poco è dei più semplici. «La popolazione dell'Ossezia del Sud chiede al presidente Medvedev e alla leadership della Federazione russa di portare aiuto e adottare misure volte a proteggere i nostri cittadini». I separatisti filo-russi chiamano e Mosca risponde all'appello. «Le azioni di aggressione della Georgia in Ossezia del Sud provocheranno azioni di risposta» da parte della Russia, tuona da Pechino il primo ministro russo Putin.

Putin accusa Tbilisi di «aver iniziato l'azione aggressiva», annunciando che la Russia sarà costretta a rispondere. Particolarmente mafioso e sinistro il suo "avvertimento": «Volontari russi sono pronti a partire per l'Ossezia, e non saremmo in grado di fermarli». Quasi un modo per arruolare forze irregolari. Anche il presidente russo Medvedev anticipa «azioni» per proteggere i cittadini "russi" assediati: «Non consentiremo che la morte di nostri cittadini rimanga impunita, i colpevoli saranno puniti nel modo che meritano... Secondo la Costituzione e la legge federale, come presidente della Federazione russa ho il dovere di proteggere la vita e la dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino». I morti sarebbero 1.400, dieci tra i soldati del contingente di peacekeeping russo, secondo fonti russe o filo-russe.

Poche ore dopo ecco la mossa di Mosca. L'invasione della Georgia. Caccia dell'aviazione bombardano postazioni dell'esercito georgiano in Ossezia del Sud e nei dintorni della capitale, Tbilisi. Una lunga colonna di carri armati russi avanza verso la capitale della regione, Tskhinvali, e apre il fuoco sulle postazioni dei georgiani, mettendoli in fuga.

E' il presidente georgiano Saakashvili a denunciare che i caccia russi hanno bombardato la base aerea di Vaziani, fuori dalla capitale, e il porto di Poti sul Mar Nero, e che «150 carri armati russi, mezzi corazzati e altri veicoli sono entrati nell'Ossezia del sud... una chiara incursione nel territorio di un altro Paese... Abbiamo carri armati russi sul nostro territorio, caccia russi alla luce del sole...»

La Georgia è sotto l'attacco della Russia, i cui carri armati e caccia bombardano le popolazioni civili, dichiara sempre Saakashvili alla Cnn: «Per tutto il giorno, oggi, hanno bombardato la Georgia con molti aerei da guerra, colpendo in particolare la popolazione civile. Abbiamo decine di feriti e di morti... Il mio Paese si sta difendendo contro l'aggressione russa, le truppe russe hanno invaso la Georgia».

Operazioni di «pulizia etnica» da parte dei georgiani nei villaggi dell'Ossezia meridionale, come sostiene il ministro degli Esteri russo Lavrov, o addirittura prove di «genocidio», come denuncia il presidente sudosseto Kokoity, dichiarando al contempo che «questi ultimi tragici eventi dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud»? Oppure semplici operazioni militari contro truppe separatiste illegittime?

Impossibile per ora stabilire chi sia stato a dare il via all'escalation. Chiunque sia stato, ha scelto non casualmente l'inizio delle Olimpiadi per agire di sorpresa. La ricostruzione più verosimile è che Saakashvili abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell'esercito separatista sostenuto dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Se davvero fosse stato Saakashvili a violare l'equilibrio della zona, c'è da sperare che sappia ciò che fa e che abbia le spalle coperte, altrimenti sarebbe caduto nella provocazione dei russi.

L'intervento del segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, serve a capire la lettura da parte americana degli eventi: la Rice ha chiesto alla Russia «di porre termine agli attacchi condotti in Georgia con aerei e missili, il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e il ritiro delle forze militari dal territorio georgiano».

Un milione di barili di petrolio al giorno diretti verso occidente sono a rischio. L'oleodotto Baku-Ceyhan, in funzione da oltre un anno, attraversa per 249 chilometri la repubblica caucasica (alcuni tratti dei quali a soli 55 chilometri dall'Ossezia del Sud) ed è l'unica pipeline dall'Asia centrale a evitare Iran e Russia per rifornire Stati Uniti ed Europa. Ecco quindi spiegata la centralità della Georgia e gli interessi russi in Ossezia del Sud.

Il quotidiano Times ha ricordato come la sicurezza dell'oleodotto (controllato al 30% dalla britannica BP) sia stata una delle maggiori preoccupazioni del consorzio che lo ha costruito. Proprio la scorsa settimana il primo attacco contro l'infrastruttura, in Turchia, ad opera di un commando del Pkk.

Wednesday, July 30, 2008

Frattini lavora alla "nuova" Bretton Woods tremontiana

In due giorni il ministro degli Esteri Frattini è volato prima a Washington poi a Londra. Gli incontri con Condoleezza Rice e David Miliband sono serviti a risintonizzare l'Italia sulle frequenze dell'atlantismo dopo la parentesi del governo Prodi e a illustrare le idee italiane sull'agenda del prossimo G8.

Agli amici americani Frattini ha potuto garantire l'aiuto in Afghanistan che da mesi si aspettano dagli europei: la nuova «flessibilità» decisa dal governo italiano permetterà alle nostre truppe di base a Herat spostamenti anche nelle zone più calde del Sud, decisi entro sei ore direttamente dai comandi militari sul terreno. Un «dovere istituzionale e morale dell'Italia collaborare in parità di trattamento» con gli altri alleati della Nato. Ciò non è bastato ad assicurare all'Italia l'esplicito appoggio Usa per un posto nel gruppo dei 5+1 che negoziano con l'Iran sul nucleare. Ingresso che evidentemente ad oggi neanche Bush può garantire. Ma Frattini ha confermato la nuova linea della fermezza nei confronti di Teheran, ribadita nell'incontro di oggi con il ministro degli Esteri britannico Miliband. Si è detto «deluso» per le ultime parole di Khamenei, che richiedono «una risposta ferma e seria da parte dell'Ue, con la piena applicazione delle sanzioni Onu».

Nei suoi colloqui con la Rice e Miliband il ministro Frattini ha anche gettato le basi dell'agenda del prossimo G8, la cui presidenza spetta all'Italia. In particolare, ha sostenuto l'idea tremontiana di una «nuova Bretton Woods» per la governance commerciale e finanziaria globale. Chissà, però, se Tremonti ne ha in mente una semplicemente nuova o una in senso contrario. Comunque, siamo ancora nella fase delle «suggestioni», ma il G8 sotto presidenza italiana nel 2009 potrebbe essere una buona occasione per il lancio dell'iniziativa, sulla quale Frattini avrebbe riscontrato il favore di Londra e che potrebbe rivelarsi allettante dopo il fallimento dei negoziati del Doha Round.

Insieme a istituzioni finanziarie internazionali come Banca mondiale, Fmi e Bce, il G8 dovrebbe dare risposte alla crisi mondiale, privilegiando «proposte concrete anziché grandi documenti pieni solo di belle parole» e concentrandosi «su pochi argomenti ma di grande impatto globale». Al summit l'Italia pensa di invitare non solo nazioni emergenti come Cina, India e Brasile, ma anche Arabia Saudita e Pakistan.

Altri temi affrontati da Frattini e Miliband le difficoltà del Trattato di Lisbona e le prospettive di allargamento alla Turchia e alla Serbia. Su Belgrado, Londra e altre capitali europee sono più caute dell'Italia. Non si accontentano di Karadzic, vogliono la consegna degli altri criminali di guerra.

Monday, July 21, 2008

Gli Usa si siedono al tavolo, ma l'Iran non decide

Sabato scorso, a Ginevra, il rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, Javier Solana, ha incontrato il capo dei negoziatori iraniani Saeed Jalili. Ci si aspettava una risposta sull'ultimo pacchetto di incentivi offerti dai 5+1 per convincere Teheran a sospendere il programma di arricchimento dell'uranio. E invece un bel niente. Un incontro privo di risultati e di nessun interesse, se non per la partecipazione del numero tre del Dipartimento di Stato Usa, William Burns. Per la prima volta dopo 29 anni un esponente così di primo piano della diplomazia americana sedeva allo stesso tavolo con un rappresentante iraniano.

Un evidente segnale da parte di Washington, volto a far capire che sono pronti a percorrere sul serio la via del negoziato, come ha confermato oggi Condoleezza Rice riferendosi proprio alla presenza di Burns a quel tavolo: «Penso che noi abbiamo fatto abbastanza per dimostrare che gli Stati Uniti sono seri, per assicurare ai nostri partner che siamo seri».

Tuttavia, Teheran è rimasta indifferente al messaggio. «Ci aspettavamo di avere una risposta dagli iraniani. Ma, come è già accaduto molte volte con gli iraniani, non è uscito nulla di serio». Anzi, il negoziatore iraniano Jalili si è messo a recitare uno «sconclusionato» monologo pieno di «chiacchiere sulla cultura», si è lamentata la Rice, evidentemente informata da Burns. «E' tempo che gli iraniani diano una risposta seria. Non possono bloccare tutto e disquisire di cultura, devono prendere una decisione. La gente è stanca delle loro tattiche per prendere tempo. Siamo nella posizione più forte possibile per dimostrare che se l'Iran non agisce, allora riprenderemo la via delle sanzioni».

Sanzioni che questa volta potrebbero riguardare le raffinerie e gli impianti di gas naturale iraniani, andando ad incidere negativamente sulla produzione della prima fonte di ricchezza del regime.

Netta anche la posizione del premier britannico Brown, che ha parlato alla Knesset: «L'Iran deve fare una scelta chiara. Sospendere il suo programma nucleare e accettare la nostra offerta di negoziati, o affrontare il crescente isolamento. Non da parte di una sola nazione ma da parte di tutto il mondo».

La presenza del numero tre del Dipartimento di Stato all'incontro di Ginevra tra Solana e Jalili ha sollevato molte polemiche oltreoceano. Agli occhi di Michael Rubin, dell'American Enterprise Institute, è apparsa un cedimento. La Rice, ricorda oggi sul Wall Street Journal, nel 2006 aveva assicurato che gli Stati Uniti si sarebbero seduti al tavolo dei negoziati al fianco dei partner europei solo se Teheran avesse sospeso completamente e in modo verificabile le attività di arricchimento dell'uranio. Una «linea rossa» che sabato scorso il Dipartimento di Stato ha invece oltrepassato senza alcun impegno da parte iraniana.

Eppure, il pacchetto di incentivi è già particolarmente ricco. Non si nega affatto all'Iran il diritto all'energia nucleare. Anzi, l'offerta comprende infrastrutture e nuove tecnologie e l'amministrazione Bush si impegna persino ad aiutare Teheran nella costruzione di un reattore ad acqua leggera.

«La diplomazia non è sbagliata - osserva Rubin - ma l'inversione del presidente Bush è cattiva diplomazia, al livello di Carter, che sta dando respiro a un regime fallimentare». In questo modo, conclude, «invece di rafforzare la diplomazia, la Casa Bianca rivela che le sue linee rosse sono illusorie» e offre ad Ahmadinejad un successo diplomatico - aver riportato gli Usa al tavolo del negoziato senza precondizioni - da giocarsi sul fronte interno per la sua rielezione. Il regime degli ayatollah punta infatti al confronto diretto con Washington.

La presenza di Burns all'incontro di sabato scorso rappresenta davvero un cambiamento di rotta nell'approccio dell'amministrazione Usa nei confronti dell'Iran? In America si dibatte molto di questo e già alla vigilia di quel tavolo, in una intervista alla Cnn, Condoleezza Rice cercava di chiarire il significato di quella presenza all'insistente intervistatore, Wolf Blitzer.
«Fammi essere molto chiara sul fatto che gli Stati Uniti chiedono come precondizione per l'avvio di negoziati la sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Ciò che Bill Burns andrà a fare è dimostrare l'unità del gruppo 5+1... che siamo uniti. Andrà ad affermare che gli Stati Uniti appoggiano pienamente il pacchetto... Ma renderà molto chiaro il fatto che non ci saranno negoziati in cui gli Stati Uniti saranno coinvolti finché non ci sarà una sospensione verificabile dell'arricchimento».
E si limiterà ad «ascoltare la risposta degli iraniani», aggiungeva la Rice. «Se l'Iran è pronto a sospendere, gli Stati Uniti ci saranno. Ma è molto importante riconoscere che questo rinforza una posizione che noi abbiamo mantenuto dal 2006». Nessuna inversione di rotta, dunque, secondo la Rice. Ma non è la stessa cosa - la incalzava l'intervistatore - che partecipare ai negoziati? «Riconosco - rispondeva la Rice - che ciò che abbiamo fatto è un passo che pensiamo dimostri a tutti la nostra serietà in questo processo. Ma ciò che non è cambiato è che gli Stati Uniti sono determinati a negoziare solo quando l'Iran avrà sospeso l'arricchimento».

Ma sedendosi a quel tavolo, pur limitandosi ad ascoltare e a ripetere questo messaggio, il sottosegretario Burns non ha di fatto preso parte a un negoziato? All'ennesima obiezione la Rice spiegava:
«Molto spesso noi sentiamo dire, Wolf, "Noi non siamo sicuri che gli Stati Uniti siano davero dietro questo". Così io ho firmato la lettera di accompagnamento. Ora Bill andrà a ricevere la risposta... Ho trasmesso la proposta. Lui riceverà la risposta. Ciò dovrebbe dare agli iraniani ogni indicazione su quanto fortemente gli Stati Uniti sostengano questo pacchetto... Il punto è che stiamo mandando agli iraniani un forte messaggio sulla politica americana e l'unità con i nostri alleati. Questa è stata la nostra politica dal 2006».
Insomma, il problema sarebbe quello di non offrire alibi agli iraniani, che in passato non hanno creduto, o hanno finto di non credere, al fatto che sui pacchetti di incentivi proposti dal 5+1 si impegnassero anche gli Stati Uniti.

I segnali, dunque, rimangono contrastanti. Da una parte continuano le speculazioni su possibili attacchi militari contro le installazioni iraniane, da parte degli Stati Uniti o più probabilmente di Israele. Dall'altra, circola l'indiscrezione, riportata in modo dettagliato dal quotidiano britannico Guardian, secondo cui gli Stati Uniti sarebbero addirittura pronti a riaprire una loro "sezione d'interessi" a Teheran, abbandonata il 20 gennaio 1981 dopo il sequestro dei diplomatici americani tenuti in ostaggio dai pasdaran all'interno dell'ambasciata per 444 giorni.

Il Dipartimento di Stato per ora non ha smentito l'ipotesi e la presenza di Burns a Ginevra potrebbe preludere a una mossa di questo genere. Anche queste voci sono state argomento dell'intervista rilasciata dalla Rice alla Cnn. Ecco come ha risposto sulla questione:
«Non entrerò nelle nostre decisioni interne. Noi cerchiamo sempre modi per raggiungere il popolo iraniano. Noi crediamo fortemente che il popolo iraniano non nutra ostilità nei confronti degli Stati Uniti, e noi certo non nutriamo ostilità verso di esso. Noi vorremmo trovare modi per raggiungere gli iraniani e per rendere più facile per loro venire negli Stati Uniti. Siamo sempre alla ricerca di modi per fare questo».
L'apertura di una "sezione d'interessi" potrebbe preparare il campo alla proposta cui Teheran starebbe da tempo mirando, secondo i teorici del "Grande Accordo", e che finalmente a Washington si sarebbero decisi ad avanzare: la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra le due nazioni e il riconoscimento del ruolo di primo piano dell'Iran nel Grande Medio Oriente, in cambio della rinuncia da parte iraniana non all'energia nucleare ma all'acquisizione delle armi e della fine dell'appoggio a gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas. Insomma, status in cambio di stabilità.

Ma dalle parole della Rice nell'intervista alla Cnn non si può del tutto escludere che l'iniziativa di aprire una "sezione d'interessi" a Teheran prenda tutt'altra direzione, quella di una centrale operativa per organizzare e sostenere la dissidenza iraniana e provocare così il "regime change" dall'interno.

Tuesday, March 18, 2008

L'ipocrisia di Ue e Usa, che restano a guardare

Sono palpabili l'imbarazzo e l'incertezza nelle reazioni dei governi occidentali alla violenta repressione dell'esercito cinese in corso nel Tibet, che ha già provocato decine di morti. Non solo si ha la netta percezione di un deficit strategico, dell'assenza di una visione politica di fondo nei confronti della Cina – tranne, naturalmente, che per l'apertura dal punto di vista economico e commerciale – ma sembrano non avere neanche la minima idea del tipo di pressioni più efficaci da esercitare in questi giorni, per tentare di salvare la vita a migliaia di tibetani. Gli europei si limitano a esprimere «preoccupazione» e a chiedere «moderazione», escludono il boicottaggio delle Olimpiadi definendola una risposta «inadeguata», ma si guardano bene dall'indicare altre azioni politiche e diplomatiche da intraprendere nei confronti di Pechino. Non sanno cosa fare oltre a produrre comunicati.

La presidenza di turno slovena ha espresso «preoccupazione», chiesto «chiarimenti», esortato «tutte le parti alla moderazione» e a rinunciare alla violenza. In particolare, ha invitato le autorità cinesi a «rispondere alle dimostrazioni in accordo con i principi democratici internazionalmente riconosciuti». «L'Ue – si legge nella nota – sostiene fermamente la riconciliazione pacifica tra le autorità cinesi e il Dalai Lama» e «incoraggia entrambe le parti» a trovare una «soluzione accettabile a tutti che rispetti pienamente la cultura, la religione, l'identità tibetana».

Preoccupazione e moderazione anche nelle parole usate dalla Commissione Ue, che attraverso un portavoce esclude ogni ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi, perché non sarebbe una risposta «appropriata». Il problema dei diritti e della cultura dei tibetani «dovrà essere affrontato in un altro modo». Quale sia non è dato sapere. Anche il ministro degli Esteri D'Alema spiegava che la proposta di boicottare le Olimpiadi creerebbe solo «confusione», ma di iniziative più lineari e meno confuse non si vede nemmeno l'ombra, né da parte europea né italiana. I governi occidentali sanno benissimo solo cosa non possono permettersi di fare e minacciare.

Silenzio assordante da parte della Chiesa cattolica. Papa Ratzinger, nell'Angelus della Domenica delle Palme, ha del tutto ignorato i tragici eventi in Tibet, ritenendo forse più importante qualche ordinazione vescovile condivisa con Pechino. Evidentemente la vita e i diritti umani dei tibetani non ricadono tra i «valori non negoziabili» e la sola libertà religiosa che conta è quella dei cattolici.

E' stato detto che il Papa «non ha fonti dirette di informazione, non ha un nunzio o una comunità che viva lì da cui avere notizie e chiarimenti per eventuali appelli pubblici», ma è ridicolo. Autorevoli agenzie come Asianews e Misna documentano da giorni cosa sta accadendo in Tibet e il Papa dovrebbe fidarsi almeno dei suoi giornalisti.

Da parte americana si sottolinea che la Cina «deve rispettare la cultura tibetana, il carattere multi-etnico della sua società» e si ricorda che secondo il presidente Bush il governo cinese «deve dialogare con il Dalai Lama». Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha rinnovato a Pechino la richiesta di coinvolgere l'autorità spirituale tibetana, preannunciando di voler affrontare la questione con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi. Proprio alla vigilia della repressione il Dipartimento di Stato toglieva la Cina dalla top ten dei peggiori violatori dei diritti umani. Un'apertura di credito mai così infelice e intempestiva.

Prevedibile, invece, il totale appoggio della Russia a Pechino, anche se sorprende l'asprezza dei toni usati. Mosca auspica che le autorità cinesi assumano «le misure necessarie per fermare le azioni illegali e garantire la normalizzazione» della situazione in quello che viene definito il «distretto autonomo» del Tibet e bolla come «inaccettabile» qualsiasi tentativo di politicizzare le Olimpiadi. Nel comunicato si ribadisce anche che per la Russia il Tibet è «parte inseparabile della Cina» e che «la soluzione dei rapporti con il Dalai Lama è un affare interno».

Mentre nel vicino Nepal, dove vivono oltre 20 mila tibetani, la polizia ha disperso violentemente, con cariche, bastoni, lacrimogeni e arresti, le manifestazioni pacifiche degli esuli, più complicata e di difficile definizione la posizione dell'altro gigante asiatico, l'India. Tradizionalmente ospitale con la diaspora, in funzione anti-cinese, da alcuni anni la maggiore interdipendenza con Pechino ha raffreddato l'iniziale simpatia nei confronti della causa tibetana. La polizia indiana ha arrestato, senza usare violenza, oltre cento manifestanti durante la marcia che da Dharamsala doveva raggiungere e varcare la frontiera con la Cina, penetrando in Tibet, proprio all'inizio dei Giochi olimpici. Le autorità indiane permettono agli esuli tibetani di svolgere manifestazioni ma non di lasciare il distretto di Kangra per intraprendere iniziative provocatorie nei confronti della Cina.

Monday, March 03, 2008

L'offensiva parte e si ferma, Israele tentenna ancora

Da Ideazione.com

Quanto avevamo anticipato (Israele è pronta per l'offensiva a Gaza, Ideazione.com, 21 febbraio) sta accadendo. Nessuna dote in particolare, se non l'accortezza di prestare attenzione a quanto accade in Medio Oriente anche quando sono i razzi di Hamas a colpire le cittadine israeliane. E, come previsto, i media occidentali sono di nuovo tornati ad occuparsi del problema solo nel momento in cui è scattata la reazione israeliana, contro cui risuonano le reprimende "onusiane" ormai di rito, che bollano la reazione come "eccessiva e sproporzionata". Se di "sproporzione" ha peccato Israele nei suoi atti di legittima difesa, si è trattato di una sproporzione per difetto, tanto che da minacce come il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza non è ancora al riparo. Non ci sorprendiamo più se il titolo che il Corriere della Sera sceglie per la sua analisi ("Sotto le macerie una vittima comune: il negoziato di pace") fa eco alla dichiarazione del negoziatore capo palestinese Saab Erekat: il processo di pace con Israele «è ormai sepolto sotto le macerie di Gaza». La "pace" stranamente non viene mai data per sepolta sotto le macerie provocate dai razzi di Hamas.

Ancora non è chiaro che tipo di offensiva abbia deciso di lanciare il governo israeliano, anche se vari indizi ci inducono a propendere per un'operazione su larga scala, con raid aerei e invasione di terra, allo scopo di annientare Hamas, anche se certamente non mirata ad una nuova occupazione. Per Olmert sarà imperativo categorico questa volta non ripetere gli errori commessi contro Hezbollah in Libano.

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Rispetto a questo articolo tuttavia, nella notte si sono verificati sviluppi inattesi. Inaspettatamente, infatti, il premier israeliano Olmert ha ordinato il ritiro delle truppe di terra dal nord della Striscia di Gaza, prima ancora che la missione fosse completata (subito sono ripresi i lanci di razzi contro le cittadine israeliane di confine), suscitando le proteste dei membri della Commissione Esteri e Sicurezza della Knesset. Una decisione davvero "sorprendente e senza precedenti", che tra l'altro ha offerto ai leader di Hamas l'occasione di proclamarsi vittoriosi sull'esercito israeliano che batte in ritirata.

Proseguono raid aerei e colpi di artiglieria, che però, come spiegano fonti militari, già in passato si sono dimostrati inefficaci nel porre fine al lancio di razzi Qassam dalla Striscia.

Secondo Olmert, attacchi brevi e intensi avrebbero dovuto disinnescare la crisi ed evitare la necessità di un'offensiva militare più ampia. Il suo stop appare quindi una censura dell'operato dei ministri degli Esteri e della Difesa, Livni e Barak, e delle posizioni dei ministri "falchi", Avi Dichter e Shaul Mofaz.

Ma è possibile che la fine dell'incursione di terra sia stata chiesta direttamente da Washington. Secondo fonti politiche israeliane il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, avrebbe minacciato di cancellare la sua visita, prevista per il 4 marzo, nel caso in cui si fosse dovuta svolgere a operazioni ancora in corso. La Rice avrebbe inoltre addossato al governo israeliano la colpa della sospensione dei colloqui di pace, decisa dal presidente palestinese Abu Mazen, e quindi accusato Gerusalemme di minare l'intera strategia dell'amministrazione Bush in Medio Oriente. Olmert avrebbe quindi deciso di piegarsi alle pressioni americane.

In ogni caso, resta il fatto che ancora una volta il governo israeliano è apparso lacerato al proprio interno e incapace di portare fino in fondo le decisioni prese. E i tentennamenti del governo non fanno che acuire il senso di insicurezza e frustrazione presso l'opinione pubblica israeliana.

Thursday, November 29, 2007

Il futuro del Medio Oriente passa per Washington. Nonostante la guerra irachena

... o anche grazie a quella guerra, che per molti avrebbe dovuto provocare l'isolamento degli Usa da parte delle piazze e delle capitali arabe?

La situazione si va lentamente normalizzando in Pakistan, dopo che il 3 novembre scorso Musharraf aveva proclamato lo stato d'emergenza e dato il via a una serie di arresti. Il generale/presidente sta rientrando nel solco tracciato d'intesa con gli Usa per la democratizzazione del paese. Musharraf non è più a capo dell'esercito: ha finalmente rinunciato al suo potere militare e ha giurato da presidente, in abiti civili. Le elezioni si terranno come previsto entro il 15 gennaio. Gli oppositori arrestati sono stati liberati. Sharif e Benazir Bhutto potranno candidarsi alle elezioni, anche se comprensibilmente gridano ad "elezioni farsa" per il permanere delle leggi d'emergenza. Pare che tutto o quasi, comunque l'essenziale, stia andando come chiedavano gli oppositori e come suggerivano gli americani.

Nel frattempo, la conferenza di Annapolis ha lanciato una nuova stagione di negoziati tra israeliani e palestinesi. Il coinvolgimento nel summit di importanti paesi arabi a livello dei ministri degli Esteri e la presenza, la collaborazione europea, sono già dei risultati politici: un segnale promettente verso il consolidamento di quell'"alleanza" che Washington sta faticosamente cercando di comporre tra paesi sunniti e Occidente per il contenimento della minaccia egemonica dell'Iran sull'intera regione.

Solo di una «photo opportunity» si è trattato, ha osservato Carlo Panella su Il Foglio. Ma difficilmente una «photo opportunity» è stata così politicamente significativa. Un'immagine addirittura «clamorosa» ne è scaturita, perché «ha visto tutti i paesi islamici e arabi del mondo (escluso l'Iran) rendere omaggio alla saggia iniziativa di George W. Bush. Per la prima volta nella storia anche questo, soltanto questo, una foto, ha assunto un suo significato profondissimo... Il vero, straordinario risultato che George W. Bush e Condoleezza Rice sono riusciti a conseguire – a quattro anni dalla guerra a Saddam – è di avere costretto tutto il mondo musulmano e arabo a riconoscere la propria leadership incontrastata. Tutti sono dovuti andare ad Annapolis» per non rimanere isolati come l'Iran; anche la Siria.

Certo, ancora nulla di concreto è emerso riguardo le possibili soluzioni ai problemi che dividono israeliani e palestinesi. Li aspettano mesi di durissimo lavoro. Soprattutto sul nodo centrale dei profughi e del carattere ebraico dello Stato di Israele, una questione prima di tutto di volontà politica. Su questo, osserva Panella, «dovrà esercitarsi al massimo la pressione internazionale, per convincere gli stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto in primis, a riconoscere – nonostante i sicuri e gravissimi contraccolpi islamisti sul piano interno – il riconoscimento del diritto degli ebrei in quanto tali ad avere uno stato in Palestina». Senza questa pressione, con il contributo dell'Europa che può essere determinante, l'insuccesso è assicurato.

Da notare, segnalata da Maurizio Molinari, la grande sintonia tra il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, e il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, per una pace in Medio Oriente basata sui processi democratici, la lotta al terrorismo e l'isolamento di un Iran smanioso di procurarsi la bomba atomica. E a dimostrazione della ritrovata intesa tra Parigi e Washinton, il primo seguito formale di Annapolis è previsto proprio nella capitale francese.

Monday, November 05, 2007

Pakistan. Usa e GB non stanno a guardare

Non c'è dubbio che durante questi anni di guerra al terrore con i fronti aperti in Afghanistan e in Iraq, la dottrina Bush abbia trovato nel Pakistan di Musharraf un'eccezione. La democrazia in Pakistan poteva aspettare, perché troppo importante l'amicizia con la dittatura militare al potere a Islamabad in funzione anti-talebana e anti-al Qaeda.

Chiudendo un occhio, scegliendo un approccio più attendista nei confronti del regime di Musharraf, Bush ha dimostrato che la sua strategia di esportazione globale della democrazia è molto meno utopistica e fanatica, molto più ponderata e realistica, di quanto si sia portati a credere.

Ma tutto ha un limite. Gli Stati Uniti hanno continuato a lavorare per un'evoluzione in senso democratico del Pakistan, concordando con Musharraf il calendario di un processo politico in tal senso, nel quale si inserisce il ritorno nel paese di Benazir Bhutto. Di fronte allo stato d'emergenza proclamato nei giorni scorsi e alla violenta repressione degli oppositori ordinata da Musharaff, non si è fatto attendere il monito da parte di Washington e Londra.

Il guaio, infatti, è che sebbene Musharraf abbia parlato di misure «anti-terrorismo», la repressione è scattata anche per politici e attivisti dei diritti umani non legati ad ambienti jihadisti.

Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha minacciato la revoca degli aiuti economici (tranne quelli stanziati per la guerra al terrorismo), ha invitato le autorità pakistane a indire le elezioni in base alla costituzione e il presidente Musharraf a dimettersi da capo delle forze armate.

Oltre alla conferma delle elezioni a gennaio, un portavoce del primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che la Gran Bretagna si aspetta da Musharraf la revoca dello stato di emergenza e il ripristino dei diritti garantiti dalla costituzione.

Purtroppo temiamo che il colpo di mano deciso da Musharraf indichi proprio la volontà di tenerle davvero le elezioni a gennaio, non prima però di aver tolto di mezzo, intimidito e indebolito a dovere i suoi oppositori.

Thursday, October 04, 2007

Yulia contro il nuovo "inciucio" ucraino

Con tempistica per lo meno sospetta, proprio nel momento in cui si stava delineando la vittoria elettorale, seppure di misura, della coppia filo-occidentale Yushenko-Tymoshenko, la Gazprom, il colosso energetico russo controllato dallo Stato, minacciava di chiudere i rubinetti del gas all'Ucraina, se entro un mese Kiev non avesse saldato il debito, che secondo Mosca ammonterebbe a un miliardo e trecentomila dollari. Il colpo si deve essere fatto sentire, se oggi da Mosca sono arrivate rassicurazioni sia sulla disponibilità dell'Ucraina a saldare (anche da Kiev non sono giunte dichiarazioni bellicose), sia sull'assenza di rischi per le forniture in Europa.

Ma «a Mosca sanno che di fronte alla paura dei termosifoni spenti la voglia di sostenere la democrazia viene meno in molte capitali europee», commentava ieri Anna Zafesova su La Stampa. La Commissione Ue ha comunque deciso di riunire gli esperti del gas dei 27 Paesi membri a metà ottobre, per valutare la situazione tra Russia e Ucraina, invitando all'incontro anche i rappresentanti delle aziende energetiche di Mosca e Kiev.

L'affermazione elettorale della coppia Yushenko-Tymoshenko non è tale da far pensare a un immediato superamento della fase di stallo e ingovernabilità che da mesi affligge l'Ucraina. Ne sono il segno evidente le prime dichiarazioni dei due a risultato acquisito. Il presidente Yushenko ha invitato i tre principali partiti, quindi compreso quello filo-russo del premier uscente Yanukovic, ad avviare consultazioni per formare un governo di unità nazionale. Yulia Tymoshenko ha però subito replicato bocciando l'idea del presidente: «Mai in una coalizione con i filorussi. In caso si formasse una coalizione tra Nostra Ucraina [Yushenko, n.d.r.] e il Partito delle Regioni [Yanukovic, n.d.r.] resteremo all'opposizione. Non faremo da tetto politico alla mafia». Parole dure.

I due protagonisti della "rivoluzione arancione" inaugurano nel peggiore dei modi la fase post-elettorale, mostrando di poter ricadere – a meno che non sia in atto un gioco delle parti – nel medesimo errore fatto in passato, quello di dividersi, che ha permesso all'ex premier filo-russo Yanukovic di approfittarne e di inserirsi nelle crepe, e ha causato la disaffezione di molti loro sostenitori.

Yushenko sembra forse più pragmatico. Probabilmente sa che le urne non hanno regalato al fronte filo-occidentale una forza tale da reggere ad un altro prolungato periodo di instabilità e, per di più, sotto le pressioni di Mosca. Così, con realismo, avanza la prospettiva di una coabitazione, certamente difficile, ma forse l'unico modo per responsabilizzare Yanukovic, sottraendolo alla tentazione di giocare al massacro. Un gioco che rischierebbe di travolgere definitivamente le posizioni fin qui acquisite dalla nuova Ucraina. Inoltre, il presidente pensa così di accreditarsi come figura di salvaguardia dell'unità nazionale e poter procedere alla riforma costituzionale necessaria per delineare meglio le prerogative di presidente e premier prima delle presidenziali del 2009.

Yulia, al contrario, può sostenere che la coabitazione è stata già tentata con esiti da dimenticare e che oggi tradirebbe le attese e gli accordi pre-elettorali. Sembra avere le idee più chiare e i principi più saldi, oltre ad essere più in sintonia con l'elettorato. Quindi, rifiuta l'"inciucio", di cui tra l'altro è già rimasta vittima in passato.

Ciò che accade in Ucraina può avere contraccolpi in senso positivo, o negativo, anche sulle altre ex repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Georgia fino a tutto il Caucaso e all'Asia centrale. Putin sa di giocarsi in Ucraina molte delle chance di restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale. Nonostante la centralità strategica dell'Ucraina – per la Russia e, di riflesso, anche per l'Ue, che è ai suoi confini – Bruxelles e le capitali europee sembrano troppo lontane da ciò che accade a Kiev.

Le pressioni russe, che Yushenko e Tymoshenko per primi fanno bene a non drammatizzare, e i pericoli di una nuova fase di instabilità a Kiev, si intrecciano con la notizia che Putin, non potendosi candidare per un terzo mandato presidenziale, ha però trovato l'escamotage per mantenere il controllo del potere: candidandosi alle elezioni legislative di dicembre come capolista del suo partito, Russia Unita, investire un presidente "fantoccio" e farsi nominare primo ministro. In questo modo, grazie al suo prestigio personale, attribuite alla carica di primo ministro l'influenza e l'autorità sufficienti, continuerebbe a indirizzare tutte le scelte del Paese. E nulla gli vieterà, se necessario, di trasferire molti poteri, oggi di competenza presidenziale, al capo del governo.

Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha dichiarato al New York Post di credere al presidente russo quando assicura di non voler cambiare la Costituzione, ma non è rimasta indifferente alla sua ultima manovra: «Ciò che preoccupa della Russia di oggi è la concentrazione di potere nel Cremlino», avverte, perché «è abbastanza ovvio che non ci sono forti contrappesi istituzionali: il Consiglio federativo non lo è. La Duma non lo è, i tribunali non lo sono». Si tratta di «una questione interna russa», invece, per la Commissione europea, anche se poi ha chiesto a Mosca di invitare l'Osce a seguire le elezioni.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non sono più soli di fronte a una Russia che sfida l'Occidente praticamente su tutti i capitoli dell'agenda internazionale. Dal più piccolo al più grande, non manca di reagire tirando la corda dal capo opposto a quello da cui la tirano Usa ed Europa. Per Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, la Rice «ha ragione». Quello di Putin è un «metodo originale» per restare al potere. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha nei confronti di Putin un atteggiamento molto più distaccato e critico rispetto al suo predecessore Schroeder. Le relazioni tra Gran Bretagna e Russia, soprattutto dopo l'omicidio Litvinenko, non hanno forse mai raggiunto un livello così basso. E poi c'è il presidente francese Nicolas Sarkozy – la cui "rupture" con la politica estera chirachiana è ogni giorno più evidente – che è arrivato a denunciare la «brutalità» dei metodi di Mosca.

Di ieri, inoltre, un lungo appello di Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, e Martti Ahtisaari, ex premier finlandese, per una politica estera comune dell'Ue. In un passaggio i due affrontano anche il nodo Putin, osservando che «l'Ue ha sottostimato costantemente la propria forza, esagerando quella del Cremlino di Putin e permettendo a questo paese di farsi sempre più bellicoso». Lentamente, forse troppo lentamente, ma sta cambiando l'atteggiamento europeo nei confronti della Russia di Putin.

P.S. E il Governo italiano? Come del resto anche su tutti gli altri temi più scottanti dell'agenda internazionale – vedi il nucleare iraniano – silenzio assoluto, per interessi commerciali o ben più prosaiche esigenze di coalizione.