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Thursday, May 05, 2011

Altro che foto, è il momento di battere il ferro

«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».

Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.

Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».

Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».
Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».
Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.

Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.

Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».
Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.

Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.

Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".

Wednesday, May 04, 2011

Foto o non foto

E' ormai un caso dei nostri tempi: i mainstream media (soprattutto italiani) che danno credito alle più strampalate tesi complottiste sulle versioni ufficiali dei governi americani (di qualsiasi colore politico) e che invece si bevono e rilanciano sui loro siti e sulle prime pagine la propaganda utile agli islamisti dei più oscuri e inaffidabili servizi segreti.

Dopo le due foto da fonti pachistane - evidentemente false, eppure schiaffate in prima pagina - di Bin Laden morto, l'ultimo esempio questa mattina. La figlia: "Preso vivo, poi assassinato", si legge su tutti i siti, come se fosse stata interpellata direttamente. Ma quanti lettori andranno a leggersi che in realtà è la tv satellitare araba Al Arabiya a riportare che una fonte anonima dei servizi di sicurezza pakistani (gli stessi che per anni hanno chiuso entrambi gli occhi sul nascondiglio di Bin Laden) ha riferito che la figlia dodicenne di Bin Laden sostiene che... eccetera eccetera?

I migliori servizi si leggono su La Stampa, come questo di Molinari (ma anche di Mastrolilli), per il resto tranne le solite eccezioni di nicchia ci sarebbe da piangere (gli editoriali in prima del Corriere sono ancor più raccapriccianti di qualsiasi foto di Osama).

In realtà, per avere la conferma che sia stato davvero ucciso, non serve l'immagine truculenta del corpo di Bin Laden, che tanto non fermerebbe le speculazioni e le teorie della cospirazione, anzi ne solleverebbe di nuove. Come prova potrebbe persino bastare questa splendida foto che per la prima volta ritrae il presidente degli Stati Uniti e il suo staff mentre chiusi nella Situation Room della Casa Bianca assistono in diretta tv ad una missione segreta. Parlano gli sguardi tesi di Obama, di Hillary Clinton, dei generali e dei funzionari. Ma non si tratta di "credere" e "affidarsi", bensì di usare semplicemente le informazioni che abbiamo e la pura logica, senza pregiudizi.

Pubblicare o meno una foto di Bin Laden trucidato non è questione di poco conto, non è una decisione che può essere presa alla leggera, anche se ai più sembrerà banale. Di certo nulla può avere a che fare con l'esigenza di "provare" che Bin Laden sia stato davvero ucciso. Se non fosse così il leader di Al Qaeda potrebbe facilmente smentire Obama e segnare un clamoroso punto a suo favore. Il problema, delicatissimo, è quello degli effetti di breve e lungo termine che può provocare la pubblicazione di immagini. Potrebbero fomentare il desiderio di vendetta dei terroristi, ma anche offendere la sensibilità di larghi strati di popolazioni islamiche nient'affatto estremiste. Invece che una prova definitiva che metta un freno alle dietrologie, potrebbe rivelarsi uno strumento di propaganda in mano ai nemici dell'America e dell'Occidente. E nel caso di un video c'è persino il rischio di rivelare importanti dettagli del modo in cui operano le forze speciali. Tutte cose che attengono alla sicurezza non solo degli americani, ma dell'intero mondo occidentale.

«A me piacerebbe vedere la foto di Bin Laden che si nasconde dietro una donna, usandola come scudo - osserva per esempio Edward Luttwack, intervistato da Mastrolilli su La Stampa - invece preferirei evitare un'immagine del suo corpo tipo quella del cadavere di Che Guevara, che diventò un'arma nelle mani della propaganda antiamericana». Per l'ex segretario di Stato Lawrence Eagleburger, «la decenza è una delle differenze principali tra noi e i terroristi che siamo costretti a combattere: non ci serve usare le immagini di un grande successo, per fare altra propaganda». Al contrario delle teste mozzate che Al Qaeda ci ha imposto di vedere negli ultimi anni.

Prima o poi le immagini arriveranno, ma non c'è alcuna fretta. L'amministrazione Usa non deve provare nulla ai cospirazionisti di professione. Il successo della missione è dalla sua parte. Al momento opportuno, quando gli animi si saranno calmati, ci sarà spazio anche per le prove documentali. Una soluzione per adesso sarebbe farle visionare ai deputati e ai senatori Usa, ai rappresentanti del popolo americano.

Tuesday, May 03, 2011

I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)

Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).

Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.

Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.

Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.

Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.

I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.

L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Tuesday, October 06, 2009

Ascoltare i generali, i siluri di Kissinger a Biden e Obama

Con tutto il rispetto per il presidente Obama, che si trova di fronte a un autentico dilemma politico, Henry Kissinger un paio di siluri li lancia nell'analisi comparsa venerdì scorso sul sito di Newsweek, e tradotta ieri da La Stampa. Tre le opzioni in Afghanistan: continuare con il dispiegamento attuale, il che significherebbe però abbandonare la strategia proposta da McChrystal e sostenuta da Petraeus e verrebbe interpretato come il «primo passo del ritiro»; diminuire il contingente optando per una ulteriore nuova strategia, quella sostenuta dal vicepresidente Joe Biden; aumentare le truppe con una strategia che si concentri sulla sicurezza della popolazione. Kissinger è favorevole a questa terza soluzione, ma coinvolgendo diplomaticamente «i potenti vicini» dell'Afghanistan.

Con il primo "siluro" Kissinger ridicolizza le tesi del vicepresidente Biden. La nuova strategia che sostiene «ridurrebbe la missione essenzialmente all'antiterrorismo rinunciando all'impegno anti-guerriglia, con l'argomento che l'obiettivo strategico per l'America è impedire che l'Afghanistan torni a essere una base del terrorismo internazionale. Quindi, la sconfitta di Al Qaeda e della jihad sarebbe una priorità dominante». Dal momento che i talebani rappresenterebbero solo una minaccia locale, e non globale. Alla base c'è la convinzione che i talebani e Al Qaeda abbiano diversi interessi strategici. «Un negoziato con loro isolerebbe Al Qaeda e porterebbe alla sua sconfitta, in cambio non verrebbe sfidata la presa dei talebani sul governo del Paese».

E' una teoria che però a Kissinger sembra «troppo contorta»: «Sono stati proprio i talebani a fornire le basi per Al Qaeda. E' improbabile riuscire a separarli precisamente dal punto di vista geografico. Ciò implicherebbe anche la divisione dell'Afghanistan lungo linee funzionali, poiché è altamente improbabile che le azioni civili su cui si basano le nostre politiche possano essere poste in atto in aree controllate dai talebani. Perfino i cosiddetti realisti, come me, riderebbero di una tacita cooperazione degli Usa con i talebani al governo in Afghanistan».

Non ha preso posizione esplicitamente, ma da quanto ha fatto intendere in un'intervista alla CNN di oggi, neanche il segretario alla Difesa, Robert Gates, sembra d'accordo con le tesi di Biden. Per Gates i destini dei talebani e di al Qaeda sono strettamente legati: se i talebani dovessero prendere il controllo di «vaste porzioni» dell'Afghanistan, ciò offrirebbe «maggiore spazio ad al Qaeda per rafforzarsi. Ma ciò che è più importante, dal mio punto di vista, è il messaggio che sarebbe inviato, l'affermazione dell'autorità» della rete di Osama bin Laden. Se «in questo momento i talebani hanno slancio», è «a causa della nostra incapacità e, francamente, a quella dei nostri alleati, a inviare abbastanza truppe in Afghanistan».

Tra l'altro, il disinteresse di Biden per la stabilizzazione e il futuro politico dell'Afghanistan mi ricorda molto l'errore che le amministrazioni Usa fecero dalla fine dell'occupazione sovietica a tutti gli anni '90. Quando fu deciso di aiutare i mujahidin contro i sovietici, una debacle e il conseguente ritiro di questi ultimi (o addirittura la caduta dell'Urss) era ritenuto un esito talmente remoto che non fu predisposto alcun piano politico sull'Afghanistan. L'obiettivo era logorare e contenere i sovietici, mentre l'unico convinto della possibilità di scacciarli era l'allora direttore della Cia Casey. Del destino dell'Afghanistan agli Usa non importava nulla.

Quando, però, ciò che non si riteneva possibile accadde, il futuro assetto dell'Afghanistan avrebbe dovuto interessare eccome gli Usa, che invece fecero l'errore di lasciare campo libero al progetto coltivato per anni dall'ISI, il servizio segreto pakistano. Oggi Biden vorrebbe abbandonare l'Afghanistan al suo destino per una seconda volta, non comprendendo che il Paese è nell'interesse strategico dell'islamismo radicale dagli anni '80.

Il secondo "siluro" di Kissinger è diretto all'indecisione del presidente e alle sue inconfessabili cause: «I responsabili della catena di comando in Afghanistan, ciascuno con qualifiche eccezionali, sono stati tutti nominati dall'amministrazione di Obama. Respingere i loro consigli significherebbe far trionfare la politica interna sulle valutazioni strategiche».

C'è da chiedersi, infine, come mai tra «i potenti vicini» dell'Afghanistan - Pakistan, India, Cina, Russia, Iran - nessuno fino ad ora si sia davvero impegnato per la sua stabilizzazione. Kissinger chiede un impegno diplomatico nei confronti di questi Paesi. Ma se Cina, India e Russia sembrerebbero in effetti avere tutto l'interesse a una sconfitta dell'islamismo radicale (pur avendo anche l'interesse a mantenere il più possibile sotto pressione e bisognosi del proprio aiuto gli Usa e la Nato), lo stesso non si può dire del Pakistan e dell'Iran.

Tuesday, September 22, 2009

Il presidente degli appelli tentenna sull'Afghanistan

Sogni di realpolitik

Appelli, appelli, appelli. Appelli per il clima; per la pace in Medio Oriente; per il dialogo con l'Iran. Barack Obama è il presidente degli appelli, ma anche se non si può certo trarre un bilancio, nemmeno parziale, della sua politica estera, non si può non notare come fino ad oggi abbia raccolto pochissimo, direi quasi nulla, dalle aperture che ha disseminato per il mondo, al prezzo di qualche incrinatura nei rapporti con gli storici alleati dell'America, dall'Estremo Oriente all'Europa dell'Est, passando per Israele.

Ma è in particolare sull'Afghanistan che la sua credibilità come comandante in capo è messa a dura prova in questi giorni, soprattutto dopo la rivelazione del rapporto del generale McChrystal. Un rapporto pronto dal 30 agosto, ma che l'amministrazione - qualcuno pensa per motivi di politica interna - ha deciso di non prendere in esame fino a pochi giorni fa. Un rapporto nel quale si avverte senza mezzi termini che senza ulteriori rinforzi in Afghanistan si va incontro al fallimento. Obama dice che prima di mandare altri uomini vuole avere chiara la strategia; certo, la strategia conta, ma le truppe combattenti ad oggi impegnate sono talmente esigue che a mio avviso si può iniziare a parlare di strategia solo dopo aver riconsiderato i numeri.

Oggi il Washington Post (a Woodward si deve lo scoop - l'ennesimo - del rapporto McChrystal) è uscito allo scoperto accusando esplicitamente il presidente di essere troppo «esitante» e «dubbioso» sull'Afghanistan in un «momento cruciale» per la campagna. Un editoriale lo rimprovera di «aver dimenticato le sue stesse parole a favore di una campagna contro l'insurrezione», come «se avesse un ripensamento» rispetto a quanto affermava soltanto cinque mesi fa: «Che cosa è cambiato dallo scorso marzo?», si chiede il WP. E le innumerevoli apparizioni tv di Obama in questi giorni rischiano di trasformarsi in un boomerang, perché le sue risposte rafforzano l'impressione della sua indecisione su un fondamentale tema di sicurezza nazionale come l'Afghanistan.

Tra l'altro, ad aggravare la situazione c'è anche la denuncia nient'affatto sorprendente del generale McChrystal, che nel suo rapporto, rivela oggi il Los Angeles Times, accusa i servizi segreti pakistani e iraniani di sostenere i talebani. Un'accusa molto verosimile. «L'insorgenza afghana è chiaramente sostenuta dal Pakistan», scrive il generale. I leader talebani «sono assistiti da alcuni elementi dell'Isi», mentre per quanto riguarda l'Iran, «le forze al Quds stanno addestrando combattenti per alcuni gruppi talebani e fornendo altre forme di assistenza militare agli insorti».

Della rinuncia allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica ceca ho già scritto - e c'è davvero da sperare che Obama abbia ricevuto almeno qualcosa in cambio dai russi, almeno un "sì" a nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran - ma anche quella decisione, almeno nel modo in cui è stata gestita, questa settimana viene criticata su Newsweek da Fareed Zakaria, proprio per il significato politico che ormai lo scudo aveva assunto per russi, polacchi e cechi. «Di questi tempi - ha commentato il Wall Street Journal - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che l'America sta lavorando sodo per creare avversari laddove in precedenza aveva amici».

E così non posso che condividere l'analisi di Christian Rocca, qualche giorno fa su Il Foglio, secondo cui in questo momento «l'approccio» di Obama sembra «costellato da una serie di mosse azzardate senza la certezza di contropartite valide e da un'assenza di visione strategica globale che denota la difficoltà di formulare un'alternativa multilaterale seria ed efficace, dotata di un linguaggio chiaro e coerente, da contrapporre alla chiarezza morale dell'unilateralismo di George W. Bush». Cosa farà Obama se iraniani, russi e nordcoreani respingeranno le sue aperture? C'è da cominciare a temere che esiterà sul da farsi come sull'Afghanistan, invece di riconoscere che l'atteggiamento ostile dei nemici degli Stati Uniti non era provocato dall'"unilateralismo" di Bush, ma da deliberate scelte politiche di quei regimi che nessuna mano tesa e realpolitik può ammorbidire. E se a un certo punto bisognerà riconoscere che non era Bush il "cattivo", e che l'"Asse del Male" esiste per davvero? Verrà il tempo di smettere di sognare a occhi aperti e mani tese?

Friday, September 18, 2009

Le guerre o si combattono o si subiscono

Ogni volta che uno dei nostri valorosi soldati muore o si ferisce in Afghanistan o altrove, qui in Italia si comincia a voler ridiscutere tutta la missione. Le chiacchiere, le ipocrisie e le dotte analisi militari e geopolitiche stanno a zero. La verità potrebbe essere molto più semplice. Sarò ingenuo, ma a me pare che la durata di una guerra sia inversamente proporzionale al numero di forze impiegate e all'intensità dei combattimenti (e, purtroppo, al numero di perdite). Minori sono i rischi che si accettano di correre e le risorse che si decidono di impiegare, maggiore sarà il tempo necessario per avere ragione del nemico. Ma al di sotto di una certa soglia di impegno, e oltre un certo numero di anni, il rischio è che senza neanche accorgersene non solo i tempi si dilatano e l'obiettivo si vede sfumare all'orizzonte, ma che non si riesca neanche più a contenere il nemico che prende coraggio dalla propria capacità di resistenza. Mi pare sia ciò che sta accadendo in Afghanistan.

Tanto che negli stessi Stati Uniti da tempo si dubita dei reali obiettivi della missione. Non è sufficientemente chiaro, rimproverano molti, se lo scopo ultimo sia la sconfitta totale e definitiva dei talebani e di al Qaeda, e il successo dell'operazione di nation building, cioè di rafforzamento delle nuove istituzioni afghane, o se la missione possa considerarsi conclusa anche in presenza di una certa attività di insorgenza da parte talebana, accontentandosi di avere a Kabul un governo "amico", seppure non in grado di controllare tutto il territorio. Senza la necessaria chiarezza sullo scopo ultimo della missione è difficile valutare i progressi e prendere decisioni sui mezzi da impiegare per raggiungerlo.

La sensazione è che finora gli Stati Uniti e gli altri Paesi Nato si siano accontentati di tenere impegnati i talebani e di braccare al Qaeda per impedirgli di organizzare attacchi in Occidente, ma non abbiano davvero cercato di distruggerli. Nei giorni scorsi l'amministrazione Obama ha mostrato ad alcuni senatori un documento in cui si chiariscono obiettivi e parametri per valutare i progressi della missione. Sembrano quelli più ambiziosi (e quindi potrebbero preludere all'invio di nuove truppe), anche se rimangono ancora un po' troppo generici.

Tra uno sforzo più concentrato nel tempo e di maggiore intensità ma più traumatico (in termini di vite umane) per le opinioni pubbliche, e uno più dilatato ma meno sanguinoso, la politica sembra aver scelto il secondo, ma le è davvero convenuto? Se da un lato una guerra ad alta intensità sarebbe risultata meno digeribile per il fronte interno, dall'altro le motivazioni sarebbero apparse più fresche e attuali di quanto lo siano oggi, mentre ora affiora una certa stanchezza, il successo è lontano e l'opinione pubblica si è scordata perché siamo in Afghanistan. Adesso ci troviamo in un vicolo cieco: lasciare è impossibile, perché tornerebbero al potere i talebani e ben presto al Qaeda ricomincerebbe a progettare attacchi contro l'Occidente; ma continuando così rischiamo un nuovo Vietnam.

Dunque, l'unica strada praticabile sembra quella di intensificare lo sforzo militare, ma se l'avessimo fatto dall'inizio ci saremmo almeno risparmiati questi 8 anni e le opinioni pubbliche sarebbero state meno stanche. Insomma, ciò che abbiamo voluto evitare all'inizio non possiamo più evitarlo: combattere sul serio. Tra l'altro, si tratta di una guerra asimmetrica, del tutto diversa da quelle classiche. Non ci troviamo di fronte un esercito appartenente ad un'entità statuale, quindi non c'è alcuna possibilità che il nostro nemico dichiari la sua capitolazione. I talebani e al Qaeda si batteranno finché non morirà l'ultimo di loro. In pratica, dovremo ucciderli tutti e non sottovalutare il fatto che dispongono di una lunghissima retrovia lungo i confini con il Pakistan.

P.S. Sarebbe bene anche abbandonare un'altra ipocrisia: finché l'uso della forza rimarrà "proporzionato" è difficile che l'equilibrio cambi a nostro favore; è con l'uso "sproporzionato" della forza che si vincono le guerre.

Thursday, April 16, 2009

Tempi cupi, le aperture di Obama non basteranno

Tira una brutta aria, perché le aperture al dialogo di Obama in tutte - davvero in tutte - le direzioni sembrano suscitare un senso di sollievo e rilassamento, persino di entusiasmo, tra gli analisti, i commentatori e i media mainstream, oltre che nelle capitali occidentali. Quasi che l'ammorbidimento delle posizioni e dei toni Usa sia destinato di per sé a risolvere tutte le crisi e a migliorare ogni rapporto conflittuale. Peccato che a questo clima rilassato e vagamente ottimista non corrispondano fatti altrettanto tranquillizzanti. Le sfide sembrano aumentare e crescere di complessità; gli stati canaglia alzano la posta, per sfruttare il più possibile a loro vantaggio la nuova aria che spira a Washington.

L'Iran, innanzitutto. La prima conseguenza dell'apertura di Obama è che la sospensione dell'arricchimento dell'uranio non è più una precondizione per l'avvio dei negoziati. Teheran non chiedeva di meglio. Mentre si discute potrà continuare a portare avanti il suo programma, e magari in corsa riuscirà a ottenere persino qualche benefit. Come detto, spetta a Obama capire prima possibile le reali intenzioni di Teheran e tirare le somme del suo tentativo senza farsi impantanare in un dialogo il cui unico obiettivo da parte dell'Iran fosse quello di prendere tempo per mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto dell'atomica sciita.

Intanto, il governo egiziano sembra aver capito che gli iraniani mirano a destabilizzare il paese, colpendo il turismo e il commercio, settori strategici per l'economia egiziana. L'Egitto è forse l'unico vero ostacolo rimasto tra Teheran e le sue ambizioni egemoniche sull'intera regione. Nei giorni scorsi sono stati arrestati 49 uomini accusati di essere vicini a Hezbollah e di progettare attentati nel Sinai contro mete turistiche frequentate da israeliani e contro infrastrutture egiziane, tra cui il canale di Suez. Sarebbero stati il Mossad e la Cia a fornire le informazioni agli egiziani.

Il ministro degli Esteri egiziano, Abul Gheit, è stato molto esplicito con il quotidiano Asharq al-Awsat, promettendo «grandi sorprese» quando saranno resi noti i particolari sulla cellula sciita operante nel Sinai: «Aspetto con ansia il momento in cui vedrò le facce di coloro che dentro e fuori l'Iran dettano le istruzioni... quando leggeranno il rapporto preparato dal procuratore di Stato. La questione Hezbollah dimostra che l'Iran vuole trasformare l'Egitto in un trampolino iraniano per chi vuole penetrare in Medio Oriente. Ma l'Egitto non fa da trampolino a nessuno». Secondo il quotidiano Haaretz quella egiziana è una vera e propria «rabbia» nei confronti di Teheran. Di poche settimane fa la rottura tra Marocco e Iran, dopo la scoperta dei tentativi di infiltrazione islamico-sciita nel regno sunnita retto da Maometto VI.

Ma se Obama si volta verso Israele, l'orizzonte non appare più sereno e le cose si fanno se possibile più complicate. Il ministro degli Esteri israeliano Lieberman ha spiegato all'inviato speciale di Obama per il Medio Oriente, George Mitchell, che il governo Netanyahu non crede più nella politica delle concessioni e dei ritiri unilaterali (che hanno portato alla guerra con Hezbollah nel 2006 e al rafforzamento di Hamas), che non si riconosce in Annapolis, ma si sente vincolato solo al rispetto della "road map", che prevede (pochi se ne ricordano) la cessazione di ogni violenza e terrorismo tra le condizioni per la nascita di uno stato palestinese.

Lieberman ha chiesto «impegni senza equivoci» da parte di Washington sulla sicurezza di Israele e la sua natura di stato ebraico. Le parole di Lieberman sembrano confermare il cambio di rotta del nuovo governo israeliano: la priorità è l'Iran; nel frattempo, "pace economica" con i palestinesi: Israele è disponibile a tutto per migliorare le condizioni economiche dei palestinesi, ma «se vogliamo una soluzione stabile alla questione palestinese dobbiamo in primo luogo fermare l'intensificazione e l'espansione della minaccia iraniana». Al contrario di Bush, l'amministrazione Obama sembra sposare l'approccio più tradizionale che vede nel processo di pace e nella minaccia iraniana due problemi separati. Ciò costituirà un problema di non poco conto nei rapporti con Israele.

Nulla di buono neanche dalla Corea del Nord, che in una settimana ha effettuato un test missilistico (fallito), espulso gli ispettori delle Nazioni Unite, abbandonato i colloqui a sei e minacciato di riaccendere i reattori e proseguire nel programma nucleare, a dimostrazione di quanto fosse propagandistico il successo diplomatico sbandierato in "zona Cesarini" dall'amministrazione Bush. E' fin troppo evidente che il regime di Pyongyang è attratto dalla prospettiva di lucrare dalla nuova stagione di dialogo a 360° inaugurata dalla presidenza Obama. Spera di ricominciare con il solito tira e molla, ottenendo ulteriori concessioni. E, magari, di seguire l'esempio iraniano, costringendo Washington a colloqui diretti senza precondizioni.

Non meno gravi gli ultimi sviluppi in Afghanistan e Pakistan, dove la situazione sembra precipitare di giorno in giorno. Riguardo l'Afghanistan, Obama sembra aver capito che esiste un problema strettamente militare: la quantità di truppe impegnate sul terreno. Prosegue, però, la progressiva perdita di controllo del Pakistan. Un processo a dire il vero iniziato già con la precedente amministrazione, ma che pare accentuarsi con Obama, che mostra molte incertezze e nessuna strategia. Il fatto che il presidente pachistano Zardari abbia addirittura concesso l'introduzione della sharia in una zona del paese, lo Swat, per venire a patti con i talebani pakistani è davvero inquietante. In pratica una cessione di sovranità ai talebani dalle conseguenze potenzialmente disastrose per la stabilità del paese.

Sulle differenze tra Bush e Obama in politica estera avremo modo di tornare.

In questo scenario a tinte fosche, l'unica nota positiva potrebbe paradossalmente giungere da un'altra dittatura, quella cinese, che in questa fase sembra se non altro muoversi con un certo pragmatismo. La leadership di Pechino dimostra di saper trattare i suoi interessi con realismo. E' nazionalista, ma almeno il potere non sembra in mano a una setta di fanatici. Fa ben sperare la pubblicazione del primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani in Cina", che indica gli obiettivi del prossimo biennio: una maggiore tutela fisica e morale dei detenuti. Il che vorrebbe dire bandire la tortura. Nel piano si afferma il diritto dei detenuti a presentare proteste scritte e a denunciare abusi. Viene ribadito il loro diritto a incontrarsi e a comunicare con l'avvocato, e il diritto del legale a poter svolgere nel miglior modo la difesa.

Pieno di omissioni e ambiguità; operazione d'immagine, sul piano sia internazionale che interno; e sappiamo che in gran parte resterà lettera morta. Ma quanto meno - osservano molti - è importante la sola ammissione, per la prima volta, che ci sono diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini.

Monday, January 26, 2009

Biglietto da visita

Quella promessa da Obama è un'America pronta a «tendere la mano» anche ai propri nemici, a patto che siano disposti a «sciogliere il pugno». Ma intanto, per non sbagliare, per non fargli venire la tentazione di fare i furbi, Obama porge il suo biglietto da visita ai terroristi e al mondo intero.

Wednesday, December 03, 2008

Il mondo dovrebbe fare ciò che il Pakistan non riesce a fare

New Delhi non ha dubbi: dietro gli attentati di Mumbai c'è un gruppo terroristico pachistano, attivo in Kashmir e legato ad al Qaida, il cui nome è Lashkar-e-Taiba. L'unico terrorista catturato dalle forze speciali indiane ha ammesso di essere pachistano e di farne parte. Come anticipavo ieri, il Lashkar-e-Taiba, "L'esercito dei puri", è il braccio armato di un'organizzazione religiosa pachistana al quale i servizi segreti pachistani (ISI) hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare in Kashmir. Dopo l'11 settembre, inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici e messo al bando da Islamabad, il gruppo è entrato in clandestinità, frazionandosi in diverse sigle e smettendo di rivendicare gli attentati. Il Lashkar-e-Taiba è sospettato di essere dietro l'attacco del dicembre 2001 al Parlamento di New Delhi e le bombe sui treni che nel 2006 provocarono oltre 200 morti.

E inevitabilmente cresce la tensione tra India e Pakistan. Da una parte, il governo indiano ha bisogno di agire; dall'altra, il governo pachistano è sotto pressione, perché è stato ormai accertato che i terroristi provenivano dal Pakistan, dove hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Come osservavo ieri, gli attentati di Mumbai hanno scosso l'India, ma chi ne esce più indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana. Intere aree ai confini occidentali con l'Afghanistan sono rifugi sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo fonte di tensioni con Kabul e Washington; gli attentati della scorsa settimana aggiungono ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India.

In un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente pachistano, Asif Alì Zardari, si era rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta fossero emerse responsabilità di elementi pachistani: «Anche se i militanti fossero legati a Lashkar-e-Taiba, contro chi pensate che noi stiamo combattendo?». Zardari voleva così far capire che considera i terroristi nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre... dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia». Ma India e Pakistan «non possono farsi prendere in ostaggio da attori non statali».

Zardari e il suo governo non sostengono i terroristi, ma cosa si può fare perché il mondo non sia ostaggio di attori non statali che operano dal territorio di uno stato e sono la creatura dei servizi segreti di quello stato? Se lo è chiesto, sul Washington Post, Robert Kagan, secondo il quale occorre «internazionalizzare la risposta»:
«La comunità internazionale dichiari che alcune zone del Pakistan sono ingovernabili e costituiscono una minaccia alla sicurezza internazionale. Una forza internazionale collabori con i pachistani per sradicare le basi dei terroristi dal Kashmir e dalle aree tribali. In questo modo si eviterebbe una nuova guerra tra India e Pakistan e il governo pachistano salverebbe la faccia, dal momento che la comunità internazionale lo aiuterebbe a ristabilire la sua autorità su tutto il territorio».
Non è una decisione che il governo pachistano può prendere alla leggera, perché verrebbe accusato dagli integralisti islamici di essere "servo" degli americani. Ma secondo Kagan una forza internazionale dovrebbe intervenire anche senza il consenso di Islamabad, violando la sovranità del Pakistan. «Non dovrebbero poter rivendicare la propria sovranità quegli stati incapaci di controllare un territorio da cui vengono lanciati attacchi terroristici». Se c'è una responsabilità che giustifica un intervento per impedire catastrofi umanitarie, dev'esserci anche la responsabilità di proteggere uno stato dagli attacchi lanciati da un territorio confinante, sia pure da attori non statali. Nel caso del Pakistan, anche se il governo civile non è coinvolto, la complicità dell'esercito e dell'ISI con i terroristi fa cadere ogni richiamo alla sovranità.

L'amministrazione Bush, ricorda Kagan, «per anni ha tentato di collaborare con l'esercito e il governo pachistano nella lotta al terrorismo, fornendo miliardi di dollari in aiuti e armamenti avanzati», ma dopo gli attentati di Mumbai questa cooperazione «dev'essere giudicata fallimentare». L'esercito e i servizi segreti «sono rimasti più interessati ad aumentare la propria influenza in Afghanistan tramite i Talebani e a combattere l'India in Kashmir tramite i gruppi terroristici».

Ma il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiede Kagan, «autorizzerebbe un'azione simile»? La Cina è stata «un alleato e un protettore» del Pakistan, e la Russia «potrebbe avere le sue ragioni per opporsi». Non gli piace l'idea di «abbattere il muro della sovranità nazionale», per questo ha bloccato le pressioni sul Sudan, sull'Iran e su altri stati criminali. Ma questo, osserva Kagan, «sarebbe un altro test per capire se la Cina e la Russia, presunti alleati nella guerra al terrorismo, sono davvero interessate a combattere il terrorismo fuori dai loro confini». Che l'intervento venga preso in considerazione alle Nazioni Unite, potrebbe essere sufficiente per ottenere la cooperazione volontaria del Pakistan». In ogni caso sarebbe per gli Stati Uniti e l'Europa un'occasione per «cominciare ad affermare il principio che il Pakistan e altri stati che ospitano i terroristi non dovrebbero sentire garantita la propria sovranità».

Tuesday, December 02, 2008

Gli attacchi di Mumbay destabilizzano il Pakistan

Le sfide principali di politica estera e di sicurezza per l'amministrazione Obama si chiamano Pakistan e Iran. Come mi era parso chiaro già da un minuto dopo, gli attacchi di Mumbay hanno scosso l'India, ma dicono molto di più di quanto sia a rischio il Pakistan. Proprio dal Pakistan provenivano i terroristi e in Pakistan hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Ciò non significa che sia implicato l'attuale governo pachistano. Il presidente non è più anche il capo dell'esercito, come lo era il generale Musharraf. Ieri, in un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente, Asif Alì Zardari, si è rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta emergessero responsabilità di gruppi terroristici pachistani. «Anche se i militanti fossero legati a Laskar-e-Toiba ("L'esercito dei puri", braccio armato di un'organizzazione religiosa pakistana, al quale i servizi segreti pachistani - ISI - hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare nel Kashmir indiano), contro chi pensate che noi stiamo combattendo?».

Il presidente Zardari ha voluto così far capire che il governo pachistano considera i terroristi che hanno colpito Mumbay nemici anche suoi, che li ritiene nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre, come nel caso di coloro che hanno perpetrato gli attacchi dell'11 settembre o che hanno contribuito all'escalation della situazione in Iraq», recrimina Zardari. «Dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia».

In un'intervista a una televisione locale, negando che i terroristi coinvolti avessero legami con istituzioni governative pachistane, Zardari ha auspicato che India e Pakistan non si facciano «prendere in ostaggio da attori non statali». E oggi il ministro degli Esteri pachistano Qureshi ha proposto al governo indiano di creare un team congiunto per indagare sugli attacchi di mercoledì scorso: «Il governo del Pakistan ha proposto di svolgere un'inchiesta congiunta, noi siamo pronti a formare un team in questo senso, per contribuire alle indagini», ha riferito alla tv nazionale.

Alcuni esperti ritengono che l'ISI abbia effettivamente sostenuto un certo numero di gruppi armati nella regione del Kashmir, contesa da Pakistan e India, alcuni dei quali figurano sulla lista del Dipartimento di Stato Usa delle organizzazioni terroristiche. Tuttavia, oggi, l'ISI avrebbe quasi certamente perso il controllo di questi gruppi. Altri, invece, avvertono che l'intelligence pachistana si muove come uno stato nello stato, opera al di fuori del controllo del governo, con una propria politica estera, continuando a sostenere gruppi terroristici. In effetti, se il generale Musharraf sembrava esercitare un certo controllo sull'esercito e sull'ISI, il nuovo governo civile sembra non avere praticamente alcun controllo.

Com'era inevitabile, e da chiunque prevedibile, dopo gli attacchi di Mumbay è aumentata la tensione tra India e Pakistan e si è bloccato il processo di pace in corso sul Kashmir. In queste ore, infatti, Europa e Stati Uniti sono impegnati a calmare gli animi tra New Delhi e Islamabad.

Se c'è una mente dietro i terroristi che hanno agito a Mumbay, è probabile che il suo obiettivo sia destabilizzare il Pakistan, oltre che massacrare infedeli indù e occidentali. Le zone a cavallo del confine tra Pakistan e Afghanistan sono tutt'oggi rifugi abbastanza sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo motivo fonte di tensioni tra Islamabad da una parte e Kabul e Washington dall'altra. Se a ciò si aggiunge ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India, chi ne esce indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, che appare impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana.

Una cosa sembra certa. E' il Pakistan il nuovo fronte scelto dal terrorismo islamico per combattere il jihad contro l'Occidente e gli infedeli.

Thursday, November 27, 2008

Attaccata l'India, ma a rischio il Pakistan

La vera e propria guerra lampo lanciata da un gruppo di terroristi islamici nel cuore dell'India, nella moderna città di Mumbay, ci ricorda che viviamo in un mondo pericoloso. Sono all'opera forze oscure che non potendo - per ora, e a meno di nostri incommensurabili errori - sovvertire il corso della storia, vibrano temibili colpi di coda. Il loro è un progetto totalitario: fermare la modernità che avanza, e assoggettare popolazioni musulmane e "infedeli" ai dettami di un'ideologia politica e sociale che si fonda su una visione oscurantista e fondamentalista della religione islamica.

L'esperienza di questi ultimi anni, però, ci induce a ritenere che se non cadranno nelle loro mani stati ricchi di risorse e geopoliticamente rilevanti, difficilmente saranno in grado di innalzare la loro sfida ad un livello esistenziale, cioè di minacciare la sopravvivenza del nostro sistema di vita e di valori.

Dal 2004 al 2007 i terroristi islamici hanno fatto oltre 3 mila morti in India, per lo più nella quasi indifferenza del mondo. L'attacco a Mumbay, per le capacità militari che rivela, rappresenta però una escalation, un salto di qualità, e accresce la preoccupazione per uno dei paesi più instabili della regione, da cui con ogni probabilità proveniva, o comunque è stato addestrato, il commando terrorista. Il Pakistan è sempre più base dei terroristi e a sua volta polveriera pronta ad esplodere.

Friday, August 08, 2008

Una cerimonia marziale, lirica e... politica

Qualche considerazione sulla cerimonia di apertura delle Olimpiadi a Pechino. A me è piaciuta dal punto di vista estetico. I duemilaeotto tamburi percossi con ritmo incalzante e scanditi da grida guerriere hanno inizialmente attribuito alla cerimonia un tono marziale che mi ha inquietato, ma subito dopo lo spettacolo ha assunto accenti lirici e persino poetici. E non mi sarei aspettato così spesso che dalla coralità, dai movimenti "di massa", emergessero individualità.

Dai cinesi ci si potevano aspettare effetti speciali più mirabolanti e pacchiani. Invece ho trovato il simbolismo e le coreografie quasi semplici da capire, sobrie per quanto possano esserlo i festeggiamenti di apertura di un'olimpiade.

Sul piano politico il messaggio si è rivelato esattamente come tutti, credo, si aspettavano. La Cina, civiltà millenaria, che torna tra le grandi. Potenza ambiziosa e orgogliosa, ma pacifica e armoniosa. Naturalmente si tratta di propaganda. La colomba disegnata dal movimento dei figuranti strideva vistosamente con i laogai e la repressione in Tibet. L'assenza del '900, della rivoluzione e del maoismo dai riferimenti alla storia cinese non è un segno di apertura, non presuppone una pagina ormai svoltata, ma rivela un goffo tentativo del regime di nascondere al mondo la sua origine e la sua natura autoritaria. Lo scopo politico cui sono stati piegati l'evento sportivo e le celebrazioni ad esso collegate è lo stesso che per anni, dalla caduta del Muro e da Piazza Tienanmen, è stato perseguito dal Partito comunista cinese: ricostruirsi una legittimità post-ideologica.

Andrà prima o poi studiato il modo in cui la leadership cinese, attingendo dalla tradizione e dal nazionalismo, ha saputo ricreare una cornice ideologica che legittimasse il suo potere. Centrale è il concetto di "armonia", applicando il quale viene denunciata e perseguita come anti-cinese ogni forma di dissenso.

Quanto fosse tutto programmato e controllato al minimo dettaglio lo dimostrano la rapidità con la quale la regia televisiva cinese ha censurato un innocuo striscione mostrato da alcune atlete italiane e - novità assoluta ad una cerimonia olimpica, credo - l'applauso "geopolitico" all'interno dello stadio, guidato da migliaia di "suggeritori" sugli spalti. Le delegazioni sono state tutte applaudite, naturalmente, nessuna contestata, ma come non notare il fragore che ha accolto il Pakistan rispetto all'India?

Thursday, January 10, 2008

Non è il solito processo di pace

George W. Bush è da ieri a Tel Aviv per la sua prima visita in Medio Oriente da quando è presidente. Oggi si recherà in Cisgiordania, a Ramallah, per incontrare il presidente palestinese Abu Mazen. All'ordine del giorno il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi rilanciato dalla conferenza di Annapolis. Le difficoltà dell'impresa sono emblematicamente rappresentate dai katiusha sparati dal Libano, per la prima volta dopo un anno e mezzo, e dal fitto lancio di razzi Qassam da Gaza che ieri hanno salutato Bush al suo arrivo. Negli ultimi due anni e mezzo, dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza, caduta nelle mani di Hamas, si calcola che ben 9280 missili abbiano colpito il territorio israeliano. E' il principale problema di sicurezza per Israele, senza risolvere il quale, osservava ieri il quotidiano israeliano Ha'aretz, è impensabile un ritiro dalla Cisgiordania.

La visita di Bush in effetti si svolge «in un momento nel quale né il vento della sicurezza né quello della politica sembrano soffiare a suo favore. Lo spirito di Annapolis sta evaporando in fretta», conclude Ha'aretz. Tuttavia, l'approccio della presidenza Bush al problema israelo-palestinese è molto diverso da quello delle altre amministrazioni e la conferenza di Annapolis, di conseguenza, va vista sotto una luce diversa rispetto alle molte che l'hanno preceduta.

Il conflitto israelo-palestinese non è più considerato a Washington come la madre di tutti i conflitti in Medio Oriente, risolto il quale ogni cosa andrebbe al suo posto. Viceversa, altre situazioni sono di ostacolo a una pace duratura tra israeliani e palestinesi: su tutte, le ambizioni egemoniche di Iran e Siria e il riconoscimento di Israele da parte degli Stati arabi.

Non bisogna quindi commettere l'errore di giudicare il percorso avviato ad Annapolis secondo i criteri delle altre "road map". Certo, la conferenza in sé è stata poco più di una "photo opportunity", ma mai così politicamente significativa. Tutti i paesi musulmani della regione (escluso l'Iran) a rendere omaggio alla saggia iniziativa di pace di Bush, riconoscendo così la leadership incontrastata degli Usa. Tutti sono dovuti andare ad Annapolis, persino la Siria, per non rimanere isolati come l'Iran.

Per quanto riguarda i negoziati diretti, i principali ostacoli sono sempre costituiti dalla sicurezza di Israele e dalle questioni dello status di Gerusalemme e del rientro dei profughi palestinesi. Attraverso i profughi, Al Fatah si prefigge da sempre di negare di fatto il carattere ebraico di Israele, una sorta di via demografica alla distruzione del nemico.

Ma Bush sa bene che oltre a incoraggiare i negoziati diretti, ci sono altri obiettivi che possono risultare determinanti. Per questo, più che concentrarci sui risultati delle visite del presidente Usa a Tel Aviv e a Ramallah, che avranno più che altro «lo scopo di creare un'atmosfera positiva e dimostrare il coinvolgimento della Casa Bianca», faremmo bene a guardare alle altre tappe della missione, che si concluderà il 16 gennaio dopo aver toccato Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.

L'obiettivo primario è il consolidamento di quell'"alleanza" che Washington sta faticosamente cercando di comporre tra paesi sunniti – dall'Arabia Saudita agli Emirati, dall'Egitto al Pakistan – e Occidente per il contenimento delle ambizioni egemoniche dell'Iran sull'intera regione. Quella "cortina sunnita", che contrastando la minaccia iraniana dovrebbe favorire un accordo tra israeliani e palestinesi, è però ben lungi dall'essere compatta. Eppure, è una carta che non può non essere giocata. Ai palestinesi uno stato in cambio della rinuncia al terrorismo. Ai paesi arabi sunniti Bush offre di aiutarli a difendersi dall'Iran in cambio del riconoscimento di Israele. Il successo o meno della visita di Bush e degli sforzi di questo 2008 dovrà quindi essere misurato non tanto, o solo, sui progressi tra israeliani e palestinesi, ma nel consolidamento e l'efficacia di quell'"alleanza". La fragilità di Abu Mazen in Cisgiordania, l'instabilità libanese e pakistana, l'ambiguità dei paesi arabi più influenti, come Egitto e Arabia Saudita, sono fattori che non aiutano. La stessa provocazione iraniana nello stretto di Hormuz, nei giorni scorsi, ha il sapore di una minaccia agli interlocutori degli Stati Uniti.

Convincere gli stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto in testa, a riconoscere – nonostante i sicuri contraccolpi islamisti sul piano interno – il diritto degli ebrei in quanto tali ad avere uno stato in Palestina, sarà impresa durissima. Ma senza questo riconoscimento, per il quale le pressioni dell'Europa potrebbero essere determinanti, l'insuccesso è assicurato. Il carattere irrazionale e fanatico dei regimi arabi ci rende perplessi circa la possibilità che sul nodo centrale del carattere ebraico di Israele facciano prevalere considerazioni di realpolitik, ma le condizioni favorevoli per un tentativo ci sono.

Wednesday, January 09, 2008

Musharraf mistero per molti, ma non per tutti

Non per Carlo Panella, che non ha dubbi: Musharraf è lungi dal rappresentare il nostro "bad guy", l'unico uomo in grado di garantire la stabilità in Pakistan. Piuttosto, da quando è al potere il Pakistan è diventato un paese sempre più instabile. «Per 40 anni lo era stato solo ed esclusivamente a livello di vertice, di gruppi di potere. Oggi è instabile a livello di massa, politico e sociale. Un record del satrapo Musharraf».

Sta diventando instabile «da due versanti», quello moderato, laico e riformista, a cui Musharraf non vuole concedere alcuno spazio, e quello islamista-talebano, che ha sempre più presa popolare.

I due fronti di instabilità e protesta rischiano di saldarsi, come avvenne in Iran contro lo Scià di Persia, ma a quel punto a prevalere sarebbero senza dubbio di nuovo i più violenti e fanatici, i fondamentalisti. E la miopia di Washington, dove prevale la dottrina della stabilità che si appoggia solo su "esercito e servizi segreti", ignorando invece i successi politici del generale Petraeus in Iraq, rischia di «produrre in Pakistan un nuovo Iran».

Saturday, December 29, 2007

Molte teste e mani dietro l'assassinio della Bhutto

Il video è fin troppo chiaro: Benazir Bhutto non è morta sbattendo la testa, per il trambusto seguito alla deflagrazione del kamikaze, sul tettuccio dell'auto dalla quale si era sporta per salutare la folla, come ha sostenuto la polizia pachistana.

Dalle immagini si distingue perfettamente, un attimo prima dell'esplosione, la mano di un uomo che punta la pistola contro la Bhutto ed esplode due colpi. L'uomo riesce ad arrivarle a pochissimi metri di distanza, appena sotto al fuoristrada, dalla parte posteriore. Particolare che conferma la debolezza delle misure di sicurezza delle forze dell'ordine, e proprio nella cittadella militare di Rawalpindi (forse il luogo più controllato e blindato del paese, secondo gli analisti).

Quello di oggi sarà il giorno in cui verrà messa in dubbio la pista che porta ad Al Qaeda, a Mahsud, il suo luogotenente in Pakistan, e farà pensare invece più agli ambigui servizi segreti pachistani, se non direttamente a Musharraf. Certo, avrebbero fatto un grosso favore agli estremisti islamici, che dalla destabilizzazione del paese hanno tutto da guadagnare, ma avrebbero protetto anche ai loro interessi. E' noto infatti che la Bhutto intendeva porre dei limiti al loro strapotere nel paese.

Forse, per ora, rimane più probabile che ad uccidere Benazir sia stata la mano di Al Qaeda (e certo nessuno può credere all'alibi di queste ore, i fanatici che si fermerebbero di fronte alle donne in nome dell'islam). Ma sia dal punto di vista dei moventi che dell'organizzazione, tutto fa pensare a un attentato in tandem, fifty-fifty, Al Qaeda-Servizi segreti, dagli obiettivi non proprio sovrapponibili ma capaci di convergere nel comune interesse per la morte della Bhutto.

Morte che a giudicare dalle conseguenze, almeno in questo primo momento, sia in Pakistan sia a livello internazionale, non sembra favorire Musharraf, ma non si può neppure escludere quanto meno un suo via libera: in fondo, passata la tempesta iniziale, potrebbe rafforzarsi come unico uomo forte, agli occhi degli occidentali, in grado di mantenere il controllo sulla polveriera Pakistan.

Musharraf presidente non più generale e Benazir Bhutto primo ministro era lo scenario più probabile e verso cui con convinzione spingeva Washington, nell'ottica di un processo di democratizzazione e secolarizzazione del Pakistan. Una strategia condivisibile, ma bisogna anche pragmaticamente constatare che forse aver puntato troppo platealmente sulla Bhutto, ottenendo da lei assicurazioni sulla caccia ai terroristi nel Waziristan e nel resto del paese, l'ha in definitiva esposta mortalmente all'ira di troppi nemici contemporaneamente.

Oltre a non essere in grado di sradicare le roccaforti di Al Qaeda e dei Talebani nel Waziristan, un Pakistan destabilizzato si presta a divenire uno di quegli stati falliti in cui gli islamisti possono puntare a prendere il potere. Per questo l'unico modo in cui il Pakistan può davvero essere in grado di combattere il terrorismo è avere un governo legittimato democraticamente e secolare, che possa orientare il popolo pachistano contro Al Qaeda, i Talebani, e gli altri estremisti islamici.

Enzo Bettiza, su La Stampa di oggi, fa notare come dall'11 settembre in poi, nonostante gli attacchi in Spagna e Gran Bretagna, «la sequela degli attentati, tra autobombe e kamikaze suicidi, è stata molto più fitta, più ininterrotta, in definitiva più spietatamente concentrata nel labirinto dei Paesi islamici. L'ossessione dello "scontro di civiltà" tra Occidente e Islam appare, se non del tutto inesatta, quantomeno troppo rigida e preponderante se messa a confronto degli scontri di fazione e di potere che hanno seguitato a lacerare e lacerano soprattutto l'Islam». Di potere, politici, specifica bene Bettiza. Accortosi del calo delle azioni e del seguito di Al Qaeda in Iraq, è chiaro che Bin Laden o chi per lui sia «più che mai interessato a spostare il tiro principale sul Pakistan: forse ne vede già prossima la talebanizzazione a tappe spontanee più che forzate».

Di tutto questo l'Europa «dovrebbe tenere conto, evitando di separarsi dall'America o di tramutare gli errori americani in torti irreversibili. Cambiando l'ottica e il giudizio sulla realtà autocombustibile dell'Islam, mutando la nostra visione talora schematica del mappamondo, sarebbe improprio persistere soltanto nella critica irenica e nel "dialogo" in un momento in cui ci troviamo di fronte a un rischio dagli effetti incalcolabili: la possibile trasformazione del Pakistan in uno Stato talebano di prima classe con un arsenale di almeno 50 testate nucleari. La realtà con cui pure l'Europa così brava, così umana, così guardinga, dovrà nei prossimi tempi misurarsi va ben al di là delle bacchettate e dei dispetti tra occidentali: è l'atomo che può diventare brado a Islamabad o fisso sul missile a Teheran».

Thursday, December 27, 2007

La più classica delle morti annunciate

Annunciata non solo perché precedenti tentativi erano falliti negli ultimi due mesi, da quando cioè aveva fatto ritorno in Pakistan dopo un lungo esilio, ma anche perché era la logica a suggerirlo. Anti-islamista e filo-occidentale, prima donna a capo del governo di un paese islamico (dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996), personaggio controverso, ma indubbiamente Benazir Bhutto in questa fase rappresentava il più trascinante fattore di democratizzazione e di laicizzazione per il Pakistan. Un obiettivo perfetto per Al Qaeda, che ha rivendicato l'attentato, ma in molti potevano pensare di trarre vantaggi dalla sua morte. Per questo è lunga la lista dei sospetti.

Al Qaeda, per impedire le elezioni, sabotare il processo democratico, destabilizzare il paese, cerca di colpire e uccidere chiunque sia complice degli Usa nella guerra al terrorismo e all'islamismo e funzionale al processo democratico: la Bhutto corrisponde perfettamente all'identikit, ma anche lo stesso Musharraf.

Ma Al Qaeda gode di molte complicità in Pakistan. Dalla semplice mano d'opera alle connivenze con l'intelligence pachistana. La Bhutto sarebbe stata la sfidante più pericolosa per il presidente Musharraf alle prossime elezioni parlamentari dell'8 gennaio. Per questo, sarà importantissimo che le intelligence occidentali, americana ed europee, riescano a comprendere le reali responsabilità di Musharraf. Se gli attentatori abbiano goduto di complicità, quali e a che livello negli apparati di potere pachistani; se in qualche modo l'ex generale abbia favorito l'uccisione della sua principale avversaria o se, semplicemente, non abbia il controllo dei servizi di sicurezza.

Il marito della Bhutto ha già puntato il dito contro il governo, già oggetto di molte polemiche per le deboli misure di sicurezza riservate alla leader dell'opposizione.

Musharraf potrebbe aver pensato che l'instabilità conseguente all'assassinio della Bhutto gli avrebbe fornito una valida giustificazione per rinviare o annullare le elezioni e per assumere ulteriori poteri e iniziative di repressione. Ma l'instabilità rischia di trasformarsi in guerra civile e di travolgere egli stesso.

Il dolo, o il fallimento del presidente Musharraf nel garantire una protezione efficace alla Bhutto, pongono comunque pesanti interrogativi sul futuro del Pakistan e sulla politica da perseguire con Islamabad.

Gli Stati Uniti «condannano con forza questo atto codardo da parte di assassini estremisti che stanno cercando di sabotare la democrazia in Pakistan», ha dichiarato il presidente Bush. «I responsabili di questo crimine devono essere portati davanti alla giustizia. Noi ci uniamo ai pakistani nella loro lotta contro le forze del terrore e dell'estremismo. Li incoraggiamo a onorare la memoria di Benazir Bhutto continuando nel processo democratico per il quale ha così coraggiosamente sacrificato la sua vita».

Washington ha investito politicamente molto sulla riconciliazione tra la Bhutto e Musharraf. Il ritorno della Bhutto nel suo paese e la possibilità per lei e il suo partito di partecipare a elezioni libere e corrette erano i fondamentali della politica di Bush in Pakistan. E adesso?
Nel lontano 1988 la Bhutto era stata la prima donna eletta primo ministro in un paese musulmano. Qualcosa di impensabile oggi, a dimostrazione di quanta strada abbia compiuto il fondamentalismo da allora ad oggi e di quanto poco o nulla abbiano a che fare con la sua avanzata nel mondo islamico le politiche degli Stati Uniti, quelle post-11 settembre, quelle clintoniane degli anni '90 e tutte quelle volte a contrastare l'Unione sovietica, prima del 1989.

Tutti i giornalisti chiedevano a Benazir Bhutto se avesse paura di venire assassinata. Era la domanda di rito. Il suo semplice ritorno in patria nel 2007 si è rivelato una sfida all'islamismo molto più di quanto lo fosse nel 1988 venire eletta primo ministro.

Monday, December 03, 2007

Anche Bush ha il suo "bad guy"

Graffiante e condivisibile editoriale di Robert Kagan sul New York Times, tradotto sul Corriere di oggi: «Sembra che ci sia sempre un buon motivo per sostenere un dittatore». Kagan se la prende con quella tendenza dell'establishment americano, repubblicano, e di alcuni esponenti neoconservatori, a ritenere che fosse preferibile appoggiare «un dittatore di "destra" piuttosto che ritrovarsi i comunisti al governo», nella convinzione che «i dittatori amici degli americani prima o poi avrebbero dato spazio alle politiche liberali».

Secondo Kagan, gli anni dell'amministrazione Reagan e la storia «hanno sconfessato tutte e due le facce di questa dottrina». Eppure, nonostante la dottrina Bush per la promozione della democrazia, lo stesso ragionamento viene applicato ancora oggi, non più nei confronti del comunismo ma dell'islam radicale nei paesi islamici. Musharraf in Pakistan come Mubarak in Egitto sarebbero i "nostri bad guys", da puntellare come argini alla temibile ondata dell'integralismo islamico che a urne aperte e libere si abbatterebbe su quei paesi.

Ma uno uno dei tanti, e non trascurabili, difetti della cosiddetta «autocrazia liberale», è che il dittatore «non è il buon pastore che guida il suo popolo, come Mosè, verso la terra promessa della democrazia. Quando la scelta è tra il bene del Paese e restare aggrappato al potere, l'autocrate agisce quasi sempre nel suo interesse».

Così questi regimi autoritari compiono scelte che allontanano il loro paese dalla democrazia. «Per dimostrare che è insostituibile, deve fare in modo che non esista la possibilità di sostituirlo, il che significa eliminare o azzoppare le istituzioni indipendenti, indebolire il principio della legalità, spingere la popolazione agli estremismi, in poche parole, l'esatto contrario di quanto ci si aspetta dal tanto mitizzato "autocrate liberale"». E quando, infine, gli autocrati cadono, istituzioni e società civile si trovano impreparate, indifese, prive di enzimi liberali, esposte all'ascesa di ideologie che negli anni si sono nutrite del risentimento e del malcontento della popolazione.

La conclusione di Kagan non fa sconti all'amministrazione Bush: «L'affermazione del presidente Bush, che ci si può fidare di Musharraf per riportare il Pakistan verso la democrazia, non è credibile. Nei suoi giorni migliori, l'America ha sempre fatto capire a questi leader quando il loro tempo era scaduto. Se il governo Bush non trova il coraggio o la capacità di sostituire quest'uomo così sostituibile nel nome della democrazia pachistana, solo perché teme l'alternativa, allora farebbe meglio a risparmiarsi la sua ridicola retorica sulla promozione dei principi democratici. Inoltre farebbe meglio ad abituarsi a un Medio Oriente e a un mondo musulmano in cui esistono solo due tipi di regime: gli islamisti radicali e i dittatori ostinati. Si spera tuttavia che Bush non voglia lasciare una simi­le eredità al suo successore».

Thursday, November 29, 2007

Il futuro del Medio Oriente passa per Washington. Nonostante la guerra irachena

... o anche grazie a quella guerra, che per molti avrebbe dovuto provocare l'isolamento degli Usa da parte delle piazze e delle capitali arabe?

La situazione si va lentamente normalizzando in Pakistan, dopo che il 3 novembre scorso Musharraf aveva proclamato lo stato d'emergenza e dato il via a una serie di arresti. Il generale/presidente sta rientrando nel solco tracciato d'intesa con gli Usa per la democratizzazione del paese. Musharraf non è più a capo dell'esercito: ha finalmente rinunciato al suo potere militare e ha giurato da presidente, in abiti civili. Le elezioni si terranno come previsto entro il 15 gennaio. Gli oppositori arrestati sono stati liberati. Sharif e Benazir Bhutto potranno candidarsi alle elezioni, anche se comprensibilmente gridano ad "elezioni farsa" per il permanere delle leggi d'emergenza. Pare che tutto o quasi, comunque l'essenziale, stia andando come chiedavano gli oppositori e come suggerivano gli americani.

Nel frattempo, la conferenza di Annapolis ha lanciato una nuova stagione di negoziati tra israeliani e palestinesi. Il coinvolgimento nel summit di importanti paesi arabi a livello dei ministri degli Esteri e la presenza, la collaborazione europea, sono già dei risultati politici: un segnale promettente verso il consolidamento di quell'"alleanza" che Washington sta faticosamente cercando di comporre tra paesi sunniti e Occidente per il contenimento della minaccia egemonica dell'Iran sull'intera regione.

Solo di una «photo opportunity» si è trattato, ha osservato Carlo Panella su Il Foglio. Ma difficilmente una «photo opportunity» è stata così politicamente significativa. Un'immagine addirittura «clamorosa» ne è scaturita, perché «ha visto tutti i paesi islamici e arabi del mondo (escluso l'Iran) rendere omaggio alla saggia iniziativa di George W. Bush. Per la prima volta nella storia anche questo, soltanto questo, una foto, ha assunto un suo significato profondissimo... Il vero, straordinario risultato che George W. Bush e Condoleezza Rice sono riusciti a conseguire – a quattro anni dalla guerra a Saddam – è di avere costretto tutto il mondo musulmano e arabo a riconoscere la propria leadership incontrastata. Tutti sono dovuti andare ad Annapolis» per non rimanere isolati come l'Iran; anche la Siria.

Certo, ancora nulla di concreto è emerso riguardo le possibili soluzioni ai problemi che dividono israeliani e palestinesi. Li aspettano mesi di durissimo lavoro. Soprattutto sul nodo centrale dei profughi e del carattere ebraico dello Stato di Israele, una questione prima di tutto di volontà politica. Su questo, osserva Panella, «dovrà esercitarsi al massimo la pressione internazionale, per convincere gli stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto in primis, a riconoscere – nonostante i sicuri e gravissimi contraccolpi islamisti sul piano interno – il riconoscimento del diritto degli ebrei in quanto tali ad avere uno stato in Palestina». Senza questa pressione, con il contributo dell'Europa che può essere determinante, l'insuccesso è assicurato.

Da notare, segnalata da Maurizio Molinari, la grande sintonia tra il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, e il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, per una pace in Medio Oriente basata sui processi democratici, la lotta al terrorismo e l'isolamento di un Iran smanioso di procurarsi la bomba atomica. E a dimostrazione della ritrovata intesa tra Parigi e Washinton, il primo seguito formale di Annapolis è previsto proprio nella capitale francese.

Monday, November 05, 2007

Pakistan. Usa e GB non stanno a guardare

Non c'è dubbio che durante questi anni di guerra al terrore con i fronti aperti in Afghanistan e in Iraq, la dottrina Bush abbia trovato nel Pakistan di Musharraf un'eccezione. La democrazia in Pakistan poteva aspettare, perché troppo importante l'amicizia con la dittatura militare al potere a Islamabad in funzione anti-talebana e anti-al Qaeda.

Chiudendo un occhio, scegliendo un approccio più attendista nei confronti del regime di Musharraf, Bush ha dimostrato che la sua strategia di esportazione globale della democrazia è molto meno utopistica e fanatica, molto più ponderata e realistica, di quanto si sia portati a credere.

Ma tutto ha un limite. Gli Stati Uniti hanno continuato a lavorare per un'evoluzione in senso democratico del Pakistan, concordando con Musharraf il calendario di un processo politico in tal senso, nel quale si inserisce il ritorno nel paese di Benazir Bhutto. Di fronte allo stato d'emergenza proclamato nei giorni scorsi e alla violenta repressione degli oppositori ordinata da Musharaff, non si è fatto attendere il monito da parte di Washington e Londra.

Il guaio, infatti, è che sebbene Musharraf abbia parlato di misure «anti-terrorismo», la repressione è scattata anche per politici e attivisti dei diritti umani non legati ad ambienti jihadisti.

Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha minacciato la revoca degli aiuti economici (tranne quelli stanziati per la guerra al terrorismo), ha invitato le autorità pakistane a indire le elezioni in base alla costituzione e il presidente Musharraf a dimettersi da capo delle forze armate.

Oltre alla conferma delle elezioni a gennaio, un portavoce del primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che la Gran Bretagna si aspetta da Musharraf la revoca dello stato di emergenza e il ripristino dei diritti garantiti dalla costituzione.

Purtroppo temiamo che il colpo di mano deciso da Musharraf indichi proprio la volontà di tenerle davvero le elezioni a gennaio, non prima però di aver tolto di mezzo, intimidito e indebolito a dovere i suoi oppositori.