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Friday, January 16, 2009

La partita egiziana/1: E' ora che Mubarak si decida

Da giorni una tregua viene data per imminente. La realtà è che nessuno sa con esattezza quanto sia vicina, perché la sostanza di un accordo si nasconde nei dettagli. L'ipotesi su cui si sta lavorando si basa su 5 punti: cessate il fuoco e aiuti umanitari; completo ritiro israeliano entro la prima settimana; ripresa degli scambi commerciali da e per Gaza sotto la supervisione di osservatori di Egitto, Turchia e Paesi europei; riapertura del valico di Rafah (al confine con l'Egitto) sotto la supervisione delle forze di sicurezza dell'Anp e di osservatori internazionali, fino a quando non sarà stato formato un governo di unità palestinese; tregua in vigore un anno, rinnovabile.

Hamas punta alla fine del blocco, alla riapertura dei confini, come implicito riconoscimento del suo potere sulla Striscia di Gaza da parte dei Paesi arabi e, indirettamente, dell'Occidente. Riconoscimento che difficilmente questi concederanno. E' probabile che i valichi verranno riaperti, ma Hamas non ne avrà il controllo, dovrà accettare la presenza di forze multinazionali nella Striscia. Ciò significa nessuna legittimazione internazionale e un potere ridotto.

Walid Phares, della Foundation for the Defense of Democracies, propone che sia l'Onu, secondo il Capitolo 7 della sua Carta, ad assumere il controllo effettivo della Striscia, con il dispiegamento di una forza multinazionale, il disarmo di Hamas e delle altre milizie, per preparare il ritorno di una «riformata» Autorità palestinese. Una soluzione ideale ma irrealistica, anche se è fuor di dubbio che al centro delle trattative in corso al Cairo vi sia proprio una qualche forma di internazionalizzazione di Gaza e di presenza dell'Anp. Una soluzione diplomatica non potrà che scaturire all'interno di questo schema. Quanto più consistente sarà la presenza di forze internazionali e dell'Anp, e quanto più ampio sarà il loro mandato, tanto più netta sarà la sconfitta di Hamas.

L'offensiva israeliana ha restituito spazi di manovra ai Paesi arabi, soprattutto all'Egitto. Nel ruolo di mediazione del Cairo tutti, sia in Europa che in America, hanno riposto le proprie speranze. Ma ora bisognerà vedere come gli stati arabi, Egitto in testa, vorranno sfruttare questa nuova opportunità. La politica egiziana su Gaza infatti è stata particolarmente ambigua. Come ha ricordato Carlo Panella, su L'Occidentale, l'artefice di tutti gli accordi, il capo dell'intelligence Omar Suleiman, è anche responsabile del loro sistematico fallimento. Come è stato possibile che migliaia di militari egiziani non siano mai stati in grado di controllare un confine di soli 14 chilometri, non riuscendo ad impedire che attraverso i tunnel sotterranei Hamas ricevesse finanziamenti e armi (circa 20 mila razzi)?

Certo, qualcuno si sarà arricchito a suon di mazzette per chiudere un occhio sui tunnel. Ma ciò non esclude una strategia politica volutamente ambigua, esitante e di corto respiro, condivisa dal presidente Mubarak: da una parte, per impedire che il virus di Hamas contagiasse l'Egitto, è stata sigillata la frontiera a cielo aperto, rendendola impenetrabile; dall'altra, invece di strangolare Hamas, si è lasciato che continuasse a ricevere armi e denaro attraverso i tunnel sotterranei, in modo che Gaza potesse fungere da valvola di sfogo per l'estremismo islamista egiziano.

Una strategia miope, però, perché converge con quella iraniana volta a tenere alta la tensione a Gaza per radicalizzare la politica in tutto il Medio Oriente, e destabilizzare così i regimi arabi sunniti. E' ora quindi che Mubarak si decida. Grazie all'offensiva israeliana Hamas è alle corde ed è un'occasione unica per fargli ingoiare una tregua che getti le basi per il ritorno della Striscia di Gaza sotto il controllo dell'Anp, con l'aiuto di forze multinazionali, sottraendo così la questione palestinese dalla strumentalizzazione iraniana.

Friday, June 13, 2008

Veltroni è stato il sindaco dello sfascio

Ma nessuno lo può dire, perché a nessuno conviene. Di seguito l'articolo di Carlo Panella per L'Occidentale: «A Roma la spazzatura è nel bilancio».
Il bilancio del Comune di Roma è falso, alcune scritture contabili sono state alterate, sono state commesse irregolarità di rilevanza penale anche nella emissione dei bond: tutto questo è noto, di questo si parla da giorni sottovoce a Roma, ma la stampa tace.

In questi giorni si sta scrivendo una delle pagine più nere del giornalismo italiano, perché in tutte le redazioni della capitale sono arrivate le notizie della rapida ispezione che Alemanno ha fatto fare ai tecnici della Ragioneria dello Stato sui bilanci ereditati dall'amministrazione di Veltroni. Tutte le redazioni sanno che alcuni tra i più grandi studi internazionali legali della capitale sono stati incaricati di seguire lo scandalo. Ma tutti tacciono, complici. Unica eccezione, a nostra conoscenza, sono gli articoli di Franco Bechis, direttore di Italia Oggi.

La ragione di questa pavida complicità della stampa nazionale nei confronti della "monnezza nei conti a Roma" è semplice: siccome il nuovo sindaco ha le mani legate, non può denunciare i falsi per ragioni politiche, loro stanno accucciati buoni buoni, fanno da palo a Veltroni e aspettano che passi la nottata. Gianni Alemanno, infatti, è in una situazione paradossale: se divulgasse il vero stato delle cose - che peraltro gli impedisce una libera disponibilità del bilancio - si suiciderebbe come sindaco. Il governo sarebbe infatti immediatamente costretto a commissariare il Comune, il sindaco e la Giunta non potrebbero più disporre di un euro e, per di più, le agenzie di rating sarebbero costrette a prendere atto e a divulgare la notizia - che ben conoscono ma che tacciono, al solito - del fatto che parte dei bond emessi dal Comune di Roma sono hedge funds, spazzatura, peggio di quella di Napoli...
Continua su L'Occidentale
Tra l'altro, sempre oggi esce fuori un bell'esempio, emblematico, di come Veltroni elargiva soldi pubblici - diverse decine di milioni di euro - ai suoi clientes elettorali, tramite consulenze gonfiate e progetti affidati ad associazioni "miracolate". Ironie su Alemanno sindaco "fascio", ma Veltroni sarà ricordato come il sindaco dello "sfascio".

Wednesday, January 09, 2008

Musharraf mistero per molti, ma non per tutti

Non per Carlo Panella, che non ha dubbi: Musharraf è lungi dal rappresentare il nostro "bad guy", l'unico uomo in grado di garantire la stabilità in Pakistan. Piuttosto, da quando è al potere il Pakistan è diventato un paese sempre più instabile. «Per 40 anni lo era stato solo ed esclusivamente a livello di vertice, di gruppi di potere. Oggi è instabile a livello di massa, politico e sociale. Un record del satrapo Musharraf».

Sta diventando instabile «da due versanti», quello moderato, laico e riformista, a cui Musharraf non vuole concedere alcuno spazio, e quello islamista-talebano, che ha sempre più presa popolare.

I due fronti di instabilità e protesta rischiano di saldarsi, come avvenne in Iran contro lo Scià di Persia, ma a quel punto a prevalere sarebbero senza dubbio di nuovo i più violenti e fanatici, i fondamentalisti. E la miopia di Washington, dove prevale la dottrina della stabilità che si appoggia solo su "esercito e servizi segreti", ignorando invece i successi politici del generale Petraeus in Iraq, rischia di «produrre in Pakistan un nuovo Iran».

Thursday, November 29, 2007

Il futuro del Medio Oriente passa per Washington. Nonostante la guerra irachena

... o anche grazie a quella guerra, che per molti avrebbe dovuto provocare l'isolamento degli Usa da parte delle piazze e delle capitali arabe?

La situazione si va lentamente normalizzando in Pakistan, dopo che il 3 novembre scorso Musharraf aveva proclamato lo stato d'emergenza e dato il via a una serie di arresti. Il generale/presidente sta rientrando nel solco tracciato d'intesa con gli Usa per la democratizzazione del paese. Musharraf non è più a capo dell'esercito: ha finalmente rinunciato al suo potere militare e ha giurato da presidente, in abiti civili. Le elezioni si terranno come previsto entro il 15 gennaio. Gli oppositori arrestati sono stati liberati. Sharif e Benazir Bhutto potranno candidarsi alle elezioni, anche se comprensibilmente gridano ad "elezioni farsa" per il permanere delle leggi d'emergenza. Pare che tutto o quasi, comunque l'essenziale, stia andando come chiedavano gli oppositori e come suggerivano gli americani.

Nel frattempo, la conferenza di Annapolis ha lanciato una nuova stagione di negoziati tra israeliani e palestinesi. Il coinvolgimento nel summit di importanti paesi arabi a livello dei ministri degli Esteri e la presenza, la collaborazione europea, sono già dei risultati politici: un segnale promettente verso il consolidamento di quell'"alleanza" che Washington sta faticosamente cercando di comporre tra paesi sunniti e Occidente per il contenimento della minaccia egemonica dell'Iran sull'intera regione.

Solo di una «photo opportunity» si è trattato, ha osservato Carlo Panella su Il Foglio. Ma difficilmente una «photo opportunity» è stata così politicamente significativa. Un'immagine addirittura «clamorosa» ne è scaturita, perché «ha visto tutti i paesi islamici e arabi del mondo (escluso l'Iran) rendere omaggio alla saggia iniziativa di George W. Bush. Per la prima volta nella storia anche questo, soltanto questo, una foto, ha assunto un suo significato profondissimo... Il vero, straordinario risultato che George W. Bush e Condoleezza Rice sono riusciti a conseguire – a quattro anni dalla guerra a Saddam – è di avere costretto tutto il mondo musulmano e arabo a riconoscere la propria leadership incontrastata. Tutti sono dovuti andare ad Annapolis» per non rimanere isolati come l'Iran; anche la Siria.

Certo, ancora nulla di concreto è emerso riguardo le possibili soluzioni ai problemi che dividono israeliani e palestinesi. Li aspettano mesi di durissimo lavoro. Soprattutto sul nodo centrale dei profughi e del carattere ebraico dello Stato di Israele, una questione prima di tutto di volontà politica. Su questo, osserva Panella, «dovrà esercitarsi al massimo la pressione internazionale, per convincere gli stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto in primis, a riconoscere – nonostante i sicuri e gravissimi contraccolpi islamisti sul piano interno – il riconoscimento del diritto degli ebrei in quanto tali ad avere uno stato in Palestina». Senza questa pressione, con il contributo dell'Europa che può essere determinante, l'insuccesso è assicurato.

Da notare, segnalata da Maurizio Molinari, la grande sintonia tra il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, e il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, per una pace in Medio Oriente basata sui processi democratici, la lotta al terrorismo e l'isolamento di un Iran smanioso di procurarsi la bomba atomica. E a dimostrazione della ritrovata intesa tra Parigi e Washinton, il primo seguito formale di Annapolis è previsto proprio nella capitale francese.

Wednesday, November 28, 2007

Annapolis. Scetticismo e un paio di condizioni favorevoli

La conferenza di Annapolis è un'iniziativa destinata a fallire?
Innanzitutto, nessuna firma storica, ma «l'inizio di un percorso» che dovrebbe durare per tutto il 2008 tra Israele e Autorità Palestinese. C'è l'intesa per partire (avviare «immediatamente» i negoziati per arrivare a un accordo di pace «entro il 2008») e, guardandoci indietro, agli ultimi anni, non è poco. «Due Stati sovrani che vivono in pace l'uno accanto all'altro» è l'obiettivo. Ma Bush nel suo discorso è tornato a precisare: uno stato palestinese «indipendente e democratico».

Determinante, come nei tentativi passati, sarà il ruolo dei paesi arabi, invitati ad Annapolis. Di loro non c'è da fidarsi, ma quale migliore occasione di questa per strappargli il riconoscimento di Israele, in un momento storico in cui come mai prima è così concreto il pericolo di un Iran egemone e dotato di bomba atomica?

Un'altra condizione favorevole ci induce per lo meno a sperare. Forse per la prima volta il fronte palestinese è diviso tra terroristi fanatici e terroristi pragmatici. E se è vero che Al Fatah non è composta da gentiluomini, tuttavia Abu Mazen non è Arafat. Negli ultimi mesi Hamas ha monopolizzato la violenza terroristica, l'ha usata anche ai danni dell'Anp, e l'unica ragion d'essere di Al Fatah oggi appare molto più quella di ottenere finalmente lo Stato palestinese, ed esserne artefici, che non la distruzione di Israele.

La divisione in due stati nazionali - uno israeliano l'altro palestinese - appare certamente una formula anti-storica, nel momento in cui, tranne che nell'arretrato mondo arabo, un po' dappertutto negli altri continenti le nazioni ambiscono a trovare formule di integrazione sul modello europeo. Tuttavia, la formula dei "due Stati" al momento porterebbe a una chiarificazione delle responsabilità. Non sarebbe in nessun modo tollerato che uno Stato palestinese aggredisca il suo vicino israeliano. Nessun complesso di colpa per le precedenti occupazioni potrebbe essere alimentato per frenare la mano di Israele.

Non c'è dubbio che in Medio Oriente non ci sarà pace finché saranno al potere dittature spietate e stragiste in Siria e Iran, e ambigue e wahabite come in Arabia Saudita. Eppure, la nascita di uno stato palestinese potrebbe togliere un bel mucchio di alibi e permettere/costringere gli stati arabi a riconoscere Israele.

Insomma, paradossalmente è proprio la minaccia di espansione della rivoluzione islamica iraniana, e dei suoi alleati, a costituire una straordinaria forma di pressione sui regimi sunniti.

Quella "cortina sunnita", che per contrastare le ambizioni iraniane dovrebbe favorire un accordo tra israeliani e palestnesi, è ben lungi dall'essere compatta, come ha osservato Carlo Panella citando gli esempi di Gaza, del Pakistan e del Libano, dove proprio in questi giorni la Siria potrebbe riconquistare le posizioni perdute dopo l'omicidio di Hariri. Eppure, è una carta che non può non essere giocata.

La questione centrale è il ritorno di milioni di profughi palestinesi in Israele, attraverso il quale Al Fatah si prefigge di negare di fatto il carattere ebraico di Israele. Sul resto le due parti sembrano pronte a sacrifici e a compromessi «dolorosi». Per quanto possa sembrare anti-storico a noi europei, proprio l'appartenenza etnica venne individuata dall'Onu, con la risoluzione 181 del 1948, come criterio di quella divisione che apparve l'unica soluzione del conflitto tra ebrei e arabi in Palestina. Il carattere etnico, sia di Israele che di uno Stato palestinese, trova quindi piena legittimità e da esso non si può prescindere.

Il carattere irrazionale e fanatico dei regimi arabi ci rende perplessi circa la possibilità che sul nodo centrale del carattere ebraico di Israele facciano prevalere considerazioni di realpolitik, ma le condizioni favorevoli per un tentativo ci sono.

Tuesday, March 20, 2007

La nostra politica estera scivola nel neutralismo

Il giornalista di Repubblica Mastrogiacomo con Gino Strada dopo la liberazioneAccontentiamoci. Almeno questa volta Prodi non si è affidato a una seduta spiritica per far liberare l'ostaggio, ma a Gino Strada e alla sua potente struttura, Emergency. E' pur sempre un passo avanti.

Ma per Emergency laggiù in quel di Lashkargah oggi non è stata una giornata tranquilla. Prima l'arresto del "mediatore" da parte dei servizi di sicurezza di Karzai. E vorrei anche vedere che il governo di Kabul non avesse ritenuto necessario interrogare chi tra i collaboratori di Emergency, di cui sono noti gli ottimi rapporti con gli ambienti dei talebani, ha tenuto i contatti con i rapitori.

Davanti all'ospedale di Lashkargah c'è stata anche una manifestazione di afghani che protestavano per riavere indietro il corpo dell'autista sgozzato e per avere spiegazioni sul perché non fosse tratto in salvo anche l'interprete.

Già, e l'interprete di Mastrogiacomo? Della sua sorte non si hanno ancora notizie. Com'è possibile che Strada, alla guida di un'organizzazione umanitaria che da anni salva la vita ai poveri afghani, ma anche la Farnesina, non si siano assicurati che l'accordo valesse anche per la liberazione dell'altro ostaggio? Non vogliamo credere che abbia prevalso lo stesso riflesso un po' "razzista" dei rapitori, che hanno saputo ben selezionare l'uomo "giusto" da cui ricavare una buona contropartita sacrificando l'altro a scopo intimidatorio. Della decapitazione dell'autista di Mastrogiacomo in pochi si sono interessati, ma quelli che lo hanno sgozzato Fassino li invita a una conferenza di pace.

Dal punto di vista politico è apparso evidente come il governo ed i ministeri coinvolti non abbiano mai avuto sotto controllo la situazione. Una grave dimostrazione di impotenza se corrispondesse al vero la ricostruzione di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere di oggi. Lo Stato completamente nelle mani di Strada, che ha preteso e ottenuto che rimanessero alla larga Sismi, Ros e militari. «La Difesa è stata tagliata fuori dal negoziato affidato interamente a Gino Strada».

Eppure, due giorni dopo il sequestro pare che i Ros, gli agenti del Sismi, insieme agli inglesi e agli americani a Kabul, avessero localizzato la zona dove il giornalista era segregato, ma l'ipotesi del blitz veniva respinta praticamente su ordine di Strada, per ottenere il suo aiuto. E' andata bene, ma ciò non risolve il problema politico di un governo che sta letteralmente perdendo il controllo della propria politica estera e di difesa sul campo, al di là delle dichiarazioni ufficiali - e a volte pure in quelle.

Abile è stato D'Alema a ridimensionare il ruolo di Emergency: «E' evidente che non ci sarebbe stata una soluzione positiva di questa drammatica vicenda senza la cooperazione del governo afghano e senza la comprensione del governo americano». Ed è così, ma politicamente e mediaticamente è il trionfo "pacifista" con il Governo impotente.

Poco rilievo è stato dato alla pesante lezione di come si sta al mondo che il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha impartito ieri in faccia a Prodi, quando ha ribadito chiaro e tondo che l'obiettivo politico della Nato a Kabul è legittimare il Governo di Karzai, quindi liquidando ogni ipotesi idiota sui talebani al "tavolo della pace", e sottolineato che il Governo tedesco «non si fa ricattare» con suoi ostaggi.

Oggi in qualche editoriale, da Ferrara a Folli, passando per Andrea Romano, si indicava con precisione il problema politico: cosa restiamo a fare in Afghanistan, se tra limiti numerici e operativi alle nostre truppe, trattative con chiunque sugli ostaggi, aperture politiche al nemico contro cui gli alleati stanno per scatenare un'offensiva militare, e il rischio che addirittura il Governo vada sotto al Senato sul rifinanziamento della missione, rischiamo di essere l'anello debole, il ventre molle della coalizione, e rimanere con un comportamento "di fatto" pericolosamente neutralista?

Scrive Giuliano Ferrara: «La storia del rapimento del giornalista di Repubblica non è una favola a lieto fine di cui compiacersi, rilanciando da destra a sinistra e ritorno una quantità miserevole di complimenti per la trasmissione...»
«Quella di Daniele è una tragedia, con il suo autista trucidato, con la vedova che abortisce per il dolore, e ben cinque comandanti militari di una formazione terrorista restituiti alla loro libertà di combattere contro tutto ciò che ci dovrebbe essere caro, in nome di un regime e di un'ideologia del terrore che hanno generosamente ospitato, finché non sono stati spazzati via dall'azione di guerra dei nostri alleati, benedetti dall'Onu e sotto il comando Nato, le basi di Osama bin Laden.
(...)
Giornalisti e operatori umanitari godono di maggior prestigio sociale, a quanto pare, dunque si pagano riscatti e si fanno scambi di prigionieri anche con bande che selezionano l'ostaggio da liberare dietro un prezzo cospicuo dopo aver ucciso quello inutile, l'autista-spia».
Dunque, si chiede Ferrara, «non ci vorrebbe un po' più di sobrietà, e magari qualche visibile segno di imbarazzo, di fronte allo scioglimento di una tragedia che non è un happy end? Non si dovrebbe evitare di fare i complimenti, come Bertinotti, alla "diplomazia dei movimenti"? Non si dovrebbe distinguere tra operatori umanitari neutrali e ambasciatori dichiarati dei talebani presso la Repubblica italiana, come Gino Strada? Nessuno prova un po' di ribrezzo per la trasformazione del rilascio di un ostaggio, pagato con un prezzo altissimo, in una festicciuola pacifista con il conforto delle più alte autorità? Per come ci comportiamo nella guerra al terrorismo, ieri in Iraq e oggi in Afghanistan, dovremmo ritirare le nostre tuppe d'urgenza, proclamare la neutralità italiana, uscire dalle alleanze internazionali di cui facciamo disonorevolmente parte...».

Andrea Romano, su La Stampa, esprime la stessa perplessità sulla natura del nostro impegno in Afghanistan e in generale nella lotta al terrorismo: «Ciò che proprio non si può fare è pretendere di rimanere "alla nostra maniera": raccontando al Paese che i militari italiani si occupano solo di ricostruzione civile mentre gli alleati rischiano i loro uomini, attribuendo direttamente dalle segreterie di partito patente di legittimità a questa o quella componente talebana secondo i mutevoli equilibri della nostra politica interna. La soluzione in assoluto peggiore per Prodi e per l'Italia sarebbe far finta di niente, fingendo di non aver sentito le parole con cui Angela Merkel ha commentato dinanzi a Karzai la liberazione dell'ostaggio italiano ("Il governo tedesco non è ricattabile") e ignorando gli sforzi che i militari alleati stanno compiendo per consolidare la fragile democrazia afghana. Da oggi la "maniera italiana" di stare in Afghanistan ha bisogno di essere chiarita con rigore e serietà, se non vogliamo incorrere nel sospetto di irresponsabile opacità che già aleggia...».

Purtroppo, non è solo questione di tatticismo, ma anche di cultura politica, di inadeguatezza a comprendere il presente, come spiega non da oggi Carlo Panella, su Il Foglio: «Non sono solo sintomi di una cinica navigazione a vista: sono invece il prodotto di una drammatica incultura politica. D'Alema e Fassino, infatti, non sono mossi solo da realpolitik - peraltro indispensabile a ogni buona politica estera - o dalla volontà di accattivarsi i voti della sinistra comunista. L'origine di queste mosse sconnesse è ben più grave: non hanno idea di chi siano realmente i Talebani, Hamas, Hezbollah e l'Iran di Ahmadinejad. Non maneggiano strumenti che permettano loro di definirli. Non hanno elaborato la fine del comunismo, sono stati trasformisti anche sul piano culturale e non padroneggiano nessuna dottrina che permetta loro di comprendere la natura del totalitarismo islamico... Danno mostra di non aver compreso nulla di Hannah Arendt, Francois Furet, Renzo De Felice».

Il sequestro Mastrogiacomo in Afghanistan pone infine anche pesanti interrogativi sul ruolo degli inviati in zone di guerra, che spesso diventano strumenti di ricatto per un paese intero. A sollevare il tema, in un articolo su L'Indipendente, Filippo Di Robilant, che ha lavorato a Kabul con le missioni umanitarie e come portavoce degli osservatori elettorali dell'Ue. «Esiste - si chiede - una via di mezzo tra il giornalista rintanato nella stanza d'albergo a scrivere il pezzo guardando la Cnn e quello scalpitante che pensa che il pericolo sia il suo mestiere?». Secondo Di Robilant «una via di mezzo» c'è: «Si può fare un buon mestiere di reporter senza mettere a rischio la propria vita e i propri collaboratori». Radio Radicale ha sentito a riguardo anche l'inviato del Corriere Massimo Alberizzi.