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Thursday, September 15, 2011

Un circo grottesco e pericoloso

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

La credibilità di Berlusconi presso i suoi elettori è in caduta libera, soprattutto per le due manovre che contraddicono 17 anni di promesse e impegni, la stessa ragion d'essere della sua discesa in campo. Ma ciò non può farci chiudere gli occhi su un circuito mediatico-giudiziario che ha ormai oltrepassato qualsiasi soglia di decenza, persino il senso del ridicolo, ma quel che è più grave ha calpestato i più elementari principi di uno stato di diritto, nell'indifferenza degli organi di controllo e di garanzia, dal Quirinale al Csm.

C'è solo l'imbarazzo della scelta, a partire dall'ultimo scoop firmato Espresso: quel «vi scagionerò tutti» con il quale il premier rassicura Lavitola al telefono. I giornali nei loro titoli la riportano come fosse la prova regina, mentre in realtà proprio quella intercettazione fa crollare l'ipotesi accusatoria nei confronti dei Tarantini e dell'editore dell'Avanti. Basta leggerla: quella dell'estorsione è un'accusa che la presunta vittima ritiene ridicola e chi meglio della presunta vittima (se ci trovassimo in un Paese normale) può «scagionare» gli imputati? Certo, si può ipotizzare che i due sapessero, o immaginassero, di essere intercettati, e quindi abbiano preparato un copione perfetto per smentire le tesi dell'accusa, ma delle due l'una: o il dialogo è sincero, e allora il senso non può essere travisato: non c'è stata alcuna estorsione; oppure Berlusconi è complice dell'estorsione ai suoi danni, quindi imputabile di favoreggiamento.

Oltre al danno, la beffa: stavolta infatti Berlusconi è la presunta vittima, eppure anche questa inchiesta, guarda un po', sembra orchestrata apposta per danneggiare la sua immagine più che per tutelarlo da chissà cosa e da chissà chi. I pm ammettono che forse la loro procura non è territorialmente competente, ma vogliono interrogarlo lo stesso. Però come testimone, persona informata dei fatti, quindi non potrà nemmeno esercitare i diritti che si riconoscono agli imputati - come la presenza del proprio avvocato. Che la trappola sia pronta a scattare è ipotesi tutt'altro che infondata. In alcune ore di interrogatorio, sottoposti a decine di domande, non è poi così difficile ritrovarsi accusati di falsa testimonianza rispetto a qualsiasi cosa i pm ritengano di avere in mano.

Fa sempre una certa impressione, inoltre, un sistema giudiziario in cui di fronte alla richiesta di archiviazione da parte della pubblica accusa è il gip, cioè un giudice, che improvvisamente sveste i panni dell'arbitro e veste quelli di pubblico accusatore. Nel caso dell'intercettazione della famigerata frase di Fassino «abbiamo una banca» è molto probabile che ci sia stata una violazione del segreto d'indagine. Ma non può non scatenare sospetti e illazioni il fatto che proprio Berlusconi venga ora rinviato a giudizio solo per aver ascoltato una sola intercettazione riguardante un suo avversario politico, nonostante non risulti dalle indagini che ne abbia in qualche modo istigato o favorito la rivelazione, o che abbia dato indicazioni perché fosse utilizzata a suo vantaggio.

Mentre nessuno si azzarda nemmeno a ipotizzare illeciti per le decine e centinaia di file che lo massacrano da anni, intercettazioni quasi mai lecite e quasi sempre pubblicate in modo illegale. Nonostante i giornali siano ogni settimana pieni zeppi di sue conversazioni telefoniche, non un solo pm indaga su una violazione di segreto ai suoi danni, o sul perché le intercettazioni che riguardano il premier non vengano immediatamente distrutte, come impone la legge vigente, in quanto parlamentare (per utilizzarle ci vuole l'autorizzazione della Camera di appartenenza). Così come ci sono intere redazioni di giornali in servizio permanente effettivo come buca delle lettere delle procure, eppure l'unico giornalista indagato è il direttore di Libero Belpietro. E dove sono finiti tutti quelli che invocavano la libertà di stampa contro la legge sulle intercettazioni fatta naufragare la scorsa estate?

Va detto che ormai i magistrati hanno elevato a sistema il trucco con il quale aggirano le restrizioni di legge sulla pubblicazione delle intercettazioni, facilitando la vita ai giornalisti compiacenti: basta farle avere alla difesa, o inserire le intercettazioni sputtananti, anche se non penalmente rilevanti, nelle richieste al gip, che poi le copia-incolla nelle sue ordinanze, e click... da quel momento sono pubbliche. Il gioco è fatto. Di fronte a tali trucchi non c'è legge presente o futura che possa tenere, l'unico rimedio sarebbe l'azione disciplinare del Csm, che ovviamente però si gira dall'altra parte.

Le nuove inchieste che coinvolgono Berlusconi hanno questo in comune: da Ruby a Lavitola-Tarantini, non ci sono vittime, non ci sono danneggiati. L'amara realtà è che non ci troviamo più di fronte semplicemente ad un abuso delle intercettazioni telefoniche. E' sempre più evidente che le inchieste più improbabili vengono avviate unicamente allo scopo di dare in pasto ai media le intercettazioni più sputtananti per il premier, persino quando non indagato, e pazienza se nel tritacarne finiscono persone del tutto estranee. Solo per l'inchiesta "escort" di Bari sono state effettuate centomila intercettazioni. C'è davvero da chiedersi cosa sarebbe delle mafie in Italia se la magistratura impiegasse contro di esse le stesse risorse.

La condotta di Berlusconi, anche privata (se resa nota all'opinione pubblica con mezzi leciti), può e dev'essere giudicata politicamente, dagli elettori, ma queste storie non hanno davvero nulla di cui la magistratura debba occuparsi. La sensazione è che se ne occupi solo perché dispone dei mezzi di sputtanamento, di character assassination, che i nemici politici del premier non hanno: intercettare ad libitum.

Monday, May 16, 2011

Prime parziali considerazioni

Dati veri pochini nel momento in cui scrivo, quindi conclusioni vere e proprie non se ne possono trarre. Qualche considerazione su ciò che sembra certo. I peggiori incubi di Pdl e Pd sembrano materializzarsi. A Milano l'unico dato certo sembra il ballottaggio. Era l'esito da tutti dato come più probabile. Ma se i dati veri confermeranno ciò che emerge dalle proiezioni, se cioè Pisapia si troverà addirittura in vantaggio sulla Moratti, allora il centrodestra dovrà prendere atto di due cose: 1) che il candidato è bollito (è due punti sotto la somma dei voti per le liste che la sostengono, Pisapia è sopra di 1), i cittadini milanesi sono stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire); 2) che questa volta Berlusconi con tutto il suo armamentario di propaganda non è bastato. Un segno di maturità degli elettori, che chiamati alle urne per la loro città hanno preferito guardare ai candidati e non a Roma? Oppure un giudizio negativo sull'operato del governo e il tramonto del berlusconismo? Ci sarà tempo per valutare.

In ogni caso se la Moratti dovesse davvero ritrovarsi dietro a Pisapia, la rimonta sarebbe quasi impossibile. Se invece, come spesso accade, gli istituti demoscopici hanno fallito sopravvalutando i voti del centrosinistra, allora la sua riconferma è solo rimandata di due settimane e il giudizio sia sul sindaco, sia su Berlusconi, dovrà inevitabilmente essere più sfumato.

A Torino Chiamparino lasciava un'eredità in larga parte positiva che un big del partito come Fassino è stato chiamato a raccogliere. Non poteva andare diversamente. Verso il ballottaggio, invece, anche Bologna e Napoli, roccaforti del centrosinistra. E qui veniamo alle note dolenti per il Pd. A Napoli è psicodramma, con il candidato Democrat che superato da De Magistris sembrerebbe escluso dal ballottaggio, mentre nella "rossa" Bologna Merola è costretto al ballottaggio da un candidato leghista che prende il 30% (con i candidati espressione della Lega il centrodestra può fare bella figura ma non sembra in grado di strappare - almeno per il momento - feudi rossi), ma sopratutto dal 10% circa del candidato "5 stelle". Ma a ben vedere il movimento di Grillo si conferma non particolarmente trascinante: nelle città "rosse" intercetta un elettorato di estrema sinistra che c'è sempre stato e che semplicemente va sommato al centrosinistra; altrove, come a Milano, raccoglie poco (ma quasi come il Terzo polo!), pescando soprattutto nell'astensionismo.

Già, e il Terzo polo, che già canta vittoria vedendosi ago della bilancia? Risultato molto deludente se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo polo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; appena sufficiente se invece ci si accontenta della politica dei "due forni". Mi sembra appropriata la definizione di Cicchitto: «Il Terzo polo non esiste, esiste l'Udc». «Il Terzo Polo a Torino forse non riuscirà ad arrivare neanche terzo», ironizza Chiamparino. Ovunque le percentuali vanno di pochissimo (meno dell'1%) oltre i voti di Casini. Con scelte sputtananti ai ballottaggi, la realtà è che qualsiasi sia l'indicazione dei terzopolisti gli elettori faranno di testa propria.

Tornando al centrodestra, anche a causa dello scivolone della Moratti che ha calunniato il suo avversario a tre giorni dal voto, e di Berlusconi che non solo ha voluto "politicizzare" le amministrative, ma ha voluto fare di Milano il vero e proprio palcoscenico quasi unico della campagna, adesso il tono delle prossime due settimane, che condizioneranno in modo decisivo i ballottaggi, sarà inevitabilmente segnato dalla sconfitta del centrodestra a Milano, con il rischio di un effetto domino negativo.

Tuesday, May 26, 2009

Birmania, le sanzioni Ue non funzionano

Anche su Il Foglio.it

L'Italia è stata «favorevole» a «confermare le sanzioni» dell'Ue contro il regime birmano, le quali «potranno essere incrementate o ridotte a seconda del comportamento della giunta militare». Parole pronunciate del ministro degli Esteri Frattini, in una conferenza stampa tenuta questo pomeriggio insieme al segretario della Cisl Bonanni. Peccato, però, che l'Europa abbia deciso di non allargare le proprie sanzioni al settore energetico e che le sanzioni in vigore non stiano funzionando, come ha riferito oggi al nostro Parlamento un rappresentante dei dissidenti birmani in esilio. Sarebbe comunque «un segnale positivo», ha aggiunto Frattini, se «alcune compagnie, incluse quelle petrolifere», si ritirassero volontariamente. «Le imprese italiane, ma anche quelle degli altri paesi europei, dalla Francia alla Gran Bretagna», devono capire che «ci sono dei limiti alla moralità del profitto. Quando una presenza imprenditoriale importante dà alla giunta uno strumento in più per sopravvivere, è chiaro che questo limite viene superato», ha spiegato il ministro.

La Cisl, ha dichiarato il segretario generale Bonanni, chiede all'Unione europea di impedire la concessione di polizze assicurative sui progetti del governo birmano e di «congelare» gli asset dei dirigenti birmani all'estero, come hanno fatto gli Stati Uniti. Il sindacato chiede inoltre che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu deferisca la giunta militare birmana davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, perché fa ricorso, come accertato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, alla manodopera forzata.

Oggi è intervenuto anche Piero Fassino, inviato speciale dell'Ue per il Myanmar, per chiarire che le sanzioni sono «uno degli strumenti, ma non possono essere lo strumento unico e decisivo». «Le sanzioni – ha avvertito – hanno un valore politico e morale, sono uno strumento di pressione», ma bisogna sapere che «naturalmente, essendo state adottate soltanto dall'Europa e dagli Stati Uniti, e non dai paesi asiatici, hanno un'efficacia limitata».

E' di diverso avviso Maung Maung, segretario generale del sindacato birmano (FTUB) in esilio, ascoltato oggi alla Commissione Affari esteri della Camera. Il signor Maung spiega in altro modo «l'efficacia limitata» delle sanzioni contro il regime birmano. Sono le sanzioni adottate dall'Unione europea che non stanno funzionando. Al contrario delle sanzioni americane, ha spiegato ai commissari, quelle europee non funzionano perché «mancano forme di monitoraggio e di controllo» del loro rispetto. Di fatto sono sanzioni «approvate ma non applicate» alla dogana. Il rappresentante dei lavoratori birmani ha inoltre invitato l'Ue a includere nelle sanzioni i settori del gas, del petrolio e dei servizi finanziari. Ha fatto presente infatti che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti sui servizi finanziari stanno effettivamente creando qualche difficoltà al regime.

Maung ha inoltre denunciato le continue violazioni dei diritti dei lavoratori da parte del regime, citando in particolare il ricorso alla manodopera forzata e le restrizioni alla libertà di associazione. Si è detto convinto che il regime non permetterà che le elezioni previste per il 2010 siano libere e multipartitiche e che anzi sta cercando in tutti i modi di tenere la principale leader dell'opposizione democratica, la signora Aung San Suu Kyi, fuori dalla politica. Maung ha quindi chiesto ai paesi occidentali di esercitare pressioni, tramite l'Onu, per una revisione del processo elettorale e per una riforma della stessa Costituzione birmana. Ha poi spiegato che Russia e Cina «bloccano» il Consiglio di Sicurezza dell'Onu e che il sindacato in esilio che rappresenta chiede che la giunta militare non sia più ammessa a sedere nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a causa delle violazioni dei diritti umani fondamentali.

Riguardo alle dinamiche interne alla giunta militare, al potere in Birmania dal 1962, il signor Maung ha spiegato che «alcuni generali, a livello di comandanti di divisione, stanno cercando un contatto e un'apertura» con la società civile e i movimenti democratici, ma che «si dovrebbe mostrare ai militari che la comunità internazionale può avere un impatto» reale sul regime.

Monday, June 11, 2007

Il conflitto di interessi dei Ds

Conversazioni tra i "furbetti del botteghino"

Nulla di particolarmente nuovo. Dalle intercettazioni depositate dal giudice Forleo a Milano ad emergere sono i tentativi dei Ds, tramite Unipol, di comprare una banca, la Bnl, in modi che la magistratura stabilirà quanto fossero leciti, comunque con l'aiuto dei "furbetti del quartierino" e il gioco di squadra tra Consorte e i leader del partito forti delle loro posizioni istituzionali. Per carità, sembra che non ci sia nulla di penalmente rilevante, ma un macroscopico conflitto di interessi nell'esercizio delle loro funzioni, questo sì.

Tramonta definitivamente, ammesso che ancora qualcuno fosse disposto a crederci, il mito della "verginità" dei Ds, della loro estraneità all'intreccio politica-affari-banche e, quindi, della superiorità morale della sinistra rispetto al berlusconismo.

Dal Fassino euforico che esclama «Ma allora abbiamo una banca?!» al dalemiano «Facci sognare!» indirizzato a Consorte. Dalle intercettazioni si può intuire che i leader Ds non fossero informati nello specifico dei dettagli tecnici dell'operazione, ma solo dei suoi aspetti più generali, economici e "politici". Si può però supporre che al loro forte interessamento nell'apprendere le ultime notizie corrispondesse un altrettanto risoluto sforzo nello sfruttare la propria posizione di potere politico per facilitare la scalata a Bnl del gruppo ad essi legato.

Qualcuno obietterà che la diffusione delle intercettazioni telefoniche dà luogo a una gogna mediatica, ma se a finire sui giornali sono le conversazioni che un uomo politico intrattiene con dei banchieri indagati, circa operazioni che riguardano l'assetto bancario italiano e i rapporti tra banche e partiti, allora direi che il diritto del pubblico a essere informato e la funzione di controllo democratico attraverso la conoscenza prevalgono senz'altro sul diritto del politico alla privacy e alla riservatezza della sua attività. Sempre meglio la pubblicazione, quindi, rispetto a un uso occulto come armi di ricatto tra opposte fazioni che di quelle trascrizioni possono fare un migliaio di oligarchi.

Poter gettare l'occhio sulle stanze del potere attraverso il buco della serratura che a volte la stampa dischiude, anche se spesso in modo non del tutto disinteressato, è la sola arma in possesso dei cittadini per valutare, soppesare in che modo e quanto i politici siano influenzati dai loro conflitti di interessi. Sono questi squarci sul funzionamento dell'oligarchia che si aprono periodicamente, e non leggi illiberali che prevedono ipocrite incompatibilità, gli unici strumenti di controllo. Che i conflitti di interessi di ciascuno siano trasparenti. Saranno gli elettori a sanzionare o meno i comportamenti dei politici se giudicheranno il loro operato troppo condizionato o condizionabile.

E adesso un po' di dialoghi.
D'Alema-Consorte:
- D'Alema: Lei è quello di cui parlano tutti i giornali?
- Consorte: Guardi, la mia più grande s.... io volevo passare inosservato ma non riesco a farcela.
- D'Alema: Eh... inosservato, sì!
- Consorte: Massimo, ti giuro, il mestiere che faccio io più si passa inosservati e meglio è... niente Massimo, sto provando a farcela... Con l'ingegnere abbiamo chiuso l'accordo questa sera.
- D'Alema: Ah!
- Consorte: Nel senso che loro ci danno tutto. Adesso mi manca un passaggio importante e fondamentale. Sto riunendo i cooperatori perché sono tutti gasati... Gli ho detto, però, dovete darmi i soldi, non è che potete solo incoraggiarmi.
- D'Alema: Di quanti hai bisogno ancora?
- Consorte: Di qualche centinaio di milioni di euro.
- D'Alema: E dopo di che fate da soli?
- Consorte: Sì, sì.
- D'Alema: Tutto da soli.
- Consorte: Sì, Unipol, cinque banche, quattro popolari e una banca svizzera.
- D'Alema: Ah, ah.
- Consorte: E... eh... (parola incomprensibile) lì poi andiamo avanti. Ah no! C'è Opa anche Opa che lo fa. E andiamo avanti, facciamo tutto noi. Avremo il 70% di Bnl.
- D'Alema: Ho capito.
- Consorte: Secondo te Massimo ci possono rompere i c....... a quel punto?
- D'Alema: No, no, no. Sì qualcuno storcerà il naso, diranno che tu sei amico di Gnutti e Fiorani.

«Facci sognare! Vai!»
Da una telefonata tra D'Alema e Consorte del 7 luglio 2005, alle 23:18. A un certo punto il telefono viene passato a D'Alema che, rivolgendosi a Consorte a proposito della scalata di Unipol a Bnl, dice:
- D'Alema: va bene. Vai avanti vai!
- Consorte: Massimo noi ce la mettiamo tutta.
- D'Alema: facci sognare. Vai!
- Consorte: anche perché se ce la facciamo abbiamo recuperato un pezzo di storia, Massimo. Perché la Bnl era nata come banca per il mondo cooperativo.
- D'Alema: e si chiama del Lavoro, quindi possiamo dimenticare?
- Consorte: esatto. E' da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni.
- D'Alema: va bene, vai!

«Comunque ho fatto un po' di chiacchierate anche milanesi... insomma alla fine, se ce la fate, poi vi rispetteranno». Così D'Alema, il 4 luglio 2005, a Pierluigi Stefanini, presidente di Holmo, la holding della cooperative che controlla Unipol. «Eh, Gianni [Consorte], andiamo al sodo, se vi serve resta». «Serve». D'Alema a Stefanini: «Ringrazia i nostri amici... fate bene i conti, non sbagliate i conti».

Ricucci-Latorre
«Ormai questa mattina a Consorte gliel'ho detto: "Datemi una tessera perché io non gliela faccio più", eh!».
- Latorre: Stefano!
- Ricucci: eccolo! Il compagno Ricucci all'appello!
- Latorre: (ride)
- Ricucci: ormai questa mattina a Consorte glielo ho detto: "datemi una tessera perché io non gliela faccio piu", eh!
- Latorre: ormai sei diventato un pericoloso sovversivo.
- Ricucci: e si, eh!
- Latorre: un pericolo sovversivo, rosso oltretutto.
- Ricucci: c'è anche il bollino stamattina!
- Latorre: sì.
- Ricucci: ho preso da Unipol io tutto... Ho preso, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol quindi...
- Latorre: sì, sì.
- Ricucci: non ti posso dire niente, eh!

Fassino-Consorte:
«Sto abbottonatissimo», assicura Fassino, il 5 luglio 2005, a Consorte.
- Fassino: Gli... gli altri cosa fa? Perché mi ha chiamato Abete.
- Consorte: sì
- Fassino: chiedendomi di vederci, non mi ha spiegato, cioè voglio parlarti, parlarti a voce, a voce, viene tra un po'.
- Consorte: uhm.
- Fassino: su quel fronte lì cosa succede?
- Consorte: mah, guarda, su quel fronte lì... eh noi con... però tu... ma questa... eh... non gliela devi dire a lui...
- Fassino: ma io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio.
- Consorte: no, no, no. No, no. Ti sto infatti...
- Fassino: sto abbottonatissimo.
- Consorte: eh. No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo.
- Fassino: ecco meglio così. Dimmi tu.
- Consorte: noi, sostanzialmente con gli spagnoli un accordo l'abbiamo raggiunto.
- Fassino: sì.
- Consorte: anzi, non sostanzialmente ma di fatto proprio, concreto. Uhm! Naturalmente ci siamo riservati di sentire i nostri organi.
(...)
- Fassino: ma sarebbe un accordo che si configurerebbe come?
- Consorte: l'accordo si configura che noi aderiamo alla loro ops...
- Fassino: eh.
- Consorte: loro ci danno il controllo di Bnl Vita.
(...)
- Fassino: vi passano a voi le quote di Bnl Vita?
- Consorte: sì.
(...)
- Consorte: sì, sì e soprattutto ci danno tutti gli assets, quindi otto miliardi di euro che Bnl Vita gestisce, cioè tutta l'azienda proprio, praticamente no? Poi ci danno un altro oggetto...
- Fassino: ehm.
- Consorte: che però non si può dire oggi.
(...)
- Consorte: e poi d'altra parte il vero problema è che noi non riusciamo a chiudere l'accordo con Caltagirone, questo è il problema vero.
- Fassino: qual è il problema?
- Consorte: fa richieste assurde.

Consorte-Latorre:
«Abete e Della Valle devono stare fuori dalla Bnl», dice Consorte a Latorre, il 7 luglio 2005.
- Consorte: siamo qua con i nostri amici banchieri a vedere come... facciamo a rimediare sti soldi.
- Latorre: ah, te l'ho detto, firmo io le fidejussioni, non rompere eh. Stai tranquillo.
- Consorte: ma tu non sei credibile con i soldi, non c'hai una lira! Tu mi porti solo debiti.
- Latorre: se c'è una cosa che non ti porto sono i debiti.
- Consorte: senti hai parlato con Massimo?
- Latorre: sì ma lui domani deve andare a Massa Carrara.
(...)
- Consorte: domani vado in Consob.
- Latorre: uhm.
- Consorte: incontro le cooperative... Mi devono dare ancora un po' di soldi... Se me li danno... eh... andiamo avanti.
- Latorre: partiamo.
- Consorte: sì.
- Latorre: va bene. Va bene.
- Consorte: con questi signori abbiamo chiuso.
- Latorre: come si sono presentati?
- Consorte: bene. Hanno spergiurato che loro neanche se glielo danno nel c... danno le azioni agli spagnoli. Gli hanno posto solo una condizione per contratto. Che Abete e Della Valle devono star fuori dalla Bnl.
- Latorre: eh, va be' e questa l'abbiamo posta pure noi questa condizione.

Tuesday, March 20, 2007

La nostra politica estera scivola nel neutralismo

Il giornalista di Repubblica Mastrogiacomo con Gino Strada dopo la liberazioneAccontentiamoci. Almeno questa volta Prodi non si è affidato a una seduta spiritica per far liberare l'ostaggio, ma a Gino Strada e alla sua potente struttura, Emergency. E' pur sempre un passo avanti.

Ma per Emergency laggiù in quel di Lashkargah oggi non è stata una giornata tranquilla. Prima l'arresto del "mediatore" da parte dei servizi di sicurezza di Karzai. E vorrei anche vedere che il governo di Kabul non avesse ritenuto necessario interrogare chi tra i collaboratori di Emergency, di cui sono noti gli ottimi rapporti con gli ambienti dei talebani, ha tenuto i contatti con i rapitori.

Davanti all'ospedale di Lashkargah c'è stata anche una manifestazione di afghani che protestavano per riavere indietro il corpo dell'autista sgozzato e per avere spiegazioni sul perché non fosse tratto in salvo anche l'interprete.

Già, e l'interprete di Mastrogiacomo? Della sua sorte non si hanno ancora notizie. Com'è possibile che Strada, alla guida di un'organizzazione umanitaria che da anni salva la vita ai poveri afghani, ma anche la Farnesina, non si siano assicurati che l'accordo valesse anche per la liberazione dell'altro ostaggio? Non vogliamo credere che abbia prevalso lo stesso riflesso un po' "razzista" dei rapitori, che hanno saputo ben selezionare l'uomo "giusto" da cui ricavare una buona contropartita sacrificando l'altro a scopo intimidatorio. Della decapitazione dell'autista di Mastrogiacomo in pochi si sono interessati, ma quelli che lo hanno sgozzato Fassino li invita a una conferenza di pace.

Dal punto di vista politico è apparso evidente come il governo ed i ministeri coinvolti non abbiano mai avuto sotto controllo la situazione. Una grave dimostrazione di impotenza se corrispondesse al vero la ricostruzione di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere di oggi. Lo Stato completamente nelle mani di Strada, che ha preteso e ottenuto che rimanessero alla larga Sismi, Ros e militari. «La Difesa è stata tagliata fuori dal negoziato affidato interamente a Gino Strada».

Eppure, due giorni dopo il sequestro pare che i Ros, gli agenti del Sismi, insieme agli inglesi e agli americani a Kabul, avessero localizzato la zona dove il giornalista era segregato, ma l'ipotesi del blitz veniva respinta praticamente su ordine di Strada, per ottenere il suo aiuto. E' andata bene, ma ciò non risolve il problema politico di un governo che sta letteralmente perdendo il controllo della propria politica estera e di difesa sul campo, al di là delle dichiarazioni ufficiali - e a volte pure in quelle.

Abile è stato D'Alema a ridimensionare il ruolo di Emergency: «E' evidente che non ci sarebbe stata una soluzione positiva di questa drammatica vicenda senza la cooperazione del governo afghano e senza la comprensione del governo americano». Ed è così, ma politicamente e mediaticamente è il trionfo "pacifista" con il Governo impotente.

Poco rilievo è stato dato alla pesante lezione di come si sta al mondo che il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha impartito ieri in faccia a Prodi, quando ha ribadito chiaro e tondo che l'obiettivo politico della Nato a Kabul è legittimare il Governo di Karzai, quindi liquidando ogni ipotesi idiota sui talebani al "tavolo della pace", e sottolineato che il Governo tedesco «non si fa ricattare» con suoi ostaggi.

Oggi in qualche editoriale, da Ferrara a Folli, passando per Andrea Romano, si indicava con precisione il problema politico: cosa restiamo a fare in Afghanistan, se tra limiti numerici e operativi alle nostre truppe, trattative con chiunque sugli ostaggi, aperture politiche al nemico contro cui gli alleati stanno per scatenare un'offensiva militare, e il rischio che addirittura il Governo vada sotto al Senato sul rifinanziamento della missione, rischiamo di essere l'anello debole, il ventre molle della coalizione, e rimanere con un comportamento "di fatto" pericolosamente neutralista?

Scrive Giuliano Ferrara: «La storia del rapimento del giornalista di Repubblica non è una favola a lieto fine di cui compiacersi, rilanciando da destra a sinistra e ritorno una quantità miserevole di complimenti per la trasmissione...»
«Quella di Daniele è una tragedia, con il suo autista trucidato, con la vedova che abortisce per il dolore, e ben cinque comandanti militari di una formazione terrorista restituiti alla loro libertà di combattere contro tutto ciò che ci dovrebbe essere caro, in nome di un regime e di un'ideologia del terrore che hanno generosamente ospitato, finché non sono stati spazzati via dall'azione di guerra dei nostri alleati, benedetti dall'Onu e sotto il comando Nato, le basi di Osama bin Laden.
(...)
Giornalisti e operatori umanitari godono di maggior prestigio sociale, a quanto pare, dunque si pagano riscatti e si fanno scambi di prigionieri anche con bande che selezionano l'ostaggio da liberare dietro un prezzo cospicuo dopo aver ucciso quello inutile, l'autista-spia».
Dunque, si chiede Ferrara, «non ci vorrebbe un po' più di sobrietà, e magari qualche visibile segno di imbarazzo, di fronte allo scioglimento di una tragedia che non è un happy end? Non si dovrebbe evitare di fare i complimenti, come Bertinotti, alla "diplomazia dei movimenti"? Non si dovrebbe distinguere tra operatori umanitari neutrali e ambasciatori dichiarati dei talebani presso la Repubblica italiana, come Gino Strada? Nessuno prova un po' di ribrezzo per la trasformazione del rilascio di un ostaggio, pagato con un prezzo altissimo, in una festicciuola pacifista con il conforto delle più alte autorità? Per come ci comportiamo nella guerra al terrorismo, ieri in Iraq e oggi in Afghanistan, dovremmo ritirare le nostre tuppe d'urgenza, proclamare la neutralità italiana, uscire dalle alleanze internazionali di cui facciamo disonorevolmente parte...».

Andrea Romano, su La Stampa, esprime la stessa perplessità sulla natura del nostro impegno in Afghanistan e in generale nella lotta al terrorismo: «Ciò che proprio non si può fare è pretendere di rimanere "alla nostra maniera": raccontando al Paese che i militari italiani si occupano solo di ricostruzione civile mentre gli alleati rischiano i loro uomini, attribuendo direttamente dalle segreterie di partito patente di legittimità a questa o quella componente talebana secondo i mutevoli equilibri della nostra politica interna. La soluzione in assoluto peggiore per Prodi e per l'Italia sarebbe far finta di niente, fingendo di non aver sentito le parole con cui Angela Merkel ha commentato dinanzi a Karzai la liberazione dell'ostaggio italiano ("Il governo tedesco non è ricattabile") e ignorando gli sforzi che i militari alleati stanno compiendo per consolidare la fragile democrazia afghana. Da oggi la "maniera italiana" di stare in Afghanistan ha bisogno di essere chiarita con rigore e serietà, se non vogliamo incorrere nel sospetto di irresponsabile opacità che già aleggia...».

Purtroppo, non è solo questione di tatticismo, ma anche di cultura politica, di inadeguatezza a comprendere il presente, come spiega non da oggi Carlo Panella, su Il Foglio: «Non sono solo sintomi di una cinica navigazione a vista: sono invece il prodotto di una drammatica incultura politica. D'Alema e Fassino, infatti, non sono mossi solo da realpolitik - peraltro indispensabile a ogni buona politica estera - o dalla volontà di accattivarsi i voti della sinistra comunista. L'origine di queste mosse sconnesse è ben più grave: non hanno idea di chi siano realmente i Talebani, Hamas, Hezbollah e l'Iran di Ahmadinejad. Non maneggiano strumenti che permettano loro di definirli. Non hanno elaborato la fine del comunismo, sono stati trasformisti anche sul piano culturale e non padroneggiano nessuna dottrina che permetta loro di comprendere la natura del totalitarismo islamico... Danno mostra di non aver compreso nulla di Hannah Arendt, Francois Furet, Renzo De Felice».

Il sequestro Mastrogiacomo in Afghanistan pone infine anche pesanti interrogativi sul ruolo degli inviati in zone di guerra, che spesso diventano strumenti di ricatto per un paese intero. A sollevare il tema, in un articolo su L'Indipendente, Filippo Di Robilant, che ha lavorato a Kabul con le missioni umanitarie e come portavoce degli osservatori elettorali dell'Ue. «Esiste - si chiede - una via di mezzo tra il giornalista rintanato nella stanza d'albergo a scrivere il pezzo guardando la Cnn e quello scalpitante che pensa che il pericolo sia il suo mestiere?». Secondo Di Robilant «una via di mezzo» c'è: «Si può fare un buon mestiere di reporter senza mettere a rischio la propria vita e i propri collaboratori». Radio Radicale ha sentito a riguardo anche l'inviato del Corriere Massimo Alberizzi.

Monday, March 19, 2007

Tranquilli, mandiamoci Fassino a trattare...

Finalmente libero, miracolosamente salvo, il giornalista di Repubblica per 15 giorni in mano ai talebani in Afghanistan. Ha raccontato particolari terribili: l'autista afghano rapito con lui è stato decapitato sotto i suoi occhi.
«Lo hanno soffocato con una sciarpa e gli hanno tagliato la testa sotto i miei occhi. E' stato terribile, terribile. Il collega afghano accanto a me ha cominciato a piangere, con le bende agli occhi, messo in ginocchio nel deserto, le mani legate dietro, poi hanno cominciato a dire "In nome dell'islam" e compagnia cantando. Prendevano questo povero cristo e lo soffocavano nella sacca e gli tagliavano proprio la testa. Poi pulivano il coltello sul suo vestito. Io tremavo ovviamente, perché pensavo adesso tocca a me».
Tranquilli, con quei tipi là ci parla Fassino, risolve tutto lui.

Sunday, March 18, 2007

Il cinismo di Fassino, il cretinismo di Intini

Piero FassinoAttacchi chimici contro i civili a Baghdad, ma non vedo nessuno a marciare e a protestare. Si discute del cinismo di Fassino, che per qualche voto neocomunista in più al Senato sulla missione in Afghanistan è pronto a fare aperture diplomatiche ai talebani. E adesso ci si venga a dire che qualcuno nel Partito democratico americano sostiene la necessità di trattare con i Talebani...

Cosa sarebbe oggi l'Italia, piuttosto, se nel 1944 gli americani si fossero fermati a Cassino, invitando i nazisti a una conferenza di pace? I talebani vanno annientati, eliminati. L'unica cosa di cui si può discutere con i talebani è la loro resa incondizionata.

Il nostro è un paese, invece, che sul sequestro Mastrogiacomo, come sugli altri rapimenti, non informa gli alleati, conduce trattative parallele dai termini ambigui con i nemici, probabilmente fornendo loro denaro, rendendo prigionieri, offrendo concessioni politiche.

Un caso di cretinismo, invece, sembra essere quello del viceministro Intini. All'indomani della formazione del nuovo governo palestinese, che non accetta di ripudiare la violenza contro Israele, e dell'appello del Governo israeliano alla comunità internazionale perché continui a non riconoscerlo, pur mantenendo aperti canali di dialogo, il nostro viceministro dimostra di essere ostile a Israele, quindi tutt'altro che equivicino, o peggio - ma purtroppo più probabile - di non aver capito nulla della situazione.

Ha dichiarato al Corriere che ora «è possibile immaginare una ripresa dei finanziamenti europei all'Autorità palestinese». Intini non sa, o fa finta di non sapere, che il "Quartetto" per il Medio Oriente (Stati Uniti, Unione europea, Onu e Russia) esige che qualsiasi governo palestinese riconosca Israele, gli accordi precedentemente conclusi e rinunci alla violenza, quali condizioni per la ripresa degli aiuti internazionali congelati da un anno? L'Italia sta forse allontanandosi da questa linea? Intini ha l'autorità per esprimere la nuova linea o è semplicemente un incompetente?

Quanto alla composizione del nuovo governo palestinese, Intini osserva che sono sovrani i palestinesi e che «non vogliamo intromettercì, ma nel complesso mi pare affidabile. Conviene anche a Israele, a cui abbiamo sempre ripetuto: è nel vostro interesse la pace non con mezzo popolo palestinese, ma con tutto il popolo, altrimenti non sarà rispettata».

Rispondendo al giornalista che gli ricorda che nel discorso programmatico del premier di Hamas non c'era la rinuncia al terrorismo, Intini ha preferito indicare tre presupposti per riavviare il processo di pace, tra i quali non ci sono quelli indicati dal Quartetto: «1) un governo israeliano forte; 2) un governo palestinese forte; 3) un forte impegno degli Stati Uniti [?!]. Il forte governo israeliano manca, anche se ha una larga maggioranza parlamentare... Non dimentico che quando Al Fatah si affacciò al mondo, qualche decennio fa, si diceva quello che oggi si dice di Hamas: terroristi. Poi però si è arrivati agli accordi di Camp David». Già, e poi?

Dunque, è "di destra" Capezzone, caro Sofri, o è questa sinistra a cui dovrebbero appartenere i radicali che non è anti-totalitaria e non ha mai raccolto la bandiera della libertà e della democrazia?

Saturday, March 17, 2007

Fassino vuole trattare la resa... la nostra

«Un vecchio aforisma della diplomazia dice che la pace si fa con il nemico, ed è difficile pensare ad una conferenza di pace che non veda sedere intorno allo stesso tavolo tutti i protagonisti, in modo che questi possano guardarsi negli occhi e decidere insieme come uscire da una situazione così drammatica».
Piero Fassino (l'Unità, 17 marzo)

Dunque, per il segretario del più grande partito della maggioranza anche i talebani dovrebbero sedere al tavolo di quella conferenza di pace per l'Afghanistan auspicata dal Governo italiano ma che nessuno sembra volere.

Cosa sarebbe oggi l'Italia se nel 1944 gli americani si fossero fermati a Cassino, invitando i nazisti a una conferenza di pace? I talebani vanno annientati, eliminati. L'unica cosa di cui si può discutere con i talebani è la loro resa incondizionata.