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Monday, September 14, 2009

Le prossime mosse di Rutelli fuori dal Pd

Su il Velino OreSedici
Francesco Rutelli smentisce l'indiscrezione di questa mattina, sul Corriere, secondo cui nel pamphlet che sta per dare alle stampe ci sarebbe il suo «addio al Pd». Il libro, per il quotidiano di via Solferino, si concluderebbe con l'annuncio della «svolta» di Rutelli verso il «centro»: l'Udc. «Posso semplicemente dire che questa informazione-supposizione non è vera», replica l'ex sindaco di Roma. Il mistero sul contenuto del suo libro, e sulle sue reali intenzioni, si infittisce. Si avvicina per leader "incompiuti" come Casini, Fini e lo stesso Rutelli, l'ora di decidere cosa fare da grandi, ma lo scenario che li vede tutti insieme appassionatamente in un "Grande Centro" post-berlusconiano, alternativo sia al Pdl+Lega che al Pd, è un po' fantasioso. Fini si è già smarcato. E Rutelli, con la smentita di oggi, avverte che si sta correndo un po' troppo. Fini e Rutelli, ciascuno nel proprio campo, sono i grandi scontenti dell'attuale equilibrio di potere nei due "poli", ma con i loro movimenti cercano di riguadagnare peso politico, piuttosto che scardinare il bipolarismo, come vorrebbe Casini.

Quale, dunque, il piano di Rutelli? Non andrà al Congresso del Pd solo per uno «scioccante saluto». Aspetterà la conclusione e se Pierluigi Bersani, come sembra, dovesse uscire vincitore, solo allora, il giorno dopo, annuncerà la sua fuoriuscita dal Pd (sotto i suoi occhi diventato qualcos'altro), lancerà un soggetto suo, una "nuova Margherita", e si metterà alla finestra con uno sguardo lungo: le prossime politiche. Nella speranza che si creino le condizioni per uno spazio di centro in cui assumere, insieme a Casini, il ruolo di protagonista che nel Pd non può più recitare. In questo caso, secondo i suoi esegeti, Rutelli potrebbe persino rendersi funzionale al progetto di Bersani (e D'Alema): rifare indisturbati i Ds e allearsi con una "gamba" centrista. Al momento giusto, in Rutelli troverebbero un prezioso "pontiere".
Se questo fosse l'esito - Pd = Ds, alleato a una "nuova Margherita" - sarebbe un palese ritorno al passato e sancirebbe il definitivo fallimento del progetto originario del Pd.

Wednesday, June 25, 2008

Veltroni: non la «nuova stagione», ma tutte le stagioni

L'hanno intitolata «l'ultimo giro di giostra», su il Riformista di oggi, la prefazione di Andrea Romano alla nuova edizione del suo fortunato libro sui "Compagni di scuola", la classe dirigente del Pci-Pds-Ds, anche se l'autore parlava piuttosto di un «ennesimo giro di giostra». Un giudizio severissimo, ma inoppugnabile.

La vicenda della generazione di postcomunisti che ha raccontato «si conclude nel segno della sopravvivenza dei tratti di fondo che ne hanno segnato gran parte del percorso», un «intreccio di familismo e tribalismo che ha impedito a quel gruppo di dispiegare il proprio potenziale politico e di diventare un'autentica classe dirigente di stampo europeo».

L'ultimo dei mohicani, che doveva salvare l'onore della "famiglia", Walter Veltroni, si caratterizza per il «suo particolare metodo di costruzione di sé, la sua capacità di solcare le onde del consenso senza mai rischiare troppo in prima persona, il suo sperimentato mestiere di profeta del tutto e del contrario di tutto... la sua capacità di non negarsi a qualsiasi tesi possa rivelarsi conveniente domani se non oggi. Quel metodo che lo ha reso sino a oggi inattaccabile perché mai troppo prigioniero di una sola posizione, dopo aver solcato negli anni tutte le collocazioni disponibili sul mercato politico postcomunista...»

E' stato «tutto e il contrario di tutto», Veltroni. Fino ad oggi. Quello che va da solo ma anche con Di Pietro; quello della «nuova stagione» e del dialogo che sa accodarsi al giustizialismo dipietrista.

«Massimamente disinvolta - scrive Andrea Romano - è stata la gestione della sconfitta». Un Pd che guadagna solo l'1% rispetto alla somma dei voti dei Ds e della Margherita nelle elezioni del 2006, «marginalizzato» nell'Italia settentrionale e meridionale, «incapace di attrarre anche solo in minima parte il voto mobile moderato».

Ma una «disfatta politica prima che elettorale», per non aver portato alle estreme conseguenze la logica con cui aveva intrapreso la campagna agli inizi, che Veltroni ha saputo trasformare in «spettacolare vittoria con l'assoluta disinvoltura di colui che rimane un maestro nella gestione pubblica delle sconfitte. In un partito normale, la campagna elettorale 2008 sarebbe stata per lui la partita della vita. Una partita giocata nel pieno controllo del messaggio e dell'offerta politica, una scommessa che in caso di vittoria lo avrebbe legittimamente condotto al governo ma che dinanzi alla sconfitta avrebbe dovuto spingerlo a dimissioni trasparenti e dignitose. Così come accade nei normali partiti delle normali democrazie. Ma non è questo il caso di chi ha attraversato indenne le tormente del postcomunismo italiano con gli strumenti della dissimulazione e della fuga dalla responsabilità. E che anche in questo caso si mostra impermeabile al semplice dovere di rispondere del fallimento delle proprie scelte politiche. Perché anche in questo caso la colpa del proprio insuccesso è attribuita a qualcun altro (oggi Prodi, ieri D'Alema, prima ancora il comunismo sovietico), mentre l'unico superstite dei compagni di scuola si prepara all'ennesimo giro di giostra».

E oggi Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive che in certi momenti di difficoltà i leader «devono scegliere: tirare dritto, andare alla conta, scontrarsi con i propri nemici interni, oppure galleggiare, sopravvivere piegandosi al volere degli altri». Veltroni ha scelto la seconda opzione, quella da segretario, non da leader. «Ciò che Veltroni deve chiedersi è: che cosa resta di un leader se la piattaforma politica su cui si è impegnato e ha chiesto i consensi viene messa da parte?» Ma secondo me dovrebbe chiedersi cosa resta di un leader se la sua «piattaforma politica» è lui stesso a metterla da parte, rinunciando ad essere il leader di una «nuova stagione» per poter essere il segretario per tutte le stagioni.

Wednesday, December 05, 2007

Dieci, cento, mille Forleo

La nostra prima reazione alla notizia della procedura di trasferimento del gip Clementina Forleo aperta dal Csm è stata: quanti, tanti, altri pm e gip andrebbero trasferiti per incompetenza se non addirittura licenziati!

La Forleo (che, ricordiamolo, prosciolse un imputato per terrorismo islamico sostenendo che si trattasse di «resistenza») rischia non solo di dover lasciare Milano, ma di non poter più svolgere funzioni monocratiche, potendo solo far parte di organi giudicanti collegiali.

Con le sue dichiarazioni alla stampa, che hanno creato «allarme» nell'opinione pubblica e «disagio» negli ambienti giudiziari milanesi e che si sono «rivelate del tutto prive di riscontro», secondo il Csm la Forleo «ha compromesso la sua possibilità di svolgere le funzioni cui è preposta con piena indipendenza e autonomia», fornendo tra le altre cose una «interpretazione distorta di fatti e circostanze».

Seguendo la logica convincente di queste argomentazioni, e alla luce dei processi che si sono svolti, l'intero pool di "Mani Pulite" a quest'ora l'avremmo dovuto trovare nella procura dell'Isola di Strombolicchio.

Mi e vi chiedo: in un paese in cui a capo delle procure vi fossero eletti, o nominati da un'autorità responsabile del suo operato di fronte ai cittadini, i procuratori che brancolano nel buio sul caso Garlasco, avrebbero ancora il caso nelle proprie mani? E i pasticcioni di Perugia, che fanno e disfano versioni dalla sera alla mattina? E tutti i magistrati che aprono e chiudono il rubinetto delle intercettazioni? E quelli che diventano showman televisivi, o capi-popolo moralizzatori? Niente, tutti al loro posto. Stranamente oggi viene "seccato" il gip che chiese alla Camera dei deputati l'autorizzazione ad usare le intercettazioni dei big Ds, D'Alema e Fassino, nel processo Unipol-Antonveneta. Sarà un caso?

Wednesday, June 20, 2007

L'oligarchia è nuda

«L'aria si è fatta irrespirabile nel Paese». Vero, lo è, ma non per i motivi che ha in mente il premier Romano Prodi. Se i politici in generale, e il governo in particolare, hanno il fiato corto, è perché falliscono nel loro compito primario: prendere decisioni per il Paese. Mentre sono intenti unicamente a restare al potere, in questi giorni, alcuni squarci di conoscenza si sono aperti mostrando al pubblico il funzionamento di quella che appare essere a tutti gli effetti un'oligarchia travestita da un finto bipolarismo.

Un'oligarchia "transpartitica", che opera come un sol corpo per autoconservarsi al potere tenendo bloccate le leggi che regolano le istituzioni e la vita politica, economica e sociale del Paese. Sempre loro, sempre gli stessi, qualsiasi cosa accada. Litigano in pubblico, ma si sostengono gli uni con gli altri in privato, perché gli uni sono indispensabili alla sopravvivenza degli altri e viceversa.

I protagonisti di questo sistema non è detto che meritino una condanna penale o una sanzione morale. Sicuramente, e in primo luogo, quello che più ci interessa, meritano una bocciatura politica, che solo l'intreccio di poteri e le forme istituzionali (per esempio, la legge elettorale) che hanno edificato gli evita.

Siamo dunque giunti al cuore del peccato originale di qualsiasi politico. Quel primigenio conflitto di interessi che nella sua azione fa confliggere l'interesse generale con il suo interesse a mantere il potere.


Questo e tanto altro nel nuovo numero di LibMagazine, on line ogni martedì.

Tuesday, June 12, 2007

Perché i cittadini hanno il diritto di conoscere

D'Alema e FassinoGiuliano Amato conferma di non aver abbandonato la condotta che gli consentì, da delfino di Craxi, di passare indenne dalla Prima alla Seconda Repubblica: qualsiasi cosa accada, mettersi sotto l'ombra della Quercia. Così prende le parti di avvocato d'ufficio sulle intercettazioni Ds/Consorte: «È evidente che tutto questo mi lascia perplesso, e uso una parola tenue. In passato ne ho usate di forti per esprimermi su questa follia tutta italiana... Qualunque cosa venga detta al telefono, se tocca incidentalmente un processo, esce. Quale che sia la sua rilevanza. È chiaro che il sistema non funziona».

E sono curioso di sapere se da queste parti si sono accorti che il loro amato Berlusconi ha già solidarizzato con D'Alema.

Accade, certo, che venga violato il segreto d'ufficio, ma non è questo il caso. Il giudice Forleo ha stabilito che quelle intercettazioni avessero rilevanza processuale, seppure non per i politici coinvolti (i quali, come si sa, non sono indagati), e quindi dovessero essere trascritte. Ieri ha deciso che le trascrizioni depositate non fossero più sottoposte a segreto processuale.

Non si capisce perché, invece, su quali basi normative, il Tribunale di Milano abbia vietato la riproduzione dei documenti, costringendo gli avvocati a prenderne solo visione, eventualmente segnandosi degli appunti, in poche ore. Mettere gli atti giudiziari non più segreti integralmente a disposizione delle parti e della stampa, quanto meno diminuirebbe il rischio che del materiale venga fatto un uso parziale e distorto.

E infatti, «abbiamo fatto anche più di quello che dovevamo», si difendono i presidenti della Corte d'Appello e del Tribunale di Milano, che ricordano come in modo del tutto legittimo sia stato permesso alle parti processuali di «prendere visione delle trascrizioni depositate, con le sole limitazioni ricavabili dalle norme», e fanno notare come già con la richiesta del Pm al Gip fosse «caduta ogni limitazione di conoscibilità del contenuto di tali intercettazioni per le parti processuali, tant'è che queste ultime erano già state messe in condizioni dalla Procura di ascoltare il supporto fonico di tali intercettazioni».

Eppure, Milano «sta diventando un circolo mediatico illegale», denuncia con bella faccia tosta il senatore Ds Guido Calvi, avvocato. Eppure, Calvi se ne stava zitto, quindici anni fa, quando la Procura di Milano faceva ben altro. In quegli anni, se fossero venuti in possesso di intercettazioni telefoniche nelle quali un indagato, conversando del merito cui si riferiva l'ipotesi di reato, fosse stato invitato da un suo "referente politico" a non parlare, a diffidare delle comunicazioni via telefono, e ad incontrarsi di persona (come nel caso della telefonata tra D'Alema e Consorte), i pm avrebbero fatto subito scattare la richiesta d'arresto, per evitare l'ulteriore inquinamento delle prove e recidere i legami tra l'indagato e il mondo politico, e fatto recapitare un avviso di garanzia a quel politico. Questo accadeva allora, quando Calvi e suoi amici Ds non solo tacevano, ma cavalcavano l'onda giustizialista e spalleggiavano la Procura di Milano. E se accadesse oggi, sì che ci sarebbe da protestare.

Oggi, invece, senza che alcun politico sia oggetto di persecuzioni giudiziarie, e nemmeno sotto inchiesta, la "casta" s'indigna semplicemente perché vengono divulgati stralci di conversazioni da cui il pubblico può venire a conoscenza di alcuni conflitti di interessi e comprenderne l'entità, eventualmente sanzionandola nelle urne.

Il ministro della Giustizia Mastella è prontamente tornato a chiedere l'immediata approvazione al Senato della sua legge-bavaglio contro la pubblicazione delle intercettazioni (si badi: parliamo di quelle non più sottoposte a segreto processuale), già varata dalla Camera, guarda caso quasi all'unanimità (ecco come hanno votato i deputati).

L'art. 68 della Costituzione, spesso chiamato in causa, garantisce i deputati da provvedimenti dell'autorità giudiziaria nei loro confronti, ma non dalla divulgazione di notizie che li riguardino, né tutela la loro privacy.

Il fatto che i politici intercettati non abbiano commesso un reato non rende il contenuto di quelle telefonate meno rilevante. E dal momento che le intercettazioni sono state autorizzate da un magistrato - non carpite in modo illegittimo da un media scandalistico o da avversari politici - e ritenute processualmente rilevanti (sebbene a carico di altri) da un giudice, il fatto che esse vedano coinvolti politici di primo piano, addirittura ministri, le rende notiziabili. Se poi l'intera inchiesta dovesse rivelarsi infondata, allora i malcapitati politici potrebbero accusare i magistrati di aver abusato del loro potere, sollevando un polverone giudiziario al solo scopo di poterli intercettare.

Ma come si fa, oggi, a negare il carattere di notizia e la rilevanza di conversazioni, legalmente intercettate, tra politici di primo piano e banchieri indagati, circa operazioni che riguardano l'assetto bancario italiano e i rapporti tra banche e partiti? La magistratura sta indagando su alcune scalate bancarie presunte illegali all'Antonveneta e alla Bnl e sui protagonisti di quelle operazioni. Come non ritenere di estremo interesse pubblico il fatto che, pur non infrangendo alcuna legge, i vertici dei Ds e di altri partiti "tifavano" e si adoperavano per favorire quelle scalate? I cittadini devono sapere, anche perché il Parlamento dovrà presto decidere se autorizzare o meno l'utilizzo di quelle intercettazioni nei processi. Come non rendersi conto che in questo caso il diritto del pubblico a essere informato e la funzione di controllo democratico attraverso la conoscenza prevalgono senz'altro sul diritto del politico alla privacy e alla riservatezza della sua attività?

Per quanto mi riguarda, né manette, né campagne moralizzatrici. Non pretendo che D'Alema e Fassino vengano indagati, né ritengo il loro comportamento "immorale". Anzi, sono persino orientato a concordare con Oscar Giannino, quando osserva che «per il pluralismo finanziario del Paese... il piano industriale banco-assicurativo Unipol-Bnl sarebbe stato di grande utilità». E, soprattutto, come i lettori di questo blog possono testimoniare, non mi sfuggono né «l'oliata e silenziosa macchina da guerra del potere prodiano, che da Telecom ad Alitalia non consente a nessuno di toccar palla senza che nessuno scriva una riga né intercetti», né altri conflitti di interessi.

Non pretendo nulla dai Ds, se non che la loro pretesa superiorità morale sia seppellita per sempre e sia acclarato che i conflitti di interessi esistono, riguardano potenzialmente tutti e l'unico modo per controllarli è che siano noti.

La questione è politica: sono convinto che poter gettare l'occhio sulle stanze del potere attraverso il buco della serratura che a volte la stampa dischiude, anche se spesso in modo non del tutto disinteressato, è la sola arma in possesso dei cittadini per valutare, soppesare in che modo e quanto i politici siano influenzati dai loro conflitti di interessi. Sono questi squarci sul funzionamento dell'oligarchia che si aprono periodicamente, e non leggi illiberali che prevedono ipocrite incompatibilità, gli unici strumenti di controllo. Che i conflitti di interessi di ciascuno siano trasparenti. Saranno gli elettori a sanzionare o meno i comportamenti dei politici se giudicheranno il loro operato troppo condizionato o condizionabile.

Non per il comportamento in sé di D'Alema e compagnia bella, per il loro conflitto di interessi, ma per aver negato con forza e insistentemente, all'epoca di quelle telefonate, di essersi interessati dell'Opa di Unipol alla Bnl, quindi per aver mentito di fronte all'opinione pubblica, in altri paesi non sospettabili di giustizialismo sarebbero state chieste a gran voce le loro dimissioni.

*****

Altri testi:
«Siete padroni della banca».
Fassino-Consorte, 18 luglio 2005, ore 13:26.
- Consorte: Ciao Piero, sono Gianni.
- Fassino: Allora? Siamo padroni della Banca?
- C.: E' chiusa, sì.
- F.: Siete padroni della banca, io non c'entro niente (ride).
- C.: Si, sì, è fatta.
- F.: E' fatta.
- C.: Abbiamo finito proprio cinque minuti fa, è stata una roba durissima però, insomma...
- F.: E alla fine cosa viene fuori? Fammi un po' il quadro, alla fine.
- C.: Alla fine viene fuori che noi abbiamo... eh... diciamo quattro banche... dunque, quattro cooperative...
- F.: Sì...
- C.: Che sono...
- F.: Che prendono?
- C.: Quattro cooperative il 4%...
- F.: L'una...
- C.: No, l'1% l'una...
- F.: L'1% per quattro, perfetto.
- C.: Per quattro... poi abbiamo...
- F.: Diciamo Adriatica, Liguria...
- C.: Piemonte...
- F.: Piemonte...
- C.: E Modena.
- F.: E Modena, perfetto. E poi?
- C.: E Modena... Poi ci sono, diciamo quattro banche italiane...
- F.: Sì.
- C.: Che l'un per l'altra hanno il 12%.
- F.: Come totale?
- C.: Come totale.
- F.: E quindi...
- C.: Quindi le banche più... più la...
- F.: Sì?
- C.: Le cooperative...
- F.: 1.2% e poi?
- C.: Poi abbiamo tre banche internazionali, che sono Nomura, Credit Suisse e Deutsche Bank...
- F.: Uhm...
- C.: Che hanno l'un per l'altra circa il 14 e 1/2%...
- F.: 14 e 1/2%...
- C.: Sì, poi abbiamo Hopa che ha il 4 e 99...
- F.: Sì
- C.: Poi abbiamo 2 imprenditori privati: Marcellino Gavio e Pascop, che hanno l'1 e 1/2...
- F.: Insieme?
- C.: Insieme. E poi ad oggi c'è Unipol che ha il 15...
- F.: Chi? Unipol?
- C.: Unipol. Quindi la prima cosa è che queste quote acquisite sono... sono state acquisite da... non da noi, ma dagli alleati...
- F.: Uhm
- C.: Dagli immobiliaristi che sono totalmente fuori...
- F.: Tu adesso...
- C.: Io?
- F.: Che operazione fai dopo questa?
- C.: Ho lanciato l'OPA!
- F.: Hai già lanciato l'OPA obbligatoria?
- C.: Esatto, questa mattina...
- F.: Sì
- C.: Allo stesso prezzo...
- F.: Sì...
- C.: Al quale sono state fatte le cessioni delle quote delle azioni degli immobiliaristi...
- F.: Due e sette?
- C.: Esatto. Per eliminare ogni tipo di speculazione che non... non sono trattate tutte allo stesso modo...
- F.: E certo, bene!
- C.: La legge ci avrebbe permesso di lanciare a 2 e 52...
- F.: E la BBVA cosa offre?
- C.: 2 e 52, ma in azioni. Noi offriamo soltanto cash!
- F.: Cazzo!
- C.: No? Quindi è una cosa totalmente diversa. E in realtà noi abbiamo già in mano il 51 però. Per cui, tutti questi soldi...
- F.: Perché tu.., perché la cess... perché, va beh, noi abbiamo 15 più 4 delle COOP, fa il 19 a noi...
- C.: Sì, sì...
- F.: Certo, certo...
- C.: Quelle aziende...
- F.: Uhm...
- C.: Ci hanno rilasciato a noi un diritto...
- F.: Sì
- C.: Ad acquisire le loro azioni...
- F.: Sì.
- C.: A nostra semplice richiesta, se dall'OPA non dovessero arrivare azioni
- F.: Ho capito.
- C.: Quindi noi, come Unipol, prendiamo comunque il 51...
- F.: Ho capito...
- C.: Se invece dall'OPA ci arrivano le azioni, loro quelle se le tengono...
- F.: E cioè se tu arrivi al 51 in altro modo loro si tengono quelle.
- C.: Esatto. Quindi è un'operazione che nessuno aveva né immaginato né pensato.
- F.: Bene, bene, bene.
- C.: E abbiamo smontato l'alleanza con gli immobiliaristi perché non c'è. Non siamo noi che abbiamo comprato gli immobiliaristi. Abbiamo smontato i parvenu che dicevano operazioni nazionalistiche, perché abbiamo tre banche internazionali!
- F.: Certo!
- C.: Poi abbiamo alleati delle aziende, quindi soci stabili e noi abbiamo il 51...
- F.: Eh...
- C.: Poi... abbiamo smontato il discorso...
- F.: Possibili ricorsi in sede giudiziaria o...?
- C.: Ad oggi ne vediamo neanche uno, ma se li fanno...
- F.: Cioè il fatto che contestualmente si abbiano tutte queste cessioni, loro cosa lo con...
- C.: Eh. E abbiamo proprio costruito così, questo è il concreto...
- F.: Uhm...
- C.: Di cui... che le azioni le azioni le avevano già in mano, no?
- F.: Uhm...
- C.: Per cui lanci l'OPA, ma guarda caso allo stesso prezzo cui è stato trattato queste azioni, quindi non hai penalizzato proprio nessuno. E la nostra offerta è decisamente migliore di quella degli spagnoli.
- F.: Bene, bene.
- C.: Invece quello che avverrà è che io li denuncio. Tutti. Uno per uno.
- F.: Prima di denunciare, aspetta. Prima portiamo a casa tutto.
- C.: E qui. .. l'operazione è finita, eh!
- F.: Perché loro sono... adesso si scontreranno ancora di più. Ieri hai visto il "Corriere", no? No, tu non l'hai visto, ieri hai lavorato tutto il giorno. Ieri il "Sole" ha fatto un'intera pagina contro di me, eh...
- C:. Eh, ma adesso...
- F.: Intera pagina!
- C.: Ma perché, là, Piero, questi imbecilli guardano a questa operazione in chiave esclusivamente politica...
- F.: Ma sì, ma son dei deficienti...
- C.: Esclusivamente politica. Questi dicono "cazzo! Adesso i Ds oltre ad avere il mondo cooperativo, oltre ad avere Unipol, oltre ad avere il Monte dei Paschi - che non è così - hanno anche Bnl"...
- F.: E va bene...
- C.: Questo è il ragionamento demenziale che fanno, è questo qui...
- F.: E sì, va bene. Intanto noi lavoriamo. Bene!
- C.: Però noi intanto andiamo avanti. Noi andiamo avanti.
- F.: Bene... demenziale (ride)...
- C.: No, direi proprio di no. Ma noi sosterremo che è demenziale (ride)...
- F.: Ma voi avete fatto un'operazione di mercato, quello che ho sempre detto io...
- C.: Industriale. Un'operazione industriale e di mercato.
- F.: Industriale e di mercato... esatto, esatto!
- C.: La verità. Oh, e poi è indiscutibile...
- F.: bene, molto bene.
- C.: Quindi... niente, Piero, andiamo avanti, ma...
- F.: Congratulazioni!
- C.: Fino a che abbiamo. .. siamo raggiunti... Ti ringrazio!
- F.: E, bravo, bravo...
- C.: Anche per l'aiuto che ci hai dato. Siamo arrivati ad un punto importante secondo me...
- F.: Bene, bene, bene...
- C.: Va bene?
- F.: Ottimo, vediamo.
- C.: Ciao Piero. Grazie, ci sentiamo presto.
- F.: Adesso dovete occuparvi bene... no, un consiglio.
- C.: Sì.
- F.: Occupatevi bene di cosa comunicate in positivo, il piano industriale...
- C.: Sì. Ma adesso chiamo Barabino.
- F.: Perché il problema adesso è di costruire che noi abbiamo... che voi avete un piano industriale...
- C.: No, ma l'abbiamo veramente!
- F.: E, lo so... non ne parla mai...
- C.: faremo, faremo adesso... faremo anche una conferenza stampa...
- F.: Perché sembra... fino adesso loro stanno accarezzando l'idea che... che era soltanto un problema di accaparrarsi la banca, poi, però non... non sanno cosa fare. .. non è così, capito? Eh?
- C.: Guarda, noi invece sosterremo questa tesi...
- F.: Eh...
- C.: Che loro la banca la stavano svendendo...
- F.: Esatto!
- C.: E che...
- F.: No, e anche quello... che l'hanno gestita coi piedi...
- C.: Quello, quello...
- F.: Bnl è stata gestita coi piedi...
- C.: Sì, però quello non lo voglio dire oggi...
- F.: Eh?
- C.: Questo lo dirò fra 4 o 5 mesi, quando avrò visto dentro...
- F.: Eh...
- C.: Io adesso dico che era un'operazione...
- F.: Uhm...
- C.: Che stava svendendo, visto i valori proposti da BBVA...
- F.: Uhm...
- C.: La banca agli spagnoli, svuotandola di contenuti...
- F.: Uhm...
- C.: E che, come tutte le banche, avrebbero portato via tutte le attività qualificate a Madrid...
- F.: Eh...
- C.: E avrebbero ridotto Bnl ad una rete. Noi, invece, la banca rimarrà a Roma, gli porteremo milioni di clienti...
- F.: Uhm
- C.: Forse un milione e due, contemporaneamente rilanceremo tutte le attività, gli porteremo Unipol Banca e faremo una delle prime 4 o 5 banche italiane. E' tutto dimostrato. Adesso vedremo.
- F.: Bene.
- C.: E dopo ci...
- F.: Bene, auguri...
- C.: Adesso si poteva parlare. Grazie, Grazie!
- F.: bene, bene. Vediamoci presto.
- C.: Ciao, sì presto...
- F.: va bene.
- C.: Richiamo per fissare la settimana. Ciao.
- F.: Ciao.
- C.: Ciao.

Monday, June 11, 2007

Il conflitto di interessi dei Ds

Conversazioni tra i "furbetti del botteghino"

Nulla di particolarmente nuovo. Dalle intercettazioni depositate dal giudice Forleo a Milano ad emergere sono i tentativi dei Ds, tramite Unipol, di comprare una banca, la Bnl, in modi che la magistratura stabilirà quanto fossero leciti, comunque con l'aiuto dei "furbetti del quartierino" e il gioco di squadra tra Consorte e i leader del partito forti delle loro posizioni istituzionali. Per carità, sembra che non ci sia nulla di penalmente rilevante, ma un macroscopico conflitto di interessi nell'esercizio delle loro funzioni, questo sì.

Tramonta definitivamente, ammesso che ancora qualcuno fosse disposto a crederci, il mito della "verginità" dei Ds, della loro estraneità all'intreccio politica-affari-banche e, quindi, della superiorità morale della sinistra rispetto al berlusconismo.

Dal Fassino euforico che esclama «Ma allora abbiamo una banca?!» al dalemiano «Facci sognare!» indirizzato a Consorte. Dalle intercettazioni si può intuire che i leader Ds non fossero informati nello specifico dei dettagli tecnici dell'operazione, ma solo dei suoi aspetti più generali, economici e "politici". Si può però supporre che al loro forte interessamento nell'apprendere le ultime notizie corrispondesse un altrettanto risoluto sforzo nello sfruttare la propria posizione di potere politico per facilitare la scalata a Bnl del gruppo ad essi legato.

Qualcuno obietterà che la diffusione delle intercettazioni telefoniche dà luogo a una gogna mediatica, ma se a finire sui giornali sono le conversazioni che un uomo politico intrattiene con dei banchieri indagati, circa operazioni che riguardano l'assetto bancario italiano e i rapporti tra banche e partiti, allora direi che il diritto del pubblico a essere informato e la funzione di controllo democratico attraverso la conoscenza prevalgono senz'altro sul diritto del politico alla privacy e alla riservatezza della sua attività. Sempre meglio la pubblicazione, quindi, rispetto a un uso occulto come armi di ricatto tra opposte fazioni che di quelle trascrizioni possono fare un migliaio di oligarchi.

Poter gettare l'occhio sulle stanze del potere attraverso il buco della serratura che a volte la stampa dischiude, anche se spesso in modo non del tutto disinteressato, è la sola arma in possesso dei cittadini per valutare, soppesare in che modo e quanto i politici siano influenzati dai loro conflitti di interessi. Sono questi squarci sul funzionamento dell'oligarchia che si aprono periodicamente, e non leggi illiberali che prevedono ipocrite incompatibilità, gli unici strumenti di controllo. Che i conflitti di interessi di ciascuno siano trasparenti. Saranno gli elettori a sanzionare o meno i comportamenti dei politici se giudicheranno il loro operato troppo condizionato o condizionabile.

E adesso un po' di dialoghi.
D'Alema-Consorte:
- D'Alema: Lei è quello di cui parlano tutti i giornali?
- Consorte: Guardi, la mia più grande s.... io volevo passare inosservato ma non riesco a farcela.
- D'Alema: Eh... inosservato, sì!
- Consorte: Massimo, ti giuro, il mestiere che faccio io più si passa inosservati e meglio è... niente Massimo, sto provando a farcela... Con l'ingegnere abbiamo chiuso l'accordo questa sera.
- D'Alema: Ah!
- Consorte: Nel senso che loro ci danno tutto. Adesso mi manca un passaggio importante e fondamentale. Sto riunendo i cooperatori perché sono tutti gasati... Gli ho detto, però, dovete darmi i soldi, non è che potete solo incoraggiarmi.
- D'Alema: Di quanti hai bisogno ancora?
- Consorte: Di qualche centinaio di milioni di euro.
- D'Alema: E dopo di che fate da soli?
- Consorte: Sì, sì.
- D'Alema: Tutto da soli.
- Consorte: Sì, Unipol, cinque banche, quattro popolari e una banca svizzera.
- D'Alema: Ah, ah.
- Consorte: E... eh... (parola incomprensibile) lì poi andiamo avanti. Ah no! C'è Opa anche Opa che lo fa. E andiamo avanti, facciamo tutto noi. Avremo il 70% di Bnl.
- D'Alema: Ho capito.
- Consorte: Secondo te Massimo ci possono rompere i c....... a quel punto?
- D'Alema: No, no, no. Sì qualcuno storcerà il naso, diranno che tu sei amico di Gnutti e Fiorani.

«Facci sognare! Vai!»
Da una telefonata tra D'Alema e Consorte del 7 luglio 2005, alle 23:18. A un certo punto il telefono viene passato a D'Alema che, rivolgendosi a Consorte a proposito della scalata di Unipol a Bnl, dice:
- D'Alema: va bene. Vai avanti vai!
- Consorte: Massimo noi ce la mettiamo tutta.
- D'Alema: facci sognare. Vai!
- Consorte: anche perché se ce la facciamo abbiamo recuperato un pezzo di storia, Massimo. Perché la Bnl era nata come banca per il mondo cooperativo.
- D'Alema: e si chiama del Lavoro, quindi possiamo dimenticare?
- Consorte: esatto. E' da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni.
- D'Alema: va bene, vai!

«Comunque ho fatto un po' di chiacchierate anche milanesi... insomma alla fine, se ce la fate, poi vi rispetteranno». Così D'Alema, il 4 luglio 2005, a Pierluigi Stefanini, presidente di Holmo, la holding della cooperative che controlla Unipol. «Eh, Gianni [Consorte], andiamo al sodo, se vi serve resta». «Serve». D'Alema a Stefanini: «Ringrazia i nostri amici... fate bene i conti, non sbagliate i conti».

Ricucci-Latorre
«Ormai questa mattina a Consorte gliel'ho detto: "Datemi una tessera perché io non gliela faccio più", eh!».
- Latorre: Stefano!
- Ricucci: eccolo! Il compagno Ricucci all'appello!
- Latorre: (ride)
- Ricucci: ormai questa mattina a Consorte glielo ho detto: "datemi una tessera perché io non gliela faccio piu", eh!
- Latorre: ormai sei diventato un pericoloso sovversivo.
- Ricucci: e si, eh!
- Latorre: un pericolo sovversivo, rosso oltretutto.
- Ricucci: c'è anche il bollino stamattina!
- Latorre: sì.
- Ricucci: ho preso da Unipol io tutto... Ho preso, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol quindi...
- Latorre: sì, sì.
- Ricucci: non ti posso dire niente, eh!

Fassino-Consorte:
«Sto abbottonatissimo», assicura Fassino, il 5 luglio 2005, a Consorte.
- Fassino: Gli... gli altri cosa fa? Perché mi ha chiamato Abete.
- Consorte: sì
- Fassino: chiedendomi di vederci, non mi ha spiegato, cioè voglio parlarti, parlarti a voce, a voce, viene tra un po'.
- Consorte: uhm.
- Fassino: su quel fronte lì cosa succede?
- Consorte: mah, guarda, su quel fronte lì... eh noi con... però tu... ma questa... eh... non gliela devi dire a lui...
- Fassino: ma io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio.
- Consorte: no, no, no. No, no. Ti sto infatti...
- Fassino: sto abbottonatissimo.
- Consorte: eh. No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo.
- Fassino: ecco meglio così. Dimmi tu.
- Consorte: noi, sostanzialmente con gli spagnoli un accordo l'abbiamo raggiunto.
- Fassino: sì.
- Consorte: anzi, non sostanzialmente ma di fatto proprio, concreto. Uhm! Naturalmente ci siamo riservati di sentire i nostri organi.
(...)
- Fassino: ma sarebbe un accordo che si configurerebbe come?
- Consorte: l'accordo si configura che noi aderiamo alla loro ops...
- Fassino: eh.
- Consorte: loro ci danno il controllo di Bnl Vita.
(...)
- Fassino: vi passano a voi le quote di Bnl Vita?
- Consorte: sì.
(...)
- Consorte: sì, sì e soprattutto ci danno tutti gli assets, quindi otto miliardi di euro che Bnl Vita gestisce, cioè tutta l'azienda proprio, praticamente no? Poi ci danno un altro oggetto...
- Fassino: ehm.
- Consorte: che però non si può dire oggi.
(...)
- Consorte: e poi d'altra parte il vero problema è che noi non riusciamo a chiudere l'accordo con Caltagirone, questo è il problema vero.
- Fassino: qual è il problema?
- Consorte: fa richieste assurde.

Consorte-Latorre:
«Abete e Della Valle devono stare fuori dalla Bnl», dice Consorte a Latorre, il 7 luglio 2005.
- Consorte: siamo qua con i nostri amici banchieri a vedere come... facciamo a rimediare sti soldi.
- Latorre: ah, te l'ho detto, firmo io le fidejussioni, non rompere eh. Stai tranquillo.
- Consorte: ma tu non sei credibile con i soldi, non c'hai una lira! Tu mi porti solo debiti.
- Latorre: se c'è una cosa che non ti porto sono i debiti.
- Consorte: senti hai parlato con Massimo?
- Latorre: sì ma lui domani deve andare a Massa Carrara.
(...)
- Consorte: domani vado in Consob.
- Latorre: uhm.
- Consorte: incontro le cooperative... Mi devono dare ancora un po' di soldi... Se me li danno... eh... andiamo avanti.
- Latorre: partiamo.
- Consorte: sì.
- Latorre: va bene. Va bene.
- Consorte: con questi signori abbiamo chiuso.
- Latorre: come si sono presentati?
- Consorte: bene. Hanno spergiurato che loro neanche se glielo danno nel c... danno le azioni agli spagnoli. Gli hanno posto solo una condizione per contratto. Che Abete e Della Valle devono star fuori dalla Bnl.
- Latorre: eh, va be' e questa l'abbiamo posta pure noi questa condizione.

Wednesday, May 30, 2007

Governo con il morto

Dal film Weekend at Bernie'sStoria di un cadavere che scotta

Ricordate quel film, "Week end con il morto"? Era spiritoso. Mi è venuto in mente guardando un film molto meno divertente. Ancor di più dopo la batosta di queste elezioni amministrative si ripropone per i Ds e per la Margherita il problema di come liberarsi del cadavere politico di Romano Prodi. E ho come l'impressione che siano costretti ancora per un po' a fingere che sia politicamente vivo. Un po' più a lungo che per un week end.

Rutelli pensa di cominciare a risolvere il problema designando subito un leader per il nascituro Partito democratico. Prodi, ovviamente, non è d'accordo, si barrica e avverte di non accelerare, perché un leader diverso dal premier in carica alla guida del Pd sarebbe come sfiduciarlo di fatto: «Il problema della leadership verrà dopo. Chi vuole accelerare rischia di mettere in difficoltà l'attuale leader e il governo».

I Ds sembrano orientati a far accettare al professore una sorta di commissariamento, ma non sarà facile, perché quello è capace anche di buttare tutto all'aria dimettendosi, mentre il Pd è ancora tutto da fare. Insomma, l'imbarazzo è totale. I principali azionisti della maggioranza non sanno come sbarazzarsi dell'unico personaggio che finora, più nel male che nel bene, ha saputo svolgere la funzione di sintesi tra i post-Pci e i post-Dc, portandoli per ben due volte al governo ma dimostrando di essere un autentico incapace.

Una soluzione potrebbe essere quella di far lavorare il Senato, dove si potrebbe fare in modo che sembri un incidente. Ma il centrodestra è in agguato e una nuova caduta del Governo Prodi potrebbe portare non a un governo istituzionale, a un semplice cambio di cavallo o a un rimpasto, ma direttamente a nuove elezioni, cogliendoli impreparati. Si prefigura, nei prossimi mesi, una vera e propria corsa a non rimanere sotto le macerie del "prodismo". Chi si salverà?

Il guaio di quello che doveva essere il "motore riformista" (Ds e Margherita) della coalizione, ma che si è ingolfato in partenza, e ora anche del Partito democratico, nonostante occupi tutte le posizioni chiave del governo, è stato ben individuato da un editoriale su Il Foglio di oggi: «... senza una guida riconoscibile che ne valorizzi le autonome posizioni, finisce col subire tutti i danni delle mediazioni indispensabili in una coalizione tanto variegata, senza ottenere alcun vantaggio dall'esercizio di tutte le principali cariche pubbliche».

Non hanno un convinto approccio riformatore, né una visione chiara della società, né coraggio e statura da leader, quindi passano il tempo a sopravvivere al potere e a preservare l'unità del centrosinistra, costi quel che costi, non accorgendosi che la sfida di un Partito democratico dovrebbe essere quella di proporsi come forza di governo capace di fare a meno della sinistra conservatrice e neocomunista.

Thursday, May 24, 2007

Il partito-Corriere e l'ombra Montezemolo

Paolo Mieli, direttore del Corriere della SeraIn un certo senso si può dire che il Corriere della Sera stia perseguendo «l'alternanza per l'alternativa» meglio di chi questa espressione l'ha coniata. Pur senza entusiasmi, indicando per tempo quali sarebbero state le inadeguatezze dell'attuale compagine al governo e le riforme necessarie al paese, il quotidiano di via Solferino ha prima sostenuto l'«alternanza» prodiana a Berlusconi. Adesso è impegnato a trovare un'«alternativa».

Non sappiamo dire se questa sarà migliore o peggiore dell'esistente, ciò che sappiamo è che l'esistente non ce lo possiamo più permettere. Dunque, è attorno al Corriere, che ovviamente rappresenta degli interessi precisi e agisce coerentemente con essi, che si stanno coagulando i soggetti che guardano oltre lo status quo retto in concorso da Prodi e Berlusconi.

Una campagna di delegittimazione dei partiti che sfiora anti-politica e qualunquismo, entrata nel vivo con il libro-inchiesta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, accompagnata da editoriali che evocano un «crollo» del sistema simile a quello del '92-'93 (Sergio Romano) e che dettano l'agenda delle riforme (Mario Monti).

Un canovaccio rispettato oggi da Montezemolo, che ha aperto l'Assemblea annuale di Confindustria con un vero e proprio programma di governo, accompagnato dall'attacco alla politica che pensa alla propria sopravvivenza ed è incapace di rispondere ai bisogni del paese.

E' la nuova crisi dei partiti che lascia spazio al partito-Corriere, mentre il partito-Repubblica al momento sembra troppo appiattito sull'asfittico processo costituente del Partito democratico per poter competere. E chissà che a rappresentare le forze e gli interessi allettati da una "rupture" all'italiana non si candidi proprio Montezemolo, con il suo discorso di oggi.

Interessante dare uno sguardo a come ha reagito il mondo politico. Reazioni molte diverse tra loro, ma tutte sotto il segno della paura. Chi con sdegno altezzoso (Prodi, la sinistra comunista, Mussi, i Sindacati), chi pronto a non farsi sfuggire l'eventuale nuovo carro (Casini, Rutelli, Fassino, Bersani), chi sente vacillare il suo ruolo di opposizione (il centrodestra), chi con stizzita superiorità, ma con opportunistica cautela (D'Alema), chi ha messo in guardia dall'anti-politica (Mastella, Bonino, Tabacci). Non manca chi un Montezemolo così lo vorrebbe a capo dei Volenterosi (Polito, Capezzone, Della Vedova).

La stessa paura che giorni fa faceva dire al dalemiano di ferro Latorre: "Non faremo la fine di Craxi". Un modo di farsi coraggio, mentre si avvicina la probabile uscita di nuove imbarazzanti intercettazioni che riguardano i vertici Ds sugli intrallazzi finanziari di Unipol, che la dice tutta sull'estrema fragilità di una classe dirigente. Un'uscita infelice, che nel rassicurare sulle proprie sorti implicitamente ammette una situazione analoga a quella del '92-'93, di fine regno. L'impressione è che se non arriva prima il Partito democratico, a concludere l'esperienza dei Democratici di Sinistra sopraggiungerà la morte naturale.

E' il momento del ciascuno faccia il proprio gioco, ma chi resta fermo è perduto.

Monday, April 23, 2007

Nessun "Partito democratico" senza maggioritario

Veltroni e Rutelli, i due candidati alla leadership del Partito democraticoLe peggiori previsioni lo danno al 23%. Altre tra il 25 e il 30%. L'Ulivo alle elezioni dell'aprile scorso ha toccato quota 31,5%. Ma conta davvero scervellarsi su quale sarà il peso nelle urne del nascituro Partito democratico? Quale che sia il suo peso in proporzione al corpo elettorale, il suo peso politico all'interno del centrosinistra è destinato a non variare di molto. Al governo dovrà comunque confrontarsi con agguerrite forze di sinistra neocomunista e antagonista, intorno al 10%, e pare anche con un rassemblement socialdemocratico.

E' inspiegabile come mai i promotori del Partito democratico sembrino non accorgersi che il loro progetto, se non sarà calato in un sistema elettorale maggioritario, è destinato al fallimento, o comunque a non cambiare di molto il volto del centrosinistra. In un sistema proporzionale il Partito democratico sarà solo un partito, forse di maggioranza relativa, ma fra i tanti "pesanti" in compagnia dei quali dovrà presentarsi agli elettori ed eventualmente governare. Un altro nome con cui chiamare l'Ulivo, ma mai quella forza innovativa nel panorama politico italiano capace di assumere da sola responsabilità di governo, o di controllarne l'azione in modo coerente.

In un sistema maggioritario, invece, con il suo 30% il Partito democratico potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria. Ciò perché, alla lunga, gli elettori degli altri partiti alla sua sinistra, piuttosto che veder prevalere nel loro collegio il candidato della destra, sposterebbero il loro voto verso il partito di centrosinistra con maggiori possibilità di prevalere. Allo stesso modo il maggioritario converrebbe ad An e Forza Italia, se davvero fossero intenzionati a dar vita a un partito unitario "delle Libertà" o a qualcosa del genere.

Qualche timido segnale di presa di coscienza lo abbiamo registrato. A parte qualche ministro schierato a favore del referendum, il ministro degli Interni Amato si è espresso in favore dell'uninominale. Anche Fassino, timidamente: «Io preferisco il ritorno all'uninominale». E, infine, i colpi tirati da Ds e Margherita alla "bozza Chiti", causando la levata di scudi dei piccoli, da Mastella (Udeur) e Giordano (Rifondazione comunista) a Villetti (Sdi), che hanno minacciato la fine immediata del Governo Prodi.

Incredibilmente assenti dal dibattito sulla legge elettorale sono i Radicali, proprio loro che in passato sono stati i più tenaci sostenitori dell'uninominale. Tra di loro Capezzone sembra isolato nel sostenere il referendum elettorale. E' vero che il quesito non è certo esaltante, ma pur non conducendo ad un esito maggioritario, comunque difende l'assetto bipolare contro la reazione proporzionalista. Sono proprio sicuri i radicali che non sia possibile tessere di nuovo le fila di un "partito" trasversale per la riforma uninominale? Oppure hanno già dismesso la loro battaglia per la riforma "americana" delle istituzioni, delegando lo Sdi a parlare anche per loro nome e conto?

«Anziché completare la rivoluzione maggioritaria, abbiamo disfatto anche il poco che c'era», si rammaricava giorni fa Angelo Panebianco. Non solo «nessuna riforma della Costituzione in senso maggioritario è risultata possibile», ma «la frammentazione partitica, già elevatissima, è diventata, nel corso del tempo, selvaggia». E come se non bastasse è arrivata «la riproporzionalizzazione della legge elettorale voluta dal governo Berlusconi». In questo contesto, spiega Panebianco, il referendum elettorale è forse «l'unica carta oggi disponibile per tentare di invertire la tendenza, riavviare l'italia sulla via della democrazia maggioritaria». Una sorta di vittoria tattica: prima di tutto, bloccare la restaurazione proporzionalista.

E dovrebbe essere chiaro, sottolinea il politologo, che «c'è una sola possibilità residua per evitare di strangolare in culla il Partito democratico: giocare al rialzo (come ha capito Giuliano Amato), approfittare dell'occasione del referendum per riproporre i collegi uninominali e il sistema maggioritario». Sacrificando il Governo Prodi, se necessario.

Perché, dunque, il maggioritario rimane così poco popolare persino nei partiti che più se ne avvantaggerebbero? Oltre al fatto di dover dire addio al Governo Prodi, questa scarsa passione è dovuta a un riflesso di autoconservazione in ciascun singolo parlamentare o dirigente della classe politica. In un sistema maggioritario non ci sono collegi per i quali optare e ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica, ma per i trombati la perdita del posto di lavoro.

Saturday, April 07, 2007

Telecom. L'ingerenza putiniana del Governo

Romano Prodi con Vladimir PutinLa lezione di Profumo: il mercato l'unica «morale» dell'economia. E «accettare il mercato significa riconoscere esplicitamente il valore positivo del profitto»

Tornano all'attacco, non demordono. Telecom è un boccone troppo appetitoso e fino all'ultimo cercheranno di approfittare delle loro posizioni di potere. Prodi al Sole 24 Ore assicura che il governo «non è né assente né reticente». Anzi, magari potesse fare di più (in Russia sì che si può, Putin ha pieni poteri e Tronchetti lo spedirebbe in Siberia).

Se davvero Prodi volesse garantire una rete accessibile a tutti gli operatori, non di proprietà o di controllo statale, secondo il modello inglese "Open Reach", di British Telecom, potrebbe comunque farlo senza intromettersi nelle questioni proprietarie.

Senza ritegno, con tutta l'arroganza e la spudoratezza possibili, il ministro Bersani ha preso direttamente in mano la regia per formare una cordata italiana, o almeno italo-europea, che contrasti gli americani di At&t, e minaccia: «La partita non è ancora finita». E Bersani passa per il ministro più liberal in economia nel centrosinistra... mentre Fassino, sempre più patetico, disseppellisce addirittura il "piano Rovati".

Piuttosto, facciamo notare che da un paio di settimane sono state dissepolte alcune telefonate. Quelle che i Pm di Milano hanno portate al Gip, chiedendo che fossero trascritte e utilizzate nei processi. E' stata disposta la trascrizione di ben 45 telefonate. Ce ne sarebbero di Fassino, di D'Alema, di Consorte con Latorre, insomma, di tutti "quelli che volevano una banca" e che dicevano di non avere conflitti di interessi, puntando l'indice su quelli degli avversari politici. E guarda caso spunta una legge del ministro della Giustizia Mastella che prevede anni di galera per i giornalisti che pubblichino intercettazioni.

I nostri politici dovrebbero leggersi la prefazione di Alessandro Profumo, a.d. di Unicredit, al libro "Spiriti animali", pubblicata oggi dal Corriere, in cui si chiarisce che «la vera morale per l'economia sta solo nel mercato». Evitare «ogni accostamento tra etica ed economia». La validità di un'attività imprenditoriale va legata «alla correttezza e alla trasparenza della quotidiana operatività, nonché all'assunzione delle responsabilità delle proprie scelte, necessariamente indirizzate al perseguimento del profitto in modo sostenibile nel lungo periodo».

Dunque, «accettare il mercato significa riconoscere esplicitamente il valore positivo del profitto in quanto imprescindibile garanzia di continuità per l'attività d'impresa. Una efficiente economia di mercato, fondata su una concorrenza libera e leale, diviene essa stessa la migliore politica industriale in quanto stimola l'efficienza nella produzione, l'innovazione e il corretto utilizzo delle risorse. La concorrenza, inoltre, è vitale per assicurare una crescita economica sostenibile, occupazione e benessere economico diffuso».

Il libero mercato fa funzionare le economie proprio perché costringe i vari attori a «migliorarsi tramite un continuo confronto con le eccellenze presenti» e chi invece è leader nel proprio settore di business a cercare continuamente di rimanere sulla «frontiera dell'innovazione». Un «processo di selezione di casi di successo», e di scarto di quelli di fallimento, che favorisce l'evoluzione del sistema economico.

Saturday, February 24, 2007

Andate contro gli scogli, se proprio volete

Praticamente certo il rinvio di Prodi alla Camere. Per ora, acquisito il voto di Follini, come spiega lui stesso al Corriere.

Il clima che si respira però è di quelli in cui nessuno ci crede, ma per tutti è un passaggio obbligato. Ds e Margherita sanno perfettamente che Prodi è "bruciato", ma hanno bisogno di circa un anno - meglio con Prodi, ma se non fosse possibile anche senza - prima delle elezioni anticipate, per far partire il progetto del Partito democratico e presentare un nuovo leader, per esempio Veltroni.

E forse in quel nuovo centro-sinistra vedremo l'Udc al posto di Rifondazione e Pdci.

Quella di Prodi comunque pare una nave che non può essere mandata in pensione, dev'essere mandata contro gli scogli. Chissà che alla fine non sia questo il retropensiero di molti, e pure di Napolitano.

Friday, February 23, 2007

Ancora 48 ore o sei mesi

Il Presidente Napolitano crederà alle rassicurazioni che in queste ore gli stanno dando gli esponenti dell'Unione sulla tenuta di Prodi al Senato? Dalla risposta a questa domanda dipenderà la decisione di Napolitano. Se gli crederà (e qui ci auguriamo che il Presidente contatti personalmente ciascuno dei senatori che gli saranno stati indicati come "new entry" nella maggioranza), allora rinvierà alle Camere per la fiducia il Governo Prodi così com'è; se non gli crederà, probabilmente indicherà il nome di una personalità autorevole (Dini, Marini, Amato) cui affidare un incarico "esplorativo".

A questo punto Prodi potrebbe chiedere elezioni anticipate, ma l'Ulivo probabilmente si smarcherebbe accettando le «larghe intese» con Berlusconi, Fini e Casini. L'unica certezza è che Prodi - non importa se dura ancora 48 ore o sei mesi - è "bruciato", ma nessuno si vuole prendere la responsabilità del suo incenerimento. Ds e Margherita lo sanno perfettamente, ma hanno bisogno di circa un anno - meglio con Prodi, ma se non fosse possibile anche senza - prima delle elezioni anticipate, per far partire il progetto del Partito democratico e presentare un nuovo leader, per esempio Veltroni.

Tra l'altro, per come D'Alema ha sfidato in Senato i dissenzienti comunisti («è questa la politica internazionale dell'Italia, se non vi piace non votatela») non si può del tutto escludere che, spazientito, non lo abbia fatto per calcolo: se avesse vinto, si sarebbe preso i meriti dello statista, altrimenti avrebbe aperto la fase del dopo-Prodi senza prendersene la responsabilità.

Tutti, comunque, stanno già giocando la loro partita senza Prodi, tranne i radicali, gli unici a non aver ancora capito che quella partita è iniziata.

Monday, February 19, 2007

Ernesto Rossi, i Radicali e il Pci

Ernesto RossiSi è sviluppato su Notizie Radicali un interessante dibattito sull'eredità storica e politica di Ernesto Rossi, di cui giorni fa ricorreva il 40° anniversario della morte.

A polemizzare con Bandinelli e Vecellio è il prof. Pier Vincenzo Uleri, al quale non è piaciuta la letterina di Bandinelli a Il Foglio, nella quale veniva declassato a «volatile commemorazione» un incontro tenutosi a Firenze con gli autori di tre libri sulla figura di Rossi. Dunque, ha duramente replicato:
«Non mi convince l'idea di Bandinelli secondo la quale le iniziative dei Radicali sarebbero un quotidiano "approfondimento... fedele delle battaglie di quel grande maestro" per cui non sarebbe necessario e utile organizzare incontri per ricordare e ripensare la figura del maestro. Non ho titolo per giudicare se sia vero che le battaglie dei Radicali sono un "fedele... approfondimento", ma temo che sia solo un modo per mettere la bandiera del Partito Radicale sulla figura e la memoria di Ernesto Rossi».
A Vecellio, invece, fa notare che «non ha davvero alcuna rilevanza storica e politica sapere oggi cosa si dissero Rossi, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia sul Terminillo». Piuttosto, osserva Uleri, «sarebbe necessario discutere del come e perché Rossi non aderì al Partito Radicale di Pannella, Bandinelli, dei fratelli Aloisio e Giuliano Rendi, Spadaccia, Sergio Stanzani, Massimo Teodori etc. etc.; una o più ragioni (giuste o sbagliate) ci saranno pure state. E se nel 1963, a distanza di quattro anni dalla lettera di Pannella a "Paese Sera", Rossi ritorna sulla questione della prospettiva dei rapporti tra Radicali e Pci (esprimendo la preoccupazione "di non lavorare per il re di Prussia"), una ragione ci sarà pure stata».

Insomma, al di là degli screzi, la questione centrale sembra politica: i rapporti dei Radicali con il Pci. Premetto che non sono uno storico e non conosco approfonditamente il pensiero e le vicende politiche di Rossi, ma non mi sembra questione da poco, visto che Ernesto Rossi scriveva:

Terminillo (Rieti) 5 agosto 1963 - Caro Pannella,... condivido quasi tutte le vostre idee: ma io sono molto più preoccupato di quanto non dimostriate di esserlo voi, di non "lavorare per il re di Prussia". I dirigenti comunisti se ne fregano dei principi dell'89; se ne fregano della difesa dello stato laico, non hanno un attimo di esitazione a seminarci per la strada se viene una nuova parola d'ordine da Mosca: sono i "gesuiti moderni": il loro unico, vero, permanente obiettivo è la grandezza della Chiesa (della Urss). (...) "Si può anche mangiare la zuppa col diavolo - dicono gli inglesi - ma occorre adoperare un cucchiaio col manico molto lungo". Mi pare che voi non teniate sempre conto sufficiente di questa esigenza: fate troppo credito alla buona fede democratica dei dirigenti comunisti. In tutti i modi non è per questo motivo che non me la sento di accettare il Suo cortese invito di sfogarmi sul bollettino di Agenzia Radicale. ... Anche questa volta avete fatto il passo più lungo della gamba. Non vorrei dispiacere a Parri e a Piccardi, dando la mia collaborazione ad un bollettino che puo far nascere equivoci per il simbolo e per la parola "radicale" che continua ad usare. (...)
Ernesto Rossi

Parole superate, direte voi, dopo la caduta del Muro nell'89 e la fine dell'Urss. I dirigenti oggi ex comunisti non hanno più «parole d'ordine da Mosca», né come obiettivo la «grandezza della Chiesa Urss». Eppure... eppure qualche cosa non torna. E non torna perché non è un caso se il Presidente Napolitano, credendo di fare un'apertura saggia e ragionevole, non ha suggerito di «tener conto», nella stesura della legge sui Dico, delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie». E' la logica dell'art. 7 della Costituzione, del togliattiano "non si governa contro la Chiesa", ad essere inscritto nel Dna pcista.
«Non si riesce a governare se non siamo scelti dalla Chiesa e dalla Dc. Se facciamo polemiche troppo gravi li compattiamo, le loro differenze non esplodono».
Da questa logica è del tutto assente - anche se così, spesso, ci viene presentata - il proposito di non "spaccare" l'Italia tra laici e cattolici, di preservare la coesione della società italiana come se fosse un valore assoluto, come se lo richiedesse una sorta di responsabilità istituzionale nei confronti dell'unità repubblicana. Si tratta, invece, di un compromesso di potere tra "poteri".

Anche oggi gli ex comunisti si mettono facilmente d'accordo con la ex sinistra democristiana quando si tratta di mortificare il pensiero laico e liberale. In economia come sui diritti civili. E' questo, ancora e sempre di più, il problema italiano.

Nonostante siano mutate le condizioni storiche che suggerirono a Rossi quel pessimismo, gli eredi diretti di quel Pci «se ne fregano» ancora della difesa dello Stato laico, si dimostrano ancora i «gesuiti moderni», si barcamenano tra le domande di maggiore libertà personale che provengono da una società secolarizzata e in veloce evoluzione da una parte, e le «preoccupazioni», i diktat, che giungono dalle gerarchie ecclesiastiche dall'altra. Avendo a che fare con entrambe in modo strumentale. Continuano a considerare le libertà dei cittadini e la laicità dello Stato come «sovrastrutture» sacrificabili di fronte alla necessità, che risponde a una mera logica di potere, di riuscire nella riedizione della sola formula oligarchica che li può proiettare al governo del paese: quella del compromesso storico catto-comunista.

Come dimostrano limpidamente un editoriale di Ezio Mauro e altri interventi di qualche giorno fa, la loro unica preoccupazione è non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico». Se oggi la Chiesa "scomunica" i cattolici democratici e passa "a destra", loro che se ne fanno? Come recuperano l'aggancio ai "mondi" e ai "poteri cattolici"?

Probabilmente Ernesto Rossi non immaginava il disfacimento dell'Urss e a ragione non si fidava di condividere il fronte della difesa dello Stato laico con i comunisti, il cui pensiero strettamente dogmatico era per definizione in antitesi con la laicità. Ma chi l'avrebbe mai detto che in Italia neanche vent'anni dopo il 1989 saremmo riusciti ad avere una sinistra moderna, laica, liberale? Era la strada che Pannella può rivendicare di aver indicato a Togliatti e al Pci fin dalla lettera aperta a Paese Sera, e per tutti questi decenni fino al progetto della Rosa nel Pugno. Eppure, ancora oggi, sembra non esserci niente da fare.

All'ultimo Comitato di Radicali italiani, nel mio intervento mi sono permesso, in un passaggio colpevolmente superficiale, di evocare una lettura sugli anni '60 e '70: «Mentre conquistavamo il divorzio e l'aborto si stava di fatto socializzando l'economia e dilatando a dismisura il debito pubblico, ponendo le basi per il definitivo rafforzamento del regime partitocratico». Nazionalizzazioni, casse integrazione e "socializzazioni delle perdite", carrozzoni burocratici e Statuto dei lavoratori. Fatti realmente accaduti, nonostante i radicali, fedeli alla lezione di Ernesto Rossi, già allora non mancavano di denunciarli.

Dunque, fu da ingenui scommettere che dalle battaglie per i diritti civili potesse emergere un rapporto con i comunisti volto alla costruzione di una nuova sinistra, democratica, laica e liberale? Piuttosto che riuscire a riformare la "vecchia" sinistra, la straordinaria e per molti versi contraddittoria mobilitazione per i diritti civili fu egemonizzata dal Pci, che arrivò per ultimo e in modo strumentale su quel fronte, ma finì col metterci sopra il suo cappello, secondo il metodo, consolidato tra i partiti comunisti, dell'assimilare per neutralizzare.

Quella di Pannella e dei radicali è la storia della costante ricerca, da coerenti anticomunisti democratici, da una parte di parlare con il "popolo della sinistra", per smascherare un Pci che rappresentava quel popolo contraddicendone le istanze reali di modernità, e dall'altra di interloquire con gli stessi vertici comunisti sempre perseguendo l'obiettivo di una rigenerazione in senso democratico e liberale della sinistra.

Da parte del Pci - poi Pds e Ds - fin dagli anni '60 è proseguito invece il riflesso dell'annientamento dell'immagine e della conoscenza dei radicali, proprio per la sintonia potenziale che avrebbero potuto avere con il "popolo della sinistra", cui è stata sempre trasmessa nient'altro che demonizzazione nei confronti dei liberali, degli Einaudi, dei Rossi.

Fu davvero troppo corto, quindi, il manico di quel cucchiaio di cui parlava Ernesto Rossi nella lettera del '63? Si è lavorato "per il re di Prussia"?

L'ultimo tentativo, quello della Rosa nel Pugno, cui è stato "concesso" di aggregarsi all'Unione per inglobare quel 2% di voto radicale necessario a vincere le elezioni, è stato stroncato dai Ds, sia manovrando contro di essa i congegni elettoralistici, sia avvalendosi della pusillaminità dello Sdi. Delle cronache di questi giorni fanno parte il fragile e sbiadito compromesso dei Dico, le uscite "togliattiane" e filo-concordatarie di Napolitano e Fassino, i Nicola Rossi e i Debenedetti con il loro «sogno di una sinistra liberale già finito», il cinismo e il realismo della politica estera dalemiana.

Oggi che i radicali condividono responsabilità di governo con la vecchia sinistra di sempre, esposti al logoramento e all'ulteriore erosione del loro elettorato a causa di condizioni loro imposte soprattutto da Prodi e dai Ds, non c'è il concreto rischio, dopo decenni di tenace "ricerca", di fare la fine dei menscevichi? Volendo tirare delle conclusioni, viene da chiedersi, con il prof. Uleri: «Col senno del prima e del poi, avevano ragione Mario Pannunzio, Rossi e l'anonimo autore di un fondo de "Il Mondo" titolato "L'alleanza dei cretini", o Pannella, Spadaccia, Bandinelli etc. etc?»

P.S. All'intervento di Uleri, Bandinelli ha reagito con intellettuale distacco, Vecellio con una replica sprezzante. Spadaccia, invece, inviando una sua vecchia relazione. Poco abituati a ricevere solide obiezioni come quella di Uleri?

Sunday, February 11, 2007

La questione vaticana e la questione catto-comunista

Il Presidente Napolitano in udienza dal PapaCaro Luigi, Zagrebelsky ha ragione. Forse mai, negli ultimi anni, come sul riconoscimento delle unioni di fatto abbiamo assistito a patenti violazioni del Concordato del 1984 («La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti...») e dell'art. 7 della Costituzione («Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ambito, indipendenti e sovrani»).

Uno strappo clamoroso - è davvero innegabile - l'ultimatum allo Stato italiano che la Cei ha affidato ad un editoriale del suo organo ufficiale (Avvenire, 6 febbraio). Non solo gli innumerevoli inviti espliciti rivolti dalle gerarchie ecclesiastiche ai parlamentari cattolici affinché in aula operino e votino in linea con le direttive della Santa Sede, ma anche la minaccia, dai toni mafiosi, che l'approvazione di una legge possa rappresentare uno «spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».

Il Vaticano giura allo Stato italiano «inevitabili conseguenze» sulla sua vita politica, «perturbatici del quadro parlamentare, in definitiva della libera dialettica democratica», osserva Zagrebelsky nel suo intervento (la Repubblica, 9 febbario).

Anche Pasquino, oggi, in un bell'editoriale su l'Unità, ha sottolineato la differenza tra un legittimo ruolo pubblico, che nessuno nega alla Chiesa, e un'indebita ingerenza negli affari interni dello Stato italiano.

I vescovi che «non argomentano, ma intimano e pretendono di dettare i comportamenti di voto dei parlamentari» dimostrano che «la Chiesa ha deciso non soltanto di esaltare il suo ruolo pubblico, che nessuno negherebbe, anzi, nessuno in Italia ha mai negato, ma di fare politica in prima persona». Due attività del tutto diverse.
«Svolgere un ruolo pubblico significa partecipare a un dibattito portando argomenti e anche formulando proposte, nella consapevolezza che, alla fine, nei sistemi politici democratici, di quelle proposte decideranno coloro che sono stati eletti e che hanno la delega a scegliere interpretando un interesse generale».
Ed è questa «conspavolezza» - che alla fine, in democrazia, ci si rimette al legittimo volere della maggioranza - che sembra mancare Oltretevere.
«Fare politica in prima persona, da parte della Chiesa, richiamandosi con durezza a non incontestabili principi religiosi e volendoli imporre non soltanto ai cattolici, ma a tutta la societa è, invece, bisogna dirlo con estrema chiarezza, un segnale inequivocabile di fondamentalismo».
Che i vertici di uno Stato estero dettino i comportamenti di voto degli eletti nel nostro Parlamento, chiamandoli al rispetto di una lealtà a un'istituzione estranea alla Repubblica, rappresenta una chiara violazione della sovranità italiana. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», recita l'art. 67 della nostra Costituzione. Eppure, più degli stessi partiti, la Chiesa sembra vincolare i parlamentari cattolici a un preciso mandato.

E a questo punto il problema non sono più solo i privilegi concordatari, ma ritorna di attualità la questione romana, la stessa organizzazione della religione cattolica in uno Stato, Città del Vaticano. Via lo Stato, accettino di far parte dello Stato italiano come ogni altra formazione sociale, e potranno condurre tutte le battaglie politiche che riterranno. Modello americano, insomma.

Tuttavia, per poter essere credibili, oltre che per onestà intellettuale, ma soprattutto per capire perché la nostra politica non riesce a liberarsi della tutela vaticana, dobbiamo riconoscere che di patenti violazioni degli accordi che intercorrono tra l'Italia e la Santa Sede si sono rese responsabili anche le più alte cariche delle istituzioni italiane.

Il Presidente della Repubblica Napolitano, con il suo invito a trovare una «sintesi» con la Chiesa, «tenendo conto» non delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie», ha elevato la Santa Sede al ruolo di interlocutore necessario nella formazione di una legge, almeno implicitamente delegittimando qualunque soluzione legislativa, anche su altri temi, che non trovi l'assenso, per lo meno silenzioso, del Papa e della Cei. Un vero e proprio mandato a trattare con le gerarchie ecclesiastiche subito preso alla lettera dai ministri più vicini alla Cei. Prodi avrebbe incontrato il Cardinale Bertone, Rosi Bindi il segretario della Cei Betori, ma come minimo i membri del Governo e delle istituzioni che ritengano opportuno incontrare le alte gerarchie dello Stato del Vaticano devono essere chiamati a farlo alla luce del sole.

Legittimare come politicamente necessario il concorso non del "mondo cattolico", ma dei vertici di uno Stato estero alla formazione delle leggi è una ferita intollerabile alla sovranità e alla laicità delle istituzioni. Il Presidente Napolitano ha quindi violato il suo ruolo di garante della Costituzione sia per omissione, per non aver reagito fermamente ai diktat di Oltretevere, ma soprattutto per attentato, di cui egli stesso si è reso responsabile. Tuttavia, a sinistra, purtroppo anche tra i radicali, e a destra per motivi diversi, c'è una cortina di conformismo impenetrabile sull'operato del Quirinale. Perché i «grandiosi» Zagrebelsky, Ezio Mauro e Scalfari non scrivono una riga su questo?

Anche Prodi, e i Ds in particolare, hanno assecondato la strategia della Chiesa: farsi inseguire, così da ottenere il duplice obiettivo di non trattare ufficialmente sui principi "non negoziabili" e, grazie ai suoi "ascari" nel Governo e in Parlamento, di capitalizzare anche il risultato del "male minore". Perché? Certo non perché mancasse la consapevolezza della partita, quella di sempre, giocata dai vescovi. Il perché l'ha spiegato senza giri di parole Ezio Mauro su la Repubblica: non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico».

Questa l'unica preoccupazione di Napolitano, di Prodi, e soprattutto dei Ds e degli editorialisti di Repubblica, che non salti il Partito democratico, anzi, meglio, quell'asse catto-comunista che ne dovrebbe essere il motore, ma che viene sottoposto a grande stress dai temi della bioetica e delle libertà civili, e dalle conseguenti pressioni della Chiesa. Se un assetto di potere è ritenuto prioritario rispetto alla laicità dello Stato e alle libertà dei cittadini, allora il problema non sono i vescovi, ma è la sinistra italiana, e il Partito democratico nasce sotto i peggiori auspici.

Anche Eugenio Scalfari, quando nel suo consueto intervento domenicale loda l'attitudine al compromesso e l'approccio inclusivo del Governo, non una debolezza, ma addirittura la forza che irrita il Vaticano, ha in realtà come fine unico la difesa a oltranza dell'operato di Prodi, della sua capacità di ricomporre l'alleanza catto-comunista esposta alle avversità. «Quale politica non fa compromessi?». Domanda retorica che mette sotto accusa di massimalismo chiunque denunci il superamento di quella soglia oltre la quale il compromesso diviene confusione e cedimento.

Non sbaglia a ricordare che solo i radicali hanno chiamato in causa il Concordato, ormai «caduto in desuetudine». Anzi, che «sta in piedi soltanto a tutela dei henefici che ne riceve la Chiesa», mentre «i limiti che la Chiesa ha pattuito con lo Stato sono stati superati». Capezzone ha provocatoriamente chiesto come mai il governo non protestasse con la Santa Sede per l'«irritualità» della Cei nelle sue irruzioni palesemente anticoncordatarie nei confronti del potere legislativo, così come ha fatto con gli Stati Uniti pochi giorni prima per l'intervento dei sei amhasciatori che ci invitavano a restare in Afghanistan.

Ma, alla fine, conclude Scalfari, ha avuto ragione il Governo e Rosi Bindi è l'ultimo baluardo della laicità dello Stato. Rassicuriamo Scalfari. La Chiesa non ce l'ha con la Bindi. Anche lei dà il suo contributo. Serve il muso duro dell'intransigenza perché certi principi "non sono negoziabili", ma anche gli "ascari" che incassano il "male minore".

Dunque, ancora una volta è il catto-comunismo, quell'assetto di potere dal connotato geneticamente illiberale dal punto di vista del diritto, della giustizia, dell'economia e delle libertà civili che continua a stringere in una morsa il nostro paese, che dovremmo denunciare e contrastare.