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Tuesday, December 11, 2012
Nel futuro di Monti il ruolo di "legittimatore" di Bersani?
L'ennesima ricandidatura di Berlusconi è un atto di disperata resistenza – personale e politica – dal cortissimo respiro. Non ha alcuna possibilità di vincere, ma proprio per questo attribuire la reazione dei mercati al timore per un suo possibile ritorno al governo è azzardato. Le cancellerie europee e la comunità finanziaria non lo amano di certo, ma non ne temono il ritorno a Palazzo Chigi. A spaventare, semmai, è la possibilità che l'uscita di scena di Monti sia definitiva e che le elezioni le vinca Bersani. Una lettura – non molto lusinghiera per il Cav ma nemmeno per il segretario del Pd – che onestamente non si può escludere. E' già stato detto tutto il peggio della ri-discesa in campo del Cav, ma non che ha trovato dei complici inconsapevoli in quanti hanno sbagliato tutto negli ultimi 12 mesi. Ogni volta che ha fatto un mezzo passo indietro, quelli che avrebbero dovuto/potuto sostituirlo, alcuni dotati di risorse consistenti e autorevolezza mondiale, per una ragione o per l'altra non hanno mai fatto un mezzo passo in avanti.
Era proprio la via più sicura cercare di "rottamarlo", stringergli un cappio politico e giudiziario intorno al collo, invece di riconoscergli un ruolo di co-fondatore di un nuovo centrodestra? L'errore è stato pensare che gli italiani insieme a Berlusconi volessero liquidare il bipolarismo e una certa idea di centrodestra. Tutte, ma proprio tutte le operazioni volte al superamento del berlusconismo (Casini, Montezemolo, Alfano dall'interno) si sono rivelate operazioni "centriste". Mirano cioè a liquidare anche il bipolarismo, a costruire un grande centro perno del sistema, che da una parte, alla sua destra, isolerebbe la Lega, lo zoccolo duro berlusconiano, la destra ex missina, nonché i pochi, e poveri, liberisti, e dall'altra non chiuderebbe certo le porte ad un'alleanza con il Pd o con la sua componente riformista. Peccato che queste operazioni non decollano, il "popolo" di centrodestra sembra ancora affezionato allo schema bipolare di un centrodestra "fusionista", alternativo alla sinistra. Se tutti avessero avuto lo stesso progetto – un centrodestra alternativo al centrosinistra in uno schema bipolare – Berlusconi probabilmente avrebbe accettato di prendersene alcune "quote" e di farsi da parte (sostituito da Monti, da Montezemolo, o persino da Alfano).
Da un anno il Pdl è al 15%, l'area astensione/indecisi vicina al 50%, milioni e milioni di elettori di centrodestra in "libera uscita" sono arrabbiati e disgustati come non mai. Mai come oggi disponibili a prendere in considerazione nuove offerte politiche, a patto però che non odorino di alleanza con la sinistra. I Casini, i Montezemolo, i Monti, avevano due strade dinanzi a sé: o sedersi attorno a un tavolo con Berlusconi e organizzare un nuovo centrodestra offrendogli delle "quote"; oppure, scavalcarlo completamente, rivolgendosi però al suo elettorato con un'offerta politica di centrodestra, bipolare, chiaramente alternativa alla sinistra. Hanno scelto, invece, uno sterile tatticismo centrista. Per non "sporcarsi le mani", certo, ma anche perché coltivano un progetto diverso: di centro, non di centrodestra.
Le annunciate dimissioni risparmiano Monti da quel logoramento cui sarebbe stato sottoposto da parte di Berlusconi e del Pdl, ma possono essere interpretate sia come propedeutiche a una sua discesa in campo, diretta o indiretta, sia come una ritirata tattica per preservare la sua figura in vista di un incarico futuro (Palazzo Chigi o Quirinale). A questo punto, però, ci pare piuttosto remota l'unica ipotesi che darebbe al premier qualche chance dal punto di vista elettorale: un Monti che sfidando Berlusconi cercasse di conquistare l'elettorato di centrodestra, presentandosi in alternativa al centrosinistra e ricalibrando la sua agenda per i prossimi anni, spiegando cioè che il secondo tempo intende giocarlo diversamente dal primo. Un'operazione di fatto fondativa di un nuovo centrodestra, che però avrebbe dovuto preparare per tempo, non schierandosi politicamente ma perseguendo una via diversa al risanamento, non basata su aumenti di tasse e non subendo tutti i veti della sinistra.
Se Monti si facesse avanti alla testa, direttamente o indirettamente (concedendo l'uso del suo nome), di un'operazione centrista (Casini, Montezemolo), a prescindere dai pezzi di ceto politico, dal Pdl e dal Pd, che riuscisse ad aggregare, rischierebbe di andare incontro ad un misero 10-12% e, quindi, di bruciarsi. Resta l'ipotesi più probabile: Monti non si espone ma nemmeno resta in silenzio durante la campagna elettorale. Difende il suo operato, i sacrifici di quest'anno, la credibilità riconquistata in Europa, indicando implicitamente in Berlusconi e Grillo gli irresponsabili e, dunque, preparandosi a svolgere il ruolo di "legittimatore" di un governo di centrosinistra – o dal Quirinale, o da Palazzo Chigi se dalle urne dovesse uscire una situazione di stallo al Senato. E sarà un errore storico.
Friday, December 07, 2012
AAA nuova offerta politica di centrodestra cercavasi
Anche su L'Opinione e Notapolitica
AAA nuova offerta politica di centrodestra cercasi. Ha avuto un anno di tempo per manifestarsi. Un anno in cui Berlusconi – tra passi indietro, avanti e di lato – e il Pdl sono rimasti nel totale immobilismo, anzi impegnati in un'incessante opera di autolesionismo, travolti dagli scandali, in verticale perdita di consensi. Mai momento fu più propizio. Il Cav. era all'angolo, il suo partito allo stremo. Perché non si è (ancora) manifestata questa nuova offerta? Dov'è quel PPE italiano che avrebbe dovuto aprire l'era post-berlusconiana? E non si risponda finché Berlusconi è in campo eccetera eccetera. Cosa bisogna aspettare per farsi avanti, che muoia? Mai le truppe berlusconiane sono state così sbandate e il loro generale così lontano dal campo di battaglia. Eppure...
Tutti coloro che con ottime ragioni hanno manifestato la necessità di liquidare il fallimentare berlusconismo sostituendolo con una forza popolare, moderna, europea, hanno commesso un errore fatale. Invece di rivolgersi direttamente al "popolo" deluso e disgregato di centrodestra – come fece con successo Berlusconi nel 1994, durante la prima grave cesura del nostro sistema politico repubblicano – si sono gingillati in esasperati tatticismi, intestarditi in manovre tutte interne al ceto politico, ignorando un dato fondamentale nel paese: in questo ventennio gli elettori di centrodestra, pur con tutte le loro differenze, sono stati abituati a ragionare in termini bipolari e alternativi al centrosinistra. Questa "alternatività" i milioni di elettori lasciati per 12 mesi in libera uscita da una forza che dal 38% è scesa al 15, non l'hanno vista in Casini, di cui già non si fidavano, né in Montezemolo e nella sua ItaliaFutura, né in Monti, e addirittura nemmeno nei liberisti duri e puri di FermareilDeclino. Non credono più a Berlusconi, sono disgustati dal Pdl, ma i sondaggi e le parziali scadenze elettorali di quest'anno dimostrano che non si sono spostati a sinistra, né sono attratti dal Terzo polo o da Grillo. Sono sì in attesa di una nuova offerta politica, ma chiaramente di centrodestra.
Gettare le fondamenta di un PPE italiano attorno alla personalità di Mario Monti avrebbe potuto (potrebbe ancora?) funzionare se il professore avesse accettato – non subito, ovviamente, ma sul finire della legislatura – di giocare un simile ruolo politico, visto che lui stesso si è definito culturalmente vicino al popolarismo europeo. Il premier, insomma, doveva decidere se diventare un De Gasperi, un Ciampi, o un Dini. Ma se Monti preferisce restare super partes, riserva della Repubblica, per i soggetti che a lui si richiamano (Casini e Montezemolo) si fa dura: significa di fatto rendersi disponibili a fare le "stampelle centriste" di un Monti-bis sostenuto da una maggioranza egemonizzata dalla sinistra Bersani-Cgil. Una prospettiva che non può allettare gli elettori di centrodestra.
Per Casini si trattava di lavorarsi i "montiani" del Pdl affinché spingessero Alfano a rottamare Berlusconi. E per poco non gli riusciva. Ma a parte il fatto che gli elettori di centrodestra non avrebbero affatto seguito una classe dirigente, quella del Pdl, di cui non hanno alcuna stima, verso un "centrismo montiano" non chiaramente alternativo alla sinistra, visto che il professore non si schiera, c'è anche da dubitare che Casini a quel punto avrebbe dato seguito alla chimera dell'"unità dei moderati", visto che ha sempre lavorato a destrutturare il bipolarismo, per un sistema in cui il centro possa di volta in volta, dopo il voto, allearsi con chi esce vincitore dalle urne.
Anche Montezemolo, pur respingendo qualsiasi "avance" di pezzi del vecchio ceto politico, ha ceduto però ad alcuni autoproclamati (e molto interessati) rappresentanti della cosiddetta "società civile". Timoroso di scendere in campo in prima persona, anche lui ha dato il nome di Monti alla sua lista e lanciato un'alleanza con il mondo del socialismo cattolico – Acli, Sant'Egidio, Cisl – che, come ripete da un paio di giorni uno dei suoi più autorevoli esponenti, guarda al Pd.
FermareilDeclino è l'unica potenziale nuova offerta che non ha peccato di politicismo e si è concentrata sui contenuti. Ma ha ecceduto in anti-berlusconismo – viscerale, sconfinato in un atteggiamento di colpevolizzazione dell'elettorato di centrodestra – e in intellettualismo. Tipico dell'intellettuale è il gusto della provocazione e il voler convincere tutti delle proprie tesi – così si spiegano gli appelli a Renzi e ai suoi elettori scambiati per liberisti "in sonno" – mentre l'iniziativa politica richiede di individuare la tipologia di elettori cui rivolgersi per affinare il messaggio.
Insomma, per ragioni diverse – nobili quelle di Monti e dei promotori di FermareilDeclino, "politiciste" quelle di Casini e Montezemolo – nessuno finora ha davvero messo in campo una nuova offerta politica di centrodestra. Dunque, se oggi Berlusconi può osare ri-discendere in campo, è soprattutto per il vuoto lasciato dall'esasperato tatticismo di chi, probabilmente, non ha mai avuto in mente un'idea di centrodestra maggioritario a cui gli elettori potessero sintonizzarsi.
AAA nuova offerta politica di centrodestra cercasi. Ha avuto un anno di tempo per manifestarsi. Un anno in cui Berlusconi – tra passi indietro, avanti e di lato – e il Pdl sono rimasti nel totale immobilismo, anzi impegnati in un'incessante opera di autolesionismo, travolti dagli scandali, in verticale perdita di consensi. Mai momento fu più propizio. Il Cav. era all'angolo, il suo partito allo stremo. Perché non si è (ancora) manifestata questa nuova offerta? Dov'è quel PPE italiano che avrebbe dovuto aprire l'era post-berlusconiana? E non si risponda finché Berlusconi è in campo eccetera eccetera. Cosa bisogna aspettare per farsi avanti, che muoia? Mai le truppe berlusconiane sono state così sbandate e il loro generale così lontano dal campo di battaglia. Eppure...
Tutti coloro che con ottime ragioni hanno manifestato la necessità di liquidare il fallimentare berlusconismo sostituendolo con una forza popolare, moderna, europea, hanno commesso un errore fatale. Invece di rivolgersi direttamente al "popolo" deluso e disgregato di centrodestra – come fece con successo Berlusconi nel 1994, durante la prima grave cesura del nostro sistema politico repubblicano – si sono gingillati in esasperati tatticismi, intestarditi in manovre tutte interne al ceto politico, ignorando un dato fondamentale nel paese: in questo ventennio gli elettori di centrodestra, pur con tutte le loro differenze, sono stati abituati a ragionare in termini bipolari e alternativi al centrosinistra. Questa "alternatività" i milioni di elettori lasciati per 12 mesi in libera uscita da una forza che dal 38% è scesa al 15, non l'hanno vista in Casini, di cui già non si fidavano, né in Montezemolo e nella sua ItaliaFutura, né in Monti, e addirittura nemmeno nei liberisti duri e puri di FermareilDeclino. Non credono più a Berlusconi, sono disgustati dal Pdl, ma i sondaggi e le parziali scadenze elettorali di quest'anno dimostrano che non si sono spostati a sinistra, né sono attratti dal Terzo polo o da Grillo. Sono sì in attesa di una nuova offerta politica, ma chiaramente di centrodestra.
Gettare le fondamenta di un PPE italiano attorno alla personalità di Mario Monti avrebbe potuto (potrebbe ancora?) funzionare se il professore avesse accettato – non subito, ovviamente, ma sul finire della legislatura – di giocare un simile ruolo politico, visto che lui stesso si è definito culturalmente vicino al popolarismo europeo. Il premier, insomma, doveva decidere se diventare un De Gasperi, un Ciampi, o un Dini. Ma se Monti preferisce restare super partes, riserva della Repubblica, per i soggetti che a lui si richiamano (Casini e Montezemolo) si fa dura: significa di fatto rendersi disponibili a fare le "stampelle centriste" di un Monti-bis sostenuto da una maggioranza egemonizzata dalla sinistra Bersani-Cgil. Una prospettiva che non può allettare gli elettori di centrodestra.
Per Casini si trattava di lavorarsi i "montiani" del Pdl affinché spingessero Alfano a rottamare Berlusconi. E per poco non gli riusciva. Ma a parte il fatto che gli elettori di centrodestra non avrebbero affatto seguito una classe dirigente, quella del Pdl, di cui non hanno alcuna stima, verso un "centrismo montiano" non chiaramente alternativo alla sinistra, visto che il professore non si schiera, c'è anche da dubitare che Casini a quel punto avrebbe dato seguito alla chimera dell'"unità dei moderati", visto che ha sempre lavorato a destrutturare il bipolarismo, per un sistema in cui il centro possa di volta in volta, dopo il voto, allearsi con chi esce vincitore dalle urne.
Anche Montezemolo, pur respingendo qualsiasi "avance" di pezzi del vecchio ceto politico, ha ceduto però ad alcuni autoproclamati (e molto interessati) rappresentanti della cosiddetta "società civile". Timoroso di scendere in campo in prima persona, anche lui ha dato il nome di Monti alla sua lista e lanciato un'alleanza con il mondo del socialismo cattolico – Acli, Sant'Egidio, Cisl – che, come ripete da un paio di giorni uno dei suoi più autorevoli esponenti, guarda al Pd.
FermareilDeclino è l'unica potenziale nuova offerta che non ha peccato di politicismo e si è concentrata sui contenuti. Ma ha ecceduto in anti-berlusconismo – viscerale, sconfinato in un atteggiamento di colpevolizzazione dell'elettorato di centrodestra – e in intellettualismo. Tipico dell'intellettuale è il gusto della provocazione e il voler convincere tutti delle proprie tesi – così si spiegano gli appelli a Renzi e ai suoi elettori scambiati per liberisti "in sonno" – mentre l'iniziativa politica richiede di individuare la tipologia di elettori cui rivolgersi per affinare il messaggio.
Insomma, per ragioni diverse – nobili quelle di Monti e dei promotori di FermareilDeclino, "politiciste" quelle di Casini e Montezemolo – nessuno finora ha davvero messo in campo una nuova offerta politica di centrodestra. Dunque, se oggi Berlusconi può osare ri-discendere in campo, è soprattutto per il vuoto lasciato dall'esasperato tatticismo di chi, probabilmente, non ha mai avuto in mente un'idea di centrodestra maggioritario a cui gli elettori potessero sintonizzarsi.
Monti decida chi vuole essere: Ciampi, Dini o De Gasperi
Anche su Notapolitica
Che si consideri un errore, una farsa, o tragicomica la ricandidatura di Berlusconi, non si possono ignorare fondamentali leggi della politica che varrebbero per chiunque al suo posto. Sul serio: come si può pensare di far accettare a un leader come Berlusconi quello che sta subendo senza che reagisca? A nessuno – tanto meno a uno come Berlusconi – si può chiedere di subire una "Piazzale Loreto". Chi ne ha il coraggio e la forza vada a prenderlo e lo appenda a testa in giù, ma non si appenderà da solo. Perché a questo equivale chiedere a Berlusconi di accettare una legge elettorale che liquida il Pdl e il bipolarismo (e, tra l'altro, peggiore del porcellum); di lasciare che la sua classe dirigente per riciclarsi svenda la sua eredità politica, quale che sia, ad un non meglio definito "centrismo montiano"; di continuare a sostenere un governo che lancia la volata al centrosinistra, che si prepara, a pochi mesi dal voto, a varare un decreto "ad personam" per non farlo candidare, e i cui ministri usano la propria carica come trampolino di lancio in politica. E tutto questo senza alcuna prospettiva di un nuovo centrodestra, nemmeno della cosiddetta "unità dei moderati"? Guardiamoci negli occhi, caro Monti, cari amici di sinistra: era realistico pensare che la tenuta del governo non ne avrebbe risentito?
Semplificando al massimo, la scelta del Pdl è se morire berlusconiano o morire democristiano, seppellendo un'idea di centrodestra mai nata. In un senso o nell'altro si tratta sempre di morire, questa non è una scelta, si può scegliere solo il "come". Dal "come", però, dipendono molte cose future. La questione non è Berlusconi sì o no – lo è per coloro cui è utile, anzi indispensabile l'equivoco Berlusconi per giustificare la propria funzione politica – ma è la prospettiva: e quelle che vedo in giro sono solo tante "stampelle centriste", neppure capaci di unità tra di loro e di una proposta programmatica chiara, altro che un nuovo centrodestra "normale", europeo, alternativo alla sinistra.
La "proposta montiana" (semplifichiamo: Montezemolo, Casini e i "montiani" del Pdl) si pone già oggi come «appendice diniana», si accontenta di un ruolo di argine, per «riequilibrare a destra una sinistra sbilanciata a sinistra». Non si pone come nuova offerta politica di centrodestra (per superare Berlusconi, magari!), ma come "stampella centrista" di un Monti-bis: non potrebbe essere altrimenti, perché sostenendo Monti – e dal momento che Monti non si schiera come alternativo alla sinistra e, anzi, resta super partes – non potrebbe mai escludere l'eventualità, piuttosto probabile, di trovarsi in una coalizione sì con Monti di nuovo premier, ma che avrebbe per forza di cose (visti i numeri) come azionista di maggioranza il Pd di Bersani. E una simile coalizione politica, nonostante il "top player" Monti, potrebbe fare solo del male all'Italia.
Ora, a molti del Pdl questa prospettiva può piacere, perché ci tengono alla loro carriera e capiscono che tutto ciò che restasse a destra verrebbe isolato, e anche perché comunque – intento più che dignitoso – si andrebbe a rafforzare il ruolo di Monti come argine alla sinistra. Non ci si può stupire però che la cosa non piaccia a Berlusconi e a molti la cui idea di centrodestra era diversa e ben impiantata in una logica bipolare e "fusionista". Per non parlare del fatto che la "proposta montiana" senza un Monti chiaramente alternativo alla sinistra non è elettoralmente attraente: l'elettorato di centrodestra ha già dimostrato di non seguirla e si dividerà tra astensionismo e ridotta berlusconiana. Il che indebolisce la prospettiva di un Monti-bis, perché con una doppia, forte legittimazione di Bersani (primarie e politiche), il centro "montiano" che non arriva al 10% e un centrodestra frammentato, e radicalizzato da Berlusconi, sarebbe difficile spiegare a Bersani che deve restare in panchina.
Per sostituirsi allo schieramento berlusconiano quello "montiano" deve candidarsi senza ambiguità in alternativa al centrosinistra. Ma anche ammesso che lo facesse (e non mi pare questa l'intenzione di Casini e Montezemolo, che si allea con le Acli scaricando Giannino), se Monti resta super partes l'operazione non sarà credibile agli occhi degli elettori di centrodestra. Quindi, o Monti si sveglia e si impegna – con chi ci sta – a guidare un centrodestra moderno, europeo, liberale (evviva!), o ci becchiamo lo spettacolo che stiamo vedendo. Insomma, Monti vuol essere Ciampi, Dini o De Gasperi? Questo sarà pure legittimo chiedere di saperlo prima di votare, o no?
Che si consideri un errore, una farsa, o tragicomica la ricandidatura di Berlusconi, non si possono ignorare fondamentali leggi della politica che varrebbero per chiunque al suo posto. Sul serio: come si può pensare di far accettare a un leader come Berlusconi quello che sta subendo senza che reagisca? A nessuno – tanto meno a uno come Berlusconi – si può chiedere di subire una "Piazzale Loreto". Chi ne ha il coraggio e la forza vada a prenderlo e lo appenda a testa in giù, ma non si appenderà da solo. Perché a questo equivale chiedere a Berlusconi di accettare una legge elettorale che liquida il Pdl e il bipolarismo (e, tra l'altro, peggiore del porcellum); di lasciare che la sua classe dirigente per riciclarsi svenda la sua eredità politica, quale che sia, ad un non meglio definito "centrismo montiano"; di continuare a sostenere un governo che lancia la volata al centrosinistra, che si prepara, a pochi mesi dal voto, a varare un decreto "ad personam" per non farlo candidare, e i cui ministri usano la propria carica come trampolino di lancio in politica. E tutto questo senza alcuna prospettiva di un nuovo centrodestra, nemmeno della cosiddetta "unità dei moderati"? Guardiamoci negli occhi, caro Monti, cari amici di sinistra: era realistico pensare che la tenuta del governo non ne avrebbe risentito?
Semplificando al massimo, la scelta del Pdl è se morire berlusconiano o morire democristiano, seppellendo un'idea di centrodestra mai nata. In un senso o nell'altro si tratta sempre di morire, questa non è una scelta, si può scegliere solo il "come". Dal "come", però, dipendono molte cose future. La questione non è Berlusconi sì o no – lo è per coloro cui è utile, anzi indispensabile l'equivoco Berlusconi per giustificare la propria funzione politica – ma è la prospettiva: e quelle che vedo in giro sono solo tante "stampelle centriste", neppure capaci di unità tra di loro e di una proposta programmatica chiara, altro che un nuovo centrodestra "normale", europeo, alternativo alla sinistra.
La "proposta montiana" (semplifichiamo: Montezemolo, Casini e i "montiani" del Pdl) si pone già oggi come «appendice diniana», si accontenta di un ruolo di argine, per «riequilibrare a destra una sinistra sbilanciata a sinistra». Non si pone come nuova offerta politica di centrodestra (per superare Berlusconi, magari!), ma come "stampella centrista" di un Monti-bis: non potrebbe essere altrimenti, perché sostenendo Monti – e dal momento che Monti non si schiera come alternativo alla sinistra e, anzi, resta super partes – non potrebbe mai escludere l'eventualità, piuttosto probabile, di trovarsi in una coalizione sì con Monti di nuovo premier, ma che avrebbe per forza di cose (visti i numeri) come azionista di maggioranza il Pd di Bersani. E una simile coalizione politica, nonostante il "top player" Monti, potrebbe fare solo del male all'Italia.
Ora, a molti del Pdl questa prospettiva può piacere, perché ci tengono alla loro carriera e capiscono che tutto ciò che restasse a destra verrebbe isolato, e anche perché comunque – intento più che dignitoso – si andrebbe a rafforzare il ruolo di Monti come argine alla sinistra. Non ci si può stupire però che la cosa non piaccia a Berlusconi e a molti la cui idea di centrodestra era diversa e ben impiantata in una logica bipolare e "fusionista". Per non parlare del fatto che la "proposta montiana" senza un Monti chiaramente alternativo alla sinistra non è elettoralmente attraente: l'elettorato di centrodestra ha già dimostrato di non seguirla e si dividerà tra astensionismo e ridotta berlusconiana. Il che indebolisce la prospettiva di un Monti-bis, perché con una doppia, forte legittimazione di Bersani (primarie e politiche), il centro "montiano" che non arriva al 10% e un centrodestra frammentato, e radicalizzato da Berlusconi, sarebbe difficile spiegare a Bersani che deve restare in panchina.
Per sostituirsi allo schieramento berlusconiano quello "montiano" deve candidarsi senza ambiguità in alternativa al centrosinistra. Ma anche ammesso che lo facesse (e non mi pare questa l'intenzione di Casini e Montezemolo, che si allea con le Acli scaricando Giannino), se Monti resta super partes l'operazione non sarà credibile agli occhi degli elettori di centrodestra. Quindi, o Monti si sveglia e si impegna – con chi ci sta – a guidare un centrodestra moderno, europeo, liberale (evviva!), o ci becchiamo lo spettacolo che stiamo vedendo. Insomma, Monti vuol essere Ciampi, Dini o De Gasperi? Questo sarà pure legittimo chiedere di saperlo prima di votare, o no?
Wednesday, December 05, 2012
Verso la Terza Stampella?
C'è un'ala liberale e riformatrice, in ItaliaFutura, che ieri è andata in «subbuglio», come scrive Arnese su Formiche.net, quando ha letto su Repubblica un autorevole firmatario del manifesto Verso la Terza Repubblica, il presidente delle Acli Andrea Olivero, prospettare «un'alleanza strategica» con Bersani e Casini, sottolineare la necessità di «unire il centro alla sinistra», di «mettere insieme le forze tradizionali del centrosinistra e quelle liberali del cattolicesimo sociale [almeno la distinzione tra cattolicesimo liberale e cattolicesimo sociale la vogliamo conservare?] e del mondo dell'impresa». Con Monti a Palazzo Chigi, ovviamente.Sempre su Formiche.net, un firmatario dello stesso manifesto, Paolo Mazzanti, esprimeva un'idea molto diversa sull'impegno di Monti, diciamo alternativa a Bersani-Vendola: «Uno schieramento che s'ispira all'agenda Monti non potrà che essere alternativo al centrosinistra a trazione bersanian-vendoliana». E ancora: «Se Monti s'impegnerà direttamente, sarà probabilmente possibile riunire tutte le forze di centro e parte delle forze di centrodestra che s'ispirano alla sua azione in un'unica coalizione. Se invece Monti deciderà di restare super partes, ognuno andrà probabilmente per conto suo. E le probabilità di vittoria dell'asse Bersani-Vendola aumenteranno».
In serata arrivava la nota di ItaliaFutura: tante belle parole, liberali e riformatrici, per ribadire equidistanza tra l'«Unione 2.0» e la «Forza Italia 2.0». Peccato che l'alleanza - appena siglata! - di Montezemolo con Acli, Sant'Egidio e Bonanni (Cisl), da cui è scaturito il manifesto V3Rep dica tutt'altro: Olivero (le Acli, non una minuzia) vuole allearsi con l'Unione 2.0. Come la mettiamo?
Con un «Grazie, è stato un piacere, ma non ci siamo ben capiti», mi risponde su twitter Romano Perissinotto, fondatore del Comitato Italia Futura Lombardia. Che ne è, dunque, di V3Rep e dell'alleanza con Acli, Sant'Egidio e Bonanni? «E' una grande realtà che può fare a meno delle dichiarazioni di Olivero». Sarà anche una grande realtà, quella in cui possono convivere chi si sente alternativo e chi complementare a Bersani-Vendola, ma a me pare un gran casino. Montezemolo ha stretto alleanza con le Acli poche settimane fa, oggi Olivero dichiara che si vuole alleare con Bersani. Diciamo che la nota della serata di ieri, che ripropone il minestrone "popolare, liberale e riformista" (mancano solo fascisti e comunisti), e l'intervista di Andrea Romano oggi, non sono sufficienti a sgombrare il dubbio che una lista Montezemolo-Riccardi possa prima o dopo il voto allearsi con il Pd bersaniano. Giannino su questo almeno aveva visto giusto, era assurdo che FiD seguisse i montezemoliani verso la Terza Stampella del Pd.
C'è poi Daniele Bellasio che si chiede come mai «il centro non sfonda», anzi è «in crisi» (crisi che va ben oltre l'ambiguità di Monti), in un contesto apparentemente così favorevole (Pd che si sposta a sinistra e centrodestra praticamente inesistente). Sarà che nonostante il disgusto gli italiani restino affezionati al bipolarismo e respingano i tatticismi centristi? Certo, potrebbero essere Montezemolo e Casini «l'altro polo», se non stessero ancora lì sul punto di fare la stampella alla sinistra-sinistra di Bersani-Vendola. La realtà è che sembrano mancare convinzioni sufficientemente forti per sentirsi, e quindi essere percepiti dall'elettorato, come alternativi alla sinistra. C'è sempre il sospetto, più che fondato, che l'intenzione sia quella di allearsi con il centrosinistra e dichiarazioni come quelle di Olivero ne sono la conferma.
Friday, November 23, 2012
Napolitano sequestra il cantiere dei "montiani": Pdl isolato e senza Cav
Anche su L'Opinione
Il presidente Napolitano ha voluto togliere dalla mischia elettorale il nome di Monti per preservare il suo profilo super-partes e, dunque, la praticabilità sia di un Monti-bis, sia di un'ascesa del professore al Colle, o – perché no? – a via XX settembre come ministro dell'Economia. Insomma, ha voluto preservarlo come "riserva della Repubblica": non si può candidare né può essere candidato da un partito, perché si vota per il Parlamento ed è già senatore a vita. Ma è disponibile «a chiunque, dopo le elezioni, volesse chiedergli un parere, un contributo, un impegno» (da notare le parole "chiunque" e "impegno"). Ha quindi ricordato alle forze politiche che non esistono candidati premier: né Monti, né chi uscirà vincitore dalle primarie. Perché i partiti hanno sì il diritto, o meglio la «facoltà» di avere in mente un nome, di «evocarlo» direbbe Casini (come si fa con gli spiriti), ma sono le consultazioni al Quirinale «la sede in cui ogni partito può esprimere una sua preferenza o una sua proposta». Napolitano ha anche voluto farci sapere che sarà il suo successore a sbrigare la pratica dell'incarico. Il che vuol dire che nel puzzle post-voto la casella del Quirinale sarà riempita prima di quella di Palazzo Chigi. E potrebbe rappresentare un equo indennizzo per il Pd, nel caso accettasse un Monti-bis: 7 anni garantiti di poteri sempre più "presidenzialisti" potrebbero far gola più di 5 traballanti al timone di un paese ancora nella tempesta. Il 10 marzo, o quando sarà, in filigrana sulla scheda ci sarà il nome del prossimo presidente della Repubblica, non del premier.
Molto poco istituzionalmente corretta, va detto, l'uscita di Napolitano: la carica di senatore a vita non implica la rinuncia al diritto di elettorato passivo (candidarsi, per esempio, alla Camera), o un'interdizione dai pubblici uffici (proporsi come candidato premier di una o più forze politiche). Scorrettezza però soltanto teorica, perché non sembra che Monti abbia intenzione di "bruciarsi" politicamente. Continuerà a non respingere i tanti "scudieri" che si accalcano alla sua corte, non sconfesserà chi lo evoca, ma non è interessato a ricevere uno scomodo mandato politico dal corpo elettorale. Anzi, meglio non averne e continuare a giocare da riserva della Repubblica, buona per qualsiasi maggioranza. Ammiccamenti sì, candidatura no. E' comprensibile: da un lato non vuole fungere da zattera di salvataggio per un ceto politico vecchio e screditato (e chi può biasimarlo?); dall'altro, non è nelle sue corde creare dal nulla una sua forza politica, né ha i mezzi per farlo.
Neanche Monti, tuttavia, può aggirare la questione del mandato politico. A parte la prospettiva poco edificante dal punto di vista democratico, è pensabile realizzare le riforme di cui questo paese ha disperatamente bisogno senza un preciso mandato elettorale, senza prima esporre la propria agenda ai cittadini per ricevere il loro consenso, e per di più con l'appoggio di una "grande coalizione" sbilanciata a sinistra? Il Cav ha fallito nonostante tre forti mandati popolari, ma ciò non significa che sia destinata al successo una strategia del "si fa ma non si dice". E nel caso del piano B - Monti al Quirinale a coprire le spalle a Bersani premier - il professore si troverebbe a dover esercitare un potere di veto sull'indirizzo politico-economico del governo, accentuando così la deriva "presidenzialista" in atto.
Nella stessa giornata in cui Alfano otteneva le sue primarie, al prezzo di uno strappo forse irreversibile con il Cav per inseguire con gran parte del suo gruppo dirigente il sogno di un non meglio precisato cantiere dei moderati, di cui Monti dovrebbe essere il «federatore» (definizione di Frattini), il presidente Napolitano chiudeva di fatto il cantiere: nessuna candidatura di Monti prima del voto. E così Alfano e i suoi si ritrovano d'un tratto senza Berlusconi (anzi, probabilmente se lo ritroveranno contro) e privi di uno sbocco politico. L'unico che il segretario rischia di riuscire a rottamare è il Cav, mentre si tiene i vecchi colonnelli, tutti aggrappati ad uno zatterone in patetico inseguimento di Monti, Casini e Montezemolo, i quali non mostrano il minimo interesse per il Pdl, se non per indurlo a sacrificare Berlusconi e, così, liquidarlo.
Le prossime elezioni rischiano di rivelarsi un esercizio inutile. Giocate pure fino al 10 marzo, bambini, ma poi la sera del voto il pallone vi verrà tolto, sembra avvertire Napolitano. E che idea di centrodestra si può coltivare attorno al Monti-bis se Monti, in qualunque casella istituzionale finisse, fosse solo una specie di argine, una badante democristiana per una maggioranza di centro-sinistra?
Il presidente Napolitano ha voluto togliere dalla mischia elettorale il nome di Monti per preservare il suo profilo super-partes e, dunque, la praticabilità sia di un Monti-bis, sia di un'ascesa del professore al Colle, o – perché no? – a via XX settembre come ministro dell'Economia. Insomma, ha voluto preservarlo come "riserva della Repubblica": non si può candidare né può essere candidato da un partito, perché si vota per il Parlamento ed è già senatore a vita. Ma è disponibile «a chiunque, dopo le elezioni, volesse chiedergli un parere, un contributo, un impegno» (da notare le parole "chiunque" e "impegno"). Ha quindi ricordato alle forze politiche che non esistono candidati premier: né Monti, né chi uscirà vincitore dalle primarie. Perché i partiti hanno sì il diritto, o meglio la «facoltà» di avere in mente un nome, di «evocarlo» direbbe Casini (come si fa con gli spiriti), ma sono le consultazioni al Quirinale «la sede in cui ogni partito può esprimere una sua preferenza o una sua proposta». Napolitano ha anche voluto farci sapere che sarà il suo successore a sbrigare la pratica dell'incarico. Il che vuol dire che nel puzzle post-voto la casella del Quirinale sarà riempita prima di quella di Palazzo Chigi. E potrebbe rappresentare un equo indennizzo per il Pd, nel caso accettasse un Monti-bis: 7 anni garantiti di poteri sempre più "presidenzialisti" potrebbero far gola più di 5 traballanti al timone di un paese ancora nella tempesta. Il 10 marzo, o quando sarà, in filigrana sulla scheda ci sarà il nome del prossimo presidente della Repubblica, non del premier.
Molto poco istituzionalmente corretta, va detto, l'uscita di Napolitano: la carica di senatore a vita non implica la rinuncia al diritto di elettorato passivo (candidarsi, per esempio, alla Camera), o un'interdizione dai pubblici uffici (proporsi come candidato premier di una o più forze politiche). Scorrettezza però soltanto teorica, perché non sembra che Monti abbia intenzione di "bruciarsi" politicamente. Continuerà a non respingere i tanti "scudieri" che si accalcano alla sua corte, non sconfesserà chi lo evoca, ma non è interessato a ricevere uno scomodo mandato politico dal corpo elettorale. Anzi, meglio non averne e continuare a giocare da riserva della Repubblica, buona per qualsiasi maggioranza. Ammiccamenti sì, candidatura no. E' comprensibile: da un lato non vuole fungere da zattera di salvataggio per un ceto politico vecchio e screditato (e chi può biasimarlo?); dall'altro, non è nelle sue corde creare dal nulla una sua forza politica, né ha i mezzi per farlo.
Neanche Monti, tuttavia, può aggirare la questione del mandato politico. A parte la prospettiva poco edificante dal punto di vista democratico, è pensabile realizzare le riforme di cui questo paese ha disperatamente bisogno senza un preciso mandato elettorale, senza prima esporre la propria agenda ai cittadini per ricevere il loro consenso, e per di più con l'appoggio di una "grande coalizione" sbilanciata a sinistra? Il Cav ha fallito nonostante tre forti mandati popolari, ma ciò non significa che sia destinata al successo una strategia del "si fa ma non si dice". E nel caso del piano B - Monti al Quirinale a coprire le spalle a Bersani premier - il professore si troverebbe a dover esercitare un potere di veto sull'indirizzo politico-economico del governo, accentuando così la deriva "presidenzialista" in atto.
Nella stessa giornata in cui Alfano otteneva le sue primarie, al prezzo di uno strappo forse irreversibile con il Cav per inseguire con gran parte del suo gruppo dirigente il sogno di un non meglio precisato cantiere dei moderati, di cui Monti dovrebbe essere il «federatore» (definizione di Frattini), il presidente Napolitano chiudeva di fatto il cantiere: nessuna candidatura di Monti prima del voto. E così Alfano e i suoi si ritrovano d'un tratto senza Berlusconi (anzi, probabilmente se lo ritroveranno contro) e privi di uno sbocco politico. L'unico che il segretario rischia di riuscire a rottamare è il Cav, mentre si tiene i vecchi colonnelli, tutti aggrappati ad uno zatterone in patetico inseguimento di Monti, Casini e Montezemolo, i quali non mostrano il minimo interesse per il Pdl, se non per indurlo a sacrificare Berlusconi e, così, liquidarlo.
Le prossime elezioni rischiano di rivelarsi un esercizio inutile. Giocate pure fino al 10 marzo, bambini, ma poi la sera del voto il pallone vi verrà tolto, sembra avvertire Napolitano. E che idea di centrodestra si può coltivare attorno al Monti-bis se Monti, in qualunque casella istituzionale finisse, fosse solo una specie di argine, una badante democristiana per una maggioranza di centro-sinistra?
Tuesday, November 20, 2012
Il marchio Monti in franchising non può bastare
Anche su L'Opinione
Pensavate di averle viste di tutte? Vi sbagliavate. Il meglio deve ancora venire: il meglio del peggio, s'intende. Nel weekend Montezemolo ha lanciato la sua alleanza con l'associazionismo cattolico-solidarista Verso la Terza Repubblica (tutta gente che ha pasteggiato allegramente anche nella prima e nella seconda) in appoggio al Monti-bis. La non discesa in campo del presidente della Ferrari dà vita all'ennesimo paradosso della politica italiana: un non candidato che lancia una lista per sostenere un'altra non candidatura, quella di Mario Monti a Palazzo Chigi. Un'operazione davvero troppo fumosa, persino per i tempi eccezionali che viviamo. Monti non si candida, nemmeno Montezemolo (e nemmeno Bonanni), ma ci sarà una lista Montezemolo col nome di Monti nel simbolo e come programma. Una fiduciaria, un franchising, più che una lista politica.
Afferriamo l'idea di porre fine alla stagione dell'uomo solo al comando, ma questa sorta di "leading from behind" – metterci la faccia e anche la firma, ma senza scendere in campo, senza misurarsi personalmente nelle urne – offre davvero maggiori garanzie di serietà e trasparenza rispetto agli interessi, evidentissimi, di cui la lista LCdM-Todi è espressione? Ci sarà dato di sapere almeno se il professore ha effettivamente concesso a Montezemolo & soci il diritto di "commercializzare" politicamente il suo ben affermato marchio, o se invece si tratta di uno sfruttamento non autorizzato? Davvero pensa di appaltare a tali "scudieri" (Montezemolo, Bonanni, Riccardi, Casini, Fini) il compito di fornirgli una legittimazione elettorale, senza degnarsi di esporre lui stesso agli italiani la sua agenda per i prossimi anni? E se la sente il presidente del Consiglio di garantire sui candidati che saranno inseriti (da chi?) nelle liste che invocano il suo bis?
Il guaio, dal punto di vista politico, è che il marchio Monti rischia di rivelarsi poco più che una furba trovata dei Montezemolo e dei Casini per risparmiarsi il gravoso onere della chiarezza della loro proposta politica. Insomma, non serve faticare troppo per spiegare agli italiani che cosa si vuole fare in concreto: il riferimento a Monti basta e avanza. Ma così è difficile scorgere nell'operazione LCdM-Todi qualcosa di più di una lobby centrista alla ricerca di un posto al sole nel più che probabile bis del professore. Si dirà che tanto il programma è obbligato, che tutti lo conoscono. Come dice Napolitano, «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Vero solo in parte. Perché il marchio Monti richiama molte cose diverse – alcune buone, altre meno – ma anche molti vuoti, capitoli nemmeno aperti. Sarebbe interessante, quindi, capire in concreto rispetto a quali politiche dovrebbe esserci «continuità». Continuità, per esempio, anche nel non abbattere lo stock di debito pubblico e negli esigui tagli alla spesa? Se la mera «continuità» con l'esperienza Monti è una garanzia dal punto di vista della cultura di governo, non può bastare, invece – lo ammetteranno anche i più montiani – dal punto di vista dei contenuti. O meglio, dipende da come si pensa di uscire dalla crisi italiana, iniziata ben prima del crack Lehmann o di quello greco: uscire dalla crisi cambiando il paese da cima a fondo, oppure manovrando con astuzia sperando, con l'aiuto dell'Europa, che il costo del nostro debito torni magicamente ai livelli pre-crisi, cioè vicino a quello tedesco?
Nel secondo caso, nient'affatto peregrino data la componente di irrazionalità che anima i mercati, potrebbe bastare la sola presenza di Monti a Palazzo Chigi, nel primo no. Ci sta che in questo anno il professore, ritrovatosi all'improvviso il timone tra le mani, non abbia voluto rischiare una virata a 180 gradi che avrebbe potuto ribaltare la barca Italia e far finire in mare milioni di connazionali. E così si è limitato ad usare la leva più immediata e sicura: più tasse. Ma ora, pur nei vincoli di bilancio ristrettissimi, qualche spazio di manovra c'è, alcune opzioni di fondo, molto diverse tra di loro, tra cui scegliere ci sono. Per esempio, Draghi insiste nel raccomandare un risanamento meno recessivo, centrato cioè sui tagli alla spesa e non su aumenti di tasse. Fino ad oggi Monti ha intrapreso la via opposta. Nel suo bis a Palazzo Chigi seguirebbe o no i suggerimenti di Draghi?
Insomma, se l'operazione Monti-bis è cambiare il paese, ma senza proclami per non spaventare l'elettorato e i "poteri forti", e per evitare di infiammare le piazze, tatticamente può avere un senso. Il sospetto, tuttavia, guardando l'operato di questi mesi, gli scudieri che si accalcano ansiosi di fargli strada, e la sua ambiguità sull'agenda per i prossimi anni, è che l'obiettivo sia minimale: non affondare, tenersi a galla aspettando che la tempesta passi, dunque evitare di consegnare il timone a Bersani-Vendola, che ci porterebbero contro gli scogli, ma sostanzialmente senza cambiare il paese, quindi garantendo tutti i soggetti interessati al mantenimento dello status quo.
Pensavate di averle viste di tutte? Vi sbagliavate. Il meglio deve ancora venire: il meglio del peggio, s'intende. Nel weekend Montezemolo ha lanciato la sua alleanza con l'associazionismo cattolico-solidarista Verso la Terza Repubblica (tutta gente che ha pasteggiato allegramente anche nella prima e nella seconda) in appoggio al Monti-bis. La non discesa in campo del presidente della Ferrari dà vita all'ennesimo paradosso della politica italiana: un non candidato che lancia una lista per sostenere un'altra non candidatura, quella di Mario Monti a Palazzo Chigi. Un'operazione davvero troppo fumosa, persino per i tempi eccezionali che viviamo. Monti non si candida, nemmeno Montezemolo (e nemmeno Bonanni), ma ci sarà una lista Montezemolo col nome di Monti nel simbolo e come programma. Una fiduciaria, un franchising, più che una lista politica.
Afferriamo l'idea di porre fine alla stagione dell'uomo solo al comando, ma questa sorta di "leading from behind" – metterci la faccia e anche la firma, ma senza scendere in campo, senza misurarsi personalmente nelle urne – offre davvero maggiori garanzie di serietà e trasparenza rispetto agli interessi, evidentissimi, di cui la lista LCdM-Todi è espressione? Ci sarà dato di sapere almeno se il professore ha effettivamente concesso a Montezemolo & soci il diritto di "commercializzare" politicamente il suo ben affermato marchio, o se invece si tratta di uno sfruttamento non autorizzato? Davvero pensa di appaltare a tali "scudieri" (Montezemolo, Bonanni, Riccardi, Casini, Fini) il compito di fornirgli una legittimazione elettorale, senza degnarsi di esporre lui stesso agli italiani la sua agenda per i prossimi anni? E se la sente il presidente del Consiglio di garantire sui candidati che saranno inseriti (da chi?) nelle liste che invocano il suo bis?
Il guaio, dal punto di vista politico, è che il marchio Monti rischia di rivelarsi poco più che una furba trovata dei Montezemolo e dei Casini per risparmiarsi il gravoso onere della chiarezza della loro proposta politica. Insomma, non serve faticare troppo per spiegare agli italiani che cosa si vuole fare in concreto: il riferimento a Monti basta e avanza. Ma così è difficile scorgere nell'operazione LCdM-Todi qualcosa di più di una lobby centrista alla ricerca di un posto al sole nel più che probabile bis del professore. Si dirà che tanto il programma è obbligato, che tutti lo conoscono. Come dice Napolitano, «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Vero solo in parte. Perché il marchio Monti richiama molte cose diverse – alcune buone, altre meno – ma anche molti vuoti, capitoli nemmeno aperti. Sarebbe interessante, quindi, capire in concreto rispetto a quali politiche dovrebbe esserci «continuità». Continuità, per esempio, anche nel non abbattere lo stock di debito pubblico e negli esigui tagli alla spesa? Se la mera «continuità» con l'esperienza Monti è una garanzia dal punto di vista della cultura di governo, non può bastare, invece – lo ammetteranno anche i più montiani – dal punto di vista dei contenuti. O meglio, dipende da come si pensa di uscire dalla crisi italiana, iniziata ben prima del crack Lehmann o di quello greco: uscire dalla crisi cambiando il paese da cima a fondo, oppure manovrando con astuzia sperando, con l'aiuto dell'Europa, che il costo del nostro debito torni magicamente ai livelli pre-crisi, cioè vicino a quello tedesco?
Nel secondo caso, nient'affatto peregrino data la componente di irrazionalità che anima i mercati, potrebbe bastare la sola presenza di Monti a Palazzo Chigi, nel primo no. Ci sta che in questo anno il professore, ritrovatosi all'improvviso il timone tra le mani, non abbia voluto rischiare una virata a 180 gradi che avrebbe potuto ribaltare la barca Italia e far finire in mare milioni di connazionali. E così si è limitato ad usare la leva più immediata e sicura: più tasse. Ma ora, pur nei vincoli di bilancio ristrettissimi, qualche spazio di manovra c'è, alcune opzioni di fondo, molto diverse tra di loro, tra cui scegliere ci sono. Per esempio, Draghi insiste nel raccomandare un risanamento meno recessivo, centrato cioè sui tagli alla spesa e non su aumenti di tasse. Fino ad oggi Monti ha intrapreso la via opposta. Nel suo bis a Palazzo Chigi seguirebbe o no i suggerimenti di Draghi?
Insomma, se l'operazione Monti-bis è cambiare il paese, ma senza proclami per non spaventare l'elettorato e i "poteri forti", e per evitare di infiammare le piazze, tatticamente può avere un senso. Il sospetto, tuttavia, guardando l'operato di questi mesi, gli scudieri che si accalcano ansiosi di fargli strada, e la sua ambiguità sull'agenda per i prossimi anni, è che l'obiettivo sia minimale: non affondare, tenersi a galla aspettando che la tempesta passi, dunque evitare di consegnare il timone a Bersani-Vendola, che ci porterebbero contro gli scogli, ma sostanzialmente senza cambiare il paese, quindi garantendo tutti i soggetti interessati al mantenimento dello status quo.
Monday, October 29, 2012
Le sirene neocentriste bersaglio dell'ira del Cav
Difficile comprendere dove finisca lo sfogo per l'assurda sentenza di condanna ricevuta venerdì, accompagnata da a dir poco irrituali motivazioni "politiche", e dove cominci, invece, la politica. Si vedrà nelle prossime settimane. Ma i toni sopra le righe nei confronti del governo Monti e della cancelliera Merkel hanno senz'altro a che fare sia con l'ennesimo tentativo di "farlo fuori" per via giudiziaria, sia con lo scollamento in atto tra il fondatore del Pdl e la sua classe dirigente, segretario Alfano compreso. Il Cav ha voluto evitare che il combinato disposto della sentenza dei giudici di Milano e della sua decisione di non ricandidarsi, con apertura al metodo delle primarie, potesse incoraggiare qualcuno, in primis nel suo partito ma ovviamente anche tra i suoi avversari, a credere che sia disposto a farsi eliminare dalla scena politica.
Il passo indietro non significa affatto un via libera ad una linea acriticamente montiana del Pdl, nell'illusione di favorire l'alleanza con Casini. Oltre allo shock della sentenza, a Berlusconi non è senz'altro sfuggito che il suo passo indietro non ha affatto sortito gli effetti sperati sugli ipotetici intelocutori per il rassemblement dei "moderati", su tutti Casini e Montezemolo. Anzi, entrambi hanno stretto ulteriormente la morsa sul Pdl: Casini confermando di voler proseguire sulla sua strada con una "lista per l'Italia" e Montezemolo stringendo l'alleanza con il mondo di Todi. Il significato è fin troppo chiaro: il Pdl può anche diventare più montiano di Monti e il Cav sparire per sempre in Kenya o chissà dove, ma nulla potrà mai accontentarli se non la totale liquefazione del Pdl. L'obiettivo finale è sì l'unità dei moderati, ma completamente deberlusconizzata. Anzi, antiberlusconiana. Il che è chiaramente inaccettabile per Berlusconi. Sia pure con due diverse operazioni centriste, lo scenario a cui lavorano Casini e Montezemolo è quello di un pezzo maggioritario del Pdl che rompe con il suo fondatore, e che si consegna mani e piedi al progetto neocentrista. A quel punto Berlusconi e i suoi fedelissimi non potrebbero far altro che dar vita a un nuovo partito berlusconiano, rancoroso e populista, e gli ex An farebbero altrettanto, un nuovo partito di destra, non potendo certo morire democristiani, ma entrambi sarebbero condannati all'isolamento. Questo il disegno contro cui Berlusconi si è scagliato nella conferenza stampa di sabato.
Consapevolmente o meno molti esponenti del Pdl, pensando al seguito della propria carriera politica, sono invece allettati da questa prospettiva e il segretario Alfano è esposto a tali sirene. Il rischio che corrono, ovviamente, è di venire usati in funzione antiCav e poi gettati, come è capitato a Fini.
In questa partita a scacchi c'entra poco la "responsabilità" nei confronti del governo Monti. Anche il Pdl, come il Pd, ha sostenuto tutti i provvedimenti dell'attuale esecutivo. E anche il Pd non ha mai rinunciato a criticarlo e a porre i propri paletti. Sembra quasi, però, che al centrosinistra di Bersani si perdonino le intemperanze demagogiche e la voglia nemmeno tanto velata di archivhiare in fretta l'agenda e la figura stessa di Monti (vedi dichiarazioni di Fassina e Vendola), mentre al Pdl si richiede di starsene buono, appiattito sulle misure del governo tecnico, perché se osa alzare il ditino allora scatta l'accusa di populismo, di irresponsabilità. Se il Pd di Bersani punta i piedi sui tagli alla spesa – alla sanità, alla scuola e agli enti locali – e se insieme al sindacato è riuscito a svuotare la riforma del mercato del lavoro sull'articolo 18, non si capisce perché il Pdl e Berlusconi non dovrebbero porre istanze sul fisco, sull'Imu o sull'Iva. E quale sede più appropriata della legge di stabilità, cioè il principale atto di politica economica, per dimostrare di esserci?
Può apparire contraddittorio, ma il Pdl non potrebbe tenere in piedi una linea responsabile sul governo Monti e l'Europa, al tempo stesso senza appiattirsi totalmente sulle misure, tra l'altro non impeccabili, del governo?
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Il passo indietro non significa affatto un via libera ad una linea acriticamente montiana del Pdl, nell'illusione di favorire l'alleanza con Casini. Oltre allo shock della sentenza, a Berlusconi non è senz'altro sfuggito che il suo passo indietro non ha affatto sortito gli effetti sperati sugli ipotetici intelocutori per il rassemblement dei "moderati", su tutti Casini e Montezemolo. Anzi, entrambi hanno stretto ulteriormente la morsa sul Pdl: Casini confermando di voler proseguire sulla sua strada con una "lista per l'Italia" e Montezemolo stringendo l'alleanza con il mondo di Todi. Il significato è fin troppo chiaro: il Pdl può anche diventare più montiano di Monti e il Cav sparire per sempre in Kenya o chissà dove, ma nulla potrà mai accontentarli se non la totale liquefazione del Pdl. L'obiettivo finale è sì l'unità dei moderati, ma completamente deberlusconizzata. Anzi, antiberlusconiana. Il che è chiaramente inaccettabile per Berlusconi. Sia pure con due diverse operazioni centriste, lo scenario a cui lavorano Casini e Montezemolo è quello di un pezzo maggioritario del Pdl che rompe con il suo fondatore, e che si consegna mani e piedi al progetto neocentrista. A quel punto Berlusconi e i suoi fedelissimi non potrebbero far altro che dar vita a un nuovo partito berlusconiano, rancoroso e populista, e gli ex An farebbero altrettanto, un nuovo partito di destra, non potendo certo morire democristiani, ma entrambi sarebbero condannati all'isolamento. Questo il disegno contro cui Berlusconi si è scagliato nella conferenza stampa di sabato.
Consapevolmente o meno molti esponenti del Pdl, pensando al seguito della propria carriera politica, sono invece allettati da questa prospettiva e il segretario Alfano è esposto a tali sirene. Il rischio che corrono, ovviamente, è di venire usati in funzione antiCav e poi gettati, come è capitato a Fini.
In questa partita a scacchi c'entra poco la "responsabilità" nei confronti del governo Monti. Anche il Pdl, come il Pd, ha sostenuto tutti i provvedimenti dell'attuale esecutivo. E anche il Pd non ha mai rinunciato a criticarlo e a porre i propri paletti. Sembra quasi, però, che al centrosinistra di Bersani si perdonino le intemperanze demagogiche e la voglia nemmeno tanto velata di archivhiare in fretta l'agenda e la figura stessa di Monti (vedi dichiarazioni di Fassina e Vendola), mentre al Pdl si richiede di starsene buono, appiattito sulle misure del governo tecnico, perché se osa alzare il ditino allora scatta l'accusa di populismo, di irresponsabilità. Se il Pd di Bersani punta i piedi sui tagli alla spesa – alla sanità, alla scuola e agli enti locali – e se insieme al sindacato è riuscito a svuotare la riforma del mercato del lavoro sull'articolo 18, non si capisce perché il Pdl e Berlusconi non dovrebbero porre istanze sul fisco, sull'Imu o sull'Iva. E quale sede più appropriata della legge di stabilità, cioè il principale atto di politica economica, per dimostrare di esserci?
Può apparire contraddittorio, ma il Pdl non potrebbe tenere in piedi una linea responsabile sul governo Monti e l'Europa, al tempo stesso senza appiattirsi totalmente sulle misure, tra l'altro non impeccabili, del governo?
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Friday, October 26, 2012
Socialismo cattolico in carrozza con Montezemolo
Il flirt tra Fermareildeclino e ItaliaFutura si conclude così: alle idee liberiste Montezemolo ha preferito la potenza organizzativa dell'associazionismo cattolico-solidarista, quello che chiamo socialismo cattolico; a Giannino ha preferito Bonanni, la Cisl, le Acli, insomma il mondo di Todi, che da mesi era alla ricerca di "mezzi" per un impegno politico diretto, che non fossero però i vecchi arnesi Pdl, Udc e Pd, né un nuovo partito cattolico.
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Thursday, October 25, 2012
Primarie, non è il momento di essere troppo choosy
La doppia mossa di Berlusconi (ritiro e primarie) era l'unica possibile, necessaria anche se non sufficiente, per tentare di rianimare il Pdl e rifondare il centrodestra. Ora occorre che siano primarie credibili: le più aperte possibili nelle regole, per attirare il maggior numero di elettori, non solo i militanti, e candidature estranee alla nomenclatura del partito; che non siano le vecchie facce a infestare tv, radio e giornali, monopolizzandone la comunicazione; e che si confrontino linee politiche davvero differenti, perché il Pdl, e un ipotetico nuovo centrodestra, ha urgente bisogno di sciogliere la matassa ormai indistinguibile della sua politica economica, il cui bandolo negli anni si è perso, tra la mutazione del tremontismo e veri e propri rigurgiti assistenzialisti. Solo poche ore fa i deputati del Pdl in Commissione Lavoro (con la sola eccezione di Cazzola) hanno votato, insieme al Pd, un aumento delle tasse per sussidiare gli esodati.
Come dimostra l'agguerritissima corsa nel centrosinistra, le primarie fanno bene ai partiti che le organizzano. Il Pd ci ha guadagnato: in centralità nel dibattito politico, mobilitazione della propria base, interesse suscitato nell'elettorato potenziale e, dunque, anche qualche punto nei sondaggi. Anche se personalità e gruppi esterni decidessero di non prendervi parte, e dovessero quindi ridursi ad un confronto interno, praticamente un congresso di 6-7 settimane, le primarie non potranno nuocere al Pdl più dell'attuale immobilismo.
Per questo, per chi ambisce a liquidare il Pdl, o a rinnovare l'offerta politica nel centrodestra, restare a guardare potrebbe rivelarsi politicamente costoso. La diffidenza è comprensibile, ma il definitivo passo indietro di Berlusconi e le primarie tolgono molti alibi ai vecchi e nuovi attori troppo choosy. Rappresentano una indiscutibile novità e opportunità di rinnovamento, sia della struttura sia del ceto politico del centrodestra. Si può diffidare delle reali intenzioni del Pdl, ma se la precondizione per l'avvio di qualsiasi dialogo era il ritiro di Berlusconi e la contendibilità della leadership, ora bisogna almeno sedersi al tavolo per andare a vedere le carte.
C'è il tatticismo esasperato di Casini, che però a forza di aspettare il cadavere del Pdl passare, potrebbe morirci sulla riva del fiume. E c'è la preoccupazione legittima di chi vuole presentarsi come novità assoluta (vedi Fermareildeclino e Montezemolo) di non sporcarsi le mani con un ceto politico ormai compromesso. Ma se non si hanno le forze per puntare ad essere maggioritari, per spazzare via tutto a suon di milioni di voti, la politica è anche "sporcarsi le mani", mettersi in gioco, farsi contare, se non si vuole essere velleitari. Saranno primarie-farsa al solo scopo di incoronare Alfano? Se così fosse, però, la responsabilità sarebbe anche dei mancati sfidanti troppo choosy.
Come dimostra l'agguerritissima corsa nel centrosinistra, le primarie fanno bene ai partiti che le organizzano. Il Pd ci ha guadagnato: in centralità nel dibattito politico, mobilitazione della propria base, interesse suscitato nell'elettorato potenziale e, dunque, anche qualche punto nei sondaggi. Anche se personalità e gruppi esterni decidessero di non prendervi parte, e dovessero quindi ridursi ad un confronto interno, praticamente un congresso di 6-7 settimane, le primarie non potranno nuocere al Pdl più dell'attuale immobilismo.
Per questo, per chi ambisce a liquidare il Pdl, o a rinnovare l'offerta politica nel centrodestra, restare a guardare potrebbe rivelarsi politicamente costoso. La diffidenza è comprensibile, ma il definitivo passo indietro di Berlusconi e le primarie tolgono molti alibi ai vecchi e nuovi attori troppo choosy. Rappresentano una indiscutibile novità e opportunità di rinnovamento, sia della struttura sia del ceto politico del centrodestra. Si può diffidare delle reali intenzioni del Pdl, ma se la precondizione per l'avvio di qualsiasi dialogo era il ritiro di Berlusconi e la contendibilità della leadership, ora bisogna almeno sedersi al tavolo per andare a vedere le carte.
C'è il tatticismo esasperato di Casini, che però a forza di aspettare il cadavere del Pdl passare, potrebbe morirci sulla riva del fiume. E c'è la preoccupazione legittima di chi vuole presentarsi come novità assoluta (vedi Fermareildeclino e Montezemolo) di non sporcarsi le mani con un ceto politico ormai compromesso. Ma se non si hanno le forze per puntare ad essere maggioritari, per spazzare via tutto a suon di milioni di voti, la politica è anche "sporcarsi le mani", mettersi in gioco, farsi contare, se non si vuole essere velleitari. Saranno primarie-farsa al solo scopo di incoronare Alfano? Se così fosse, però, la responsabilità sarebbe anche dei mancati sfidanti troppo choosy.
Wednesday, October 10, 2012
Basta bluff incrociati: primarie aperte per un centrodestra "all'americana"
Non è la prima volta che l'ex premier si rende disponibile a farsi da parte pur di riunire quelli che chiama i "moderati", ma forse mai in modo così esplicito. E, soprattutto, a differenza che in altri momenti, oggi ci troviamo davvero nei minuti di recupero. Non solo per il Pdl, anche per gli altri attori che da anni puntano a raccoglierne l'eredità ma che, sempre più vicini all'ora "X", appaiono impreparati.
Quello di Berlusconi, dunque, è sì ancora tatticismo, ma non va confuso con l'inganno. La disponibilità a farsi da parte, a non ricandidarsi, è reale, ma condizionata a sua volta alla disponibilità degli altri a riunire il centrodestra. A questo punto, la logica vorrebbe che chi ha posto la condizione del passo indietro del Cav, vedendola soddisfatta, si sieda almeno al tavolo della trattativa. Perché, invece, gli attori cui si rivolge il Cav non vanno a vedere le sue carte? Cosa ancora impedisce un rassemblement del centrodestra? E se a bluffare non fosse (solo) Berlusconi, ma quanti fino ad oggi hanno insistito nel chiedergli un passo indietro?
Forse qualcuno preferisce curare il proprio orticello, lucrare sulla propria piccola rendita di posizione, piuttosto che mettersi in gioco in un progetto più vasto, inclusivo. Il tempo stringe, ma sembra che nessuno dei soggetti di area centrodestra – vecchi e nuovi – intenda abbandonare i tatticismi e giocare a carte scoperte. Casini sa che i delusi da Berlusconi resterebbero a casa o voterebbero Grillo piuttosto che consegnarsi a lui e a Fini. Non devono essere esaltanti i sondaggi, se Montezemolo ha deciso di non candidarsi a capo della sua lista. Senza leader, e ancora troppo elitario, anche il movimento Fermareildeclino ad oggi non può realisticamente pensare di andare molto oltre la soglia di sbarramento.
Eppure, ciascuno con le proprie debolezze e inadeguatezze, tutti sembrano attratti dal tanto peggio tanto meglio: meglio aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Pdl per grattargli qualche punto percentuale, piuttosto che rischiare di rianimarlo accettando di trattare con Berlusconi per rifondare il centrodestra. Al momento la realtà è che il Pdl è in coma profondo, ma i vecchi (Udc) e nuovi (IF e FiD) soggetti non sembrano rappresentare alternative davvero in grado di "coalizzare" una massa critica di elettori di centrodestra. Comprensibile che i nuovi non vogliano accompagnarsi ai vecchi e agli screditati personaggi politici, ma il rischio è che nessuno da solo riesca a toccare quota 20%. E con un Pd più Vendola verso il 30 e oltre sarebbe poi difficile immaginare di vincere le elezioni, o anche solo "scippare" la vittoria a Bersani per un Monti-bis.
È in questo scenario che a salvare il salvabile ci proverebbe, ancora una volta, Berlusconi. Che sarebbe più convincente se invitasse chi ci sta ad organizzare subito primarie apertissime (ovviamente annunciando di non voler correre) per la leadership del futuro centrodestra, in un'ottica "fusionista", guardando al modello americano. I suoi interlocutori, anche quelli nel Pdl, sarebbero messi con le spalle al muro: sfumata la possibilità di ereditare alcunché o di ergersi sulle macerie altrui, sarebbero costretti a sottoporsi al giudizio degli elettori come leader del nuovo centrodestra o a tacere per sempre.
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Quello di Berlusconi, dunque, è sì ancora tatticismo, ma non va confuso con l'inganno. La disponibilità a farsi da parte, a non ricandidarsi, è reale, ma condizionata a sua volta alla disponibilità degli altri a riunire il centrodestra. A questo punto, la logica vorrebbe che chi ha posto la condizione del passo indietro del Cav, vedendola soddisfatta, si sieda almeno al tavolo della trattativa. Perché, invece, gli attori cui si rivolge il Cav non vanno a vedere le sue carte? Cosa ancora impedisce un rassemblement del centrodestra? E se a bluffare non fosse (solo) Berlusconi, ma quanti fino ad oggi hanno insistito nel chiedergli un passo indietro?
Forse qualcuno preferisce curare il proprio orticello, lucrare sulla propria piccola rendita di posizione, piuttosto che mettersi in gioco in un progetto più vasto, inclusivo. Il tempo stringe, ma sembra che nessuno dei soggetti di area centrodestra – vecchi e nuovi – intenda abbandonare i tatticismi e giocare a carte scoperte. Casini sa che i delusi da Berlusconi resterebbero a casa o voterebbero Grillo piuttosto che consegnarsi a lui e a Fini. Non devono essere esaltanti i sondaggi, se Montezemolo ha deciso di non candidarsi a capo della sua lista. Senza leader, e ancora troppo elitario, anche il movimento Fermareildeclino ad oggi non può realisticamente pensare di andare molto oltre la soglia di sbarramento.
Eppure, ciascuno con le proprie debolezze e inadeguatezze, tutti sembrano attratti dal tanto peggio tanto meglio: meglio aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Pdl per grattargli qualche punto percentuale, piuttosto che rischiare di rianimarlo accettando di trattare con Berlusconi per rifondare il centrodestra. Al momento la realtà è che il Pdl è in coma profondo, ma i vecchi (Udc) e nuovi (IF e FiD) soggetti non sembrano rappresentare alternative davvero in grado di "coalizzare" una massa critica di elettori di centrodestra. Comprensibile che i nuovi non vogliano accompagnarsi ai vecchi e agli screditati personaggi politici, ma il rischio è che nessuno da solo riesca a toccare quota 20%. E con un Pd più Vendola verso il 30 e oltre sarebbe poi difficile immaginare di vincere le elezioni, o anche solo "scippare" la vittoria a Bersani per un Monti-bis.
È in questo scenario che a salvare il salvabile ci proverebbe, ancora una volta, Berlusconi. Che sarebbe più convincente se invitasse chi ci sta ad organizzare subito primarie apertissime (ovviamente annunciando di non voler correre) per la leadership del futuro centrodestra, in un'ottica "fusionista", guardando al modello americano. I suoi interlocutori, anche quelli nel Pdl, sarebbero messi con le spalle al muro: sfumata la possibilità di ereditare alcunché o di ergersi sulle macerie altrui, sarebbero costretti a sottoporsi al giudizio degli elettori come leader del nuovo centrodestra o a tacere per sempre.
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Tuesday, October 02, 2012
L'effetto Monti: si affolla il fronte anti-Bersani
Ma al prof. conviene chiedere agli italiani
La parziale e cauta frenata di ieri da parte di Monti («quando lasceremo ad altri, nei prossimi mesi, il governo...»), per alleggerire la tensione su Pd e Pdl, non cambia le carte in tavola: la sua disponibilità non a candidarsi premier ma ad essere richiamato in servizio dopo il voto ha smosso le acque della politica italiana. Rischia addirittura di sconvolgere la geografia e la morfologia dei partiti. Se il discrimine degli ultimi vent'anni è stato quello tra berlusconismo e antiberlusconismo, sembrerebbe che se ne stia per costituire uno nuovo, tra montismo e antimontismo. Entrambi, in realtà, non sono che i fenomeni visibili di quella sorta di cordone sanitario che puntualmente si riattiva per evitare di consegnare la guida del paese ai post-neo-comunisti.
Il bis di Monti oggi è auspicato da Washington a Berlino, passando per Bruxelles, dal mondo finanziario ed economico, sia internazionale che nostrano – dalle elites, insomma – ma più si avvicina il momento delle elezioni e più sarà chiaro anche agli italiani, a quella parte maggioritaria che non si fida della sinistra, che è l'unica alternativa realistica ad un governo Bersani-Vendola. Com'era previdibile, Casini e Fini sono stati i primi ad aggrapparsi alla zattera Monti. Non era scontato, anche se non sorprende, che lo abbia fatto Montezemolo. Se il numero uno della Ferrari non si candida in prima persona non è perché disinteressato alle poltrone, o per rompere con i personalismi della II Repubblica. Semplicemente i sondaggi non sono favorevoli e a Luchino piace vincere facile, avere la pista tutta per sé, piuttosto che doverci mettere la faccia e sudarsela, rischiando la figuraccia: così come non si sarebbe mai candidato sfidando Silvio, oggi non osa intralciare la strada che porta al Monti-bis. Sperando, magari, di essere ricompensato con una chiamata a far parte della squadra.
Ma anche nel Pdl e nel Pd qualcosa si muove...
(...)
Insomma, Monti è in campo e nessuno può più far finta di niente. Ed è forse sbagliato chiamarlo "Monti-bis". Stavolta non si tratterebbe di una carta d'emergenza, ma di una vera e propria ipotesi politica, prospettata già prima del voto e dopo un anno e mezzo di governo. C'è tutto il tempo perché anche gli elettori più disgustati dalla politica comprendano la posta in gioco. E per chi si porrà il problema di come fermare la gioiosa macchina da guerra 2.0 di Bersani, si profila un menu abbastanza ricco da accontentare tutti i palati, dai più abitudinari ai più esigenti: c'è l'aperitivo delle primarie servito da Renzi; mentre alle politiche la vecchia zuppa Pdl, la minestra riscaldata di Casini-Fini, o nuove portate, quella «riformatrice e liberale» di Montezemolo e quella liberista di Fermareildeclino. Anche Giannino e i suoi si sono dovuti esprimere sull'ipotesi Monti e hanno colto il nodo.
Chiaro che Monti sia preferibile a Bersani, ma tranne quella delle pensioni le altre riforme sono state un bluff. Con il prof si galleggia anziché affondare, ma per tornare a navigare non basta Monti, bisogna emendare la sua "agenda" nel senso giusto, quello indicato da Fermareildeclino (meno Stato, meno tasse), ma anche dal Pdl (debito e cuneo fiscale), per quanto meno credibile per i trascorsi al governo. Non si rende conto Monti che proprio non candidandosi apertamente, non promuovendo una lista o un rassemblement, non chiedendo il consenso dei cittadini spiegando loro cosa vorrebbe fare nei prossimi cinque anni, illudendosi di diventare "politico" senza sporcarsi le mani, rischia di offrirsi come zattera di salvataggio per vecchie nomenclature parassitarie o come tram per opportunisti senza coraggio? Se il suo bis prendesse forma semplicemente da un impasse politico, rischierebbe di restare prigioniero dei veti contrapposti di una maggioranza troppo disomogenea, come accaduto da marzo in poi. Viceversa, uscendo dall'illusione dell'unità nazionale, rivelando il suo programma per ottenere una legittimazione popolare, costringerebbe i nemici della sua "agenda" ad uscire allo scoperto.
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La parziale e cauta frenata di ieri da parte di Monti («quando lasceremo ad altri, nei prossimi mesi, il governo...»), per alleggerire la tensione su Pd e Pdl, non cambia le carte in tavola: la sua disponibilità non a candidarsi premier ma ad essere richiamato in servizio dopo il voto ha smosso le acque della politica italiana. Rischia addirittura di sconvolgere la geografia e la morfologia dei partiti. Se il discrimine degli ultimi vent'anni è stato quello tra berlusconismo e antiberlusconismo, sembrerebbe che se ne stia per costituire uno nuovo, tra montismo e antimontismo. Entrambi, in realtà, non sono che i fenomeni visibili di quella sorta di cordone sanitario che puntualmente si riattiva per evitare di consegnare la guida del paese ai post-neo-comunisti.
Il bis di Monti oggi è auspicato da Washington a Berlino, passando per Bruxelles, dal mondo finanziario ed economico, sia internazionale che nostrano – dalle elites, insomma – ma più si avvicina il momento delle elezioni e più sarà chiaro anche agli italiani, a quella parte maggioritaria che non si fida della sinistra, che è l'unica alternativa realistica ad un governo Bersani-Vendola. Com'era previdibile, Casini e Fini sono stati i primi ad aggrapparsi alla zattera Monti. Non era scontato, anche se non sorprende, che lo abbia fatto Montezemolo. Se il numero uno della Ferrari non si candida in prima persona non è perché disinteressato alle poltrone, o per rompere con i personalismi della II Repubblica. Semplicemente i sondaggi non sono favorevoli e a Luchino piace vincere facile, avere la pista tutta per sé, piuttosto che doverci mettere la faccia e sudarsela, rischiando la figuraccia: così come non si sarebbe mai candidato sfidando Silvio, oggi non osa intralciare la strada che porta al Monti-bis. Sperando, magari, di essere ricompensato con una chiamata a far parte della squadra.
Ma anche nel Pdl e nel Pd qualcosa si muove...
(...)
Insomma, Monti è in campo e nessuno può più far finta di niente. Ed è forse sbagliato chiamarlo "Monti-bis". Stavolta non si tratterebbe di una carta d'emergenza, ma di una vera e propria ipotesi politica, prospettata già prima del voto e dopo un anno e mezzo di governo. C'è tutto il tempo perché anche gli elettori più disgustati dalla politica comprendano la posta in gioco. E per chi si porrà il problema di come fermare la gioiosa macchina da guerra 2.0 di Bersani, si profila un menu abbastanza ricco da accontentare tutti i palati, dai più abitudinari ai più esigenti: c'è l'aperitivo delle primarie servito da Renzi; mentre alle politiche la vecchia zuppa Pdl, la minestra riscaldata di Casini-Fini, o nuove portate, quella «riformatrice e liberale» di Montezemolo e quella liberista di Fermareildeclino. Anche Giannino e i suoi si sono dovuti esprimere sull'ipotesi Monti e hanno colto il nodo.
Chiaro che Monti sia preferibile a Bersani, ma tranne quella delle pensioni le altre riforme sono state un bluff. Con il prof si galleggia anziché affondare, ma per tornare a navigare non basta Monti, bisogna emendare la sua "agenda" nel senso giusto, quello indicato da Fermareildeclino (meno Stato, meno tasse), ma anche dal Pdl (debito e cuneo fiscale), per quanto meno credibile per i trascorsi al governo. Non si rende conto Monti che proprio non candidandosi apertamente, non promuovendo una lista o un rassemblement, non chiedendo il consenso dei cittadini spiegando loro cosa vorrebbe fare nei prossimi cinque anni, illudendosi di diventare "politico" senza sporcarsi le mani, rischia di offrirsi come zattera di salvataggio per vecchie nomenclature parassitarie o come tram per opportunisti senza coraggio? Se il suo bis prendesse forma semplicemente da un impasse politico, rischierebbe di restare prigioniero dei veti contrapposti di una maggioranza troppo disomogenea, come accaduto da marzo in poi. Viceversa, uscendo dall'illusione dell'unità nazionale, rivelando il suo programma per ottenere una legittimazione popolare, costringerebbe i nemici della sua "agenda" ad uscire allo scoperto.
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Friday, May 25, 2012
Il Pdl prova ad uscire dall'angolo
Non sarà «la più grande novità della politica italiana», ma dalla conferenza stampa di Berlusconi e Alfano alcune piccole novità sono uscite. Non è nuova la predilezione del Pdl per il presidenzialismo - anche se negli ultimi anni sempre più sbiadita insieme alle altre bandiere del '94 - ma per la prima volta c'è un'apertura a quel sistema elettorale che Ds prima e Pd poi hanno sempre ritenuto a loro più congeniale: il doppio turno. Esiste un problema di credibilità di chi avanza le proposte, ed è fuor di dubbio che ai cittadini e agli elettori del Pdl sarebbe interessata di più una "grande novità" di politica economica, magari accompagnata da un esplicito mea culpa per le promesse tradite.
L'annuncio quindi sapeva di minestra riscaldata, e lapsus e imbarazzi non hanno aiutato. Ma ironie e facili battute a parte, il Pdl ha messo sul tavolo il modello francese e lanciato alcuni precisi messaggi ai suoi interlocutori d'area. Come sempre, in questi casi, c'è un solo modo per smascherare il bluff, se si ha il sospetto che di questo si tratti: andare a vedere le carte. Il Pdl viene accusato di voler buttare la palla in tribuna per non fare le riforme istituzionali e per non cambiare il porcellum. Ma a ben vedere lo stesso si potrebbe pensare del Pd se, come sembra, opponesse un rifiuto a prescindere, senza verificare le reali intenzioni della controparte.
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L'annuncio quindi sapeva di minestra riscaldata, e lapsus e imbarazzi non hanno aiutato. Ma ironie e facili battute a parte, il Pdl ha messo sul tavolo il modello francese e lanciato alcuni precisi messaggi ai suoi interlocutori d'area. Come sempre, in questi casi, c'è un solo modo per smascherare il bluff, se si ha il sospetto che di questo si tratti: andare a vedere le carte. Il Pdl viene accusato di voler buttare la palla in tribuna per non fare le riforme istituzionali e per non cambiare il porcellum. Ma a ben vedere lo stesso si potrebbe pensare del Pd se, come sembra, opponesse un rifiuto a prescindere, senza verificare le reali intenzioni della controparte.
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Thursday, May 24, 2012
Se Montezemolo raccoglie la bandiera di "Forza Italia"
Evaporazione, disfatta, o semplice sconfitta del Pdl e della Lega alle amministrative, ci sono pochi dubbi sul fatto che si è aperta un'immensa prateria per una nuova offerta politica rivolta agli elettori di centrodestra, che molti si ostinano a chiamare "moderati", mentre sono piuttosto incazzati, oltre che smarriti e disgregati, e nonostante serva tutto fuorché "moderazione" per affrontare la decennale crisi italiana.
E' dunque il momento di Luca Cordero di Montezemolo? Con una lettera al Corriere ha chiarito ciò che era nell'aria: potrebbe anche scendere in campo nel 2013 (stucchevole il condizionale), ma non cerca né "accompagnatori" né scudieri. Totale chiusura, o piuttosto l'apertura di una trattativa alle sue condizioni?
Fondamentale capire quale sarà il vero programma al di là dei proclami: si tratta di federare i "moderati", o di liberare finalmente l'Italia dallo statalismo? Per il berlusconismo lo slittamento della mission dalla "rivoluzione liberale" all'unità dei "moderati" è stato la tomba dell'una e dell'altra. Significativo quindi che Montezemolo non usi mai il termine "moderati", ma piuttosto evochi un'alleanza dei «produttori», e che il «campo ideale» da lui descritto somigli a quello della Forza Italia del 1994.
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E' dunque il momento di Luca Cordero di Montezemolo? Con una lettera al Corriere ha chiarito ciò che era nell'aria: potrebbe anche scendere in campo nel 2013 (stucchevole il condizionale), ma non cerca né "accompagnatori" né scudieri. Totale chiusura, o piuttosto l'apertura di una trattativa alle sue condizioni?
Fondamentale capire quale sarà il vero programma al di là dei proclami: si tratta di federare i "moderati", o di liberare finalmente l'Italia dallo statalismo? Per il berlusconismo lo slittamento della mission dalla "rivoluzione liberale" all'unità dei "moderati" è stato la tomba dell'una e dell'altra. Significativo quindi che Montezemolo non usi mai il termine "moderati", ma piuttosto evochi un'alleanza dei «produttori», e che il «campo ideale» da lui descritto somigli a quello della Forza Italia del 1994.
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Monday, May 14, 2012
Il Pdl non ha ancora capito
Se per 17 anni hai fatto delle promesse ai tuoi elettori, e una volta al governo hai fatto puntualmente l'opposto, tanto da non riuscire ad evitare al Paese una pesante gragnola di tasse e uno stato di polizia tributaria, puoi anche chiamarti Berlusconi o Padreterno, ma la gente non ti crede più e se ne sta a casa aspettando che si presenti qualcuno più credibile.
Il primo passo, quindi, dovrebbe essere una solenne e sincera operazione verità, di denuncia davanti agli elettori del proprio errore capitale: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994. Facce nuove e atti concreti per rinnegare in toto la politica economica cripto-socialista che i governi di centrodestra hanno sempre perseguito. Sarà un caso che "Italia Futura", l'associazione di Montezemolo, preparandosi a lanciare la sua Opa sull'elettorato di centrodestra smarrito, disgregato, faccia proprie in campo economico e istituzionale le due proposte sdoganate da Forza Italia nel lontano 1994: "meno Stato" e presidenzialismo?
La confusione regna ancora sovrana nel Pdl: incalza il governo sulla spending review e l'abbattimento del debito, sull'Imu e l'Iva, ma si lascia affascinare dalla vittoria di Hollande e dalle ricette di Krugman. È comprensibile opporre un pizzico d'orgoglio patrio rispetto alle richieste di austerity che giungono da Bruxelles e Berlino, e voler tutelare l'interesse nazionale di fronte a impegni troppo gravosi per il nostro Paese, ma un Pdl che ancora "flirta" con approcci socialisti e keynesiani mostra di non aver ancora compreso la fondamentale lezione delle sue sconfitte.
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Il primo passo, quindi, dovrebbe essere una solenne e sincera operazione verità, di denuncia davanti agli elettori del proprio errore capitale: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994. Facce nuove e atti concreti per rinnegare in toto la politica economica cripto-socialista che i governi di centrodestra hanno sempre perseguito. Sarà un caso che "Italia Futura", l'associazione di Montezemolo, preparandosi a lanciare la sua Opa sull'elettorato di centrodestra smarrito, disgregato, faccia proprie in campo economico e istituzionale le due proposte sdoganate da Forza Italia nel lontano 1994: "meno Stato" e presidenzialismo?
La confusione regna ancora sovrana nel Pdl: incalza il governo sulla spending review e l'abbattimento del debito, sull'Imu e l'Iva, ma si lascia affascinare dalla vittoria di Hollande e dalle ricette di Krugman. È comprensibile opporre un pizzico d'orgoglio patrio rispetto alle richieste di austerity che giungono da Bruxelles e Berlino, e voler tutelare l'interesse nazionale di fronte a impegni troppo gravosi per il nostro Paese, ma un Pdl che ancora "flirta" con approcci socialisti e keynesiani mostra di non aver ancora compreso la fondamentale lezione delle sue sconfitte.
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Saturday, April 21, 2012
Il predellino di Pier, ma nessuno muore dalla voglia di salirci
Un nuovo soggetto politico che nasce con l'intenzione di mettere insieme due delle etichette politiche più abusate, vuote e ormai insignificanti della nostra politica - moderati e riformisti - non parte col piede giusto.
Niente di nuovo, la nascita del Terzo polo come soggetto unitario era annunciata.
Ma il perché di questa accelerazione va rintracciato nel particolare momento politico. Si tratta infatti di cominciare a dare le ultime spallate al vecchio centrodestra prima che il quadro cambi: con la Lega alle corde, Formigoni piuttosto inguaiato, bisogna disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica. La mossa infatti ha subito provocato uno smottamento, per la verità atteso da tempo e ovviamente concordato con i vertici Udc: Pisanu e Dini, con 27 senatori (non tutti però disposti ad archiviare il Pdl), firmano un documento in cui si chiede di andare «oltre il Pdl».
Il Pdl, seppure non si possa ancora dire che sia in ripresa, alcuni segnali di vita li sta dando: parla di lavoro, tasse, debito, crescita, insomma è tornato ad occuparsi di cose concrete, dell'"arrosto". E persino con qualche successo: modifiche alla riforma del lavoro in asse con le imprese; rateizzazione dell'Imu e odg per renderla "una tantum". Ed è proprio questo ritrovato protagonismo del Pdl, di Alfano in particolare, che deve aver convinto Casini per l'accelerazione. Quello delle proposte, degli emendamenti ai testi del governo, dell'incalzare il premier Monti, è un campo di gioco in cui il Terzo polo al momento, per il suo incondizionato appoggio all'esecutivo, non può toccar palla. Ecco quindi che i tre "amigos", con la sponda di Pisanu, hanno tirato il fumogeno nel campo avversario, spostando l'attenzione dai contenuti, con i quali il Pdl si stava rilanciando, ai contenitori.
Casini è ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso. Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli?
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Niente di nuovo, la nascita del Terzo polo come soggetto unitario era annunciata.
Ma il perché di questa accelerazione va rintracciato nel particolare momento politico. Si tratta infatti di cominciare a dare le ultime spallate al vecchio centrodestra prima che il quadro cambi: con la Lega alle corde, Formigoni piuttosto inguaiato, bisogna disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica. La mossa infatti ha subito provocato uno smottamento, per la verità atteso da tempo e ovviamente concordato con i vertici Udc: Pisanu e Dini, con 27 senatori (non tutti però disposti ad archiviare il Pdl), firmano un documento in cui si chiede di andare «oltre il Pdl».
Il Pdl, seppure non si possa ancora dire che sia in ripresa, alcuni segnali di vita li sta dando: parla di lavoro, tasse, debito, crescita, insomma è tornato ad occuparsi di cose concrete, dell'"arrosto". E persino con qualche successo: modifiche alla riforma del lavoro in asse con le imprese; rateizzazione dell'Imu e odg per renderla "una tantum". Ed è proprio questo ritrovato protagonismo del Pdl, di Alfano in particolare, che deve aver convinto Casini per l'accelerazione. Quello delle proposte, degli emendamenti ai testi del governo, dell'incalzare il premier Monti, è un campo di gioco in cui il Terzo polo al momento, per il suo incondizionato appoggio all'esecutivo, non può toccar palla. Ecco quindi che i tre "amigos", con la sponda di Pisanu, hanno tirato il fumogeno nel campo avversario, spostando l'attenzione dai contenuti, con i quali il Pdl si stava rilanciando, ai contenitori.
Casini è ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso. Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli?
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Friday, April 20, 2012
La giornata: spread a 400 e la politica finisce in burlesque; parte Italo e Montezemolo scende
Solo «volatilità» per il viceministro Grilli (questa l'avevamo già sentita...), intanto lo spread è a 400 - e Moody's dice chiaro che siamo già a livelli insostenibili - mentre Piazza affari arresta la caduta (in mattinata si stava avvicinando alla soglia dei 14.000 punti). Ma al Fmi starebbe per arrivare un paracadute da 400 miliardi di dollari dal G20.
La «resa» sul reintegro nei licenziamenti individuali non è servita a molto, la Camusso conferma che lo sciopero generale si farà, ma soprattutto che sull'articolo 18 «la partita è tuttora aperta» e umilia Monti prendendosi il merito del «primo vero e proprio passo indietro del governo».
Intanto anche il Financial Times, dopo il WSJ, bacchetta Monti: deve fare di più per rilanciare la crescita, altrimenti «i mercati continueranno a chiedersi se il Paese riuscirà mai a ripagare il suo debito». Ok, questo lo sappiamo tutti, ma il FT aggiunge anche il "come": tagliare la spesa per tagliare le tasse. Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro, osserva il quotidiano, «potrebbero avere un effetto sulla crescita ma entrambe non rispondono appieno ai bisogni dell'Italia. Qualsiasi effetto avranno sull'economia si sentirà soltanto a lungo termine». Servono misure immediate: «Il mostruoso settore pubblico italiano e il suo vorace sistema politico consentono risparmi che non andrebbero a colpire la qualità dei servizi pubblici essenziali. Le risorse recuperate potrebbero essere usate per ridurre la pressione fiscale sul Paese, che si prevede toccherà un sorprendente 49% nel 2013». Monti «merita credito» - conclude severamente il FT - «ma la sua agenda economica rischia di rivelarsi non all'altezza».
Sul piano mediatico Berlusconi che si presenta al processo Ruby ruba la scena a tutti gli altri casi: ma sono le battute sulle «gare di burlesque» che campeggiano su tutti i siti, forse per non dover raccontare che i due poliziotti di turno la sera dell'arresto non è che abbiano proprio confermato l'impianto accusatorio della Boccassini, cioè le «pressioni» del premier per rilasciare la ragazza.
Sul piano politico la giornata è dominata dal fumogeno di Casini che ha gettato scompiglio nel campo del Pdl, tanto che ha indotto Alfano a rilanciare promettendo effetti speciali ancora più spettacolari: «Io e Berlusconi annunceremo la più grossa novità che cambierà il corso della politica». Ma dopo la pubblicità...
L'Udc fa sul serio e azzera i vertici. Imbarazzo in Fli e Api per il predellino di Casini (che tanto criticò quello di Berlusconi nel 2007), ma da tempo si sono rassegnati a salirci.
Casini pensa ovviamente ad un contenitore a vocazione "grancoalizionista", promotore o interprete della Grande Coalizione, fiero erede dell'esperienza montiana. Ripete che «Monti non è una parentesi», che «politici e tecnici sono nella stessa barca e devono remare insieme». Per Pd e Pdl «profondo rispetto», per il «senso di responsabilità» dimostrato, ma ora è «auspicabile continuare insieme un percorso di ricostruzione italiana», anche dopo il 2013, perché riformare l'Italia «in profondità» richiederà anni ed è «illusorio pensare che si riapra la fase degli uomini della Provvidenza». «L'operazione-salvataggio» di Monti, ammonisce il leader Udc, «è ancora in corso e nessuno può permettersi di sabotarla». Ci tiene quindi a sottolineare che «la nostra iniziativa e la sua riuscita si misura sulla capacità di rafforzare questo tentativo senza esitazioni». Peccato però che facendo apparire il governo Monti funzionale al suo disegno politico, e i suoi ministri tecnici leader "in sonno" del nuovo partito, rischia di scatenare pericolose tensioni nella maggioranza, di compromettere l'esperienza che si propone di rafforzare e persino di indurre il precipitare verso elezioni a ottobre. Tant'è che il Quirinale non ha mancato di far trapelare la sua irritazione.
Casini è da sempre ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso.
Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli? A giudicare da un paio di tweet ironici del direttore di Italia Futura, Andrea Romano, almeno il secondo non ci pensa proprio. Il presidente della Ferrari è sfuggente rispetto ai rumors degli ultimi giorni. A chi gli chiede del suo ingresso in politica risponde «non mi parlate di politica, è come se mi parlate della luna, e oggi la luna non c'è». Però durante il primo viaggio del nuovo treno Italo, fa già sapere che una volta «avviato il servizio, tra qualche tempo, lascerò la presidenza e rimarrò azionista».
Paradossalmente Casini può sperare che ministri tecnici, o lo stesso Montezemolo, si convincano a farsi "cooptare" se resta in vigore la legge elettorale che il leader centrista tanto avversa. La riforma di cui si discute, invece, aprirebbe il campo a nuovi giocatori in proprio. Non ci sarebbe da stupirsi se il più appiattito sostenitore di Monti in realtà, in segreto, stesse accarezzando la speranza di votare a ottobre con questa legge, dando chiaramente la colpa agli altri.
La «resa» sul reintegro nei licenziamenti individuali non è servita a molto, la Camusso conferma che lo sciopero generale si farà, ma soprattutto che sull'articolo 18 «la partita è tuttora aperta» e umilia Monti prendendosi il merito del «primo vero e proprio passo indietro del governo».
Intanto anche il Financial Times, dopo il WSJ, bacchetta Monti: deve fare di più per rilanciare la crescita, altrimenti «i mercati continueranno a chiedersi se il Paese riuscirà mai a ripagare il suo debito». Ok, questo lo sappiamo tutti, ma il FT aggiunge anche il "come": tagliare la spesa per tagliare le tasse. Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro, osserva il quotidiano, «potrebbero avere un effetto sulla crescita ma entrambe non rispondono appieno ai bisogni dell'Italia. Qualsiasi effetto avranno sull'economia si sentirà soltanto a lungo termine». Servono misure immediate: «Il mostruoso settore pubblico italiano e il suo vorace sistema politico consentono risparmi che non andrebbero a colpire la qualità dei servizi pubblici essenziali. Le risorse recuperate potrebbero essere usate per ridurre la pressione fiscale sul Paese, che si prevede toccherà un sorprendente 49% nel 2013». Monti «merita credito» - conclude severamente il FT - «ma la sua agenda economica rischia di rivelarsi non all'altezza».
Sul piano mediatico Berlusconi che si presenta al processo Ruby ruba la scena a tutti gli altri casi: ma sono le battute sulle «gare di burlesque» che campeggiano su tutti i siti, forse per non dover raccontare che i due poliziotti di turno la sera dell'arresto non è che abbiano proprio confermato l'impianto accusatorio della Boccassini, cioè le «pressioni» del premier per rilasciare la ragazza.
Sul piano politico la giornata è dominata dal fumogeno di Casini che ha gettato scompiglio nel campo del Pdl, tanto che ha indotto Alfano a rilanciare promettendo effetti speciali ancora più spettacolari: «Io e Berlusconi annunceremo la più grossa novità che cambierà il corso della politica». Ma dopo la pubblicità...
L'Udc fa sul serio e azzera i vertici. Imbarazzo in Fli e Api per il predellino di Casini (che tanto criticò quello di Berlusconi nel 2007), ma da tempo si sono rassegnati a salirci.
Casini pensa ovviamente ad un contenitore a vocazione "grancoalizionista", promotore o interprete della Grande Coalizione, fiero erede dell'esperienza montiana. Ripete che «Monti non è una parentesi», che «politici e tecnici sono nella stessa barca e devono remare insieme». Per Pd e Pdl «profondo rispetto», per il «senso di responsabilità» dimostrato, ma ora è «auspicabile continuare insieme un percorso di ricostruzione italiana», anche dopo il 2013, perché riformare l'Italia «in profondità» richiederà anni ed è «illusorio pensare che si riapra la fase degli uomini della Provvidenza». «L'operazione-salvataggio» di Monti, ammonisce il leader Udc, «è ancora in corso e nessuno può permettersi di sabotarla». Ci tiene quindi a sottolineare che «la nostra iniziativa e la sua riuscita si misura sulla capacità di rafforzare questo tentativo senza esitazioni». Peccato però che facendo apparire il governo Monti funzionale al suo disegno politico, e i suoi ministri tecnici leader "in sonno" del nuovo partito, rischia di scatenare pericolose tensioni nella maggioranza, di compromettere l'esperienza che si propone di rafforzare e persino di indurre il precipitare verso elezioni a ottobre. Tant'è che il Quirinale non ha mancato di far trapelare la sua irritazione.
Casini è da sempre ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso.
Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli? A giudicare da un paio di tweet ironici del direttore di Italia Futura, Andrea Romano, almeno il secondo non ci pensa proprio. Il presidente della Ferrari è sfuggente rispetto ai rumors degli ultimi giorni. A chi gli chiede del suo ingresso in politica risponde «non mi parlate di politica, è come se mi parlate della luna, e oggi la luna non c'è». Però durante il primo viaggio del nuovo treno Italo, fa già sapere che una volta «avviato il servizio, tra qualche tempo, lascerò la presidenza e rimarrò azionista».
Paradossalmente Casini può sperare che ministri tecnici, o lo stesso Montezemolo, si convincano a farsi "cooptare" se resta in vigore la legge elettorale che il leader centrista tanto avversa. La riforma di cui si discute, invece, aprirebbe il campo a nuovi giocatori in proprio. Non ci sarebbe da stupirsi se il più appiattito sostenitore di Monti in realtà, in segreto, stesse accarezzando la speranza di votare a ottobre con questa legge, dando chiaramente la colpa agli altri.
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Quel macabro “spread” sui suicidi
A rischio di venire accusati di essere nostalgici del berlusconismo - e non lo siamo, certo non dell'ultima fase - non possiamo però far a meno di notare che stime ottimistiche sui conti pubblici come quelle presentate con un certo compiacimento dal premier Mario Monti non sarebbero state perdonate al Cavaliere. Così come non sarebbe stata perdonata quella caduta di stile (non è la prima, a dire il vero) che il sobrio premier si è concesso citando il numero esatto (1.725) dei suicidi in Grecia, proprio nei giorni in cui le nostre cronache sono piene della triste contabilità sugli italiani, imprenditori e non, che dall'inizio dell'anno si sono tolti la vita, per lo più per crediti non estinti dalla pubblica amministrazione e per vessazioni fiscali e bancarie. D'accordo, professor Monti, dobbiamo a Lei e al suo governo il merito di non averci fatto fare la «drammatica» fine della Grecia, ma ci auguriamo che per convincerci non arrivi ad evocare implicitamente un nuovo tipo di spread, ben più macabro di quello sui rendimenti dei titoli di Stato.
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Thursday, April 19, 2012
La giornata: cresce lo scetticismo sulla ricetta Monti, e intanto Casini sale sul suo predellino
Le stime fin troppo ottimistiche sui conti pubblici (con tanto di nuovo spread Italia-Grecia sui suicidi) non bastano. Ormai lo scetticismo sull'operato del governo dei tecnici si diffonde, all'estero come all'interno. Il Wall Street Journal non abbocca e titola che «l'Italia viene meno all'impegno» del pareggio di bilancio nel 2013. Ovvio, il quotidiano Usa ignora il «benchmark» tutto politico di pareggio di bilancio su cui si sono accordati i Paesi Ue. Più generosi i grandi giornali di casa nostra, con un'eccezione: La Stampa, con un duro editoriale di Luca Ricolfi, che si dice colpito dalla «completa mancanza di concretezza» della conferenza stampa di ieri, da «un linguaggio "ottativo" che meriterebbe di essere studiato già solo per l'audacia con cui ibrida due mostri del nostro tempo, il paludato gergo della burocrazia europea e i manifesti elettorali dei partiti». E con un'intera pagina di critiche da parte di economisti di diverso orientamento.
Le statistiche, d'altra parte, anche quelle di oggi sugli ordinativi industriali – a febbraio -2,5% sul mese precedente e -13,2% su base annua – continuano a prefigurare una recessione ben più acuta di quella stimata dal nostro governo (-1,2%), più vicina alle previsioni del Fmi (-1,9%). Nel frattempo Piazza affari perde un altro 2% e lo spread torna a 400.
E' questo scetticismo che si sta diffondendo la causa della debolezza politica di Monti, le cui tirate d'orecchie ai partiti non sembrano sortire grandi effetti.
C'è grande fermento - si fa per dire ovviamente - sul piano politico. Nonostante la benedizione del professore, le quotazioni della Grande Coalizione sono molto in ribasso. Guarda caso appena Giuliano Ferrara ha ufficialmente sposato «l'unità nazionale» (si scherza). La formula "ABC" «non credo che sia assolutamente una prospettiva politica» per il 2013, dice Bersani a Radio anch'io. Parole molto meno significative di quanto possano apparire. Il senso è che alle politiche ognuno andrà per conto suo - questo è ovvio - ma dopo il voto non c'è una chiusura esplicita.
Per il Pdl la luna di miele con Monti è finita da un pezzo. Il partito è all'offensiva sulle tasse (con i "ya basta!" di Alfano): ottenuta la rateizzazione dell'Imu riesce a far accogliere dal governo un odg per renderla anche "una tantum", ma con la formula «il governo si impegna a valutare l'opportunità di...». «Si impegnerà per trovare risorse alternative e noi lo aiuteremo, evitando buchi di bilancio», assicura Alfano. Poco più di un contentino insomma. Ma i dati economici non confortanti spingono il Pdl a smuovere le acque in cerca di recuperare il rapporto con i propri elettori. All'attivismo del Pdl risponde Casini: ieri a Ottoemezzo ha sparigliato sul finanziamento pubblico ai partiti (facendo sua la proposta Capaldo) e lanciato il "Partito della Nazione" (o come si chiamerà), al cui interno ci sarà anche qualche ministro tecnico, fa sapere sibillino.
Oggi dalle parole ai fatti: ha dato il via all'azzeramento dei vertici dell'Udc in vista della nuova formazione politica, che manco a dirlo si pone l'obiettivo di riunire il campo dei moderati. La mossa provoca subito uno smottamento, da tempo atteso, nel Pdl: Pisanu con 27 senatori, tra cui Dini (il nuovo che avanza), chiede di andare «oltre il Pdl», per partecipare ad «un nuovo movimento liberaldemocratico, laico e cattolico».
Insomma, abbiamo capito che bisogna «unire i moderati», ora bisogna solo decidere chi si intesta la guida dell'operazione, chi ingloba chi. E qui c'è la ressa tra Casini e il Pdl. Ma nessuno sembra ancora aver capito che i cosiddetti "moderati", o meglio il centrodestra non si unisce con operazioni tra apparati; legge elettorale permettendo, si unisce, o si divide, nelle urne, convincendo gli elettori. Il Pdl s'era appena rimesso a parlare - persino con qualche successo - di lavoro, tasse, crescita, insomma ad occuparsi davvero dell'"arrosto", che subito i tre amigos (Casini con i due zombie Fini e Rutelli) e Pisanu hanno tirato il fumogeno. Il momento sembra propizio per dare l'ultima spallata al vecchio centrodestra: la Lega alle corde, Formigoni ha altri problemi, c'è da disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica.
E' una dura lotta per la sopravvivenza quella dei vecchi ceti politici, che rischiano di essere spazzati via da nuove offerte. Casini resta il più furbo (il che non significa il vincente): ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico pensa di giocare una sua partita personale, quindi cerca di preparare un partito nuovo di zecca, ovviamente grancoalizionista, erede dell'esperienza montiana, pronto ad accogliere tutti. Ma proprio tutti, l'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso (al ribasso, per carità). E poi su al Quirinale.
Ma siamo sicuri che i ministri tecnici interessati, o Montezemolo, che i tre amigos del Terzo polo corteggiano da sempre, se e quando scenderanno in campo vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli? Che li vorranno come "padrini" politici?
Le statistiche, d'altra parte, anche quelle di oggi sugli ordinativi industriali – a febbraio -2,5% sul mese precedente e -13,2% su base annua – continuano a prefigurare una recessione ben più acuta di quella stimata dal nostro governo (-1,2%), più vicina alle previsioni del Fmi (-1,9%). Nel frattempo Piazza affari perde un altro 2% e lo spread torna a 400.
E' questo scetticismo che si sta diffondendo la causa della debolezza politica di Monti, le cui tirate d'orecchie ai partiti non sembrano sortire grandi effetti.
C'è grande fermento - si fa per dire ovviamente - sul piano politico. Nonostante la benedizione del professore, le quotazioni della Grande Coalizione sono molto in ribasso. Guarda caso appena Giuliano Ferrara ha ufficialmente sposato «l'unità nazionale» (si scherza). La formula "ABC" «non credo che sia assolutamente una prospettiva politica» per il 2013, dice Bersani a Radio anch'io. Parole molto meno significative di quanto possano apparire. Il senso è che alle politiche ognuno andrà per conto suo - questo è ovvio - ma dopo il voto non c'è una chiusura esplicita.
Per il Pdl la luna di miele con Monti è finita da un pezzo. Il partito è all'offensiva sulle tasse (con i "ya basta!" di Alfano): ottenuta la rateizzazione dell'Imu riesce a far accogliere dal governo un odg per renderla anche "una tantum", ma con la formula «il governo si impegna a valutare l'opportunità di...». «Si impegnerà per trovare risorse alternative e noi lo aiuteremo, evitando buchi di bilancio», assicura Alfano. Poco più di un contentino insomma. Ma i dati economici non confortanti spingono il Pdl a smuovere le acque in cerca di recuperare il rapporto con i propri elettori. All'attivismo del Pdl risponde Casini: ieri a Ottoemezzo ha sparigliato sul finanziamento pubblico ai partiti (facendo sua la proposta Capaldo) e lanciato il "Partito della Nazione" (o come si chiamerà), al cui interno ci sarà anche qualche ministro tecnico, fa sapere sibillino.
Oggi dalle parole ai fatti: ha dato il via all'azzeramento dei vertici dell'Udc in vista della nuova formazione politica, che manco a dirlo si pone l'obiettivo di riunire il campo dei moderati. La mossa provoca subito uno smottamento, da tempo atteso, nel Pdl: Pisanu con 27 senatori, tra cui Dini (il nuovo che avanza), chiede di andare «oltre il Pdl», per partecipare ad «un nuovo movimento liberaldemocratico, laico e cattolico».
Insomma, abbiamo capito che bisogna «unire i moderati», ora bisogna solo decidere chi si intesta la guida dell'operazione, chi ingloba chi. E qui c'è la ressa tra Casini e il Pdl. Ma nessuno sembra ancora aver capito che i cosiddetti "moderati", o meglio il centrodestra non si unisce con operazioni tra apparati; legge elettorale permettendo, si unisce, o si divide, nelle urne, convincendo gli elettori. Il Pdl s'era appena rimesso a parlare - persino con qualche successo - di lavoro, tasse, crescita, insomma ad occuparsi davvero dell'"arrosto", che subito i tre amigos (Casini con i due zombie Fini e Rutelli) e Pisanu hanno tirato il fumogeno. Il momento sembra propizio per dare l'ultima spallata al vecchio centrodestra: la Lega alle corde, Formigoni ha altri problemi, c'è da disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica.
E' una dura lotta per la sopravvivenza quella dei vecchi ceti politici, che rischiano di essere spazzati via da nuove offerte. Casini resta il più furbo (il che non significa il vincente): ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico pensa di giocare una sua partita personale, quindi cerca di preparare un partito nuovo di zecca, ovviamente grancoalizionista, erede dell'esperienza montiana, pronto ad accogliere tutti. Ma proprio tutti, l'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso (al ribasso, per carità). E poi su al Quirinale.
Ma siamo sicuri che i ministri tecnici interessati, o Montezemolo, che i tre amigos del Terzo polo corteggiano da sempre, se e quando scenderanno in campo vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli? Che li vorranno come "padrini" politici?
Friday, March 30, 2012
La giornata: tregua Monti-partiti, ma nulla sarà come prima
Con una furba lettera al Corriere Monti ha chiuso la lite con i partiti, ma è solo una tregua. Nulla infatti sarà come prima. Ad aprire la nuova fase, la scelta del ddl come veicolo legislativo della riforma del lavoro. Un vistoso rallentamento, un segno di debolezza, per di più accompagnato dalle prime crepe all'interno dello stesso Cdm, con alcuni ministri a giocare di sponda con il Pd. Dal suo tour asiatico Monti ha provato a tirare le redini, ripetendo né più né meno i ragionamenti sui partiti che fa dal giorno dell'investitura. Solo che nel frattempo i partiti hanno cambiato atteggiamento e li recepiscono diversamente. Anche i filo-governativi Corriere e Repubblica stavolta hanno ripreso il premier per le sue esternazioni.
Nella sua lettera di pacificazione Monti sembra usare il tono sarcastico di chi sta in realtà negando le cose che afferma. Se l'Italia ha imboccato la via delle riforme, è merito dei partiti e della maturità del Paese. Dopo le elezioni del 2013 torneranno sì i politici, ma vedrete che il loro comportamento, si dice certo, «non sarà quello di prima». Le sue parole quindi sono state fraintese, anzi intendeva l'esatto opposto di come è stato interpretato in Italia: non attacco i partiti, al contrario cerco di spiegare agli investitori esteri che il merito della nuova fase è proprio dei partiti. Peccato che all'estero, non manca di segnalare con tono finto-addolorato, resta la «percezione errata» che il merito delle riforme sia dei tecnici, e che il «nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni, torneranno i politici». Sottinteso: mica vorrete accreditare questa "errata" percezione!
Nonostante la sensazione di presa per i fondelli, i partiti accolgono la tregua, ma è Casini che mette i puntini sulle "i": se il governo è riuscito a fare quello che ha fatto, «lo deve alla politica e non allo Spirito Santo. Siamo noi che lo sosteniamo». Insomma, l'aria è cambiata, la luna di miele è finita, e con essa probabilmente anche la spinta riformatrice del governo. Anche perché a suggellare la nuova fase sono arrivate le raccomandazioni del capo dello Stato, il quale predica concordia e coesione, sostiene Monti nella sua agenda di riforme, ma allo stesso tempo fa capire che d'ora in poi sarà più stringente il suo controllo sul ricorso a decreti e fiducie. Se quindi Monti avverte che all'estero c'è attesa, ci si chiede con quali tempi il Parlamento approverà la riforma, e se la sua portata riformatrice resterà integra o verrà diluita, Bersani ostenta ottimismo sull'articolo 18 «alla tedesca».
Anzi, secondo un retroscena - forse un po' troppo ottimistico - di Repubblica, sono già allo studio dei ministri Fornero e Severino le opportune correzioni per accontentare il Pd: o limitando il nuovo art. 18 ai nuovi assunti, o rafforzando la tutela giudiziale (ricorso automatico al giudice in tutti i casi). In soccorso di Monti, ma finendo probabilmente per accendere ancor di più gli animi nel Pd camussiano, arrivano Marchionne («la riforma va fatta, non c'è alternativa»), Bombassei («Confindustria deve sostenere la riforma del governo») e Montezemolo («sosteniamo con convinzione la riforma Fornero»).
Non resta che rendersi conto dall'articolato che il governo presenterà in Parlamento se la riforma arriva già morta.
Nella sua lettera di pacificazione Monti sembra usare il tono sarcastico di chi sta in realtà negando le cose che afferma. Se l'Italia ha imboccato la via delle riforme, è merito dei partiti e della maturità del Paese. Dopo le elezioni del 2013 torneranno sì i politici, ma vedrete che il loro comportamento, si dice certo, «non sarà quello di prima». Le sue parole quindi sono state fraintese, anzi intendeva l'esatto opposto di come è stato interpretato in Italia: non attacco i partiti, al contrario cerco di spiegare agli investitori esteri che il merito della nuova fase è proprio dei partiti. Peccato che all'estero, non manca di segnalare con tono finto-addolorato, resta la «percezione errata» che il merito delle riforme sia dei tecnici, e che il «nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni, torneranno i politici». Sottinteso: mica vorrete accreditare questa "errata" percezione!
Nonostante la sensazione di presa per i fondelli, i partiti accolgono la tregua, ma è Casini che mette i puntini sulle "i": se il governo è riuscito a fare quello che ha fatto, «lo deve alla politica e non allo Spirito Santo. Siamo noi che lo sosteniamo». Insomma, l'aria è cambiata, la luna di miele è finita, e con essa probabilmente anche la spinta riformatrice del governo. Anche perché a suggellare la nuova fase sono arrivate le raccomandazioni del capo dello Stato, il quale predica concordia e coesione, sostiene Monti nella sua agenda di riforme, ma allo stesso tempo fa capire che d'ora in poi sarà più stringente il suo controllo sul ricorso a decreti e fiducie. Se quindi Monti avverte che all'estero c'è attesa, ci si chiede con quali tempi il Parlamento approverà la riforma, e se la sua portata riformatrice resterà integra o verrà diluita, Bersani ostenta ottimismo sull'articolo 18 «alla tedesca».
Anzi, secondo un retroscena - forse un po' troppo ottimistico - di Repubblica, sono già allo studio dei ministri Fornero e Severino le opportune correzioni per accontentare il Pd: o limitando il nuovo art. 18 ai nuovi assunti, o rafforzando la tutela giudiziale (ricorso automatico al giudice in tutti i casi). In soccorso di Monti, ma finendo probabilmente per accendere ancor di più gli animi nel Pd camussiano, arrivano Marchionne («la riforma va fatta, non c'è alternativa»), Bombassei («Confindustria deve sostenere la riforma del governo») e Montezemolo («sosteniamo con convinzione la riforma Fornero»).
Non resta che rendersi conto dall'articolato che il governo presenterà in Parlamento se la riforma arriva già morta.
Friday, November 04, 2011
A breccia aperta
Quando si apre una breccia, è probabile che l'argine ceda del tutto e che si venga travolti. Ed è quello che sembra stia accadendo in queste ore alla maggioranza. Alla luce di quanto accaduto ieri notte a Cannes e del forsennato mercato parlamentare in corso, comprendiamo fino in fondo quanto sia stata determinante la scelta di procedere con il maxi-emendamento anziché con decreto. La breccia l'ha aperta proprio lo stop al decreto con le misure anticrisi. La prova finale della ormai irreversibile debolezza di leadership del presidente del Consiglio, che si è dovuto piegare al suo ministro dell'Economia e al capo dello Stato, che molti nel Pdl aspettavano. Le condizioni di «necessità e urgenza» per emanarlo c'erano tutte, anzi mai in modo così conclamato, ma serviva un passaggio parlamentare a breve, in modo da sfruttare fino in fondo questa finestra di panico politico aperta dal martedì nero delle Borse per sfilare deputati dalla maggioranza. Era, insomma, ciò che ci voleva - indebolimento ulteriore, definitivo, del premier e passaggio in aula a breve - per garantire un certo grado di successo a questa nuova fase di campagna acquisti.Peccato che sull'altare dell'ennesima manovra di palazzo sia stato sacrificato un altro pezzo di credibilità del nostro Paese. Che Berlusconi abbia accettato o meno il monitoraggio dell'Italia da parte del Fmi, il che non è detto sia un male, è evidente che senza quel decreto, quindi senza nuove misure già in vigore, il nostro Paese si è presentato al G20 di Cannes ancor più debole politicamente di quanto già non fosse per i demeriti del governo. Tremonti e - bisogna dirlo - Napolitano portano per intero questa responsabilità. Quella che nelle intenzioni del ministro e a questo punto credo anche del capo dello Stato non era che una tattica parlamentare per favorire la caduta del premier, e quindi una «nuova prospettiva di larga convergenza», agli occhi degli interlocutori internazionali è apparsa come l'ennesima dimostrazione della mancanza di volontà delle istituzioni italiane ad agire con rapidità sulla strada delle riforme.
A ciò si aggiungano altri gravi strappi costituzionali, senza precedenti, come le consultazioni pre-crisi, il ministro dell'Economia che concerta con il capo dello Stato atti di governo alle spalle del Consiglio dei ministri, il presidente della Camera che partecipa in prima persona alla campagna acquisti per far cadere il governo. Cose cui purtroppo assisteremo anche in futuro e che contribuiranno ad aggravare l'instabilità del nostro sistema politico-istituzionale.
Per carità, i motivi di malcontento sono più che fondati e su questo blog non li abbiamo certo nascosti, ma per favore, almeno non credeteci così scemi da berci il racconto di improvvisi sussulti di responsabilità istituzionale. I movimenti di queste ore non hanno nulla a che fare né con il merito della politica del governo (anzi, sarà un caso che proprio ora che sembra costretto a cimentarsi in riforme serie, si fanno mancare i voti?), né con la credibilità di Berlusconi, né con l'assenza di dibattito nel Pdl, e nemmeno con chissà quali nobili strategie politiche. Semplicemente lo scenario è cambiato, un Berlusconi che ha provato a reagire e a rilanciarsi si è ulteriormente indebolito, forse in modo decisivo, il Pdl rischia lo sfaldamento, e ciascun deputato sta giocando la sua personalissima partita di miglior posizionamento possibile. E' così che vanno le cose in Italia perché questo è il sistema politico. E non mi si venga a raccontare che da una parte ci sono i venduti e dall'altra i "responsabili". Sono tutti venduti, chi per un posto di sottogoverno, chi per una ricandidatura, chi per un appartamento a Roma, chi per un pezzo di pane. Governo tecnico, di "larghe intese"? Con chi? E per fare cosa? Una patrimoniale e poco altro, e poi si ricomincerà come prima. Ma senza Berlusconi, questo è l'unico obiettivo che importa realmente. Ma come ha ricordato un portavoce della Casa Bianca, non è che cambiando un governo cambiano i problemi del Paese.
Non bisogna farsi distrarre dai tatticismi del momento, l'obiettivo ultimo di Casini non è governare insieme al Pdl senza Berlusconi, prospettiva da cui molti parlamentari sono ovviamente attratti, sembra così ragionevole... E' invece distruggere il Pdl (quante volte ha ripetuto di voler "disgregare" questo bipolarismo?) ed ergersi come unico soggetto aggregatore sulle macerie del centrodestra, spianando la strada alla discesa in campo di Montezemolo in quello spazio politico oggi occupato proprio dal Pdl. L'Udc è l'unico partito che in questa situazione non ha nulla da perdere, o almeno così crede. Se si forma un governo tecnico o transitorio, non potrà che acquisire una centralità sempre maggiore, da capitalizzare al momento del voto, soprattutto se nel frattempo si mettesse mano ad una riforma elettorale in senso proporzionalista; ma anche se si vota subito, con l'attuale legge (guarda caso facendo saltare il referendum per il ritorno al Mattarellum!), è probabile che al Senato risulti determinante. Ecco perché è il partito più attivo nel forzare il quadro politico, pur sapendo che al 90% si rischia di andare a votare a marzo. «Governo di larghe intese. Pdl dica sì o si dissolverà», è il titolo dell'intervista di Casini oggi al Corriere della Sera. L'impressione è che nei suoi piani/sogni il Pdl si dissolverà comunque.
Per quanto mi riguarda non riesco proprio a mandar giù questa logica del "passo indietro". Che sia auspicabile o meno la fine di questo governo e l'uscita di scena di Berlusconi, il modo più democratico e trasparente è ciò che molti, abituati ad una logica trasformistica e fangosa, chiamano "schianto", "ultima raffica", o "fucilata": un voto di sfiducia parlamentare, lineare, limpido. Nel quale ciascuno si assume le sue responsabilità guardando negli occhi l'avversario e il Paese. Non sarebbe nulla di drammatico. Sarebbe la democrazia, bellezza. Sarebbe.
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