Milano di nuovo all'attacco, Palermo che scalda i motori su un "giro di escort". Ed è sintomatico che sul caso Ruby si sia avventata la toga super-rossa Boccassini, che coordina la Dda (antimafia) del capoluogo lombardo, ma evidentemente trova il tempo (interrogatori anche il giorno di Ognissanti) di occuparsi di minori e prostituzione. Ma sintomatico del suo movente politico è soprattutto come è arrivata a mettere le mani sull'inchiesta: il reato ipotizzato nel fascicolo - favoreggiamento della prostituzione minorile - esula infatti dall'antimafia. Ma il pm assegnatario del fascicolo dal 2009 è stato promosso - guarda caso solo pochi giorni fa, il 28 ottobre - al pool antimafia, e la regola a Milano vuole che i pm che cambiano dipartimento portino con sé le loro inchieste, e che a sovrintenderle sia, dunque, il nuovo capo.
Il caso Ruby è molto poco chiaro, ma trapelano i tipici contorni del caso gonfiato ad arte per essere mediatizzato e usato politicamente. Inutile addentrarsi nei meandri dell'inchiesta, a partire dal fermo della ragazza, sembra per furto (accusa però formalizzata solo pochi giorni fa, e secondo alcuni mai), anche se ha rischiato di essere spedita in comunità in quanto minorenne senza documenti. Sul premier non c'è l'ombra di un reato, e questa volta, diversamente dal caso Noemi, nessuno lo accusa esplicitamente di un rapporto sessuale con una minorenne (dal momento che Ruby ha subito smentito), e nonostante la sua telefonata alla questura il caso Ruby venne trattato nel rispetto delle procedure, come conferma lo stesso procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, certo non un "berlusconiano". Lo scopo, però, mediaticamente parlando è già raggiunto: alludere e "mascariare".
Come già accaduto diverse volte, tutto sembra destinato a sgonfiarsi e a rivelarsi per quello che è: un caso puramente mediatico per armare il grilletto di Fini, in quello che sembra un perfetto gioco di squadra, tacito o meno importa poco, con le procure. "Dài, Gianfranco, cosa ti serve ancora per battere questo calcio di rigore?" Peccato che una volta segnato il gol, coloro lo hanno spinto sul dischetto saranno gli stessi che lo relegheranno in panchina.
Sia pure effimero dal punto di vista giudiziario, non è detto quindi che il caso sia privo di conseguenze politiche, dal logoramento ulteriore alla caduta del governo. Ancora una volta, infatti, Fini ha scelto di cavalcare la vicenda. Con gran faccia tosta chiede le dimissioni del premier, pur essendo a sua volta in una condizione non irreprensibile, per aver introdotto in Rai la sua personale parentopoli, e visto che nelle stesse carte con le quali i giudici romani chiedono per lui l'archiviazione sul caso Montecarlo, si rileva tuttavia che
sotto il contratto d'affitto le firme del locatore e del locatario «appaiono identiche» e Fini stesso aveva promesso di dimettersi se fosse stato dimostrato che il cognato è il vero proprietario dell'immobile.
«Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture "locatore" e "locatario" due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto».
Il gioco è fin troppo scoperto: prima si aziona la macchina del fango, poi si accusa il premier di non volersi occupare dei problemi "reali" della gente. Ma se le sorti politiche del Paese sembrano dipendere da una minorenne marocchina, è difficile credere che sia per uno strano impulso di Berlusconi ad autosputtanarsi. I finiani invocano l'apertura di una nuova fase ma al contempo la sabotano, spalleggiati dalle, anzi spalleggiando le procure.
Ed è significativo che i nuovi siluri mediatico-giudiziari siano stati lanciati proprio nel momento in cui il governo tentava di rilanciare la propria azione, e tentava di puntellare, a partire dalla giustizia, la fragile tregua con i finiani. Ma Fini ha subito colto la palla al balzo per romperla, a dimostrazione che non ci sbagliavamo nel reputare il logoramento e l'abbattimento del Cav. l'unico reale obiettivo di Fini, e quindi impossibile qualsiasi compromesso, o
modus vivendi tra i due - come invece sostenevano molte "colombe" intorno al premier,
Il Foglio tra questi.
Né è un caso che accerchiamento giudiziario e macchina del fango si siano rimessi in moto non appena si è cominciato a mettere nero su bianco la riforma della giustizia. Se vivessimo in un Paese normale, ci si chiederebbe come mai certe procure non si fanno mai venire qualche sospetto prima di dare credito alle accuse dei mafiosi contro i poliziotti che li hanno arrestati (il maresciallo Lombardo, il tenente Canale, il colonnello Meli, il generale Mori: tutti assolti); se vivessimo in un Paese normale, ci si chiederebbe se i fallimenti continui e clamorosi di certe procure, perse in una perenne quanto sterile caccia al fantomatico "livello politico" (che prima faceva rima con Andreotti e dal 1994 fa rima con Berlusconi), non favoriscano oggettivamente la mafia. Se vivessimo in un Paese normale, su tutto questo, sul perché certe procure sembrano un po' troppo "vittime" dei depistaggi politici dei pentiti, si aprirebbe davvero una commissione parlamentare d'inchiesta.
I giornali sentono per l'ennesima volta l'odore del "sangue" politico di Berlusconi, zaffate che arrivano fin dentro i palazzi romani. E' possibile che Berlusconi cada, ma
primo, i finiani dovranno votargli contro in Parlamento assumendosene la responsabilità;
secondo, il caso Ruby prima o poi si smonterà;
terzo, sia nel caso di ribaltone, che di elezioni anticipate, battere il Cav. nelle urne sarà molto più dura che "abbatterlo".
UPDATE
La versione di Ruby al settimanale Oggi: nessuno sapeva che fosse minorenne; una sola volta dal premier, ma niente sesso, "solo" un regalo di 7 mila euro; il "bunga bunga"? solo la vecchia barzelletta; quando Berlusconi ha saputo che era minorenne, «mi ha detto che non voleva più sentirmi»; uscita dalla questura, Berlusconi «mi ha detto che non voleva più vedermi»; da quel 27 maggio interrogata dai pm per ben 23 volte (!), non sul presunto furto ma «solo su Silvio». Uno zelo degno di miglior causa.