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Monday, May 26, 2014

L'anno zero del Pd e del centrodestra

Anche su Notapolitica

IL PD - Le Europee del 2014 rappresentano probabilmente un anno zero sia per il Pd che per il centrodestra, ovviamente per motivi diversi. Grazie a Renzi il Pd diventa finalmente un partito a vocazione maggioritaria e post-ideologico, ciò che avrebbe dovuto essere fin dalla sua nascita ma che fino ad oggi non era mai stato. In attesa delle più autorevoli analisi dei flussi elettorali, azzardiamo che Renzi non solo riporta a casa molti dei suoi dopo la sbandata grillina del 2013, ma attrae voto moderato cannabilizzando l'ex "Scelta cinica" (2,8 milioni di voti nel 2013) e, cosa più importante, convincendo quel nord parte più dinamica e produttiva del paese che sembrava tabù per la sinistra e territorio del centrodestra.

Il Pd (soprattutto il vecchio Pd) dovrà capire quanto prima che i voti della straordinaria vittoria di oggi li ha presi Renzi, non il Pd. Renzi ha conquistato voti di altre persone, 2,5 milioni, che senza di lui non avrebbero mai votato Pd. Voti che senza Renzi sarebbero rimasti dov'erano, cioè a Grillo o a casa. Se Letta fosse rimasto ancora al governo, forse avrebbe preso ancora meno voti di Bersani l'anno scorso. E il risultato di oggi autorizza a ritenere che se all'ex sindaco di Firenze non fosse stata sbarrata la strada alle primarie contro Bersani, forse questo successo il Pd l'avrebbe ottenuto alle politiche del 2013 e avremmo tutti risparmiato un anno di risse e immobilismo.

Attenzione però ai facili entusiasmi: non sono elezioni politiche e la percentuale del 41% è gonfiata dalla ridotta affluenza alle urne (solo il 58%). In termini di voti reali Renzi ha riportato il Pd su livelli vicini ma ancora leggermente al di sotto (di 1 milione circa) delle sue migliori performance (circa 12 milioni di voti alle politiche del 2008 e del 2006). Tuttavia, ciò che rende il suo un risultato epocale, al contrario dei precedenti, è che per la prima volta il Pd riesce a vincere non facendo il pieno a sinistra ma conquistando il centro politico dell'elettorato, insomma c'è stato uno "shift" verso il centro: se i numeri somigliano a quelli del 2008, l'elettorato in realtà è molto diverso, e in un certo senso ha un peso specifico maggiore. E' un elettorato che ti permette di vincere e di governare da solo o quasi.

Certo, Renzi è stato anche favorito da alcune circostanze molto contingenti: sia Grillo con i suoi toni aggressivi e minacciosi, il suo "vinceremonoi", sia i sondaggi che stavolta per non sbagliare hanno sovrastimato il M5S, hanno posto l'elettorato di fronte all'eventualità di una vera e propria vittoria di Grillo, del sorpasso finale ai danni del Pd, e non solo di un forte vento di protesta. Molti elettori si sono mobilitati per scongiurare tale scenario. Urlatori e odiatori seriali ma inconcludenti hanno evidentemente cominciato a infastidire: soffiando sulla rabbia si possono prendere molti voti, ma suscitando paure e non speranze, presagendo sventure, non si vince.

Renzi da parte sua non ha sbagliato nemmeno un colpo: più che il gap tra annunci e fatti, più che gli 80 euro, hanno contato la sua energia, la sua voglia e il suo senso si urgenza nel cercare di cominciare subito a "cambiare verso" al paese. Finalmente qualcuno che ci prova sul serio, che vuole procedere a passo di carica e non felpato. E' bastato questo filo di speranza a convincere l'elettorato che valesse la pena mobilitarsi per impedire che venisse spezzato sul nascere dalla furia distruttiva del M5S. Dunque, davvero, si è votato non tanto sull'Europa, quanto sull'Italia: un referendum tra rabbia e speranza rispetto al nostro futuro, esattamente i termini in cui abilmente Renzi ha saputo, con l'aiuto di Grillo, impostare l'intera narrazione della campagna. La mia personale impressione è che la ciliegina sulla torta, il momento decisivo, sia stato lo scontro con Floris a Ballarò sui 150 milioni di tagli alla Rai. In quel momento più di qualche elettore moderato ma anche di sinistra deve aver pensato: oh, finalmente qualcuno fa sul serio. Gasparri e Romani che nel frattempo si esprimevano in difesa della tv pubblica davano la misura del suicidio in atto da anni nel centrodestra.

Adesso però si presenta a Renzi un'occasione storica: la vecchia sinistra è alle corde, è chiaro a tutti che è lui l'unico futuro del Pd, o capitalizza la vittoria e riforma il paese davvero, sfidando fino in fondo la Cgil e tutte le altre realtà più retrograde della sinistra e dell'establishment, senza guardare in faccia nessuno, o perde tutto con la stessa velocità con cui l'ha conquistato. Anche perché la prossima volta probabilmente non ci sarà il pericolo Grillo a mobilitare l'elettorato in suo favore.

IL CENTRODESTRA - Ma si tratta di un anno zero anche per il centrodestra, sia pure per motivi opposti. Frantumato, litigioso e senza leadership sembra aver toccato il fondo. E sembra un suicidio collettivo meticolosamente preparato dagli ex Pdl (al netto degli inevitabili esiti delle manovre interne ed esterne del 2011): allarmanti non sono tanto le percentuali, quanto la tipologia dell'elettorato perduto dopo due decenni, la parte più dinamica e produttiva del paese.

Sembra prefigurarsi un sistema tripolare ma di fatto bloccato, con un partito di centrosinistra e di governo pienamente legittimato, com'era la Dc (oggi il Pd), un partito anti-sistema (Grillo), che raccoglie frustrazioni e residui ideologici di sinistra e destra, e una galassia litigiosa e rancorosa di resti del centrodestra berlusconiano, in cui Forza Italia rappresenta un perno ancora rilevante elettoralmente ma sul filo della marginalità politica. In questo schema, avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra e del "pericolo Grillo", il Pd potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo agli spezzoni del centro "presentabili").

Esiste ancora un centrodestra italiano? Se non esiste più elettoralmente, ma solo come una pluralità di realtà sociali e culturali nel paese, allora non avrebbe senso esercitarsi nella somma delle cifre elettorali dei partiti rimasti. Quella somma, il 31%, è il segno di una sconfitta netta ed inequivocabile, ma bisogna chiedersi se può essere o meno una base da cui ripartire. Di cosa è fatta? Di un generoso voto di testimonianza confermato a Silvio Berlusconi (quasi il 17%); di un voto altrettanto generoso, ma identitario, per Fratelli d'Italia; e di un progetto presuntuoso e velleitario, Ncd, che pur potendo contare su 4 ministeri pesanti non è riuscito ad andare oltre il 2,5% (l'1,8 almeno bisognerà riconoscerglielo a Casini!), e si avvia verso la stessa mesta sorte dei finiani.

Ci sono, d'altra parte, 7 milioni di astenuti in più rispetto alle politiche del 2013, 10 milioni rispetto a quelle del 2008, e quasi 4 milioni rispetto alle europee del 2009. Insomma, sembra esserci un popolo di centrodestra che aspetta una nuova offerta e una nuova leadership. Il centrodestra italiano esiste proprio perché non è una somma di percentuali elettorali. Il *nuovo centrodestra*, tutto da costruire elettoralmente, sta nelle ragioni di chi è rimasto a casa, non nelle frattaglie di ceto politico da 3/4%. E il fusionismo va senz'altro coltivato, ma non tra quelle frattaglie che non rappresentano più nessuno. Sarebbe un errore reagire demonizzando Renzi come per due decenni la sinistra ha demonizzato Berlusconi, e sarebbe un errore anche tentare di rimettere insieme le frattaglie di un ceto politico dal 3/4%, come per troppo tempo ha fatto anche l'Ulivo/Pd anziché cercare una vocazione maggioritaria.

Ci sono alcune condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità, alle quali può ancora esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Oltre che di contenuti, ovviamente il problema è di credibilità e ricambio di leadership, se si vuole recuperare la parte economicamente e socialmente più dinamica del paese. Puoi pure dire le cose più giuste, ma sei sempre quello che soprattutto durante l'esperienza di governo 2008-2011, con la politica economico-sociale affidata al duo Tremonti-Sacconi, ha tradito le promesse di rivoluzione liberale. Primo passo, quindi, riconoscere l'errore, segnare una cesura netta con quell'esperienza e rinnovare in modo aperto la leadership.

GRILLO - Quanto a Grillo, non c'era migliore occasione per fare il pieno di voti di un'elezione in cui non era in gioco la guida del governo e che si presentava come un enorme sfogatoio collettivo contro l'Europa. Ma l'ha mancata. Il popolo di Grillo è in gran parte il popolo di moralizzatori e odiatori seriali allevato da Repubblica/Unità/Fatto quotidiano/Santoro. Solo che questi sapevano di dire un sacco di cazzate pur di abbattere l'avversario del momento, invece i loro lettori/spettatori ci sono cresciuti e ora ci credono. Chi ha seminato per decenni (dalle monetine a Craxi) tutto questo odio, disprezzo per l'avversario, questo analfabetismo economico e complottismo, ora ne ha perso il controllo: in certi attacchi grillini al Pd sembra di risentire quelli della schiera Pd/Repubblica/Travaglio a Berlusconi. Il giustizialismo, la questione morale, il mito della decrescita, del "tutto pubblico", le bufale ambientaliste e complottiste, l'antimilitarismo, arrivano tutti da sinistra. In misura minore il popolo di Grillo è anche di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti arrabbiati e delusi da centrodestra e Lega.

La principale contraddizione del M5S però è che da una parte scagliano il loro "vaffa" alla casta, ai politici, dall'altra vogliono il "tutto pubblico". Ma quando tutto è pubblico si allargano, non si riducono gli spazi di influenza, il potere della casta. Non serve a nulla sostenere che i politici devono essere onesti: è persino ovvio, ma l'esperienza ci insegna che più ampio è il controllo pubblico, più margini ci sono per disonesti e corrotti. E' una legge fisica, e statistica.

NO-EURO - Uscita molto ridimensionata da queste elezioni è anche la posizione no-euro. L'occasione era propizia, il vento antieuropeista soffiava forte, le schede elettorali erano piene di offerte politiche no-euro, ce n'erano per tutti i gusti, dalle più hard alle più soft... In altri paesi hanno fatto il pieno di voti, in Italia no. Renzi non ha dovuto mettere sul piatto l'uscita dall'euro per raggiungere il 40%, e ben il 42% degli elettori ha preferito astenersi piuttosto che aderire in massa alle proposte no-euro. Ovvio, non è che l'euro vada bene così com'è, ma gli italiani devono aver percepito puzza di sòla all'idea di uscire dalla moneta unica.

In generale, la critica all'Europa andrebbe mossa a partire da quel pensiero unico economico – che sembra accomunare PSE e PPE – secondo cui la crescita si fa con gli investimenti pubblici e i fondi europei, cioè con la spesa, e il rigore si fa con le tasse. A cui si aggiunge quella logica contabile delle coperture, per cui non viene nemmeno ipotizzato come credibile l'effetto espansivo di un taglio fiscale, mentre sono accettate come moneta corrente le supposte nuove entrate derivanti da un aumento di tasse. Anche se poi, alla prova dei fatti, quell'aumento avrà un effetto recessivo, e quindi avrà generato un gettito inferiore alle attese.

Tuesday, July 24, 2012

Smascherato il bluff-Italia

Per capire perché la ricetta Monti non sta funzionando, non riesce a sortire gli effetti sperati, "sganciando" il nostro destino da quello di greci e spagnoli, in questo articolo di Alberto Bisin, su la Repubblica, c'è tutto quello che serve. L'errore fatale sta nel tipo di rigore imposto al Paese, perché «c'è rigore e rigore», ma soprattutto ci sono le formidabili resistenze del sistema Italia, delle sue caste, al cambiamento. Riassumendo: bluff Italia, come ripeto da mesi.

Il governo Monti, osserva Bisin, «ha agito soprattutto sulle entrate pubbliche, aumentando in modo sostanziale il carico fiscale, che già era tra i più alti al mondo. Questo non può che aver contribuito a soffocare un'economia che già da anni boccheggiava». L'economista spiega quindi che tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse non hanno lo stesso effetto recessivo, ma i primi hanno un impatto decisamente minore perché la spesa pubblica è per lo più (soprattutto in Italia) improduttiva:
«... una diminuzione della spesa pubblica dello stesso ammontare dell'incremento delle entrate avrebbe avuto identici effetti sulla domanda aggregata. Ma questa è proprio la ragione per cui l'analisi di domanda aggregata è limitata e sostanzialmente errata: le tasse distorcono direttamente l'attività produttiva mentre la spesa pubblica è in larga parte improduttiva (non è sempre così, ma in Italia lo è). In altre parole, a limitare la spesa abbassando le tasse (o non alzandole) si liberano risorse, perché la torta non è fissa».
Riguardo al sistema Italia, cioè alle sue istituzioni fondamentali (politica, giustizia, sanità e istruzione pubbliche, industria, mercato del lavoro), che «appaiono corrotte all'interno», è ormai chiaro ai nostri creditori che «nulla di sostanziale sta cambiando nella struttura istituzionale del Paese». Insufficienti le riforme, meri palliativi o al massimo timidi correttivi: «E' come se il governo avesse chiesto al Paese di trattenere il fiato per un po', per fingere una pancia piatta: non può durare e non inganna nessuno». Occorrono, invece, scelte nette che trasmettano l'idea di un cambiamento vero, «irreversibile». Bisin fa solo un esempio, ma significativo: invece di dare alla Rai un nuovo presidente, privatizzarla.

Ora, se anche riesce il miracolo di un Monti-bis, quindi di non vederci governati direttamente dal duo Bersani-Casini (sotto ricatto della sinistra politica e sindacale), un governo sostenuto da una grande coalizione dei vecchi partiti riuscirebbe a compiere le scelte nette che ci servono, o al massimo riuscirebbe a gestire alla meno peggio l'esistente, come sta facendo oggi Monti? Sarà un caso che le forze che già si vedono trionfanti al governo insieme, Pd e Udc, sono tentate di anticipare il voto in autunno, quando la maggior parte dei tagli alla spesa hanno scadenza, cioè devono essere attuati, entro fine anno?

Monday, June 11, 2012

Italia, c'è poco da entusiasmarsi

Ieri con la Spagna avremmo potuto assistere a due tipi di partita: gli spagnoli avrebbero potuto dilagare contro l'Italia mediocre e distratta vista contro la Russia; oppure incepparsi al cospetto della diga azzurra, ricadendo nel loro antico difetto: possesso palla sì, ma inconcludente. E così è stato.

Se ci siamo salvati facendo nel complesso una discreta figura (rischiando di perdere sul finale ma anche di vincere) lo dobbiamo sostanzialmente al killer-instinct di Di Natale (che dura da quanti mesi?), subentrato ad un irritante Balotelli, e a Del Bosque, che nel primo tempo manda in campo una squadra senza punte, e nel secondo, quando i suoi sembravano aver recuperato l'incisività dei giorni migliori, pensava bene di togliere l'autore del pareggio Fabregas e affidare i frutti del ritrovato bel gioco ai piedi di Torres, in grado di sprecare malamente tre limpide occasioni solo davanti a Buffon.

L'Italia ha avuto il merito di giocarsela con le motivazioni e la concentrazione di una finale (saranno le stesse contro Croazia e Irlanda?), schierando tutti i suoi uomini nel proprio centrocampo in fase di possesso palla degli spagnoli e rispondendo colpo su colpo in contropiede, ma questo non assolve Prandelli dai suoi errori e non deve farci illudere sulle qualità di fondo dei nostri.

Prandelli sbaglia l'attacco titolare, rimedia solo quando non può farne proprio a meno, dopo l'ennesimo scempio di Balotelli, ma lasciando comunque per troppo tempo in campo Cassano; sbaglia Giaccherini sulla fascia sinistra, il tipo di partita a cui è stato costretto (generoso, ma nullo in fase offensiva e quasi disastroso dietro) dimostra che da quelle parti erano più adatti Ogbonna o Balzaretti; sbaglia Motta (che non meritava nemmeno la convocazione, ma questo è un altro discorso). Balotelli non ha la testa per giocare una competizione simile. Le qualità del ragazzo si riescono a sfruttare a mala pena nell'arco di un campionato, figuriamoci in un torneo dove sono decisive 3 partite in 10 giorni. Presuntuoso, nervoso, irritante. Cassano ha giocato una mezz'ora di troppo rispetto ai minuti che ha nelle gambe. La lunga inattività si sente e pesa. Sarebbe più furbo sfruttare la sua capacità di incidere partendo dalla panchina, l'ultima mezz'ora quando gli avversari sono più stanchi. Di Natale e Giovinco (o Borini) - questi sono quelli a disposizione, inutile ormai discutere le convocazioni - sono gli attaccanti più indicati da schierare dall'inizio, con Cassano e Balotelli pronti a subentrare. Ma penso che Prandelli persevererà nell'errore, confermando Cassano-Balotelli dall'inizio anche con la Croazia.

Fase difensiva. Non deve ingannare la buona prestazione di De Rossi centrale. Come in Roma-Juventus di quest'anno (l'1-1 all'Olimpico, ovviamente), formidabile diga quando la squadra è compatta, quando difende con tutti gli uomini nella propria metà campo in fase di possesso degli avversari. Appena le squadre si cominciano ad allungare, mostra tutti i suoi limiti - di posizione e tempismo. Abbiamo concesso praterie agli inserimenti spagnoli e rischiato moltissimo. Mi chiedo: anche contro Croazia e Irlanda potremo permetterci di rintanarci nella nostra metà campo e ripartire in contropiede come abbiamo fatto ieri con i campioni del possesso palla? Probabile che lo schema delle partite con Croazia e Irlanda sarà diverso: saranno loro ad aspettare noi, più simile quindi alla disastrosa amichevole contro la Russia. Allora De Rossi non basterà a salvarci, come dimostrano le sue prestazioni da centrale nella Roma di quest'anno, deludenti tranne solo la prima. De Rossi centrale di difesa oscura Pirlo? Non direi che la prova piuttosto opaca di Pirlo, tranne lo splendido assist, si spieghi in questo modo. Pirlo non si discute, ma secondo me non era in giornata: dall'inizio ha sbagliato qualche pallone di troppo e non è certo stato facilitato dalla concitazione della fase difensiva e dalla velocità degli scambi degli spagnoli.

Ultima nota sulla Rai, penosa come sempre: Massimo Ghini e il ministro Gnudi commentatori nell'intervallo; intervista in ginocchio ad Abete; telecronista che sbaglia i nomi degli spagnoli; intervista muta di Prandelli. Girato canale appena finita la partita. Rai non da privatizzare, da chiudere proprio.

PAGELLE: Buffon 7 Bonucci 5,5, De Rossi 6 Chiellini 6 Maggio 5,5 Motta 5 Pirlo 6 Marchisio 6 Giaccherini 5 Cassano 5 Balotelli 4; Di Natale 7 Giovinco 6,5 Nocerino ng; Prandelli 5

Thursday, April 21, 2011

Inchieste alla bufala

Quante puntate di Annozero ci ha dedicato Santoro sulla tv pubblica? Quante paginate quelli di Repubblica e Il Fatto Quotidiano? Quante Procure ci hanno basato le loro inchieste? Addirittura tre (Palermo, Caltanissetta e Firenze)! Ebbene, quel Massimo Ciancimino (figlio del mafioso Vito), che veniva portato in palmo di mano come autentico oracolo e icona dell'antimafia, vera e propria star televisiva, la cui attendibilità non poteva essere messa in discussione pena l'essere additati tra coloro che ostacolano la ricerca della verità sulle stragi di mafia del '92-'93 e sulla presunta trattativa Stato-mafia, è stato fermato oggi con l'accusa di «calunnia aggravata», perché dalle perizie condotte dalla polizia scientifica è emerso che uno dei "pizzini" da lui consegnati è stato volgarmente falsificato.

Non un pizzino qualsiasi, ma quello che avrebbe dovuto inchiodare l'ex capo della Polizia De Gennaro come il "signor Franco", l'agente dei servizi che tramite il padre Vito avrebbe trattato con i boss di Cosa Nostra per conto dello Stato. Ebbene, il nome di De Gennaro risulta essere stato sovrapposto a posteriori su un vecchio documento poi banalmente fotocopiato (e ci voleva la Scientifica per accorgersene!). E questo "pizzino" è l'architrave fondamentale su cui poggia l'intera ricostruzione del Ciancimino jr.

«Noi sempre rigorosi», si giustifica adesso Ingroia (il magistrato che parla ai comizi); con lui «nessun rapporto privilegiato», giura Messineo. Balle, balle, balle. Per anni Ciancimino è stato ritenuto attendibile dai pm, addirittura chiamato a testimoniare in aula, al processo dove sono imputati il generale dei Carabinieri Mori e il colonnello Obinu.

Ma le speranze delle tre procure che pendevano dalle labbra di Ciancimino jr., nonché dai "pizzini" e dai "papelli" da lui fabbricati, andavano ben oltre: collegare in qualche modo Berlusconi e Forza Italia alla mafia e alle stragi. Peccato che fino ad ora l'unico elemento certo emerso sulla presunta trattativa Stato-mafia è che in quegli anni, subito dopo le stragi, fu sospeso il 41 bis a centinaia di boss da un governo di centrosinistra guidato da Ciampi, ministro degli Interni Mancino e presidente della Repubblica Scalfaro.

Adesso è chiaro che per anni questi pm hanno rovistato nella spazzatura, sperperando soldi dei contribuenti, allontanandoci dalla "verità" sulle stragi e probabilmente facendo un grosso favore alla mafia.

Wednesday, November 17, 2010

La metamorfosi di Saviano nuovo "professionista" dell'antimafia

Roberto Saviano si sta "santorizzando" (o meglio, "travaglizzando"). Da talentuoso e apprezzato scrittore di denuncia e rappresentazione della realtà delle mafie si sta rapidamente trasformando in un tribuno e in uno dei tanti professionisti dell'antimafia. Comincia a buttarla in politica e, soprattutto, a prendere per oro colato ciò che non lo è: inchieste giudiziare neanche arrivate alla fase del dibattimento. L'aspetto più grave della sua replica alle critiche di Maroni è che rivela una profonda ignoranza: dice di essersi limitato a raccontare dei «fatti», ma evidentemente ignora che una verità è giudiziariamente accertata alla fine di un procedimento, non all'inizio.

Quando poi, in un'intervista a la Repubblica, paragona il ministro dell'Interno addirittura al boss camorrista detto Sandokan, solo perché Maroni l'ha invitato a ripetere le sue accuse alla Lega in un faccia-a-faccia, «guardandolo negli occhi», chiedendo nient'altro che un contraddittorio, come gli avrebbe chiesto anche l'avvocato del boss, dimostra la sua faziosità e capziosità. Saviano d'altronde ha già dimostrato di non essere intellettualmente onesto nella prima puntata, quando, parlando di Falcone, si era guardato bene dall'indicare per nome e per cognome i suoi nemici (tutti nella magistratura e nell'intellettualità e nella politica di sinistra). Ha imparato presto chi può permettersi di attaccare e chi no, se vuole conservare lo status di eroe civile e cantore dell'antimafia politicamente corretta.

Molto semplicemente, Saviano si è montato la testa. Ha cominciato a credere di essere investito di una missione salvifica, denunciare e ripulire il marcio della società, a cominciare, ovviamente, dal mondo dell'imprenditoria e della politica (di centrodestra e del Nord). Un conto è raccontare l'inchiesta condotta dalla Boccassini e da Pignatone sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia, altra cosa è alludere ad un legame, ad una «interlocuzione», tra uno dei partiti al governo, la Lega, e la mafia. Non si può escludere, è già accaduto in passato, che le mafie riescano a contattare singoli esponenti politici locali, di tutti i partiti, ma da qui a insinuare una «interlocuzione» consapevole, deliberata, ce ne passa e che abbia tirato in ballo proprio la Lega (nonostante il consigliere leghista citato non fosse nemmeno indagato) forse ha a che fare con un senso di rivalsa nei confronti del nord, quasi un goffo tentativo di coinvolgerlo in un fenomeno che certo, può infiltrarsi, ma che è nel Dna del sud. Quando parla di «silenzio» si sbaglia, evidentemente è poco informato. Sulle infiltrazioni della 'ndrangheta al nord non c'è affatto «silenzio», né sottovalutazione da parte del governo. Basta informarsi sui provvedimenti adottati, gli arresti, la storia di denuncia che può vantare in particolare la Lega. Ma a questa difesa ci penserà Maroni, se gliene sarà data l'opportunità.

Saviano dice che si limita a raccontare «storie», ma raccontare storie non è mai neutro. Quindi, dovrebbe innanzitutto essere onesto con i telespettatori circa il punto di vista ideologico della sua trasmissione. Quando, poi, si avanzano in tv ipotesi diffamatorie, bisogna dare alla controparte la possibilità di difendersi. Maroni ha diritto ad un contraddittorio con Saviano dinanzi allo stesso identico pubblico. E quando si invitano leader politici per brevi comizietti, siamo alla tribuna politica, che ha delle regole precise.

Tuesday, November 02, 2010

Procure scatenate e gioco di squadra

Milano di nuovo all'attacco, Palermo che scalda i motori su un "giro di escort". Ed è sintomatico che sul caso Ruby si sia avventata la toga super-rossa Boccassini, che coordina la Dda (antimafia) del capoluogo lombardo, ma evidentemente trova il tempo (interrogatori anche il giorno di Ognissanti) di occuparsi di minori e prostituzione. Ma sintomatico del suo movente politico è soprattutto come è arrivata a mettere le mani sull'inchiesta: il reato ipotizzato nel fascicolo - favoreggiamento della prostituzione minorile - esula infatti dall'antimafia. Ma il pm assegnatario del fascicolo dal 2009 è stato promosso - guarda caso solo pochi giorni fa, il 28 ottobre - al pool antimafia, e la regola a Milano vuole che i pm che cambiano dipartimento portino con sé le loro inchieste, e che a sovrintenderle sia, dunque, il nuovo capo.

Il caso Ruby è molto poco chiaro, ma trapelano i tipici contorni del caso gonfiato ad arte per essere mediatizzato e usato politicamente. Inutile addentrarsi nei meandri dell'inchiesta, a partire dal fermo della ragazza, sembra per furto (accusa però formalizzata solo pochi giorni fa, e secondo alcuni mai), anche se ha rischiato di essere spedita in comunità in quanto minorenne senza documenti. Sul premier non c'è l'ombra di un reato, e questa volta, diversamente dal caso Noemi, nessuno lo accusa esplicitamente di un rapporto sessuale con una minorenne (dal momento che Ruby ha subito smentito), e nonostante la sua telefonata alla questura il caso Ruby venne trattato nel rispetto delle procedure, come conferma lo stesso procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, certo non un "berlusconiano". Lo scopo, però, mediaticamente parlando è già raggiunto: alludere e "mascariare".

Come già accaduto diverse volte, tutto sembra destinato a sgonfiarsi e a rivelarsi per quello che è: un caso puramente mediatico per armare il grilletto di Fini, in quello che sembra un perfetto gioco di squadra, tacito o meno importa poco, con le procure. "Dài, Gianfranco, cosa ti serve ancora per battere questo calcio di rigore?" Peccato che una volta segnato il gol, coloro lo hanno spinto sul dischetto saranno gli stessi che lo relegheranno in panchina.

Sia pure effimero dal punto di vista giudiziario, non è detto quindi che il caso sia privo di conseguenze politiche, dal logoramento ulteriore alla caduta del governo. Ancora una volta, infatti, Fini ha scelto di cavalcare la vicenda. Con gran faccia tosta chiede le dimissioni del premier, pur essendo a sua volta in una condizione non irreprensibile, per aver introdotto in Rai la sua personale parentopoli, e visto che nelle stesse carte con le quali i giudici romani chiedono per lui l'archiviazione sul caso Montecarlo, si rileva tuttavia che sotto il contratto d'affitto le firme del locatore e del locatario «appaiono identiche» e Fini stesso aveva promesso di dimettersi se fosse stato dimostrato che il cognato è il vero proprietario dell'immobile.
«Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture "locatore" e "locatario" due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto».
Il gioco è fin troppo scoperto: prima si aziona la macchina del fango, poi si accusa il premier di non volersi occupare dei problemi "reali" della gente. Ma se le sorti politiche del Paese sembrano dipendere da una minorenne marocchina, è difficile credere che sia per uno strano impulso di Berlusconi ad autosputtanarsi. I finiani invocano l'apertura di una nuova fase ma al contempo la sabotano, spalleggiati dalle, anzi spalleggiando le procure.

Ed è significativo che i nuovi siluri mediatico-giudiziari siano stati lanciati proprio nel momento in cui il governo tentava di rilanciare la propria azione, e tentava di puntellare, a partire dalla giustizia, la fragile tregua con i finiani. Ma Fini ha subito colto la palla al balzo per romperla, a dimostrazione che non ci sbagliavamo nel reputare il logoramento e l'abbattimento del Cav. l'unico reale obiettivo di Fini, e quindi impossibile qualsiasi compromesso, o modus vivendi tra i due - come invece sostenevano molte "colombe" intorno al premier, Il Foglio tra questi.

Né è un caso che accerchiamento giudiziario e macchina del fango si siano rimessi in moto non appena si è cominciato a mettere nero su bianco la riforma della giustizia. Se vivessimo in un Paese normale, ci si chiederebbe come mai certe procure non si fanno mai venire qualche sospetto prima di dare credito alle accuse dei mafiosi contro i poliziotti che li hanno arrestati (il maresciallo Lombardo, il tenente Canale, il colonnello Meli, il generale Mori: tutti assolti); se vivessimo in un Paese normale, ci si chiederebbe se i fallimenti continui e clamorosi di certe procure, perse in una perenne quanto sterile caccia al fantomatico "livello politico" (che prima faceva rima con Andreotti e dal 1994 fa rima con Berlusconi), non favoriscano oggettivamente la mafia. Se vivessimo in un Paese normale, su tutto questo, sul perché certe procure sembrano un po' troppo "vittime" dei depistaggi politici dei pentiti, si aprirebbe davvero una commissione parlamentare d'inchiesta.

I giornali sentono per l'ennesima volta l'odore del "sangue" politico di Berlusconi, zaffate che arrivano fin dentro i palazzi romani. E' possibile che Berlusconi cada, ma primo, i finiani dovranno votargli contro in Parlamento assumendosene la responsabilità; secondo, il caso Ruby prima o poi si smonterà; terzo, sia nel caso di ribaltone, che di elezioni anticipate, battere il Cav. nelle urne sarà molto più dura che "abbatterlo".

UPDATE
La versione di Ruby al settimanale Oggi: nessuno sapeva che fosse minorenne; una sola volta dal premier, ma niente sesso, "solo" un regalo di 7 mila euro; il "bunga bunga"? solo la vecchia barzelletta; quando Berlusconi ha saputo che era minorenne, «mi ha detto che non voleva più sentirmi»; uscita dalla questura, Berlusconi «mi ha detto che non voleva più vedermi»; da quel 27 maggio interrogata dai pm per ben 23 volte (!), non sul presunto furto ma «solo su Silvio». Uno zelo degno di miglior causa.

Tuesday, August 10, 2010

Si sta gonfiando anche il caso Tulliani-Rai

L'impressione è che si stia gonfiando anche il caso Tulliani-Rai. Che dopo Dagospia e l'articolo di Bechis di qualche giorno fa su Libero sbarca sul Corriere della Sera, con un'intervista a Roberto D'Agostino, che racconta:
«Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta, aveva ottenuto quattro puntate in prima serata su Raidue... Con ascolti bassissimi. Ma lo scandalo non erano nemmeno gli ascolti: piuttosto il fatto che la sua società non fosse registrata tra i fornitori della Rai. Insomma nessuno riusciva a capacitarsi di come uno comparso dal nulla fosse riuscito a infilarsi...».
Poi sulla madre, la signora Francesca Frau.
«Altra storia pazzesca. Allora: ai Tulliani chiudono per incapacità la porta di Raidue, e loro bussano a quella di Raiuno. E chi c'è a Raiuno?... c'è un altissimo dirigente che è molto, ma proprio molto vicino a Fini... E che colpaccio riesce alla signora Frau, che ha il 51 per cento di una società, la Absolute Television, pur non avendo mai messo piede in uno studio televisivo e avendo fatto invece per anni la casalinga? Riesce a piazzare un format nel contenitore di Festa italiana, il programma di Raiuno condotto dalla Balivo... 183 puntate da 50 minuti l'una, ciascuna al costo di 8.120 euro. Per un totale di 1 milione e 485 mila euro. In Rai, che non è esattamente il posto più trasparente di questo Paese, s'è indignata, credimi, un sacco di gente».
Quindi D'Agostino torna sulla rottura tra il dirigente Rai Paglia (in quota An) e Fini, di cui ha scritto anche Bechis:
«Paglia, il direttore delle relazioni esterne della Rai, aveva rotto l'amicizia trentennale con Fini perché non aveva voluto aiutargli il solito Giancarlino. Che, non pago di avere messo le mani sui programmi d'intrattenimento, voleva mettersi a produrre fiction... un tipo, questo Giancarlino... si presentava dicendo d'essere il cognato di Fini... arrogante, presuntuoso... Paglia non ha smentito il succo della storia. E allora io mi chiedo: ma è normale che la terza carica dello Stato faccia pressioni su un alto dirigente Rai per raccomandargli il fratello della moglie?».
Del caso parla anche Mario Landolfi (ex An in Vigilanza Rai), a il Giornale, e spiega che è diverso dalle solite raccomandazioni o lottizzazioni:
«Lo è per due ragioni. La prima è che Tulliani è il fratello di una persona alla quale Fini è legato. La seconda è che non aveva i requisiti necessari... Dubito che Fini sapesse che cosa significhi davvero "contratto con minimo garantito"... Tutti siamo portati a pensare che la Rai sia territorio di conquista. Per fortuna non è così... Ma una volta scoperto che ci sono delle regole... Fini avrebbe dovuto fermarsi. Un conto sono le nomine dei direttori, un altro scavalcare le procedure per far entrare in Rai persone prive di curriculum. Doveva fidarsi di Paglia, persona che Fini conosceva da decenni. Avrebbe dovuto dire al giovanotto Tulliani di tornare dopo aver fatto la gavetta... Conosco Fini da molti anni, anche se non l'ho seguito nelle sue ultime scelte. Credo che tutto sia dovuto a pressioni familiari. Gli avranno rottole le scatole. Gli avranno detto 'non ti fai rispettare'. E lui avrà ceduto. Il malcostume politico sta qui, nell'aver insistito».
Landolfi intravede quindi su Fini un «forte condizionamento» famigliare.
«Spero che questo condizionamento non agisca anche su altro. Mi auguro che non abbia influenzato anche le recenti scelte politiche di Fini».
Riporto tutto questo non perché ritenga sufficienti questi elementi per chiedere le dimissioni di Fini. Riguardo la Rai davvero il più pulito ha la rogna, come si dice a Roma, e non mi stupisce che Fini, come tutti, spinga i "suoi" quando è in condizione di farlo. Altri spingeranno i loro, è un sistema malato e come tale va affrontato politicamente e non "moralisticamente", brandendo i singoli casi a seconda di chi convenga colpire. Va registrato però per smascherare ancora una volta il doppiopesismo di certa stampa e magistratura, che in passato non hanno esitato ad aprire inchieste, poi finite nel nulla, e a invocare dimissioni, mentre Fini - da quando e finché vi intravedono la kerkaporta per espugnare la cittadella berlusconiana - sembra degno di tutt'altra prudenza. Queste vicende dimostrano anche quanto sia strumentale e demagogico da parte di Fini - come di chiunque altro - ergersi oggi a paladino della legalità e della trasparenza, della "questione morale", cavalcando l'onda giustizialista contro Berlusconi, il Pdl e ogni singolo sottosegretario. Non è più insospettabile di altri di cui chiede sbrigativamente le dimissioni e dovrebbe piuttosto riflettere su come sia facile divenire oggetto di veleni e sospetti.

Rimango convinto piuttosto che Fini dovrebbe dimettersi dalla presidenza della Camera per il suo ruolo politico ormai incompatibile con quello di una carica di garanzia, dopo che è arrivato a dar vita a propri gruppi parlamentari con lo scopo conclamato di contrapporsi al presidente del Consiglio, o quanto meno di esercitare una dialettica parlamentare (e non solo) esplicita sulle iniziative del governo. E' fuor di dubbio il suo diritto a fare politica, nel suo partito o fuori di esso. Non mi pare invece che la Costituzione attribuisca ai presidenti delle camere il potere di condizionare l'indirizzo politico (e la tenuta stessa) dei governi e delle legislature. In che veste, in caso di crisi provocata dai gruppi "finiani", il presidente della Repubblica consulterebbe Gianfranco Fini? Un problema istituzionale di non poco conto, ma che i custodi della Costituzione preferiscono non porsi finché possono illudersi che sarà Fini a dare la spallata definitiva a Berlusconi.

Monday, March 15, 2010

Ancora fango nel buio

Come previsto, è passato il week end e non sappiamo molto di più di quanto sapessimo venerdì scorso, grazie al Fatto Quotidiano, dell'inchiesta in corso a Trani che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Berlusconi, il commissario dell'Agcom Innocenzi e il direttore del Tg1 Minzolini. Neanche gli interessati ne sanno di più. Sarebbero indagati, ma non hanno ancora ricevuto avvisi di garanzia e mentre, secondo non meglio precisate «fonti giudiziarie tranesi», Minzolini non sarebbe in realtà tra gli indagati, oggi il premier Berlusconi, attraverso un'istanza depositata dai suoi avvocati, ha chiesto ufficialmente di sapere se risulta o no iscritto nel registro degli indagati. Un suo diritto, a questo punto, visto che il caso è di dominio pubblico, e mi pare grave il silenzio della Procura.

Un silenzio ufficiale, perché a quanto pare con i giornalisti continua a parlare. Allegate agli atti, secondo quanto riporta oggi il Corriere della Sera, «ci sarebbero tredici conversazioni di Innocenzi con il presidente del Consiglio, e cinque dello stesso premier con il direttore del Tg1 Augusto Minzolini». Il procuratore capo di Trani Carlo Maria Capristo chiarisce però che si tratta di documentazione che gli ispettori ministeriali non potranno esaminare («è la legge a impedire che possano visionare atti coperti dal segreto, dunque noi non daremo alcun documento. Faccio il magistrato da trent'anni, sono sempre stato in prima linea e questa è la prima ispezione che subisco, ma conosco le regole»).

Una presa per il cu... coperti dal segreto una minchia! Gli ispettori ministeriali dunque non possono visionare le intercettazioni. Le quali però, evidentemente, sono potute già finire, dalla scorsa settimana, sotto gli occhi dei giornalisti del Fatto Quotidiano. Come sia potuto accadere, Capristo dice di non saperlo: «Siamo noi le prime vittime di quanto èaccaduto e io posso assicurare che da questo ufficio nulla è trapelato».

Di fronte a tutto questo marasma politico e a questo uso ancora una volta criminale, da stato di polizia, delle intercettazioni, «non serve evocare un'età dell'oro che non è mai esistita», osserva lucidamente Angelo Panebianco, sul Corriere.

Saturday, March 13, 2010

"Tacete, il nemico vi ascolta!"

Il fatto che in Italia possano essere per mesi intercettate (anche se in maniera indiretta, cioè sull'apparecchio di persone indagate) conversazioni del presidente del Consiglio senza che nessun servizio di sicurezza, né alcun ministero, se ne accorga, dimostra che non siamo in un regime, semmai che siamo costantemente sull'orlo del golpe giudiziario. Le conversazioni telefoniche che riguardano Berlusconi sono state captate perché parlava con persone le cui utenze erano sotto controllo. A partire da un'inchiesta avviata su presunti tassi d'usura applicati ai titolari di carte di credito tipo "revolving", "casualmente", apprende l'agenzia Ansa da fonti giudiziarie tranesi, gli inquirenti si sarebbero imbattuti in un giro di telefonate tra il premier Berlusconi, il direttore del Tg1 Minzolini e il commissario dell'Agcom Innocenzi. Da qui, avrebbero aperto un nuovo filone investigativo "assolutamente autonomo". Invece di chiudere, il magistrato quindi rimane in ascolto. E quando si accorge che al telefono c'è addirittura Berlusconi, moltiplica le sue attenzioni, anche se è chiaro che né lui né gli altri due c'entrano nulla con l'inchiesta in corso e pur sapendo che la nuova vicenda non è comunque di sua competenza. Ciò dimostra l'uso da stato poliziesco delle intercettazioni. Non per sorvegliare sospettati e rafforzare elementi di prova nei confronti di indagati, ma per "pescare" nuove notizie di reato da quella che a tutti gli effetti, di telefonata in telefonata, si trasforma in una rete "a strascico".

Annunciando l'invio di ispettori a Trani, il ministro della Giustizia Alfano ha sottolineato che l'inchiesta «evidenzia almeno tre gravissime patologie che sono chiare allo studente che affronta all'università l'esame di procedura penale: un problema gravissimo di competenza territoriale, un secondo problema di abuso delle intercettazioni, e un terzo che riguarda la rivelazione del segreto d'ufficio».

Thursday, February 11, 2010

"Par condicio" tranne che nei talk amici

L'arroganza del Pd e dei superpagati anchormen politici Rai (da Vespa a Santoro passando per Floris), che si comportano come fossero a casa propria, non conosce limiti. Questa storia del regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza per la campagna elettorale che sospenderebbe a loro dire le trasmissioni di approfondimento politico è emblematica. Una premessa indispensabile: per me la par condicio è una legge stupida, demenziale. Una trasmissione, che sia talk show o una tribuna, in cui debbano essere presenti, e con lo stesso spazio, i rappresentanti di tutti i partiti, fino all'ultimo partitino dell'1%, non soddisfa affatto il diritto dei cittadini a essere informati, bensì crea solo confusione e realizza l'opposto dell'idea del "conoscere per deliberare".

Mi sembra sbagliata anche la vecchia idea di Berlusconi secondo cui il tempo a disposizione delle forze politiche debba essere suddiviso proporzionalmente alla loro percentuale elettorale (cosicché il Pdl avrebbe il 38 e il Pd il 26%). Per essere efficace l'informazione politica in tv, si dovrebbe tener conto delle specificità del mezzo televisivo e arrivare a una sintesi delle posizioni politiche più rilevanti nella società, concedendo eguale spazio e tempo - adesso sì - in duelli testa-a-testa a quei candidati e coalizioni politiche (due e in qualche caso tre) che si contendono effettivamente il governo e il controllo degli organi legislativi delle istituzioni per le quali si vota. Assurdo, poi, che siano vietati gli spot televisivi, dando vita così allo scempio dei manifesti che vediamo nelle nostre città. Al contrario, io abolirei i manifesti.

Detto questo, però, non si può non sottolineare che proprio il centrosinistra ha imposto la par condicio e dimostra davvero un'incredibile faccia tosta ora ad opporsi all'estensione di quelle stesse regole anche ai talk show politici, che finora hanno goduto di una deroga in ragione di una capziosissima distinzione tra "comunicazione" e "informazione" politica. Eventualmente la par condicio si può cambiare, ma va applicata a tutti. Ha ragione Beltrandi quando fa notare che la rivolta del Pd e degli anchormen dimostra che la grande maggioranza di questi talk è condotta da giornalisti di sinistra.

E' falso inoltre che il regolamento impone alla Rai di sospendere queste trasmissioni nei 30 giorni prima del voto. In realtà, lascia aperte ai conduttori tre opzioni: rispettare le regole della par condicio; ospitare al proprio interno uno spazio di tribuna; spostarsi nel palinsesto lasciando per un mese il "prime time" alle tribune. Nulla di così tremendo, a meno che non pretendano di avere loro stessi uno spazio autogestito in piena campagna elettorale per attaccare i loro nemici politici. Falso anche che il regolamento sia un favore a Mediaset. Per prassi infatti l'Agcom applica, nello stabilire le regole elettorali per le tv commerciali, il modello fissato dalla Vigilanza per la Rai.

Wednesday, August 12, 2009

Salari differenziati, polemica surreale

E Calderoli apre il capitolo tasse

Una polemica surreale quella degli ultimi giorni sulle cosiddette "gabbie salariali", in cui per pura demagogia si è impiccata a una brutta espressione un'idea ampiamente condivisa da sindacati, Confindustria e governo, ma anche da esponenti riformisti del Pd, come il giuslavorista e senatore Pietro Ichino. Talmente condivisa che rientra già nell'accordo quadro siglato il 22 gennaio scorso da tutte le parti sociali (tranne la Cgil) per la riforma del modello contrattuale. Il meccanismo perverso che è scattato l'ha descritto bene Vittorio Macioce, oggi su il Giornale:
«E' chiaro che se uno le chiama così ti riportano agli anni '50, a qualcosa di vecchio, ammuffito, sepolto, abbandonato. E allora il signor Bonanni della Cisl parla di ritorno all'Unione Sovietica, che da queste parti comunque non c'è mai stata, gli operai del Sud pensano che qualcuno sta lì con le forbici a tagliare i loro stipendi, già all'osso, i politici si preoccupano di perdere voti, tutti fanno la voce grossa e qualcuno ci marcia evocando fame e malattie, tanto qualche Savonarola in giro non manca mai. Quella che doveva essere una mossa per rendere il costo dei lavoro meno stagnante, una sorta di rivoluzione contro la dittatura dei contratti nazionali, un modo per legare il salario alla produttività e dare un po' di respiro alle buste paga di chi lavora a Torino, a Milano o a Roma, dove il costo della vita è senza dubbio più alto, diventa invece una restaurazione, un tuffo nel passato. La cosa strana di questa storia è che poi tutti dicono: sì, bisogna difendere i salari reali. Oppure: sì, bisogna dare più spazio alla contrattazione aziendale e territoriale. Basta chiamare le cose con un nome diverso? Basta dire, come fa Brunetta, la parola magica federalismo? Federalismo dei salari? Forse sì. Ed è come se in questo Paese le riforme si incagliassero sullo scoglio di qualche parola, un eterno gioco di parole tabù, parole che non si possono dire, parole maledette, parole che fanno mettere mano alla pistola al solito esercito di benpensanti. Bum. Al minimo movimento spara. Il risultato è che tutto il dibattito politico gira intorno ai vocaboli. Non ci sono più casi da risolvere, ma parole da spianare».
Una polemica montata «sul nulla», si sfoga stamane Berlusconi: «Mai parlato di gabbie salariali». La possibilità di salari differenziati è infatti demandata «alla contrattazione decentrata, già approvata peraltro dalle categorie sindacali, Cgil esclusa», in base, appunto, all'accordo per il nuovo sistema contrattuale, come prova a spiegare intervenendo sul Sole 24 Ore anche il ministro del Lavoro Sacconi, che di quell'accordo è stato l'artefice. L'obiettivo della riforma è di superare il vecchio modello di «contrattazione centralizzata», che ha sì contenuto le spinte inflattive negli scorsi decenni, ma che alla lunga ha prodotto «bassi salari e bassa produttività». «L'andamento delle retribuzioni si era infatti rivelato piatto e moderato perché una contrattazione centralizzata non può che tararsi sui vagoni più lenti del convoglio delle imprese».

Nel nuovo sistema viene riconosciuto più spazio alla «contrattazione decentrata, di per sé virtuosa perché naturalmente votata a riflettere indicatori di produttività e di specifico costo della vita nei diversi ambiti aziendali e territoriali». «È in questo contesto - sottolinea il ministro - che devono essere lette tutte le affermazioni di questo pigro mese di agosto». I salari differenziati quindi saranno frutto della contrattazione territoriale e aziendale, non di un'imposizione dall'alto com'era prima che venissero abolite, alla fine degli anni '60, le cosiddette "gabbie salariali".

«Nessuno vuole il ripristino di meccanismi di indicizzazione dei salari al costo o ai costi della vita perché ne abbiamo già sperimentato gli effetti inflattivi. Nel governo tutti riconoscono la insostituibile funzione della contrattazione collettiva che nessuna legislazione centralistica può sostituire. Tutti vogliamo una più equa distribuzione della ricchezza attraverso i salari quale è stata negata dall'egualitarismo e dal centralismo retributivo», spiega Sacconi. Spetta alle parti, aggiunge, «dimostrare, fino a prova contraria, la capacità di definire con il contratto nazionale una dinamica minima delle retribuzioni e con i contratti decentrati parti sempre più consistenti del reddito secondo differenziazioni eque e trasparenti».

Saranno incoraggiati a fare ciò dalla detassazione e dalla decontribuzione già introdotte dal governo sulle componenti della retribuzione «variabilmente determinate in sede locale». «La tassazione secca e definitiva al solo 10% delle parti variabili del salario erogate unilateralmente o determinate dalla contrattazione nella dimensione territoriale e aziendale», spiega il ministro, è stata la «premessa» per quel «nuovo modello contrattuale che le parti sociali - con l'unica autoesclusione della Cgil - hanno pochi mesi dopo sottoscritto».

«Tutti nel governo pensano che spetti al contratto, e alla contrattazione decentrata in particolare, la realizzazione della diffenziazione delle retribuzioni», assicura Sacconi cercando di chiudere le polemiche. E oggi interviene di nuovo colui che, pur non parlando mai di "gabbie salariali", aveva acceso la miccia, il ministro Calderoli, che a La Stampa rivendica di voler «affrontare con serietà le due questioni collegate, quella meridionale e quella settentrionale», lanciando una nuova duplice proposta: azzerare del tutto l'Ires alle aziende che aprono e creano nuova occupazione al Sud; tagliare le imposte dirette, «l'Irpef tanto per capirsi», al Nord, dove il costo della vita è maggiore. Il ministro della Lega confessa di non averne ancora parlato con il ministro Tremonti, ma finalmente qualcuno che apre il capitolo tasse.

Altrettanto surreale poi, ricorda Macioce, la polemica sulle ronde, l'idea innocua, anzi di civiltà e comunque già consentita dalla legge, «di guardie civiche, dei liberi cittadini dei comuni che si organizzano per difendere le strade della propria città».
«Non sono armati, guardano soltanto. Fanno luce, come le insegne dei negozi che rendono meno buia la notte. Magari non risolvono il problema, ma un po' tutti pensano che una mano di aiuto la possono dare. Come le chiamiamo? Ronde. E qui la fantasia si scatena. E tutti i discorsi si aggrovigliano sul nulla. Non si discute più di sicurezza, ma di fantapolitica. Le guardie civiche possono far sorridere, come i boy scout, ma tutte queste elucubrazioni sul regime sono irritanti. È lo starnazzo di troppa gente che non ha mai visto in faccia una dittatura. Regime, regime, regime, ma le ronde, poi, le fanno anche i sindaci di sinistra, solo che le chiamano in un altro modo. Teatro dell'assurdo».
Come quando Berlusconi, qualche giorno fa, ha detto che la Rai non deve attaccare maggioranza e opposizione. «Nulla di scandaloso». Anzi, persino una banalità, e cioè che «il servizio pubblico, pagato da tutti, non può essere partigiano». Ma poi le parole sono state «tagliate e rimodellate» per far credere che Berlusconi vuole una Rai che non riporti notizie scomode per il governo. «La vischiosità del passato è l'ultima risorsa dei sacerdoti del Novecento. E il futuro resta imbrigliato in una ragnatela di parole», conclude Macioce.

Friday, April 24, 2009

Per fortuna Silvio c'è, ma manca il dibattito delle idee

Altro che Santoro. La Rai del centrodestra è capace di operazioni di mistificazione ideologica ben più sofisticate e rivestite di rispettabilità. Mentre tutta la vis polemica è concentrata sui soliti noti, ricicciano personaggi della Prima Repubblica con le loro interviste in ginocchio, e piano piano, senza dare nell'occhio, dalla notte inoltrata risalgono le fasce orarie. A Minoli sono bastati pochi minuti. Per chi non avesse visto l'ultima puntata de "La Storia siamo noi", in onda su Raidue tra le unidici e mezzanotte di mercoledì scorso, il video dovrebbe essere disponibile on line tra qualche giorno.

Con l'uso delle tecniche audiovisive e del linguaggio tipico del documentario, Minoli ha offerto ai telespettatori una tesi - legittima ma pur sempre partigiana e ideologica - sulle cause dell'attuale crisi economica, come se fosse una indiscutibile verità storica. Partendo dalla ricostruzione dei trionfi delle coppie Thatcher-Hayek e Reagan-Friedman negli anni '80 e passando direttamente al 2007, come se nel frattempo nulla fosse avvenuto e nessuno avesse avuto responsabilità di governo, gli sono bastati pochi minuti infarciti di luoghi comuni per addossare le colpe della crisi all'«ultra-liberismo» e al «capitalismo selvaggio», lanciando un attacco suggestivo ma privo di qualsiasi argomentazione al mito thatcheriano e al mito reaganiano.

Lo ripeto. Non è la tesi - ovviamente legittima - ma il metodo che mi scandalizza. Le tecniche del racconto documentaristico sono state usate per attribuire ad una delle tante analisi sulle cause lontane della crisi i toni perentori di una pagina di storia. Possibile che il centrodestra, oggi al governo, debba lasciare ai Minoli la politica culturale della tv di stato? Possibile che non sia in grado di veicolare una sua politica culturale, in senso alto, non certo eliminando gli avversari? Perché, per esempio, non rispondere con un ciclo di interviste agli economisti dalle cui considerazioni è tratto il libro "La crisi ha ucciso il libero mercato?"

Infine - a conferma della natura politica e non storica dell'operazione - l'intervista in ginocchio all'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, solenne ed esultante per il ritorno del primato dello stato sul mercato, dell'etica e della giustizia sociale sull'avidità, dell'industria sulla finanza, nonché compiaciuto della evidente sintonia emersa sempre più negli ultimi mesi tra lui e il ministro Tremonti.

D'accordo con Tremonti sugli "Eurobond" («Li avevo proposti sul Financial Times parecchio tempo fa»); Tremonti ha «completamente ragione» anche sul fatto che bisogna tornare a leggera la Bibbia invece di troppi libri di economia. «Ma la cosa non riguarda solo l'oggi. Se avessimo letto un po' più di Bibbia anche negli anni in cui il libero mercato trionfava, oggi non saremmo nella crisi in cui siamo. L'etica era necessaria per i politici, per i finanzieri e lo è anche oggi».
E infine, Prodi spiega che dopo la crisi «tutto sarà diverso, a partire dal potere. Ci saranno nuovi Stati potentissimi e vecchi più deboli. Non ci sarà più questo comando senza controllo della finanza, ci sarà più peso della produzione reale dell'industria e anche più spazio per una maggiore giustizia sociale».

Oggi Prodi è columnist domenicale del quotidiano Il Messaggero. Molti, nei suoi editoriali degli ultimi mesi, i riconoscimenti impliciti alla politica economica di Tremonti. Su tutti quello di metà febbraio scorso sulla necessità di «una nuova Bretton Woods», la «globalizzazione delle regole» oltre che dei mercati. Editoriale che tanti complimenti ha ricevuto da parte dello stesso Tremonti, che il giorno successivo dava atto all'ex premier di aver scritto «un articolo che esprime la cifra della grande politica».

Se la politica cauta di Tremonti in questi frangenti di crisi può a ragione essere definita «immobilismo virtuoso», la sintonia tra i due ci fa tornare in mente i due statalismi nella cui morsa è stretta la politica italiana e nei cui confronti, dall'interno del centrodestra, tranne lodevoli ma minoritarie eccezioni, non si levano voci in difesa del libero mercato. Siamo messi male, insomma, come osservava su Corriere Magazine della settimana scorsa Angelo Panebianco:
Sono tempi grami per i difensori del mercato... particolarmente in Italia: Paese in cui le culture politiche dominanti hanno sempre diffidato del mercato. Che poi questa storica diffidenza sia accompagnata a una forte avversione popolare per i politici, per l'uso che essi fanno delle risorse pubbliche, non implica l'esistenza di una contraddizione. Perché l'avversione per i politici non è quasi mai tradotta nella richiesta generalizzata di meno Stato e di più spazio all'iniziativa privata... In Italia, oggi, non viviamo una fase di "ritorno dello Stato" a causa della crisi, dal momento che lo Stato non se ne è mai davvero andato. Viviamo piuttosto un momento di rivalutazione culturale del suo ruolo... Non c'è dubbio: alla politica (alle sue possibilità di controllo sulla società) conviene che tante persone si convincano che il mercato non è, in tanti campi, una buona soluzione. La maggiore sicurezza che la politica è in grado di offrire nel breve termine si paga poi, in genere, nel medio termine, con meno libertà e meno benessere.
Ma come osservava tempo fa Alberto Mingardi, «il problema di Tremonti è quello di tutto il centro destra. La sua stella brilla solo perché il cielo è sgombro. Se va reso merito all'ostinazione con cui ha frenato l'espansione della spesa, entusiasmarsi per il Tremonti-pensiero è difficile. L'immobilismo virtuoso va bene come risposta di breve periodo. Già nel medio, bisogna avere un progetto». Non basta il «curioso minestrone» tremontiano «in cui "legale" e "morale" si rincorrono». Ma per ora quasi tutti nel centrodestra se lo bevono.

Wednesday, December 10, 2008

"Mamma Rai" ancora non ci tratta da adulti

Si è fatto un gran parlare del film "I segreti di Brokeback Mountain" (Ang Lee, 2005, tre Premi Oscar e Leone d'Oro a Venezia). Innumerevoli petizioni sono state indirizzate alla Rai perché lo trasmettesse. Alcune sere fa il film è finalmente andato in onda su Raidue, ma solo in seconda serata, e per di più tagliato di alcune scene. La comunità gay è insorta ed è divampata la polemica politica. La giustificazione accampata dalla Rai mi è sembrata debole. Ammesso e non concesso che sia una scelta commercialmente valida acquistarne la versione che può essere trasmessa in prima serata, se la versione in suo possesso era quella per la trasmissione senza vincoli di orario, perché poi mandare il film in seconda serata? In ogni caso, il direttore di Raidue, Antonio Marano, ha promesso che il film sarà al più presto ritrasmesso in versione integrale.

Tutti felici e contenti. Rimane la sgradevole sensazione che Mamma Rai continui a comportarsi come se gli italiani non fossero un pubblico adulto, ma una platea di adolescenti da educare e da tenere il più a lungo possibile al riparo dalle "bizzarrie" della vita moderna che possono "turbarli". Come minoranza organizzata i gay sono riusciti a dare rilevanza al caso Brokeback Mountain, ma in molti altri casi analoghi - e in generale sulla tendenza della Rai a trasmettere sempre meno film in una programmazione già poverissima dal punto di vista cinematografico - silenzio assoluto. Tempo fa in totale solitudine avevo segnalato il trattamento punitivo riservato al film "Luther". Neanche i protestanti hanno protestato...

Wednesday, December 03, 2008

Sky, Berlusconi perde consensi, il Pd la faccia

Nonostante Tremonti abbia rivelato le obiezioni dell'Ue, e l'impegno preso dal Governo Prodi; e nonostante oggi una portavoce della Commissione Ue abbia confermato che la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia sarebbe scattata se le aliquote non fossero state allineate («a questo punto il caso è chiuso»), concordo con quanto scriveva ieri Giuliano Ferrara su Il Foglio.
«Portare via per decreto due terzi degli utili a un editore televisivo che investe e dà lavoro, è qualcosa di molto simile a quanto per anni i dirigisti di ogni colore hanno cercato di infliggere, come punizione divina, alle tv del Cavaliere. E spingere oggi il fornitore di un servizio popolare di largo consumo, che riguarda tanti milioni di famiglie, a tassare gli utenti e contribuenti, è probabilmente una boiata pazzesca».
In un nuovo efficace spot contro l'aumento dell'Iva dal 10 al 20% Sky elenca altri beni "non essenziali" che usufruiscono di un'Iva agevolata al 10 o anche meno. Il problema è che quando si rivendica di aver agito per abolire un "privilegio", i privilegi poi bisognerebbe toglierli tutti, a partire dal quel misero 4% di Iva che paga la Rai sugli "abbonamenti", per proseguire con i quotidiani (non mi pare si possa dire che il Corriere della Sera non sia un'azienda avviata).

Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
«Le sollecitazioni dell'Unione europea perché fosse risolta l'asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere. Ma poi non entrammo mai nel merito».
Altri prodiani, come la Bonino e Visco, dovevano esserne al corrente. Peccato che nessuno abbia pensato di avvisare l'"amico" Walter. Diciamoci la verità, tirando fuori la richiesta dell'Ue e l'impegno di Prodi Berlusconi e Tremonti hanno messo nel sacco un'opposizione allo sbando e giornali che non sanno fare informazione, ma sono solo capaci di fare da megafono alle risse politiche. Ma l'asso nella manica di Tremonti non ha impedito al Cavaliere una brusca caduta nei sondaggi.

Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.

Tuesday, December 02, 2008

Sky, Tremonti cala l'asso nella manica

Tremonti ha messo tutti nel sacco. Con quella punta di perfidia che lo contraddistingue si era tenuto l'asso nella manica e ha atteso che l'opposizione prendesse lo slancio. Nella conferenza stampa di oggi, da Tirana, Berlusconi rideva sotto i baffi: se proprio insiste, la sinistra, riportiamo pure l'Iva al 10%, ma secondo i dettami europei (cioè per tutti, a prescindere dalle tecniche di trasmissione utilizzate, facendo un gran favore a Mediaset, evidentemente).

Eh già, perché il premier conosceva il «blocco di documenti» che avrebbe tirato fuori Tremonti: «Dato un medesimo servizio non puoi avere aliquote segmentate in funzione delle tecniche di trasmissione utilizzate». E' quanto stabilisce l'Unione europea. Dunque, per evitare una procedura di infrazione comunitaria, già il governo precedente, il Governo Prodi, si era impegnato per l'allineamento delle aliquote: «C'è un carteggio tra la Commissione Ue e il Governo Prodi che prevede l'impegno ad allineare le aliquote. L'impegno scadeva in questi giorni». Un carteggio che il ministro ha distribuito ai giornalisti presenti alla conferenza stampa al termine della riunione Ecofin.

Certo, la Commissione chiedeva di allineare le aliquote, quindi si poteva anche decidere di portare tutti al 10%, anziché tutti al 20%. Ma se il governo si fosse azzardato a portare tutti al 10%, c'è da scommettere che l'opposizione avrebbe gridato ancora di più allo scandalo, perché in quel caso il vantaggio per le tv del premier sarebbe stato più evidente.

Ancora una volta spiazzato Veltroni e nel caos il Pd. Erano partiti in quarta, ma ecco che viene fuori che l'impegno era stato preso da Prodi, ed è ragionevole ritenere che forse qualcuno dei prodiani se lo ricordasse, ma ha pensato bene di non avvertire l'inconsapevole Walter.

Rimane però, se non mi sbaglio, l'anomalia della Rai, che gode di un abbonamento obbligatorio (il canone), su cui si applica un'aliquota Iva del 4%. Questo privilegio il governo non si azzarda a toccarlo.

Monday, December 01, 2008

Più tasse su Sky, mossa tafazziana del governo

Come gli italiani difesero Mediaset dalla scure dei referendum del 1995, così si schiereranno dalla parte di Sky oggi che il governo, riportando l'Iva sugli abbonamenti al 20% dall'attuale 10, decide di cancellare lo sgravio fiscale di cui finora hanno goduto la pay tv di Murdoch ma anche milioni di abbonati. I cittadini hanno sete di varietà nell'offerta televisiva. E come hanno dimostrato di gradire le tv commerciali, che negli anni '80 arrivavano a svecchiare l'ingessato monopolio Rai, così oggi apprezzano Sky, che ha portato un'altra ventata d'aria fresca dopo 20 anni di asfittico duopolio Rai-Mediaset nell'analogico.

Come avrebbe reagito Berlusconi se le sue tv fossero state oggetto di un provvedimento così punitivo? Facile rispondere, perché è già accaduto in passato che le sue tv fossero in pericolo e, giustamente, Berlusconi lanciò una campagna di comunicazione che ebbe i suoi effetti. La stessa cosa farà Sky, sebbene il danno non sia certo paragonabile a quello che i referendum avrebbero inferto a Berlusconi nel '95.

E' incredibile che proprio Berlusconi, che conosce bene l'impatto mediatico che può avere la reazione di una tv ferita, sia incappato in questo doppio errore, che non mancherà di ripercuotersi negativamente sull'immagine del governo, che vedrà calare per la prima volta in modo consistente i consensi sul suo operato. E' una decisione doppiamente sbagliata. Innanzitutto, perché aumentare l'Iva (anche se si tratta di riportarla al livello standard del 20%), significa comunque aumentare la pressione fiscale, ed è sbagliato ancor di più oggi che ci troviamo in un periodo di crisi. A pagare il 10% di Iva in più sul loro abbonamento a Sky saranno 4,6 milioni di famiglie. Tra l'altro, essendo un'imposta indiretta, pagheranno tutte allo stesso modo, senza distinzioni di reddito.

Ma è un errore anche dal punto di vista strettamente politico. Non solo Berlusconi ancora una volta presta il fianco alle accuse di conflitto di interessi - un'arma ormai quasi del tutto spuntata nelle mani di un'opposizione priva di credibilità - ma soprattutto smentisce clamorosamente la promessa elettorale enunciata con maggiore enfasi e chiarezza: il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. E invece, si becca 30 spot al giorno di Sky che dimostrano il contrario, il tutto per circa 210 milioni di euro in più che forse finiranno nelle casse dello stato. Né mi pare che questa misura preluda a una risistemazione del sistema radiotelevisivo, culturale o dell'editoria che elimini distorsioni e privilegi.

Infine, è un errore dal punto di vista comunicativo. Nella delicata opera di comunicazione dei contenuti del pacchetto anti-crisi sarebbe stato meglio puntare sulle misure positive (sì, alcune ce ne sono), piuttosto che rischiare di impantanarsi in un provvedimento tutto sommato minore che porta il volto antipatico dell'esattore.

Ed è proprio facendo leva sull'argomento tasse che inizia a reagire Sky. «A partire dal primo gennaio ogni cliente di Sky avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%», ha annunciato in una nota l'azienda, spiegando che «come qualsiasi aumento dell'Iva, è integralmente a carico del consumatore». Dal punto di vista commerciale, sono convinto che non molti abbonati decideranno di disdire il contratto, ma certo tra i possibili nuovi abbonati, quelli che proprio sotto le feste stanno decidendo se sottoscrivere o regalare un abbonamento, potrebbero essere molti quelli indotti a desistere. Ma tra qualche mese Sky metterà a punto nuove offerte in cui si farà carico anch'essa dell'aumento dell'Iva. Insomma, nessuno qui "piange" per Sky.

Ma intanto, il danno è fatto. Sky sta già mettendo in onda uno spot che recita:
«In una fase di crisi economica, i governi lavorano per trovare una soluzione che aumenti la capacità di spesa dei cittadini e sostenga la crescita delle imprese. Il governo italiano ha annunciato invece una misura che va nella direzione opposta: il raddoppio delle tasse sul vostro abbonamento a Sky, dal 10 al 20%. Un aumento delle tasse per 4 milioni e 600 mila famiglie. Questo, anche se durante la scorsa campagna elettorale il governo aveva promesso di non aumentare le tasse alle famiglie italiane».
Uno spot che ricalca il parere rilasciato al Corriere dall'ad italiano di Sky, Tom Mockridge. Intendiamoci: si tratta di una posizione evidentemente interessata. Ricordarlo è come scoprire l'"acqua calda". Ma considerando in modo obiettivo il merito degli argomenti non si possono avere dubbi: sono tutti efficacissimi. Sky difende i suoi interessi, ma è un fatto che per 4 milioni e 600 mila famiglie aumentino le tasse sull'abbonamento. Un bene non essenziale? Forse, ma non voglio arrendermi alla tipica retorica ridistributiva dei governi socialdemocratici: togliamo ai più ricchi per dare ai più poveri. Laddove i profili di questi "ricchi" e "poveri" lasciano sempre troppi dubbi.

Chi legge questo blog sa che non sono un fanatico dell'ambientalismo, ma un'altra misura, di minore impatto, che il governo poteva risparmiarsi, è la decisione di ridurre gli sgravi fiscali per gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni. La spesa per montare pannelli solari, installare doppi vetri o caldaie più efficienti in casa, poteva essere detratta fino al 55% dalla dichiarazione dei redditi. Il governo ha ridotto il tetto al 36%, fino ad un massimo di 48 mila euro da ripartire in 10 rate annuali. Inoltre, la norma è retroattiva, quindi tutti coloro che hanno già avviato i lavori a casa propria confidando nel 55% si dovranno accontentare di una detrazione del 36%, sempre che venga riconosciuta dall'Agenzia delle Entrate dopo un farraginoso iter burocratico. Anche in questo caso una misura che rischia di deprimere, e non di sostenere la domanda, in un settore tra l'altro tra i più dinamici.

Tuesday, October 07, 2008

La Rai si vergogna di "Luther"

Forse non si sarà trattato di un capolavoro, ma "Luther" (2003) era un film che meritava una prima serata nella scialba e triste programmazione analogica delle nostre tv nazionali. E invece la Rai, sabato scorso, ha pensato di sbatterlo neanche in seconda serata, ma in "terza", all'una di notte. Il film - ben fatto e avvincente, anche se confusionario nel riportare il contesto e le dinamiche "politiche" (effettivamente piuttosto complesse) in cui si inseriva la Riforma luterana - equivale più o meno ai "filmissimi" che Canale5 manda in onda di solito di lunedì. Perché nascondere in quel modo "Luther", quando non era affatto un film di cui vergognarsi rispetto a tanti programmi semplicemente raccapriccianti?

Saturday, June 14, 2008

Italia, troppo poco per meritare i Quarti

Ieri sera la nazionale italiana ha giocato senz'altro meglio che nella partita di esordio persa con l'Olanda (che si è dimostrata una grande squadra, battendo anche la Francia per 4 splendidi gol a 1).

Ma gli innesti, seppure positivi (soprattutto Chiellini e De Rossi, ma tranne Perrotta) non sono bastati. La partita è stata a dir poco rocambolesca. Condizionata dall'arbitraggio, perché il gol di Toni era regolare, anche se per la dinamica dell'azione la sua posizione era molto difficile da valutare dal campo. Sarebbe quindi sbagliato recriminare troppo per questo errore arbitrale, anche perché avevamo altri 45 minuti per segnare e l'Italia ha creato tantissime occasioni che soprattutto Toni ha sciupato. Potevamo vincere, dunque, ma anche perdere, se Panucci non ci avesse salvati da un errore clamoroso di Zambrotta e Buffon da un errore dello stesso Panucci.

A questo punto però, soprattutto guardando il secondo tempo, c'è da chiedersi se in questa squadra ci siano troppi ex giocatori (Zambrotta, il lentissimo Pirlo, Gattuso, Camoranesi, solo pallidi ricordi dei giocatori che conoscevamo), oppure se non sia stata completamente sbagliata la preparazione atletica. Perché ieri sera i nostri sembravano aver speso tutto già all'inizio del secondo tempo. Grazie soprattutto a Cassano abbiamo avuto alcune occasioni, ma la maggior parte mi sembravano camminare per il campo sfiniti, nessuno brillante, capace di puntare e saltare l'uomo. Sono mancati i ritmi e le accelerazioni necessari a mettere davvero in difficoltà la difesa rumena.

L'impressione che ho avuto ieri sera quindi è che sia mancata soprattutto la condizione fisica. Rimane una squadra messa male in campo da un ct inesperto (che continua a ignorare Aquilani) e costruita peggio, su un'unica soluzione offensiva: cross e colpo di testa di Toni; cui manca un giocatore da assist e da triangolazioni per gli inserimenti da dietro; Pirlo non ne ha le caratteristiche, perché ormai da anni anche nel Milan parte da dietro, gioca più da regista arretrato e spesso si concede qualche pausa di troppo. Del Piero e Cassano sono due seconde punte e hanno giocato il primo troppo decentrato e il secondo troppo lontano dalla porta avversaria.

Non si può fare a meno di osservare che la Federazione ha sbagliato a non imporsi su Donadoni per fargli accettare i discorsi di Nesta e Totti. Il secondo era comunque infortunato, ma il primo ci sarebbe stato utilissimo. In fondo, a 31 anni, chedevano di essere risparmiati per le partite più importanti e d'altra parte sarebbe stato interesse della nazionale stessa poterli avere in discreta forma anche in vista dei prossimi mondiali. Altri giocatori in passato (basti ricordare Baggio) hanno giocato eccellenti mondiali a 33 anni.

Onore all'Olanda. Ha ottenuto sei punti in due partite umiliando campioni e vice-campioni del mondo. Trovo giusto che contro la Romania Van Basten faccia riposare qualcuno dei suoi in vista delle prossime partite. Italia e Francia, con un punto, non hanno nessun diritto di pretendere che l'Olanda le aiuti laddove da sole non ce l'hanno fatta. Per favore, nessun piagnisteo come quattro anni fa con Svezia-Danimarca.

Adesso non ci resta che la partita con la Francia. Chiediamo soprattutto che ci venga risparmiata la beffa dopo il danno. Forse meriteremo l'esclusione, ma non facciamoci battere dalla Francia, rischiando di regalargli il passaggio del turno. Questo proprio no. Visto il contesto è la peggiore partita che si potesse immaginare. Troveremo due squadre entrambe deluse e rancorose, incattivite. Donadoni esca di scena con onore. E in silenzio.

P.S.: Prosegue lo scandalo delle telecronache Rai, con i soliti errori, le faziosità, e la "chicca" di Bagni, che due minuti prima del gol di Mutu aveva definito deludente la sua prestazione.

Tuesday, June 10, 2008

Azzurri impresentabili, Rai indecente

Dolcissima mi è stata ieri sera la vittoria della liberale Olanda contro la clericale Italia. Donadoni ha presentato in campo una formazione rappresentativa di quell'Italia dove non conta il merito ma contano le relazioni, le clientele. Perdonatemi se la butto in politica. Ma il ct non ha solo sbagliato formazione, che può capitare. Ha tenuto in panchina il centrocampo della Roma che per un soffio non ha vinto lo scudetto, per far giocare tutti e tre i suoi "amichetti" del Milan, una squadra in crisi proprio per il suo centrocampo e solo quinta in campionato. Già non mi andava giù che non giocasse Aquilani. Quando poi, poco prima del fischio d'inizio ho saputo che non giocava neanche De Rossi, forse il miglior centrocampista europeo insieme a Gerrard, ho deciso che avrei tifato per l'Olanda. Provate a mettere sul mercato Aquilani e Ambrosini e poi ne riparliamo.

Cannavaro è insostituibile, ma Donadoni avrebbe dovuto partire con Zambrotta a destra, Grosso a sinistra (come ai mondiali) e Panucci centrale, perché insieme Barzagli e Materazzi non possono proprio giocare. Per le prossime li escluderei entrambi provando Gamberini, che peggio di come ha giocato Barzagli ieri sera non credo che possa giocare. A centrocampo fuori Ambrosini, Gattuso e Camoranesi, che sono cotti. Dentro De Rossi, Aquilani e Perrotta, con Pirlo dietro le punte (Del Piero e Toni). Grosso e Zambrotta a fare le fasce.

Una nota sulle telecronache della Rai, semplicemente scandalose e indecenti, piene di errori tecnici e faziosità. Un commentatore, domenica, arrivava a dire che la Polonia meritava il pareggio contro la Germania, pur non avendo mai tirato in porta. "Fraseggio stucchevole", veniva definita l'azione che avrebbe portato al 2-0 per i tedeschi.

Ieri sera Bagni e Civoli hanno dimostrato di non conoscere il regolamento: non esiste la posizione passiva del difensore. Nei primi minuti hanno emesso sentenze irrispettose su alcuni giocatori olandesi. Engelaar "impresentabile" (avrebbe dominato il centrocampo), Van Nisterlrooy e Van Bronckhorst definiti più o meno esplicitamente "finiti". Van Nisterlrooy incontenibile e Van Bronckhorst avrebbe dominato la fascia sinistra per tutta la partita, avviando e concludendo l'azione del terzo gol. Infine, la chicca: durante il secondo tempo, proprio quando Bagni, riferendosi agli olandesi, azzardava un "non sono abituati a difendere e tutto quello che hanno speso nel primo tempo ora lo pagano, stanno camminando", quelli partivano in contropiede e infilavano Buffon per la terza volta.

Monday, February 18, 2008

Scoppia la grana Di Pietro

Sono trascorsi pochi giorni da quando Veltroni ha annunciato l'apparentamento con L'Italia dei Valori di Di Pietro, derogando in modo discutibile all'impegno di "correre da solo", ed è già scoppiata la prima grana per il segretario del Pd. Oggi infatti Di Pietro ha diffuso il suo programma elettorale, di ben 11 punti.

Le domande sorgono spontanee: quelle di Di Pietro sono proposte a titolo personale? Veltroni le condivide? Quale programma sta sostenendo chi intende votare per Veltroni premier? Domande che si ritenevano superate per sempre con la decisione del Pd di correre da solo ma che inevitabilmente l'alleanza con Di Pietro fa tornare di attualità.

Ma sono soprattutto la legge sul conflitto di interessi, che l'ex pm torna adesso a brandire, e la sua proposta di «intervento radicale» sull'informazione a mettere in difficoltà Veltroni: «Una sola televisione pubblica, senza pubblicità; limitazione della proprietà per i concessionari privati ad una rete; eliminazione dei finanziamenti pubblici all'editoria». Al di là del merito, il rilancio della questione del conflitto di interessi e la proposta di ridurre Mediaset ad una sola rete, procedendo a quello che di fatto sarebbe un esproprio, appaiono intenti punitivi nei confronti del leader dell'opposizione Berlusconi, che rendono vani gli sforzi di Veltroni per condurre una campagna elettorale pacata, civile, rispettosa dell'avversario nella speranza in questo modo di poter conquistare i voti dell'elettorato più moderato e indipendente.

Ma anche voler ridurre la Rai ad una sola rete, senza pubblicità, rischia di far ribellare il partito-Rai, molto ben rappresentato all'interno del Pd e in generale tra gli elettori di centrosinistra. Per non parlare dell'"effetto confusione" provocato dal sovrapporsi, sui programmi, di più voci che in teoria dovrebbero confluire in una sola.

Insomma, con un colpo solo Di Pietro riesce a far perdere voti al Pd sia al centro che a sinistra. Un po' la riedizione degli autogol di Visco e Bertinotti nel 2006.