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Thursday, January 27, 2011

Caso Fini, è ora che Napolitano si muova

L'aspetto che dovrebbe far indignare non è che il centrodestra discuta in Senato il caso Fini, che è da parecchio tempo un caso istituzionale di cui finalmente pare essersi accorto persino il presidente Napolitano, ma che la Procura di Roma non abbia ritenuto né di inoltrare una rogatoria al governo di Saint Lucia, né di sentire non dico il presidente della Camera, ma almeno Giancarlo Tulliani, che per ammissione di Fini ha fatto da intermediatore nella compravendita dell'immobile al centro dell'indagine. E non mi si venga a dire che è irrilevante sapere chi è il vero proprietario dell'abitazione sulla cui vendita grava il sospetto di una truffa.

Eppure, le carte da Saint Lucia sono arrivate lo stesso, ovviamente tramite mani politicamente interessate, ma è davvero incredibile - e autorizza a nutrire più di un sospetto di un'alleanza tra Fini e le toghe - che non le abbia chieste la Procura. Procura che, riferiscono unanimi le cronache dei giornali, qualsiasi cosa dicano quelle carte non è disposta a spostarsi di una virgola dalla richiesta di archiviazione per Fini. Il punto è che, ravvisino o meno il reato i magistrati, gli italiani hanno capito da un pezzo che Fini ha svenduto una casa di lusso di proprietà del suo ex partito al cognato, probabilmente nell'ambito di un giro di immobili tutto in famiglia, così come sanno da tempo che Berlusconi ama organizzare nelle sue ville feste che terminano con spettacolini sexy e "ringraziare" le ragazze con aiuti e regali.

E' dall'aprile scorso che segnalo l'incompatibilità del ruolo politico di Fini con la sua carica istituzionale e puntualmente le scorrettezze predette si sono verificate, anche nella gestione dei lavori parlamentari e persino nella composizione del Copasir, alla faccia di chi alle richieste di dimissioni obiettava "quel che conta è che svolga in modo irreprensibile le sue funzioni". Ebbene, anche questo alibi è caduto e l'interrogativo che mesi fa sollevai (ma a che titolo salirebbe al Quirinale per le consultazioni? Come terza carica dello stato o leader di partito?) oggi si legge sui giornali. E' ora che si dimetta, se non per la promessa fatta agli italiani nel suo videomessaggio, perché non riesce più a garantire l'imparzialità della presidenza della Camera che sia la Costituzione che i regolamenti parlamentari prescrivono, o che Napolitano si decida ad esercitare la sua moral suasion.

Monday, December 13, 2010

Le colombe volano?

Berlusconi nel suo discorso rilancia quel «patto di legislatura» su cui ottenne la fiducia il 29 settembre scorso, accogliendo quella che era stata la richiesta originaria di Fini, a Mirabello, prima del passo ulteriore a Bastia Umbria, la richiesta di dimissioni. Fa appello ai «moderati», dicendosi disponibile a «rinnovare cosa c'è da rinnovare nel programma e nella compagine del governo», richiamando esplicitamente la possibilità di «ricomporre l'alleanza di tutte le forze moderate che oggi ritroviamo, oltre che nella Lega, nel Fli e nell'Udc», citate esplicitamente. Solo su un punto è irremovibile: dimissioni e crisi al buio. Disponibilità anche alla modifica della legge elettorale (di questa legge che proprio Fini e Casini - è bene ricordarlo - avevano imposto nel 2005 come condizione per ripresentarsi alle elezioni alleati con Berlusconi), ma con un solo e condivisibile «limite invalicabile: la difesa del bipolarismo». Perché il cittadino sappia chi è il leader, quali le alleanze di governo e i programmi prima di votare e non dopo aver votato.

Ieri, intanto, la tracotanza ha giocato un brutto scherzo a Fini, le cui uscite "bocchiniane" (e ancora una volta sprezzanti del suo ruolo istituzionale) a "In mezz'ora", la trasmissione di Lucia Annunziata, hanno indotto i moderati del suo gruppo a prendere le distanze.

Tempo fa aveva promesso che si sarebbe dimesso, se il "cognato" fosse risultato il vero proprietario della casa di Montecarlo. Pare essere rimasto solo lui a non essersene accorto, mentre è ancora in attesa che venga accolta la richiesta di archiviazione dell'inchiesta che lo vede ancora indagato per truffa (archiviazione ad orologeria?). Ora promette di dimettersi se alla Camera Berlusconi riconquisterà la fiducia con dieci voti di scarto. Annotiamo.

Ma quel che più conta è che Fini ha rotto gli indugi e annunciato chiaro e tondo che comunque vada a finire il voto del 14, Fli dal giorno dopo sarà all'opposizione (in compagnia di Casini, Bersani, Di Pietro e Vendola); si lascia andare ad un attacco al premier sulle vicende giudiziarie degno di Di Pietro e Bersani (resta a Palazzo Chigi solo per usufruire del legittimo impedimento) e si esprime in anticipo sulla volontà dell'aula che presiede (prevedendo la sfiducia al governo).

Se al Senato Berlusconi otterrà senza problemi la fiducia, alla Camera i numeri continuano ad essere incerti, seppure pare sia di poco in vantaggio. Se una fiducia risicata non basta certo a governare, il suo significato politico non è tuttavia trascurabile: non ci sono i numeri per altre maggioranze diverse da quella uscita dalle elezioni del 2008, come vorrebbero Fini e Casini. Quindi, o l'attuale governo riesce a rafforzarsi numericamente dopo il 14 (improbabile); o si torna alle urne (molto probabile). E anche secondo gli osservatori non certo berlusconiani le alternative paiono francamente «incredibili». Condivisibile quasi al 100% il solito Luca Ricolfi, che su La Stampa punta il dito laddove «l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza».

In queste ore sembra Fini nelle condizioni di dover recuperare qualche voto e dal suo studio di Montecitorio continua imperterrito nella campagna acquisti. Considerando l'astensione certa dei due deputati dell'Svp Brugger e Zeller, e quella dello stesso Fini (a meno che non osi l'ennesimo strappo istituzionale), nonché le assenze giustificate delle tre deputate in gravidanza Bongiorno, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), i votanti dovrebbero essere 624. E quindi l'asticella minima per la fiducia a 313. Attualmente Berlusconi dovrebbe poter contare, oltre che su Pdl e Lega (294), su Noi Sud (12) e su altri 7 voti (Nucara, Pionati, Grassano, Calearo, Cesario, Scilipoti e Catone), arrivando proprio a 313. Incerti però sono Guzzanti e 2-3 di Fli, sulle posizioni di Moffa (stasera il summit decisivo dei finiani). I radicali, pur con tutti i distinguo e le manfrine pannelliane, credo che alla fine voteranno compatti la sfiducia. Così come faranno disciplinatamente i deputati Pd, seppure con la tremarella e levando sottovoce il coro "Sil-vio! Sil-vio! Sil-vio!".

Wednesday, November 10, 2010

Tutto questo un giorno sarà mio

Tutto come previsto, è guerriglia, e ieri ha centrato una delle roccaforti di successo del programma di governo: la politica dei respingimenti. Nonostante il premier abbia accettato anche esplicitamente l'idea di un nuovo patto di legislatura e riconosciuto Fli come terza forza autonoma del centrodestra, non chiudendo ad una presente e futura alleanza, e nonostante sia cessata la campagna sulla casa di Montecarlo (anche se Fini risulta ancora indagato, dal momento che il gip tarda ad accogliere la richiesta di archiviazione), non basta più. Il logoramento - ne eravamo certi - non è cessato e i finiani alzano sempre più il tiro nella speranza di costringere Berlusconi alla resa senza l'imbarazzo di dover votare insieme alla sinistra una sfiducia palese in Parlamento.

Da tempi non sospetti lo ripeto su questo blog: il sogno di Fini è tornare allo schema della Cdl, ripristinare la rendita di posizione e il potere di interdizione di cui, da leader di partito, godeva allora, insieme all'Udc di Casini, ma inevitabilmente sfumati con la nascita del partito unico, a cui ha aderito non per convinzione ma per necessità politiche contingenti. Chi ritiene ragionevole la prospettiva di un ritorno a quel centrodestra, passando per le dimissioni di Berlusconi, nell'illusione di salvare il governo e arrivare al 2013, dovrebbe ricordarsi quanto il «colpo d'ala» di questi giorni somigli alla «discontinuità» di allora. Il rimpastone di allora, con la cacciata e la goffa richiamata di Tremonti, rilanciò l'azione di governo o la paralizzò del tutto sotto i veti incrociati degli alleati, che puntavano né più né meno a cuocere Berlusconi a fuoco lento? Allora come oggi si pretese una nuova legge elettorale, con gli esiti che tutti conosciamo. E qualcuno ha persino il coraggio di imbellettare questo ritorno alla vecchia Cdl con la necessità di «aggiornare culturalmente il centrodestra».

E' solo all'interno di questo schema, alla guida di un partito tutto suo fortemente condizionante, che Fini ritiene di avere qualche chance di conquistare la leadership del centrodestra. Dietro la richiesta di crisi "pilotata" (ennesima anomalia di un presidente della Camera che crede così poco nella centralità del Parlamento da proporre una crisi extraparlamentare), di rimpastone (con allargamento all'Udc) e di revisione dell'agenda di governo in nome del "bene" del Paese, c'è l'unica cosa che interessi davvero a Gianfranco Fini: avere la garanzia di essere il candidato premier del centrodestra nel 2013. Non vuole giocarsi apertamente la successione, vuole averla garantita come un'eredità, e in data certa. Quando ha aperto il fuoco, lo scorso aprile, lo ha fatto perché si sentiva - non a torto - retrocesso nelle seconde e terze linee per la successione.

Ma Fini candidato premier, ed eventualmente Berlusconi al Quirinale, è un accordo che nessuno dei due può garantire all'altro. Semplicemente perché non è così che funziona, anche se Fini, da residuo della Prima Repubblica, sembra non averlo ancora capito: checché se ne dica, non siamo in una monarchia o in dittatura, altri possono ambire legittimamente alla leadership del centrodestra e un'eventuale successione designata dallo stesso Berlusconi potrebbe funzionare solo se politicamente fondata, il che equivale a dire che il premier non può garantirla a prescindere dai rapporti di forza e dagli equilibri politici. E ammesso che a Berlusconi interessi il Quirinale, non potrebbe comunque fidarsi di Fini per arrivarci. Detto questo, se fosse conclamato che nel 2013 Berlusconi lascia a favore di Fini, il Cav. perderebbe immediatamente, un minuto dopo, ogni autorevolezza presso i suoi stessi ministri, i suoi parlamentari, le parti sociali, perché nessuno di questi soggetti metterebbe le sue sorti e i suoi obiettivi politici nelle mani di un premier a scadenza. E' un principio "fisico" della politica valido ad ogni latitudine. Se annunci la data del passaggio di consegne, di fatto perdi il potere dal giorno dopo l'annuncio. E' sacrosanto che la leadership sia contendibile, ma in modo trasparente e passando per il giudizio degli elettori, non con manovre di palazzo.

Come si vede, dunque, l'obiettivo di Fini è in un modo o nell'altro l'abbattimento di Berlusconi evitando le urne, ma c'è ancora chi, come Giuliano Ferrara, per non ammettere di aver visto male finge di credere che con «un po' di cinismo, con l'aggiunta di un'anticchia di professionismo politico» da parte di Berlusconi e dei suoi consiglieri le escandescenze finiane si sarebbero potute ridimensionare a normale «dialettica interna» al Pdl. Le pretese di Fini di questi giorni dimostrano il contrario. La presunta "cacciata" non fu che un pretesto generosamente concesso, l'uscita dal Pdl e la nascita di una formazione tutta sua erano passi irrinunciabili e pianificati da tempo. Non dobbiamo dimenticarci quando è iniziata la resa dei conti. Nonostante l'approccio sostanzialmente immobilista del governo riguardo le riforme strutturali durante la crisi, paradossalmente è dalle elezioni regionali di quest'anno, vinte in modo schiacciante ma del tutto inatteso da Berlusconi, che ci troviamo in uno stato di paralisi totale in Parlamento. Eppure, il Berlusconi che usciva vincitore da quella prova elettorale sembrava consapevole del suo "momentum" favorevole per dare una spinta all'azione di governo. Ma proprio in quel momento Fini, che - ancora una volta sbagliando i suoi conti - aveva puntato sulla sconfitta del centrodestra, dà inizio alla sua escalation, convinto di essere all'ultima spiaggia. Non perché fosse in crisi la politica del Pdl e del governo, promossa per tre volte in tre anni dagli elettori, ma perché a rischio le sue ambizioni personali.

Tuesday, November 02, 2010

Procure scatenate e gioco di squadra

Milano di nuovo all'attacco, Palermo che scalda i motori su un "giro di escort". Ed è sintomatico che sul caso Ruby si sia avventata la toga super-rossa Boccassini, che coordina la Dda (antimafia) del capoluogo lombardo, ma evidentemente trova il tempo (interrogatori anche il giorno di Ognissanti) di occuparsi di minori e prostituzione. Ma sintomatico del suo movente politico è soprattutto come è arrivata a mettere le mani sull'inchiesta: il reato ipotizzato nel fascicolo - favoreggiamento della prostituzione minorile - esula infatti dall'antimafia. Ma il pm assegnatario del fascicolo dal 2009 è stato promosso - guarda caso solo pochi giorni fa, il 28 ottobre - al pool antimafia, e la regola a Milano vuole che i pm che cambiano dipartimento portino con sé le loro inchieste, e che a sovrintenderle sia, dunque, il nuovo capo.

Il caso Ruby è molto poco chiaro, ma trapelano i tipici contorni del caso gonfiato ad arte per essere mediatizzato e usato politicamente. Inutile addentrarsi nei meandri dell'inchiesta, a partire dal fermo della ragazza, sembra per furto (accusa però formalizzata solo pochi giorni fa, e secondo alcuni mai), anche se ha rischiato di essere spedita in comunità in quanto minorenne senza documenti. Sul premier non c'è l'ombra di un reato, e questa volta, diversamente dal caso Noemi, nessuno lo accusa esplicitamente di un rapporto sessuale con una minorenne (dal momento che Ruby ha subito smentito), e nonostante la sua telefonata alla questura il caso Ruby venne trattato nel rispetto delle procedure, come conferma lo stesso procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, certo non un "berlusconiano". Lo scopo, però, mediaticamente parlando è già raggiunto: alludere e "mascariare".

Come già accaduto diverse volte, tutto sembra destinato a sgonfiarsi e a rivelarsi per quello che è: un caso puramente mediatico per armare il grilletto di Fini, in quello che sembra un perfetto gioco di squadra, tacito o meno importa poco, con le procure. "Dài, Gianfranco, cosa ti serve ancora per battere questo calcio di rigore?" Peccato che una volta segnato il gol, coloro lo hanno spinto sul dischetto saranno gli stessi che lo relegheranno in panchina.

Sia pure effimero dal punto di vista giudiziario, non è detto quindi che il caso sia privo di conseguenze politiche, dal logoramento ulteriore alla caduta del governo. Ancora una volta, infatti, Fini ha scelto di cavalcare la vicenda. Con gran faccia tosta chiede le dimissioni del premier, pur essendo a sua volta in una condizione non irreprensibile, per aver introdotto in Rai la sua personale parentopoli, e visto che nelle stesse carte con le quali i giudici romani chiedono per lui l'archiviazione sul caso Montecarlo, si rileva tuttavia che sotto il contratto d'affitto le firme del locatore e del locatario «appaiono identiche» e Fini stesso aveva promesso di dimettersi se fosse stato dimostrato che il cognato è il vero proprietario dell'immobile.
«Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture "locatore" e "locatario" due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto».
Il gioco è fin troppo scoperto: prima si aziona la macchina del fango, poi si accusa il premier di non volersi occupare dei problemi "reali" della gente. Ma se le sorti politiche del Paese sembrano dipendere da una minorenne marocchina, è difficile credere che sia per uno strano impulso di Berlusconi ad autosputtanarsi. I finiani invocano l'apertura di una nuova fase ma al contempo la sabotano, spalleggiati dalle, anzi spalleggiando le procure.

Ed è significativo che i nuovi siluri mediatico-giudiziari siano stati lanciati proprio nel momento in cui il governo tentava di rilanciare la propria azione, e tentava di puntellare, a partire dalla giustizia, la fragile tregua con i finiani. Ma Fini ha subito colto la palla al balzo per romperla, a dimostrazione che non ci sbagliavamo nel reputare il logoramento e l'abbattimento del Cav. l'unico reale obiettivo di Fini, e quindi impossibile qualsiasi compromesso, o modus vivendi tra i due - come invece sostenevano molte "colombe" intorno al premier, Il Foglio tra questi.

Né è un caso che accerchiamento giudiziario e macchina del fango si siano rimessi in moto non appena si è cominciato a mettere nero su bianco la riforma della giustizia. Se vivessimo in un Paese normale, ci si chiederebbe come mai certe procure non si fanno mai venire qualche sospetto prima di dare credito alle accuse dei mafiosi contro i poliziotti che li hanno arrestati (il maresciallo Lombardo, il tenente Canale, il colonnello Meli, il generale Mori: tutti assolti); se vivessimo in un Paese normale, ci si chiederebbe se i fallimenti continui e clamorosi di certe procure, perse in una perenne quanto sterile caccia al fantomatico "livello politico" (che prima faceva rima con Andreotti e dal 1994 fa rima con Berlusconi), non favoriscano oggettivamente la mafia. Se vivessimo in un Paese normale, su tutto questo, sul perché certe procure sembrano un po' troppo "vittime" dei depistaggi politici dei pentiti, si aprirebbe davvero una commissione parlamentare d'inchiesta.

I giornali sentono per l'ennesima volta l'odore del "sangue" politico di Berlusconi, zaffate che arrivano fin dentro i palazzi romani. E' possibile che Berlusconi cada, ma primo, i finiani dovranno votargli contro in Parlamento assumendosene la responsabilità; secondo, il caso Ruby prima o poi si smonterà; terzo, sia nel caso di ribaltone, che di elezioni anticipate, battere il Cav. nelle urne sarà molto più dura che "abbatterlo".

UPDATE
La versione di Ruby al settimanale Oggi: nessuno sapeva che fosse minorenne; una sola volta dal premier, ma niente sesso, "solo" un regalo di 7 mila euro; il "bunga bunga"? solo la vecchia barzelletta; quando Berlusconi ha saputo che era minorenne, «mi ha detto che non voleva più sentirmi»; uscita dalla questura, Berlusconi «mi ha detto che non voleva più vedermi»; da quel 27 maggio interrogata dai pm per ben 23 volte (!), non sul presunto furto ma «solo su Silvio». Uno zelo degno di miglior causa.

Cosa aspetta Fini?

Non a far cadere Berlusconi, ma a dimettersi, come aveva lui stesso promesso. Non solo per il ministro della Giustizia di Saint Lucia, ma pare che anche secondo la Procura di Roma sia Giancarlo Tulliani il vero proprietario dell'appartamento monegasco venduto da Fini, come amministratore dei beni dell'ex An, a una società off shore. Sotto il contratto d'affitto, rilevano infatti i magistrati, le firme del locatore e del locatario «appaiono identiche». Eppure, quando lo scorso 18 settembre era venuta fuori la questione delle firme identiche, la Procura aveva precisato che non si trattava del contratto d'affitto, ma solo del documento di registrazione dell'affitto. Invece, al gip hanno scritto quanto segue:
«Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture "locatore" e "locatario" due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto».
(la Procura di Roma nella richiesta di archiviazione)
«Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera».
(Gianfranco Fini nel videomessaggio del 25 settembre)
Ancora non basta quanto emerso?

Wednesday, October 27, 2010

C'è chi esce (forse) e chi rientra nel tritacarne

Archiviazione stra-annunciata quella della Procura di Roma riguardo l'ipotesi di truffa che oggi veniamo a sapere a carico di Fini e del senatore Pontone. Dunque, non ci sono profili penalmente rilevanti nella vendita della casa a Montecarlo di proprietà dell'ex An, anche se i pm semplicemente rinviano le «doglianze» dalla sede penale a quella civile (penale esclusa solo perché, pare di capire, sui partiti la Costituzione è rimasta inattuata e non si tratta di associazioni riconosciute). Non ho elementi per valutare sotto il profilo strettamente giuridico la decisione della procura, ma è un'archiviazione che certo rafforza ulteriormente il sospetto che la forte connotazione legalitaria, e da baluardo politico della magistratura, assunta da Fini e dal suo movimento - in un crescendo dalla primavera scorsa in poi e ostentata in questi giorni in cui è stata avviata la discussione sul Lodo Alfano e sulla riforma complessiva della giustizia - abbia fruttato. La Procura non ha ritenuto di sentire, neanche come persona informata sui fatti, l'attuale inquilino dell'appartamento, il "cognato" di Fini, che secondo ben più di qualche indiscrezione sarebbe il reale acquirente nascosto dietro due società off shore; non si è affacciata neanche dalle parti di Saint Lucia, il paradiso fiscale dove hanno sede entrambe le società off shore formalmente acquirenti, una dopo l'altra a stretto giro, dell'immobile. E oggi chiede un po' frettolosamente l'archiviazione, nonostante la perizia arrivata da Montecarlo indicasse un valore di mercato nel 2008 tre volte e più superiore a quello effettivo di vendita.

Considerando, poi, che in Italia il segreto istruttorio è un autentico colabrodo, non può che suscitare un certo stupore che in questo caso - a memoria d'uomo l'unico caso di un politico del livello di Fini - il segreto abbia tenuto, persino sull'iscrizione sul registro degli indagati. Interi verbali di interrogatorio, pagine di intercettazioni, persino i file audio, vengono pubblicati sui giornali e sui siti internet, e di Fini non si viene a sapere neanche che è stato formalmente indagato. Siamo contenti per lui, evidentemente oggi l'unico in Italia a godere dei diritti che spetterebbero a qualunque cittadino sotto indagine, persino ai Misseri.

Ammesso e non concesso che la Procura di Roma abbia ben operato, in questa vicenda rimane il caso politico e l'interesse giornalistico. Il sospetto, più che fondato alla luce non di chissà quale dossier, ma di solide notizie emerse in questi mesi, è che Fini abbia "regalato" al cognato una casa che apparteneva al suo ex partito, vendendola a 300 mila euro quando ne valeva ad esser cauti circa 1 milione. Nessuna truffa, forse, ma certo non un comportamento esemplare per un leader politico attualmente terza carica dello Stato.

Berlusconi, intanto, con l'avvicinarsi della sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, sta finendo di nuovo nel tritacarne giudiziario. Ma quello che più dovrebbe preoccuparlo è il tritacarne politico. E' ormai evidente che Fini non è interessato (alcuni dei suoi forse sì) a trovare un modus vivendi all'interno della maggioranza, ma solo a procedere di logoramento in logoramento, alzando ogni volta l'asticella. Accettare trattative al ribasso su ogni virgola, subire il ruolo di "terza gamba" di Fli, ha inoltre attizzato malumori che stanno deflagrando nel Pdl: vedendo Fini che riesce a ricattare e a ottenere molto più dall'esterno di quanto si riesca all'interno, molti - individualmente e in gruppo - sono tentati di dar vita a "quarte" e "quinte gambe", e comunque cominciano a ragionare e a far calcoli all'interno di uno schema di dissolvimento del partito e dell'attuale maggioranza.

Se continua così, Berlusconi arriverà spossato alle amministrative e ciò che i suoi elettori non gli perdoneranno è di essersi lasciato governare dagli eventi e dagli avversari, l'aver lasciato il Paese allo sbando per mesi. Se non è in grado di governare e di realizzare le riforme promesse, tanto vale votare. Per come stanno ad oggi le cose, piuttosto che vivacchiare, piuttosto che la palude degli ultimi sei mesi, al premier conviene persino subire il ribaltone.

Thursday, October 14, 2010

Promotional tour di Fini (con i soldi della Camera)

Il Pdl ha tenuto fede all'impegno preso sui rinnovi delle presidenze delle commissioni, accettando la conferma della Bongiorno nella delicatissima postazione alla guida della Commissione Giustizia della Camera e, di fatto, accettando il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione. Adesso Fli garantirà un rispetto altrettanto leale, e integrale, del programma di governo? Sulla giustizia, i punti della riforma sono noti e al di là dell'annoso problema dell'eccessiva durata dei processi, di recente ricordato dal presidente Napolitano, sia il rafforzamento della distinzione tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, in attuazione dei principi del giusto processo, sia il rafforzamento della responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati, e persino la limitazione dell'uso e il divieto di pubblicazione delle intercettazioni, fanno parte del programma del Pdl presentato agli elettori nel 2008. Dunque, «punitivo» o no nei confronti delle toghe, niente storie! I finiani hanno sempre giurato di voler tener fede a quel programma.

Eppure, che sia tacita o meno, l'alleanza tra Fini e le toghe per far fuori il governo Berlusconi, o comunque per impedirgli di toccare alcunché dei privilegi e del potere politico della casta, mi sembra emergere chiaramente dalle sue parole e dai suoi comportamenti, nonché dallo scarso zelo, se non dall'attenzione nulla dedicata dai magistrati a vicende poco trasparenti che lo riguardano. Tra qualche mese, alla luce del comportamento di Fli sulle riforme, ne avremo conferma o smentita. Permangono quindi forti dubbi sulle reali intenzioni di Fini, che evoca il tema della giustizia come causa di una possibile crisi di governo; che usa le sue prerogative di presidente della Camera per spingere in avanti, in parallelo, la discussione sulle modifiche alla legge elettorale, con la minaccia appena velata di dar vita a governi "tecnici" con una maggioranza diversa; e che ora annuncia ai suoi la politica delle «mani libere», delle «alleanze variabili», alle prossime amministrative, esattamente come l'Udc di Casini.

Il 20 ottobre, inoltre, sarà a Londra per una visita ufficiale, prima tappa di un tour nelle principali capitali europee. Poi sarà la volta di Berlino e Parigi. Almeno è quanto anticipano, senza smentite finora, alcuni quotidiani. Formalmente in veste di presidente della Camera, ma non sfugge come in realtà - con i soldi della Camera dei deputati, e soprattutto sfruttando il prestigio della carica che ricopre e le numerose occasioni di udienza che garantisce - per Gianfranco Fini si tratterà di accreditarsi all'estero come leader di un centrodestra diverso e alternativo rispetto a quello berlusconiano, di presentarsi come avversario, se non nemico, di Berlusconi, di spiegare le sue intenzioni. Insomma, di farsi pubblicità. L'accreditamento internazionale - ancora una volta sfruttando a fini personali risorse e rilievo istituzionale garantiti dal podio di Montecitorio - come parte della strategia comunicativa per il lancio del suo movimento.

P.S.: Intanto, Fini e i suoi brindano perché le autorità di Montecarlo giudicano il valore catastale (catastale!) dell'appartamento del cognato dichiarato nel 1999 (1999!), cioè all'atto del passaggio di proprietà dalla defunta contessa Colleoni all'ex An, "congruo" per l'epoca (1999, non 2008, dunque). Valore, tra l'altro, ai soli fini catastali, e non di mercato. E tutti gli italiani sanno bene cosa significhi. Può ben darsi che la Procura di Roma archivi tutto (e d'altronde ha dimostrato già uno scarsissimo zelo sulla vicenda, non ritenendo neanche di ascoltare il cognato), ma Fini non riuscirà a convincere nessuno che sia "congruo" anche il prezzo di vendita nel 2008, solo del 10% superiore al valore catastale dichiarato ben nove anni prima e a sei anni trascorsi dal passaggio all'euro, che tutti sappiamo bene cosa abbia significato per i prezzi degli immobili. A ben vedere, le carte arrivate da Montecarlo dimostrano esattamente il contrario: e cioè che vendere a 300 mila euro un immobile il cui valore catastale nove anni prima (e tre anni prima del passaggio all'euro!) era di 270 mila euro è semplicemente ridicolo, un regalo.

Monday, September 27, 2010

Con la coda fra le gambe

Con il video di sabato Gianfranco Fini cambia la sua linea di difesa. Abbandona la spavalderia (quando la verità sarà accertata, vedrete che «ci sarà da ridere», rispondeva in modo sprezzante alle accuse da Mentana), ammette «forse una leggerezza» sul prezzo di vendita della casa di Montecarlo (solo 300 mila euro) e «una certa ingenuità» nell'averla venduta a una società off-shore di cui dice di non conoscere i titolari. E sulla proprietà dell'appartamento si limita a dire che il "cognato", Giancarlo Tulliani, «ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato», di esserne il proprietario, ma ha fatto capire di non credergli neanche lui. «Dubbi» e «sospetti» restano allo stesso presidente della Camera, tanto da indurlo a promettere che «se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera».

E' la frase chiave e, politicamente, chiede a Berlusconi una tregua, fa capire di essere pronto a darsi una calmata. Così Fini cerca, in extremis, di rimanere aggrappato al suo posto alla presidenza di Montecitorio. Ma forse è troppo tardi. Colto con le mani nella marmellata, è una linea che avrebbe dovuto assumere fin dall'inizio: ammettere qualche «leggerezza», scaricare il "cognato" per aver tradito la sua «buona fede», costringendolo ad abbandonare fulmineamente l'appartamento di Montecarlo (cosa che il presidente della Camera non è ancora riuscito a ottenere). Se non è in grado neanche lui di rivelare chi c'è - o c'era - dietro le società off shore a cui ha venduto, né di smentire che Tulliani sia (o sia stato!) il vero proprietario dell'appartamento, allora non ha alcun senso accusare chicchessia di «dossieraggio», falsità, montature, eccetera.

Friday, September 24, 2010

Alle comiche finiane/2

Lasciatemi dire, la ricostruzione di Bocchino ad Annozero, con tanto di agenti italiani, libici e russi, tutti a Saint Lucia a cercare di incastrare Fini, con l'aiuto di un certo Lavitola, e di un'agenzia di stampa, Il Velino, e gli articoli di oggi della Sarzanini e del "commissario Davanzoni" (che tra l'altro indicano in Capezzone il «proprietario» del Velino, mentre ha venduto la quota - di minoranza - che aveva, la primavera scorsa, e sarebbe stato facile accertarlo); ebbene, tutta questa ricostruzione (che Bordin questa mattina ha sintetizzato magnificamente «a metà tra un romanzo di Ken Follett e un film della Pantera rosa») mi conferma, almeno personalmente, che i finiani stanno alla frutta, alla disperazione. Brancolano nel buio. Se pensano che dietro alla presunta patacca ci sia "Il Velino", Vittorugo Mangiavillani, allora sono alla frutta. Ci sarà da ridere, diceva Fini da Mentana. No, caro presidente, già stiamo ridendo.

E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.

In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".

UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
«Le colleghe e i colleghi che hanno avuto l'amabile sensibilità di coinvolgermi, a prescindere, nello scontro fra Italo Bocchino e i giornali che da mesi indagano sulla vicenda legata alla casa di Montecarlo, dovrebbero indicarmi tempi e luoghi nei quali si sarebbe consumata la mia "amicizia" con il signor Pio Pompa. E ciò perché come ben sa anche qualche brillante signora, gaia frequentatrice di "certi ambienti", chi trova "certi amici" trova un tesoro e un'ottima tribuna dalla quale propalare affari e notizie preconfezionate».
UPDATE ore 18:44 - St. Lucia ha confermato ufficialmente l'autenticità del documento. Domani Fini esporrà in un video la sua verità. A prescindere dal merito del caso Montecarlo e dalle dimissioni (che io continuo a ritenere doverose per l'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica di presidente della Camera), a questo punto però Fini e finiani almeno una cosa dovrebbero farla: chiedere scusa ai giornalisti, ai servizi e a Berlusconi per le accuse di "dossieraggio". Solo questo, almeno questo. E forse qualcuno dovrebbe scusarsi anche con St. Lucia, su cui è stata fatta fin troppa ironia. Non conosco questa piccola isola caraibica, ma dai minimi indicatori istituzionali ed economici non mi pare un "Bananas" qualsiasi. Certo, se poi la teoria è "Berlusconi tanto si compra tutti", allora si può sostenere davvero di tutto...

Monday, August 09, 2010

Una Repubblica fondata sul doppiopesismo

Non più solo i giornali di centrodestra. Ormai l'inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An e in cui ora abita in affitto il "cognato" di Fini, dopo essere stata ceduta ad una società offshore con sede ai caraibi, viene rilanciata da tutti i media, dopo giorni di riluttanza (in altri casi viene adottata ben altra solerzia). Dopo la richiesta di spiegazioni da parte del Corriere, Fini - che non sentiva affatto di doverne dare - si è dovuto piegare, ma la sua nota in 8 punti non ha convinto nessuno. Anzi, appare a tratti "suicida". Fini fornisce una stima del valore dell'appartamento (450 milioni di lire) che risale a prima dell'adozione dell'euro, mentre è stato venduto nel 2008 e tutti sanno che i prezzi nel frattempo sono più che raddoppiati. Vorrebbe convincerci che 70mila euro in più rispetto a una valutazione in lire di 8 anni prima sono un affare? A Fini non risultano «proposte formali di acquisto». Forse formali no, ma tutti sanno che la proposta formale, cioè con tanto di anticipo, arriva di fatto a trattativa conclusa. Ancora più sospetto il ruolo di Giancarlo Tulliani che emerge dai chiarimenti di Fini: fa da "mediatore" per la vendita della casa di cui poi diventerà l'inquilino. «In 41 giorni - riassume dunque il Giornale - la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell'appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come "mediatore", e quest'ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo "formale"». Per non parlare dell'ultimo punto, l'affitto al "cognato" a sua insaputa, degno del miglior Scajola.

Non si tratterà di «soldi o beni pubblici», come si premura di precisare Fini nella sua nota, ma in questo modo dimostra di avere del partito un'idea "privatistica", piuttosto simile a quella che rimprovera a Berlusconi. L'aspetto più discutibile della vicenda non sta nell'aver favorito il "cognato". Stiamo parlando della vendita di un immobile a una società offshore a rischio riciclaggio e di almeno un milione di euro che manca rispetto al suo valore. Denaro che presumibilmente qualcuno, in qualche forma, evadendo il fisco, ha intascato, o fatto sparire nelle varie transazioni. Inoltre, Fini parte all'attacco: «Non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Una manifesta falsità. Non li avrà definiti «comunisti», ma ricordiamo bene la sua reazione quando non più di quattro anni fa il suo ex portavoce, Salvo Sottile, fu coinvolto dell'inchiesta "Vallettopoli": gridò al complotto contro An e se la prese con i magistrati «fantasiosi», che «in un Paese normale avrebbero già cambiato mestiere», denunciando tra l'altro il «linciaggio mediatico» a mezzo intercettazioni.

Registriamo dunque che si chiama libertà di stampa, "bellezza", se oggetto degli attacchi dei giornali è Berlusconi, o qualcuno dei suoi ministri e sottosegretari, raggiunti a colpi di veline giudiziarie, verbali, intercettazioni, gossip, pentiti e teoremi vari; si chiama "dossieraggio", squadrismo, o «fabbrica del fango», se sono gli avversari del Cav. a incappare in qualche campagna di stampa negativa. E condivisibile o meno, la campagna del Giornale non è in combutta con qualche Procura, da cui certi quotidiani si fanno volentieri usare. Come fa notare oggi Feltri, «purtroppo ogni notizia dobbiamo sudarcela, perché a noi la magistratura non fa confidenze né ci regala verbali più o meno piccanti. Quel poco che abbiamo, di solito, lo procurano lavorando sodo e bene i nostri cronisti specializzati». Berlusconi è stato messo alla gogna per una telefonata con Saccà, mentre Fini non ha neanche dovuto smentire l'articolo di Bechis sulle sue pressioni sul dirigente Rai (quota An) Paglia per favorire Tulliani.

Per uno che si erge - dopo essere stato alleato del plurinquisito e rinviato a giudizio Berlusconi per 15 anni - a campione della legalità, della "questione morale", e secondo cui né Cesare né la moglie di Cesare dovrebbero essere nemmeno sfiorati da un sospetto, ce ne sarebbe di che riflettere. Ma non saremo certo noi a chiedere le dimissioni del presidente Fini per quelle che fino ad ora sono solo illazioni della stampa "nemica". Sappiamo di non poterci aspettare un comportamento coerente con l'intransigenza e gli standard "etici" che applica agli altri (basti ricordare il trattamento riservato, solo pochi giorni fa, dal suo neonato gruppo parlamentare al sottosegretario Caliendo, coinvolto nell'inchiesta più farlocca della storia su una fantomatica "P3").

Le dimissioni le chiederemmo piuttosto per il modo oltraggioso e anticostituzionale in cui Fini sta interpretando la sua carica. Mai nessun presidente della Camera aveva dato vita a propri gruppi parlamentari con lo scopo conclamato di "guerreggiare" contro il presidente del Consiglio. Non contento, Fini non si è limitato a promuovere il suo gruppo. Detta la linea da tenere sulle votazioni e le dichiarazioni da rilasciare, persino durante le sedute; indica i suoi capigruppo alla Camera e al Senato; contro la volontà dei gruppi di maggioranza dà il via libera a ordini del giorno funzionali al suo disegno politico. Non può essere sfiduciato, è vero, ma se i gruppi di maggioranza non si sentono più garantiti - a ragione, visto che cominciano a subire calendarizzazioni "di minoranza" - un problema politico esiste e dovrebbe essere sua sensibilità istituzionale prenderne atto. Provate un istante a immaginare cosa sarebbe accaduto se la presidente Iotti, o Napolitano, avessero costituito propri gruppi parlamentari distinti da quello del Pci-Pds. Inimmaginabile, non è vero?

Ma i custodi della Costituzione tacciono. Tutto è lecito quando si tratta di buttar giù Berlusconi e hanno trovato in Fini un promettente arnese, la Kerkaporta del Pdl, riprendendo una felice metafora di Giampaolo Rossi:
«In questi lunghi mesi di assedio alla cittadella berlusconiana, bombardata dai poteri forti, assaltata dalle macchinose torri d'assedio giudiziarie, aggredita dalle urla mediatiche dei mercenari dell'informazione, Gianfranco Fini è stato la Kerkaporta del Pdl: il varco attraverso il quale un esercito attaccante ormai demotivato, infiacchito dalla inaspettata resistenza degli assediati e ormai pronto a levare le tende, ha sperato improvvisamente di penetrare nel cuore della città. Fini ha rischiato di rappresentare la piccola tessera di casualità che spesso completa il mosaico della storia. Zweig racconta lo stupore del piccolo drappello di giannizzeri nel trovare la porta aperta che conduceva al centro di Bisanzio. Lo stesso stupore che ha accompagnato il tifo da stadio che l'intellighenzia progressista ha fatto in questi mesi per Gianfranco Fini e la sua improbabile armata di politici senza voti e intellettuali senza idee. In nessun paese normale un leader che si definisce di destra è così coccolato, corteggiato e adulato dalla sinistra, e solo questo dovrebbe far riflettere chi ha continuato, da destra, a pensare che la Kerkaporta finiana non esistesse. Il danno che Fini ha prodotto nel centrodestra in questi mesi è incalcolabile...»