Pagine

Showing posts with label feltri. Show all posts
Showing posts with label feltri. Show all posts

Friday, October 08, 2010

"Secondo te chi c'è dietro Fini?"

Si tratta di alcuni passaggi estratti dall'audio di una conversazione telefonica tra Nicola Porro e il portavoce della Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, pubblicato sul sito del Fatto quotidiano. Non è la trascrizione integrale della telefonata (che dura più di 12 minuti), e nulla di penalmente rilevante ovviamente, un normale scambio di vedute, un po' dietrologico e cifrato, tra un giornalista e un portavoce, ma alcuni spunti mi sembravano curiosi. Lascio a voi trarre eventuali conclusioni.

Rinaldo Arpisella: "Sono incazzati con voi che se potessero impalarvi... Sono molto incazzati (a Mediaset? ndr), anche quello in alto (Berlusconi? ndr)".
Nicola Porro: "In effetti, siamo molto preoccupati".

NP: "Ma dimmi una cosa. E' una cosa intelligente far chiamare Feltri da Confalonieri? Tu non conosci Feltri..."
RA: "Sì, ma mettiti nei panni di un Confalonieri o di un Berlusconi".
NP: "Vedi i casini che gli sta facendo ora sulla questione di Fini, secondo te... quello lì... si diverte dieci volte di più..."
RA: "Ci sono sovrastrutture che ci pisciano in testa, che non ci considerano... Non hai capito una cosa. Se c'è un gioco di sponda, e credo che tu l'abbia capito, su tutta questa vicenda politica, 'il governo deve andare avanti', è chiaro che è un gioco di sponda concordato".
NP: "Lui è il padrone del suo giornale, finché non lo cacciano... cosa che non è esclusa... lo possono anche cacciare".

NP: "La questione è che vorrei che tu capissi una roba. Se, ti faccio un esempio, Riotta ha deciso di rompere con la Marcegalia, ti faccio un'ipotesi dell'assurdo, e di rompere, al contrario di quanto sta facendo Riotta, non perdendo 50 mila copie ma nel momento in cui ne ha guadagnate 60 (70? ndr) mila, in maniera tale da farsi liquidare e uscire...".
RA: "E' il suo disegno".
NP: "Eeeeh allora, Rinaldo, di che cazzo stiamo parlando...".
NP: "Ti stavo raccontando un ragionamento ampio, ti stavo dicendo che un certo piano con lui (Feltri, ndr) non serve, non perché gli editori non debbano svolgere il loro ruolo, ma perché lui sta in una fase diversa".

NP: "Devo dire che c'è un punto francamente di sottovalutazione di Confindustria nei nostri confronti che a me personalmente un po è seccato".
RA: "Ma, senti, se a un certo punto ci dicono tutti che siamo sdraiati su questo governo, ragiona, tu che cosa vai fare, vai a fare anche le interviste sul Giornale, dài, ragiona, mettiti nei nostri panni".

RA: "Tu non sai che cazzo c'è altro in giro. Secondo me, davvero scusami, ma ti parlo da amico, è un ottica corta. Allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre... ci sono logiche che non riguardano i Fini, i Casini, i Buttiglione, questo o quell'altro, sono altri..."
NP: "Non so cosa tu voglia dire... non capisco".
RA: "Secondo te, chi c'è dietro Fini?"
NP: "Tu lo sai? Io no".
RA: "Ci sono quelli che c'eran dietro la D'Addario, dài su...".

Friday, October 01, 2010

Attentato a Belpietro, Napolitano distratto?

Ore 18 e al Quirinale tutto tace. Il nostro presidente della Repubblica interviene su tutto, anche laddove di certo non gli compete, ma in dieci ore nemmeno una parola sull'attentato a Maurizio Belpietro. Però, quando si trattò di difendere Fini da Belpietro e Feltri... Evidentemente, quando scrivono articoli sul presidente della Camera i due direttori sono importanti, tanto da giustificare altisonanti interventi per fermare l'"indegna" campagna. Quando qualcuno cerca di ammazzarli, non li degna neanche di una parola. Vedo troppa assuefazione per la violenza politica. Quando la politica, e il principio costituzionale della libertà di stampa, vengono scossi in questo modo, Napolitano dovrebbe essere il primo a intervenire. In altre circostanze (statuetta contro Berlusconi; aggressioni a Schifani e a Bonanni alla festa del Pd) è intervenuto. Oggi, per un fatto ancora più grave, è stato piuttosto, diciamo... distratto.

Monday, August 09, 2010

Una Repubblica fondata sul doppiopesismo

Non più solo i giornali di centrodestra. Ormai l'inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An e in cui ora abita in affitto il "cognato" di Fini, dopo essere stata ceduta ad una società offshore con sede ai caraibi, viene rilanciata da tutti i media, dopo giorni di riluttanza (in altri casi viene adottata ben altra solerzia). Dopo la richiesta di spiegazioni da parte del Corriere, Fini - che non sentiva affatto di doverne dare - si è dovuto piegare, ma la sua nota in 8 punti non ha convinto nessuno. Anzi, appare a tratti "suicida". Fini fornisce una stima del valore dell'appartamento (450 milioni di lire) che risale a prima dell'adozione dell'euro, mentre è stato venduto nel 2008 e tutti sanno che i prezzi nel frattempo sono più che raddoppiati. Vorrebbe convincerci che 70mila euro in più rispetto a una valutazione in lire di 8 anni prima sono un affare? A Fini non risultano «proposte formali di acquisto». Forse formali no, ma tutti sanno che la proposta formale, cioè con tanto di anticipo, arriva di fatto a trattativa conclusa. Ancora più sospetto il ruolo di Giancarlo Tulliani che emerge dai chiarimenti di Fini: fa da "mediatore" per la vendita della casa di cui poi diventerà l'inquilino. «In 41 giorni - riassume dunque il Giornale - la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell'appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come "mediatore", e quest'ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo "formale"». Per non parlare dell'ultimo punto, l'affitto al "cognato" a sua insaputa, degno del miglior Scajola.

Non si tratterà di «soldi o beni pubblici», come si premura di precisare Fini nella sua nota, ma in questo modo dimostra di avere del partito un'idea "privatistica", piuttosto simile a quella che rimprovera a Berlusconi. L'aspetto più discutibile della vicenda non sta nell'aver favorito il "cognato". Stiamo parlando della vendita di un immobile a una società offshore a rischio riciclaggio e di almeno un milione di euro che manca rispetto al suo valore. Denaro che presumibilmente qualcuno, in qualche forma, evadendo il fisco, ha intascato, o fatto sparire nelle varie transazioni. Inoltre, Fini parte all'attacco: «Non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Una manifesta falsità. Non li avrà definiti «comunisti», ma ricordiamo bene la sua reazione quando non più di quattro anni fa il suo ex portavoce, Salvo Sottile, fu coinvolto dell'inchiesta "Vallettopoli": gridò al complotto contro An e se la prese con i magistrati «fantasiosi», che «in un Paese normale avrebbero già cambiato mestiere», denunciando tra l'altro il «linciaggio mediatico» a mezzo intercettazioni.

Registriamo dunque che si chiama libertà di stampa, "bellezza", se oggetto degli attacchi dei giornali è Berlusconi, o qualcuno dei suoi ministri e sottosegretari, raggiunti a colpi di veline giudiziarie, verbali, intercettazioni, gossip, pentiti e teoremi vari; si chiama "dossieraggio", squadrismo, o «fabbrica del fango», se sono gli avversari del Cav. a incappare in qualche campagna di stampa negativa. E condivisibile o meno, la campagna del Giornale non è in combutta con qualche Procura, da cui certi quotidiani si fanno volentieri usare. Come fa notare oggi Feltri, «purtroppo ogni notizia dobbiamo sudarcela, perché a noi la magistratura non fa confidenze né ci regala verbali più o meno piccanti. Quel poco che abbiamo, di solito, lo procurano lavorando sodo e bene i nostri cronisti specializzati». Berlusconi è stato messo alla gogna per una telefonata con Saccà, mentre Fini non ha neanche dovuto smentire l'articolo di Bechis sulle sue pressioni sul dirigente Rai (quota An) Paglia per favorire Tulliani.

Per uno che si erge - dopo essere stato alleato del plurinquisito e rinviato a giudizio Berlusconi per 15 anni - a campione della legalità, della "questione morale", e secondo cui né Cesare né la moglie di Cesare dovrebbero essere nemmeno sfiorati da un sospetto, ce ne sarebbe di che riflettere. Ma non saremo certo noi a chiedere le dimissioni del presidente Fini per quelle che fino ad ora sono solo illazioni della stampa "nemica". Sappiamo di non poterci aspettare un comportamento coerente con l'intransigenza e gli standard "etici" che applica agli altri (basti ricordare il trattamento riservato, solo pochi giorni fa, dal suo neonato gruppo parlamentare al sottosegretario Caliendo, coinvolto nell'inchiesta più farlocca della storia su una fantomatica "P3").

Le dimissioni le chiederemmo piuttosto per il modo oltraggioso e anticostituzionale in cui Fini sta interpretando la sua carica. Mai nessun presidente della Camera aveva dato vita a propri gruppi parlamentari con lo scopo conclamato di "guerreggiare" contro il presidente del Consiglio. Non contento, Fini non si è limitato a promuovere il suo gruppo. Detta la linea da tenere sulle votazioni e le dichiarazioni da rilasciare, persino durante le sedute; indica i suoi capigruppo alla Camera e al Senato; contro la volontà dei gruppi di maggioranza dà il via libera a ordini del giorno funzionali al suo disegno politico. Non può essere sfiduciato, è vero, ma se i gruppi di maggioranza non si sentono più garantiti - a ragione, visto che cominciano a subire calendarizzazioni "di minoranza" - un problema politico esiste e dovrebbe essere sua sensibilità istituzionale prenderne atto. Provate un istante a immaginare cosa sarebbe accaduto se la presidente Iotti, o Napolitano, avessero costituito propri gruppi parlamentari distinti da quello del Pci-Pds. Inimmaginabile, non è vero?

Ma i custodi della Costituzione tacciono. Tutto è lecito quando si tratta di buttar giù Berlusconi e hanno trovato in Fini un promettente arnese, la Kerkaporta del Pdl, riprendendo una felice metafora di Giampaolo Rossi:
«In questi lunghi mesi di assedio alla cittadella berlusconiana, bombardata dai poteri forti, assaltata dalle macchinose torri d'assedio giudiziarie, aggredita dalle urla mediatiche dei mercenari dell'informazione, Gianfranco Fini è stato la Kerkaporta del Pdl: il varco attraverso il quale un esercito attaccante ormai demotivato, infiacchito dalla inaspettata resistenza degli assediati e ormai pronto a levare le tende, ha sperato improvvisamente di penetrare nel cuore della città. Fini ha rischiato di rappresentare la piccola tessera di casualità che spesso completa il mosaico della storia. Zweig racconta lo stupore del piccolo drappello di giannizzeri nel trovare la porta aperta che conduceva al centro di Bisanzio. Lo stesso stupore che ha accompagnato il tifo da stadio che l'intellighenzia progressista ha fatto in questi mesi per Gianfranco Fini e la sua improbabile armata di politici senza voti e intellettuali senza idee. In nessun paese normale un leader che si definisce di destra è così coccolato, corteggiato e adulato dalla sinistra, e solo questo dovrebbe far riflettere chi ha continuato, da destra, a pensare che la Kerkaporta finiana non esistesse. Il danno che Fini ha prodotto nel centrodestra in questi mesi è incalcolabile...»

Friday, October 23, 2009

Tagliare le tasse tenendo a bada i conti si può

Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo

Il Corriere della Sera riferisce di un «colloquio tesissimo» tra Berlusconi e Tremonti: «O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui conti pubblici, o quella della spesa», sarebbe l'aut aut del ministro. Ma davvero un taglio delle tasse è incompatibile con una linea di «rigore e ragionevolezza sui conti pubblici»? Davvero un taglio delle tasse non si può che finanziare in deficit, oppure presterebbe una buona occasione anche per sforbiciare propria la spesa? La «graduale riduzione dell'Irap fino alla sua soppressione» è nel programma di governo e sfido chiunque a sostenere che con i livelli attuali di spesa pubblica e spreco il taglio dell'Irap determinerebbe inesorabilmente più deficit. No, c'è anche l'opzione di ridurre gradualmente l'Irap tagliando qualche spesa di troppo con qualche riforma. Questione di volontà politica. Non una cura shock, thatcheriana, quindi, ma soft. Non si capisce perché, rispetto a un'ipotesi così moderata, Tremonti arrivi a minacciare le dimissioni.

Parli chiaramente, il ministro, denunci pubblicamente il partito della spesa e faccia i nomi di chi c'è dietro, ma a chi gli dice - e sono tanti - giù le tasse e giù la spesa, dica "sì". «Giù le tasse, ma giù anche le spese», si conclude l'editoriale di oggi del Sole 24 Ore, affidato a Guido Gentili. E anche Francesco Forte, su il Giornale, parla di «doppio compito» per Berlusconi, quello di «attuare la promessa di rivoluzione fiscale», ma anche quello di «assicurare la tenuta della finanza pubblica italiana e la sua credibilità internazionale», e propone una sua ricetta, che prevede, tra l'altro, riforma delle pensioni Cazzola-Della Vedova e privatizzazioni. Per il taglio dell'Irap, quindi, tutti concordano che servirebbero altrettanti tagli di spesa pubblica. E le aree dove intervenire abbondano. A questo punto una scelta va fatta: o una stabilità sociale di cui però in pochi, e sempre i soliti, si avvantaggiano; o una crescita più sostenuta che potrebbe favorire molti (creando risorse per riformare il welfare).

Tenendo in considerazione, poi, che con la stabilità il debito pubblico si può al massimo contenere, ma a meno di non voler aumentare le tasse ai soliti noti che le pagano (magari ritrovandosi per le mani un gettito deludente), l'unico modo per uscirne è con più crescita, come ricorda giustamente Francesco Giavazzi nel suo editoriale di oggi sul Corriere. Cominciare riducendo l'Irap è un buon punto di partenza, perché si tratta di un'imposta che colpisce le attività produttive: e si badi bene, non solo le imprese, ma anche lavoratori e occupazione. L'Irap è una tassa suicida perché anziché premiare la produzione e il lavoro, li punisce. E bisogna inoltre considerare che il mondo produttivo tedesco con tutta probabilità usufruirà di un consistente taglio di tasse, nelle intenzioni del nuovo governo democristiano-liberale di Angela Merkel (forse per una cifra che supera il gettito della nostra Irap: 50 miliardi).

Quella che Giavazzi definisce una «minoranza mal sopportata» finora all'interno del governo, tra cui i ministri Gelmini e Brunetta, non ha preferito la stabilità alle riforme, e gode comunque di ampia popolarità, soprattutto nel Pdl e tra gli elettori di centrodestra, quelli che ti consentono di vincere le elezioni. Ma in conclusione, condivido l'appello di Feltri: «Ora giù le tasse, ma salvate Tremonti». Anche se un paio di differenze, rispetto al 2004, quando il ministro fu costretto alle dimissioni, ci sono: Fini non è al governo e l'Udc non fa parte della maggioranza. Anche il quotidiano di Confindustria, pur favorevole a tagliare le tasse, tuttavia non ce l'ha con Tremonti. Oggi Guido Gentili scrive che «non c'è spazio né per restare fermi né per bruciare, oltre il sostegno decisivo della Lega Nord, la credibilità internazionale che Tremonti ha costruito in questa fase di crisi difficilissima».

Stavolta anche Stefano Folli mi pare interpreti bene quando scrive «nessuna sfiducia a Tremonti, ma da Berlusconi viene un preciso segnale». Per quanto sia "intoccabile", e per quanto il premier non voglia effettivamente privarsi di lui, è Palazzo Chigi «che decide la rotta». Il premier lo ha ricordato e Tremonti dovrebbe accettarlo. Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo.

Per favore, quindi, il ministro dell'Economia la smetta di raccontarci che non c'è spazio per ridurre le tasse (ridurle facendo quadrare i conti è il suo mestiere), e lui e quello del Welfare non insistano sul fatto che il nostro modello è il migliore del mondo. Così facendo, anzi, non si accorgono di sminuire il loro operato durante la crisi. Se verso l'uscita del tunnel siamo ancora in piedi (conti pubblici entro limiti accettabili, disoccupazione sotto la media Ue), è anche per merito della responsabilità fiscale di Tremonti e Sacconi, ma certo non di un modello socio-economico fatto di elevata spesa pubblica ed elevata tassazione, e di cassa integrazione, che va riformato.

E' proprio questo il momento migliore per affrontare la questione fiscale e tentare di dare slancio alla nostra ripresa.

Tuesday, October 20, 2009

Dove vuole arrivare il "compagno" Tremonti?

L'impressione è che stavolta Tremonti abbia davvero esagerato con la sua ultima provocazione anti-mercatista, addirittura la "riabilitazione" del posto fisso. Come mi pare fece con Fini, a questo punto Feltri dovrebbe candidare anche Tremonti alla leadership del centrosinistra. Questa volta però non tutti i ministri sono rimasti in silenzio in nome della compattezza e dell'armonia nell'Esecutivo. E anche nel partito gli scontenti per le uscite schiettamente socialdemocratiche del ministro dell'Economia - pur ammettendo che le sue politiche finora sono rimaste fiscalmente responsabili, il che non era scontato in un Paese come l'Italia, durante una grave recessione - si sentono finalmente autorizzati ad uscire allo scoperto.

Non manca chi ha esteso la critica a Tremonti ben oltre la restaurazione del mito del posto fisso. «Tremonti dà una risposta per l'uscita dalla crisi che io non condivido. Tornare indietro è più facile, ma non risolve i problemi. Bisogna cambiare occhiali per capire come è fatto il nuovo mondo. Non si deve aver paura». Sembra una critica complessiva, per esempio, questa di Brunetta in un'intervista a la Repubblica. Come sapete, è anche la posizione di questo blog: «Abbiamo vissuto la stagione del lavoro atipico come estrema conseguenza dell'egoismo del lavoro tipico, dell'egoismo degli insiders contro gli outsiders. Tutte le garanzie ai primi, protetti dal sindacato, tutte le flessibilità scaricate orribilmente sui secondi privi di rappresentanza».

Ma la soluzione non può essere quella di far diventare gli outsiders degli insiders, perché il sistema non sarebbe in grado di sopportarne i costi. La proposta di Brunetta è di «spalmare le esigenze di flessibilità su tutte le forze lavoro occupate. So bene quanto sia delicato questo argomento, basti pensare agli scontri, tra riformisti e conservatori, intorno all'articolo 18». Tremonti, invece, «vorrebbe una nuova società dei salariati. Solo che questa non risponde alle esigenze di flessibilità che pone il sistema. La sua è una soluzione del Novecento che non va più bene in questo secolo».


«Le garanzie non devono derivare da un posto di lavoro, ma dalla propria professionalità, dal proprio essere azionisti dell'attività produttiva. Bisogna provare, anche se mi rendo conto di essere un po' utopista, ad adattare le regole del mercato del lavoro a quelle della Rete, perché è questa la novità di quest'epoca. La novità è Internet, è l'intelligenza che produce senza capitali».
Va bene lavorare «per dare posti di lavoro più duraturi», osserva un altro ministro, Sacconi, a Mattino5, ma «questo non si ottiene con norme vincolanti bensì permettendo ai lavoratori di affermare le proprie competenze». E i finiani mostrano di sentire la concorrenza di Tremonti per il dopo-Berlusconi. «La cultura del posto fisso è uno dei mali del Mezzogiorno che i giovani dovrebbero contrastare per essere liberi dallo statalismo e dalle clientele politiche che nei decenni passati hanno caratterizzato il mercato del lavoro», osserva Italo Bocchino, deputato Pdl vicino al presidente della Camera: «Quello di cui c'è veramente bisogno è una formazione professionale vera, capace di introdurre i giovani nel mercato del lavoro e di garantire quella professionalità utile a competere».

Alberto Alesina, intervistato da Il Foglio, comprende il ragionamento di Tremonti e rispetta le sue categorie di pensiero. Certo, la stabilità sociale, anche durante questa grave recessione, ha contribuito alla tenuta del Paese, ma dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte. Far prevalere la stabilità del posto fisso presenta dei costi non irrilevanti, e non solo per le imprese. I costi maggiori, anzi, li sopportano proprio i lavoratori: scarsa produttività, quindi un salario più basso e un reddito pro capite inferiore a quello di altri Paesi:

«Non possiamo avere tutto insieme, la piena occupazione con posto stabile, il salario più alto, la crescita più rapida. Il risultato probabile, al contrario, è che aumenterà la frattura tra chi il posto ce l'ha e se lo tiene stretto e chi non lo avrà mai. Una società in cui chi ha un lavoro garantito (e per lo più sono uomini adulti) dovrà mantenere i figli per un numero elevato di anni. Una società a un tempo statica e divisa».
Salari alti, redditi alti, posto fisso e piena occupazione è «un'equazione che non funziona».

Come osserva Dario Di Vico, sul Corriere, l'uscita di Tremonti «spiazza la sinistra», mira dal punto di vista comunicativo, come già sta accadendo da alcuni mesi, a mettere il Pd in un angolo, facendo rientrare nel Pdl entrambi i poli del dibattito politico-culturale che si svolge sui principali temi, dall'immigrazione al lavoro:

«Inneggiando al posto fisso e sbeffeggiando la mobilità sociale, Tremonti non pare avere intenzione di capovolgere la linea di politica del lavoro del governo Berlusconi. Giacché dovrebbe rivoltare la filosofia della riforma della pubblica amministrazione del collega Renato Brunetta, sconfessare il ministro Gelmini, chiedere la cancellazione della legge Biagi e fare una buona provvista di euro per assumere, come Stato, tutti i precari della scuola, delle Poste, della Rai, dell'Istat, dell'Isfol, della Croce Rossa, dell'Istituto superiore di sanità e via di questo passo».
Una «sortita», quella di Tremonti, che va circoscritta quindi «al mondo dei simboli e delle querelle politico-culturali».

E' vero che dal punto di vista comunicativo può rivelarsi un vantaggio per il Pdl riassumere al proprio interno un ampio spettro di posizioni su vari temi polarizzanti (stato e mercato, laicità, immigrazione-integrazione, rapporto tra istituzioni). In condizioni normali, la confusione che si genera nel profilo politico-programmatico della coalizione avvantaggerebbe l'avversario. E' pur vero che non siamo in condizioni normali, finché l'opposizione rimane nello stato di irrilevanza e di totale mancanza di credibilità nel Paese in cui è, ma non bisogna comunque esagerare, fino a porre in discussione l'identità e le basi politico-culturali su cui una moderna politica economico-sociale di centrodestra dovrebbe fondarsi.

Stando a quanto riporta questa mattina Mario Sechi, su Libero, il Pdl comincia a ribollire di sentimenti anti-tremontiani. «Non siamo al Giulio contro tutti, né al ritorno della notte del 3 luglio 2004, quando il ministro fu costretto dalla tenaglia An-Udc a lasciare l'incarico», scrive Sechi, ma ormai si dubita sempre di più che la politica economica del ministro Tremonti sia in grado di garantire all'Italia un tasso di crescita sostenuto e soddisfare le aspettative delle «categorie di riferimento». Per questo, rivela Sechi, «negli uffici del partito si stanno ultimando le bozze di due documenti riservati, a esclusiva circolazione interna, che fanno un punto-nave politico e cercano di dare una risposta economica alle richieste che vengono dalla Confindustria, dal mondo delle imprese e delle partite Iva, dal Viminale e le forze dell'ordine, dalla stessa Banca d'Italia». Leva fiscale e riforma delle pensioni le due idee «fulcro» dei due documenti, certamente «non tremontiani».

Il ministro è convinto, sia per ragioni di bilancio (assolutamente condivisibili), sia per la sua filosofia politica (meno condivisibile), che nella società di oggi la domanda di stabilità e sicurezza sia prevalente su tutte le altre. Ma Tremonti sbaglia a sottovalutare il tema "tasse", che da almeno due secoli non manca di infiammare i popoli di ogni latitudine.

Thursday, September 10, 2009

Se Fini è affetto da "casinismo"

No, non condivido l'entusiamo di certi miei amici liberali per Fini, e di conseguenza le loro difese dall'attacco che ha ricevuto da Feltri. Ho letto in questi giorni molti post, commenti, l'intervista a Della Vedova. Certo, su alcuni temi mi fa piacere che Fini rappresenti posizioni che ad oggi nel Pdl sono decisamente sottorappresentate - ma che non mi sentirei di definire minoritarie (forse tra i militanti e i dirigenti, ma non certo tra gli elettori). Ma da qui a descrivere Fini come leader di una destra moderna e liberale ce ne passa. Il problema, per farla breve, è che a me pare che Fini per esistere politicamente cerchi di sfruttare ogni minima occasione per differenziarsi da Berlusconi. Se Berlusconi e il governo dicono "A", lui subito dice "B", e viceversa, a prescindere dal merito e dalle convinzioni. Mi pare insomma che stia usando il suo ruolo di presidente della Camera come fecero prima di lui - con scarsissimi risultati - sia Casini che Bertinotti.

La conflittualità tra Fini e Berlusconi si sviluppa su tre piani, che per essere obiettivi occorre tenere distinti. E' comprensibile che da presidente della Camera Fini si trovi molte volte a dover difendere le prerogative del Parlamento nei confronti di certe iniziative del governo e di certe lamentele del premier sulla pletoricità dei lavori parlamentari. Su questo piano, a prescindere dal merito (l'effettiva inadeguatezza e arretratezza dell'impianto costituzionale), una certa dialettica tra governo e presidenza della Camera è fisiologica.

Riguardo alcuni temi, Fini sta cercando di rappresentare posizioni di una destra più aperta e moderna, non ho mancato di sottolinearlo in occasione del Congresso del Pdl. Sull'immigrazione, a fronte di fermezza e rigore con i clandestini e i criminali, si preoccupa giustamente dei temi dell'integrazione e della moderna cittadinanza. E lo fa correttamente, cioè non cedendo al relativismo culturale e al politically correct della sinistra salottiera, ma da destra, prendendo i valori, le leggi e la cultura nazionali come fattori unificanti (alla Sarkozy, si potrebbe dire) per chi vive, lavora, paga le tasse in Italia, a prescindere dalla religione e dal colore della pelle.

Posizioni più aperte e moderne Fini le ha espresse anche sull'omosessualità e la bioetica, ed è più volte intervenuto in difesa della laicità dello stato. Nei giorni in cui il governo decideva di varare un decreto per impedire che a Eluana Englaro venisse "staccata la spina" - decreto che però il presidente Napolitano non firmò ritenendolo non conforme alla Costituzione - Fini si espresse per il rispetto della decisione del padre di Eluana. Una posizione non solo certamente legittima, ma che interpretava i sentimenti di larga parte degli italiani e dello stesso popolo del Pdl, come indicano i sondaggi. Sui temi della bioetica c'è nel partito piena libertà di coscienza, ha ricordato lo stesso Berlusconi parlando ieri sera alla Festa Atreju, dei giovani ex di An. La sensibilità laico-liberale di Fini non è isolata all'interno del Pdl e non è estranea, anzi ha «piena cittadinanza», come ha osservato Il Foglio, nella cultura politica di «un centrodestra moderno».

Eppure, non si può non notare come non molto tempo fa su tutti questi temi Fini esprimeva posizioni diametralmente opposte. Non si tratta di mettere in discussione la svolta di Fiuggi e inchiodare Fini al suo passato post-fascista ed ex-missino. Parliamo di un'era politica molto più vicina a noi. Quando sull'immigrazione la sua posizione era sovrapponibile a quella di Bossi, tanto da firmare insieme la famosa legge Bossi-Fini ancora in vigore; quando sollevava dubbi circa l'idoneità degli omosessuali a insegnare nelle scuole; quando, soprattutto, neanche due anni fa sosteneva che Piergiorgio Welby, essendo cosciente, non poteva chiedere di morire, e che chi lo «assecondasse» doveva essere considerato «un omicida», perché «la vita non è nella disponibilità di un uomo».

Cambiare idea è legittimo, ci mancherebbe altro, anche nell'arco di soli due anni, ma quando si cambia idea dopo aver assunto posizioni così nette ed estreme, si dovrebbe in qualche modo renderne conto, spiegare cioè i motivi del ripensamento, non fare finta di non aver mai detto certe cose. Se a ciò si aggiunge che all'epoca Fini non era presidente della Camera ma era all'opposizione insieme a Berlusconi e che al governo c'era il centrosinistra di Romano Prodi, allora sulla genuinità di certi improvvisi ripensamenti è lecito nutrire qualche dubbio.

Vorrei far notare inoltre ai miei amici liberali che in economia Fini non ha avuto alcun ripensamento da "destra aperta e moderna", liberale, bensì pare perfettamente a suo agio con la politica socialdemocratica della coppia Tremonti-Sacconi.

Ma c'è anche un terzo piano, nella conflittualità tra Fini e Berlusconi, ed è quello che Feltri ha rimproverato a Fini. Il direttore de il Giornale infatti non ha contestato al presidente della Camera le sue prese di posizione in difesa delle prerogative parlamentari, o le sue idee sul caso Englaro (che per altro Feltri condivide), ma il suo assordante silenzio per tutti i mesi in cui il premier ha ricevuto attacchi sulla sua vita privata. Il fatto che Fini abbia deciso di spendere le sue preziose parole solo sul caso Boffo, parlando di "killeraggio", ha fatto giustamente "incacchiare" Feltri. Ecco, questo è l'unico atteggiamento di Fini - di fregarsi le mani dinanzi ai tentativi di demolizione dell'immagine del premier - controproducente.

Intendiamoci, nel Pdl manca un dibattito di idee libero da pregiudizi e condizionamenti. Ciò si deve in parte alla forte leadership di Berlusconi, ma anche all'esperienza di governo in corso e alla campagna di attacchi - sulla vita privata e come al solito sulle vicende giudiziarie (adesso si apre addirittura il fronte sulle stragi di mafia) - da parte della stampa di sinistra e di un'opposizione dedita solo all'antiberlusconismo, che costringono per riflesso il Pdl a "fare quadrato" su tutte le decisioni, anche su quelle che richiederebbero maggiore riflessione e dibattito interno. Ben venga, dunque, un sano confronto tra idee anche molto diverse tra di loro - magari anche sulla politica economica! - che non solo arricchiscano il partito ma tolgano spazi politici all'opposizione, come a volte sembra che avvenga grazie alla disputa Lega-Fini.

Fini fa benissimo a cercare di costruirsi un profilo e un'identità politica che vada oltre i confini di An, e se possibile finanche oltre i confini attuali del Pdl, che da partito maggioritario, che ambisce a superare il 40% dei consensi, deve mirare a rappresentare tutte o quasi le istanze della società. Tuttavia, Fini dovrebbe tenere conto di alcuni fatti: che 1) la leadership di Berlusconi è incontendibile, lo è de facto prima ancora che per volontà del Cav., nel senso che gli elettori del centrodestra con approverebbero una leadership costruita in contrapposizione e in ostilità a Berlusconi, tanto più se significa impegnarsi in un'opera di estenuante logoramento dell'efficacia dell'azione di governo; e che 2) il successo del governo conviene allo stesso Fini, dal momento che in caso di fallimento, forse riuscirebbe a succedere a Berlusconi nella leadeship del Pdl, ma non alla guida del Paese. Un successo pieno di questa esperienza di governo conviene a chiunque voglia succedere a Berlusconi nel centrodestra. Solo in quel caso infatti un leader inevitabilmente più fragile del Cav. potrebbe realisticamente ambire al governo del Paese oltre che al vertice del partito.

Friday, September 04, 2009

La lezione del caso Boffo/2 - poi basta

E' finita come non poteva non finire: con le dimissioni. Quella di Boffo è la fine di ogni "moralizzatore" e non merita che si straccino tutte le vesti che vengono stracciate in queste ore. Il suo piccolo e veniale infortunio giudiziario (mica tanto, poi, dopo l'approvazione della legge sullo stalking), non lo avrebbe costretto alle dimissioni se non avesse preteso di giudicare la vita privata altrui e se il giornale che dirigeva non sostenesse le posizioni che sostiene sull'omosessualità.

L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».

Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.

Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.

Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.

Monday, August 31, 2009

La lezione del caso Boffo

Chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce. Così sembra che Dino Boffo lascerà la direzione di Avvenire, impallinato a dovere da Vittorio Feltri. La "patacca" non è affatto tale, soprattutto per chi sulle "patacche" ha costruito campagne moralistiche, ai cui animatori, si sa, si richiede una condotta irreprensibile e un armadio privo di scheletri. Non era il caso di Boffo, che nonostante tutto in questi mesi ha alzato il ditino rimproverando a Berlusconi i suoi "festini", condannando la politica del governo sull'immigrazione con paragoni - come quello tra il naufragio degli eritrei e la Shoah - impropri quanto mistificanti e offensivi nei confronti delle vittime del nazismo.

Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?

Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.

Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.

Thursday, July 30, 2009

Feltri torna al Giornale

Dal 24 agosto il Giornale esce in edicola con Vittorio Feltri direttore. Lo aveva già diretto dal '94 fino alla fine del '97, dopo Montanelli. Prova «una punta di dolore lancinante a lasciare Libero, che ho fondato e portato in questi nove anni a conquistarsi un posto di assoluta autorevolezza nel panorama editoriale», confida a il Velino. E' facile immaginare quanti lettori di Libero adesso emigreranno verso il Giornale. Sarà dura per Libero senza Feltri. Ci auguriamo che invece con Feltri il Giornale riesca a fare un salto di qualità e di autorevolezza. Il centrodestra avrebbe tanto bisogno di un giornale intelligente, di grande diffusione e autorevole, capace sì di sostenere, ma anche di informare, criticare quando ci vuole, e soprattutto di provocare dibattiti di idee e di stimolare la corteccia cerebrale del ceto dirigente pdellino.

Tuesday, June 09, 2009

E' il tempo delle riforme

Le amministrative, dove l'astensionismo è stato molto minore, hanno confermato ciò che dicevamo ieri: il risultato deludente del PdL alle europee (deludente rispetto alle aspettative più che al confronto con le passate elezioni - 2008 e 2004), si deve al forte astensionismo, soprattutto al Sud e nelle Isole, dove il PdL supera abbondantemente il 42%. Alle amministrative non solo il PdL va meglio ma ottiene insieme alla Lega una vittoria landslide, ribaltando la situazione del 2004 che vedeva il centrosinistra dominare 50 a 9. Oggi il centrosinistra conserva solo 14 province, PdL e Lega ne conquistano 26, 15 delle quali - Napoli e Bari comprese - erano governate dal Pd. Al ballottaggio vanno 22 province, tra cui Milano, Torino e Venezia.

Quanto ai 30 comuni capoluoghi di provincia si passa da un 24 a 6 per il centrosinistra nel 2004 ad un 9 a 5 per il centrodestra dopo il primo turno, mentre 16 vanno al ballottaggio. Anche qui moltissimi comuni, tra cui 6 capoluoghi, controllati dal centrosinistra passano a PdL e Lega. Il Pd tiene in Emilia e Toscana, ma è costretto al ballottaggio sia a Bologna che a Firenze.

Riguardo alle europee vorrei aggiungere due considerazioni. Innanzitutto, ho già sentito due volte in due trasmissioni diverse Casini festeggiare perché dal voto delle europee il bipolarismo uscirebbe con le ossa rotte. E non ho ancora sentito nessuno fargli notare che anche alle europee, nonostante gli elettori non fossero influenzati dal "voto utile" per la conquista del governo, i partiti che sono riusciti a superare lo sbarramento del 4% sono gli stessi 5 che ci sono riusciti alle politiche. Non era affatto scontato. Inoltre, il tipo di elezione determina il comportamento nelle urne degli elettori, come dimostra il voto in Gran Bretagna e in Francia, sistemi che dopo le europee si stenterebbe a definire bipartitici.

In Francia il partito del presidente Sarkozy, l'UMP, perde oltre 10 punti rispetto alle politiche ma va ben oltre le aspettative, conquistando il 27,8% dei voti. Il Partito socialista è raggiunto al 16% dai verdi. E poi ci sono sempre il partito centrista di Bayrou sopra l'8 e Le Pen. In totale 7 liste superano il 4% e conquistano dei seggi al PE. In Gran Bretagna - dove nessuno alle legislative, nonostante ai liberali sia capitato di rimanere senza seggi anche con il 23%, si permetterebbe di dire che non è un sistema democratico - i conservatori hanno preso solo il 27% dei voti, il Labour è caduto al 15% ed è stato superato come secondo partito dagli euroscettici del partito per l'indipendenza (dall'Ue), UKIP, che ha toccato il 16%. I liberali e i verdi sono andati forte, prendendo gli uni il 13,3% e gli altri l'8,4%. Per la prima volta ha conquistato seggi anche il British National Party di Nick Griffin, con il 6% dei voti. Sei partiti, anche qui più che in Italia, hanno superato il 4% ed eletto loro rappresentanti al Parlamento europeo, ma nessuno dubita che alle prossime politiche torneranno a vedersela conservatori e laburisti. Certo, loro hanno un sistema uninominale e noi no, ma mi sembra troppo presto per parlare di crisi del bipolarismo, solo perché l'Udc, pur non aumentando i suoi voti reali cresce in percentuale grazie all'astensione.

Secondo. Tutti i giornali europei celebrano le vittorie di Sarkozy e di Angela Merkel. Il presidente francese si ferma al 27,8% (dal 39,5 del 2007), la Cdu-Csu della cancelliera tedesca arriva al 37,2%. Il 35,3% del PdL, con ben 9 punti di distacco sul principale partito di opposizione, rappresenta una vittoria del tutto paragonabile. Nessuno si sognerebbe di sostenere che Sarkozy ha perso, o ha «frenato», ben sapendo che l'astensionismo, dovuto alla disaffezione dei cittadini per le istituzioni europee, e il tipo di elezione sono la causa del calo dell'UMP. E' anche vero, però, che nel caso del PdL Berlusconi stesso e i suoi, come fa notare oggi Feltri, ci hanno messo del loro nel creare false aspettative. Un «delirio», secondo il direttore di Libero, a cui è seguito un brusco «risveglio» e il ritorno «dal sogno alla realtà»:
«Lo stato d'animo degli sconfitti ha tolto il sorriso ai dirigenti PdL, e per i furbacchioni progressisti è stato un gioco da ragazzi assumere l'aria e gli atteggiamenti dei vincitori benché il loro principale partito, il Pd, abbia perso addirittura sette punti. In pratica si sono rovesciate le parti in commedia: i berlusconiani, che hanno smarrito pochi consensi, si sono sciolti in lacrime; i democratici che ne hanno smarriti una caterva si sono prodotti in salti di gioia. Paradossale. Ma tant'è. Il Cavaliere incupito se ne sta rintanato ad Arcore a meditare sulla mancata apoteosi...»
La causa del calo di consensi, oltre alle campagne gossippare, secondo Feltri è da rintracciare nel fatto che «Silvio si è interronito e ciò ha infastidito molta gente del Nord che ha ripiegato sulla Lega, cui è attribuita una maggiore sensibilità verso la questione settentrionale». Vedremo.

Tra le analisi politiche del voto mi convincono quella di Panebianco...
«Il vero luogo della competizione è, al momento, tutto interno all'area di governo. E la cosa è preoccupante. A lungo andare, non fa bene alla democrazia la presenza di una opposizione democratica debolissima, in crisi di idee e di identità e che, troppo spesso, non sa trovare toni e argomenti che la rendano una plausibile alternativa di governo».
... e quella di Arditti, direttore del quotidiano Il Tempo:
«La maggioranza porta a casa un buon risultato, che sarebbe ottimo se soltanto il premier avesse evitato di fare il "fenomeno", lasciandosi andare a previsioni di consenso per il PdL (tra il 40 ed il 45%) che erano certamente nei suoi auspici, sempre votati all'ottimismo, ma sinceramente impensabili nelle condizioni in cui si è svolta la campagna elettorale, sia per il tipo di consultazione, priva di un obiettivo chiaro di "conquista" da proporre all'elettorato, sia per la persistenza di una pesante campagna di stampa contro il premier».
Anche perché, avverte intelligentemente Arditti, «questo non significa che va tutto bene... Ora Berlusconi è chiamato alla sfida del governare... L'Italia continua ad avere fiducia nel suo premier, ma nessuno ha pazienza infinita. La pochezza in casa Pd non deve però essere un alibi. È il momento di osare. Basta volerlo». E' il tempo delle riforme, perché prima o poi gli italiani presenteranno anche a Berlusconi il conto su come ha impiegato i suoi anni al governo.

Tuesday, May 26, 2009

Giornata in breve/1

1) Continuo a notare che per alcune forze politiche e per alcuni giornali l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. E, soprattutto, a seconda che possano o meno essere interpretate come critiche all'operato del governo Berlusconi. Se la Chiesa si esprime per un'accoglienza indiscriminata degli immigrati clandestini, allora va bene; se è accanto ai lavoratori e ai disoccupati, esprimendosi in modi tali da far sembrare che il governo non stia facendo nulla per loro, va benissimo. Nessuna ingerenza, anzi, si dà ampia risonanza ai moniti dei vescovi. Addirittura, oggi l'Unità pare delusa dal presidente della Cei Bagnasco, reo di essere stato «Tiepido sulla morale» parlando ai suoi vescovi. L'Unità avrebbe desiderato una tirata moralista contro quelle presunte "libertà sessuali" che ogni tanto mettono nei guai il premier. Si vuole che la Chiesa usi la sua autorità morale e religiosa per attaccare l'avversario politico. Poi, però, si pretende che taccia sull'embrione.

2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?

3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".

4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.

Sunday, March 29, 2009

Oggi al PdL basta l'attore, domani ci vorrà anche il copione

La nascita ufficiale del PdL è stato un evento di per sé importante e positivo, sia per il centrodestra che per il sistema politico. E' innegabile. Dico "ufficiale", perché bisogna riconoscere che il PdL è nato già da molto tempo nelle urne. Gli apparati di FI e An non hanno fatto altro che registrare una situazione in cui distinguere i loro elettorati stava diventando sempre più difficile. E' anche per questo, e per la presenza di un leader indiscusso, che la fusione è riuscita meglio ai partiti del centrodestra che al Pd. Perché prima del partito era già nato, forse già dal 1994, un "popolo" di elettori che avevano in comune più denominatori.

Ma onestamente, al di là di questo, che noia, ragazzi! Capisco l'entusiasmo dei presenti alla Fiera di Roma per la "storicità" del momento, in questo nostro paese politicamente così avaro di emozioni. Però, chi ha potuto ascoltare i discorsi di Berlusconi a mente fredda, non può non aver percepito un qualcosa di inevitabilmente stantio e persino una minore verve retorica. E' ovvio che molti giovani non se ne sono potuti accorgere, ma molti dei concetti espressi, delle formule usate, a volte addirittura intere frasi - sono sicuro che lo riconosceranno anche i più entusiasti - sono sempre gli stessi da anni. Nei suoi due interventi Berlusconi si è sforzato di inquadrare una prospettiva di lungo periodo, ma senza riuscirvi. Nessuna filosofia politica dominante (ma una spolverata di tutto purché non riconducibile alla sinistra ex Pci), nessuna originale idea di partito, nessuna nuova visione a guidare l'azione di governo. Solo vecchi slogan e tanta, troppa, contingenza governativa. Al di là del ricorso a parole fin troppo abusate come "futuro" e "giovani", hanno prevalso le preoccupazioni del giorno per giorno. Insomma, i due discorsi di Berlusconi sono stati nel complesso deludenti e ripetitivi.

Rimane il fatto che Berlusconi ha innovato la politica, il linguaggio e il sistema politico, e io credo in senso positivo. Questo non potrà mai toglierlelo nessuno. Ma non ha saputo cambiare lo stato e l'Italia. E dubito che riuscirà a farlo ora, anche se non solo per colpa sua. Poteva esserci risparmiata, per esempio, la parola d'ordine - riesumata solo per questi megalo-eventi - della "rivoluzione liberale". Un abito che, come ha osservato Alberto Mingardi, su il Riformista, Berlusconi non ha mai davvero indossato.

Liberale un cazzo! Lo ha praticamente scritto un insospettabile come Vittorio Feltri, su Libero, riferendosi al «superilliberale Testamento biologico in cui è condensato il pensiero cupo dei cattolici d'ala fondamentalista; una straordinaria dimostrazione di intolleranza verso le opinioni dei laici sul cosiddetto fine-vita; un capolavoro di arroganza confessionale che si regge su questo concetto: noi credenti vogliamo morire fra atroci tormenti e pretendiamo che voi non credenti facciate altrettanto. Se il provvedimento, dopo l'esame della Camera, diventerà legge, l'Italia potrà vantare uno Stato etico più rigido di quelli islamici. Bella rivoluzione liberale». Ma il discorso si potrebbe allargare alle questioni di politica economica.

In Italia sono urgenti una riforma del governo e una della rappresentanza. Berlusconi ha sostenuto con forza la necessità di rafforzare i poteri del premier ma è stato vago sulla strada da intraprendere per rendere politicamente fattibile questo auspicabile risultato. Su questo è stato più concreto Fini, richiamando il premier alle sue responsabilità, cioè a percorrere la via delle riforme costituzionali anziché la scorciatoia dello scontro con le altre istituzioni, come la presidenza della Repubblica e il Parlamento. Ma nessuno è stato chiaro abbastanza nel merito. Per rafforzare sia il governo che il Parlamento, serve una vera separazione dei poteri, bisogna abbandonare l'istituto della fiducia e passare all'elezione diretta del premier o del presidente; per quanto riguarda la rappresentanza, però - tema che neanche Fini ha toccato - è urgente una legge elettorale al 100% uninominale. Ormai deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico e il referendum di giugno, sul quale Fini ha invitato il PdL a esprimersi, non risolverebbe questo specifico problema.

Fini ha lanciato la sua sfida anche sulla laicità, sostenendo la necessità di modificare alla Camera la legge sul testamento biologico appena passata al Senato. E dalle cronache pare che Berlusconi si sia espresso pubblicamente, dicendosi persino su questo tema d'accordo con Fini. Come già al Congresso di scioglimento di An, Fini ha pronunciato un discorso da leader di una destra moderna ed europea, pragmatica, sicuramente post-ideologica, per forza di cose moderata. Privo di populismi, il suo è stato un discorso da popolare e non da conservatore. Come spiegavo la settimana scorsa, ha finalmente capito che il PdL è per lui una grande, irripetibile, opportunità per emanciparsi da una storia politica troppo minoritaria per permettergli di puntare in alto. Nonostante divergenze politiche, di carattere, e vecchie ruggini, non remerà contro Berlusconi e lavorerà per il successo di questo partito così importante per le sue ambizioni. E questa è una grossa differenza rispetto al Pd, dove le seconde file lavorano costantemente contro il leader del momento.

Eppure, nemmeno Fini ha offerto nulla di particolarmente nuovo sul piano delle idee. Sì, certo, da liberale mi ha fatto piacere la sua presa di posizione sul testamento biologico e la laicità; così come la sua spinta per le riforme istituzionali. Ma c'è da stendere un velo pietoso, per esempio, sul consenso che è emerso un po' da tutti gli oratori - anche e soprattutto da Fini - sulla cosiddetta "economia sociale di mercato". Un concetto francamente troppo ambiguo, dove colpi di liberismo e colpi di dirigismo si alternano e si intrecciano, non si sa quanto per pragmatismo e quanto per opportunismo, per non dispiacere alle proprie clientele e, quando è il caso, colpire quelle degli avversari politici, o per nascondere le proprie debolezze e incompetenze. Fini è già proiettato nella lunghissima rincorsa alla leadership post-berlusconiana, ma francamente non è detto che gli basteranno questi suoi bei discorsi moderati e di buon senso, perché l'impressione - o la speranza - è che nella successione si possa saltare una generazione.

Oggi è inutile cercare di capire quale sia la cultura politica del PdL: è Berlusconi. Lui fa e disfa e in un certo senso è logico che sia così, perché bisogna riconoscere che giusto o sbagliato, i voti li ha sempre presi lui per tutti. Credo che nonostante la natura carismatica della sua leadership, il PdL ha buone possibilità di sopravvivergli. Ma dopo Berlusconi, il PdL dovrà camminare con le sue idee. E allora sì, avrà più importanza di quanta ne ha oggi la cultura politica con la quale si presenterà agli elettori. Nel frattempo, sono questi gli anni in cui i giovani leader dovranno seminare, perché tra qualche anno il nuovo non sia il già vecchio dei Bersani e dei Franceschini del PdL.

Ad oggi, però, ha ragione Luca Ricolfi: Pd e PdL «sono entrambi partiti conservatori di massa, che si differenziano fra loro essenzialmente per gli interessi verso cui hanno un occhio di riguardo».
Possiamo pensare che sia un male, perché l'Italia avrebbe bisogno d'innovazione più che di conservazione dell'esistente. Si può pensare anche, tuttavia, che la comune ispirazione conservatrice della destra e della sinistra non sia altro, in fondo, che l'espressione politica di quel che noi stessi siamo. Un popolo in cui l'aspirazione al cambiamento si manifesta a ondate improvvise, come ribellismo anarcoide, su un sottofondo costante, duraturo, pietroso fatto di particolarismo, di tenace attaccamento ai nostri interessi immediati, individuali e di gruppo. Se questo è ciò che siamo, non deve stupire che da noi le forze del cambiamento siano minoranza sia a destra sia a sinistra, e che alla fine della storia, dopo un quindicennio di seconda Repubblica, la competizione politica fondamentale sia diventata una sfida fra due conservatorismi. Diversi soltanto per le cose che vogliono conservare. Così, chi vuole un vero cambiamento non sa chi votare, e chi vuole votare non può aspettarsi un vero cambiamento.
Nella morsa di due statalismi, scrivevo qualche settimana fa. Berlusconi almeno parla di cambiamento, anche se non lo pratica, ma la sua fortuna è che non conta se e quanto lo pratichi davvero, perché tanto gli altri si arroccano a difesa dell'esistente. Oggi ci tiriamo su il morale dicendoci che tutto sommato l'Italia sta meno peggio di altri. Magra consolazione, e soprattutto tesi discutibile, ma quando la crisi finirà e gli altri ricominceranno a correre e a superarci, rimpiangeremo il tempo e le occasioni perdute oggi.
La nostra cultura politica resta, nonostante ogni velleità modernizzatrice, fondamentalmente figlia delle tre grandi ideologie del secolo scorso, il comunismo, il fascismo, il cattolicesimo. Oggi la patina ideologica si è ritirata quasi completamente, come un ghiacciaio sciolto dall'effetto serra, ma la scorza più dura - fatta di statalismo, dirigismo, paternalismo è ben in vista, e si sta anzi irrobustendo: la crisi economica aumenta la domanda di protezione e di tutela, mentre la libertà individuale sta diventando una sorta di bene di lusso, che viene dopo la sicurezza economica e personale.
Ebbene, chi rinuncia alla libertà economica e individuale per la sicurezza e la protezione sociale, non avrà né la prima né le seconde.

Thursday, September 27, 2007

Garlasco fiction

Del delitto di Garlasco e degli sviluppi delle indagini ancora non ho scritto. Aspetto che sia più chiaro cos'ha davvero in mano l'accusa, perché di quello che riportano i giornali non mi fido. Devono riempire paginoni con le poche notizie che filtrano arrivando per vie traverse, di terza, quarta e quinta mano. Certo, verrebbe voglia di ironizzare sulle rivelazioni a rilento della cosiddetta "scientifica". Avranno eseguito così tanti sopralluoghi che ormai dalle impronte nella villetta di direbbe che la povera ragazza sia stata vittima di un complotto ordito da Ris e procuratori.

Ma fa piacere che almeno qualcuno denunci quali pagliacciate i contribuenti della Rai siano costretti a finanziare. Come ogni autunno Porta a Porta riprende dal delitto irrisolto dell'estate. In modo sempre più morboso. Se poteva avere un qualche senso il plastico della villetta di Cogne, mi spiegate che senso ha portare in studio una copia della bicicletta che inchioderebbe Alberto Stasi? Se lo chiede Aldo Grasso, sul Corriere di oggi. «Avvoltoi», «senza vergogna».

L'incapacità dei magistrati e la sudditanza nei loro confronti dei cronisti giudiziari indigna Vittorio Feltri, su Libero.
«È stato rovesciato anche un principio sacro. Ormai uno è colpevole (non innocente) fino a prova contraria. E se non è lui a fornire la prova contraria va dritto filato in galera. Il caso di Alberto Stasi è emblematico. Il giovanotto si trova in cella. Se non confessa, se non salta fuori l'arma del delitto, se non si accerta un movente plausibile chi se ne frega. Si andrà al processo comunque e buonanotte. Non c'è un redattore nel nostro Paese cosiddetto culla del diritto, nemmeno uno straccio di cronista che abbia difeso il ragazzo o almeno filtrato criticamente indizi (labili) sulla base dei quali è stato emesso il provvedimento di fermo. La stampa ha rinunciato ancora una volta ad esercitare il ruolo di cane da guardia del potere, dimenticando che quello giudiziario è un potere, esattamente come il governo e il parlamento. I giornalisti - che tristezza stanno sempre dalla parte del più forte e trascurano i deboli...»
Si sta affermando nelle indagini su questi delitti una tendenza inquietante: quella di aggiustare orario del decesso e scena del delitto in modo da renderli compatibili con l'unico sospettato di cui si dispone. Annotatevelo in caso di bisogno: mai svelare il proprio alibi prima che la procura si sia espressa in modo definitivo sull'orario della morte della vittima.

E ancora, ecco qualche esempio di cronisti che diventano giallisti, da Stampa Rassegnata.

Thursday, September 06, 2007

Scienziati di fede tornano alla carica

Alla notizia dell'autorizzazione concessa dall'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) alla creazione a scopo di ricerca di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, per produrre cellule staminali utili per lo studio di malattie come il Parkinson e l'Alzheimer, hanno subito imbracciato i fucili da guerra gli scienziati che furono in prima fila nel sostenere a livello mediatico la campagna di Scienza e Vita e del Vaticano contro il referendum sulla fecondazione assistita.

Vi ricordate, quelli che erano meglio le staminali adulte e che oggi ancora non ci spiegano come mai ricercatori tra migliori al mondo, come quelli britannici, spingono così tanto, sfidando l'impopolarità, per avere le embrionali.

Oggi sui giornali sembra una gara alla dichiarazione più esagerata. Ma se quella delle embrionali è la strada sbagliata, perché allarmarsi così se i colleghi concorrenti la seguono. Se falliscono, i "nostri" hanno solo da guadagnarci.

L'opinione pubblica è stata «vittima di una manipolazione», denuncia Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di Bioetica. «Esperimento raccapricciante... Si creano mostri senza avere esiti scientifici», tuona Bruno Dalla Piccola, che si dice «certo che non produrranno nessun tipo di terapia utile...». Ostante sicurezza anche Angelo Vescovi: «Un'aberrazione che non darà risultati»; «Macché chimera, una vera bufala». Eppure, sulle potenzialità del procedimento sono entrambi smentiti con tre esempi reali da Elena Cattaneo e Giuseppe Testa.

Anche Giuseppe Novelli, professore di Genetica all'Università Tor Vergata di Roma, è favorevole: «Non verrebbero creati mostri, mezzi uomini e mezzi animali, perché non si darebbe vita ad alcun embrione... Nessuno vuole usare questi embrioni per produrre bambini chimera. Obiettivo degli scienziati inglesi è solo prendere le cellule staminali, metterle sotto al microscopio e studiare finalmente malattie come Alzheimer, il Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».

Eugenia Roccella, su Avvenire, semplicemente parla d'altro, come obnubilata dal film horror visto la sera prima, mentre troviamo il direttore di Libero, Vittorio Feltri, esprimere una posizione in controtendenza con l'area di centrodestra: «Non vedo mostri all'orizzonte Sto con la scienza». Dopo aver premesso che «l'esperienza suggerisce di non vedere catastrofi imminenti in ogni novità e neppure di considerare ogni novità portatrice di benefici», chiarisce un paio di questioni:

«Anzitutto gli embrioni in questione non saranno inseriti nell'utero della donna (il divieto è specifico) quindi non esiste il rischio di creare in laboratorio dei mostri, e chi pensa questo ha visto troppi film di fantascienza. Inoltre, il fatto che certi esperimenti ai limiti dell'immaginazione si svolgano - sotto rigoroso controllo - in Inghilterra, ossia il Paese più avanzato e civile al mondo, è garanzia di serietà. Non è proprio il caso di pensare che le stanze asettiche adibite alla ricerca negli istituti londinesi si trasformino in gabinetti di tipo nazista, frequentati da scienziati pazzi. Sarebbe una forzatura priva di riscontri logici nella realtà di oggi. Qui si tratta semplicemente di proseguire negli studi rispettando le regole a tutela di princìpi etici condivisi. Tutto il resto è fantasia disturbata da bigottismi e non ha titoli per essere un impedimento a scoprire rimedi a malattie finora incurabili».

E ricordiamoci poi che «spesso quanto avviene nei laboratori ci sembra orribile e spaventa, ma tutti desideriamo vivere meglio (sani) e più a lungo, e quando siamo colpiti da una grave malattia, all'improvviso, ciò che spaventava alimenta la speranza di poter guarire. E ci affidiamo alla scienza come bambini alla mamma».

Thursday, June 21, 2007

Sua Bontà ci farà sapere, ma il sì è scontato

Walter VeltroniSi apre l'era del veltronismo "nazionale"?

Dovremo aspettare mercoledì prossimo per sapere se Sua Bontà Walter Veltroni accetterà di candidarsi alla guida del Partito democratico. Sarà un sì, perché il sindaco di Roma si è già "tradito". Vuol farsi desiderare, tutto qui, ma a chi pensa di darla a bere? La città scelta per l'"annunciazione" e il motivo addotto hanno un valore politico così preciso da non prestarsi a equivoci. Perché a Torino? «C'è una situazione difficile del Paese e c'è questo sogno del Partito democratico. E questi sono tutti elementi di valutazione che mi porteranno poi a scegliere, semplicemente e serenamente. Ho scelto di farlo a Torino perché è una grande città del Nord e del lavoro». Messaggio chiaro: la sinistra deve riconquistare la fiducia del Nord.

Perché scegliere una città in particolare, e con tale enfasi, per l'annuncio, se ci fosse la possibilità concreta di un passo indietro? Una settimana in più per alimentare il clima di attesa e creare l'evento. Ha doti di grande comunicatore, l'unico golden boy tra i suoi ingrigiti ex "compagni di scuola".

Ancora non è il leader del centrosinistra e la sua commedia zuccherosa è già diventata stucchevole: «E' una momento importante della mia vita politica e personale... Queste sono quelle cose per le quali bisogna soprattutto colloquiare con se stessi, con la propria coscienza e poi sentire le opinioni di persone che si stimano». Andiamo, caro Walter, falla breve, lo sappiamo che è una vita che aspetti l'investitura a salvatore della sinistra e della patria.

Che non sia destinata a reggere a lungo la coabitazione tra due leadership diverse - Veltroni alla guida del Partito democratico e Prodi dell'attuale governo - ne sono ben consapevoli i vertici di Ds e Margherita. Si tratta, però, o di salvare il Pd dotandolo di un leader forte e credibile, non compromesso con le politiche scellerate del governo in carica, seppure ciò significhi inevitabilmente delegittimare Prodi; o di rischiare di soffocarlo nella culla, affidando la segreteria a dei reggenti provvisori, di fatto all'ombra della fallimentare leadership prodiana. Ebbene, hanno deciso di sacrificare il Governo Prodi. Sembrano aver finalmente trovato il becchino per il cadavere di cui parliamo da mesi.

E ne sono convinti anche gli osservatori, che stavolta a licenziare Prodi, probabilmente già in autunno, sarà proprio Veltroni, una volta eletto leader del Partito democratico. Il più brillante a delineare lo scenario che si profila è Vittorio Feltri: Ds e Margherita sono ormai consapevoli che Prodi sta portando il centrosinistra alla rovina, procurando anche l'aborto del nascituro Partito democratico. Nei tre-quattro mesi d'estate, fino a metà settembre, la politica, come gli italiani, va in vacanza, e il premier non potrà fare troppe «cazzate». Ma in autunno la salma politica di Prodi verrà tumulata. Al suo posto, a Palazzo Chigi, un governo «piacione», con una decina di ministri, metà dei quali donne, che farà «un sacco di cose futili ma commoventi e popolarissime», «ammorbidirà toni e tasse, prometterà rose e fiori». Niente polemiche, parole buone per tutti.

Una volta consolidata l'immagine "buonista" della sinistra nel paese, Veltroni concorderà con il presidente Napolitano il percorso verso le elezioni politiche, il cui terreno sarà preparato da una finanziaria «elettorale, allegra, pacificatoria».

Pare che si apra, finalmente, l'era del veltronismo, da anni l'ultima, attesissima risorsa della sinistra. Chissà se da romano riuscirà a farsi nazionale.

Il veltronismo è ostentatamente compassionevole, si fonda sul buonismo, sulla cultura a portata di tutti, su un giro di relazioni vip e sullo svago cittadino come indispensabili strumenti di consenso e di governo, di soporifera egemonia. Non c'è miglior interprete di Veltroni di quella romanissima formula panem et circenses, così populistica ed ecumenica, che coniuga creazione del consenso e gestione del potere.

Il segreto del successo del Caro Sindaco nella fabbrica del consenso sta nella miscela vincente di un'immagine un po' cult, che attira l'intellettualume snob romano e "de sinistra" e il ceto impiegatizio gratificato da fugaci momenti di riscatto culturale, e un po' pop, capace di parlare al coattume delle periferie che si commuove davanti ai programmi di Maria De Filippi.

Il segreto del successo nella gestione del potere sta nell'eludere attentamente i problemi più spinosi e incancreniti della città, elargendo contentini a destra e a manca in un periodo di vacche grasse, per poi passare su tutto una mano di vernice fatta di manifestazioni culturali e sociali (cinema, musica, arte, letteratura, tempo libero) e di solidarietà in pillole. Piccoli gesti opportunamente ripresi dai fotografi e ingigantiti dai tg regionali, che in realtà rimangono occasionali e inutili. Esiste una vera e propria iconografia di soggetti deboli e umili, con i quali il Caro Sindaco ama farsi riprendere.

Roma è una città ormai compiaciuta del suo caos, delle sue occasioni di svago come dei suoi problemi perennemente irrisolti. E' così che vanno le cose, almeno divertiamoci, facciamone motivo di identità e orgoglio cittadino.

«Un mondo che sappia ascoltare il grido di dolore e il desiderio di futuro dei suoi bambini». Sembra di votare un film di Frank Capra. Veltroni si fa cantore di valori meravigliosi, impossibili da non condividere, mentre scansa tutto ciò che potrebbe dividere e alimentare quel conflitto che però in democrazia è il sale della politica, perché porta al momento della decisione con responsabilità.

«Non dirà niente, o userà formule sufficientemente generiche da non creare scompiglio. La sua è la cultura dell'et et, mai dell'aut aut: Veltroni somma, concilia, usa la formula magica del coniugare, è il sindaco juventino che si mette la sciarpa giallorossa, è la suggestione che unisce e mai la scelta che divide. Magnificherà tutti i valori condivisibili...», spiega Pierluigi Battista a Il Foglio.

Di Veltroni non si può certo dire che rappresenti la nuova politica, né, con i suoi cinquant'anni suonati, gran parte dei quali trascorsi nel Pci-Pds-Ds, un effettivo ricambio generazionale. La sua è una politica da cui sembrano aboliti per decreto tutti i rischi e le scelte (così tremendamente presenti, invece, nella vita quotidiana di ciascuno), nelle quali, inevitabilmente, una o più delle ipotesi in campo vengono scartate. Ecco, questa adrenalina della politica, fatta di scelte rischiose, sfide ideali, responsabilità, è estranea al veltronismo. Un'estraneità che potrebbe spiegare con largo anticipo il suo fallimento.

Centra il problema Dario Di Vico, sul Corriere: la «sciagura dell'unanimismo». Sarebbe un guaio «bissare le finte primarie del 16 ottobre 2005 quando un numero decisamente consistente di italiani orientati a favore del centrosinistra si mise in coda sin dalle prime ore del mattino per votare Romano Prodi, senza però che fosse in campo una candidatura veramente concorrenziale». Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine «fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna».

Per non avviarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, Veltroni dovrebbe quindi indicare per tempo cosa intende fare. «Resti pure sindaco... usi pure ampiamente la fantasia di cui dispone... sia però netto e abbia il coraggio di scontentare qualcuno. Dalla crisi della politica si esce con impegni lineari e convincenti ma anche estendendo ai partiti e alle coalizioni le regole della concorrenza. L'Italia non può continuare a essere il Paese dove le primarie si fanno per gioco. Solo chi si espone al rischio di perdere alla fine vince davvero».

«Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».