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Friday, July 02, 2010

Semipresidenzialismo a corrente alternata

Con tutto il rispetto per il presidente Napolitano, il cui ruolo in questi due anni di legislatura va in gran parte apprezzato per il suo equilibrio, c'è da chiedersi però se la sua uscita di ieri sul ddl intercettazioni non sia per caso dovuta a una botta di caldo che lo abbia colpito a Roma o a Malta. Prima di tutto, è palesemente falso che non sia stato ascoltato dalla maggioranza il suo «consiglio», di alcuni giorni fa, di dare priorità alla manovra finanziaria nei lavori parlamentari. La decisione presa a maggioranza nella conferenza dei capigruppo della Camera a cui si riferisce, infatti, fissa l'inizio della discussione sul ddl intercettazioni il giorno dopo la fine - obbligata (il decreto scade il 30 luglio) - dell'esame del ddl di conversione della manovra. Ma una volta licenziata la manovra, non si vede perché i deputati non possano passare ad occuparsi di intercettazioni, provvedimento palleggiato tra i due rami del Parlamento da oltre due anni. E' falso, dunque, quanto afferma il capo dello Stato.

A meno che giorni fa, invocando di dare priorità alla manovra finanziaria, non abbia in realtà voluto sostenere l'opportunità - a prescindere dalla manovra - di rinviare l'esame del ddl intercettazioni a dopo l'estate, e quindi caldeggiare ulteriori cambiamenti al testo. Ma a questo punto ci troveremmo di fronte ad una inedita e gravissima ingerenza del capo dello Stato sul calendario dei lavori del Parlamento, appena dissimulata dall'argomento - condiviso anche dalla maggioranza - di dare priorità alla manovra. Facendo inoltre capire inequivocabilmente di condividere i «punti critici» della legge uscita dal Senato che «risultano chiaramente dal dibattito in corso e dal dibattito svoltosi in Commissione Giustizia della Camera, nonché da molti commenti di studiosi, sia costituzionalisti sia esperti della materia», e anticipando che senza «modifiche adeguate» non promulgherà la legge, Napolitano sconfina del tutto dal suo ruolo costituzionale, partecipando attivamente e pubblicamente al processo di formazione delle leggi. Può rinviare una legge alle Camere, ma non può minacciarlo preventivamente, condizionando così i lavori del Parlamento e le mediazioni in corso sul testo all'interno della maggioranza.

Un errore, quello del suo parere anticipato, in cui già incorse con il decreto Englaro, quando con il suo intervento di fatto chiuse qualsiasi spazio di mediazione all'interno del Cdm, trovatosi a quel punto a dover difendere le prerogative del governo. Ma è un errore, bisogna dire, incoraggiato in questi anni anche da governo e maggioranza, che sempre più di frequente hanno richiesto al Quirinale pareri preventivi sottobanco, instaurando veri e propri negoziati sui testi, per non incorrere in "incidenti" di firma, con il risultato "presidenzialista" che alcune leggi e decreti vengono di fatto scritti sul Colle.

Come già con il decreto Englaro, anche stavolta l'intervento presidenziale, come emerge dalla verosimile ricostruzione di Ugo Magri su La Stampa, ha l'effetto di irrigidire le posizioni all'interno del Pdl e di restringere gli spazi per un compromesso tra maggioranza del partito e "finiani". Quindi, se la buona intenzione del presidente era quella di scongiurare il rischio di una crisi istituzionale che potesse compromettere la tenuta della maggioranza e quindi della legislatura, in realtà con la sua «bomba» di ieri da Malta non ha fatto altro che aumentare quel rischio. E infatti la giornata di ieri è finita con lo scontro tra Bondi e Fini, con quest'ultimo che si spinge a rivendicare il diritto al dissenso di fatto anche nel voto parlamentare, mentre fino ad oggi aveva assicurato di condividere il metodo della discussione e della decisione a maggioranza negli organi di partito.

Oggi lo sconfinamento di Napolitano è ancor più grave, perché si tratta non di un decreto ma di una legge, non del governo ma del Parlamento, cui sta praticamente dicendo: "Se non cambiate quella legge, non la firmo". Dalla facoltà di rinvio alle Camere si passa a un quasi diritto di veto preventivo, che in ogni caso condiziona i lavori parlamentari, trasforma il presidente in attore politico nel processo di formazione delle leggi, e in indebita sponda istituzionale per le forze politiche che spingono per cambiare od ostacolare il ddl. Un comportamento che conferma quanto già sospettiamo da tempo: quando al governo c'è Berlusconi, ci troviamo di fatto in una Repubblica semipresidenziale. Solo che al contrario che in Francia, la maggioranza uscita dalle urne è posta sotto la tutela di un presidente eletto indirettamente e dalla legislatura precedente. E di fronte a un governo di centrosinistra, il presidente ritorna ad essere un tranquillo notaio.

Thursday, September 10, 2009

Se Fini è affetto da "casinismo"

No, non condivido l'entusiamo di certi miei amici liberali per Fini, e di conseguenza le loro difese dall'attacco che ha ricevuto da Feltri. Ho letto in questi giorni molti post, commenti, l'intervista a Della Vedova. Certo, su alcuni temi mi fa piacere che Fini rappresenti posizioni che ad oggi nel Pdl sono decisamente sottorappresentate - ma che non mi sentirei di definire minoritarie (forse tra i militanti e i dirigenti, ma non certo tra gli elettori). Ma da qui a descrivere Fini come leader di una destra moderna e liberale ce ne passa. Il problema, per farla breve, è che a me pare che Fini per esistere politicamente cerchi di sfruttare ogni minima occasione per differenziarsi da Berlusconi. Se Berlusconi e il governo dicono "A", lui subito dice "B", e viceversa, a prescindere dal merito e dalle convinzioni. Mi pare insomma che stia usando il suo ruolo di presidente della Camera come fecero prima di lui - con scarsissimi risultati - sia Casini che Bertinotti.

La conflittualità tra Fini e Berlusconi si sviluppa su tre piani, che per essere obiettivi occorre tenere distinti. E' comprensibile che da presidente della Camera Fini si trovi molte volte a dover difendere le prerogative del Parlamento nei confronti di certe iniziative del governo e di certe lamentele del premier sulla pletoricità dei lavori parlamentari. Su questo piano, a prescindere dal merito (l'effettiva inadeguatezza e arretratezza dell'impianto costituzionale), una certa dialettica tra governo e presidenza della Camera è fisiologica.

Riguardo alcuni temi, Fini sta cercando di rappresentare posizioni di una destra più aperta e moderna, non ho mancato di sottolinearlo in occasione del Congresso del Pdl. Sull'immigrazione, a fronte di fermezza e rigore con i clandestini e i criminali, si preoccupa giustamente dei temi dell'integrazione e della moderna cittadinanza. E lo fa correttamente, cioè non cedendo al relativismo culturale e al politically correct della sinistra salottiera, ma da destra, prendendo i valori, le leggi e la cultura nazionali come fattori unificanti (alla Sarkozy, si potrebbe dire) per chi vive, lavora, paga le tasse in Italia, a prescindere dalla religione e dal colore della pelle.

Posizioni più aperte e moderne Fini le ha espresse anche sull'omosessualità e la bioetica, ed è più volte intervenuto in difesa della laicità dello stato. Nei giorni in cui il governo decideva di varare un decreto per impedire che a Eluana Englaro venisse "staccata la spina" - decreto che però il presidente Napolitano non firmò ritenendolo non conforme alla Costituzione - Fini si espresse per il rispetto della decisione del padre di Eluana. Una posizione non solo certamente legittima, ma che interpretava i sentimenti di larga parte degli italiani e dello stesso popolo del Pdl, come indicano i sondaggi. Sui temi della bioetica c'è nel partito piena libertà di coscienza, ha ricordato lo stesso Berlusconi parlando ieri sera alla Festa Atreju, dei giovani ex di An. La sensibilità laico-liberale di Fini non è isolata all'interno del Pdl e non è estranea, anzi ha «piena cittadinanza», come ha osservato Il Foglio, nella cultura politica di «un centrodestra moderno».

Eppure, non si può non notare come non molto tempo fa su tutti questi temi Fini esprimeva posizioni diametralmente opposte. Non si tratta di mettere in discussione la svolta di Fiuggi e inchiodare Fini al suo passato post-fascista ed ex-missino. Parliamo di un'era politica molto più vicina a noi. Quando sull'immigrazione la sua posizione era sovrapponibile a quella di Bossi, tanto da firmare insieme la famosa legge Bossi-Fini ancora in vigore; quando sollevava dubbi circa l'idoneità degli omosessuali a insegnare nelle scuole; quando, soprattutto, neanche due anni fa sosteneva che Piergiorgio Welby, essendo cosciente, non poteva chiedere di morire, e che chi lo «assecondasse» doveva essere considerato «un omicida», perché «la vita non è nella disponibilità di un uomo».

Cambiare idea è legittimo, ci mancherebbe altro, anche nell'arco di soli due anni, ma quando si cambia idea dopo aver assunto posizioni così nette ed estreme, si dovrebbe in qualche modo renderne conto, spiegare cioè i motivi del ripensamento, non fare finta di non aver mai detto certe cose. Se a ciò si aggiunge che all'epoca Fini non era presidente della Camera ma era all'opposizione insieme a Berlusconi e che al governo c'era il centrosinistra di Romano Prodi, allora sulla genuinità di certi improvvisi ripensamenti è lecito nutrire qualche dubbio.

Vorrei far notare inoltre ai miei amici liberali che in economia Fini non ha avuto alcun ripensamento da "destra aperta e moderna", liberale, bensì pare perfettamente a suo agio con la politica socialdemocratica della coppia Tremonti-Sacconi.

Ma c'è anche un terzo piano, nella conflittualità tra Fini e Berlusconi, ed è quello che Feltri ha rimproverato a Fini. Il direttore de il Giornale infatti non ha contestato al presidente della Camera le sue prese di posizione in difesa delle prerogative parlamentari, o le sue idee sul caso Englaro (che per altro Feltri condivide), ma il suo assordante silenzio per tutti i mesi in cui il premier ha ricevuto attacchi sulla sua vita privata. Il fatto che Fini abbia deciso di spendere le sue preziose parole solo sul caso Boffo, parlando di "killeraggio", ha fatto giustamente "incacchiare" Feltri. Ecco, questo è l'unico atteggiamento di Fini - di fregarsi le mani dinanzi ai tentativi di demolizione dell'immagine del premier - controproducente.

Intendiamoci, nel Pdl manca un dibattito di idee libero da pregiudizi e condizionamenti. Ciò si deve in parte alla forte leadership di Berlusconi, ma anche all'esperienza di governo in corso e alla campagna di attacchi - sulla vita privata e come al solito sulle vicende giudiziarie (adesso si apre addirittura il fronte sulle stragi di mafia) - da parte della stampa di sinistra e di un'opposizione dedita solo all'antiberlusconismo, che costringono per riflesso il Pdl a "fare quadrato" su tutte le decisioni, anche su quelle che richiederebbero maggiore riflessione e dibattito interno. Ben venga, dunque, un sano confronto tra idee anche molto diverse tra di loro - magari anche sulla politica economica! - che non solo arricchiscano il partito ma tolgano spazi politici all'opposizione, come a volte sembra che avvenga grazie alla disputa Lega-Fini.

Fini fa benissimo a cercare di costruirsi un profilo e un'identità politica che vada oltre i confini di An, e se possibile finanche oltre i confini attuali del Pdl, che da partito maggioritario, che ambisce a superare il 40% dei consensi, deve mirare a rappresentare tutte o quasi le istanze della società. Tuttavia, Fini dovrebbe tenere conto di alcuni fatti: che 1) la leadership di Berlusconi è incontendibile, lo è de facto prima ancora che per volontà del Cav., nel senso che gli elettori del centrodestra con approverebbero una leadership costruita in contrapposizione e in ostilità a Berlusconi, tanto più se significa impegnarsi in un'opera di estenuante logoramento dell'efficacia dell'azione di governo; e che 2) il successo del governo conviene allo stesso Fini, dal momento che in caso di fallimento, forse riuscirebbe a succedere a Berlusconi nella leadeship del Pdl, ma non alla guida del Paese. Un successo pieno di questa esperienza di governo conviene a chiunque voglia succedere a Berlusconi nel centrodestra. Solo in quel caso infatti un leader inevitabilmente più fragile del Cav. potrebbe realisticamente ambire al governo del Paese oltre che al vertice del partito.

Thursday, March 26, 2009

Follia da stato etico + farsa tutta italiota

Perso per perso, tanto vale che la legge sul testamento biologico sia la più assurda e incostituzionale possibile, cosicché la Corte costituzionale non potrà esimersi dal bocciarla non appena gli capiterà sotto tiro.

Ciò che è successo oggi al Senato però la dice lunga sul comatoso e credo irrecuperabile stato della politica italiana.

Iniziamo col dire che quanto accaduto ci conferma ancora una volta che da cittadini faremmo meglio a esercitare tutti gli spazi di libertà esistenti in concreto senza riporre alcuna fiducia che lo Stato sappia risolvere a nostro vantaggio le ambiguità, e anche ipocrisie, che sorgono in quel gap - in una certa misura inevitabile - tra la legge e la realtà della vita quotidiana.

Nel merito, la legge che il Parlamento sta partorendo è tecnicamente nazistoide. L'articolo 32 della Costituzione è manifestatamente stato scritto avendo in mente le atrocità commesse pochi anni prima dal regime nazista. Questa legge sembra invece farci tornare al tempo in cui lo Stato etico del Terzo Reich disponeva dei corpi dei suoi cittadini malati per condurvi i suoi strani esperimenti. Tali ai miei occhi appaiono situazioni in cui un paziente, non importa quanto consapevole, è obbligato ad alcuni trattamenti sanitari che, senza alcuna speranza di migliorarne la qualità della vita, intervengono sadicamente a prolungarne l'agonia. Davvero bizzarri esperimenti che solo menti malate possono partorire.

Si confonde il diritto alla vita con un inquietante "dovere alla vita". Si parla di centralità della persona, ma si stabilisce che la persona non dispone nemmeno del proprio corpo, sul quale non è né il medico né un famigliare a dire l'ultima parola, ma lo Stato. E non lo fa neanche di volta in volta, caso per caso, ma stabilendo una volta per sempre un esito univoco a situazioni diversissime tra di loro.

La maggioranza ha dato prova di un livello di fanatismo totalitario oltre ogni più negativa previsione. Una massa di invasati, che sembrano non rendersi conto di quanto la legge che hanno votato sia folle anche nella sua palese inapplicabilità. Per assicurarsi che nessuno venga "lasciato andare" bisognerebbe mettere in campo risorse - umane e materiali - inimmaginabili per qualsiasi servizio sanitario nazionale e apparato repressivo.

Impressiona poi la compattezza della maggioranza. E' davvero impensabile che i 150 che hanno votato quel testo (o la maggior parte di loro) non lo ritengano in coscienza assurdo. Ciò ci induce a qualche riflessione su una legge elettorale che sembra aver sì determinato un esito quasi bipartitico, ma che ha praticamente adulterato il concetto stesso di rappresentanza. E' chiaro ormai che deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico. E' urgente, ancor di più in Italia, dove sembra che prevalga più che in altri paesi l'istinto del gregge, avere i collegi uninominali.

Non esente da colpe anche il Pd, che non ha potuto (voluto), a causa delle sue divisioni interne, condurre una limpida battaglia di libertà, cercando invece compromessi al ribasso che avrebbero portato a una legge comunque restrittiva oltre il sopportabile della libertà individuale, ma pericolosamente più passabile agli occhi della Corte. Ma è colpa anche di quanti pur in buona fede, anche contro l'evidenza della direzione favorevole che andavano prendendo le sentenze nei casi Welby ed Englaro, hanno continuato a invocare una legge che con qualunque maggioranza avrebbe ristretto gli spazi di libertà già esistenti nell'ordinamento.

Infine, vi invito a constatare voi stessi l'imprevedibile momento di lucidità - dopo almeno cinque o sei anni - del senatore Marcello Pera.

Wednesday, February 25, 2009

Meglio una legge incostituzionale che solo brutta

Qualcosa si sta muovendo nella maggioranza a proposito del ddl sul testamento biologico? Così farebbe pensare lo stop della Commissione Affari costituzionali del Senato, che avrebbe dovuto dare questo pomeriggio il proprio parere sul testo Calabrò, parere rinviato invece al pomeriggio di martedì prossimo. D'altra parte, l'incostituzionalità del ddl balza agli occhi e non pochi dubbi sarebbero stati sollevati in commissione non solo dall'opposizione ma anche da una parte della maggioranza. Il presidente della Commissione Igiene e Sanità, Tomassini, ha detto che comunque loro vanno avanti con l'esame degli emendamenti e che non si fermerebbero neanche di fronte a un eventuale parere negativo.

Ieri, parole di buon senso erano state pronunciate ai microfoni del Tg3 dal presidente della Commissione Antimafia, il democristiano doc Giuseppe Pisanu, che si rifiuta di votare una legge simile: «Con la pretesa di disciplinare per legge il fine vita, si afferma la forza dello Stato sul valore della persona umana. Ma questo è in contrasto con l'articolo 2 della Costituzione, che prevede il primato della persona sullo Stato... Secondo me non dovrebbe esserci alcuna legge. Ed in casi delicati, come quello di cui parliamo, dovrebbero essere affidati alla volontà del paziente, se è in grado di intendere e volere, oppure alla valutazione, in scienza e coscienza, dei parenti e del medico, come sempre è avvenuto».

Già, «come sempre è avvenuto», senza scandalo di nessuno finché la questione non è stata politicizzata. Anche Pisanu quindi si iscrive al partito "nessuna legge".

Ma non è il caso di illudersi troppo. Ormai il latte è versato. Hanno voluto così fortemente una legge entrambi i fronti che, come spesso accade, avremo comunque una cattiva legge, che limita drasticamente gli spazi di libertà che fino a ieri erano sicuramente esercitati e, dopo i casi Welby ed Englaro, anche garantiti.

A questo punto, meglio che la legge sia il più palesemente possibile incostituzionale. Il mio timore infatti è che qualche improvvido emendamento (come quelli davvero pessimi del Pd e di Rutelli) possa introdurre qualche eccezione o altra diavoleria che senza rendere la legge meno brutta, cattiva e illiberale di quella che è, la renda però passabile di fronte a un eventuale giudizio della Corte costituzionale. A proposito, mi sembra saggia la posizione di Beppino Englaro sul da farsi dopo l'approvazione della legge. Mi pare che sia stato lui il solo a suggerire di percorrere la via della Consulta prima di buttarsi sul referendum, che purtroppo è uno strumento reso inutilizzabile.

Wednesday, February 18, 2009

Fine corsa per una classe dirigente dissociata dalla realtà

Il brusco epilogo della corsa veltroniana (e forse anche del Pd) era scritto in quel magnifico, indispensabile libro di Andrea Romano, "Compagni di scuola", sulla classe dirigente dell'ex Pci. E' un testo fondamentale per capire il male profondo della sinistra italiana negli ultimi 20 anni.

Veltroni ha certamente commesso molti errori. Il più madornale l'aver imbarcato il giustizialismo dipietresco dopo aver annunciato che il Pd sarebbe andato "da solo". Un errore che ha sviluppato tutte le sue conseguenze negative proprio nel momento in cui il Pd avrebbe avuto più bisogno di agire libero da condizionamenti, cioè all'indomani delle elezioni.

Il fallimento di Veltroni non sta infatti nella sconfitta elettorale dello scorso aprile (ampiamente prevedibile e comunque a lui non imputabile), ma in quello che è venuto dopo. E' dall'opposizione, infatti, che i grandi leader combattono la battaglia per il rinnovamento del loro partito. Così ha fatto Blair, per citare solo l'esempio più vicino a noi e più eclatante. Ebbene, è qui che Veltroni ha fallito, gettando la maschera indossata in campagna elettorale, dimostrando di essere "riformista", e di aver usato la retorica del "nuovo", solo per necessità tattica, e non per convinzione profonda.

Una convizione e una determinazione - che sarebbero state necessarie per aprire all'interno del partito uno scontro di idee e di leadership aperto e trasparente - che d'altra parte da Veltroni non ci si poteva aspettare, proprio alla luce della sua biografia politica, perché anch'egli fa parte di quella classe dirigente, descritta nel libro di Romano, nata e cresciuta nel mito di Enrico Berlinguer. Un mito che continua a trasmettere come validi una quantità di principi bocciati e falsificati dalla storia, ritardando così qualsiasi cambiamento della sinistra.

Viste le brutte, Veltroni ha ripiegato nell'antiberlusconismo e nella presunta superiorità morale della sinistra, rifugio sicuro per tutte le stagioni ma coacervo di istinti e riflessi che non fanno una cultura di governo.

Su tutti i temi le posizioni del Pd di questi mesi, in cui Veltroni avrebbe dovuto inaugurare una stagione di rinnovamento interno, hanno ricalcato quelle dell'Ulivo all'opposizione tra il 2001 e il 2006. Solo che ormai la gente, anche il cosiddetto "popolo della sinistra", non ci crede più. Tanto che secondo autorevoli istituti di ricerca, alle scorse elezioni politiche per la prima volta si sarebbe verificato un consistente travaso di voti dal Pd direttamente al PdL, cioè dall'Ulivo a Berlusconi. Il problema è che in ogni dibattito che si apre, dai leader all'ultimo dei funzionari del partito tutti o quasi si schierano per la difesa dello status quo, al fianco di istituzioni del tutto screditate. E quanto più lo fanno con il massimo dell'enfasi e della retorica, tanto più agli occhi dei cittadini anche di sinistra appaiono dissociati dalla realtà.

Se si parla di riforma della scuola e dell'università, il Pd si appiattisce sulle posizioni conservatrici dei docenti e dei rettori, o dei sindacati degli insegnanti, in nome di principi altisonanti disattesi nella pratica. Ma tutti sanno che scuola e università non funzionano; se si parla di riforma della contrattazione collettiva, di lavoro o di pensioni, di pubblica amministrazione, il Pd appare imbarazzato e immobilizzato dalle posizioni anacronistiche della Cgil; se si parla di riforma della giustizia, si appiattisce sulle posizioni della magistratura, un'altra istituzione che i cittadini certo non amano.

Anche sul caso Englaro, anziché assumere una posizione nel merito, il Pd ha preferito nascondere le sue divisioni interne e il suo imbarazzo dietro una pretestuosa (e discutibile) difesa della Costituzione, impersonata addirittura da quella vecchia cariatide di Scalfaro. I cittadini non sono stupidi e si rendono conto che la carta ha bisogno di essere riformata, mentre il Pd appare come il cocciuto difensore della sua immodificabilità.

Grida vendetta sentir dire da Veltroni, che ha testardamente voluto l'alleanza con Di Pietro, senza scioglierla neanche quando ormai erano chiari i danni che arrecava al Pd, che la sinistra non deve più essere «salottiera, giustizialista e conservatrice».

Ma c'è un passaggio del suo discorso di commiato che rivela tutta l'inadeguatezza e i limiti persino culturali dell'ex segretario. Quando ha spiegato che Berlusconi «ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio», dimostra non solo di non aver compreso i motivi delle sconfitte elettorali, ma anche di avere una struttura mentale ancora fortemente ideologizzata che gli impedisce di rendersi conto di come funzioni davvero una società. Non è la politica a imporre, o a dover tentare di imporre alla società valori elaborati a tavolino, in una sorta di ingegneria sociale. Sono i valori che emergono dalla e nella società e in democrazia la politica li rappresenta.

E' ora di finirla con questa balla ideologica di Berlusconi che avrebbe "creato" un sistema di (dis)valori. Casomai li rapppresenta. E' questa supponenza e idealizzazione della politica che non permette al Pd di capire a fondo il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, di risultare credibile come rappresentante.

Monday, February 09, 2009

Ciao Eluana, scusaci di tutto

Eluana Englaro si è spenta. Come se avesse presagito i fantasmi che la stavano rincorrendo per imprigionarla di nuovo. Pochi giorni dopo la sospensione delle cure. Si diceva che senza nutrizione e idratazione potesse sopravvivere anche due settimane, ma così non è stato. Non sono un medico, ma evidentemente a tenerla in vita erano altri farmaci, piuttosto che quella nutrizione e idratazione artificiali su cui ci siamo accapigliati. Ma può essere stata persino una fatalità, senza alcun legame con la sospensione dei trattamenti. O forse, un qualche Dio misericordioso ha voluto dare un segno della sua presenza.

Da registrare la strana furia ideologica di un ministro, Sacconi, che per giorni ha messo in giro voci false su presunte irregolarità della clinica "La Quiete". Ebbene, proprio pochi minuti prima della morte di Eluana è stato smentito sia dalla Regione Friuli (di centrodestra), sia dalla Procura di Udine.

Dagli accertamenti eseguiti su disposizione della Regione Friuli Venezia Giulia non sono emersi elementi tali da indurre a un intervento sulla struttura, hanno concluso il presidente Renzo Tondo, gli assessori regionali Kosic (Sanità) e Seganti (Autonomie Locali), e i dirigenti del settore sanitario.

«Al momento non abbiamo alcun elemento che ci faccia convincere che la sentenza debba essere interrotta. Eseguire la sentenza è un obbligo di legge», dichiarava il procuratore generale della Corte d'Appello di Trieste, Deidda. «Allo stato non abbiamo notizia di alcuna irregolarità, e la sentenza va eseguita», precisava. Mentre anche i carabinieri dei Nas smentivano l'ipotesi di un sequestro cautelativo delle stanze in cui era ospitata Eluana.

Dà ancora una volta il peggio di sé il Vaticano, come con Welby. Le prime parole non sono per l'anima di Eluana, per il dolore dei famigliari, ma contro chi si è reso colpevole solo di averne rispettato la volontà: «Dio li perdoni», tuona il cardinale Barragan.

Ed Eluana perdoni la Chiesa e lo Stato, se può.

Con il "terzo partito" di Panebianco, ma con un "ma"

Ho letto e condiviso l'editoriale di oggi di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera. Vorrei solo far notare a Panebianco che la posizione del "terzo partito" - di cui mi sento di far parte, ritenendo da molto tempo che sia meglio nessuna legge - non è però equidistante dagli altri due partiti. Al partito schierato «a difesa del diritto a morire» si possono imputare al massimo un errore strategico e una debolezza culturale. L'aver continuato a politicizzare il caso, invocando l'intervento del legislatore anche dopo le recenti sentenze favorevoli (sui casi Welby ed Englaro) rivela un malinteso sul ruolo dello Stato nel garantire la libertà dei cittadini, una sorta di "statolatria", che li porta a credere che non basti una "libertà da", una libertà come assenza di impedimenti e divieti. Quante persone, a differenza di quanto accadeva per il divorzio o l'aborto, vengono incriminate oggi per aver "staccato la spina" a un proprio parente? No, quel partito vuole per forza una legge che sancisca la "libertà di", anche a prezzo di ottenere l'effetto opposto.

Non si può però far finta di non vedere che le posizioni dei due partiti, se convergono nell'idealizzare lo Stato e la Democrazia, non sono simmetriche. L'esito legislativo per cui si batte uno dei due non è la morte di tutti i pazienti nelle condizioni di Eluana, ma la libera scelta lasciata alla persona e ai suoi cari, assistiti dai medici, come nella vita di tutti i giorni va e, anche secondo Panebianco, giustamente, dovremmo lasciare che vada. Dunque, perché non sembri prendere una facile via di fuga dallo scontro in atto, il "terzo partito" dovrebbe comunque ribellarsi a un ddl che nega questa scelta anche alle persone coscienti, com'era Welby, laddove si riferisce a persone non autosufficienti.

Saturday, February 07, 2009

Quando il dibattito è disonesto

L'editoriale di oggi di Ernesto Galli Della Loggia dà modo di tornare su due aspetti mai sufficientemente sottolineati nei dibattiti, televisivi o sui giornali, sul caso Englaro. Galli Della Loggia tratta i due principali argomenti usati da coloro che si oppongono a lasciar morire Eluana: la sua volontà non è certa (in quanto «ricostruita ex post su base totalmente indiziaria»); la morte per sospensione del nutrimento e dell'idratazione è comunque dolorosa e disumana.

Qui occorre mettersi d'accordo perché il dibattito sia onesto intellettualmente. Tutti quelli che oggi si preoccupano tanto della reale volontà di Eluana, sono gli stessi che solo due anni fa passavano sopra la volontà, non «ricostruita», ma personale e consapevole, di Welby. Tutti coloro per i quali lo scandalo oggi è la sospensione del "cibo" e dell'"acqua", sono gli stessi che si opponevano alla richiesta di Welby di essere staccato da un ventilatore meccanico che lo teneva in vita pompandogli aria nei polmoni, considerando il distacco al pari di un omicidio.

E' la prova della disonestà intellettuale di questi interlocutori. Non si può fingere di preoccuparsi della reale volontà del soggetto, anche se si sarebbe comunque contrari alla sospensione dei trattamenti qualora sia il soggetto stesso ad esprimersi in prima persona; non si può sollevare la questione della natura, umanitaria e non terapeutica, dell'alimentazione e dell'idratazione, pur essendo contrari anche al distacco delle macchine.

E' ovviamente lecito essere contrari a lasciar morire Eluana o chiunque altro, ma bisogna dirla tutta e non usare argomenti pretestuosi, sollevare obiezioni che quand'anche fossero superate non sposterebbero di un millimetro le proprie conclusioni. Si dica chiaro e tondo che il nostro corpo non ci appartiene. Appartiene allo stato, o a Dio, che lo gestiscono attraverso i loro "sacerdoti". Certo, mi rendo conto che questa sarebbe una posizione un tantino più impopolare che alimentare dubbi sulla volontà di Eluana, riferita dal padre e dalla famiglia in modo univoco, o fare appello alla sensibilità del pubblico per il "cibo" e l'"acqua" negati. Purtroppo, non ho mai sentito o letto nessuno denunciare questi trucchi retorici.

Un'ulteriore prova sta nel fatto che anche lo stesso ddl varato dal governo non si preoccupa mimimamente della reale volontà dei soggetti. Laddove il divieto di sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione riguarda tutti coloro «non in grado di provvedere a se stessi», ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi. Anche se Eluana potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste.

Infine, Galli Della Loggia propone di «non produrre la morte di alcuno negandogli l'idratazione e l'alimentazione», ma attraverso «la non somministrazione» di quei farmaci che «non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurare l'indefinita prosecuzione» dello stato vegetativo. Galli Della Loggia non è un medico. Anch'io non lo sono, ma a intuito credo che sospendendo quei farmaci, e non l'alimentazione e l'idratazione, Eluana andrebbe incontro ad una morte ben più traumatica. Per infezione, per trombosi, o per soffocamento.

Da cattolico, a denunciare l'errore del governo, e della Chiesa, è il filosofo Giovanni Reale, intervistato dal Corriere: il decreto «si oppone all'idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell'uomo. E lo dico da cattolico». La Chiesa stessa, ricorda, dice che «si può rinunciare all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c'è stata proporzione e non c'è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?».

Eluana, e come lei Welby, avanzano la stessa condivisibile richiesta dal punto di vista umano: «Lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un'affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre». L'errore che stanno commettendo la Chiesa e la politica è di politicizzare «qualcosa che con la politica non c'entra niente».

Il teatrino della politica sul corpo di Eluana

Si era capito già ieri dal susseguirsi degli eventi e delle dichiarazioni. La lettera di Napolitano non ha aiutato. Ha irrigidito la posizione del governo. Ma soprattutto non ha aiutato i pochi ministri che sia pure timidamente in quel consiglio dei ministri avrebbero potuto esprimere le loro preplessità sul decreto.

Dai retroscena di oggi sui giornali troviamo conferme. Con il no preventivo di Napolitano nero su bianco, la natura del dibattito in Cdm è cambiata: dal caso Englaro e dal diritto alla vita alla difesa delle prerogative del governo, che soprassedendo avrebbe avvalorato una sorta di controllo preventivo del capo dello Stato in materia di decretazione. Una pretesa che traspare dalla lettera di Napolitano e di cui non c'è ombra nella carta costituzionale. Anzi, non è neanche pacifico che il presidente possa negare la firma su un atto come il decreto, che la costituzione pone "sotto la responsabilità" del governo. In questo caso la firma, come quella del guardasigilli sui provvedimenti di grazia del presidente, sarebbe un "atto dovuto", notarile.

E' vero anche che era stato il governo, tramite il solito Letta, a insistere per avere un parere preventivo del capo dello Stato. E visto che non sembrava accontentarsi di un parere più volte comunicato telefonicamente, Napolitano ha con le migliori intenzioni, ma imprudentemente, deciso per la lettera, personale e riservata a Berlusconi. Che fosse una trappola o meno non è possibile dirlo con certezza, ma è certo che Berlusconi ha deciso di usare la lettera come arma per pretendere dai suoi ministri più scettici non più tanto o solo un sì al decreto, ma soprattutto la totale fedeltà all'esecutivo. Ciò non costituisce comunque un alibi per quei pochi ministri che in questi giorni non hanno avuto il coraggio di contrastare con la stessa forza le pressioni di Sacconi e del Vaticano sul premier.

Il presidente Napolitano è rimasto vittima delle insidie che si nascondono dietro ogni dinamica di Palazzo informale e non alla luce del sole. Meglio avrebbe fatto a limitarsi a far trapelare le sue perplessità, ma senza anticipare che non avrebbe firmato. Probabilmente il governo avrebbe approvato comunque il decreto, ma forse non all'unanimità, e oggi le divisioni al suo interno sarebbero potute emergere.

La cosa più triste è che nonostante la delicatezza del caso su cui doveva decidere, il governo non ha rinunciato ai calcoli e ai tatticismi politici, ad astuzie meschine, al solo fine di scaricare su Napolitano (e poi sulle Camere) addirittura la responsabilità della morte di Eluana. L'impressione disgustosa che si ha, infatti, è che Berlusconi abbia fatto bene i suoi calcoli, potendo contare con certezza sul rifiuto della firma da parte del presidente. In ogni caso, né il decreto (che non sarebbe stato emanato) né il ddl (che non sarà approvato in tempo) sarebbero intervenuti sul caso Englaro. Il governo avrà in ogni caso accontentato il Vaticano e assunto una posizione-manifesto per il diritto alla vita, scaricando su Napolitano prima, che ha negato la sua firma al decreto, sulle Camere poi, che non avranno approvato in tempo utile il ddl, la responsabilità della morte di Eluana. Ed è probabile che, se la morte di Eluana sopraggiungerà prima della conclusione dell'iter del ddl, le Camere decidano di tornare all'esame di una legge organica in Commissione.

Friday, February 06, 2009

Rottura con il passato. Berlusconi sceglie lo stato etico

Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano.
John Stuart Mill


Un Vaticano scatenato come mai prima, una politica in parte inginocchiata, in parte intrisa di una irriducibile ideologia statalista. Un governo che si fa coerente interprete dello stato etico in cui viviamo da 80 anni e violenta il corpo martoriato di una cittadina inerme.

Con il decreto approvato oggi in Cdm, e il disegno di legge che probabilmente verrà presentato alle Camere lunedì, per la prima volta Berlusconi ha deciso di coinvolgere formalmente il suo governo in una battaglia sulle questioni etiche, segnando la fine di quella libertà di coscienza che aveva da sempre rivendicato essere la linea del suo partito su quei temi. Una rottura con il passato che proprio alla vigilia della nascita del PdL può rivelarsi un macigno. Un partito che mira al 40% dei voti e ad essere maggioritario nel Paese non può su questi temi nascere su posizioni estremiste estranee alla maggioranza degli italiani e persino dei suoi elettori.

Il presidente Napolitano ha commesso un solo errore in questa vicenda. Inviando la lettera con il suo no preventivo al decreto mentre era in corso la riunione del Consiglio dei ministri - iniziativa in effetti assai discutibile sotto il profilo istituzionale - ha di fatto ricompattato il governo, perché a quel punto, soprassadendo, l'esecutivo avrebbe avvalorato un potere di vaglio preventivo sulla decretazione d'urgenza da parte del presidente della Repubblica. Quanto meno, è stato questo l'argomento usato per convincere i ministri più riottosi.

Per il resto il presidente ha giustamente rilevato la mancanza dei requisiti di urgenza e necessità per l'emanazione del decreto. Se infatti si sostenesse che i requisiti si siano determinati in conseguenza del caso Englaro, allora si ammetterebbe che si tratta di un decreto ad personam, confermando la sua incostituzionalità; ma viceversa, nessun fatto nuovo sarebbe emerso sulle questioni di fine vita tale da rendere un decreto urgente e necessario. A meno che il governo non sia disposto ad ammettere di essersi accorto solo oggi che nelle strutture sanitarie pubbliche migliaia di pazienti vengono "uccisi".

Ma può il presidente della Repubblica eccepire sulla costituzionalità di un decreto e rifiutarsi di firmarlo? Oppure sui decreti, in quanto atti governativi («sotto la sua responsabilità», recita l'art. 77 riferendosi al governo), la firma presidenziale è da considerarsi un "atto dovuto", notarile? La questione è quanto meno controversa.

Quanto al mancato rispetto della sentenza della Cassazione, a mio avviso è un argomento irrilevante. Il governo e il Parlamento sarebbero infatti pienamente legittimati a legiferare per riempire un vuoto normativo, o correggere una legge, che avessero determinato una certa sentenza.

Ma ciò che nessuna formulazione del decreto avrebbe mai potuto superare, pena la sua inefficacia allo scopo che si erano prefissi i proponenti, è il contrasto della norma con gli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione.

Nella seconda bozza del decreto, hanno sostenuto Berlusconi e Sacconi, sono stati accolti i rilievi tecnico-giuridici avanzati dal costituzionalista Onida. Il quale però ha negato, e ha spiegato che porre come limite temporale del divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali l'approvazione di una legge sul testamento biologico da parte del Parlamento non è comunque sufficiente a rendere costituzionale l'intervento del governo. La prima bozza, infatti, era «costituzionalmente impropria» non solo perché di fatto anticipava la volontà del Parlamento sul testamento biologico, ma soprattutto perché «contrastante con l'art. 32 della Costituzione», nel punto in cui prevedeva che l'alimentazione e l'idratazione non potessero essere in nessun caso rifiutate dai soggetti interessati.

Questo contrasto con la Costituzione è inevitabilmente rimasto anche nella bozza di decreto approvata dal CdM:
«In attesa dell'approvazione di una completa ed organica disciplina legislativa in materia di fine vita, l'alimentazione e idratazione in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».
Attenzione a laddove si dice «non in grado di provvedere a se stessi», perché con questa espressione ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi.

Dunque, non è affatto vero che per il governo e per i sostenitori del divieto di sospensione dei trattamenti il problema consista nell'incertezza sulla reale volontà di Eluana. Anche se potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste. Ed è ciò che rende il decreto incostituzionale. Non solo il decreto, ma qualsiasi legge che escludesse del tutto la possibilità per un cittadino di rifiutare alimentazione e idratazione, sia naturali che per mezzi artificiali, sarebbe incostituzionale.

Riguardo la pesante ingerenza del Vaticano, il portavoce Padre Lombardi ha smentito «nel modo più categorico» la conversazione telefonica tra il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il presidente del Consiglio italiano, riportata questa mattina da un quotidiano. Ma Lombardi non può non essersi accorto che su un altro autorevole quotidiano, il Corriere della Sera, si faceva riferimento ai colloqui che solo ieri Berlusconi avrebbe avuto con monsignor Betori, già segretario generale della Cei, e con il cardinale Bagnasco, presidente della Cei. Evidentemente, dobbiamo supporre, questi colloqui non era in grado di smentirli.

Thursday, February 05, 2009

Un decreto-stupro. Il governo salvi se stesso, non violenti Eluana

C'è da immaginare che in queste ore stia infuriando la battaglia tra i membri del governo favorevoli e quelli contrari a un decreto legge per impedire a Eluana Englaro di andarsene come avrebbe desiderato. Sono davvero rimasto sgomento quando stamani ho appreso le ultime parole di Berlusconi: «Stiamo lavorando per intervenire».

Cos'era cambiato dalle parole pronunciate solo ieri, quando a una domanda sul caso Englaro aveva risposto esattamente il contrario: «Non voglio intervenire»? Se Berlusconi - sempre disinteressato ai temi etici, quasi infastidito, e sempre attento ai sondaggi - scegliesse di dar corso a questa idea del decreto, sarebbe solo per fare un favore al Vaticano.

E' indubbio infatti che in queste ore siano state fortissime le pressioni esercitate dai più alti ambienti ecclesiastici tramite il solito canale - quel Gianni Letta apprezzato in modo bipartisan, ma che ho sempre ritenuto un pericoloso Richelieu, per la sua capacità di influenzare il "principe" frenandone gli slanci più riformatori.

Da una parte tutto il peso del Vaticano, dall'altra i pochi membri del governo e della maggioranza di buon senso. In mezzo, decisivo, Berlusconi. Speriamo che anche questa volta prevalga in lui l'istinto che lo porta a inseguire il consenso popolare. Un'altra certezza infatti, è da che parte stia l'opinione pubblica. Una maggioranza schiacciante di italiani ritiene che il papà di Eluana abbia tutto il diritto di compiere la volontà della figlia. E, in ogni caso, dubito che ci sia più di qualche fanatico che ritenga che il governo debba entrare nella vicenda dolorosissima, e privatissima, di una famiglia.

Tra l'altro, ogni paragone con il caso Terry Schiavo non regge. Era simile dal punto di vista clinico, ma di mezzo c'era una famiglia spaccata, una ricostruzione non univoca della sua volontà e una enorme somma di denaro, oltre un milione di dollari mi pare.

Certo, se la prepotenza del Vaticano avesse la meglio sull'attaccamento di Berlusconi al consenso popolare, ci sarebbe davvero di che preoccuparsi per l'indipendenza del nostro paese dallo Stato del Vaticano. Ma se Berlusconi avrà la forza di dire no, di soprassedere, dovrà ringraziare oltre al suo istinto anche il presidente Napolitano, Fini, forse anche Bossi, e un pugno di persone di buon senso di cui si è circondato, che gli avranno impedito di commettere un grave errore, umano e politico. Un decreto siffatto sarebbe incostituzionale, perché costringere una persona ad alimentarsi contro la sua volontà, per vie naturali o artificialmente, comporterebbe esiti di una violenza inaudita (vicini alla tortura) sul corpo di quella stessa persona, che contrasterebbero con tutti i più banali principi della carta costituzionale.

Inoltre, il governo ne ricaverebbe un grande danno d'immagine. Qualsiasi mistificazione mediatica non riuscirebbe a nascondere l'evidenza dei fatti: lo Stato contro una famiglia, la famiglia. Il governo contro un papà e una mamma sfiniti dal dolore che vogliono solo far riposare in pace la loro bambina, da 17 anni imprigionata nel suo corpo divenuto un vegetale. Una simile prepotenza ripugnerebbe chiunque, perché chiunque penserebbe a se stesso e alla sua famiglia in quella situazione. Di fronte a questo Leviatano, a questo Golia, si leverebbe Beppino Englaro, un uomo determinato, lucido, che conosce i suoi diritti, che sa comunicare davanti alle telecamere tutto il suo amore per la figlia e per la libertà. Neanche il più popolare dei governi uscirebbe indenne da un simile confronto.

Tra poche ore sapremo se ancora una volta dovremo vergognarci del nostro stato e avremo un motivo in più per espatriare. Che cosa noi italiani dobbiamo arrivare a fare per riaffermare che siamo padroni del nostro corpo? Chi, se non lo siamo noi stessi, è il padrone dei nostri corpi? Speriamo che non ci voglia uno Jan Palach italiano per ricordarci tragicamente che uno stato può toglierti tutte le libertà, ma non la libertà sul tuo corpo e la tua coscienza.

Tuesday, February 03, 2009

Il sequestro di un individuo in una persona

Difficile parlare di Eluana, ma anche non parlarne. Credo che un rispettoso silenzio sia sempre una virtù, ma che in questo caso - che il papà di Eluana ha voluto socraticamente portare alla conoscenza dell'opinione pubblica e dibattere con le autorità civili del suo paese - le parole non siano fuori luogo.

Eluana sta per morire una seconda volta e quindi questi non possono che essere giorni tristissimi per la famiglia di Eluana. Un po' di sollievo può certamente recarlo la consapevolezza di essere riusciti a far valere la volontà della loro figlia. Morire due volte è triste, ma lo è anche tutto ciò che c'è stato in mezzo, ciò che ha passato: il sequestro di un individuo in una persona. Perché quando tra i due termini non c'è equilibrio, c'è sofferenza e talvolta la condizione umana diventa insopportabile.

Guardando a quei quattro fanatici che ieri notte hanno provato a sbarrare la strada a Eluana, e ai tanti che ci sono riusciti per questi lunghi anni, confesso che per un istante ho temuto: se sono disposti ad accanirsi in questo modo su corpi inermi e sofferenze inaudite, figuriamoci cosa sarebero disposti a fare per limitare la libertà di chi è in grado di agire autonomamente. Invece no, mi sono detto. Sono fanatici ma anche vigliacchi. Sono forti con i deboli, ma deboli con i forti. Sono certo che non avrebbero il coraggio di sbarrare la strada a uno di noi, a qualcuno nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e psichiche. Si attaccano a Eluana perché Eluana non può mandarli affanculo.

E' ignoranza allo stato puro quella che fa dire a Eugenia Roccella che c'è una «incompatibilità oggettiva tra il Servizio sanitario nazionale e l'applicazione del decreto della Corte d'appello di Milano». Come se il Ssn fosse sovrano e non soggetto alle leggi di questo paese. Si faccia vedere da uno bravo, Eugenia.

Berlusconi ha taciuto, come sempre sui temi etici. Mentre Fini ha dimostrato buon senso, senso della realtà ma anche e soprattutto sintonia con la sensibilità della maggior parte degli elettori anche di centrodestra:
«Invidio chi ha certezze sul caso Englaro. Personalmente non ne ho, né religiose né scientifiche. Ho solo dubbi, uno su tutti: qual è e dov'è il confine tra un essere vivente e un vegetale? Penso che solo i genitori di Eluana abbiano il diritto di fornire una risposta. E avverto il dovere di rispettarla».
E' questa la voce di una destra per la quale i valori non sono idoli astratti sui cui altari sacrificare la libertà.

Non è il momento di parlare di leggi. Ma una cosa è certa: la libertà non è un bene acquisito una volta per sempre, ma una conquista giorno per giorno. Ci sarà da guadagnarcela, persino a dispetto di quelli che in buona fede, per protagonismo o idolatria dello stato e della politica, si battono per una legge comunque, basta che porti il loro nome tra le firme in calce.

Thursday, January 22, 2009

E' degli interpreti che bisogna diffidare

La legge di Dio prevale su quella dell'uomo e quindi i medici cattolici che si trovassero a lavorare in un ospedale dove si intende interrompere l'alimentazione artificiale di una persona, dovrebbero obiettare e rifiutarsi di farlo. Ammirevole la schiettezza "eversiva" del cardinale Severino Poletto, intervistato ieri da la Repubblica sul caso Englaro. Si può anche concedere che la legge di Dio sia superiore a quella dell'uomo, ma è dei suoi interpreti che bisognerebbe diffidare.

E' curioso che autorevoli esponenti della Chiesa cattolica si siano ormai abituati ad usare l'espressione "legge di Dio" nell'accezione di una sorta di codice civile che regola tutti gli aspetti della vita terrena. Ma è proprio questo che la legge del Dio dei cristiani non è, ed è ciò che la distingue, per fortuna, dalla legge del Dio dei musulmani.

Sull'obiezione di coscienza, nulla da obiettare, ma chi la pratica deve poi essere disposto a pagarne le conseguenze. L'obiezione di coscienza, infatti, è l'ultima arma a disposizione dell'uomo libero per difendersi da un potere politico. E' quindi intimamente legata a quel diritto alla resistenza contro lo stato riconosciuto dalle teorie liberali. Ma decidendo di esercitare il diritto alla resistenza l'individuo denuncia il "contratto di sottomissione" con il quale ha delegato alcuni suoi diritti al potere politico (per esempio, il diritto all'uso della forza) e se ne assume pienamente la responsabilità.

Il diritto alla resistenza, di cui l'obiezione di coscienza non è che un'espressione, esercitabile in qualsiasi momento, pone in essere un conflitto radicale, una frattura incomponibile, tra l'individuo e il potere politico, ma non è di per sé sinonimo di lotta di libertà. Si può "resistere" a uno stato oppressore, ma anche a un potere democratico nelle cui leggi non ci si riconosce. E non è la stessa cosa.

Il paragone suggerito dal cardinale Poletto con l'obiezione di coscienza alla leva obbligatoria non regge. Il medico che non accetta di praticare i protocolli di una struttura pubblica può sempre darsi alla libera professione, mentre chi rifiutava di svolgere il servizio di leva rischiava l'arresto. Per altro, anche il rifiutarsi di usare le armi, anche se per difesa, pone dei problemi nel rapporto tra l'obiettore di coscienza e la comunità in cui vive.

Thursday, December 18, 2008

Nullo e ignobile l'atto di Sacconi

Ecco il testo integrale dell'atto di indirizzo sulla nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente con il quale il ministro Sacconi ha per lo più tentato di intimidire le strutture sanitarie pubbliche e private.

Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.

Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».

Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.

Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.

Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.

Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.

La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.

Tuesday, December 16, 2008

Sacconi rischia l'incriminazione

L'atto di indirizzo che il ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha inviato alle regioni, in cui si stabilisce che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale, è carta straccia. Peggio, se l'atto si configura come un ordine alle strutture sanitarie, Sacconi rischia addirittura l'incriminazione.

Riferendosi alle Convenzioni dell'Onu e ai pareri del Comitato nazionale di Bioetica come fonti di diritto superiori alle leggi e alla stessa Costituzione, alle quali ha fatto riferimento la Suprema Corte di Cassazione per autorizzare la sospensione di tutti i trattamenti sanitari nei confronti di Eluana Englaro, Sacconi fa una cosa illegale, tenta di sospendere di fatto, per via politica, l'esecutività di una sentenza giudiziaria, dispondendo di un potere che la Costituzione non gli conferisce e rischiando, tra l'altro, di dover rispondere di violenza privata.

Dipende da come è scritto l'atto. Se richiama genericamente il dovere di garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto ad essere nutrita e idratata, è un conto, ma se vieta in qualsiasi caso la sospensione di trattamenti sanitari, allora, signor ministro, lei è in guai seri e forse, mal consigliato, neanche si rende conto della gravità e del carattere eversivo di ciò che ha fatto.

Friday, November 21, 2008

La "laicità popolare" di Bossi

In questa intervista al Corriere, il "duro" per antonomasia della politica italiana, Umberto Bossi, mostra una sensibilità che non appartiene all'immagine che trasmettono di lui i media. Confessa che al padre di Eluana Englaro non saprebbe cosa dire:
«Uno parla in una realtà normale, quotidiana, e l'altro è da tutt'altra parte. È da solo su un altro pianeta... Qualcuno è capace di dire quello che deve fare a una persona che ha vissuto per sedici anni nel dolore totale? Di dare consigli a chi ha visto per sedici anni il dolore di una figlia? È troppo. Si getta la spugna».
Pur con i suoi eccessi, un linguaggio semplice, spesso rozzo, Bossi al contrario di molti altri politici riesce ad afferrare tutti i chiaro-scuri di una vicenda così drammatica. Il suo è assoluto buon senso, riconoscibile come tale dalle persone comuni. Linguaggio semplice e schietto, e comune buon senso, sono tra gli ingredienti della forza elettorale della Lega.

Bossi racconta che quando si è risvegliato dal coma e ha capito cosa gli era successo, ha affidato alla moglie il suo personale "testamento biologico": «Le ho detto che se mi fossi trovato nella condizione di non poter più decidere di me stesso, lei non avrebbe dovuto permettere accanimenti. Non avrebbe dovuto lasciarmi ai medici». Oggi, grazie al caso Englaro, sappiamo che tale testamento, orale, avrebbe valore. Continuerebbe ad averlo con una legge?

Ma ciò che più colpisce è che dall'intervista emerge un politico "laico", nel senso che sa convivere con il dubbio e la consapevolezza, rara nei politici, dei limiti della politica, del legislatore. Per Bossi è «la persona che dovrebbe decidere, nessun altro. Di certo, non i magistrati. E, io penso che neanche lo Stato possa entrare in certi campi». E allora, come se ne esce? «Non lo so. Non c'è una risposta. Per questo credo che il testamento biologico, alla fine, non si farà. Io una legge non la farei». Troppi gli elementi di «incertezza», e altissima la posta in gioco: la vita dei cittadini.

Bossi probabilmente non si rende conto di aver espresso una concezione libertaria dello stato e della legge. Ha fissato un principio generale: la persona dovrebbe decidere. Fermo restando il principio, non può esserci una medesima, univoca, risposta legislativa che valga per ogni particolare situazione. La volontà del paziente non può che essere accertata caso per caso, al di là di ogni ragionevole dubbio. Bisogna diffidare di una concezione intimamente "totalitaria" della legge come strumento onnisciente in cui possano essere previsti e compresi tutti gli infiniti casi in cui può manifestarsi la realtà umana. Significa consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia.

E infine, Bossi parla della sua fede ritrovata, genuina, un pizzico ingenua. Ma con lo stesso buon senso popolare precisa: «Io penso che la Chiesa debba essere povera. Debba restare povera. Non deve impicciarsi di potere, meglio che pensi agli altari. Il potere deve essere laico».

Friday, November 14, 2008

Eluana è libera

Si chiude la vicenda giudiziaria di Eluana Englaro, dopo che 16 anni fa si era purtroppo già chiusa quella umana. Si chiude con la liberazione del corpo della ragazza, ostaggio di procedure mediche e burocratiche contrarie alla sua volontà. Se infatti i più invasivi protocolli di rianimazione sono doverosi, in caso di primo soccorso, dalla situazione paradossale che talvolta generano e in cui era piombata la povera Eluana si dovrebbe poter uscire. Se le terapie non sono in grado, dopo 16 anni, di restituire a un corpo una vita umana, ma lo limitano ad una vita da vegetale, dovrebbero potersi sospendere. D'altra parte, esattamente come porvi fine, anche continuare è una decisione che non dovrebbe spettare ad altri che al paziente.

Ma in assenza di una sua volontà attuale, a chi altri se non ai parenti più stretti spetta di far valere una sua volontà differita, che sia riportata senza contestazioni? Non allo stato, non ai medici, non ai giudici, non ai chierici. E' sbagliato, infatti, sostenere che i giudici abbiano deciso alcunché. I giudici hanno solo ritenuto affidabile e credibile il padre di Eluana nel farsi latore della volontà della ragazza. E' lui, al limite, che ha deciso. E chi altri poteva, se non i genitori, in quella particolare situazione?

La Chiesa e i politici cattolici parlano spodoratamente di «omicidio», non rendendosi conto di quanto lontani siano dal buon senso delle persone comuni, le quali sanno benissimo distinguere un omicidio/suicidio dal rispetto del desiderio che il proprio corpo non venga tenuto artificialmente a vegetare. Non mi voglio ripetere oltre, avendo già affrontato la questione innumerevoli volte su questo blog, quindi vi rimando alle riflessioni di Oggettivista, che condivido in pieno.

Dal punto di vista politico, è ovvio che i giochi siano mutati. Siamo di fronte a sentenze che hanno riconosciuto de facto come già esistente nell'ordinamento il diritto del malato a rifiutare o a sospendere i trattamenti medici, chiarendo che essendo un diritto costituzionalmente garantito non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere, anche in assenza di leggi specifiche e in presenza di volontà non scritte e differite, ma accertabili. Non c'è alcun vuoto legislativo da colmare.

Non stupisce, quindi, che oggi una legge sul testamento biologico venga richiesta a gran voce proprio da chi per anni vi si è opposto. E' singolare, invece, come non si siano accorti che il gioco è cambiato i sostenitori del testamento biologico, i quali, forse per protagonismo, sembrano non rendersi conto che ad oggi un intervento legislativo rischia concretamente di restringere quegli spazi di libertà che in sede giudiziaria si sono dimostrati essere da sempre aperti.

Thursday, October 09, 2008

Legnata sui denti

Com'era ampiamente prevedibile e previsto, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili i conflitti di attribuzione sollevati da Camera e Senato a seguito delle sentenze della Corte di Cassazione e della Corte di Appello di Milano sul caso Englaro.

Una decisione ovvia per chiunque fosse provvisto di qualche fondamento di diritto pubblico o anche solo di una buona dose di senno. Evidentemente i parlamentari che hanno spinto il Parlamento a sollevare questo inesitente conflitto di attribuzione non ne sono provvisti e si sono presi una bella legnata sui denti. Nessun calcio di rigore decretato, il punteggio rimane 2 a 0 per la libertà del paziente.

Ribadendo che il conflitto di attribuzione «non può essere trasformato in un atipico mezzo di gravame avverso le pronunce dei giudici» (tradotto: non si può sollevare solo perché le sentenze sono politicamente sgradite), la Consulta spiega che le pronunce delle corti in questione «non hanno rappresentato alcun limite per le funzioni del legislatore», perché «hanno efficacia solo per il caso di specie» e non possono essere considerate come «meri schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l'esercizio del potere legislativo da parte del Parlamento, che ne è sempre e comunque il titolare». Il Parlamento, chiarisce la Corte, «può in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia, fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti».

E qui sta il punto, nei «beni costituzionali coinvolti». Nella sentenza la Corte non fa esplicito riferimento a quei «beni costituzionali coinvolti». Tuttavia, è sulla base di principi costituzionali che sono state emesse le sentenze sul caso Englaro. Un'eventuale nuova legge dovrà tenerne conto, pena il rischio di incosituzionalità.

Wednesday, October 01, 2008

Sull'autodeterminazione la Chiesa ha una posizione eversiva

«La vita non è a disposizione di nessuno, nemmeno di se stessi». E' l'affermazione forte, pronunciata ieri da monsignor Betori, che ci aiuta ulteriormente a capire con chi abbiamo a che fare e di che cosa stiamo parlando. Dopo aver ripetuto che la Cei ha cambiato idea, arrivando ora a sostenere la necessità di una legge, solo a causa delle sentenze che le hanno dato torto, che hanno cioè risconosiuto il diritto del malato a sospendere i trattamenti medici, Betori ieri ha parlato chiaro: «Preferiamo non parlare di testamento biologico, ma di una legge sul "fine vita": la vita non è a disposizione di nessuno, nemmeno di se stessi. Il problema è proteggere la vita e rendere degno il momento della fine della nostra esistenza. Questo è il senso del nostro cedere al legiferare».

Se il testamento biologico «sottende il concetto di autodeterminazione dell'individuo in relazione alla propria morte», in una eventuale legge sul "fine vita" non dovranno esserci «aperture» a «una visione che va contro le radici cristiane della nostra cultura». In realtà, questa posizione sottende un semplice sillogismo: "la tua vita appartiene a Dio; noi siamo i suoi rappresentanti in terra; noi disponiamo della tua vita per conto di Dio".

Ci sia pure, concedono i vescovi, una «dichiarazione del paziente legalmente riconosciuta» che rappresenti «la volontà del paziente», ma a decidere dev'essere il medico. La volontà del paziente, purché espressa «in modo certo ed esplicito, diventa la volontà con cui si confronta il medico, non deve poi esprimere volontà contro la propria vita perché nessuno, neppure il malato, è padrone della propria vita».

Non è la prima volta né sarà l'ultima che la Chiesa cattolica attacca l'autodeterminazione dell'individuo e ci ricorda che gli ultimi 50 anni di aperture alla concezione dei diritti umani non bastano a cancellarne 1950 del loro opposto. E' l'unica cosa che Dio non perdonerà alla sua (?) Chiesa. Non riconoscere l'autodeterminazione dell'individuo, il diritto del malato a decidere della propria vita, va palesemente contro i principi costituzionali e i diritti umani così come codificati in tutte le nazioni dell'occidente democratico e le organizzazioni sovranazionali come l'Unione europea e l'Onu. Assume addirittura i contorni dell'eversione, quando a negare il principio di autodeterminazione, e a fare attività politica contro di esso, è addirittura una istituzione estesa e influente come la Chiesa cattolica che - è bene ricordarlo - si presenta con lo status giuridico di uno stato estero nei confronti dello stato italiano e delle sue leggi.

Occorre però fare attenzione anche a come si discute di questi temi, del caso Englaro, per esempio. Non accettare mai di discutere di come accertare la volontà del paziente con chi poi quella volontà, nei casi in cui fosse espressa di persona, in modo consapevole ed esplicito, è pronto a ignorarla. I due discorsi sono su due piani differenti e devono essere tenuti distinti. Una volta accettato il principio del rispetto della volontà del paziente, possiamo discutere di come accertarla, con tutte le garanzie del caso. Il 99,9% di coloro che in casi come quelli di Eluana sollevano dubbi sulla reale volontà del paziente e che sostengono che non sia possibile ricostruirla o riportarla sono in malafede, perché comunque, anche se fosse Eluana in persona a esprimersi oggi, come Welby, direbbero che non ha il diritto di porre fine alla sua vita. Non accettate di prendere in considerazione gli argomenti di chi non accetta che sia rispettata la volontà dell'individuo.

Thursday, September 25, 2008

Ruini richiude ciò che non è mai stato aperto

Altro che «apertura». E infatti, su Avvenire interviene addirittura Ruini per sgombrare ogni dubbio: è del tutto «fuorviante» interpretare le parole di Bagnasco, presidente della Cei, «come se potessero rappresentare un cambiamento» sul tema del testamento biologico. «È vero esattamente il contrario: l'apertura a una legge ha il solo scopo di evitare un tale cambiamento». Ruini conferma totalmente la nostra lettura sul perché improvvisamente, dopo anni di ostruzionismo, la Cei chiama il Parlamento a legiferare in materia: «L'opportunità di un intervento legislativo riguardo alla fine della vita nasce unicamente dal pronunciamento della Corte di Cassazione sulla vicenda di Eluana Englaro. In concreto, infatti, soltanto attraverso una norma di legge è possibile impedire che quel pronunciamento apra a una deriva davvero eutanistica, fino a consentire l'interruzione della nutrizione e dell'idratazione».

Il gioco cambia, dentro i terzini. Almeno fino all'8 ottobre. Guarda caso proprio all'8 ottobre è stata rinviata l'udienza in cui i giudici della Corte d'Appello di Milano dovranno decidere se sospendere o meno l'esecuzione della sentenza che autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale a Eluana Englaro. Il rinvio si sarebbe reso necessario per l'indisponibilità di uno dei giudici, ma è probabile che si voglia aspettare la decisione - prevista sempre per l'8 ottobre - della Corte costituzionale sull'ammissibilità del conflitto d'attribuzione sollevato da Camera e Senato nei confronti della Corte di Cassazione e della stessa Corte d'Appello di Milano sulla vicenda Englaro.

In Italia il diritto viene piegato al servizio delle ideologie, ma non dovrebbero esserci dubbi. Sul caso Englaro le corti non hanno affatto legiferato riempiendo un supposto vuoto legislativo, ma applicato principi già esistenti nell'ordinamento, per altro ponendo proprio dei paletti per garantire il rispetto oltre ogni ragionevole dubbio della volontà del paziente. Per esempio, se un amico intimo, il marito, o uno dei genitori o dei parenti stretti di Eluana avessero espresso dei dubbi sulla sua volontà, la sospensione dei trattamenti non sarebbe stata autorizzata alla luce dei criteri stabiliti dalla Cassazione. Il caso Terry Schiavo, per esempio, si sarebbe risolto con il mantenimento dello stato vegetativo.

Una legge che non riconoscesse al paziente, cosciente o incosciente, tale diritto, rischierebbe di essere incostituzionale. Vedo solo un pertugio attraverso il quale approvando una nuova legge si riuscirebbe a limitare fortemente la libertà di scelta dei pazienti: stabilendo che nutrizione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici. E' ciò a cui punta la Cei, che ha giocato d'anticipo sperando di rimettere in moto un percorso legislativo prima delle sentenze dell'8 ottobre.