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Friday, October 23, 2009

"Non hanno bisogno del nucleare per ucciderci". Intervista a Michael Ledeen

Su il Velino

Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».

Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
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UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.

Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.

Thursday, March 26, 2009

Follia da stato etico + farsa tutta italiota

Perso per perso, tanto vale che la legge sul testamento biologico sia la più assurda e incostituzionale possibile, cosicché la Corte costituzionale non potrà esimersi dal bocciarla non appena gli capiterà sotto tiro.

Ciò che è successo oggi al Senato però la dice lunga sul comatoso e credo irrecuperabile stato della politica italiana.

Iniziamo col dire che quanto accaduto ci conferma ancora una volta che da cittadini faremmo meglio a esercitare tutti gli spazi di libertà esistenti in concreto senza riporre alcuna fiducia che lo Stato sappia risolvere a nostro vantaggio le ambiguità, e anche ipocrisie, che sorgono in quel gap - in una certa misura inevitabile - tra la legge e la realtà della vita quotidiana.

Nel merito, la legge che il Parlamento sta partorendo è tecnicamente nazistoide. L'articolo 32 della Costituzione è manifestatamente stato scritto avendo in mente le atrocità commesse pochi anni prima dal regime nazista. Questa legge sembra invece farci tornare al tempo in cui lo Stato etico del Terzo Reich disponeva dei corpi dei suoi cittadini malati per condurvi i suoi strani esperimenti. Tali ai miei occhi appaiono situazioni in cui un paziente, non importa quanto consapevole, è obbligato ad alcuni trattamenti sanitari che, senza alcuna speranza di migliorarne la qualità della vita, intervengono sadicamente a prolungarne l'agonia. Davvero bizzarri esperimenti che solo menti malate possono partorire.

Si confonde il diritto alla vita con un inquietante "dovere alla vita". Si parla di centralità della persona, ma si stabilisce che la persona non dispone nemmeno del proprio corpo, sul quale non è né il medico né un famigliare a dire l'ultima parola, ma lo Stato. E non lo fa neanche di volta in volta, caso per caso, ma stabilendo una volta per sempre un esito univoco a situazioni diversissime tra di loro.

La maggioranza ha dato prova di un livello di fanatismo totalitario oltre ogni più negativa previsione. Una massa di invasati, che sembrano non rendersi conto di quanto la legge che hanno votato sia folle anche nella sua palese inapplicabilità. Per assicurarsi che nessuno venga "lasciato andare" bisognerebbe mettere in campo risorse - umane e materiali - inimmaginabili per qualsiasi servizio sanitario nazionale e apparato repressivo.

Impressiona poi la compattezza della maggioranza. E' davvero impensabile che i 150 che hanno votato quel testo (o la maggior parte di loro) non lo ritengano in coscienza assurdo. Ciò ci induce a qualche riflessione su una legge elettorale che sembra aver sì determinato un esito quasi bipartitico, ma che ha praticamente adulterato il concetto stesso di rappresentanza. E' chiaro ormai che deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico. E' urgente, ancor di più in Italia, dove sembra che prevalga più che in altri paesi l'istinto del gregge, avere i collegi uninominali.

Non esente da colpe anche il Pd, che non ha potuto (voluto), a causa delle sue divisioni interne, condurre una limpida battaglia di libertà, cercando invece compromessi al ribasso che avrebbero portato a una legge comunque restrittiva oltre il sopportabile della libertà individuale, ma pericolosamente più passabile agli occhi della Corte. Ma è colpa anche di quanti pur in buona fede, anche contro l'evidenza della direzione favorevole che andavano prendendo le sentenze nei casi Welby ed Englaro, hanno continuato a invocare una legge che con qualunque maggioranza avrebbe ristretto gli spazi di libertà già esistenti nell'ordinamento.

Infine, vi invito a constatare voi stessi l'imprevedibile momento di lucidità - dopo almeno cinque o sei anni - del senatore Marcello Pera.

Tuesday, February 03, 2009

Neanche per i tedeschi il caso è chiuso

Oltre che per gli ebrei, anche per i tedeschi il caso non si è chiuso con le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), e con le parole di Ratzinger, che pur condannando il negazionismo (e vorrei vedere) non spiegano come mai un vescovo negazionista sia stato riammesso nella Chiesa cattolica, e ai più alti livelli della gerarchia.

Evidentemente se lo deve essere chiesto anche il cancelliere tedesco, Angela Merkel, arrivando alla conclusione che i chiarimenti del Vaticano sono «insufficienti».
«Se una decisione del Vaticano fa emergere l'impressione che l'Olocausto possa essere negato, questa deve essere chiarita. Da parte del Vaticano e del Papa deve essere affermato molto chiaramente che non ci può essere alcuna negazione sull'argomento. Dal mio punto di vista questi chiarimenti non ci sono ancora stati in modo sufficiente».
Chissà se a Berlino, in qualche cassetto o su qualche scaffale, hanno qualche dossier su Ratzi...

Tuesday, January 27, 2009

Meglio quattro pecorelle nere che il popolo ebraico?

Ratzinger preferisce quattro pecorelle nere all'intero popolo ebraico. Recuperare quelle pecorelle smarrite - davvero poche, quasi insignificanti - del proprio pascolo, anche se ciò dovesse provocare anni, forse decenni, di incomprensioni e diffidenze tra mondo cattolico e mondo ebraico. E lo fa nel momento peggiore che potesse scegliere, alla vigilia della Giornata della Memoria. Mentre una delle pecorelle ripaga la misericordia del Pontefice manifestando tutto il loro odio negazionista («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas»).

Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.

C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.

Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.

Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
«Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'impurità ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato».
Da questa triste storia dovrebbero trarre qualche conseguenza coloro che - in compagnia di Giuliano Ferrara - si sono illusi che la Chiesa cattolica intendesse prendere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». E la prendesse schierandosi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista, in nome di una civiltà occidentale dalle radici giudaico-cristiane. «Con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemmeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore», scriveva non molto tempo fa lo stesso Ferrara.

Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?

Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.

Wednesday, January 07, 2009

Caro D'Alema, anche i nazisti non erano "marziani"

Quale governo al mondo (e quale europeo!) tollererebbe senza reagire che in una parte del suo territorio i suoi cittadini debbano convivere, per anni, con il pericolo di venire uccisi da missili lanciati da un territorio confinante? Nessuno. Sono poche le trasmissioni radiofoniche o televisive sulla crisi di Gaza in cui si possono sentire i fatti e le considerazioni assolutamente ragionevoli che espone, oggi sul Corriere, Bernard Henry-Levy.

Ma tra le posizioni più odiose e ripugnanti, per ogni sincero democratico, c'è senz'altro quella espressa da Massimo D'Alema, sia ieri sera a Matrix che oggi su la Repubblica. Siccome Hamas ha vinto le elezioni, è un partito, radicato sul territorio, e tra i suoi aderenti ci sono padri, madri, figli, allora è un interlocutore con cui negoziare è d'obbligo.

A ripugnare è soprattutto l'idea bislacca di democrazia che rivela l'ex ministro degli Esteri. Perché Hamas ha sì vinto le elezioni (chissà poi se in modo davvero democratico...), ma la legittimazione democratica l'ha perduta subito dopo, quando con un colpo di stato ha tentato di prendere il potere, fallendo in Cisgiordania ma riuscendovi nella Striscia di Gaza, dove ha instaurato una dittatura fondamentalista eliminando tutti gli oppositori politici.

Siccome Hamas ha nel proprio statuto la distruzione di Israele e lo sterminio del maggior numero di ebrei, e siccome mostra tutta l'intenzione di voler perseguire questo fine, D'Alema farebbe bene ad accorgersi che le analogie con il nazismo (sebbene per fortuna Gaza non sia la Germania di Weimar) cominciano a diventare un po' troppe.

Hamas è «una forza reale», «non è certo un gruppetto di terroristi». E' un «movimento politico con 25 mila militanti armati, che non sono marziani ma i figli e i nipoti di quanti li hanno scelti». Già, esattamente come non si può negare che anche fascismo e nazismo fossero «forze reali» cui aderirono milioni di persone, e non proprio «marziani».

Thursday, December 13, 2007

Bernard Lewis su Islam e democrazia

Bernard Lewis è tra i più grandi studiosi viventi del mondo arabo-islamico e molte volte su questo blog abbiamo dato spazio alle sue considerazioni sulle possibilità della democrazia in Medio Oriente. Intervenendo nei giorni scorsi al convegno "Lottare per la democrazia nel mondo islamico", organizzato dalle fondazioni Magna Carta, Farefuturo, Craxi, Appuntamento a Gerusalemme e Adelson, ha ribadito che sì, Islam e democrazia sono in qualche modo compatibili.

Prima di tutto, «perché nel mondo islamico ci sono queste tradizioni più antiche, non di governo democratico ma di governo sottoposto alla legge, esercitato sulla base del consenso e fondato su un patto sociale. La visione islamica tradizionale del governo è impostata sull'idea del patto sociale e del consenso. Ed è questo, io credo, che dà speranze per il futuro».

L'Islam ha quindi quella che si può definire una «tradizione protodemocratica». La dittatura, invece, «non appartiene alla cultura dell'Islam». Invece della democrazia, per ora abbiamo esportato dittatura nel mondo islamico. «Le radici del totalitarismo sono recenti, sono state importate dall'Europa. Prima con il tentativo dell'Islam di copiare il modello di Stato europeo per imitarne la modernizzazione». Poi con la «nazificazione del Medio Oriente», negli anni Trenta e durante la II guerra mondiale, infine con la successiva «sovietizzazione».

E' quindi importante distinguere «l'islam come civiltà e l'islam come religione»: «L'attuale modello arabo-totalitario è un'esportazione europea che non trova corrispondenza nella storia islamica».

Lewis è tra coloro che ritengono appropriato il paragone tra fondamentalismo e nazismo: «Qui stiamo combattendo con un nemico come Hitler. Il fondamentalismo è una minaccia prima di tutto per i musulmani. Per i tedeschi la sconfitta del '45 è stata una liberazione. E lo stesso sarà per i musulmani».

Anzi, «abbiamo soltanto una scelta: se non li aiutiamo a liberarsi ci distruggeranno».

Come? Certo, l'opzione militare per esportare la democrazia resta sul tavolo. «C'è sempre la possibilità di dover fare una guerra. Se Churchill fosse arrivato un po' prima non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale, se Chamberlain fosse rimasto in sella più a lungo neanche...».

Ma il «passaggio alla democrazia nei Paesi islamici deve essere un processo, altrimenti la libertà si trasforma in una vittoria del fondamentalismo. Quello che è successo in Algeria sedici anni fa così come la vittoria di Hamas nelle ultime elezioni palestinesi sono lì a dimostrarcelo». Le elezioni sono il «culmine di un cammino di democratizzazione, non l'inaugurazione».

Monday, November 12, 2007

Enzo Biagi, opere da riscoprire

Riteniamo giusto che si aggiungano alla costituenda poderosa opera omnia del giornalista di Pianaccio quelle che sono forse le pagine più intense, come l'appassionata recensione di "Süss, l'ebreo".

Gaspare e Roberto De Caro firmavano il 5 settembre scorso un documentato articolo sulla «memoria selettiva» di Enzo Biagi, di cui oggi riscopriamo l'attualità grazie a Informazione Corretta.

Quando, precisamente, il giornalista recentemente scomparso, salutato al suo funerale sui versi di "Bella Ciao", scelse i partigiani? Intorno al 24 luglio 1943, come lascia credere? Biagi, scrivono gli autori, «glissa sui particolari, e crediamo sia giusto informare i lettori che non fu affatto "in quei giorni" che "scelse i partigiani", poiché qui le date contano e l'omissione non è innocente»

Biagi scriveva già diciassettenne sull'Avvenire d'Italia e su L'Assalto, "organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna", e in seguito su Il Resto del Carlino, dove divenne professionista nel giugno del '42. Partecipò anche a Primato, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro delle leggi razziali, che "ha sempre stimato" e nei confronti del quale ha pubblicamente confessato il proprio "dovere di gratitudine" (Enzo Biagi, Ma che tempi, Rizzoli, Milano 1998, p. 43).

Per L'Assalto Biagi scrisse un elogio del film "Süss, l'ebreo", di cui Himmler impose la visione alla Wehrmacht e alle SS: "Una propaganda che non esclude l'arte - che è posta al servizio dell'idea... trascina il pubblico all'entusiasmo", chiosava Biagi. Così "molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte" (4 ottobre 1941).

Dopo l'8 settembre, Biagi «rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del '44, continuando a svolgere compiti redazionali... L'ultimo articolo apparve il 17 giugno su Settimana: Illustrato del Resto del Carlino».

Fu solo dopo la caduta di Roma e lo sbarco in Normandia, eventi che avevano «illuminato definitivamente il futuro, e quando giunse, non più aggirabile, la chiamata alle armi nell'esercito di Salò», che Biagi «preferì la montagna», come tanti altri giornalisti e intellettuali. Tornò a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito americano.

Questi i passaggi essenziali, ma per i particolari vi rimando alla lettura dell'articolo intero. Duro il giudizio di Gaspare e Roberto De Caro: «Se riscattò con la sua tardiva conversione quegli "anni di servilismo e di abiezione professionale e morale" (Onofri, op. cit., p. 264), non è dato sapere con certezza. Forse. Ciò che invece è sicuro è che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be', questo è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto. All'ombra del potere in fiore».