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Tuesday, February 03, 2009

Neanche per i tedeschi il caso è chiuso

Oltre che per gli ebrei, anche per i tedeschi il caso non si è chiuso con le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), e con le parole di Ratzinger, che pur condannando il negazionismo (e vorrei vedere) non spiegano come mai un vescovo negazionista sia stato riammesso nella Chiesa cattolica, e ai più alti livelli della gerarchia.

Evidentemente se lo deve essere chiesto anche il cancelliere tedesco, Angela Merkel, arrivando alla conclusione che i chiarimenti del Vaticano sono «insufficienti».
«Se una decisione del Vaticano fa emergere l'impressione che l'Olocausto possa essere negato, questa deve essere chiarita. Da parte del Vaticano e del Papa deve essere affermato molto chiaramente che non ci può essere alcuna negazione sull'argomento. Dal mio punto di vista questi chiarimenti non ci sono ancora stati in modo sufficiente».
Chissà se a Berlino, in qualche cassetto o su qualche scaffale, hanno qualche dossier su Ratzi...

Wednesday, January 28, 2009

Scuse che non chiudono il caso

Su Il Foglio di oggi:

Al direttore - Il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico e si è posto in totale continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele. E' sempre più difficile credere a «potenti gaffe curiali», all'«incompetenza di chi consiglia il Papa», a meno che non si ritenga il Papa non in grado di governare la sua Curia. Non si tratta di una scelta dottrinaria (il perdono dei lefebvriani), né delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo. Non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe ugualmente grave se non lo fosse. Paragonando Gaza a un «campo di concentramento», il cardinale Martino ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi al livello dell'effetto collaterale di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi. Come ha spiegato Battista, il negazionismo «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica», ma l'ingrediente di un'ideologia ancora viva e minacciosa, in Medio Oriente ma anche, cosa ancor più grave, di nuovo in Europa. Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora di chiedersi se la Chiesa voglia assumere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». La difesa della civiltà occidentale (e dei suoi frutti, liberalismo compreso), che si fonda sulle radici giudaico-cristiane, implica un'alleanza solida con la parte giudaica di quelle radici. Per questo «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie», come Lei stesso scriveva non molto tempo fa.

Ieri è venuto fuori che quel vescovo è un disgraziato di cui la stessa fraternità san Pio X si vergogna, chiedendo scusa al Papa. Mi fa piacere, anche per chi aveva tratto conclusioni affrettate.
Giuliano Ferrara

Ringrazio il direttore per la risposta, ma il «povero disgraziato» rimane pur sempre un vescovo e le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), com'era prevedibile, non chiudono il caso. Anche perché i lefebvriani si limitano a riconoscere «l'inopportunità» delle tesi di Williamson e il Papa, che non perde occasione per pronunciarsi su tutto lo scibile, non ha comunque avvertito l'esigenza di pronunciarsi di persona, pur essendo il «povero disgraziato» - fino a prova contraria, visto la revoca della scomunica - comunque un suo vescovo.

UPDATE 11:00
A dimostrazione del fatto che il caso non è chiuso, il rabbinato d'Israele ha rotto indefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano in seguito alla revoca della scomunica del vescovo negazionista, riferisce il Jerusalem Post. Cancellato un incontro in programma a Roma il 2-4 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei. In una lettera indirizzata al presidente della Commissione, il cardinale Walter Casper, il direttore generale del rabbinato Oded Weiner scrive che «senza scuse pubbliche e una ritrattazione, sarà difficile continuare il dialogo».

Il rabbino David Rosen, direttore dell'American Jewish Committee's Department for Interreligious Affairs, spiega che il rabbinato si aspetta che intervenga personalmente il Papa, e che assuma iniziative «concrete» contro il vescovo Williamson.
«I don't think it is my place to tell the Church precisely what to do. But Williamson should be censured in some way or forced to retract his statements. Until that happens, we may be in contact with the Vatican on an individual level, but there will be no official meetings».
Il problema è proprio questo: sarà certamente un «povero disgraziato», ma Williamson è un vescovo a pieno titolo, grazie alla decisione di Ratzinger di revocare la scomunica nei suoi confronti. Al Papa non rimane che revocare la revoca.

Tuesday, January 27, 2009

Meglio quattro pecorelle nere che il popolo ebraico?

Ratzinger preferisce quattro pecorelle nere all'intero popolo ebraico. Recuperare quelle pecorelle smarrite - davvero poche, quasi insignificanti - del proprio pascolo, anche se ciò dovesse provocare anni, forse decenni, di incomprensioni e diffidenze tra mondo cattolico e mondo ebraico. E lo fa nel momento peggiore che potesse scegliere, alla vigilia della Giornata della Memoria. Mentre una delle pecorelle ripaga la misericordia del Pontefice manifestando tutto il loro odio negazionista («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas»).

Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.

C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.

Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.

Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
«Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'impurità ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato».
Da questa triste storia dovrebbero trarre qualche conseguenza coloro che - in compagnia di Giuliano Ferrara - si sono illusi che la Chiesa cattolica intendesse prendere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». E la prendesse schierandosi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista, in nome di una civiltà occidentale dalle radici giudaico-cristiane. «Con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemmeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore», scriveva non molto tempo fa lo stesso Ferrara.

Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?

Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.

Sunday, January 28, 2007

Fermare il liberticida ddl Mastella!

«Una legge per sancire che chi scrive è responsabile delle azioni altrui».

E' inquietante che dietro l'alibi di censurare il negazionismo, ma senza neanche citarlo, il ddl Mastella varato dall'ultimo Consiglio dei ministri reintroduca in realtà il reato d'opinione. Non circoscrivendolo a un'opinione in particolare, che già sarebbe grave, ma allargandolo a un ventaglio di opinioni la cui ampiezza è di fatto lasciata all'arbitrio della magistratura e al clamore del caso.

Da «propaganda» e «istigazione» divengono reato i ben più generici «diffusione» e «incitamento». Il ddl punisce «ogni forma di esternazione concernente la superiorità e l'odio razziale che assuma caratteristiche di diffusività nell'ambito del tessuto sociale», ma «intende proclamare un principio di valenza generale, sancendo l'equivalenza tra le discriminazioni causate da motivi razziali e quelle causate dall'identità di genere o dall'orientamento sessuale delle persone».

Una genericità pericolosa, «le esternazioni punibili divengono sulla carta infinite», avverte Filippo Facci, che va al cuore del problema:
«Vi è da ritenere, realisticamente, che la libertà d'espressione rimarrà quella di sempre, ma nondimeno che l'insorgere di particolari conseguenze potrà spingere a individuare e punire via via qualche causa. Ossia: se ci sarà esplosione puniranno la miccia, se non ci sarà non la puniranno. Ossia: scriveremo le cose di sempre, faremo le vignette di sempre, ma se qualcuno poi andrà in piazza la colpa diverrà nostra, perché sarà la conseguenza a definire penalmente la causa. Questa nuova legge, per esperienza italica e in parte europea, sancisce che saremo potenzialmente responsabili delle azioni altrui».
Per non passare da censori di una sola, pur esecrabile, opinione (il negazionismo), si finisce per essere censori di un campo potenzialmente sterminato di esecrabili opinioni. Molto meglio la scelta di diversi paesi europei, meno limitativa nei confronti della libertà d'espressione, di introdurre il reato di negazionismo, o quella dei nostri costituenti di vietare (in via transitoria) la ricostituzione del partito fascista e l'apologia del fascismo. Sempre di un limite alla libertà d'espressione si tratta, ma per lo meno è circoscritto a una sola opinione.

Dice bene Il Foglio:
«Nel caso di Mastella questa è una spiegazione, non una scusante: la sua legge ha perso letteralmente di vista il negazionismo per non mortificare la ricerca storica opponendole una verità di stato. Ma ha generato un'esplosione di universalismo dei diritti politicamente corretti: mentre vezzeggia tutte le identità astratte, rischia di rovesciarsi nella negazione della loro libertà concreta».
E' questa, ahimé, la nostra democrazia... Siamo pronti a mettere in carcere uno storico negazionista, qualche ragazzo che manifesta con la croce celtica, da oggi magari chi scrive che l'omosessualità è una malattia. E avremmo salvato, arrestandolo, il regista di Submission, Theo Van Gogh. Eppure, non siamo capaci di fermare l'unico che oggi è forse in grado di scatenare un nuovo olocausto: il presidente iraniano Ahmadinejad.