Tre bambini e un genitore ebrei, uccisi davanti a una scuola elementare, e tre militari di origini maghrebine hanno pagato con la vita la sconcertante sottovalutazione da parte delle autorità francesi della jihad combattuta nel cuore dell'Europa. Il loro assassino, Mohamed Merah, si era addestrato nei campi di al Qaeda ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dove si era recato anche l'anno scorso, facendo ritorno in Francia ad ottobre come se niente fosse, come se avesse trascorso le vacanze in una colonia estiva. Aveva scelto la jihad insomma, e i servizi segreti lo conoscevano. Era stato persino arrestato in Afghanistan - non chissà quanti anni fa, ma nel 2010 - e da quel momento era stato inserito nella no fly list americana. Eppure, i servizi francesi non hanno dato peso a tutto questo. Il premier Fillon si è giustificato dicendo che «non c'era alcun elemento» per fermarlo prima che entrasse in azione: «Non abbiamo il diritto in un Paese come il nostro di sorvegliare in modo permanente, senza una decisione giudiziaria, qualcuno che non ha commesso un delitto. Viviamo in uno stato di diritto».
Giusto e sacrosanto, ma dopo i tre omicidi di Mountauban non c'erano tutti gli elementi per sospettare di Merah e impedire la strage di Tolosa? E siamo proprio sicuri che un elemento come Merah non sia il tipico affare da servizi segreti? A che servono, se non ad occuparsi di minacce alla sicurezza extra-giudiziali, cioè che non possono essere affrontate con i normali mezzi investigativi e giudiziari? E siamo proprio sicuri che andarsi ad addestrare nei campi di al Qaeda non sia da considerarsi un reato per le nostre leggi?
Le 7 vittime innocenti di Mountauban e Tolosa sono i danni collaterali della superficialità delle autorità francesi e del politically correct multiculturale. Precisiamo che qui non s'intende mettere in discussione il modello aperto e tollerante delle società occidentali, quel modello grazie al quale persone di razze, culture, religioni e idee diverse possono convivere in modo pacifico e civile. Per multiculturalismo intendiamo quell'ideologia buonista che ci impedisce di riconoscere minacce terroristiche che covano nel seno delle nostre società; per cui culture diverse possono tranquillamente convivere fianco a fianco anche senza integrarsi, senza condividere nemmeno alcuni valori basilari; che vede nell'"Altro", nel diverso culturalmente, sempre e inevitabilmente qualcuno da cui imparare, qualcuno migliore di noi, e mai, in nessun caso, qualcuno che ci odia, che ci considera nemici da massacrare. C'è una cultura diffusa che rifiuta a priori persino di ipotizzare che nell'"Altro" possa annidarsi una minaccia, salvo puntualmente venire smentita dai fatti. Ma guai a pensare il contrario, guai, si finisce per essere tacciati di razzismo.
Quella di Merah «non è una storia di degrado e povertà, il suo non era odio sociale ma ideologico, intriso di propaganda qaedista. Si era addestrato in campi all'estero, aveva scelto la strada della jihad». Parole dell'ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, intervistato dal Corriere. Cercavano il nazista, e il nazista era Merah, un ragazzo maghrebino, nero, di religione islamica.
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Friday, March 23, 2012
Wednesday, February 03, 2010
Grazie per il fatto stesso di esistere
Un trionfo l'intervento di Berlusconi alla Knesset, che ricorda quello del 2006 al Congresso Usa. Come in quella occasione ha pronunciato un discorso incisivo e ispirato. La sicurezza di Israele e il suo diritto di esistere («come stato ebraico») «una scelta etica e un imperativo morale»; l'espansione della democrazia, «a tutti i popoli della terra, nelle forme possibili», e la difesa della libertà, «come bisogno insopprimibile di ogni uomo». Queste le due premesse ideali, i principi guida, da cui a cascata derivano tutte le posizioni espresse dal premier nel suo discorso.Non può che essere netta e rigorosa, dunque, la posizione sulla minaccia nucleare iraniana, su cui non è consentito alcun cedimento. Berlusconi si è impegnato ad agire presso la comunità internazionale per «impedire e sconfiggere i disegni iraniani», ha chiesto «sanzioni efficaci», avvertendo Teheran che «gli sforzi di dialogo non possono essere frustrati dalla logica dell'inganno e della perdita di tempo». Ha definito il popolo ebraico «un fratello maggiore» e quindi rinnovato il suo «sogno e auspicio» di vedere Israele «membro a pieno titolo dell'Unione europea», in quanto «stato libero e democratico in tutto eguale alle democrazie europee».
La centralità dei principi della democrazia e della libertà nel suo discorso emerge anche dal passaggio in cui Berlusconi ringrazia Israele per il solo fatto di esistere: è in quanto «più grande esempio di democrazia e libertà in Medio Oriente», e in qualità di «simbolo della possibilità di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell'Occidente», che «noi liberali di tutto il mondo vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere». E' vero, l'esistenza dello Stato di Israele va ben oltre il valore dell'autodeterminazione del popolo ebraico, interessa e parla a tutto il mondo di uno sviluppo in democrazia e libertà.
Notevole anche la consapevolezza della sfida posta dal terrorismo al vivere civile e democratico nel mondo post-11 settembre. Nessuna ambiguità e nessuna equivalenza da parte del premier, che non teme di definire «giusta» la reazione di Israele ai missili di Hamas lanciati da Gaza, cosa che ha subito scandalizzato i "benpensanti" di Repubblica. E ricorda che l'Italia «si macchiò dell'infamia delle leggi razziali», ma anche che «il popolo italiano trovò la forza di riscattarsi attraverso la lotta di liberazione dal nazifascismo». Oggi quella guidata da Berlusconi è un'Italia molto diversa, anche da quella filoaraba e filopalestinese degli anni '70 e '80 (e di D'Alema): Netanyahu lo riconosce a Berlusconi: «Sotto la tua guida l'Italia è diventato un Paese leader morale contro negazionismo e antisemitismo».
Wednesday, September 23, 2009
Per Hosni un pasticcio diplomatico
Alla fine l'egiziano Farouk Hosni non ce l'ha fatta. Il direttore generale dell'Unesco è la bulgara Irina Bokova, ex ministro degli Esteri e attuale ambasciatrice. Se già strideva che alla guida dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, potesse andare un censuratore di professione, per di più antisemita, che da ministro della Cultura manifestò l'intenzione di voler «bruciare personalmente i libri israeliani e sionisti», ad aggravare la posizione del candidato egiziano, nelle ore precedenti l'ultima votazione, si è aggiunta una rivelazione fornita dal diretto interessato riguardo il suo ruolo nella fuga dall’Italia di tre terroristi palestinesi coinvolti nel sequestro dell'Achille Lauro.
Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».
Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».
Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.
E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.
Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».
Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».
Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.
E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.
Monday, April 20, 2009
Lo show di Ahmadinejad, con la complicità occidentale
Come volevasi dimostrare, Ahmadinejad ha sfruttato la tribuna internazionale offertagli dall'Onu per aggredire verbalmente Israele. I paesi dell'Ue che hanno deciso di non boicottare la conferenza sul razzismo hanno avuto torto. I loro delegati hanno dovuto prendere atto delle parole pronunciate dal presidente iraniano ed abbandonare i lavori. Incredibilmente la Francia di Sarkozy e Kouchner (Kouchner!) è incappata nell'errore di legittimare con la sua presenza, insieme a molti, troppi paesi europei, l'assise in cui ha preso la parola Ahmadinejad. Siamo lieti di constatare che per una volta l'Italia ha fatto una figura migliore. Sarkozy e Brown si sono sbrigati a condannare con estrema durezza le parole di Ahmadinejad, non riuscendo però a cancellare del tutto l'imbarazzo per aver reso i loro paesi complici della trappola propagandistica tesa contro Israele.
Dalla Durban II Angelo Panebianco trae questa mattina sul Corriere tre insegnamenti che mi sembrano condivisibili:
Dalla Durban II Angelo Panebianco trae questa mattina sul Corriere tre insegnamenti che mi sembrano condivisibili:
«Se l'Occidente si divide, coloro che puntano a usare le istituzioni internazionali in chiave antioccidentale hanno facile gioco... I Paesi europei che, insieme al Vaticano, hanno scelto comunque di andare alla Conferenza forse riusciranno a impedire che essa si risolva in una Durban bis ma corrono anche un rischio: il rischio che la loro presenza contribuisca a dare legittimazione internazionale a regimi politici che fanno quotidianamente strage di diritti umani a casa loro e che non hanno le carte in regola neppure in materia di razzismo essendo noti campioni di propaganda antisemita...E' rimasto letteralmente sbigottito Natan Sharansky nell'apprendere dall'intervistatore di la Repubblica che il Papa era intervenuto per "benedire" la conferenza: «Il Papa? Sul serio?». Sì, sul serio.
I diritti umani non possono essere facilmente separati dal contesto culturale occidentale che li ha generati... altri, con alle spalle altre e diverse tradizioni culturali, si impadroniscono di quelle istituzioni, e del connesso linguaggio dei diritti umani, cambiandone radicalmente l'ispirazione e il significato. E' proprio in nome dei "diritti umani" (nel senso che essi danno a queste parole) che i Paesi islamici cercano oggi di imporre a tutto l'Occidente una drastica limitazione della libertà di parola e della libertà di stampa, erigendo barriere giuridiche che rendano la religione islamica non criticabile.
L'impossibilità di separare diritti umani e politica. A Ginevra "si fa" e "si farà" politica, ossia la questione del razzismo e dei diritti umani verrà usata come arma propagandistica ai fini della competizione di potenza e delle connesse negoziazioni politiche».
«Dunque, le ipotesi sono due. O il pontefice semplicemente non capisce il contenuto della conferenza, ed è un conto. O invece è a conoscenza di che cosa si parlerà a Ginevra e con chi. E se fosse vera l'ultima ipotesi, allora questo potrebbe essere motivo per noi di grande preoccupazione. Anche in vista del suo prossimo viaggio qui in Israele. Possiamo meglio comprendere il potere della Chiesa e i tanti comportamenti espressi in passato dal Vaticano».
Vergogna Vaticano
Non c'è niente da fare. Sotto Benedetto XVI tra Santa Sede e Israele (e mondo ebraico) proprio non c'è sintonia. Ieri, esprimendo tutto il suo appoggio alla conferenza dell'Onu sul razzismo, il Papa ha pronunciato parole ovvie e condivisibili contro ogni discriminazione razziale e intolleranza, ma è impensabile che Ratzinger stesso e i suoi uffici in Vaticano ignorassero le polemiche che circondano l'iniziativa di Durban I e II.
Stati Uniti, Italia, Germania, Israele, Australia, Canada, Olanda e Svezia boicotteranno l'appuntamento, perché la dichiarazione della conferenza, che dovrebbe essere contro il razzismo, paradossalmente trabocca di antisemitismo. Com'è noto infatti, la conferenza - così come il Consiglio dell'Onu sui diritti umani - è in mano alle dittature e ai paesi islamici, che la usano principalmente come pulpito da cui levare davanti all'opinione pubblica mondiale, sfruttando la credibilità dell'Onu (quella poca che gli è rimasta), la loro inappellabile sentenza di condanna nei confronti di Israele. Un'altra parte inaccettabile della dichiarazione è quella sulla cosiddetta «diffamazione religiosa», che i paesi islamici hanno introdotto per giustificare la censura e i limiti alla libertà d'espressione.
Il Vaticano avrebbe potuto partecipare alla conferenza mantenendo un basso profilo, come faranno tanti altri stati. Invece, non casualmente bisogna dedurre, Ratzinger ha voluto onorare la ben poco raccomandabile conferenza con una vera e propria benedizione urbi et orbi. Non dico che il Vaticano doveva boicottarla, ma almeno Ratzinger poteva fare a meno di "benedirla" così platealmente. Ma ormai ci ha abituati a queste gaffe. Evidentemente la Santa Sede non vuole perdere occasione per dimostrarsi più interessata a mantenere buoni rapporti con i paesi islamici piuttosto che con Israele e il mondo ebraico.
Stati Uniti, Italia, Germania, Israele, Australia, Canada, Olanda e Svezia boicotteranno l'appuntamento, perché la dichiarazione della conferenza, che dovrebbe essere contro il razzismo, paradossalmente trabocca di antisemitismo. Com'è noto infatti, la conferenza - così come il Consiglio dell'Onu sui diritti umani - è in mano alle dittature e ai paesi islamici, che la usano principalmente come pulpito da cui levare davanti all'opinione pubblica mondiale, sfruttando la credibilità dell'Onu (quella poca che gli è rimasta), la loro inappellabile sentenza di condanna nei confronti di Israele. Un'altra parte inaccettabile della dichiarazione è quella sulla cosiddetta «diffamazione religiosa», che i paesi islamici hanno introdotto per giustificare la censura e i limiti alla libertà d'espressione.
Il Vaticano avrebbe potuto partecipare alla conferenza mantenendo un basso profilo, come faranno tanti altri stati. Invece, non casualmente bisogna dedurre, Ratzinger ha voluto onorare la ben poco raccomandabile conferenza con una vera e propria benedizione urbi et orbi. Non dico che il Vaticano doveva boicottarla, ma almeno Ratzinger poteva fare a meno di "benedirla" così platealmente. Ma ormai ci ha abituati a queste gaffe. Evidentemente la Santa Sede non vuole perdere occasione per dimostrarsi più interessata a mantenere buoni rapporti con i paesi islamici piuttosto che con Israele e il mondo ebraico.
Thursday, April 16, 2009
Problema suo
Adriano Sofri è molto «seccato», perché qualcuno o qualcosa lo costringerebbe a dire "Giù le mani da Vauro", proprio nel giorno in cui invece vorrebbe «riferire del corteo di donne afghane contro la legge sugli stupri maritali assaltato dalla sassaiola dei farabutti». Ebbene, se Sofri nella sua rubrica quotidiana sente il bisogno di parlare di Vauro invece che delle donne afghane che lottano per la propria libertà contro i talebani, a me sembra un problema tutto e solo suo. E di quelli gravi. Se fossi in lui mi preoccuperei.
Col suo sarcasmo vorrebbe farci capire fino a che punto è minacciata la libertà d'espressione in Italia, se bisogna occuparsi di Vauro e rinunciare invece a riferire del coraggio delle donne afghane. Invece, capisco solo come si è ridotto Sofri, se davvero pensa che Vauro sia un martire della libertà di stampa che merita più attenzione delle donne afghane e non, piuttosto, solo un teppista televisivo. La satira non è qualcosa di sacro e intoccabile. A proposito di certe vignette di Vauro sugli ebrei, ricordo a Sofri che anche il regime nazista si avvaleva della satira.
Col suo sarcasmo vorrebbe farci capire fino a che punto è minacciata la libertà d'espressione in Italia, se bisogna occuparsi di Vauro e rinunciare invece a riferire del coraggio delle donne afghane. Invece, capisco solo come si è ridotto Sofri, se davvero pensa che Vauro sia un martire della libertà di stampa che merita più attenzione delle donne afghane e non, piuttosto, solo un teppista televisivo. La satira non è qualcosa di sacro e intoccabile. A proposito di certe vignette di Vauro sugli ebrei, ricordo a Sofri che anche il regime nazista si avvaleva della satira.
Tuesday, February 03, 2009
Neanche per i tedeschi il caso è chiuso
Oltre che per gli ebrei, anche per i tedeschi il caso non si è chiuso con le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), e con le parole di Ratzinger, che pur condannando il negazionismo (e vorrei vedere) non spiegano come mai un vescovo negazionista sia stato riammesso nella Chiesa cattolica, e ai più alti livelli della gerarchia.
Evidentemente se lo deve essere chiesto anche il cancelliere tedesco, Angela Merkel, arrivando alla conclusione che i chiarimenti del Vaticano sono «insufficienti».
Evidentemente se lo deve essere chiesto anche il cancelliere tedesco, Angela Merkel, arrivando alla conclusione che i chiarimenti del Vaticano sono «insufficienti».
«Se una decisione del Vaticano fa emergere l'impressione che l'Olocausto possa essere negato, questa deve essere chiarita. Da parte del Vaticano e del Papa deve essere affermato molto chiaramente che non ci può essere alcuna negazione sull'argomento. Dal mio punto di vista questi chiarimenti non ci sono ancora stati in modo sufficiente».Chissà se a Berlino, in qualche cassetto o su qualche scaffale, hanno qualche dossier su Ratzi...
Wednesday, January 28, 2009
Scuse che non chiudono il caso
Su Il Foglio di oggi:
Al direttore - Il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico e si è posto in totale continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele. E' sempre più difficile credere a «potenti gaffe curiali», all'«incompetenza di chi consiglia il Papa», a meno che non si ritenga il Papa non in grado di governare la sua Curia. Non si tratta di una scelta dottrinaria (il perdono dei lefebvriani), né delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo. Non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe ugualmente grave se non lo fosse. Paragonando Gaza a un «campo di concentramento», il cardinale Martino ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi al livello dell'effetto collaterale di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi. Come ha spiegato Battista, il negazionismo «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica», ma l'ingrediente di un'ideologia ancora viva e minacciosa, in Medio Oriente ma anche, cosa ancor più grave, di nuovo in Europa. Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora di chiedersi se la Chiesa voglia assumere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». La difesa della civiltà occidentale (e dei suoi frutti, liberalismo compreso), che si fonda sulle radici giudaico-cristiane, implica un'alleanza solida con la parte giudaica di quelle radici. Per questo «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie», come Lei stesso scriveva non molto tempo fa.
Ieri è venuto fuori che quel vescovo è un disgraziato di cui la stessa fraternità san Pio X si vergogna, chiedendo scusa al Papa. Mi fa piacere, anche per chi aveva tratto conclusioni affrettate.
Giuliano Ferrara
Ringrazio il direttore per la risposta, ma il «povero disgraziato» rimane pur sempre un vescovo e le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), com'era prevedibile, non chiudono il caso. Anche perché i lefebvriani si limitano a riconoscere «l'inopportunità» delle tesi di Williamson e il Papa, che non perde occasione per pronunciarsi su tutto lo scibile, non ha comunque avvertito l'esigenza di pronunciarsi di persona, pur essendo il «povero disgraziato» - fino a prova contraria, visto la revoca della scomunica - comunque un suo vescovo.
UPDATE 11:00
A dimostrazione del fatto che il caso non è chiuso, il rabbinato d'Israele ha rotto indefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano in seguito alla revoca della scomunica del vescovo negazionista, riferisce il Jerusalem Post. Cancellato un incontro in programma a Roma il 2-4 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei. In una lettera indirizzata al presidente della Commissione, il cardinale Walter Casper, il direttore generale del rabbinato Oded Weiner scrive che «senza scuse pubbliche e una ritrattazione, sarà difficile continuare il dialogo».
Il rabbino David Rosen, direttore dell'American Jewish Committee's Department for Interreligious Affairs, spiega che il rabbinato si aspetta che intervenga personalmente il Papa, e che assuma iniziative «concrete» contro il vescovo Williamson.
Al direttore - Il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico e si è posto in totale continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele. E' sempre più difficile credere a «potenti gaffe curiali», all'«incompetenza di chi consiglia il Papa», a meno che non si ritenga il Papa non in grado di governare la sua Curia. Non si tratta di una scelta dottrinaria (il perdono dei lefebvriani), né delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo. Non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe ugualmente grave se non lo fosse. Paragonando Gaza a un «campo di concentramento», il cardinale Martino ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi al livello dell'effetto collaterale di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi. Come ha spiegato Battista, il negazionismo «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica», ma l'ingrediente di un'ideologia ancora viva e minacciosa, in Medio Oriente ma anche, cosa ancor più grave, di nuovo in Europa. Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora di chiedersi se la Chiesa voglia assumere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». La difesa della civiltà occidentale (e dei suoi frutti, liberalismo compreso), che si fonda sulle radici giudaico-cristiane, implica un'alleanza solida con la parte giudaica di quelle radici. Per questo «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie», come Lei stesso scriveva non molto tempo fa.
Ieri è venuto fuori che quel vescovo è un disgraziato di cui la stessa fraternità san Pio X si vergogna, chiedendo scusa al Papa. Mi fa piacere, anche per chi aveva tratto conclusioni affrettate.
Giuliano Ferrara
Ringrazio il direttore per la risposta, ma il «povero disgraziato» rimane pur sempre un vescovo e le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), com'era prevedibile, non chiudono il caso. Anche perché i lefebvriani si limitano a riconoscere «l'inopportunità» delle tesi di Williamson e il Papa, che non perde occasione per pronunciarsi su tutto lo scibile, non ha comunque avvertito l'esigenza di pronunciarsi di persona, pur essendo il «povero disgraziato» - fino a prova contraria, visto la revoca della scomunica - comunque un suo vescovo.
UPDATE 11:00
A dimostrazione del fatto che il caso non è chiuso, il rabbinato d'Israele ha rotto indefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano in seguito alla revoca della scomunica del vescovo negazionista, riferisce il Jerusalem Post. Cancellato un incontro in programma a Roma il 2-4 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei. In una lettera indirizzata al presidente della Commissione, il cardinale Walter Casper, il direttore generale del rabbinato Oded Weiner scrive che «senza scuse pubbliche e una ritrattazione, sarà difficile continuare il dialogo».
Il rabbino David Rosen, direttore dell'American Jewish Committee's Department for Interreligious Affairs, spiega che il rabbinato si aspetta che intervenga personalmente il Papa, e che assuma iniziative «concrete» contro il vescovo Williamson.
«I don't think it is my place to tell the Church precisely what to do. But Williamson should be censured in some way or forced to retract his statements. Until that happens, we may be in contact with the Vatican on an individual level, but there will be no official meetings».Il problema è proprio questo: sarà certamente un «povero disgraziato», ma Williamson è un vescovo a pieno titolo, grazie alla decisione di Ratzinger di revocare la scomunica nei suoi confronti. Al Papa non rimane che revocare la revoca.
Tuesday, January 27, 2009
Meglio quattro pecorelle nere che il popolo ebraico?
Ratzinger preferisce quattro pecorelle nere all'intero popolo ebraico. Recuperare quelle pecorelle smarrite - davvero poche, quasi insignificanti - del proprio pascolo, anche se ciò dovesse provocare anni, forse decenni, di incomprensioni e diffidenze tra mondo cattolico e mondo ebraico. E lo fa nel momento peggiore che potesse scegliere, alla vigilia della Giornata della Memoria. Mentre una delle pecorelle ripaga la misericordia del Pontefice manifestando tutto il loro odio negazionista («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas»).
Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.
C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.
Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.
Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?
Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.
Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.
C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.
Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.
Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
«Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'impurità ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato».Da questa triste storia dovrebbero trarre qualche conseguenza coloro che - in compagnia di Giuliano Ferrara - si sono illusi che la Chiesa cattolica intendesse prendere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». E la prendesse schierandosi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista, in nome di una civiltà occidentale dalle radici giudaico-cristiane. «Con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemmeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore», scriveva non molto tempo fa lo stesso Ferrara.
Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?
Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.
Monday, November 12, 2007
Enzo Biagi, opere da riscoprire
Riteniamo giusto che si aggiungano alla costituenda poderosa opera omnia del giornalista di Pianaccio quelle che sono forse le pagine più intense, come l'appassionata recensione di "Süss, l'ebreo".Gaspare e Roberto De Caro firmavano il 5 settembre scorso un documentato articolo sulla «memoria selettiva» di Enzo Biagi, di cui oggi riscopriamo l'attualità grazie a Informazione Corretta.
Quando, precisamente, il giornalista recentemente scomparso, salutato al suo funerale sui versi di "Bella Ciao", scelse i partigiani? Intorno al 24 luglio 1943, come lascia credere? Biagi, scrivono gli autori, «glissa sui particolari, e crediamo sia giusto informare i lettori che non fu affatto "in quei giorni" che "scelse i partigiani", poiché qui le date contano e l'omissione non è innocente»
Biagi scriveva già diciassettenne sull'Avvenire d'Italia e su L'Assalto, "organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna", e in seguito su Il Resto del Carlino, dove divenne professionista nel giugno del '42. Partecipò anche a Primato, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro delle leggi razziali, che "ha sempre stimato" e nei confronti del quale ha pubblicamente confessato il proprio "dovere di gratitudine" (Enzo Biagi, Ma che tempi, Rizzoli, Milano 1998, p. 43).
Per L'Assalto Biagi scrisse un elogio del film "Süss, l'ebreo", di cui Himmler impose la visione alla Wehrmacht e alle SS: "Una propaganda che non esclude l'arte - che è posta al servizio dell'idea... trascina il pubblico all'entusiasmo", chiosava Biagi. Così "molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte" (4 ottobre 1941).
Dopo l'8 settembre, Biagi «rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del '44, continuando a svolgere compiti redazionali... L'ultimo articolo apparve il 17 giugno su Settimana: Illustrato del Resto del Carlino».
Fu solo dopo la caduta di Roma e lo sbarco in Normandia, eventi che avevano «illuminato definitivamente il futuro, e quando giunse, non più aggirabile, la chiamata alle armi nell'esercito di Salò», che Biagi «preferì la montagna», come tanti altri giornalisti e intellettuali. Tornò a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito americano.
Questi i passaggi essenziali, ma per i particolari vi rimando alla lettura dell'articolo intero. Duro il giudizio di Gaspare e Roberto De Caro: «Se riscattò con la sua tardiva conversione quegli "anni di servilismo e di abiezione professionale e morale" (Onofri, op. cit., p. 264), non è dato sapere con certezza. Forse. Ciò che invece è sicuro è che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be', questo è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto. All'ombra del potere in fiore».
Thursday, April 19, 2007
Si comincia con i boicottaggi, si finisce a ritoccare foto
Tra le nuove forme di antisemitismo che si aggirano per l'Europa, di cui parla il libro di Ottolenghi, rientra senz'altro l'appello lanciato dalla National Union of Journalists a boicottare le merci di Israele: «Chiediamo un boicottaggio delle merci israeliane sul modello di quello imposto al Sud Africa dell'apartheid», è il delirante paragone proposto dal sindacato dei giornalisti britannici.
Iniziative di questo genere, criticate dal Governo Blair, non sono nuove in Gran Bretagna. Un'organizzazione dei professori universitari aveva addirittura annunciato il boicottaggio degli scambi culturali con le università israeliane che non avessero condannato pubblicamente la politica del loro governo: l'autodafé, appunto. Trattamenti non riservati neanche alle peggiori dittature.
Il sindacato chiede al governo britannico e all'Onu di imporre sanzioni a Israele, di cui si condanna «il massacro di civili a Gaza» e «l'attacco selvaggio e premeditato contro il Libano a cui sono seguite altre incursioni dopo la sconfitta dell'esercito israeliano da parte di Hezbollah». Il caso ha però voluto che i giornalisti abbiano dovuto diffondere una nota anche per il loro collega Alan Johnston, sequestrato - indovinate un po'? - dai palestinesi a Gaza.
Il segretario generale della Nuj, Jeremy Dear, ha spiegato che «il boicottaggio di Israele non ha niente a che vedere con il modo di informare [!] e sarà utile anche nella vicenda di Alan Johnston, che lavorava a Gaza aiutando con le sue cronache la gente assediata». Rapito dai palestinesi, il miglior modo per aiutarlo è boicottare Israele...
Il direttore del Guardian, giornale non certo tenero con le politiche di Israele, ha criticato l'appello al boicottaggio: «misguided». Il Guardian «disapprova questo genere di boicottaggi e non ritiene che servano uno scopo utile», ha detto intervistato da Ha'aretz.
L'appello è «contrario» ad alcuni centrali principi di etica professionale del giornalismo che intendiamo tutelare, «come l'equilibrio e l'obiettività», ha osservato Simon McGregor-Wood, giornalista inglese di Abc e presidente dell'Associazione stampa estera in Israele: «Ritengo che nessuna associazione rappresentativa di giornalisti debba schierarsi».
Alla luce di iniziative del genere si spiega come mai cronache e immagini sul conflitto tra israeliani e palestinesi, o meglio tra israeliani e gruppi terroristici, tendano a non essere il massimo dell'obiettività.
E' questo dei boicottaggi contro Israele il genere di giornalismo che produce scandali come il Reuters Gate. Vi ricordate quella serie di foto diffuse dall'autorevole (?) agenzia di stampa che risultarono ritoccate al computer per rafforzare l'immagine di distruzione degli attacchi israeliani su Beirut?
Tuesday, April 17, 2007
Nuove forme di antisemitismo si aggirano per l'Europa
Su L'Opinione di oggi:
C'era un'importante pezzo di mondo liberale, laico, socialista napoletano mercoledì scorso, a Napoli, per la presentazione del libro di Emanuele Ottolenghi "Autodafé – L'Europa, gli ebrei e l'antisemitismo" (Lindau). Un appuntamento organizzato, nella sede de il Denaro, dal Centro Studi Volcei, dall'Associazione Italia-Israele e dalla rivista LibMagazine, al quale sono intervenuti, tra gli altri, Antonio Landolfi, Luigi Compagna, Umberto Ranieri e, presente in sala, Biagio de Giovanni.
Emanuele Ottolenghi, che oggi dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles, e dal 1998 al 2006 ha insegnato Storia d'Israele all'Università di Oxford, ha raccontato una storia di «incredulità» e di presa di coscienza: l'antisemitismo è un pregiudizio che sta lentamente tornando ad essere socialmente accettabile in Europa. Un percorso personale dall'accettazione del fatto che accanto alla propria rivendicazione nazionale ne esistesse un'altra, quella palestinese, altrettanto legittima, e che fosse necessario un compromesso, all'«incredulità di essere tacciato di fascismo perché ancora sostenitore del diritto degli ebrei ad avere uno stato nazionale in una parte della terra da loro rivendicata».
Un fenomeno che negli ultimi 7 anni è cresciuto in modo allarmante, riaffacciandosi sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi. E ancor di più sconcerta l'«incredulità» che suscitano, presso l'establishment europeo e l'opinione pubblica, le reazioni delle comunità ebraiche.
Il professor Ottolenghi cita quattro esempi precisi. Nella Pasqua del 2002, mentre nei Territori palestinesi è in corso un'offensiva in reazione a una serie di attentati e le forze israeliane assediano la Chiesa della Natività di Betlemme in cui sono asserragliati militanti palestinesi, viene pubblicata una vignetta che raffigura il bambino Gesù che si sporge dalla mangiatoia mentre arriva un carro armato israeliano, e dice: "Non vorranno uccidermi ancora?". Tre giorni prima, su un'altra testata nazionale, viene raffigurato Ariel Sharon che, bloccando con il suo peso fisico una tomba dalla quale sporge un braccio, impedisce la resurrezione di Gesù Cristo.
Un quotidiano inglese, il giorno prima della rielezione di Sharon, pubblica una vignetta che raffigura il premier israeliano nudo, «come un orco», intento a divorare il cadavere sfigurato di un bambino: "Ma non avete mai visto un politico baciare un bambino?". La comunità ebraica inglese insorge, ma la vignetta vince il premio di miglior satira politica dell'anno. Il principale settimanale conservatore inglese, lo Spectator, ospita l'articolo di un intellettuale anglicano convertito all'ebraismo che paragona Israele al nazismo.
Come documentano questi casi, osserva Ottolenghi, non si commenta più un'azione militare, naturalmente discutibile e criticabile, nel merito dell'evento, analizzando circostanze, ragioni e torti, ma si ricorre ad antichi stereotipi antisemiti, come l'accusa di deicidio e l'accusa del sangue. E si scomoda addirittura il nazismo, come pietra di paragone per i "crimini" di Israele oggi. Secondo i sondaggi, il 63% degli europei spiega i sempre più frequenti attacchi alle tombe, ai luoghi di culto e alle personalità ebraiche non come antisemitismo, ma come reazioni, riconosciute certo eccessive e deplorevoli, alle politiche israeliane.
Ma non siamo di nuovo negli anni '30. Ottolenghi lo esclude categoricamente: «Allora l'antisemitismo era un'opinione socialmente diffusa e rispettabile, godeva del sostegno attivo delle chiese e prima dell'avvento del nazismo era parte delle legislazioni nazionali. Oggi la legge non condona ma condanna l'antisemitismo, la dottrina cristiana e cattolica non lo condona, ma lo condanna. Il cambiamento è epocale. La polizia è davanti alle sinagoghe per difendere gli ebrei, non per arrestarli. Le istituzioni sono attive nel condannare il pregiudizio e nel difendere coloro che ne sono vittime in modo efficace». Dunque, occorre fare attenzione, perché «il paragone con gli anni '30 vuol dire trivializzare il fenomeno» in un duplice senso: demonizzando chi nutre questo pregiudizio, ma soprattutto sminuendo il tragico passato. Addirittura un Premio Nobel come Josè Saramago ha paragonato ciò che gli israeliani hanno fatto a Ramallah a ciò che i tedeschi fecero ad Auschwitz. Ma «se Ramallah, con tutte le ingiustizie e le brutalità, è come Auschwitz, allora Auschwitz, dove morivano migliaia di persone al giorno, non è altro che una Ramallah».
Ottolenghi rigetta le accuse di chi ha voluto vedere nel suo libro il tentativo di bollare qualsiasi critica a Israele, alle politiche dei suoi governi, come demonizzazione e antisemitismo e ribadisce con forza che non sono le critiche a Israele il problema, ma «quella critica che nasce dall'aspettativa che gli ebrei non possono mai sbagliare» e che si muove nel pregiudizio che «nel momento in cui sbagliano, come collettività o come singoli, non sono più uguali agli altri», ma devono una volta di più degli altri dare prova di umanità.
L'«animus» del pregiudizio anti-ebraico di oggi è paragonabile a quello dell'"affaire Dreyfus". Quattro elementi suggeriscono a Ottollenghi il paragone tra il Dreyfus di ieri e quello di oggi, lo Stato di Israele. Innanzitutto, le folle nelle strade di Parigi che non gridavano "morte a Dreyfus", ma "morte agli ebrei". Dunque, il meccanismo dell'attribuzione di una colpa collettiva a un popolo intero per la sua associazione a un individuo ritenuto colpevole. Poi, l'odio che si scatena non da una colpevolezza accertata, ma da una calunnia. Terzo elemento, i due pesi e le due misure, che si applicano anche oggi a Israele. Quando venne fuori la verità, Dreyfus fu riabilitato, ma il vero colpevole, l'ungherese Esterhazy, finì i suoi giorni da uomo libero, in Inghilterra, con una pensione garantitagli dello Stato francese. Quando venne smascherato nessuno per le strade si scatenò colpevolizzando gli ungheresi.
Così come, quando negli anni '90 vengono rivelati al mondo i crimini dei serbi nella ex Jugoslavia, nessuno si sogna di criminalizzare i serbi o di bruciare le chiese serbe-ortodosse in Europa. E dopo gli attacchi terroristici a Londra e a Madrid, quando si sono verificati alcuni episodi di razzismo anti-islamico, nessuno si è sognato di dire che non fossero atti di razzismo anti-islamico, ma di "comprensibile seppur deplorevole reazione al terrorismo". Infine, il ristabilimento della verità storica che non è più sufficiente ad arginare il pregiudizio, che vive di vita propria. Nel marzo 2006, ha ricordato Ottolenghi, un giovane ebreo parigino veniva rapito, torturato per tre settimane, seviziato e ucciso, dopo che la banda aveva chiesto un riscatto alla famiglia basandosi solo sul presupposto che essendo ebreo doveva essere ricco.
Quello che si respira oggi in Europa è un clima di "odio", conclude Ottolenghi, che sembra aver «riassorbito tutti i vecchi stereotipi dell'antisemitismo classico, a prescindere dal conflitto arabo-israeliano, dai torti e dalle ragioni che arabi, palestinesi e israeliani condividono».
Ma cos'ha indotto il professor Ottolenghi a usare il termine "autodafé", evocando un'immagine così terribile e cruda per la memoria della cultura europea e cristiana? Dopo l'Olocausto, spiega, «l'antisemitismo è diventato un tabù». I non ebrei che osano esprimere i pregiudizi classici dell'antisemitismo, o mettere in dubbio la veridicità storica della Shoah, vengono sanzionati dalla riprovazione del mondo politico e intellettuale. Ma nel momento in cui è un autore ebreo a farlo, «non solo viene difeso, ma in certi spazi mediatici ciò che ha scritto e detto, essendo ebreo, diviene improvvisamente legittimo», a prescindere dalle prove e dagli argomenti addotti. In sostanza, «l'ebreo diventa l'alibi per il ritorno dell'accettabilità del pregiudizio».
E' essenziale però comprendere la differenza tra l'antisemitismo storico e quello attuale, perché se occorre avere il coraggio e l'onestà intellettuale per chiamare le cose per il loro nome, bisogna anche definirle e distinguerle concettualmente, conclude Ottolenghi. «Se l'Europa di oggi non è quella degli anni '30, tuttavia fenomeni di antisemitismo esistono e il fatto che diventino sempre più diffusi è indice di come un pregiudizio stia lentamente ridiventando accettabile, e di come certi sistemi immunitari che la nostra storia recente ha creato si stiano indebolendo. L'antisemitismo come archetipo del pregiudizio è un sintomo di un malessere del sistema democratico. Non riconoscere il pregiudizio per le nostre società significa muovere il primo passo verso un futuro meno libero, meno aperto e meno democratico».
Emanuele Ottolenghi, che oggi dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles, e dal 1998 al 2006 ha insegnato Storia d'Israele all'Università di Oxford, ha raccontato una storia di «incredulità» e di presa di coscienza: l'antisemitismo è un pregiudizio che sta lentamente tornando ad essere socialmente accettabile in Europa. Un percorso personale dall'accettazione del fatto che accanto alla propria rivendicazione nazionale ne esistesse un'altra, quella palestinese, altrettanto legittima, e che fosse necessario un compromesso, all'«incredulità di essere tacciato di fascismo perché ancora sostenitore del diritto degli ebrei ad avere uno stato nazionale in una parte della terra da loro rivendicata».
Un fenomeno che negli ultimi 7 anni è cresciuto in modo allarmante, riaffacciandosi sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi. E ancor di più sconcerta l'«incredulità» che suscitano, presso l'establishment europeo e l'opinione pubblica, le reazioni delle comunità ebraiche.
Il professor Ottolenghi cita quattro esempi precisi. Nella Pasqua del 2002, mentre nei Territori palestinesi è in corso un'offensiva in reazione a una serie di attentati e le forze israeliane assediano la Chiesa della Natività di Betlemme in cui sono asserragliati militanti palestinesi, viene pubblicata una vignetta che raffigura il bambino Gesù che si sporge dalla mangiatoia mentre arriva un carro armato israeliano, e dice: "Non vorranno uccidermi ancora?". Tre giorni prima, su un'altra testata nazionale, viene raffigurato Ariel Sharon che, bloccando con il suo peso fisico una tomba dalla quale sporge un braccio, impedisce la resurrezione di Gesù Cristo.
Un quotidiano inglese, il giorno prima della rielezione di Sharon, pubblica una vignetta che raffigura il premier israeliano nudo, «come un orco», intento a divorare il cadavere sfigurato di un bambino: "Ma non avete mai visto un politico baciare un bambino?". La comunità ebraica inglese insorge, ma la vignetta vince il premio di miglior satira politica dell'anno. Il principale settimanale conservatore inglese, lo Spectator, ospita l'articolo di un intellettuale anglicano convertito all'ebraismo che paragona Israele al nazismo.
Come documentano questi casi, osserva Ottolenghi, non si commenta più un'azione militare, naturalmente discutibile e criticabile, nel merito dell'evento, analizzando circostanze, ragioni e torti, ma si ricorre ad antichi stereotipi antisemiti, come l'accusa di deicidio e l'accusa del sangue. E si scomoda addirittura il nazismo, come pietra di paragone per i "crimini" di Israele oggi. Secondo i sondaggi, il 63% degli europei spiega i sempre più frequenti attacchi alle tombe, ai luoghi di culto e alle personalità ebraiche non come antisemitismo, ma come reazioni, riconosciute certo eccessive e deplorevoli, alle politiche israeliane.
Ma non siamo di nuovo negli anni '30. Ottolenghi lo esclude categoricamente: «Allora l'antisemitismo era un'opinione socialmente diffusa e rispettabile, godeva del sostegno attivo delle chiese e prima dell'avvento del nazismo era parte delle legislazioni nazionali. Oggi la legge non condona ma condanna l'antisemitismo, la dottrina cristiana e cattolica non lo condona, ma lo condanna. Il cambiamento è epocale. La polizia è davanti alle sinagoghe per difendere gli ebrei, non per arrestarli. Le istituzioni sono attive nel condannare il pregiudizio e nel difendere coloro che ne sono vittime in modo efficace». Dunque, occorre fare attenzione, perché «il paragone con gli anni '30 vuol dire trivializzare il fenomeno» in un duplice senso: demonizzando chi nutre questo pregiudizio, ma soprattutto sminuendo il tragico passato. Addirittura un Premio Nobel come Josè Saramago ha paragonato ciò che gli israeliani hanno fatto a Ramallah a ciò che i tedeschi fecero ad Auschwitz. Ma «se Ramallah, con tutte le ingiustizie e le brutalità, è come Auschwitz, allora Auschwitz, dove morivano migliaia di persone al giorno, non è altro che una Ramallah».
Ottolenghi rigetta le accuse di chi ha voluto vedere nel suo libro il tentativo di bollare qualsiasi critica a Israele, alle politiche dei suoi governi, come demonizzazione e antisemitismo e ribadisce con forza che non sono le critiche a Israele il problema, ma «quella critica che nasce dall'aspettativa che gli ebrei non possono mai sbagliare» e che si muove nel pregiudizio che «nel momento in cui sbagliano, come collettività o come singoli, non sono più uguali agli altri», ma devono una volta di più degli altri dare prova di umanità.
L'«animus» del pregiudizio anti-ebraico di oggi è paragonabile a quello dell'"affaire Dreyfus". Quattro elementi suggeriscono a Ottollenghi il paragone tra il Dreyfus di ieri e quello di oggi, lo Stato di Israele. Innanzitutto, le folle nelle strade di Parigi che non gridavano "morte a Dreyfus", ma "morte agli ebrei". Dunque, il meccanismo dell'attribuzione di una colpa collettiva a un popolo intero per la sua associazione a un individuo ritenuto colpevole. Poi, l'odio che si scatena non da una colpevolezza accertata, ma da una calunnia. Terzo elemento, i due pesi e le due misure, che si applicano anche oggi a Israele. Quando venne fuori la verità, Dreyfus fu riabilitato, ma il vero colpevole, l'ungherese Esterhazy, finì i suoi giorni da uomo libero, in Inghilterra, con una pensione garantitagli dello Stato francese. Quando venne smascherato nessuno per le strade si scatenò colpevolizzando gli ungheresi.
Così come, quando negli anni '90 vengono rivelati al mondo i crimini dei serbi nella ex Jugoslavia, nessuno si sogna di criminalizzare i serbi o di bruciare le chiese serbe-ortodosse in Europa. E dopo gli attacchi terroristici a Londra e a Madrid, quando si sono verificati alcuni episodi di razzismo anti-islamico, nessuno si è sognato di dire che non fossero atti di razzismo anti-islamico, ma di "comprensibile seppur deplorevole reazione al terrorismo". Infine, il ristabilimento della verità storica che non è più sufficiente ad arginare il pregiudizio, che vive di vita propria. Nel marzo 2006, ha ricordato Ottolenghi, un giovane ebreo parigino veniva rapito, torturato per tre settimane, seviziato e ucciso, dopo che la banda aveva chiesto un riscatto alla famiglia basandosi solo sul presupposto che essendo ebreo doveva essere ricco.
Quello che si respira oggi in Europa è un clima di "odio", conclude Ottolenghi, che sembra aver «riassorbito tutti i vecchi stereotipi dell'antisemitismo classico, a prescindere dal conflitto arabo-israeliano, dai torti e dalle ragioni che arabi, palestinesi e israeliani condividono».
Ma cos'ha indotto il professor Ottolenghi a usare il termine "autodafé", evocando un'immagine così terribile e cruda per la memoria della cultura europea e cristiana? Dopo l'Olocausto, spiega, «l'antisemitismo è diventato un tabù». I non ebrei che osano esprimere i pregiudizi classici dell'antisemitismo, o mettere in dubbio la veridicità storica della Shoah, vengono sanzionati dalla riprovazione del mondo politico e intellettuale. Ma nel momento in cui è un autore ebreo a farlo, «non solo viene difeso, ma in certi spazi mediatici ciò che ha scritto e detto, essendo ebreo, diviene improvvisamente legittimo», a prescindere dalle prove e dagli argomenti addotti. In sostanza, «l'ebreo diventa l'alibi per il ritorno dell'accettabilità del pregiudizio».
E' essenziale però comprendere la differenza tra l'antisemitismo storico e quello attuale, perché se occorre avere il coraggio e l'onestà intellettuale per chiamare le cose per il loro nome, bisogna anche definirle e distinguerle concettualmente, conclude Ottolenghi. «Se l'Europa di oggi non è quella degli anni '30, tuttavia fenomeni di antisemitismo esistono e il fatto che diventino sempre più diffusi è indice di come un pregiudizio stia lentamente ridiventando accettabile, e di come certi sistemi immunitari che la nostra storia recente ha creato si stiano indebolendo. L'antisemitismo come archetipo del pregiudizio è un sintomo di un malessere del sistema democratico. Non riconoscere il pregiudizio per le nostre società significa muovere il primo passo verso un futuro meno libero, meno aperto e meno democratico».
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