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Wednesday, September 12, 2012

Il 12 settembre di Obama: la resa ideologica

Ciò che è accaduto ieri al Cairo e a Bengasi, e stamattina a Washington, è emblematico. Nulla avrebbe potuto spiegare meglio il significato del mio post di ieri sulla sensazione di un disarmo ideologico dell'Occidente di fronte alla minaccia terrorista islamica.

In mattinata viene diffusa dalle tv arabe la notizia (e subito dopo le drammatiche immagini) dell'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia, di un altro funzionario e due marine, nell'attacco della notte al consolato Usa di Bengasi. Già ieri l'ambasciata Usa al Cairo era stata oggetto di una violenta manifestazione di protesta a causa di un film anti-islamico amatoriale, prodotto da cristiani copti espatriati in America. Bandiera strappata, violazione dell'ambasciata, qualche colpo in aria. Ma a Bengasi si è trattato di qualcosa di diverso dalla sassaiola di una folla spontanea: un assalto militare in piena regola, con armi pesanti, evidentemente pianificato (forse in coincidenza con l'11 settembre). Il consolato è dato alle fiamme, c'è almeno una vittima.

Poi si verrà a sapere che le vittime sono quattro, incluso l'ambasciatore. Ciò che più sconcerta - oltre alla sensazione che l'attacco sia stato sottovalutato e il consolato letteralmente abbandonato al suo destino da parte di Washington - è la reazione timida, cerchiobottista, di vera e propria sudditanza e resa ideologica da parte dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto, il delirante comunicato e i tweet in cui l'ambasciata al Cairo chiede praticamente scusa per il film anti-islamico. Che sia stato diffuso prima o dopo i fatti di Bengasi poco importa a questo punto, conta il contenuto: si condannano «i continui sforzi da parte di individui fuorviati di ferire i sentimenti religiosi dei musulmani» e si rigettano «con forza gli abusi del diritto universale alla libertà d'espressione per offendere il credo religioso altrui». In pratica ci si scusa per i propri principi, e per un'offesa di cui gli Stati Uniti non hanno colpa, e che in ogni caso non avrebbe mai potuto giustificare la violenza. Un comunicato da cui solo sei ore più tardi la Casa Bianca si sarebbe dissociata («non l'abbiamo approvato»).

Poi nella notte viene ammazzato un ambasciatore statunitense e per ore la Casa Bianca tace. Sembra di rivedere lo sketch di Clint Eastwood che alla convention repubblicana parla con una sedia vuota dove dovrebbe essere seduto Obama. Un presidente assente, o dormiente. Arriverà presto un comunicato di scuse per il disagio causato ai musulmani?

Inizia a serpeggiare l'idea che Bengasi 2012 possa trasformarsi per Obama in ciò che rappresentò Teheran 1979 per Carter. Qualcuno comincia a rimpiangere Gheddafi e Mubarak. No, qui bisogna rimpiangere l'America, quella che non sapeva nemmeno cosa volesse dire abdicare ai suoi principi.

Finalmente, dopo ore, arriva una nota scritta del presidente Obama, nella quale «condanna fermamente l'ignobile attacco», ma in cui di nuovo traspare questa preoccupazione di scusarsi con i musulmani per le offese del film. Hanno appena ucciso un suo ambasciatore, ma Obama riesce a ricordare che gli Usa «respingono i tentativi di denigrare le religioni altrui», nella stessa frase in cui dichiara di «opporsi inequivocabilmente alla violenza senza senso». Il link è fatto, in qualche modo i due eventi - film offensivo e attacco - vengono accostati. Una condanna con "ma anche": Obama si oppone alla «violenza senza senso» dell'attacco, ma anche ai «tentativi di denigrare le religioni altrui».

Più convincente e presidenziale nel tono la dichiarazione successiva di Hillary Clinton rispetto a quella di Obama il patetico. Tanto che si rende necessaria una comparsata del presidente (con Hillary al suo fianco) per rafforzare il fiacco e cerchiobottista comunicato scritto qualche ora prima. Una dichiarazione di cinque minuti ben più tosta nella quale, senza rispondere a domande, il presidente ripete più volte che non può esservi alcuna giustificazione alla violenza, e promette che «sarà fatta giustizia», che «le autorità americane e quelle libiche lavoreranno per individuare e assicurare alla giustizia gli assassini».

Quello che più ripugna di questa triste storia è che molti, anche ai vertici dell'amministrazione Usa, si bevono ancora la cazzata che queste cose nascono da un film o da qualche vignetta offensiva. Certo, qualche fanatico che riesce ad aizzare una folla di suoi simili può esserci. Ma a Bengasi è accaduto qualcosa di diverso: un attacco militare, non una protesta. Secondo quanto riporta su twitter Daniele Raineri, inviato del Foglio, «c'è stata un'operazione militare di 'rescue' andata male, un aereo americano è arrivato ieri notte a Bengasi per salvare lo staff. Gli americani si erano rifugiati in una 'safe house' segreta, ma gli aggressori sapevano dov'era. E' seguito un conflitto a fuoco: due americani sono morti in questo secondo scontro, dopo la morte dell'ambasciatore». Una versione confermata da fonti Usa alla Cnn. Dunque, «un'operazione di 'rescue' andata male, spiega il ritardo nelle notizie e forse cambia anche il significato politico della storia».

Già, lo aggrava per Obama, diventa più simile a Teheran 1979: e se si è trattato di un puro e semplice attentato, e la protesta per il film amatoriale su Maometto era solo un diversivo, perché parlare ancora dei «tentativi di denigrare le religioni altrui»? Non è un problema di libertà d'espressione che ferisce i sentimenti dei musulmani, ma di terrorismo da una parte e mancanza di leadership dall'altra.

Il governo Usa conta come il due di picche al Cairo e a Tripoli (il presidente egiziano non ha ancora espresso una condanna per la violazione dell'ambasciata americana). Obama non ha affatto «guidato da dietro le quinte» le transizioni della primavera araba, le ha subite da sotto il tavolo. Leading from behind è stato solo uno slogan efficace per nascondere i suoi ritardi nella comprensione degli eventi e il suo vacillare nelle decisioni strategiche. In Libia è intervenuto per fare bella figura, perché si trattava di cacciare col minimo sforzo un pagliaccio, geopoliticamente ormai innocuo e indifeso, mentre con Assad, che ha dietro Iran e Russia, se la fa sotto, assiste immobile ad un massacro anche peggiore e al riarmo iraniano.

Thursday, May 05, 2011

Altro che foto, è il momento di battere il ferro

«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».

Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.

Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».

Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».
Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».
Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.

Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.

Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».
Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.

Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.

Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".

Friday, February 11, 2011

Adesso viene il difficile

Alla fine Mubarak ha ceduto, ha lasciato la presidenza. I poteri, secondo quanto pare di capire, passano non al suo vice Suleiman, ma allo stato maggiore dell'esercito, istituzione pilastro del regime, con in mano un terzo dell'economia. Adesso viene il difficile. Perché se in questi giorni, un po' da parte di tutti, dalla piazza del Cairo ai media, fino alla Casa Bianca, è stata enfatizzata a dismisura la sorte personale di Mubarak, come se l'addio del raìs fosse di per sé la garanzia di un reale cambiamento, adesso probabilmente le piazze si svuoteranno, l'attenzione mediatica tenderà a scemare, e si capirà finalmente che partita stanno giocando l'esercito, e le varie anime al suo interno, e i Fratelli musulmani, che fino ad oggi hanno tentato di dissimulare la loro agenda radicale (aiutati anche dai media occidentali).

Gli Stati Uniti ne escono comunque con le ossa rotte. Né modello ideale e attori del cambiamento per chi aspira ad un Egitto democratico - tardivo e strumentale è apparso il sostegno al «popolo», quando le opposizioni sono state snobbate fino a ieri; né alleati affidabili agli occhi di un eventuale nuovo autocrate e delle capitali arabe "amiche". L'amministrazione si è fatta trovare impreparata, ansiosa di inseguire gli eventi piuttosto che capace di condizionarli. Una prova di debolezza da riscattare al più presto. L'agenda di politica estera perseguita da Obama per oltre metà mandato si è rivelata per la seconda volta come minimo inadeguata, se non contraria alla corrente della storia del Medio Oriente. C'è solo da augurarsi che Obama abbia imparato la lezione, che intenda almeno provare seriamente a indirizzare la transizione, che riprenda la Freedom Agenda per cercare di sfruttare questa svolta in Egitto come la prima tessera (la seconda, a dire il vero) di un domino democratico. E che si sia convinto che la strategia vincente in Medio Oriente può davvero essere la democrazia. Altrimenti, la sua presidenza potrà davvero essere ricordata come quella di Carter.

Mubarak ha passato la nottata

Mubarak sembra aver vinto il braccio di ferro di questa notte. L'esercito (di cui fanno parte, è bene non trascurarlo, anche il vicepresidente e tutti i membri più importanti del governo) rinuncia (per ora) ad andare fino in fondo con il colpo di Stato tentato ieri e si mostra garante delle richieste della piazza. I poteri presidenziali sono di fatto nelle mani di Suleiman, mentre i militari si ergono a garanti delle «riforme legislative e costituzionali» promesse dal presidente, assicurando la revoca dello stato d'emergenza ed «elezioni libere».

Washington non nasconde la propria irritazione per quel passo indietro a lungo richiesto che non c'è stato. Servizi segreti in panne, un vero e proprio schiaffo per gli Usa, che sembrano non riuscire a toccar palla nella crisi egiziana. Mai Obama aveva parlato in modo così chiaro e vigoroso, ma potrebbe essere tardi. «Siamo con il popolo», ha scandito. E ha chiesto al governo egiziano di procedere «immediatamente», in modo «credibile, concreto e inequivocabile verso una autentica democrazia», rammaricandosi perché «non ha ancora colto questa opportunità». Un simile sostegno non l'hanno avuto gli iraniani che si sono ribellati ad Ahmadinejad.

L'errore che in molti stanno compiendo (dalla Casa Bianca ai media) è concentrarsi troppo sul destino di Mubarak, mentre il ruolo dell'esercito rimane molto ambiguo. Poiché elezioni subito sono improponibili, il punto è assicurare - chiunque sia al potere - una transizione vera, riforme vere, ed elezioni vere a settembre. Il che non è scontato, sia con che senza Mubarak.

Nella sua prima vera crisi, quella che ti piomba addosso inattesa, il presidente ha mostrato tutta la sua incompetenza. La gestione in sé è stata disastrosa. Inizialmente, nonostante l'ancora fresco precedente tunisino, l'amministrazione Usa ha sottovalutato le proteste, con Hillary Clinton che definiva «solido» il potere di Mubarak; poi, vedendo la situazione precipitare, sono passati dalla parte della piazza e hanno provato a convincere Mubarak ad andarsene, lasciando a Suleiman guidare la transizione; vedendo però che il raìs era in grado di resistere, e accorgendosi che un vuoto di potere avrebbe potuto portare ad elezioni troppo anticipate, hanno assunto un atteggiamento più cauto, meno rigido sulle dimissioni, e aspettato di vedere se Suleiman fosse stato in grado di avviare un dialogo con le opposizioni. Fallito il dialogo, hanno creduto che l'esercito avesse scaricato Mubarak e l'hanno scaricato a loro volta. Tranne accorgersi oggi che è ancora lì. I passi falsi, e il gran caos che regna a Washington, sono ben ricapitolati in questo articolo di Molinari su La Stampa.

Ma queste piroette, questi tentennamenti, non vanno attribuiti ad un'incapacità di gestione delle crisi. Ce la si potrà anche prendere con il solito fallimento dell'intelligence (anche se i rapporti di allerta sulla crescente instabilità in Egitto e in altri Paesi della regione sono innumerevoli), ma l'errore di fondo è politico, strategico. Obama si è fatto trovare impreparato perché in questi anni si è occupato d'altro. Ha ripudiato la Freedom Agenda e qualsiasi "ingerenza" democratica, concentrandosi sulla politica della "mano tesa": negoziati con gli iraniani, e tra israeliani e palestinesi. Ne abbiamo già scritto. E l'aggravante è che un primo avvertimento su quanto fosse sbagliata, semplicemente contraria alla corrente della storia, quella sua politica, Obama l'aveva ricevuto già un anno e mezzo fa, dalle rivolte di Teheran contro la rielezione di Ahamdinejad.

Il guaio è che gli Stati Uniti sono arrivati tardi a sostenere «il popolo» egiziano, hanno snobbato per anni le opposizioni, e ora da quelle parti non hanno interlocutori. Per quante belle parole possa pronunciare ora Obama, l'eventuale rivoluzione democratica non avrà mai il sigillo politico e morale dell'America agli occhi del nuovo Egitto e del mondo arabo; hanno platealmente e frettolosamente scaricato il loro principale alleato in Medio Oriente nel momento di suo maggior bisogno, perdendo in quel medesimo istante ogni possibilità di farsi ascoltare dal raìs. Visto che si era voluta percorrere la strada "realista", tanto valeva, forse, giocare la carta Mubarak fino in fondo. Comunque vada, i rapporti col Cairo e con le altre capitali arabe "amiche" non saranno mai più gli stessi. Rimanevano i militari, che prendono oltre un miliardo di dollari l'anno dagli Usa, ma negli ultimi giorni hanno visto precipitare il loro ascendente anche su di essi, dopo che la goffa minaccia di chiudere il rubinetto degli aiuti è stata rintuzzata con abile tempismo dai sauditi, che si sono subito detti pronti ad aprire il loro di rubinetto. E gli ayatollah iraniani che festeggiano l'alba di un Medio Oriente «senza il regime sionista e senza gli Usa» sono la misura esatta della perdita di influenza americana sulla regione.

In realtà, la crisi del regime avrebbe potuto essere prevista e, quindi, in qualche modo "guidata". Il processo di riforme interne - e non il negoziato israelo-palestinese - andava messo al centro dei rapporti con Mubarak, anche a costo di incrinarli; andavano sostenute politicamente e finanziariamente le opposizioni democratiche e liberali, i loro leader aiutati ad emergere. In poche parole, abbracciata la "Freedom Agenda", e perseguita con maggiore determinazione di quanto avesse fatto Bush nei suoi ultimi tre anni. L'abbandono di Mubarak al suo destino non sarebbe apparso così repentino e strumentale; e il nuovo Egitto avrebbe visto nell'America non l'ultimo amico del vecchio dittatore.

Thursday, February 10, 2011

La notte dello showdown al Cairo

A dispetto delle notizie volutamente tendenziose diffuse ieri pomeriggio da varie fonti (le opposizioni, i militari, il suo stesso partito) Mubarak non si è dimesso, né tanto meno ha lasciato il Paese («non lascerò mai questa terra»). Non è il tipo di autocrate che se la dà a gambe. E' ancora lì e intende restarci. Stasera parlando in tv alla nazione ha ribadito che intende restare in carica fino a settembre ma che non si ricandiderà; ha annunciato di aver trasferito i poteri al vicepresidente Suleiman; ha promesso la revoca dello stato d'emergenza e l'avvio del processo di revisione costituzionale; ha vigorosamente respinto i «diktat» che arrivano da Paesi «stranieri». Un chiaro riferimento agli Stati Uniti, che nelle ultime ore - dopo la maggiore cautela dei giorni scorsi - devono essere tornati a spingere con forza per le dimissioni del raìs.

Una doccia gelata per la piazza, fomentata per tutta la giornata dalle voci che volevano Mubarak intenzionato ad accogliere tutte le richieste delle opposizioni - prima fra tutte quella delle sue dimissioni immediate - e addirittura in procinto di lasciare il Paese. Persino il direttore della Cia Leon Panetta aveva venduto al Congresso come «fortemente probabile» un passo indietro del raìs.

Nel pomeriggio si era intuito il braccio di ferro in corso tra Mubarak, che per restare in sella offriva il passaggio dei poteri a Suleiman, e l'esercito (e, pare di capire, Washington), che aveva fatto capire di non essere d'accordo con questa soluzione e in un comunicato rendeva noto di aver di fatto assunto la guida del Paese. L'estromissione di Mubarak sembrava cosa fatta. Sarà quindi una notte di tensione altissima. Bisognerà vedere come i militari reagiranno alla "disobbedienza" del raìs. E' possibile che Suleiman sia riuscito a porsi come mediatore tra le varie anime dell'esercito, ma anche che quest'ultimo decida invece di andare fino in fondo con il colpo di Stato di fatto annunciato con il comunicato di questo pomeriggio.

Dalla parte del presidente egiziano resta il re saudita - gli Stati Uniti «non umilino» Mubarak, è stato il monito rivolto da Abdullah direttamente a Obama in una conversazione telefonica - e la Lega araba, che di fronte alla goffa minaccia Usa di chiudere il rubinetto degli aiuti ha assicurato il sostegno finanziario dei suoi membri al regime egiziano. Com'è ovvio, tutti i regimi della regione sono molto sensibili alla sorte del loro "simile" Mubarak, e al trattamento che gli Usa riservano ai loro alleati.

Semplicemente fallimentare la politica dell'amministrazione Obama. Comunque andrà, sarà una sconfitta. Gli Usa hanno scaricato nell'arco di poche ore il loro principale alleato in Medio Oriente nel momento di suo maggior bisogno. I rapporti col Cairo e con le altre capitali arabe "amiche" non saranno mai più gli stessi. D'altra parte, il sostegno offerto alla transizione è stato troppo tardivo, direi precipitoso, per risultare sincero agli occhi della piazza e delle opposizioni, e non assicurerà certo a Washington la benevolenza dei leader egiziani di domani. In realtà, la crisi del regime avrebbe potuto essere prevista e, quindi, in qualche modo "guidata". Il processo di riforme interne - e non il negoziato israelo-palestinese - andava messo al centro dei rapporti con Mubarak, anche a costo di incrinarli; andavano sostenute politicamente e finanziariamente le opposizioni democratiche e liberali, i loro leader aiutati ad emergere. In poche parole, abbracciata la "Freedom Agenda", e perseguita con maggiore determinazione di quanto avesse fatto Bush nei suoi ultimi tre anni. L'abbandono di Mubarak al suo destino non sarebbe apparso così repentino e strumentale; e il nuovo Egitto avrebbe visto nell'America non l'ultimo amico del vecchio dittatore.

Monday, February 07, 2011

Grosso guaio al Cairo/4 - Obama vira ancora

Mentre al Cairo le prime prove di dialogo sembrano non aver convinto i Fratelli musulmani e la piazza, che continuano a ritenere imprescindibili le dimissioni immediate di Mubarak, pare che altri gruppi di opposizione e soprattutto a Washington siano più cauti. Per ora, infatti, il raìs ha resistito sia alle pressioni della piazza che a quelle americane. Gli egiziani devono affrontare innumerevoli ostacoli nella via verso le elezioni di settembre e un'uscita di scena ora di Mubarak potrebbe complicare piuttosto che aiutare la transizione. E' questo, secondo quanto riporta il WashPo, il ragionamento che Hillary Clinton avrebbe fatto ai giornali sul volo di ritorno dall'Europa. Sembrerebbe l'ennesimo cambio di atteggiamento di chi è costretto ad adeguarsi agli eventi piuttosto che riuscire a influenzarli.

E secondo il quotidiano Usa, per i principali gruppi di opposizione le dimissioni immediate del raìs non sarebbero più la precondizione per avviare il dialogo con il governo, che, dunque, può procedere con Mubarak ancora al potere. Anche per l'amministrazione Obama una «rapida transizione» non implica più che il presidente si faccia subito da parte, anche perché pare che un'uscita di scena ora di Mubarak - Costituzione vigente alla mano - possa portare a elezioni anticipate entro 60 giorni. Troppo pochi due mesi perché possano organizzarsi partiti e gruppi politici diversi dai Fratelli musulmani.

Non è chiaro se con il cambio di linea sulle dimissioni di Mubarak Washington si sia adeguata ad un ammorbidimento di alcuni gruppi di opposizione su questo punto, oppure se l'abbia favorito per tentare di superare quella che andava delineandosi come una pericolosa situazione di stallo: con il governo pronto, almeno a parole, ad avviare la transizione, ma le opposizioni impuntate sulla cacciata del raìs.

Molto critico con Obama, in questa intervista su La Stampa, Norman Podhoretz, secondo cui i suoi errori «rischiano di far perdere all'America non solo l'Egitto ma l'intero Medio Oriente»:
«Il primo è un errore di metodo: il presidente cambia idea in continuazione sulla gestione della crisi egiziana, dimostrando quell'incompetenza che Hillary Clinton gli rimproverava durante la primarie democratiche del 2008. Il secondo è un errore strategico: ritiene che il fondamentalismo islamico sia diviso fra estremisti e moderati e che con questi ultimi sia possibile parlare».
Quella distinzione è solo «una finzione ad uso e consumo dell'opinione pubblica occidentale»:
«I Fratelli musulmani si fingono moderati per guadagnare terreno politico in Egitto. Legittimandoli, Obama pone le premesse che potrebbero consentire loro entro un anno di avere in mano l'Egitto, e dunque il Canale di Suez».
Moderati in pubblico (e in lingua inglese), la loro agenda (in lingua araba) è estremista: via il Trattato di pace con Israele e di fatto Repubblica islamica. Nella tendenza di Obama all'appeasement Podhoretz vede «un'idea negativa dell'America».
«La convinzione che gli Stati Uniti, i precedenti Presidenti, si siano comportanti male, abbiano sbagliato sempre tutto. C'è una sorta di odio di sé, di tutto ciò che l'America ha rappresentato in passato. L'"appeasement" con i nemici, il tentativo di pacificazione, ha queste radici».

Friday, February 04, 2011

Grosso guaio al Cairo/3 - Il nodo dei Fratelli musulmani

Dopo i primi giorni in cui sembrava sul punto di cadere, la sorpresa è che Mubarak non molla. Meno sorprendenti sono i suoi metodi, quelli prevedibili di ogni regime autoritario. Sta facendo ricorso a tutto l'armamentario: da un lato mostrare delle aperture, dall'altro istigare alla violenza e alimentare il caos, sia per suscitare il bisogno di ordine e sicurezza sia per provare a dividere le opposizioni tra chi accetta il "dialogo" e i violenti da reprimere; intimidire i giornalisti stranieri e gli operatori delle ong, impedendo il più possibile ai media di riprendere e trasmettere immagini, così da "accecare" l'opinione pubblica; denunciare il complotto straniero; portare dalla sua parte l'esercito. E proprio il ruolo dell'esercito è l'aspetto più indecifrabile. Non avevamo capito bene, o qualcosa è successo al suo interno. Sembrava infatti che si volesse porre come mediatore tra il regime e la piazza, quindi di fatto con quest'ultima, ma adesso pare fare il gioco di Mubarak.

In tutto questo non manca, pare, la violenza contro i giornalisti stranieri anche da parte dei manifestanti anti-governativi. Il capolavoro dell'Occidente, infatti, è che Mubarak si sente scaricato e ormai lo accusa di aver fomentato la rivolta; e le opposizioni lo accusano di appoggiare il regime. Probabilmente ha ragione Angelo Panebianco quando scrive, sul Corriere della Sera di ieri, che l'Occidente "si illude di contare" e che in realtà "è davvero poco ciò che l’America, per non parlare dell’Europa, può fare".
"Se si può fare poco per condizionare gli eventi, - aggiunge - che almeno quel poco non consista di plateali errori. Obama ne ha già fatti quando, in polemica con la politica del suo predecessore, ha demoralizzato gli oppositori democratici del regime di Mubarak e di altre dittature mediorientali, togliendo ai gruppi interessati alla democrazia appoggio morale e finanziario".

L'amministrazione Usa vive i dilemmi e sconta gli errori di cui abbiamo già parlato. Obama (con l'Europa disciplinata e spaventata al seguito) insiste nella richiesta di una transizione reale e immediata, sottintendendo che Mubarak lasci subito, ma evitando di pronunciare la fatidica parola "dimissioni". E' sincero il raìs quando dice di non volersi ricandidare e spiega perché dev'essere lui a guidare la transizione? Non si può escludere che a questo punto cerchi un'uscita di scena dignitosa, né ci si può fidare dei Fratelli musulmani. "È già cominciata sui mass media", ci avverte Panebianco, l'"operazione pubblicitaria tesa a 'vendere' i Fratelli musulmani come un interlocutore tutto sommato accettabile per noi". Ma potrebbe anche mirare solo a "passare la nottata", resistere al potere con ogni mezzo (persino il "dialogo" con le opposizioni) nella fase più critica, per poi riprendere il controllo del Paese nei mesi successivi.

Interrogativi che non credo troveranno risposte a breve. D'altra parte, il fronte dell'opposizione già sembra incapace di dare uno sbocco politico alla piazza. Forse converrebbe una tregua di qualche giorno per andare a vedere le carte di Mubarak, accettare il "dialogo" senza pretenderne dimissioni immediate, pretendere una "road map" con delle scadenze precise. Ma le proposte del vicepresidente Suleiman in questo senso sarebbero già state respinte. Forse gli islamisti hanno già estremizzato il fronte degli oppositori. Ma si tratta ancora di speculazioni. Di certo, il nodo principale da sciogliere è quello della legalizzazione dei Fratelli musulmani come partito politico. Finché Mubarak, o qualcuno al suo posto, non fa questo passo (cosa ne pensa Obama?), continueranno ad essere contrari ad ogni dialogo. Ma per il resto dell'opposizione è questione davvero così dirimente? Gli altri partiti e movimenti di opposizione sono abbastanza forti e organizzati per rendere credibile un processo di democratizzazione senza i Fratelli musulmani, ammesso che accettino in linea di principio (che ne pensa ElBaradei?) di mantenerli al bando?

UPDATE:
Se è vero - ripeto: se è vero - che Washington sta lavorando alle dimissioni di Mubarak (e non anche su altri scenari), Berlusconi è il primo e unico leader occidentale che si è espresso esplicitamente per una transizione democratica "senza rotture", guidata da Mubarak, "che tutto l'Occidente, Usa in testa, considerano un uomo saggio". Gli altri più paludati leader non si espongono. Nelle dichiarazioni ufficiali di Mubarak non si parla, tanto meno di "dimissioni".

Così Edward Luttwack sul Wall Street Journal di oggi:
... the U.S. and other well-meaning governments should be more patient. It takes at least eight months to organize a meaningful election. Waiting until September would allow parties other than the Muslim Brotherhood time to organize. If Mr. Mubarak leaves now, the result is likely to be an anarchical or Islamist Egypt, or some of both until another dictatorship emerges. In any event, Egyptian democrats should not be denied eight months to build viable opposition parties before the next election.

Wednesday, February 02, 2011

Un errore ripudiare la Freedom Agenda di Bush

Su taccuinopolitico.it

Andava invece perseguita con maggiore determinazione e oggi avremmo temuto meno il post-Mubarak
Neanche l'amministrazione Bush è riuscita a ottenere da Mubarak le riforme politiche ed economiche che chiedeva, né che favorisse l'emergere di partiti politici non islamici, e forse la colpa di questa situazione è solo sua, di Mubarak, come ha scritto Stephen J. Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente repubblicano, sul Wall Street Journal. Ma i fatti di questi giorni sembrano dimostrare che Bush aveva visto giusto, che l'idea alla base della Freedom Agenda del contestatissimo ex presidente, che faceva propria la visione dell'area neocon, era corretta. In centinaia di migliaia – dalla Tunisia all'Egitto, dal Libano allo Yemen, come due anni fa in Iran – marciano non per la Jihad, come vorrebbe al Qaeda, non per la causa palestinese contro Israele, né contro l'America. Marciano per la libertà e per migliori condizioni economiche. In una parola: per la modernità. E questa aspirazione era, ed è, la migliore arma in mano all'Occidente per combattere la minaccia dell'estremismo islamico. Anziché nutrire questa aspirazione, tuttavia, i leader occidentali, e persino quelli americani, l'hanno trascurata: per allontanarsi il più possibile dalle impopolari politiche di George W. Bush; nell'illusione che i regimi autoritari avrebbero svolto il lavoro sporco al posto nostro; e in attesa che la soluzione del conflitto israelo-palestinese, prima o poi, scrivesse magicamente la parola fine su tutti i mali del Medio Oriente.
(...)
Non sempre la sua amministrazione ha agito coerentemente con la Freedom Agenda, ma Bush ne era consapevole quando affermava che «aver giustificato per sessant’anni la mancanza di libertà in Medio Oriente non ci ha resi più sicuri, perché nel lungo periodo la stabilità non può essere ottenuta a scapito della libertà» e «finché il Medio Oriente rimane una regione in cui la libertà non fiorisce, rimarrà una regione di stagnazione, risentimento e violenza pronti per essere esportati».
(...)
Per l'Occidente, e l'America soprattutto, mostrarsi «amici» di tali regimi, molto più che le guerre combattute contro i talebani e Saddam Hussein, ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori di gran parte delle "piazze arabe". E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari...

Da un articolo di Leon Wieseltier su The New Republic, ripreso e tradotto da Il Foglio, risultano chiari i limiti del cosiddetto "realismo" e della politica di Obama:
«Ciò che appare molto chiaro è che l'amministrazione Obama – e più in generale la galassia liberal americana – si è fatta cogliere del tutto impreparata da questa crisi... Le paure dell'amministrazione riflettono la svalutazione della "democratizzazione" come uno dei principi fondamentali della politica estera americana, specialmente nei confronti del mondo musulmano... Il rifiuto totale della politica estera di Bush implicava l'abbandono di qualsiasi cosa che potesse assomigliare alla sua "Freedom agenda", che appariva come un pretesto per la guerra. Ma qualsiasi cosa si pensi della guerra in Iraq, non sarebbe esagerato chiedere ai liberal di considerare con meno severità la politica della democratizzazione – non solo per il suo significato etico, ma anche per la sua importanza strategica. Una delle prime lezioni che si possono trarre dalla rivolta contro Mubarak è che il sostegno americano ai dissidenti democratici è una questione strategica. La mancanza di tale sostegno può determinare un disastro. E' questo il prezzo del realismo... Il realismo non consente di giungere a un'adeguata comprensione delle forze storiche che promuovono la democratizzazione. Da questo punto di vista, il realismo è sorprendentemente irrealistico. Sembra un'opzione intelligente soltanto finché i dittatori rimangono al potere senza essere disturbati dai propri popoli; ma non appena questo accade, risulta incredibilmente stolta».
«Obama ha sostituito la "Freedom agenda" con "l'agenda della accettazione". La sua politica estera è stata caratterizzata da uno spirito vigorosamente multiculturalista. Ha giustamente compreso che porre l'accento sulla democratizzazione significava esprimere una severa condanna dei sistemi di governo in paesi retti da regimi autocratici o dittatoriali; ma Obama non era diventato presidente per condannare e rimproverare, bensì per "restaurare la posizione e il prestigio dell'America". E ha cercato di farlo esaltando la diversità e la legittimità di tutte le religioni e le civiltà... Facendo sembrare la democratizzazione una sorta di "imposizione", con tutte le sue connotazioni imperialiste, e facendola coincidere con l'invasione militare, Obama ha commesso un terribile errore... Senza dubbio, ci sono casi in cui i nostri interessi e i nostri valori possono non coincidere, perché forze antidemocratiche e antiamericane possono giungere al potere per mezzo di un processo democratico; ma non esiste sistema più sicuro per portarli al potere che trascurare l'illegittimità dei governi tirannici e ignorare le proteste delle popolazioni oppresse. La bizzarra ironia del multiculturalismo globale di Obama sta proprio nel fatto che ha avuto l'effetto di allineare l'America al fianco dei regimi autocratici e contro le popolazioni... La cosa che più colpisce della "mano tesa" di Obama è la sua assoluta irrilevanza rispetto agli eventi epocali che si stanno svolgendo».

Monday, January 31, 2011

Grosso guaio al Cairo/2 - Chi aveva ragione e chi ha avuto torto

«La crisi dell'Egitto è, per i politologi, l'equivalente di ciò che il crollo di Lehman Brothers è stato per gli economisti». Lo scrive oggi Marta Dassù, su La Stampa, e ci pare una giusta riflessione. Ma non è la prima volta. Come all'epoca dell'Urss, in pochissimi sul finire degli anni '70 e all'inizio degli '80 ne prevedevano il crollo imminente. Anzi, la maggior parte degli analisti e dei commentatori erano persuasi che Mosca stesse prevalendo nella sfida con gli Usa o comunque che occorresse rassegnarsi a convivere con un potente blocco sovietico. Non mancava, però, chi - inascoltato - continuava a vederne la fragilità, e ad essere convinto che sarebbe bastata una spallata dall'esterno, o una scintilla dall'interno, a far crollare tutto. Ed è così che andò. Penso ai tanto vituperati neocon e a dissidenti come Sharansky, e a Reagan, che ha saputo fare tesoro delle idee e delle analisi giuste, sia pure minoritarie.

Così in questi anni c'è chi andava ripetendo che le dittature "laiche" del mondo arabo bisognava sostenerle in funzione anti-islamica, e che persino con gli ayatollah era il caso di mettersi d'accordo perché non avrebbero mai perso il potere in Iran. Ebbene, la realtà sembra invece dare ragione a quanti sostenevano che il cambiamento era alle porte, che quei regimi avevano le ore contate perché le società mediorientali, pur tra mille contraddizioni, non ne potevano più, e che l'Occidente avrebbe dovuto farsi carico di indirizzare, influenzare per il meglio questo processo anziché ritardarlo rischiando di esserne travolto. «Questa scarsa capacità di prevedere ha molto a che fare - scrive Dassù - con la nostra abitudine a studiare i regimi, più che i Paesi. Se decidessimo che anche i Paesi contano - la gente, non solo i potenti - le nostre analisi sarebbero migliori, probabilmente. E con loro, anche scelte di politica estera per troppi anni rivolte a sostenere regimi amici, ma nemici della loro gente».

In realtà, da una parte, mentre si perde tempo con la politica della «mano tesa», il potere degli ayatollah in Iran non è affatto così saldo e la società iraniana è tra le più pronte a sostituire la dittatura con qualcosa di simile alla democrazia; dall'altra, i «regimi amici» come quello di Mubarak si dimostravano sì preziosi alleati dell'Occidente, per esempio nelle crisi arabo-israeliane, ma lungi dal rappresentare un vero argine, con la loro oppressione e il loro malgoverno hanno gonfiato le file dell'estremismo islamico. Per l'Occidente, e l'America soprattutto, mostrarsi «amici» di costoro ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori della gente. E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari, ma anche sulla cosiddetta "borghesia", sugli imprenditori e i professionisti, come medici, avvocati, ingegneri, hanno più presa le organizzazioni integraliste islamiche come i Fratelli musulmani.

A questo punto, la via per Obama è obbligata - scaricare Mubarak - ma non facile, anche perché i preziosissimi alleati nella regione (come i sauditi) sono alla finestra per valutare il trattamento che l'America riserva ai suoi «amici». Purtroppo, però, l'accelerazione verso una transizione piena di opportunità, ma anche di incognite, rischia di essere un evento subìto dagli Usa piuttosto che favorito e, se non guidato, almeno in qualche modo bene indirizzato. Scarsa lungimiranza ed errori di prospettiva, come è già accaduto, lasciano Washington in balìa degli eventi (e dei suoi nemici). Parlare solo adesso di «transizione ordinata», «democrazia reale» e di «libere elezioni» suona come una toppa tardiva più che una strategia per la regione. L'errore di tutte le sinistre, a cui non fa eccezione quella americana, è credere che il conflitto israelo-palestinese sia la causa prima di tutti i mali del Medio Oriente, e quindi la sua soluzione la chiave di tutto. Al contrario, il problema vero sono i governi della regione: o spietate dittature islamiche e terroriste, o regimi autoritari la cui impopolarità favorisce l'estremismo islamico.

Anziché sostenere questi regimi, concentrarsi sul processo di "pace" tra israeliani e palestinesi - inevitabilmente in stallo da anni - occorreva preparare la trasformazione politica del Medio Oriente, favorire la crescita di nuove classi dirigenti, stringere legami con esse. Il risultato di questo errore di "visione" è che le classi sociali più preziose, quelle che dovrebbero essere il motore di un cambiamento in senso liberale e democratico, sono oggi lontane dall'Occidente, e la domanda di libertà, di modernità, pur maggioritaria, rischia di restare senza una guida, accende la protesta per esasperazione, ma senza avere un progetto di società, che invece gli islamisti hanno.

E' vero che il movimento che sta detronizzando Mubarak è per la stragrande maggioranza democratico, esprime un desiderio di libertà e buon governo, ma come quasi sempre accade ne fanno parte gruppi organizzati e fortemente ideologizzati che chiedono libertà oggi per negarla domani, se o piuttosto quando saliranno al potere. E questo rischio, cui scampammo in Italia nel dopoguerra grazie alla Guerra Fredda, oggi in Egitto è alto e a causa della miopia dell'Occidente non ci sono argini, se non gli egiziani stessi. Che vogliono modernità, social network, non uno Stato islamico. Eppure è proprio uno Stato islamico ciò che rischiano di ottenere. Oltre che un'associazione religiosa, i Fratelli musulmani sono l'unico partito politico di massa egiziano, l'unica forza organizzata e ramificata territorialmente, con una dirigenza indottrinata e combattiva, con forti legami all'estero.

Guai a fidarsi di quel ElBaradei troppo morbido con gli iraniani da direttore dell'Aiea, cui ora i Fratelli musulmani offrono il loro appoggio come «guida nel cammino verso il cambiamento». «Comprendiamo la sensibilità, specialmente in Occidente, nei confronti degli islamisti, e al momento non vogliamo essere in prima linea», dichiara uno dei leader egiziani del movimento. Sanno che un loro ruolo di primo piano in questo momento aiuterebbe Mubarak, ma sono pronti a prendere il potere e Teheran vede avvicinarsi un'insperata vittoria che potrebbe spalancargli la via verso l'egemonia incontrastata nella regione.

Friday, January 28, 2011

Grosso guaio al Cairo

Egitto messo a ferro e fuoco, la repressione sta fallendo. Se continua così Mubarak non arriva a lunedì. Tardive le parole della Clinton sulla necessità delle riforme e sul diritto degli egiziani a una società libera. Pressioni serie in questo senso gli Usa (e l'Europa) avrebbero dovuto esercitarle molto prima, ora sembrano solo retorica per blandire i manifestanti, mentre solo pochi giorni fa proprio la Clinton assicurava un po' altezzosa che il governo era solido. E tardivo potrebbe rivelarsi il discorso alla nazione che Mubarak si starebbe preparando a pronunciare, la promessa di un politico con una pistola puntata alla tempia. A Washington hanno sottovalutato la situazione e sopravvalutato la capacità di tenuta del regime.

Thursday, January 27, 2011

Un '48 arabo, tra insidie e opportunità

Su taccuinopolitico.it

Per la seconda volta in due anni le piazze mediorientali richiamano Obama alla realtà
E' davvero una «febbre contagiosa», ed è lo stesso virus, quello che dalla Tunisia sembra diffondersi anche all'Egitto? E' possibile che la repentina caduta di Ben Alì possa provocare un «effetto-domino democratico» sui regimi del mondo arabo? Di certo c'è che le "piazze arabe" non si sono ancora incendiate contro l'America o l'Occidente, per la guerra in Iraq o chissà cosa, ma come molti avevano predetto si stanno incendiando contro i loro dittatori, preoccupate per le loro condizioni di vita di cui incolpano non noi occidentali, ma i loro governanti. Certo, aumentano gli attacchi contro i cristiani, l'estremismo islamico è ben presente e operativo, e di tanto in tanto in piazza scendono folle indottrinate alla causa antisemita e/o antiamericana. Ma le vere "piazze arabe", quelle che protestano in massa in questi giorni, sono piene di giovani e persone normali che poco o niente hanno a che fare con i partiti e le ideologie, e che semplicemente sono stanche degli autocrati che da decenni opprimono e malgovernano i loro Paesi.
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Da Il Foglio:
«Dal 1979 gli Stati Uniti versano in media due miliardi di dollari l'anno all'Egitto: il prezzo del pane - che oggi è una delle chiavi della protesta - è stato a lungo calmierato grazie a soldi americani; il mercato petrolifero funziona grazie alla partnership commerciale fra i due stati e 1'80 per cento delle spese militari dell'Egitto sono a carico di Washington. A parte Israele, nessun alleato al di fuori della Nato riceve una tale quantità di denaro. Soltanto le associazioni civili per la promozione della democrazia sono state tagliate fuori dal finanziamento a pioggia e la gente che al Cairo si batte contro il governo ha l'aria di una piccola nemesi per il realismo immobilista di Obama».
Il problema è che Mubarak non ne ha per molto, che la successione del figlio Gamal appare sempre più improbabile - e comunque sarebbe una soluzione debole, senza le necessarie basi di consenso, neppure all'interno del regime - e Washington è in tremendo ritardo nell'elaborare una strategia per il dopo-Mubarak. Non può più difendere lo status quo, né può abbandonare dall'oggi al domani il regime, aprendo un vuoto che verrebbe riempito quasi certamente dall'islamismo. Imporre serie riforme politiche e favorire l'ascesa di una nuova classe dirigente "liberale", filoccidentale e legittimata democraticamente, sono impegni che richiedono molto tempo, e che avrebbero richiesto tutt'altra consapevolezza.

Intanto, domani i partiti di opposizione egiziani (Fratelli musulmani, il "liberale" al-Ghad ed El Baradei) tenteranno di assumere la guida della protesta.

Wednesday, September 23, 2009

Per Hosni un pasticcio diplomatico

Alla fine l'egiziano Farouk Hosni non ce l'ha fatta. Il direttore generale dell'Unesco è la bulgara Irina Bokova, ex ministro degli Esteri e attuale ambasciatrice. Se già strideva che alla guida dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, potesse andare un censuratore di professione, per di più antisemita, che da ministro della Cultura manifestò l'intenzione di voler «bruciare personalmente i libri israeliani e sionisti», ad aggravare la posizione del candidato egiziano, nelle ore precedenti l'ultima votazione, si è aggiunta una rivelazione fornita dal diretto interessato riguardo il suo ruolo nella fuga dall’Italia di tre terroristi palestinesi coinvolti nel sequestro dell'Achille Lauro.

Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».

Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».

Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.

E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.

Wednesday, April 29, 2009

Se l'Egitto decide di fare sul serio

Se l'ipotesi dell'atomica iraniana spaventa più di tutti Israele, a rendere inquieti i governi arabi sono anche gli altri mezzi, molto convenzionali ma meno eclatanti, con i quali Teheran sta perseguendo i suoi disegni egemonici sull'intero Medio Oriente. «Potenze straniere cercano di sabotare l'Egitto attraverso movimenti islamici», è l'inequivocabile accusa lanciata ieri dal presidente egiziano Hosni Mubarak. Alcune settimane fa le autorità egiziane hanno sgominato una cellula di Hezbollah che stava progettando attentati contro mete turistiche frequentate da israeliani e altri occidentali e contro infrastrutture strategiche del paese. Tra le accuse a carico dei 49 arrestati (libanesi, palestinesi, egiziani e sudanesi, tutti legati a Hezbollah), «l'osservazione del movimento delle navi nel Canale di Suez e dei villagi turistici nel nord e nel sud del Sinai allo scopo di attaccarli»; «la diffusione di idee sciite in Egitto e l'incitamento degli egiziani contro il loro governo»; «la fornitura di armi e denaro ad Hamas».

Gli iraniani manovrano organizzazioni terroristiche loro alleate allo scopo di destabilizzare l'Egitto – l'unico vero ostacolo rimasto tra gli ayatollah e le loro ambizioni – economicamente, colpendo il turismo e il commercio, settori strategici per l'economia del paese dei faraoni, e politicamente, giocando le carte del risentimento filopalestinese e dell'integralismo islamico.

Anche altri stati arabi stanno reagendo: il Marocco ha bruscamente interrotto le relazioni diplomatiche con l'Iran, accusandolo apertamente di sostenere elementi sovversivi sciiti nel regno; il Bahrain ha protestato con forza contro le dichiarazioni di un funzionario iraniano, secondo cui lo stato arabo sarebbe la quattordicesima provincia iraniana; la Giordania ha lanciato un'ulteriore azione repressiva nei confronti di Hamas ed Hezbollah. Tutti segni dell'ansia crescente dei governi arabi, non solo per le attività iraniane, ma anche per l'inedita stagione di dialogo che Obama vuole aprire con Teheran.

Il Cairo sta mandando un segnale preciso a Washington: la questione nucleare non è l'unico aspetto – sebbene sia il più urgente – della minaccia iraniana. «La sfida iraniana allo status quo regionale si manifesta in molteplici modi», ha scritto Abdel Monem Said Aly, direttore del Centro di studi strategici "Al Ahram", sul Wall Street Journal. Il braccio di ferro a distanza tra Teheran e Il Cairo si gioca soprattutto sul tavolo di Hamas. L'Egitto cerca di convincere Hamas a riconciliarsi con Fatah e ad accettare di far parte di un governo di unità nazionale palestinese, minacciando l'organizzazione integralista di strangolarla, serrando i confini con la Striscia di Gaza e distruggendo i tunnel sotterranei per il contrabbando. Teheran rende vani i continui tentativi egiziani esercitando a sua volta pressioni su Hamas. Le prove dell'impegno iraniano nel sabotare gli sforzi egiziani per la stabilità regionale sono «inconfutabili», osserva Said Aly. Per esempio, fu l'Iran a istigare Hamas a rifiutarsi di rinnovare la tregua con Israele, causando indirettamente la guerra di Gaza del dicembre scorso. «L'Egitto ha dato e sta dando ai palestinesi più di quanto diate voi. Non li usa come merce di scambio e non partecipa nello spargere il loro sangue. Lavora duro per raggiungere la loro unità», ha rivendicato, sempre ieri, il presidente Mubarak.

L'Iran vede nell'Egitto il suo più grande rivale, forse l'ultimo, nella regione. Sabotare i suoi sforzi per la pace tra palestinesi, e tra palestinesi e israeliani, significa minarne l'autorità ed alimentare quel tipo di risentimenti anti-israeliani e anti-occidentali che avvicinano gli arabi sunniti a Teheran, a quell'ideologia che fa da «collante postmoderno – così l'ha definita Robert Kaplan sull'Atlantic – che tiene unita la grande sfera d'influenza iraniana». Un collante che appare persino più forte della storica divisione tra sciiti e sunniti. Sono milioni infatti gli arabi sunniti che, soprattutto in Egitto, si sentono più vicini ai mullah radicali sciiti che alla loro autocrazia sunnita, detestata perché compromessa con la politica di Usa e Israele. Temendo la penetrazione di tale ideologia, il governo egiziano monitora da tempo i legami di Teheran con Hezbollah, ma anche con movimenti integralisti sunniti come i Fratelli musulmani, particolarmente forti in Egitto, e Hamas.

La soluzione del conflitto israelo-palesinese sarebbe importante per frenare l'espansione dell'influenza iraniana nella regione, ma è altrettanto vero che difficilmente si faranno progressi reali finché l'Iran continuerà a sabotare ogni sforzo, proprio perché si rende conto di quanto sia fondamentale per le sue ambizioni che la tensione rimanga alta. Il presidente Obama «dovrebbe mandare un fermo messaggio a Teheran che l'America sta con l'Egitto dalla parte della pace e della stabilità», conclude Said Aly. «Gli Stati Uniti – suggeriscono gli analisti del Washington Institute for Near East Policy – dovrebbero agire in fretta per fornire un forte appoggio pubblico e una tangibile assistenza all'Egitto e agli altri governi arabi nei loro sforzi per contrastare le ambizioni egemoniche iraniane». Ma ora che ha aperto gli occhi sulla pericolosità degli alleati di Teheran dentro e fuori i suoi confini, Il Cairo dovrebbe decidersi ad annientare Hamas. Potrebbe farlo domani, se lo volesse, sigillando davvero i pochi km di confine con la Striscia di Gaza.

Thursday, January 24, 2008

A Gaza torna in scena il cinismo arabo

Ciò che sta avvenendo nella Striscia di Gaza in questi giorni è un paradigma dell'ambiguità e del cinismo arabo nello sfruttare le sofferenze della popolazione palestinese, usata come vero e proprio "scudo umanitario". Un territorio già devastato da mal governo e corruzione, trasformato in un avamposto terroristico da cui far partire migliaia di missili contro Israele: negli ultimi due anni e mezzo, dopo il ritiro da Gaza, circa 9300. Ma Israele si trova costretto, per ragioni "umanitarie", a sostenere i suoi stessi nemici. Il paradosso infatti è che Gaza dipende in tutto e per tutto da Israele, il quale però, se non vuole essere denunciato al pubblico ludibrio internazionale, non può permettersi di negare neanche i rifornimenti di elettricità e carburante a chi poi lo ricambia del favore bombardando senza sosta le sue città.

Ad un certo punto, il governo israeliano ha detto basta e proclamato il blocco totale di Gaza, pur continuando a fornire energia agli ospedali e a garantire assistenza nei propri ai malati palestinesi. A seguito delle prime scandalizzate denunce di "emergenza umanitaria" e delle dure critiche nei confronti della reazione israeliana, definita «incomprensibile» anche dal nostro ministro degli Esteri D'Alema, le forniture sono riprese e i primi camion hanno ricominciato ad attraversare il confine. Ma subito sono ripresi anche i lanci di razzi Qassam (ieri una ventina sono caduti in territorio israeliano). Agli ospedali di Gaza provvede Israele, ma non manca mai l'energia per le officine in cui si costruiscono i missili da lanciargli contro per riconoscenza.

Israele non è l'unico stato ad aver posto ai propri confini un "muro" per impedire ai terroristi di attraversare i suoi confini. Ieri mattina Hamas ha fatto saltare la barriera di metallo che per 14 km separa la Striscia di Gaza dall'Egitto. Decine di migliaia di palestinesi si sono recati nei vicini centri abitati egiziani per procurarsi merci divenute introvabili a causa del blocco israeliano.

Dopo aver caricato, martedì scorso, donne e uomini che tentavano di oltrepassare il valico di Rafah, ieri i militari egiziani che lo presidiano non hanno reagito. Sotto pressioni anche interne, il governo egiziano ha dovuto chiudere un occhio. Il presidente Mubarak ha spiegato di aver autorizzato l'ingresso dei palestinesi «perché avevano fame», ma di aver ordinato alle guardie di confine «di farli poi rientrare, purché senza armi». Una decisione giudicata «pericolosa» da Tel Aviv: «La responsabilità del corretto funzionamento della frontiera è dell'Egitto, come dicono gli accordi siglati», e Israele «si aspetta che gli egiziani risolvano il problema». «L'Egitto intende rispettare gli accordi di confine», ha assicurato un portavoce del Ministero degli Esteri del Cairo. Il rischio è che attraverso il valico di Rafah riprenda il contrabbando di armi ed esplosivi e il transito di terroristi.

Sarebbero questi i veri motivi per cui Hamas ha provocato lo sfondamento della frontiera. La tattica dei terroristi è sempre la stessa: provocare "crisi umanitarie" per gettare discredito su Israele, trarre profitto dal senso di colpa occidentale e, insieme agli aiuti, che immancabilmente non allevieranno le sofferenze della popolazione, riprendere i propri traffici destinati ad alimentare altri attacchi.

E infatti il leader di Hamas, Haniyeh, ha subito rivolto all'Anp e all'Egitto la richiesta di un incontro per discutere «accordi sull'apertura del valico di Rafah, così come degli altri valichi». Prima che Hamas prendesse violentemente il controllo della Striscia lo scorso giugno, il valico era gestito da guardie dell'Anp e dell'Egitto, con l'assistenza di osservatori europei. Dopo il golpe di Hamas, il confine è stato chiuso e la missione degli osservatori sospesa.

E' evidente come Hamas abbia bisogno dell'apertura di quel valico per continuare la sua guerra, ma anche per motivi politici: sta tentando di "regionalizzare" la crisi di Gaza, ricattando e minacciando apertamente tutti i leader arabi, ma in particolare Mubarak, con l'obiettivo di rompere l'isolamento politico.

Wednesday, March 28, 2007

Stretta autoritaria in Egitto. Mubarak blinda il regime

Su Ideazione.com:

L'Egitto sempre più stretto nella morsa tra integralismo islamico e autocrazia. Il presidente Mubarak sembra avere scelto la strada sbagliata, quella della repressione, che genera altro integralismo, ma soprattutto che ritarda l'emergere di voci liberali e riformatrici nel dibattito politico e di un'opinione pubblica correttamente informata. È, alla lunga, la scelta perdente.

Nel referendum tenutosi lunedì scorso sulle modifiche costituzionali ha prevalso il sì, con il 76 per cento dei voti. Ma si è trattato di un referendum farsa, organizzato una sola settimana dopo l'approvazione di ben 34 emendamenti da parte del Parlamento. Nonostante la campagna mediatica del governo e la repressione delle opposizioni, che invece invitavano a boicottare la consultazione, secondo i dati ufficiali l'affluenza è stata del 27 per cento, anche se in realtà non avrebbe superato il 5-10 per cento, secondo il politologo Diaa Rashwan, del Centro studi politici e strategici Ahram del Cairo, e altri osservatori indipendenti. Una pesante sconfitta per il regime. È come se gli egiziani percepissero di non contare nulla.
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