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Friday, February 04, 2011

Grosso guaio al Cairo/3 - Il nodo dei Fratelli musulmani

Dopo i primi giorni in cui sembrava sul punto di cadere, la sorpresa è che Mubarak non molla. Meno sorprendenti sono i suoi metodi, quelli prevedibili di ogni regime autoritario. Sta facendo ricorso a tutto l'armamentario: da un lato mostrare delle aperture, dall'altro istigare alla violenza e alimentare il caos, sia per suscitare il bisogno di ordine e sicurezza sia per provare a dividere le opposizioni tra chi accetta il "dialogo" e i violenti da reprimere; intimidire i giornalisti stranieri e gli operatori delle ong, impedendo il più possibile ai media di riprendere e trasmettere immagini, così da "accecare" l'opinione pubblica; denunciare il complotto straniero; portare dalla sua parte l'esercito. E proprio il ruolo dell'esercito è l'aspetto più indecifrabile. Non avevamo capito bene, o qualcosa è successo al suo interno. Sembrava infatti che si volesse porre come mediatore tra il regime e la piazza, quindi di fatto con quest'ultima, ma adesso pare fare il gioco di Mubarak.

In tutto questo non manca, pare, la violenza contro i giornalisti stranieri anche da parte dei manifestanti anti-governativi. Il capolavoro dell'Occidente, infatti, è che Mubarak si sente scaricato e ormai lo accusa di aver fomentato la rivolta; e le opposizioni lo accusano di appoggiare il regime. Probabilmente ha ragione Angelo Panebianco quando scrive, sul Corriere della Sera di ieri, che l'Occidente "si illude di contare" e che in realtà "è davvero poco ciò che l’America, per non parlare dell’Europa, può fare".
"Se si può fare poco per condizionare gli eventi, - aggiunge - che almeno quel poco non consista di plateali errori. Obama ne ha già fatti quando, in polemica con la politica del suo predecessore, ha demoralizzato gli oppositori democratici del regime di Mubarak e di altre dittature mediorientali, togliendo ai gruppi interessati alla democrazia appoggio morale e finanziario".

L'amministrazione Usa vive i dilemmi e sconta gli errori di cui abbiamo già parlato. Obama (con l'Europa disciplinata e spaventata al seguito) insiste nella richiesta di una transizione reale e immediata, sottintendendo che Mubarak lasci subito, ma evitando di pronunciare la fatidica parola "dimissioni". E' sincero il raìs quando dice di non volersi ricandidare e spiega perché dev'essere lui a guidare la transizione? Non si può escludere che a questo punto cerchi un'uscita di scena dignitosa, né ci si può fidare dei Fratelli musulmani. "È già cominciata sui mass media", ci avverte Panebianco, l'"operazione pubblicitaria tesa a 'vendere' i Fratelli musulmani come un interlocutore tutto sommato accettabile per noi". Ma potrebbe anche mirare solo a "passare la nottata", resistere al potere con ogni mezzo (persino il "dialogo" con le opposizioni) nella fase più critica, per poi riprendere il controllo del Paese nei mesi successivi.

Interrogativi che non credo troveranno risposte a breve. D'altra parte, il fronte dell'opposizione già sembra incapace di dare uno sbocco politico alla piazza. Forse converrebbe una tregua di qualche giorno per andare a vedere le carte di Mubarak, accettare il "dialogo" senza pretenderne dimissioni immediate, pretendere una "road map" con delle scadenze precise. Ma le proposte del vicepresidente Suleiman in questo senso sarebbero già state respinte. Forse gli islamisti hanno già estremizzato il fronte degli oppositori. Ma si tratta ancora di speculazioni. Di certo, il nodo principale da sciogliere è quello della legalizzazione dei Fratelli musulmani come partito politico. Finché Mubarak, o qualcuno al suo posto, non fa questo passo (cosa ne pensa Obama?), continueranno ad essere contrari ad ogni dialogo. Ma per il resto dell'opposizione è questione davvero così dirimente? Gli altri partiti e movimenti di opposizione sono abbastanza forti e organizzati per rendere credibile un processo di democratizzazione senza i Fratelli musulmani, ammesso che accettino in linea di principio (che ne pensa ElBaradei?) di mantenerli al bando?

UPDATE:
Se è vero - ripeto: se è vero - che Washington sta lavorando alle dimissioni di Mubarak (e non anche su altri scenari), Berlusconi è il primo e unico leader occidentale che si è espresso esplicitamente per una transizione democratica "senza rotture", guidata da Mubarak, "che tutto l'Occidente, Usa in testa, considerano un uomo saggio". Gli altri più paludati leader non si espongono. Nelle dichiarazioni ufficiali di Mubarak non si parla, tanto meno di "dimissioni".

Così Edward Luttwack sul Wall Street Journal di oggi:
... the U.S. and other well-meaning governments should be more patient. It takes at least eight months to organize a meaningful election. Waiting until September would allow parties other than the Muslim Brotherhood time to organize. If Mr. Mubarak leaves now, the result is likely to be an anarchical or Islamist Egypt, or some of both until another dictatorship emerges. In any event, Egyptian democrats should not be denied eight months to build viable opposition parties before the next election.

Monday, January 31, 2011

Grosso guaio al Cairo/2 - Chi aveva ragione e chi ha avuto torto

«La crisi dell'Egitto è, per i politologi, l'equivalente di ciò che il crollo di Lehman Brothers è stato per gli economisti». Lo scrive oggi Marta Dassù, su La Stampa, e ci pare una giusta riflessione. Ma non è la prima volta. Come all'epoca dell'Urss, in pochissimi sul finire degli anni '70 e all'inizio degli '80 ne prevedevano il crollo imminente. Anzi, la maggior parte degli analisti e dei commentatori erano persuasi che Mosca stesse prevalendo nella sfida con gli Usa o comunque che occorresse rassegnarsi a convivere con un potente blocco sovietico. Non mancava, però, chi - inascoltato - continuava a vederne la fragilità, e ad essere convinto che sarebbe bastata una spallata dall'esterno, o una scintilla dall'interno, a far crollare tutto. Ed è così che andò. Penso ai tanto vituperati neocon e a dissidenti come Sharansky, e a Reagan, che ha saputo fare tesoro delle idee e delle analisi giuste, sia pure minoritarie.

Così in questi anni c'è chi andava ripetendo che le dittature "laiche" del mondo arabo bisognava sostenerle in funzione anti-islamica, e che persino con gli ayatollah era il caso di mettersi d'accordo perché non avrebbero mai perso il potere in Iran. Ebbene, la realtà sembra invece dare ragione a quanti sostenevano che il cambiamento era alle porte, che quei regimi avevano le ore contate perché le società mediorientali, pur tra mille contraddizioni, non ne potevano più, e che l'Occidente avrebbe dovuto farsi carico di indirizzare, influenzare per il meglio questo processo anziché ritardarlo rischiando di esserne travolto. «Questa scarsa capacità di prevedere ha molto a che fare - scrive Dassù - con la nostra abitudine a studiare i regimi, più che i Paesi. Se decidessimo che anche i Paesi contano - la gente, non solo i potenti - le nostre analisi sarebbero migliori, probabilmente. E con loro, anche scelte di politica estera per troppi anni rivolte a sostenere regimi amici, ma nemici della loro gente».

In realtà, da una parte, mentre si perde tempo con la politica della «mano tesa», il potere degli ayatollah in Iran non è affatto così saldo e la società iraniana è tra le più pronte a sostituire la dittatura con qualcosa di simile alla democrazia; dall'altra, i «regimi amici» come quello di Mubarak si dimostravano sì preziosi alleati dell'Occidente, per esempio nelle crisi arabo-israeliane, ma lungi dal rappresentare un vero argine, con la loro oppressione e il loro malgoverno hanno gonfiato le file dell'estremismo islamico. Per l'Occidente, e l'America soprattutto, mostrarsi «amici» di costoro ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori della gente. E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari, ma anche sulla cosiddetta "borghesia", sugli imprenditori e i professionisti, come medici, avvocati, ingegneri, hanno più presa le organizzazioni integraliste islamiche come i Fratelli musulmani.

A questo punto, la via per Obama è obbligata - scaricare Mubarak - ma non facile, anche perché i preziosissimi alleati nella regione (come i sauditi) sono alla finestra per valutare il trattamento che l'America riserva ai suoi «amici». Purtroppo, però, l'accelerazione verso una transizione piena di opportunità, ma anche di incognite, rischia di essere un evento subìto dagli Usa piuttosto che favorito e, se non guidato, almeno in qualche modo bene indirizzato. Scarsa lungimiranza ed errori di prospettiva, come è già accaduto, lasciano Washington in balìa degli eventi (e dei suoi nemici). Parlare solo adesso di «transizione ordinata», «democrazia reale» e di «libere elezioni» suona come una toppa tardiva più che una strategia per la regione. L'errore di tutte le sinistre, a cui non fa eccezione quella americana, è credere che il conflitto israelo-palestinese sia la causa prima di tutti i mali del Medio Oriente, e quindi la sua soluzione la chiave di tutto. Al contrario, il problema vero sono i governi della regione: o spietate dittature islamiche e terroriste, o regimi autoritari la cui impopolarità favorisce l'estremismo islamico.

Anziché sostenere questi regimi, concentrarsi sul processo di "pace" tra israeliani e palestinesi - inevitabilmente in stallo da anni - occorreva preparare la trasformazione politica del Medio Oriente, favorire la crescita di nuove classi dirigenti, stringere legami con esse. Il risultato di questo errore di "visione" è che le classi sociali più preziose, quelle che dovrebbero essere il motore di un cambiamento in senso liberale e democratico, sono oggi lontane dall'Occidente, e la domanda di libertà, di modernità, pur maggioritaria, rischia di restare senza una guida, accende la protesta per esasperazione, ma senza avere un progetto di società, che invece gli islamisti hanno.

E' vero che il movimento che sta detronizzando Mubarak è per la stragrande maggioranza democratico, esprime un desiderio di libertà e buon governo, ma come quasi sempre accade ne fanno parte gruppi organizzati e fortemente ideologizzati che chiedono libertà oggi per negarla domani, se o piuttosto quando saliranno al potere. E questo rischio, cui scampammo in Italia nel dopoguerra grazie alla Guerra Fredda, oggi in Egitto è alto e a causa della miopia dell'Occidente non ci sono argini, se non gli egiziani stessi. Che vogliono modernità, social network, non uno Stato islamico. Eppure è proprio uno Stato islamico ciò che rischiano di ottenere. Oltre che un'associazione religiosa, i Fratelli musulmani sono l'unico partito politico di massa egiziano, l'unica forza organizzata e ramificata territorialmente, con una dirigenza indottrinata e combattiva, con forti legami all'estero.

Guai a fidarsi di quel ElBaradei troppo morbido con gli iraniani da direttore dell'Aiea, cui ora i Fratelli musulmani offrono il loro appoggio come «guida nel cammino verso il cambiamento». «Comprendiamo la sensibilità, specialmente in Occidente, nei confronti degli islamisti, e al momento non vogliamo essere in prima linea», dichiara uno dei leader egiziani del movimento. Sanno che un loro ruolo di primo piano in questo momento aiuterebbe Mubarak, ma sono pronti a prendere il potere e Teheran vede avvicinarsi un'insperata vittoria che potrebbe spalancargli la via verso l'egemonia incontrastata nella regione.