Mubarak sembra aver vinto il braccio di ferro di questa notte. L'esercito (di cui fanno parte, è bene non trascurarlo, anche il vicepresidente e tutti i membri più importanti del governo) rinuncia (per ora) ad andare fino in fondo con il colpo di Stato tentato ieri e si mostra garante delle richieste della piazza. I poteri presidenziali sono di fatto nelle mani di Suleiman, mentre i militari si ergono a garanti delle «riforme legislative e costituzionali» promesse dal presidente, assicurando la revoca dello stato d'emergenza ed «elezioni libere».
Washington non nasconde la propria irritazione per quel passo indietro a lungo richiesto che non c'è stato. Servizi segreti in panne, un vero e proprio schiaffo per gli Usa, che sembrano non riuscire a toccar palla nella crisi egiziana. Mai Obama aveva parlato in modo così chiaro e vigoroso, ma potrebbe essere tardi. «Siamo con il popolo», ha scandito. E ha chiesto al governo egiziano di procedere «immediatamente», in modo «credibile, concreto e inequivocabile verso una autentica democrazia», rammaricandosi perché «non ha ancora colto questa opportunità». Un simile sostegno non l'hanno avuto gli iraniani che si sono ribellati ad Ahmadinejad.
L'errore che in molti stanno compiendo (dalla Casa Bianca ai media) è concentrarsi troppo sul destino di Mubarak, mentre il ruolo dell'esercito rimane molto ambiguo. Poiché elezioni subito sono improponibili, il punto è assicurare - chiunque sia al potere - una transizione vera, riforme vere, ed elezioni vere a settembre. Il che non è scontato, sia con che senza Mubarak.
Nella sua prima vera crisi, quella che ti piomba addosso inattesa, il presidente ha mostrato tutta la sua incompetenza. La gestione in sé è stata disastrosa. Inizialmente, nonostante l'ancora fresco precedente tunisino, l'amministrazione Usa ha sottovalutato le proteste, con Hillary Clinton che definiva «solido» il potere di Mubarak; poi, vedendo la situazione precipitare, sono passati dalla parte della piazza e hanno provato a convincere Mubarak ad andarsene, lasciando a Suleiman guidare la transizione; vedendo però che il raìs era in grado di resistere, e accorgendosi che un vuoto di potere avrebbe potuto portare ad elezioni troppo anticipate, hanno assunto un atteggiamento più cauto, meno rigido sulle dimissioni, e aspettato di vedere se Suleiman fosse stato in grado di avviare un dialogo con le opposizioni. Fallito il dialogo, hanno creduto che l'esercito avesse scaricato Mubarak e l'hanno scaricato a loro volta. Tranne accorgersi oggi che è ancora lì. I passi falsi, e il gran caos che regna a Washington, sono ben ricapitolati in questo articolo di Molinari su La Stampa.
Ma queste piroette, questi tentennamenti, non vanno attribuiti ad un'incapacità di gestione delle crisi. Ce la si potrà anche prendere con il solito fallimento dell'intelligence (anche se i rapporti di allerta sulla crescente instabilità in Egitto e in altri Paesi della regione sono innumerevoli), ma l'errore di fondo è politico, strategico. Obama si è fatto trovare impreparato perché in questi anni si è occupato d'altro. Ha ripudiato la Freedom Agenda e qualsiasi "ingerenza" democratica, concentrandosi sulla politica della "mano tesa": negoziati con gli iraniani, e tra israeliani e palestinesi. Ne abbiamo già scritto. E l'aggravante è che un primo avvertimento su quanto fosse sbagliata, semplicemente contraria alla corrente della storia, quella sua politica, Obama l'aveva ricevuto già un anno e mezzo fa, dalle rivolte di Teheran contro la rielezione di Ahamdinejad.
Il guaio è che gli Stati Uniti sono arrivati tardi a sostenere «il popolo» egiziano, hanno snobbato per anni le opposizioni, e ora da quelle parti non hanno interlocutori. Per quante belle parole possa pronunciare ora Obama, l'eventuale rivoluzione democratica non avrà mai il sigillo politico e morale dell'America agli occhi del nuovo Egitto e del mondo arabo; hanno platealmente e frettolosamente scaricato il loro principale alleato in Medio Oriente nel momento di suo maggior bisogno, perdendo in quel medesimo istante ogni possibilità di farsi ascoltare dal raìs. Visto che si era voluta percorrere la strada "realista", tanto valeva, forse, giocare la carta Mubarak fino in fondo. Comunque vada, i rapporti col Cairo e con le altre capitali arabe "amiche" non saranno mai più gli stessi. Rimanevano i militari, che prendono oltre un miliardo di dollari l'anno dagli Usa, ma negli ultimi giorni hanno visto precipitare il loro ascendente anche su di essi, dopo che la goffa minaccia di chiudere il rubinetto degli aiuti è stata rintuzzata con abile tempismo dai sauditi, che si sono subito detti pronti ad aprire il loro di rubinetto. E gli ayatollah iraniani che festeggiano l'alba di un Medio Oriente «senza il regime sionista e senza gli Usa» sono la misura esatta della perdita di influenza americana sulla regione.
In realtà, la crisi del regime avrebbe potuto essere prevista e, quindi, in qualche modo "guidata". Il processo di riforme interne - e non il negoziato israelo-palestinese - andava messo al centro dei rapporti con Mubarak, anche a costo di incrinarli; andavano sostenute politicamente e finanziariamente le opposizioni democratiche e liberali, i loro leader aiutati ad emergere. In poche parole, abbracciata la "Freedom Agenda", e perseguita con maggiore determinazione di quanto avesse fatto Bush nei suoi ultimi tre anni. L'abbandono di Mubarak al suo destino non sarebbe apparso così repentino e strumentale; e il nuovo Egitto avrebbe visto nell'America non l'ultimo amico del vecchio dittatore.
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Friday, February 11, 2011
Thursday, February 10, 2011
La notte dello showdown al Cairo
A dispetto delle notizie volutamente tendenziose diffuse ieri pomeriggio da varie fonti (le opposizioni, i militari, il suo stesso partito) Mubarak non si è dimesso, né tanto meno ha lasciato il Paese («non lascerò mai questa terra»). Non è il tipo di autocrate che se la dà a gambe. E' ancora lì e intende restarci. Stasera parlando in tv alla nazione ha ribadito che intende restare in carica fino a settembre ma che non si ricandiderà; ha annunciato di aver trasferito i poteri al vicepresidente Suleiman; ha promesso la revoca dello stato d'emergenza e l'avvio del processo di revisione costituzionale; ha vigorosamente respinto i «diktat» che arrivano da Paesi «stranieri». Un chiaro riferimento agli Stati Uniti, che nelle ultime ore - dopo la maggiore cautela dei giorni scorsi - devono essere tornati a spingere con forza per le dimissioni del raìs.
Una doccia gelata per la piazza, fomentata per tutta la giornata dalle voci che volevano Mubarak intenzionato ad accogliere tutte le richieste delle opposizioni - prima fra tutte quella delle sue dimissioni immediate - e addirittura in procinto di lasciare il Paese. Persino il direttore della Cia Leon Panetta aveva venduto al Congresso come «fortemente probabile» un passo indietro del raìs.
Nel pomeriggio si era intuito il braccio di ferro in corso tra Mubarak, che per restare in sella offriva il passaggio dei poteri a Suleiman, e l'esercito (e, pare di capire, Washington), che aveva fatto capire di non essere d'accordo con questa soluzione e in un comunicato rendeva noto di aver di fatto assunto la guida del Paese. L'estromissione di Mubarak sembrava cosa fatta. Sarà quindi una notte di tensione altissima. Bisognerà vedere come i militari reagiranno alla "disobbedienza" del raìs. E' possibile che Suleiman sia riuscito a porsi come mediatore tra le varie anime dell'esercito, ma anche che quest'ultimo decida invece di andare fino in fondo con il colpo di Stato di fatto annunciato con il comunicato di questo pomeriggio.
Dalla parte del presidente egiziano resta il re saudita - gli Stati Uniti «non umilino» Mubarak, è stato il monito rivolto da Abdullah direttamente a Obama in una conversazione telefonica - e la Lega araba, che di fronte alla goffa minaccia Usa di chiudere il rubinetto degli aiuti ha assicurato il sostegno finanziario dei suoi membri al regime egiziano. Com'è ovvio, tutti i regimi della regione sono molto sensibili alla sorte del loro "simile" Mubarak, e al trattamento che gli Usa riservano ai loro alleati.
Semplicemente fallimentare la politica dell'amministrazione Obama. Comunque andrà, sarà una sconfitta. Gli Usa hanno scaricato nell'arco di poche ore il loro principale alleato in Medio Oriente nel momento di suo maggior bisogno. I rapporti col Cairo e con le altre capitali arabe "amiche" non saranno mai più gli stessi. D'altra parte, il sostegno offerto alla transizione è stato troppo tardivo, direi precipitoso, per risultare sincero agli occhi della piazza e delle opposizioni, e non assicurerà certo a Washington la benevolenza dei leader egiziani di domani. In realtà, la crisi del regime avrebbe potuto essere prevista e, quindi, in qualche modo "guidata". Il processo di riforme interne - e non il negoziato israelo-palestinese - andava messo al centro dei rapporti con Mubarak, anche a costo di incrinarli; andavano sostenute politicamente e finanziariamente le opposizioni democratiche e liberali, i loro leader aiutati ad emergere. In poche parole, abbracciata la "Freedom Agenda", e perseguita con maggiore determinazione di quanto avesse fatto Bush nei suoi ultimi tre anni. L'abbandono di Mubarak al suo destino non sarebbe apparso così repentino e strumentale; e il nuovo Egitto avrebbe visto nell'America non l'ultimo amico del vecchio dittatore.
Una doccia gelata per la piazza, fomentata per tutta la giornata dalle voci che volevano Mubarak intenzionato ad accogliere tutte le richieste delle opposizioni - prima fra tutte quella delle sue dimissioni immediate - e addirittura in procinto di lasciare il Paese. Persino il direttore della Cia Leon Panetta aveva venduto al Congresso come «fortemente probabile» un passo indietro del raìs.
Nel pomeriggio si era intuito il braccio di ferro in corso tra Mubarak, che per restare in sella offriva il passaggio dei poteri a Suleiman, e l'esercito (e, pare di capire, Washington), che aveva fatto capire di non essere d'accordo con questa soluzione e in un comunicato rendeva noto di aver di fatto assunto la guida del Paese. L'estromissione di Mubarak sembrava cosa fatta. Sarà quindi una notte di tensione altissima. Bisognerà vedere come i militari reagiranno alla "disobbedienza" del raìs. E' possibile che Suleiman sia riuscito a porsi come mediatore tra le varie anime dell'esercito, ma anche che quest'ultimo decida invece di andare fino in fondo con il colpo di Stato di fatto annunciato con il comunicato di questo pomeriggio.
Dalla parte del presidente egiziano resta il re saudita - gli Stati Uniti «non umilino» Mubarak, è stato il monito rivolto da Abdullah direttamente a Obama in una conversazione telefonica - e la Lega araba, che di fronte alla goffa minaccia Usa di chiudere il rubinetto degli aiuti ha assicurato il sostegno finanziario dei suoi membri al regime egiziano. Com'è ovvio, tutti i regimi della regione sono molto sensibili alla sorte del loro "simile" Mubarak, e al trattamento che gli Usa riservano ai loro alleati.
Semplicemente fallimentare la politica dell'amministrazione Obama. Comunque andrà, sarà una sconfitta. Gli Usa hanno scaricato nell'arco di poche ore il loro principale alleato in Medio Oriente nel momento di suo maggior bisogno. I rapporti col Cairo e con le altre capitali arabe "amiche" non saranno mai più gli stessi. D'altra parte, il sostegno offerto alla transizione è stato troppo tardivo, direi precipitoso, per risultare sincero agli occhi della piazza e delle opposizioni, e non assicurerà certo a Washington la benevolenza dei leader egiziani di domani. In realtà, la crisi del regime avrebbe potuto essere prevista e, quindi, in qualche modo "guidata". Il processo di riforme interne - e non il negoziato israelo-palestinese - andava messo al centro dei rapporti con Mubarak, anche a costo di incrinarli; andavano sostenute politicamente e finanziariamente le opposizioni democratiche e liberali, i loro leader aiutati ad emergere. In poche parole, abbracciata la "Freedom Agenda", e perseguita con maggiore determinazione di quanto avesse fatto Bush nei suoi ultimi tre anni. L'abbandono di Mubarak al suo destino non sarebbe apparso così repentino e strumentale; e il nuovo Egitto avrebbe visto nell'America non l'ultimo amico del vecchio dittatore.
Monday, February 07, 2011
Grosso guaio al Cairo/4 - Obama vira ancora
Mentre al Cairo le prime prove di dialogo sembrano non aver convinto i Fratelli musulmani e la piazza, che continuano a ritenere imprescindibili le dimissioni immediate di Mubarak, pare che altri gruppi di opposizione e soprattutto a Washington siano più cauti. Per ora, infatti, il raìs ha resistito sia alle pressioni della piazza che a quelle americane. Gli egiziani devono affrontare innumerevoli ostacoli nella via verso le elezioni di settembre e un'uscita di scena ora di Mubarak potrebbe complicare piuttosto che aiutare la transizione. E' questo, secondo quanto riporta il WashPo, il ragionamento che Hillary Clinton avrebbe fatto ai giornali sul volo di ritorno dall'Europa. Sembrerebbe l'ennesimo cambio di atteggiamento di chi è costretto ad adeguarsi agli eventi piuttosto che riuscire a influenzarli.
E secondo il quotidiano Usa, per i principali gruppi di opposizione le dimissioni immediate del raìs non sarebbero più la precondizione per avviare il dialogo con il governo, che, dunque, può procedere con Mubarak ancora al potere. Anche per l'amministrazione Obama una «rapida transizione» non implica più che il presidente si faccia subito da parte, anche perché pare che un'uscita di scena ora di Mubarak - Costituzione vigente alla mano - possa portare a elezioni anticipate entro 60 giorni. Troppo pochi due mesi perché possano organizzarsi partiti e gruppi politici diversi dai Fratelli musulmani.
Non è chiaro se con il cambio di linea sulle dimissioni di Mubarak Washington si sia adeguata ad un ammorbidimento di alcuni gruppi di opposizione su questo punto, oppure se l'abbia favorito per tentare di superare quella che andava delineandosi come una pericolosa situazione di stallo: con il governo pronto, almeno a parole, ad avviare la transizione, ma le opposizioni impuntate sulla cacciata del raìs.
Molto critico con Obama, in questa intervista su La Stampa, Norman Podhoretz, secondo cui i suoi errori «rischiano di far perdere all'America non solo l'Egitto ma l'intero Medio Oriente»:
E secondo il quotidiano Usa, per i principali gruppi di opposizione le dimissioni immediate del raìs non sarebbero più la precondizione per avviare il dialogo con il governo, che, dunque, può procedere con Mubarak ancora al potere. Anche per l'amministrazione Obama una «rapida transizione» non implica più che il presidente si faccia subito da parte, anche perché pare che un'uscita di scena ora di Mubarak - Costituzione vigente alla mano - possa portare a elezioni anticipate entro 60 giorni. Troppo pochi due mesi perché possano organizzarsi partiti e gruppi politici diversi dai Fratelli musulmani.
Non è chiaro se con il cambio di linea sulle dimissioni di Mubarak Washington si sia adeguata ad un ammorbidimento di alcuni gruppi di opposizione su questo punto, oppure se l'abbia favorito per tentare di superare quella che andava delineandosi come una pericolosa situazione di stallo: con il governo pronto, almeno a parole, ad avviare la transizione, ma le opposizioni impuntate sulla cacciata del raìs.
Molto critico con Obama, in questa intervista su La Stampa, Norman Podhoretz, secondo cui i suoi errori «rischiano di far perdere all'America non solo l'Egitto ma l'intero Medio Oriente»:
«Il primo è un errore di metodo: il presidente cambia idea in continuazione sulla gestione della crisi egiziana, dimostrando quell'incompetenza che Hillary Clinton gli rimproverava durante la primarie democratiche del 2008. Il secondo è un errore strategico: ritiene che il fondamentalismo islamico sia diviso fra estremisti e moderati e che con questi ultimi sia possibile parlare».Quella distinzione è solo «una finzione ad uso e consumo dell'opinione pubblica occidentale»:
«I Fratelli musulmani si fingono moderati per guadagnare terreno politico in Egitto. Legittimandoli, Obama pone le premesse che potrebbero consentire loro entro un anno di avere in mano l'Egitto, e dunque il Canale di Suez».Moderati in pubblico (e in lingua inglese), la loro agenda (in lingua araba) è estremista: via il Trattato di pace con Israele e di fatto Repubblica islamica. Nella tendenza di Obama all'appeasement Podhoretz vede «un'idea negativa dell'America».
«La convinzione che gli Stati Uniti, i precedenti Presidenti, si siano comportanti male, abbiano sbagliato sempre tutto. C'è una sorta di odio di sé, di tutto ciò che l'America ha rappresentato in passato. L'"appeasement" con i nemici, il tentativo di pacificazione, ha queste radici».
Friday, February 04, 2011
Grosso guaio al Cairo/3 - Il nodo dei Fratelli musulmani
Dopo i primi giorni in cui sembrava sul punto di cadere, la sorpresa è che Mubarak non molla. Meno sorprendenti sono i suoi metodi, quelli prevedibili di ogni regime autoritario. Sta facendo ricorso a tutto l'armamentario: da un lato mostrare delle aperture, dall'altro istigare alla violenza e alimentare il caos, sia per suscitare il bisogno di ordine e sicurezza sia per provare a dividere le opposizioni tra chi accetta il "dialogo" e i violenti da reprimere; intimidire i giornalisti stranieri e gli operatori delle ong, impedendo il più possibile ai media di riprendere e trasmettere immagini, così da "accecare" l'opinione pubblica; denunciare il complotto straniero; portare dalla sua parte l'esercito. E proprio il ruolo dell'esercito è l'aspetto più indecifrabile. Non avevamo capito bene, o qualcosa è successo al suo interno. Sembrava infatti che si volesse porre come mediatore tra il regime e la piazza, quindi di fatto con quest'ultima, ma adesso pare fare il gioco di Mubarak.
In tutto questo non manca, pare, la violenza contro i giornalisti stranieri anche da parte dei manifestanti anti-governativi. Il capolavoro dell'Occidente, infatti, è che Mubarak si sente scaricato e ormai lo accusa di aver fomentato la rivolta; e le opposizioni lo accusano di appoggiare il regime. Probabilmente ha ragione Angelo Panebianco quando scrive, sul Corriere della Sera di ieri, che l'Occidente "si illude di contare" e che in realtà "è davvero poco ciò che l’America, per non parlare dell’Europa, può fare".
"Se si può fare poco per condizionare gli eventi, - aggiunge - che almeno quel poco non consista di plateali errori. Obama ne ha già fatti quando, in polemica con la politica del suo predecessore, ha demoralizzato gli oppositori democratici del regime di Mubarak e di altre dittature mediorientali, togliendo ai gruppi interessati alla democrazia appoggio morale e finanziario".
L'amministrazione Usa vive i dilemmi e sconta gli errori di cui abbiamo già parlato. Obama (con l'Europa disciplinata e spaventata al seguito) insiste nella richiesta di una transizione reale e immediata, sottintendendo che Mubarak lasci subito, ma evitando di pronunciare la fatidica parola "dimissioni". E' sincero il raìs quando dice di non volersi ricandidare e spiega perché dev'essere lui a guidare la transizione? Non si può escludere che a questo punto cerchi un'uscita di scena dignitosa, né ci si può fidare dei Fratelli musulmani. "È già cominciata sui mass media", ci avverte Panebianco, l'"operazione pubblicitaria tesa a 'vendere' i Fratelli musulmani come un interlocutore tutto sommato accettabile per noi". Ma potrebbe anche mirare solo a "passare la nottata", resistere al potere con ogni mezzo (persino il "dialogo" con le opposizioni) nella fase più critica, per poi riprendere il controllo del Paese nei mesi successivi.
Interrogativi che non credo troveranno risposte a breve. D'altra parte, il fronte dell'opposizione già sembra incapace di dare uno sbocco politico alla piazza. Forse converrebbe una tregua di qualche giorno per andare a vedere le carte di Mubarak, accettare il "dialogo" senza pretenderne dimissioni immediate, pretendere una "road map" con delle scadenze precise. Ma le proposte del vicepresidente Suleiman in questo senso sarebbero già state respinte. Forse gli islamisti hanno già estremizzato il fronte degli oppositori. Ma si tratta ancora di speculazioni. Di certo, il nodo principale da sciogliere è quello della legalizzazione dei Fratelli musulmani come partito politico. Finché Mubarak, o qualcuno al suo posto, non fa questo passo (cosa ne pensa Obama?), continueranno ad essere contrari ad ogni dialogo. Ma per il resto dell'opposizione è questione davvero così dirimente? Gli altri partiti e movimenti di opposizione sono abbastanza forti e organizzati per rendere credibile un processo di democratizzazione senza i Fratelli musulmani, ammesso che accettino in linea di principio (che ne pensa ElBaradei?) di mantenerli al bando?
UPDATE:
Se è vero - ripeto: se è vero - che Washington sta lavorando alle dimissioni di Mubarak (e non anche su altri scenari), Berlusconi è il primo e unico leader occidentale che si è espresso esplicitamente per una transizione democratica "senza rotture", guidata da Mubarak, "che tutto l'Occidente, Usa in testa, considerano un uomo saggio". Gli altri più paludati leader non si espongono. Nelle dichiarazioni ufficiali di Mubarak non si parla, tanto meno di "dimissioni".
Così Edward Luttwack sul Wall Street Journal di oggi:
In tutto questo non manca, pare, la violenza contro i giornalisti stranieri anche da parte dei manifestanti anti-governativi. Il capolavoro dell'Occidente, infatti, è che Mubarak si sente scaricato e ormai lo accusa di aver fomentato la rivolta; e le opposizioni lo accusano di appoggiare il regime. Probabilmente ha ragione Angelo Panebianco quando scrive, sul Corriere della Sera di ieri, che l'Occidente "si illude di contare" e che in realtà "è davvero poco ciò che l’America, per non parlare dell’Europa, può fare".
"Se si può fare poco per condizionare gli eventi, - aggiunge - che almeno quel poco non consista di plateali errori. Obama ne ha già fatti quando, in polemica con la politica del suo predecessore, ha demoralizzato gli oppositori democratici del regime di Mubarak e di altre dittature mediorientali, togliendo ai gruppi interessati alla democrazia appoggio morale e finanziario".
L'amministrazione Usa vive i dilemmi e sconta gli errori di cui abbiamo già parlato. Obama (con l'Europa disciplinata e spaventata al seguito) insiste nella richiesta di una transizione reale e immediata, sottintendendo che Mubarak lasci subito, ma evitando di pronunciare la fatidica parola "dimissioni". E' sincero il raìs quando dice di non volersi ricandidare e spiega perché dev'essere lui a guidare la transizione? Non si può escludere che a questo punto cerchi un'uscita di scena dignitosa, né ci si può fidare dei Fratelli musulmani. "È già cominciata sui mass media", ci avverte Panebianco, l'"operazione pubblicitaria tesa a 'vendere' i Fratelli musulmani come un interlocutore tutto sommato accettabile per noi". Ma potrebbe anche mirare solo a "passare la nottata", resistere al potere con ogni mezzo (persino il "dialogo" con le opposizioni) nella fase più critica, per poi riprendere il controllo del Paese nei mesi successivi.
Interrogativi che non credo troveranno risposte a breve. D'altra parte, il fronte dell'opposizione già sembra incapace di dare uno sbocco politico alla piazza. Forse converrebbe una tregua di qualche giorno per andare a vedere le carte di Mubarak, accettare il "dialogo" senza pretenderne dimissioni immediate, pretendere una "road map" con delle scadenze precise. Ma le proposte del vicepresidente Suleiman in questo senso sarebbero già state respinte. Forse gli islamisti hanno già estremizzato il fronte degli oppositori. Ma si tratta ancora di speculazioni. Di certo, il nodo principale da sciogliere è quello della legalizzazione dei Fratelli musulmani come partito politico. Finché Mubarak, o qualcuno al suo posto, non fa questo passo (cosa ne pensa Obama?), continueranno ad essere contrari ad ogni dialogo. Ma per il resto dell'opposizione è questione davvero così dirimente? Gli altri partiti e movimenti di opposizione sono abbastanza forti e organizzati per rendere credibile un processo di democratizzazione senza i Fratelli musulmani, ammesso che accettino in linea di principio (che ne pensa ElBaradei?) di mantenerli al bando?
UPDATE:
Se è vero - ripeto: se è vero - che Washington sta lavorando alle dimissioni di Mubarak (e non anche su altri scenari), Berlusconi è il primo e unico leader occidentale che si è espresso esplicitamente per una transizione democratica "senza rotture", guidata da Mubarak, "che tutto l'Occidente, Usa in testa, considerano un uomo saggio". Gli altri più paludati leader non si espongono. Nelle dichiarazioni ufficiali di Mubarak non si parla, tanto meno di "dimissioni".
Così Edward Luttwack sul Wall Street Journal di oggi:
... the U.S. and other well-meaning governments should be more patient. It takes at least eight months to organize a meaningful election. Waiting until September would allow parties other than the Muslim Brotherhood time to organize. If Mr. Mubarak leaves now, the result is likely to be an anarchical or Islamist Egypt, or some of both until another dictatorship emerges. In any event, Egyptian democrats should not be denied eight months to build viable opposition parties before the next election.
Monday, May 26, 2008
Stati Uniti isolati, indecisi, o "realisti"?
Su Ideazione.com
L’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Michel Suleiman, avvenuta domenica, suggella la tregua siglata la scorsa settimana a Doha, in Qatar, tra maggioranza anti-siriana e opposizione guidata da Hezbollah. Nel discorso d’investitura il nuovo presidente ha assicurato di voler agire nel rispetto degli accordi di Taif e di tutte le risoluzioni dell’Onu; ha esortato le forze politiche libanesi ad accettare i risultati delle elezioni; ha citato il “martire Rafiq Hariri e tutti i martiri del Libano”, con un esplicito riferimento al tribunale internazionale che dovrebbe giudicare i responsabili dei crimini politici; ha reso omaggio a Hezbollah, definendo “necessaria” la “resistenza” contro Israele, che dovrà avere un ruolo nella “strategia di difesa”; ma ha anche ammonito che “non si può sprecare la forza della resistenza nelle lotte interne” e che non è ammissibile che la “causa palestinese” divenga un “pretesto per qualsiasi armamento in contrasto con la sicurezza nazionale”. Per il Libano non più d’una boccata d’ossigeno. Restano irrisolte le questioni chiave, su cui il presidente Suleiman giocherà un ruolo fondamentale. Secondo l’accordo di Doha, infatti, sotto la sua supervisione si dovrebbe svolgere il dialogo sulle armi di Hezbollah. Spetterà principalmente a lui, inoltre, ridefinire i rapporti con la Siria e l’Iran, che significa limitarne l’influenza. Ieri ha esordito auspicando con Damasco “legami fraterni, nel contesto del mutuo rispetto della sovranità e dei confini di ciascuno”.
(...)
Secondo David Schenker, ex consigliere del segretario alla Difesa Usa, “dato il probabile esito delle elezioni parlamentari del 2009, la vittoria del gruppo sciita potrebbe avere vita breve”. Hezbollah ha sì dimostrato di poter prendere il controllo di Beirut in mezza giornata, ma anche di essere disposto a puntare contro i concittadini le armi che da sempre giura di possedere per la “resistenza” contro Israele. Ciò ha fatto calare di molto la sua popolarità presso la maggioranza non sciita della popolazione libanese. Per gli Usa e i loro alleati dovrebbe essere un “imperativo andare oltre la retorica ed elaborare misure efficaci per appoggiare gli alleati filo-occidentali in Libano”, osserva Schenker. A meno che non mobilitino rapidamente le loro forze per sostenerli, nel medio-lungo termine sarà inevitabile che Iran e Siria prendano il controllo del Libano per mezzo di Hezbollah, costituendo una minaccia concreta alla sopravvivenza di Israele.
Ma la tregua libanese non può non essere messa in relazione con il contestuale annuncio della ripresa dei colloqui di pace, sia pure indiretti, tra Israele e Siria.
(...)
Iniziative unilaterali di Olmert e della Lega araba? Gli Stati Uniti sono dunque isolati e indecisi o anche a Washington ha prevalso la linea “realista” del coinvolgimento di Damasco e del sacrificio del Libano? In ogni caso, al giuramento di Suleiman, a Beirut, era presente solo una delegazione del Congresso, mentre Stati arabi, Iran, Turchia, Francia, Italia e Spagna hanno mandato i ministri degli Esteri. E suonano in modo sinistro le parole usate domenica, durante la sessione per l’elezione del presidente, da Nabih Berri, esponente di Hezbollah e speaker del Parlamento libanese, che ha voluto “ringraziare” gli Stati Uniti, “soprattutto da quando si sono convinti che il Libano non è luogo giusto per la nascita del loro progetto di Grande Medio Oriente”.
L’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Michel Suleiman, avvenuta domenica, suggella la tregua siglata la scorsa settimana a Doha, in Qatar, tra maggioranza anti-siriana e opposizione guidata da Hezbollah. Nel discorso d’investitura il nuovo presidente ha assicurato di voler agire nel rispetto degli accordi di Taif e di tutte le risoluzioni dell’Onu; ha esortato le forze politiche libanesi ad accettare i risultati delle elezioni; ha citato il “martire Rafiq Hariri e tutti i martiri del Libano”, con un esplicito riferimento al tribunale internazionale che dovrebbe giudicare i responsabili dei crimini politici; ha reso omaggio a Hezbollah, definendo “necessaria” la “resistenza” contro Israele, che dovrà avere un ruolo nella “strategia di difesa”; ma ha anche ammonito che “non si può sprecare la forza della resistenza nelle lotte interne” e che non è ammissibile che la “causa palestinese” divenga un “pretesto per qualsiasi armamento in contrasto con la sicurezza nazionale”. Per il Libano non più d’una boccata d’ossigeno. Restano irrisolte le questioni chiave, su cui il presidente Suleiman giocherà un ruolo fondamentale. Secondo l’accordo di Doha, infatti, sotto la sua supervisione si dovrebbe svolgere il dialogo sulle armi di Hezbollah. Spetterà principalmente a lui, inoltre, ridefinire i rapporti con la Siria e l’Iran, che significa limitarne l’influenza. Ieri ha esordito auspicando con Damasco “legami fraterni, nel contesto del mutuo rispetto della sovranità e dei confini di ciascuno”.
(...)
Secondo David Schenker, ex consigliere del segretario alla Difesa Usa, “dato il probabile esito delle elezioni parlamentari del 2009, la vittoria del gruppo sciita potrebbe avere vita breve”. Hezbollah ha sì dimostrato di poter prendere il controllo di Beirut in mezza giornata, ma anche di essere disposto a puntare contro i concittadini le armi che da sempre giura di possedere per la “resistenza” contro Israele. Ciò ha fatto calare di molto la sua popolarità presso la maggioranza non sciita della popolazione libanese. Per gli Usa e i loro alleati dovrebbe essere un “imperativo andare oltre la retorica ed elaborare misure efficaci per appoggiare gli alleati filo-occidentali in Libano”, osserva Schenker. A meno che non mobilitino rapidamente le loro forze per sostenerli, nel medio-lungo termine sarà inevitabile che Iran e Siria prendano il controllo del Libano per mezzo di Hezbollah, costituendo una minaccia concreta alla sopravvivenza di Israele.
Ma la tregua libanese non può non essere messa in relazione con il contestuale annuncio della ripresa dei colloqui di pace, sia pure indiretti, tra Israele e Siria.
(...)
Iniziative unilaterali di Olmert e della Lega araba? Gli Stati Uniti sono dunque isolati e indecisi o anche a Washington ha prevalso la linea “realista” del coinvolgimento di Damasco e del sacrificio del Libano? In ogni caso, al giuramento di Suleiman, a Beirut, era presente solo una delegazione del Congresso, mentre Stati arabi, Iran, Turchia, Francia, Italia e Spagna hanno mandato i ministri degli Esteri. E suonano in modo sinistro le parole usate domenica, durante la sessione per l’elezione del presidente, da Nabih Berri, esponente di Hezbollah e speaker del Parlamento libanese, che ha voluto “ringraziare” gli Stati Uniti, “soprattutto da quando si sono convinti che il Libano non è luogo giusto per la nascita del loro progetto di Grande Medio Oriente”.
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