Il modo in cui divide American Sniper è il segno del suo successo. Ancora una volta mission accomplished, Clint. Non sarà un film perfetto, un capolavoro dal punto di vista cinematografico, estetico, ma è un film riuscito. Non lascia indifferenti. Le reazioni prevalenti al film si dividono infatti tra quelle di chi lo liquida come una rozza propaganda militarista, e quelle di chi invece ha vissuto quelle due ore al cinema con estremo coinvolgimento, riconoscendo il dramma umano ma anche i valori in gioco. E, soprattutto, rispettando Chris Kyle e ciò che la sua storia rappresenta.
Un esempio perfetto per capire cosa intendo è il commento di Francesco Costa pubblicato proprio ieri sul Post. Sarebbe troppo rozzo per un raffinato intellettuale come Costa cadere nella trappola di accusare il film di «propaganda militarista». Quindi fa passare i motivi della sua contrarietà per pseudo-critiche cinematografiche: «Prendere la storia di Chris Kyle e raccontarla così è un torto alle storie in generale». Perché? Perché a suo avviso il film manca di complessità e sfumature.
Quella di Kyle è senza dubbio «la storia di un uomo con qualità militari formidabili e un carisma fuori dal comune», ma i tre anni passati in guerra a fare «cose dell'altro mondo» non l'hanno affatto distrutto. L'hanno messo a dura prova, l'hanno segnato, l'hanno messo in crisi e cambiato. Ma no, non distrutto, nemmeno nel senso che l'hanno portato ad essere ucciso.
Su una cosa Costa ha ragione: Kyle «non è un eroe-senza-macchia ma un essere umano». Ed è proprio questo che si vede nel film, anche grazie alla sorprendente interpretazione di Bradley Cooper. Ha drammaticamente torto, invece, quando sostiene che la sua è una di «quelle storie in cui non si capisce fino in fondo chi sono i buoni e chi sono i cattivi». E' esattamente il contrario: il film è riuscito proprio perché rispetta una storia in cui in fondo, nonostante tutto, si capisce in modo cristallino chi sono i buoni e chi i cattivi. Ed è questo che forse vi dà fastidio. E' pateticamente falso che il film manchi di complessità e sfumature: ci sono i traumi, i dubbi, anche la pura fifa di non poter rivedere la propria famiglia (altro che supereroe...). E c'è la drammaticità delle scelte, i «dilemmi morali». Solo che poi una scelta c'è, è quella giusta e Kyle non la rinnega. Nemmeno una volta tornato a casa con tutti i problemi del reduce. Che alla fine una scelta ci sia, e non venga rimessa in discussione, che si distinguano i buoni dai cattivi, non significa fare un torto alla complessità del reale.
Ovvio che il rientro è stato tremendamente difficile per Kyle e che le situazioni estreme in cui si è trovato l'hanno segnato. Nel film si vede e si capisce. Allora è una questione di quantità di pellicola: troppo ridotta la parte del film dedicata al rientro, ai problemi psicologici? Ma probabilmente Clint Eastwood ha voluto evitare che il racconto del ritorno a casa facesse cadere il film nel solito topos cinematografico, che piace tanto alla sinistra, del reduce che esce di testa, ce l'ha col suo Paese e diventa pacifista... Guardo in faccia la guerra > mamma mia che brutta > mai più guerre, sembra per alcuni l'unico schema accettabile. Volevate vedere sullo schermo ogni particolare delle sofferenze del rientro per potervi auto convincere che qualsiasi guerra non ne vale la pena? Se la vostra riflessione è stata "povero ragazzo, si è rovinato la vita a forza di maneggiare armi", è ovvio che avreste voluto vedere un altro film, un'altra storia.
Ma avevamo bisogno dell'ennesimo film sui drammi del reduce? Era questa l'essenza, la specificità della storia di Chris Kyle? Ovvio che la vita di Kyle è stata "anche" questo, ma in questo identica ai problemi di rientro che si trova ad affrontare qualunque reduce. Forse la sua eccezionalità sta invece in quello che è riuscito a fare laggiù, nelle sue «qualità militari formidabili» e nel «carisma fuori dal comune», nel sacrificio e nella sua idea di "missione" (proteggere), poi proseguita a casa. Forse a dare fastidio è che alla fine manca una condanna morale, anche implicita, della guerra in Iraq al pari di quella del Vietnam, e quindi che il film non sia un nuovo "Nato il 4 luglio".
Rispetto per tutti i reduci, qualsiasi siano le loro storie, le loro convinzioni al rientro. Ma quella di Chris Kyle è, appunto, un'altra storia, «un'altra America». Almeno questa lasciatecela, e voi tenetevi Obama...
Showing posts with label fascismo islamico. Show all posts
Showing posts with label fascismo islamico. Show all posts
Thursday, January 22, 2015
Friday, January 09, 2015
Processo all’islam e al multiculturalismo
Dopo fiumi, inondazioni di inchiostro e di retorica a buon a mercato, resterà stavolta una vera consapevolezza della minaccia islamica? Ricordate la brutale uccisione del regista Theo Van Gogh? Era il 2004, 10 (dieci!) anni fa. E l'ondata di violenza scatenata, nel 2005, dalle vignette su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten? E quanti attentati e sgozzamenti da allora? Il rischio è che riempirsi la bocca, e riempire piazze - reali e virtuali - di "je suis", "siamo tutti" e slogan simili, serva solo a sollevare la propria coscienza, e agli ipocriti per mascherarsi, ma vera consapevolezza zero. E la strage di Boko Haram in Nigeria? "Siamo tutti nigeriani", naturalmente... Arriveremo al punto in cui non ci basterà uno slogan al giorno.
Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
LEGGI TUTTO
Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
LEGGI TUTTO
Wednesday, November 28, 2012
Precisione da ingegnere
E' confortante che per il nono giorno consecutivo al Cairo e in altre città egiziane ci sia ancora chi non si piega, si vede che alcuni anticorpi democratici sono rimasti dalla "primavera araba" dello scorso anno. Ma l'opposizione laica e liberale continua ad essere frammentata, a non avere una leadership e a non essere sostenuta, mentre gli Stati Uniti minimizzano il rischio di svolta autoritaria da parte del presidente Morsi. Il quale farà quanto basta per sbloccare i fondi del Fmi, ma non quanto sarebbe necessario per rendere irreversibile il processo democratico e davvero contendibile la guida del paese.
«Gli osservatori hanno costantemente sottovalutato la forza e l'ambizione dei Fratelli musulmani», di cui Morsi è espressione, scrive Bret Stephens sul Wall Street Journal, citando il già lungo elenco di menzogne e promesse disattese dal presidente e dal suo partito dal gennaio 2011. Messo il cappello all'ultimo momento utile sulla rivoluzione di piazza Tahrir, in pochi mesi la Fratellanza ha disatteso la promessa di non correre per le presidenziali; una volta eletto Morsi ha sostituito in fretta i vertici dell'esercito e tollerato un assalto all'ambasciata Usa.
L'amministrazione Obama, presidente in testa, non sembra dare molto peso a questi inequivocabili primi segnali di inaffidabilità e, anzi, avrebbe apprezzato il pragmatismo di Morsi nel risolvere la crisi di Gaza. Ma c'è il rischio, avverte Stephens, di scambiare per «moderazione» quella che è solo «flessibilità tattica». Il tempismo perfetto della sua mossa sul fronte interno, spendendo subito il capitale politico incassato a Gaza, dimostra infatti che «il suo reale obiettivo prioritario è consolidare il potere della Fratellanza musulmana, non migliorare gli standard di vita degli egiziani».
E' ingenuo pensare che la «precisione da ingegnere» che Obama avrebbe riconosciuto in Morsi non sia messa al servizio della sua ideologia islamista, e che voglia disfarsene in nome del realismo politico. Non sarà così. Resta solo da vedere quanto tempo osservatori e Casa Bianca ci metteranno per accorgersene.
«Gli osservatori hanno costantemente sottovalutato la forza e l'ambizione dei Fratelli musulmani», di cui Morsi è espressione, scrive Bret Stephens sul Wall Street Journal, citando il già lungo elenco di menzogne e promesse disattese dal presidente e dal suo partito dal gennaio 2011. Messo il cappello all'ultimo momento utile sulla rivoluzione di piazza Tahrir, in pochi mesi la Fratellanza ha disatteso la promessa di non correre per le presidenziali; una volta eletto Morsi ha sostituito in fretta i vertici dell'esercito e tollerato un assalto all'ambasciata Usa.
L'amministrazione Obama, presidente in testa, non sembra dare molto peso a questi inequivocabili primi segnali di inaffidabilità e, anzi, avrebbe apprezzato il pragmatismo di Morsi nel risolvere la crisi di Gaza. Ma c'è il rischio, avverte Stephens, di scambiare per «moderazione» quella che è solo «flessibilità tattica». Il tempismo perfetto della sua mossa sul fronte interno, spendendo subito il capitale politico incassato a Gaza, dimostra infatti che «il suo reale obiettivo prioritario è consolidare il potere della Fratellanza musulmana, non migliorare gli standard di vita degli egiziani».
E' ingenuo pensare che la «precisione da ingegnere» che Obama avrebbe riconosciuto in Morsi non sia messa al servizio della sua ideologia islamista, e che voglia disfarsene in nome del realismo politico. Non sarà così. Resta solo da vedere quanto tempo osservatori e Casa Bianca ci metteranno per accorgersene.
Monday, November 26, 2012
Tregua a Gaza, golpe al Cairo, gli Usa ingoiano
Non basta affatto, "in questi momenti", ricordare cosa pensa il presidente Obama di Hamas, cioè che è «un'organizzazione terroristica con cui non bisogna trattare fin quando non riconosceranno Israele, rinunceranno al terrorismo e rispetteranno i precedenti accordi». Con l'organizzazione terroristica si può non trattare direttamente, si può a parole ricordare il diritto di Israele all'autodifesa, ma dalla crisi e dalla tregua di Gaza Hamas esce meno isolata di prima e rafforzata politicamente. E pazienza se militarmente ha perso quasi tutti i suoi missili, l'Iran è pronto - potete scommetterci - a spedirne quanto prima degli altri e probabilmente l'Egitto a consentire che il carico transiti per le frontiere.
Proprio sull'Egitto si sono concentrati gli sforzi diplomatici americani, affinché si dimostrasse un attore di stabilità riuscendo a far ragionare Hamas. Ma il presidente Morsi non ha esitato un secondo a sfruttare sul fronte interno il capitale politico derivante dalla prova di leadership chiesta dagli Usa, e mostrata, nel disinnescare la crisi di Gaza: appena annunciata la tregua si è attribuito pieni poteri, certo di poter contare sul silenzio/assenso degli Stati Uniti, che pochi giorni prima si erano completamente affidati alla sua gentile intercessione.
«Il presidente - si legge nel decreto - è autorizzato a prendere qualsiasi misura reputi idonea a preservare e difendere la rivoluzione, l'unità nazionale o la sicurezza nazionale». Le decisioni presidenziali non potranno essere in alcun modo giudicate o cancellate dall'autorità giudiziaria, almeno fino a quando non ci sarà una nuova Costituzione e non sarà eletto un nuovo Parlamento. In quattro righe quindi Morsi si pone al di sopra del Parlamento e del potere giudiziario, la sua parola è legge finché non ci sarà una nuova Costituzione. La quale, ovviamente, non riceverà luce verde finché non soddisferà pienamente i Fratelli musulmani, il partito del presidente egiziano. Un golpe bianco, insomma, che preannuncia la definitiva mutazione della rivoluzione della primavera del 2011 da democratica in islamica.
Lo permetteranno i cittadini egiziani? Sembra comunque che alcuni anticorpi democratici facciano ormai parte del tessuto civile del Cairo e di Alessandria, se migliaia di manifestanti hanno riempito le piazze accorrendo allo slogan "Morsi come Mubarak" e si sono scontrati con le forze di sicurezza e i militanti del partito islamico. Nei prossimi giorni, tra l'altro, la suprema autorità giudiziaria del paese dovrà pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati contro il decreto.
Fatto sta che l'attore che solo ieri gli Stati Uniti accreditavano come "responsabile" per il ruolo di mediazione svolto nella crisi di Gaza - concedendo al suo ministro degli esteri l'onore di poter dare l'annuncio ufficale della tregua al fianco di Hillary Clinton - oggi si proclama di fatto dittatore nel paese più influente del mondo arabo, mossa che potrebbe preludere all'instaurazione di un regime islamico sunnita.
Si avrà nei prossimi mesi la prova definitiva della sincerità o del doppio gioco di Morsi: se gli arsenali di Hamas, oggi quasi azzerati, torneranno a riempirsi di missili in grado di colpire Tel Aviv e Gerusalemme, allora vorrà dire che l'Egitto resta su una posizione ambigua: cerca di rafforzare la propria centralità politica nella regione non favorendo la stabilità, bensì giocando cinicamente la carta dei gruppi terroristici palestinesi. Se questa sarà la strategia di Morsi, e se il primo presidente espressione dei Fratelli musulmani liquiderà la democrazia egiziana ancora in fasce, allora Hamas non avrà di fronte un modello di "normalizzazione" da seguire, non verrà mai costretta a scegliere tra il Cairo e Teheran, potrà continuare ad avvalersi dell'amicizia degli uni e degli altri a seconda delle convenienze del momento.
Proprio sull'Egitto si sono concentrati gli sforzi diplomatici americani, affinché si dimostrasse un attore di stabilità riuscendo a far ragionare Hamas. Ma il presidente Morsi non ha esitato un secondo a sfruttare sul fronte interno il capitale politico derivante dalla prova di leadership chiesta dagli Usa, e mostrata, nel disinnescare la crisi di Gaza: appena annunciata la tregua si è attribuito pieni poteri, certo di poter contare sul silenzio/assenso degli Stati Uniti, che pochi giorni prima si erano completamente affidati alla sua gentile intercessione.
«Il presidente - si legge nel decreto - è autorizzato a prendere qualsiasi misura reputi idonea a preservare e difendere la rivoluzione, l'unità nazionale o la sicurezza nazionale». Le decisioni presidenziali non potranno essere in alcun modo giudicate o cancellate dall'autorità giudiziaria, almeno fino a quando non ci sarà una nuova Costituzione e non sarà eletto un nuovo Parlamento. In quattro righe quindi Morsi si pone al di sopra del Parlamento e del potere giudiziario, la sua parola è legge finché non ci sarà una nuova Costituzione. La quale, ovviamente, non riceverà luce verde finché non soddisferà pienamente i Fratelli musulmani, il partito del presidente egiziano. Un golpe bianco, insomma, che preannuncia la definitiva mutazione della rivoluzione della primavera del 2011 da democratica in islamica.
Lo permetteranno i cittadini egiziani? Sembra comunque che alcuni anticorpi democratici facciano ormai parte del tessuto civile del Cairo e di Alessandria, se migliaia di manifestanti hanno riempito le piazze accorrendo allo slogan "Morsi come Mubarak" e si sono scontrati con le forze di sicurezza e i militanti del partito islamico. Nei prossimi giorni, tra l'altro, la suprema autorità giudiziaria del paese dovrà pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati contro il decreto.
Fatto sta che l'attore che solo ieri gli Stati Uniti accreditavano come "responsabile" per il ruolo di mediazione svolto nella crisi di Gaza - concedendo al suo ministro degli esteri l'onore di poter dare l'annuncio ufficale della tregua al fianco di Hillary Clinton - oggi si proclama di fatto dittatore nel paese più influente del mondo arabo, mossa che potrebbe preludere all'instaurazione di un regime islamico sunnita.
Si avrà nei prossimi mesi la prova definitiva della sincerità o del doppio gioco di Morsi: se gli arsenali di Hamas, oggi quasi azzerati, torneranno a riempirsi di missili in grado di colpire Tel Aviv e Gerusalemme, allora vorrà dire che l'Egitto resta su una posizione ambigua: cerca di rafforzare la propria centralità politica nella regione non favorendo la stabilità, bensì giocando cinicamente la carta dei gruppi terroristici palestinesi. Se questa sarà la strategia di Morsi, e se il primo presidente espressione dei Fratelli musulmani liquiderà la democrazia egiziana ancora in fasce, allora Hamas non avrà di fronte un modello di "normalizzazione" da seguire, non verrà mai costretta a scegliere tra il Cairo e Teheran, potrà continuare ad avvalersi dell'amicizia degli uni e degli altri a seconda delle convenienze del momento.
Wednesday, November 21, 2012
E' una guerra regionale, media pecoroni!
Anche su Rightnation.it
E', senza forse, uno dei più grandi tumori del nostro tempo in Italia, ma anche in Europa e nell'intero Occidente: il conformismo e il politicamente corretto nel mondo dell'informazione mainstream. Un'informazione che sempre più disinforma perché relativizza, perché in nome di una ipocrita imparzialità calpesta l'obiettività, ha perso ogni riferimento valoriale nella lettura degli eventi, il cui susseguirsi viene riportato privo di nesso causa-effetto, in un flusso di notizie accompagnato da finte analisi e pervaso di un moralismo istantaneo e superficiale, dove prevale la preoccupazione di apparire equanimi e di uniformare la realtà ai propri rassicuranti tabù politicamente corretti. Va bene, non esisteranno il bianco e il nero, ma almeno riportateci le diverse sfumature piuttosto che un unico tono di grigio.
La copertura mediatica dell'ennesima crisi di Gaza è l'ennesima, lampante dimostrazione. L'incapacità di distinguere tra un'organizzazione ferocemente terrorista e barbara come Hamas, che opera non nell'interesse dei palestinesi, ma di uno stato terrorista come l'Iran, e uno stato democratico e civile come Israele, è una vergogna insopportabile, ripugnante. Se il governo israeliano decide di agire sulla spinta dei propri cittadini che in grande maggioranza chiedono un intervento militare per far cessare il lancio di missili sul loro territorio, allora è un bieco calcolo elettorale. Pelo sullo stomaco nei confronti di Israele, però ci si beve la propaganda di Hamas come nemmeno la propaganda nazista negli anni '30.
Hamas spara centinaia di missili (1.500 in pochi giorni), e indiscriminatamente, sulle città israeliane, ma sotto processo mediatico finisce Israele per raid mirati contro obiettivi militari (depositi di armi o leader terroristi). Fa vittime civili? Sicuramente (anche se a dare i numeri, a decidere chi sono i civili e chi i militanti è la stessa Hamas e i media registrano senza verificare). Ma si dimenticano di dire che Hamas non difende minimamente la sua popolazione, anzi usa i civili come "scudi umani", come strumento di propaganda politica: più vittime, più biasimo internazionale si può aizzare contro Israele. Sotto accusa finisce Israele perché la sua reazione è "sproporzionata": la contabilità dei morti a suo favore sottintende che in fondo i razzetti di Hamas sono poco più che fuochi d'artificio. Pazienza se le limitate vittime israeliane sono il risultato degli sforzi del loro governo di proteggere la popolazione, al contrario di Hamas che la usa come "scudo umano".
Ieri sera Hamas ha annunciato un accordo che di fatto non c'era, le trattative erano ancora in pieno svolgimento. Ma era strumentale ad alimentare le aspettative di una tregua imminente, così da far titolare i giornali, l'indomani, sull'accordo sfumato facendo ricadere la colpa su Israele. I media ovviamente hanno abboccato in pieno, nonostante il fatto stesso che Hillary Clinton dovesse ancora giungere nella regione avrebbe dovuto far presagire che l'accordo era ancora lungi dall'essere raggiunto.
Nonostante l'Iran non faccia mistero (anzi, lo rivendica ufficialmente) di aiutare militarmente sia il regime di Assad contro i ribelli, sia Hamas fornendogli missili di gittata sempre maggiore, che mi risulti nessuna delle assennate analisi apparse sui mainstream media si è azzardata ad interpretare quanto sta accadendo come un diversivo iraniano per alleggerire la pressione internazionale su Assad, impegnato in una durissima repressione interna. Ma non lo capite, stupidi, che non c'entrano più le rivendicazioni dei palestinesi, che la "questione palestinese" è morta e sepolta, e che Siria, Gaza, Assad, Hamas, tutto quanto sta accadendo, è parte di un'unica guerra regionale il cui attore, anzi burattinaio principale è l'Iran?
Ebbene, Hamas, che appartiene alla Fratellanza musulmana, lo stesso movimento che esprime il presidente egiziano Morsi, è a un bivio: deve scegliere se affidarsi alla mediazione dei suoi "fratelli" egiziani, se farsi "normalizzare" e moderare dall'Egitto, o se invece giurare fedeltà a Teheran, che gli fornisce i preziosi missili con i quali può ricattare Israele e proseguire la sua guerra. Egitto o Iran, insomma? Sotto esame è anche il nuovo Egitto in mano ai Fratelli musulmani: gli Stati Uniti, ma anche Israele, vogliono capire se è o no un attore di stabilità e se la sua "parentela" con Hamas è d'aiuto o un'ulteriore complicazione.
E invece niente di tutto questo, sui media, siti internet e social network compresi, prosegue lo stucchevole rito - il "terzismo" - di politici e giornalisti tweetstar: condannare la guerra sporca e cattiva, che non serve a nessuno, e mettere sullo stesso piano Hamas e Israele (semmai facendo le pulci a quest'ultimo, colpevole di accanirsi su innocenti e indifesi palestinesi). Facile starsene comodomente seduti davanti al pc in redazione o sul divano di casa e pontificare sull'inutilità della guerra. E' una posa comoda e da persone perbene, che garantisce bella figura a buon mercato, esentati dalla fatica intellettuale e anche dalla responsabilità morale e professionale di distinguere tra aggressore e vittima, di distribuire torti e ragioni.
E', senza forse, uno dei più grandi tumori del nostro tempo in Italia, ma anche in Europa e nell'intero Occidente: il conformismo e il politicamente corretto nel mondo dell'informazione mainstream. Un'informazione che sempre più disinforma perché relativizza, perché in nome di una ipocrita imparzialità calpesta l'obiettività, ha perso ogni riferimento valoriale nella lettura degli eventi, il cui susseguirsi viene riportato privo di nesso causa-effetto, in un flusso di notizie accompagnato da finte analisi e pervaso di un moralismo istantaneo e superficiale, dove prevale la preoccupazione di apparire equanimi e di uniformare la realtà ai propri rassicuranti tabù politicamente corretti. Va bene, non esisteranno il bianco e il nero, ma almeno riportateci le diverse sfumature piuttosto che un unico tono di grigio.
La copertura mediatica dell'ennesima crisi di Gaza è l'ennesima, lampante dimostrazione. L'incapacità di distinguere tra un'organizzazione ferocemente terrorista e barbara come Hamas, che opera non nell'interesse dei palestinesi, ma di uno stato terrorista come l'Iran, e uno stato democratico e civile come Israele, è una vergogna insopportabile, ripugnante. Se il governo israeliano decide di agire sulla spinta dei propri cittadini che in grande maggioranza chiedono un intervento militare per far cessare il lancio di missili sul loro territorio, allora è un bieco calcolo elettorale. Pelo sullo stomaco nei confronti di Israele, però ci si beve la propaganda di Hamas come nemmeno la propaganda nazista negli anni '30.
Hamas spara centinaia di missili (1.500 in pochi giorni), e indiscriminatamente, sulle città israeliane, ma sotto processo mediatico finisce Israele per raid mirati contro obiettivi militari (depositi di armi o leader terroristi). Fa vittime civili? Sicuramente (anche se a dare i numeri, a decidere chi sono i civili e chi i militanti è la stessa Hamas e i media registrano senza verificare). Ma si dimenticano di dire che Hamas non difende minimamente la sua popolazione, anzi usa i civili come "scudi umani", come strumento di propaganda politica: più vittime, più biasimo internazionale si può aizzare contro Israele. Sotto accusa finisce Israele perché la sua reazione è "sproporzionata": la contabilità dei morti a suo favore sottintende che in fondo i razzetti di Hamas sono poco più che fuochi d'artificio. Pazienza se le limitate vittime israeliane sono il risultato degli sforzi del loro governo di proteggere la popolazione, al contrario di Hamas che la usa come "scudo umano".
Ieri sera Hamas ha annunciato un accordo che di fatto non c'era, le trattative erano ancora in pieno svolgimento. Ma era strumentale ad alimentare le aspettative di una tregua imminente, così da far titolare i giornali, l'indomani, sull'accordo sfumato facendo ricadere la colpa su Israele. I media ovviamente hanno abboccato in pieno, nonostante il fatto stesso che Hillary Clinton dovesse ancora giungere nella regione avrebbe dovuto far presagire che l'accordo era ancora lungi dall'essere raggiunto.
Nonostante l'Iran non faccia mistero (anzi, lo rivendica ufficialmente) di aiutare militarmente sia il regime di Assad contro i ribelli, sia Hamas fornendogli missili di gittata sempre maggiore, che mi risulti nessuna delle assennate analisi apparse sui mainstream media si è azzardata ad interpretare quanto sta accadendo come un diversivo iraniano per alleggerire la pressione internazionale su Assad, impegnato in una durissima repressione interna. Ma non lo capite, stupidi, che non c'entrano più le rivendicazioni dei palestinesi, che la "questione palestinese" è morta e sepolta, e che Siria, Gaza, Assad, Hamas, tutto quanto sta accadendo, è parte di un'unica guerra regionale il cui attore, anzi burattinaio principale è l'Iran?
Ebbene, Hamas, che appartiene alla Fratellanza musulmana, lo stesso movimento che esprime il presidente egiziano Morsi, è a un bivio: deve scegliere se affidarsi alla mediazione dei suoi "fratelli" egiziani, se farsi "normalizzare" e moderare dall'Egitto, o se invece giurare fedeltà a Teheran, che gli fornisce i preziosi missili con i quali può ricattare Israele e proseguire la sua guerra. Egitto o Iran, insomma? Sotto esame è anche il nuovo Egitto in mano ai Fratelli musulmani: gli Stati Uniti, ma anche Israele, vogliono capire se è o no un attore di stabilità e se la sua "parentela" con Hamas è d'aiuto o un'ulteriore complicazione.
E invece niente di tutto questo, sui media, siti internet e social network compresi, prosegue lo stucchevole rito - il "terzismo" - di politici e giornalisti tweetstar: condannare la guerra sporca e cattiva, che non serve a nessuno, e mettere sullo stesso piano Hamas e Israele (semmai facendo le pulci a quest'ultimo, colpevole di accanirsi su innocenti e indifesi palestinesi). Facile starsene comodomente seduti davanti al pc in redazione o sul divano di casa e pontificare sull'inutilità della guerra. E' una posa comoda e da persone perbene, che garantisce bella figura a buon mercato, esentati dalla fatica intellettuale e anche dalla responsabilità morale e professionale di distinguere tra aggressore e vittima, di distribuire torti e ragioni.
Tuesday, May 03, 2011
I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)
Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).
Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.
Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.
Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.
Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.
I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.
L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.
Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.
Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.
Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.
Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.
I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.
L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.
Monday, May 02, 2011
Un giorno di primavera
Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.
A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.
Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.
E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.
Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.
Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.
A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.
Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.
E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.
Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.
Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.
Wednesday, February 09, 2011
L'epoca del liberalismo muscolare
Su taccuinopolitico.it e rightnation.it
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
LEGGI TUTTO
Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
LEGGI TUTTO
Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.
Monday, February 07, 2011
Grosso guaio al Cairo/4 - Obama vira ancora
Mentre al Cairo le prime prove di dialogo sembrano non aver convinto i Fratelli musulmani e la piazza, che continuano a ritenere imprescindibili le dimissioni immediate di Mubarak, pare che altri gruppi di opposizione e soprattutto a Washington siano più cauti. Per ora, infatti, il raìs ha resistito sia alle pressioni della piazza che a quelle americane. Gli egiziani devono affrontare innumerevoli ostacoli nella via verso le elezioni di settembre e un'uscita di scena ora di Mubarak potrebbe complicare piuttosto che aiutare la transizione. E' questo, secondo quanto riporta il WashPo, il ragionamento che Hillary Clinton avrebbe fatto ai giornali sul volo di ritorno dall'Europa. Sembrerebbe l'ennesimo cambio di atteggiamento di chi è costretto ad adeguarsi agli eventi piuttosto che riuscire a influenzarli.
E secondo il quotidiano Usa, per i principali gruppi di opposizione le dimissioni immediate del raìs non sarebbero più la precondizione per avviare il dialogo con il governo, che, dunque, può procedere con Mubarak ancora al potere. Anche per l'amministrazione Obama una «rapida transizione» non implica più che il presidente si faccia subito da parte, anche perché pare che un'uscita di scena ora di Mubarak - Costituzione vigente alla mano - possa portare a elezioni anticipate entro 60 giorni. Troppo pochi due mesi perché possano organizzarsi partiti e gruppi politici diversi dai Fratelli musulmani.
Non è chiaro se con il cambio di linea sulle dimissioni di Mubarak Washington si sia adeguata ad un ammorbidimento di alcuni gruppi di opposizione su questo punto, oppure se l'abbia favorito per tentare di superare quella che andava delineandosi come una pericolosa situazione di stallo: con il governo pronto, almeno a parole, ad avviare la transizione, ma le opposizioni impuntate sulla cacciata del raìs.
Molto critico con Obama, in questa intervista su La Stampa, Norman Podhoretz, secondo cui i suoi errori «rischiano di far perdere all'America non solo l'Egitto ma l'intero Medio Oriente»:
E secondo il quotidiano Usa, per i principali gruppi di opposizione le dimissioni immediate del raìs non sarebbero più la precondizione per avviare il dialogo con il governo, che, dunque, può procedere con Mubarak ancora al potere. Anche per l'amministrazione Obama una «rapida transizione» non implica più che il presidente si faccia subito da parte, anche perché pare che un'uscita di scena ora di Mubarak - Costituzione vigente alla mano - possa portare a elezioni anticipate entro 60 giorni. Troppo pochi due mesi perché possano organizzarsi partiti e gruppi politici diversi dai Fratelli musulmani.
Non è chiaro se con il cambio di linea sulle dimissioni di Mubarak Washington si sia adeguata ad un ammorbidimento di alcuni gruppi di opposizione su questo punto, oppure se l'abbia favorito per tentare di superare quella che andava delineandosi come una pericolosa situazione di stallo: con il governo pronto, almeno a parole, ad avviare la transizione, ma le opposizioni impuntate sulla cacciata del raìs.
Molto critico con Obama, in questa intervista su La Stampa, Norman Podhoretz, secondo cui i suoi errori «rischiano di far perdere all'America non solo l'Egitto ma l'intero Medio Oriente»:
«Il primo è un errore di metodo: il presidente cambia idea in continuazione sulla gestione della crisi egiziana, dimostrando quell'incompetenza che Hillary Clinton gli rimproverava durante la primarie democratiche del 2008. Il secondo è un errore strategico: ritiene che il fondamentalismo islamico sia diviso fra estremisti e moderati e che con questi ultimi sia possibile parlare».Quella distinzione è solo «una finzione ad uso e consumo dell'opinione pubblica occidentale»:
«I Fratelli musulmani si fingono moderati per guadagnare terreno politico in Egitto. Legittimandoli, Obama pone le premesse che potrebbero consentire loro entro un anno di avere in mano l'Egitto, e dunque il Canale di Suez».Moderati in pubblico (e in lingua inglese), la loro agenda (in lingua araba) è estremista: via il Trattato di pace con Israele e di fatto Repubblica islamica. Nella tendenza di Obama all'appeasement Podhoretz vede «un'idea negativa dell'America».
«La convinzione che gli Stati Uniti, i precedenti Presidenti, si siano comportanti male, abbiano sbagliato sempre tutto. C'è una sorta di odio di sé, di tutto ciò che l'America ha rappresentato in passato. L'"appeasement" con i nemici, il tentativo di pacificazione, ha queste radici».
Friday, February 04, 2011
Grosso guaio al Cairo/3 - Il nodo dei Fratelli musulmani
Dopo i primi giorni in cui sembrava sul punto di cadere, la sorpresa è che Mubarak non molla. Meno sorprendenti sono i suoi metodi, quelli prevedibili di ogni regime autoritario. Sta facendo ricorso a tutto l'armamentario: da un lato mostrare delle aperture, dall'altro istigare alla violenza e alimentare il caos, sia per suscitare il bisogno di ordine e sicurezza sia per provare a dividere le opposizioni tra chi accetta il "dialogo" e i violenti da reprimere; intimidire i giornalisti stranieri e gli operatori delle ong, impedendo il più possibile ai media di riprendere e trasmettere immagini, così da "accecare" l'opinione pubblica; denunciare il complotto straniero; portare dalla sua parte l'esercito. E proprio il ruolo dell'esercito è l'aspetto più indecifrabile. Non avevamo capito bene, o qualcosa è successo al suo interno. Sembrava infatti che si volesse porre come mediatore tra il regime e la piazza, quindi di fatto con quest'ultima, ma adesso pare fare il gioco di Mubarak.
In tutto questo non manca, pare, la violenza contro i giornalisti stranieri anche da parte dei manifestanti anti-governativi. Il capolavoro dell'Occidente, infatti, è che Mubarak si sente scaricato e ormai lo accusa di aver fomentato la rivolta; e le opposizioni lo accusano di appoggiare il regime. Probabilmente ha ragione Angelo Panebianco quando scrive, sul Corriere della Sera di ieri, che l'Occidente "si illude di contare" e che in realtà "è davvero poco ciò che l’America, per non parlare dell’Europa, può fare".
"Se si può fare poco per condizionare gli eventi, - aggiunge - che almeno quel poco non consista di plateali errori. Obama ne ha già fatti quando, in polemica con la politica del suo predecessore, ha demoralizzato gli oppositori democratici del regime di Mubarak e di altre dittature mediorientali, togliendo ai gruppi interessati alla democrazia appoggio morale e finanziario".
L'amministrazione Usa vive i dilemmi e sconta gli errori di cui abbiamo già parlato. Obama (con l'Europa disciplinata e spaventata al seguito) insiste nella richiesta di una transizione reale e immediata, sottintendendo che Mubarak lasci subito, ma evitando di pronunciare la fatidica parola "dimissioni". E' sincero il raìs quando dice di non volersi ricandidare e spiega perché dev'essere lui a guidare la transizione? Non si può escludere che a questo punto cerchi un'uscita di scena dignitosa, né ci si può fidare dei Fratelli musulmani. "È già cominciata sui mass media", ci avverte Panebianco, l'"operazione pubblicitaria tesa a 'vendere' i Fratelli musulmani come un interlocutore tutto sommato accettabile per noi". Ma potrebbe anche mirare solo a "passare la nottata", resistere al potere con ogni mezzo (persino il "dialogo" con le opposizioni) nella fase più critica, per poi riprendere il controllo del Paese nei mesi successivi.
Interrogativi che non credo troveranno risposte a breve. D'altra parte, il fronte dell'opposizione già sembra incapace di dare uno sbocco politico alla piazza. Forse converrebbe una tregua di qualche giorno per andare a vedere le carte di Mubarak, accettare il "dialogo" senza pretenderne dimissioni immediate, pretendere una "road map" con delle scadenze precise. Ma le proposte del vicepresidente Suleiman in questo senso sarebbero già state respinte. Forse gli islamisti hanno già estremizzato il fronte degli oppositori. Ma si tratta ancora di speculazioni. Di certo, il nodo principale da sciogliere è quello della legalizzazione dei Fratelli musulmani come partito politico. Finché Mubarak, o qualcuno al suo posto, non fa questo passo (cosa ne pensa Obama?), continueranno ad essere contrari ad ogni dialogo. Ma per il resto dell'opposizione è questione davvero così dirimente? Gli altri partiti e movimenti di opposizione sono abbastanza forti e organizzati per rendere credibile un processo di democratizzazione senza i Fratelli musulmani, ammesso che accettino in linea di principio (che ne pensa ElBaradei?) di mantenerli al bando?
UPDATE:
Se è vero - ripeto: se è vero - che Washington sta lavorando alle dimissioni di Mubarak (e non anche su altri scenari), Berlusconi è il primo e unico leader occidentale che si è espresso esplicitamente per una transizione democratica "senza rotture", guidata da Mubarak, "che tutto l'Occidente, Usa in testa, considerano un uomo saggio". Gli altri più paludati leader non si espongono. Nelle dichiarazioni ufficiali di Mubarak non si parla, tanto meno di "dimissioni".
Così Edward Luttwack sul Wall Street Journal di oggi:
In tutto questo non manca, pare, la violenza contro i giornalisti stranieri anche da parte dei manifestanti anti-governativi. Il capolavoro dell'Occidente, infatti, è che Mubarak si sente scaricato e ormai lo accusa di aver fomentato la rivolta; e le opposizioni lo accusano di appoggiare il regime. Probabilmente ha ragione Angelo Panebianco quando scrive, sul Corriere della Sera di ieri, che l'Occidente "si illude di contare" e che in realtà "è davvero poco ciò che l’America, per non parlare dell’Europa, può fare".
"Se si può fare poco per condizionare gli eventi, - aggiunge - che almeno quel poco non consista di plateali errori. Obama ne ha già fatti quando, in polemica con la politica del suo predecessore, ha demoralizzato gli oppositori democratici del regime di Mubarak e di altre dittature mediorientali, togliendo ai gruppi interessati alla democrazia appoggio morale e finanziario".
L'amministrazione Usa vive i dilemmi e sconta gli errori di cui abbiamo già parlato. Obama (con l'Europa disciplinata e spaventata al seguito) insiste nella richiesta di una transizione reale e immediata, sottintendendo che Mubarak lasci subito, ma evitando di pronunciare la fatidica parola "dimissioni". E' sincero il raìs quando dice di non volersi ricandidare e spiega perché dev'essere lui a guidare la transizione? Non si può escludere che a questo punto cerchi un'uscita di scena dignitosa, né ci si può fidare dei Fratelli musulmani. "È già cominciata sui mass media", ci avverte Panebianco, l'"operazione pubblicitaria tesa a 'vendere' i Fratelli musulmani come un interlocutore tutto sommato accettabile per noi". Ma potrebbe anche mirare solo a "passare la nottata", resistere al potere con ogni mezzo (persino il "dialogo" con le opposizioni) nella fase più critica, per poi riprendere il controllo del Paese nei mesi successivi.
Interrogativi che non credo troveranno risposte a breve. D'altra parte, il fronte dell'opposizione già sembra incapace di dare uno sbocco politico alla piazza. Forse converrebbe una tregua di qualche giorno per andare a vedere le carte di Mubarak, accettare il "dialogo" senza pretenderne dimissioni immediate, pretendere una "road map" con delle scadenze precise. Ma le proposte del vicepresidente Suleiman in questo senso sarebbero già state respinte. Forse gli islamisti hanno già estremizzato il fronte degli oppositori. Ma si tratta ancora di speculazioni. Di certo, il nodo principale da sciogliere è quello della legalizzazione dei Fratelli musulmani come partito politico. Finché Mubarak, o qualcuno al suo posto, non fa questo passo (cosa ne pensa Obama?), continueranno ad essere contrari ad ogni dialogo. Ma per il resto dell'opposizione è questione davvero così dirimente? Gli altri partiti e movimenti di opposizione sono abbastanza forti e organizzati per rendere credibile un processo di democratizzazione senza i Fratelli musulmani, ammesso che accettino in linea di principio (che ne pensa ElBaradei?) di mantenerli al bando?
UPDATE:
Se è vero - ripeto: se è vero - che Washington sta lavorando alle dimissioni di Mubarak (e non anche su altri scenari), Berlusconi è il primo e unico leader occidentale che si è espresso esplicitamente per una transizione democratica "senza rotture", guidata da Mubarak, "che tutto l'Occidente, Usa in testa, considerano un uomo saggio". Gli altri più paludati leader non si espongono. Nelle dichiarazioni ufficiali di Mubarak non si parla, tanto meno di "dimissioni".
Così Edward Luttwack sul Wall Street Journal di oggi:
... the U.S. and other well-meaning governments should be more patient. It takes at least eight months to organize a meaningful election. Waiting until September would allow parties other than the Muslim Brotherhood time to organize. If Mr. Mubarak leaves now, the result is likely to be an anarchical or Islamist Egypt, or some of both until another dictatorship emerges. In any event, Egyptian democrats should not be denied eight months to build viable opposition parties before the next election.
Friday, October 01, 2010
Tony, ci manchi/6 - Rispettosi verso cosa?
«Di che natura è questa minaccia? Non deriva da qualcosa che abbiamo fatto, l'Occidente non ha assolutamente cercato lo scontro. Questo è un punto di partenza decisivo... L'estremismo di cui abbiamo paura è una distorsione interna all'islam. Va completamente contro i suoi principi, ma non si può negare che i seguaci agiscano facendo riferimento alla religione. Ho la sensazione che troppo spesso siamo restii a dirlo, come se equivalesse a stigmatizzare tutti i musulmani... Se si tratta di distorsione interna all'islam, allora anche la soluzione sta almeno in parte al suo interno. Noi dall'esterno possiamo influenzarne la rimozione, ma è solo l'islam stesso che può eliminarla».
«L'opinione comune è che la posizione Bush-Blair era sbagliata perché, invece di tendere una mano, cercava lo scontro... La nostra politica nei confronti di Israele viene vista allo stesso modo come unilaterale, e questo non fa che alimentare un'immagine dell'Occidente per sua natura nemico dell'islam. Anche il no dell'Unione europea alla Turchia è valutato in modo simile. Il discorso del presidente Obama al Cairo, nel giugno del 2009, brillante esposizione della causa a favore della convivenza pacifica, ha aperto la strada a un nuovo approccio... un discorso calibrato con attenzione. Avrebbe allungato la mano dell'amicizia persino alla Siria e all'Iran. Si trattava di un'apologia e fu interpretata come tale. Il messaggio implicito era: siamo stati arroganti e irrispettosi, ma ora saremo, se non umili, profondamente rispettosi... Il problema è, rispettosi verso cosa, di preciso? Rispettosi com'è giusto verso la religione islamica, direbbe Obama; ma questo non deve significare essere rispettosi anche verso una parte dell'ideologia sottostante che molti, dentro l'islam, esprimono. Ecco il problema alla sua radice: gli estremisti sono pochi numericamente, ma la loro teoria, per cui l'islam sarebbe la vittima di un Occidente sprezzante all'esterno e di una leadership religiosa insufficiente all'interno, trova molti seguaci. E l'infuenza è così forte che gran parte delle autorità si sente costretta a perpetuare questo modo di pensare per timore di perdere consensi».
«E' la loro teoria che bisogna aggredire. Deve essere dichiarata apertamente, riconosciuta e poi sfidata, dentro e fuori dall'islam. Non merita rispetto. Dobbiamo affrontarla, dimostrarci contrari, contestarla sul piano della politica, della religione e della sicurezza. Se combattiamo con fiducia e in modo persuasivo, daremo forza a chi nell'islam sa che questo problema è fondamentale, ma che tuttavia esita perché teme di restare solo».Tony Blair ("A Journey")
Monday, September 20, 2010
Tony, ci manchi/4 - L'obiettivo della missione
«Molti anni dopo, mentre ancora si combatte, la gente osserva la situazione e si chiede: che cosa è andato storto? Ma forse il punto non è che sia andato storto qualcosa, quanto piuttosto che la natura stessa di questa lotta implica una sua evoluzione in un arco di tempo molto lungo».
«I soldati non vengono uccisi perché combattono per la causa sbagliata, e non necessariamente perché combattono male: vengono uccisi perché il nemico vuole annientarci; perché anche per loro la posta in gioco è alta e perché ritengono che, se resistono abbastanza, noi ci scoraggeremo o verremo a patti in qualche modo ingnominioso, rinunciando ai principi fondamentali per cui combattiamo in cambio di un accordo di pace. Allora riemergeranno più forti, assieme all'ideologia che professano».
«Oggi, anni dopo, la gente ci dice: l'obiettivo della missione non è chiaro, è confuso. Non è vero, e non lo era all'epoca. Per noi, allora, e credo sia vero ancora oggi, non esisteva una distinzione netta tra una campagna per esorcizzare al-Qaeda, o per prevenire la rinascita dei talebani, o per costruire la democrazia, o per impiantare un'economia vera e non una narco-economia. Non sono obiettivi che si escludono a vicenda. Se si permette ai talebani di riemergere, se non si costruisce un'autorità di governo, ci si ritroverà con lo stesso Stato fallito e con le stesse conseguenze. Il problema non è che abbiamo cercato di fare troppo: è che serve un impegno totale e prolungato, sostenuto da risorse e forza di volontà su un periodo molto lungo».Tony Blair ("A Journey")
Wednesday, September 15, 2010
Basta indugi sul burqa
Finalmente approvato in Francia il divieto di indossare burqa e niqab nei luoghi pubblici, dopo aver già vietato (nel 2004) il velo islamico nelle scuole. Vietarli significa rifiutare che la versione più fondamentalista e ideologica dell'islam, che nega i più basilari diritti umani, venga tollerata e possa quindi radicarsi e prosperare nelle nostre società; e rifiutare di legittimarla agli occhi degli stessi Paesi musulmani. E' anche e soprattutto così, non solo con gli eserciti ma difendendo e facendo rispettare innanzitutto a casa nostra i nostri principi, che dobbiamo affrontare quella "guerra" per la civiltà iniziata con l'11 settembre. Da noi il fenomeno non è (ancora) così esteso e pressante come in Francia, ma dovremmo seguire almeno su questo l'esempio dei nostri cugini francesi. Basta scansare il problema fingendo che in Italia il divieto ci sia già di fatto grazie alla legge sull'ordine pubblico che vieta di andare in giro a volto coperto per non farsi riconoscere. Perché purtroppo, non è così.
Questo il testo della legge francese (traduzione mia):
Articolo 1
«Nessuno può, in luoghi pubblici, indossare indumenti destinati a nascondere il suo viso».
Articolo 2
«Per l'applicazione dell'articolo 1, per luoghi pubblici si intendono le vie pubbliche così come i luoghi aperti al pubblico o deputati a servizi pubblici».
«Il divieto previsto all'articolo 1 non si applica se l'indumento è prescritto o autorizzato per dispozioni di legge o regolamentari, se è giustificato per ragioni di salute o motivi professionali, o se è inserito nell'ambito di pratiche sportive, feste, o di manifestazioni artistiche o tradizionali».
Per quanto riguarda le sanzioni, una multa lieve ai trasgressori, mentre per chi obbliga altri a nascondere il proprio volto c'è la detenzione e ammende fino a 30 mila euro.
P.S.: Vedo che anche Fini ritiene ciò che ha deciso il Parlamento francese «non solo giusto ma opportuno e doveroso». Bene, perché mi era sembrato che appartenesse alla folta schiera di quanti scansano il problema ritenendo sufficiente la normativa attuale.
Questo il testo della legge francese (traduzione mia):
Articolo 1
«Nessuno può, in luoghi pubblici, indossare indumenti destinati a nascondere il suo viso».
Articolo 2
«Per l'applicazione dell'articolo 1, per luoghi pubblici si intendono le vie pubbliche così come i luoghi aperti al pubblico o deputati a servizi pubblici».
«Il divieto previsto all'articolo 1 non si applica se l'indumento è prescritto o autorizzato per dispozioni di legge o regolamentari, se è giustificato per ragioni di salute o motivi professionali, o se è inserito nell'ambito di pratiche sportive, feste, o di manifestazioni artistiche o tradizionali».
Per quanto riguarda le sanzioni, una multa lieve ai trasgressori, mentre per chi obbliga altri a nascondere il proprio volto c'è la detenzione e ammende fino a 30 mila euro.
P.S.: Vedo che anche Fini ritiene ciò che ha deciso il Parlamento francese «non solo giusto ma opportuno e doveroso». Bene, perché mi era sembrato che appartenesse alla folta schiera di quanti scansano il problema ritenendo sufficiente la normativa attuale.
Saturday, September 11, 2010
Tony, ci manchi/3 - L'11 settembre non fu un malinteso
«E' straordinario come l'animo umano riesca ad assorbire velocemente lo shock e a riacquistare il suo ritmo naturale. Accade un cataclisma: i sensi vacillano. In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
«L'idea che tutto il mondo, non solo l'America, fosse messo di fronte a una violenza assassina che di fatto aveva dichiarato guerra a tutti noi non fu liquidata come un'espressione minoritaria del sentimento popolare: era il sentimento di tutti... Le opinioni erano nette, chiare e risolute, non solo in Occidente ma ovunque».
«Oggi, quasi dieci anni dopo, siamo ancora in guerra, facciamo ancora i conti con le terribili conseguenze della guerra e, guardandoci indietro, non ricordiamo quasi più come abbiamo fatto a cacciarci in questa situazione. Ma, in quel luminoso mattino newyorchese in cui neppure una nuvola solcava il cielo azzurro, capimmo esattamente cosa stava succedendo e perché».Tony Blair ("A Journey")
Friday, October 23, 2009
"Non hanno bisogno del nucleare per ucciderci". Intervista a Michael Ledeen
Su il Velino
Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».
Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
LEGGI TUTTO
UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.
Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.
Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».
Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
LEGGI TUTTO
UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.
Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.
Monday, March 23, 2009
Il dibattito dopo l'apertura di Obama all'Iran
Uno dei più critici dell'apertura di Obama all'Iran è il neoconservatore William Kristol, direttore del Weekly Standard. Se molte volte il presidente Bush ha manifestato il «rispetto» degli Stati Uniti per il popolo dell'Iran, anche in occasione del Nowruz (la festività iraniana per l'inizio del nuovo anno), Obama oggi si distingue per aver esteso quel rispetto alla dittatura clericale, agli aguzzini del giovane blogger iraniano, Omid Mir Sayafi, morto nella famigerata prigione di Evin. «Libertà» non è una parola che troverete nel videomessaggio del presidente, pieno di attenzioni verso i leader iraniani. Obama auspica «rispetto reciproco», ma gli iraniani «sentono odore di debolezza».
Ha abbandonato il regime change sia come obiettivo che come speranza di libertà per gli iraniani. Ha accantonato l'opzione militare. Ha seppellito la cosiddetta politica del bastone e della carota. Obama si è rivolto per ben due volte alla «Repubblica islamica dell'Iran», una formula a lungo evitata, auspicando che riprenda «il posto che merita nella comunità delle nazioni». L'America accetta quindi la rivoluzione islamica del 1979, si impegna a non minacciare l'esistenza del regime che ne è scaturito, e offre a quel regime un dialogo senza precondizioni, neanche la sospensione del programma nucleare, sulla «totalità dei problemi» tra Usa e Iran.
A festeggiare la svolta di Obama è Roger Cohen, secondo cui «la retorica provocatoria del regime di Teheran nasconde un sostanziale pragmatismo». Il «modo migliore» per aiutare la giovane popolazione iraniana, alla ricerca di stabilità e riforme, è proprio il «coinvolgimento», il dialogo. D'altra parte, con gli introiti del petrolio e del gas in calo, e l'economia in crisi, Khamenei – la cui missione è preservare la rivoluzione – «può essere radicale solo fino ad un certo punto». L'apertura all'Iran, secondo Cohen, determinerà un «doloroso, ma necessario», raffredamento dei rapporti tra Stati Uniti e Israele.
«Il presidente Obama ci presenta l'intenzione di sedere e parlare con i mullah come se fosse un drastico cambiamento rispetto al passato, ma l'amministrazione Bush – ricorda Michael Ledeen – ha negoziato ampiamente con Teheran», sebbene i suoi critici la accusassero di una totale chiusura al dialogo. Nell'autunno del 2006 a Washington si erano convinti che un accordo fosse stato raggiunto, e stavano preparando il testo per un annuncio pubblico, rivela Ledeen. «Si stavano illudendo, e chiunque pensi che l'Iran desideri davvero buone relazioni con gli Stati Uniti dovrebbe studiare attentamente come andarono le cose allora». L'annuncio pubblico avrebbe dovuto tenersi all'Assemblea generale dell'Onu di settembre. Larijani sarebbe venuto a New York e avrebbe annunciato la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, e Condoleezza Rice che l'America avrebbe tolto le sanzioni all'Iran.
Ma il «lieto evento» non ebbe mai luogo. Larijani e la sua delegazione non vennero mai a New York e il presidente Ahmadinejad pronunciò il suo solito attacco contro gli Usa. Una replica del «grande accordo» fallito negli anni di Clinton. «Non c'è nulla di nuovo nella richiesta di Obama di negoziare con i mullah. Entrambi i suoi predecessori ci hanno provato, entrambi credevano di aver raggiunto un accordo, ed entrambi si accorsero del contrario. Che motivi ci sono per ritenere che oggi le cose andrebbero in modo diverso?»
Secondo John Bolton, dell'American Enterprise Institute, è possibile che l'Iran risponda positivamente. «E perché non dovrebbe? In fondo, il dialogo – avverte Bolton – permetterebbe all'Iran di nascondere le sue reali intenzioni e attività sotto la finzione dei negoziati. Inoltre, l'Iran avrebbe una conferma della debolezza americana e la prova che le sue politiche stanno dando dei frutti». In effetti l'Iran, come la Corea del Nord, sembra aver imparato che un finto interesse nella diplomazia è modo eccellente per guadagnare tempo e mietere concessioni senza concedere nulla di fondamentale.
Già prima dell'apertura di Obama, Michael Gerson, del Council on Foreign Relations, spiegava sul Washington Post come la politica dell'amministrazione nei confronti dell'Iran fosse un misto di cautela e confusione, non in grado né di persuadere, né di intimidire il regime iraniano. Nel frattempo, le forze al-Quds iraniane continuano a guidare, addestrare e armare i terroristi sciiti all'interno dell'Iraq. Non va dimenticato, ricorda Walid Phares, che il 31 agosto del 2010 è la data fissata per il piano di ritiro dall'Iraq e che Iran e Siria potrebbero decidere di approfittarne per destabilizzare la giovane democrazia irachena, trasformando il ritiro in sconfitta.
In una recente audizione, il direttore dell'Intelligence Dennis Blair ha informato la Commissione esteri del Senato che «alcuni funzionari iraniani, come il comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, hanno fatto capire che ci sarebbe la mano iraniana dietro attacchi contro gli interessi americani in luoghi anche molto distanti, suggerendo che l'Iran ha pronti piani terroristici e di guerra non convenzionale contro gli Usa e i loro alleati».
Amir Taheri, infine, osserva che l'incapacità dell'occidente di fermare i piani iraniani ha già innescato in Medio Oriente una corsa al nucleare. Negli ultimi cinque anni, 25 paesi – 10 arabi – hanno per la prima volta annunciato di voler avviare i loro programmi. Nel 2008 l'Arabia Saudita ha aperto negoziati con gli Stati Uniti per ottenere una «capacità nucleare», ufficialmente per «scopi pacifici». L'Egitto ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia, così come gli Emirati Arabi Uniti. Non c'è dubbio che l'attuale corsa al nucleare in Medio Oriente sia dovuta al timore che l'Iran usi il suo arsenale nucleare per imporre la sua egemonia nella regione. Ma l'Iran stesso sta giocando un ruolo attivo nella proliferazione, fornendo aiuto a Siria e Sudan, ma anche ai regimi antiamericani del Sud America, come Venezuela, Bolivia, Nicaragua and Ecuador.
Ha abbandonato il regime change sia come obiettivo che come speranza di libertà per gli iraniani. Ha accantonato l'opzione militare. Ha seppellito la cosiddetta politica del bastone e della carota. Obama si è rivolto per ben due volte alla «Repubblica islamica dell'Iran», una formula a lungo evitata, auspicando che riprenda «il posto che merita nella comunità delle nazioni». L'America accetta quindi la rivoluzione islamica del 1979, si impegna a non minacciare l'esistenza del regime che ne è scaturito, e offre a quel regime un dialogo senza precondizioni, neanche la sospensione del programma nucleare, sulla «totalità dei problemi» tra Usa e Iran.
A festeggiare la svolta di Obama è Roger Cohen, secondo cui «la retorica provocatoria del regime di Teheran nasconde un sostanziale pragmatismo». Il «modo migliore» per aiutare la giovane popolazione iraniana, alla ricerca di stabilità e riforme, è proprio il «coinvolgimento», il dialogo. D'altra parte, con gli introiti del petrolio e del gas in calo, e l'economia in crisi, Khamenei – la cui missione è preservare la rivoluzione – «può essere radicale solo fino ad un certo punto». L'apertura all'Iran, secondo Cohen, determinerà un «doloroso, ma necessario», raffredamento dei rapporti tra Stati Uniti e Israele.
«Il presidente Obama ci presenta l'intenzione di sedere e parlare con i mullah come se fosse un drastico cambiamento rispetto al passato, ma l'amministrazione Bush – ricorda Michael Ledeen – ha negoziato ampiamente con Teheran», sebbene i suoi critici la accusassero di una totale chiusura al dialogo. Nell'autunno del 2006 a Washington si erano convinti che un accordo fosse stato raggiunto, e stavano preparando il testo per un annuncio pubblico, rivela Ledeen. «Si stavano illudendo, e chiunque pensi che l'Iran desideri davvero buone relazioni con gli Stati Uniti dovrebbe studiare attentamente come andarono le cose allora». L'annuncio pubblico avrebbe dovuto tenersi all'Assemblea generale dell'Onu di settembre. Larijani sarebbe venuto a New York e avrebbe annunciato la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, e Condoleezza Rice che l'America avrebbe tolto le sanzioni all'Iran.
Ma il «lieto evento» non ebbe mai luogo. Larijani e la sua delegazione non vennero mai a New York e il presidente Ahmadinejad pronunciò il suo solito attacco contro gli Usa. Una replica del «grande accordo» fallito negli anni di Clinton. «Non c'è nulla di nuovo nella richiesta di Obama di negoziare con i mullah. Entrambi i suoi predecessori ci hanno provato, entrambi credevano di aver raggiunto un accordo, ed entrambi si accorsero del contrario. Che motivi ci sono per ritenere che oggi le cose andrebbero in modo diverso?»
Secondo John Bolton, dell'American Enterprise Institute, è possibile che l'Iran risponda positivamente. «E perché non dovrebbe? In fondo, il dialogo – avverte Bolton – permetterebbe all'Iran di nascondere le sue reali intenzioni e attività sotto la finzione dei negoziati. Inoltre, l'Iran avrebbe una conferma della debolezza americana e la prova che le sue politiche stanno dando dei frutti». In effetti l'Iran, come la Corea del Nord, sembra aver imparato che un finto interesse nella diplomazia è modo eccellente per guadagnare tempo e mietere concessioni senza concedere nulla di fondamentale.
Già prima dell'apertura di Obama, Michael Gerson, del Council on Foreign Relations, spiegava sul Washington Post come la politica dell'amministrazione nei confronti dell'Iran fosse un misto di cautela e confusione, non in grado né di persuadere, né di intimidire il regime iraniano. Nel frattempo, le forze al-Quds iraniane continuano a guidare, addestrare e armare i terroristi sciiti all'interno dell'Iraq. Non va dimenticato, ricorda Walid Phares, che il 31 agosto del 2010 è la data fissata per il piano di ritiro dall'Iraq e che Iran e Siria potrebbero decidere di approfittarne per destabilizzare la giovane democrazia irachena, trasformando il ritiro in sconfitta.
In una recente audizione, il direttore dell'Intelligence Dennis Blair ha informato la Commissione esteri del Senato che «alcuni funzionari iraniani, come il comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, hanno fatto capire che ci sarebbe la mano iraniana dietro attacchi contro gli interessi americani in luoghi anche molto distanti, suggerendo che l'Iran ha pronti piani terroristici e di guerra non convenzionale contro gli Usa e i loro alleati».
Amir Taheri, infine, osserva che l'incapacità dell'occidente di fermare i piani iraniani ha già innescato in Medio Oriente una corsa al nucleare. Negli ultimi cinque anni, 25 paesi – 10 arabi – hanno per la prima volta annunciato di voler avviare i loro programmi. Nel 2008 l'Arabia Saudita ha aperto negoziati con gli Stati Uniti per ottenere una «capacità nucleare», ufficialmente per «scopi pacifici». L'Egitto ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia, così come gli Emirati Arabi Uniti. Non c'è dubbio che l'attuale corsa al nucleare in Medio Oriente sia dovuta al timore che l'Iran usi il suo arsenale nucleare per imporre la sua egemonia nella regione. Ma l'Iran stesso sta giocando un ruolo attivo nella proliferazione, fornendo aiuto a Siria e Sudan, ma anche ai regimi antiamericani del Sud America, come Venezuela, Bolivia, Nicaragua and Ecuador.
Tuesday, January 27, 2009
Meglio quattro pecorelle nere che il popolo ebraico?
Ratzinger preferisce quattro pecorelle nere all'intero popolo ebraico. Recuperare quelle pecorelle smarrite - davvero poche, quasi insignificanti - del proprio pascolo, anche se ciò dovesse provocare anni, forse decenni, di incomprensioni e diffidenze tra mondo cattolico e mondo ebraico. E lo fa nel momento peggiore che potesse scegliere, alla vigilia della Giornata della Memoria. Mentre una delle pecorelle ripaga la misericordia del Pontefice manifestando tutto il loro odio negazionista («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas»).
Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.
C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.
Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.
Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?
Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.
Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.
C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.
Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.
Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
«Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'impurità ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato».Da questa triste storia dovrebbero trarre qualche conseguenza coloro che - in compagnia di Giuliano Ferrara - si sono illusi che la Chiesa cattolica intendesse prendere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». E la prendesse schierandosi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista, in nome di una civiltà occidentale dalle radici giudaico-cristiane. «Con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemmeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore», scriveva non molto tempo fa lo stesso Ferrara.
Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?
Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.
Friday, January 16, 2009
L'addio di Bush
Giovedì sera George W. Bush ha salutato per l'ultima volta la nazione che ha guidato per otto lunghissimi anni. Lo ha fatto con uno splendido discorso, uno dei tanti che gli abbiamo sentito pronunciare in questi otto anni. Ricordo come fosse ieri il dibattito televisivo tra lui e Gore, quando quel texano un po' rozzo e spavaldo, dall'inglese per me meno comprensibile di quello del suo avversario, non mi convinceva con il suo conservatorismo compassionevole e il suo isolazionismo. Allora eravamo un po' tutti affascinati dal clintonismo e dall'era internet che si stava spalancando.Ci sarà modo e tempo per valutare la sua presidenza, ma intanto Bush esce dalla Casa Bianca avendo evitato che gli Stati Uniti subissero un secondo devastante attacco terroristico. Forse oggi sembra poca cosa, ma all'indomani dell'11 settembre in quanti ci avrebbero scommesso?
La sua presidenza, i suoi programmi di governo, il suo modo di pensare, di agire e di prendere decisioni, tutto da quel giorno non è stato più lo stesso. E dall'isolazionismo con cui si era presentato agli americani, ha abbracciato l'interventismo. Nel giorno del commiato ha ribadito con forza la convinzione su cui - pur con tutte le inevitabili contraddizioni, i successi e gli insuccessi - ha fondato la sua politica estera, il pilastro ideale della sua "dottrina": «Dobbiamo respingere l'isolazionismo e il suo compagno, il protezionismo. Ritirarci dietro i nostri confini sarebbe solo un modo per attirare il pericolo. Nel 21esimo secolo, la sicurezza e la prosperità a casa nostra dipendono dall'espansione della libertà al di fuori dei nostri confini. Se l'America non porta avanti la causa della libertà, quella causa non verrà portata avanti affatto».
E' la sola risposta giusta alla sfida del fascismo islamico. L'espansione della libertà e della democrazia non come aspirazione morale, ma come fattore di pace, sicurezza e prosperità disponibili per tutti. Il punto dove interessi e ideali convergono.
A scontrarsi sono «due sistemi profondamente diversi. Sotto il primo, una piccola banda di fanatici pretende obbedienza totale a una ideologia oppressiva, condanna le donne alla sottomissione e marca gli infedeli con l'assassinio. L'altro sistema è basato sulla convinzione che la libertà sia un dono universale di Dio Onnipotente, e che la libertà e la giustizia illuminino la via per la pace. Questo è il credo che ha dato origine alla nostra nazione. E nel lungo termine, portare avanti questo credo è l'unico modo efficace per proteggere i nostri cittadini. Quando le persone vivono in libertà, non scelgono leader che perseguono campagne di terrore».
Bush ha ammesso che se ne avesse avuta l'occasione, avrebbe fatto alcune cose diversamente, ma ha chiesto comprensione, per aver dovuto prendere decisioni difficili: «Potete non essere d'accordo con molte decisioni difficili che ho preso. Ma spero possiate essere d'accordo che sono stato disposto a prendere decisioni difficili».
Ha ricordato agli americani che «la più grave minaccia» rimane quella di «un altro attacco terroristico... Non dobbiamo mai abbassare la guardia». Perché «il bene e il male sono presenti nel mondo e tra i due non ci possono essere compromessi. Assassinare un innocente per portare avanti un'ideologia è ogni volta sbagliato, ovunque. Liberare persone dall'oppressione e dalla disperazione è giusto in eterno».
All'inizio del suo discorso, porgendo i suoi migliori auguri al prossimo presidente, Bush ha voluto sottolineare il valore della scelta compiuta dal popolo americano, indicando in Barack Obama «un uomo la cui storia rispecchia la perenne promessa della nostra patria».
Tuesday, January 13, 2009
La "grande rimozione". Senza Iran e jihad non si può capire il Medio Oriente
Ripetutamente e instancabilmente su questo blog mi sono sforzato di sottolineare come in Italia, e in Europa, prevalgano nel dibattito pubblico letture datate della guerra nella Striscia di Gaza, come di quella in Libano due anni fa: qualsiasi cosa accada in Medio Oriente viene sistematicamente interpretata secondo i vecchi - e immutabili, pare - schemi della questione "nazionale" palestinese, nonostante, come scrivevo alcuni giorni fa, due fatti - ormai neanche troppo nuovi, ma risalenti agli anni '90 - hanno mutato per sempre la cornice in cui si inserisce. Nelle analisi dei politici di sinistra e degli opinionisti che ascoltiamo in tv o alla radio non compaiono quasi mai le due parole Iran e jihad, che evocano problematiche senza le quali non si possono comprendere le dinamiche che oggi muovono la politica mediorientale.
Israele sta combattendo una guerra diversa e tra i pochissimi a dirlo in modo esplicito è stato, ieri sul Corriere, Angelo Panebianco, che ha parlato di un «conflitto nuovo».
Purtroppo, però, in pochi si rendono conto della nuova realtà del conflitto. Ne è la prova, scrive Panebianco, l'assenza dai discorsi dei politici (di D'Alema, per esempio), da molte cronache e analisi giornalistiche, proprio delle parole «Iran» e «jihad». «Chiunque abbia, se non altro per ragioni anagrafiche, un passato, è portato a leggere i conflitti di oggi alla luce degli schemi mentali di ieri...», gli stessi schemi che spiegano gli «atteggiamenti europei verso il conflitto israeliano-palestinese», pregiudizialmente ostili nei confronti di Israele. «Il passato pesa sul presente ed è comprensibile che riflessi automatici portino ancora oggi tanti a leggere l'attuale scontro a Gaza con le categorie del passato. Ma è singolare che ciò avvenga al prezzo di una grande rimozione. Sono due i fatti nuovi che hanno determinato un cambiamento qualitativo del conflitto israeliano-palestinese e che tanti sembrano voler rimuovere»: la partita che l'Iran sta giocando sull'intera regione e la jihad globale, appunto.
Panebianco non ha usato a caso l'espressione «tanti sembrano voler rimuovere». Questo difetto di comprensione in alcuni casi infatti si trasforma in furbizia politica. E' il caso di chi - come D'Alema, e come molti politici e giornalisti di sinistra - pur avendo tutti gli strumenti conoscitivi per riformare le loro vedute, si aggrappano alle categorie del passato senza le quali si ritroverebbero privi di una parte in commedia.
Segni di rimozione appaiono anche da parte della Chiesa cattolica. Ma su questo argomento è stato Ernesto Galli Della Loggia, nel suo editoriale di domenica scorsa sul Corriere, a fare non opinione ma notizia, fornendo fondamentali, ma spesso dimenticati, cenni storici: dall'appiattimento del Vaticano sul «fronte del rifiuto» arabo-islamico fino a quel vescovo cattolico «sorpreso a trasportare armi nel bagagliaio della propria auto per conto delle organizzazioni armate palestinesi».
Ma l'atteggiamento della Chiesa nel conflitto arabo-israeliano, osserva Galli Della Loggia, va oltre i suoi rapporti con l'Ebraismo, riguarda, e serve ad approfondire, il problema del «pacifismo impossibile», quel «rifiuto/denuncia della guerra, virtualmente di ogni guerra», che finisce inevitabilmente per rivelarsi falso. La Chiesa infatti non rappresenta un'eccezione nel panorama di quelle forze politiche e sociali il cui pacifismo mostra un «carattere quasi sempre non neutrale». Il problema è che un «pacifismo coerente dovrebbe indurre non solo ad essere contro la guerra, ma a denunciare di continuo con eguale forza anche ogni manifestazione di conflittualità, di qualunque tipo o misura, che spesso costituisce la premessa obbligata del successivo scoppio delle ostilità vere e proprie. È dunque lecito chiedersi: la Santa Sede che è contro le odierne operazioni belliche di Israele, lo è stata allo stesso modo, con la stessa nettezza, lo stesso tono e soprattutto con la medesima pubblicità, nei confronti per esempio della politica estera di Siria e Iran? O di tante quotidiane manifestazioni violentissime del fronte palestinese? Ognuno può rispondere da sé».
Giungendo quindi al nocciolo del problema del «pacifismo impossibile», Galli Della Loggia conclude che «una vera politica pacifista è in realtà impossibile per qualunque organizzazione vasta e complessa, tutrice di vari e molteplici interessi, perché, intesa coerentemente, essa implicherebbe la rinuncia di fatto a svolgere un qualunque vero ruolo politico... per limitarsi, viceversa, ad un ruolo di esclusiva testimonianza morale». E chi si accontenta o chi, anche con le migliori intenzioni, si abbandona ingenuamente alla testimonianza morale, rischia di divenire spettatore passivo dei crimini peggiori. Proprio la Chiesa cattolica dovrebbe saperne qualcosa.
Israele sta combattendo una guerra diversa e tra i pochissimi a dirlo in modo esplicito è stato, ieri sul Corriere, Angelo Panebianco, che ha parlato di un «conflitto nuovo».
Purtroppo, però, in pochi si rendono conto della nuova realtà del conflitto. Ne è la prova, scrive Panebianco, l'assenza dai discorsi dei politici (di D'Alema, per esempio), da molte cronache e analisi giornalistiche, proprio delle parole «Iran» e «jihad». «Chiunque abbia, se non altro per ragioni anagrafiche, un passato, è portato a leggere i conflitti di oggi alla luce degli schemi mentali di ieri...», gli stessi schemi che spiegano gli «atteggiamenti europei verso il conflitto israeliano-palestinese», pregiudizialmente ostili nei confronti di Israele. «Il passato pesa sul presente ed è comprensibile che riflessi automatici portino ancora oggi tanti a leggere l'attuale scontro a Gaza con le categorie del passato. Ma è singolare che ciò avvenga al prezzo di una grande rimozione. Sono due i fatti nuovi che hanno determinato un cambiamento qualitativo del conflitto israeliano-palestinese e che tanti sembrano voler rimuovere»: la partita che l'Iran sta giocando sull'intera regione e la jihad globale, appunto.
Panebianco non ha usato a caso l'espressione «tanti sembrano voler rimuovere». Questo difetto di comprensione in alcuni casi infatti si trasforma in furbizia politica. E' il caso di chi - come D'Alema, e come molti politici e giornalisti di sinistra - pur avendo tutti gli strumenti conoscitivi per riformare le loro vedute, si aggrappano alle categorie del passato senza le quali si ritroverebbero privi di una parte in commedia.
Segni di rimozione appaiono anche da parte della Chiesa cattolica. Ma su questo argomento è stato Ernesto Galli Della Loggia, nel suo editoriale di domenica scorsa sul Corriere, a fare non opinione ma notizia, fornendo fondamentali, ma spesso dimenticati, cenni storici: dall'appiattimento del Vaticano sul «fronte del rifiuto» arabo-islamico fino a quel vescovo cattolico «sorpreso a trasportare armi nel bagagliaio della propria auto per conto delle organizzazioni armate palestinesi».
Ma l'atteggiamento della Chiesa nel conflitto arabo-israeliano, osserva Galli Della Loggia, va oltre i suoi rapporti con l'Ebraismo, riguarda, e serve ad approfondire, il problema del «pacifismo impossibile», quel «rifiuto/denuncia della guerra, virtualmente di ogni guerra», che finisce inevitabilmente per rivelarsi falso. La Chiesa infatti non rappresenta un'eccezione nel panorama di quelle forze politiche e sociali il cui pacifismo mostra un «carattere quasi sempre non neutrale». Il problema è che un «pacifismo coerente dovrebbe indurre non solo ad essere contro la guerra, ma a denunciare di continuo con eguale forza anche ogni manifestazione di conflittualità, di qualunque tipo o misura, che spesso costituisce la premessa obbligata del successivo scoppio delle ostilità vere e proprie. È dunque lecito chiedersi: la Santa Sede che è contro le odierne operazioni belliche di Israele, lo è stata allo stesso modo, con la stessa nettezza, lo stesso tono e soprattutto con la medesima pubblicità, nei confronti per esempio della politica estera di Siria e Iran? O di tante quotidiane manifestazioni violentissime del fronte palestinese? Ognuno può rispondere da sé».
Giungendo quindi al nocciolo del problema del «pacifismo impossibile», Galli Della Loggia conclude che «una vera politica pacifista è in realtà impossibile per qualunque organizzazione vasta e complessa, tutrice di vari e molteplici interessi, perché, intesa coerentemente, essa implicherebbe la rinuncia di fatto a svolgere un qualunque vero ruolo politico... per limitarsi, viceversa, ad un ruolo di esclusiva testimonianza morale». E chi si accontenta o chi, anche con le migliori intenzioni, si abbandona ingenuamente alla testimonianza morale, rischia di divenire spettatore passivo dei crimini peggiori. Proprio la Chiesa cattolica dovrebbe saperne qualcosa.
Friday, January 09, 2009
Una vittoria di Israele renderebbe più docile l'Iran
Praticamente tutti i più autorevoli analisti e commentatori americani, di scuola realista o neoconservatori, più amati a destra o più a sinistra, trattando della crisi di Gaza attribuiscono un ruolo di primo piano all'Iran, principale sponsor di Hamas. Mentre in Italia le letture prevalenti sui mainstream media risultano datate, perché il loro sguardo non va oltre il logoro orizzonte del conflitto tra israeliani e palestinesi, in America tutti sembrano avere ben chiaro che la questione palestinese c'entra ben poco e che Israele sta combattendo una guerra diversa, dai cui esiti dipenderà il futuro assetto del Medio Oriente, e che riguarda anche l'Occidente.
Succede, quindi, che tra sostenitori della linea dura con Teheran sulla questione del nucleare e fautori di un approccio più dialogante e negoziale si verifichino sostanziali convergenze su Gaza. E' il caso del realista Robert Kaplan e del neoconservatore Bill Kristol: entrambi "tifano" per Israele, giudicano negativamente una tregua che dia respiro ad Hamas, perché una sonora sconfitta degli islamisti a Gaza renderebbe l'Iran più disponibile a una soluzione diplomatica sul nucleare. Una vittoria di Israele su Hamas ridurrebbe il rischio di dover usare la forza contro l'Iran.
Gaza è «l'avamposto occidentale dell'Impero iraniano». Quindi, l'attacco di Israele a Gaza è «un attacco contro l'Impero iraniano», il primo dopo la guerra contro Hezbollah nel 2006, fa notare Kaplan sull'Atlantic Monthly. Questa volta l'attacco sembra meglio pianificato, ma il «dilemma» di Israele con quell'«animale postmoderno» che è l'«Impero iraniano», è che «non sta combattendo contro uno stato, ma contro un'ideologia, il collante postmoderno che tiene unita la grande sfera d'influenza iraniana». Che siano le entità parastatali di Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, e del Mahdi in Iraq, o «le speranze, i sogni, le illusioni» di milioni di arabi sunniti che, soprattutto in Egitto, si sentono più vicini ai mullah radicali sciiti che alla loro autocrazia sunnita, l'Iran ha costruito il suo impero combinando sapientemente un'ideologia antioccidentale e antisemita con operazioni dei servizi segreti.
Oggi, osserva Kaplan, dalla vittoria di Israele a Gaza dipende la praticabilità della via diplomatica con Teheran: «Dobbiamo crearci un vantaggio strategico prima di negoziare con il regime clericale e questo vantaggio può venire soltanto da una vittoria morale di Israele che faccia vacillare di spavento anche i siriani pro-iraniani pronti ad aiutare Hamas». Il paradosso è che l'unico posto dove i musulmani sono scettici dell'Iran, e dove l'anti-americanismo e l'anti-semitismo hanno meno presa, è proprio l'Iran, e quindi «la vera battaglia per l'anima della regione – ipotizza Kaplan, che in questo sembra far eco a Michael Ledeen – potrebbe essere combattuta all'interno dell'Iran stesso».
Ma per il momento, non resta che sperare che Israele vinca questa guerra, piuttosto che venga «compromessa da una tregua che permetta ad Hamas di riorganizzarsi». «Se ciò accadesse, la nostra influenza sull'Iran sarebbe ulteriormente ridotta». Non appena Israele avrà conseguito un successo, «dovremo subito esercitare una forte pressione su Teheran, in funzione di negoziati sia con gli arabi che con gli iraniani». «Se Obama è intelligente - conclude Kaplan - in questo momento starà tifando silenziosamente per Israele».
Per il neoconservatore Bill Kristol, «un successo di Israele a Gaza sarebbe una vittoria nella guerra contro il terrorismo, e nella più ampia lotta per il futuro del Medio Oriente». La combinazione di movimenti terroristici come Hamas con l'Iran, maggiore sponsor del terrorismo e alla ricerca dell'atomica, costituisce una «nuova minaccia» per Israele. «Ma non solo per Israele». Per tutti i musulmani che non vogliono vivere sotto regimi estremisti e per ogni nazione, come gli Stati Uniti, nel mirino del terrorismo islamico. Quindi ci sono «solidi motivi» per sostenere Israele. E Israele «sta facendo un favore agli Stati Uniti affrontando Hamas adesso», perché «la sfida più grande per l'amministrazione Obama sarà costituita dall'Iran».
Come Robert Kaplan, anche Kristol è infatti convinto che «se Israele avesse ceduto ad Hamas trattenendosi dall'usare la forza per fermare gli attacchi terroristici, o se adesso si ritirasse senza aver prima indebolito gravemente Hamas e impedito la ricostituzione di uno stato terrorista a Gaza, sarebbe un trionfo per l'Iran», il regime «ne uscirebbe rafforzato», e «meno sensibile alle pressioni» di Obama per fermare il suo programma nucleare. Ma «una sconfitta di Hamas a Gaza, dopo il successo in Iraq, sarebbe un vero colpo per l'Iran, renderebbe più facile assemblare una coalizione regionale e internazionale per fare pressioni sull'Iran. Potrebbe anche avere un effetto positivo sulle elezioni iraniane di giugno e rendere il regime iraniano più aperto a una trattativa. Come il governo israeliano con Hamas, Obama prima o poi potrebbe trovarsi in una situazione in cui l'uso della forza contro l'Iran sembri l'opzione più responsabile. Ma la volontà di Israele di combattere a Gaza rende più possibile l'ipotesi che gli Stati Uniti non siano costretti ad usarla».
Succede, quindi, che tra sostenitori della linea dura con Teheran sulla questione del nucleare e fautori di un approccio più dialogante e negoziale si verifichino sostanziali convergenze su Gaza. E' il caso del realista Robert Kaplan e del neoconservatore Bill Kristol: entrambi "tifano" per Israele, giudicano negativamente una tregua che dia respiro ad Hamas, perché una sonora sconfitta degli islamisti a Gaza renderebbe l'Iran più disponibile a una soluzione diplomatica sul nucleare. Una vittoria di Israele su Hamas ridurrebbe il rischio di dover usare la forza contro l'Iran.
Gaza è «l'avamposto occidentale dell'Impero iraniano». Quindi, l'attacco di Israele a Gaza è «un attacco contro l'Impero iraniano», il primo dopo la guerra contro Hezbollah nel 2006, fa notare Kaplan sull'Atlantic Monthly. Questa volta l'attacco sembra meglio pianificato, ma il «dilemma» di Israele con quell'«animale postmoderno» che è l'«Impero iraniano», è che «non sta combattendo contro uno stato, ma contro un'ideologia, il collante postmoderno che tiene unita la grande sfera d'influenza iraniana». Che siano le entità parastatali di Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, e del Mahdi in Iraq, o «le speranze, i sogni, le illusioni» di milioni di arabi sunniti che, soprattutto in Egitto, si sentono più vicini ai mullah radicali sciiti che alla loro autocrazia sunnita, l'Iran ha costruito il suo impero combinando sapientemente un'ideologia antioccidentale e antisemita con operazioni dei servizi segreti.
Oggi, osserva Kaplan, dalla vittoria di Israele a Gaza dipende la praticabilità della via diplomatica con Teheran: «Dobbiamo crearci un vantaggio strategico prima di negoziare con il regime clericale e questo vantaggio può venire soltanto da una vittoria morale di Israele che faccia vacillare di spavento anche i siriani pro-iraniani pronti ad aiutare Hamas». Il paradosso è che l'unico posto dove i musulmani sono scettici dell'Iran, e dove l'anti-americanismo e l'anti-semitismo hanno meno presa, è proprio l'Iran, e quindi «la vera battaglia per l'anima della regione – ipotizza Kaplan, che in questo sembra far eco a Michael Ledeen – potrebbe essere combattuta all'interno dell'Iran stesso».
Ma per il momento, non resta che sperare che Israele vinca questa guerra, piuttosto che venga «compromessa da una tregua che permetta ad Hamas di riorganizzarsi». «Se ciò accadesse, la nostra influenza sull'Iran sarebbe ulteriormente ridotta». Non appena Israele avrà conseguito un successo, «dovremo subito esercitare una forte pressione su Teheran, in funzione di negoziati sia con gli arabi che con gli iraniani». «Se Obama è intelligente - conclude Kaplan - in questo momento starà tifando silenziosamente per Israele».
Per il neoconservatore Bill Kristol, «un successo di Israele a Gaza sarebbe una vittoria nella guerra contro il terrorismo, e nella più ampia lotta per il futuro del Medio Oriente». La combinazione di movimenti terroristici come Hamas con l'Iran, maggiore sponsor del terrorismo e alla ricerca dell'atomica, costituisce una «nuova minaccia» per Israele. «Ma non solo per Israele». Per tutti i musulmani che non vogliono vivere sotto regimi estremisti e per ogni nazione, come gli Stati Uniti, nel mirino del terrorismo islamico. Quindi ci sono «solidi motivi» per sostenere Israele. E Israele «sta facendo un favore agli Stati Uniti affrontando Hamas adesso», perché «la sfida più grande per l'amministrazione Obama sarà costituita dall'Iran».
Come Robert Kaplan, anche Kristol è infatti convinto che «se Israele avesse ceduto ad Hamas trattenendosi dall'usare la forza per fermare gli attacchi terroristici, o se adesso si ritirasse senza aver prima indebolito gravemente Hamas e impedito la ricostituzione di uno stato terrorista a Gaza, sarebbe un trionfo per l'Iran», il regime «ne uscirebbe rafforzato», e «meno sensibile alle pressioni» di Obama per fermare il suo programma nucleare. Ma «una sconfitta di Hamas a Gaza, dopo il successo in Iraq, sarebbe un vero colpo per l'Iran, renderebbe più facile assemblare una coalizione regionale e internazionale per fare pressioni sull'Iran. Potrebbe anche avere un effetto positivo sulle elezioni iraniane di giugno e rendere il regime iraniano più aperto a una trattativa. Come il governo israeliano con Hamas, Obama prima o poi potrebbe trovarsi in una situazione in cui l'uso della forza contro l'Iran sembri l'opzione più responsabile. Ma la volontà di Israele di combattere a Gaza rende più possibile l'ipotesi che gli Stati Uniti non siano costretti ad usarla».
Subscribe to:
Posts (Atom)










