Manifestazioni e repressione in Iran continuano lontano dagli sguardi dei media, concentrati sulla guerra civile scoppiata in Libia. Dei leader dell'opposizione Moussavi e Karroubi non si hanno notizie dal 14 febbraio e ieri un pezzo da novanta del regime, ma prezioso contrappeso interno al potere quasi assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, l'ex presidente Rafsanjani è uscito di scena. Occupava ancora una posizione chiave: la presidenza del Consiglio degli Esperti, un organo di 86 "mujtahed", o giurisperiti, con il compito di controllare l'operato del leader supremo, nominare un suo successore in caso di morte e, in casi estremi, perfino destituirlo.
E' stato costretto dalle intimidazioni del regime a ritirare la sua candidatura per il rinnovo della carica: gli attacchi dei basiji alla figlia Faezeh; il mandato di cattura nei confronti del terzo figlio, Mehdi, esule a Londra; le pressioni che hanno indotto il figlio Mohsen Hashemi a dimettersi dalla guida della Metro di Teheran. Ahmadinejad sembra aver eliminato ogni punto di riferimento dell'opposizione "lealista" (almeno a parole) rispetto al sistema messo in piedi da Khomeini.
Gran parte di quel movimento verde che si era ribellato alla rielezione truffaldina di Ahmadinejad infatti non mirava a sovvertire la Repubblica islamica, ma a riformarla, a "democratizzarla". Ma adesso che i leader riformatori Moussavi e Karroubi sono fuori gioco, che il pragmatico Rafsanjani è stato costretto a farsi da parte, la speranza è che il venir meno per la seconda volta (dopo l'illusione Khatami) dell'opzione riformista radicalizzi il movimento di protesta, che tutti si convincano che il regime non è riformabile dall'interno e che va abbattuto.
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Wednesday, March 09, 2011
Tuesday, February 09, 2010
L'Iran tira il suo cazzotto, l'Occidente all'angolo
Ci sarebbe da ridere se la situazione non volgesse al drammatico, ripensando a come media e ministri degli Esteri avevano accolto la settimana scorsa l'ennesima finta «apertura» di Ahmadinejad sul nucleare. Il balletto continua e pochi giorni dopo Teheran ha deciso di assestare il «cazzotto». Ahmadinejad l'aveva preannunciato nei giorni scorsi, e dopo la notifica formale di ieri all'Aiea, ecco l'annuncio ufficiale dell'avvio del processo di arricchimento dell'uranio al 20%, mentre Khamenei nel frattempo torna a minacciare l'Occidente e l'opposizione al regime.
L'Iran dunque rinnova la sua sfida e la comunità internazionale - l'Occidente - a questo punto è di fronte a un test di credibilità. Non procedere in tempi brevi a nuove sanzioni sarebbe un segnale deleterio. Tuttavia, se la Russia sembra ormai disponibile, evidentemente appagata dalla rinuncia Usa allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, rimane l'ostacolo della Cina. Può essere anche l'irremovibilità cinese sulla questione iraniana ad aver indotto Washington ad alzare la tensione con Pechino nelle ultime settimane. Ma sono proprio curioso di vedere come l'auspicio espresso oggi (sanzioni «entro qualche settimana, non mesi») dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, possa coniugarsi con il veto cinese.
Teheran potrebbe aver deciso di forzare la situazione vedendo l'Occidente all'angolo, nell'impossibilità di imporre sanzioni efficaci a causa della copertura cinese, e comunque molto lontano persino dal considerare l'opzione militare. Insomma, almeno per ora agli occhi iraniani la minaccia non è credibile e a Teheran devono essersi convinti che una volta avviato l'arricchimento al 20 per cento del loro uranio al 3,5, dai 5+1 arriverà un'offerta migliore per ottenerne la sospensione.
Intanto, Usa e Ue, per la prima volta congiuntamente e così esplicitamente, condannano le violazioni dei diritti umani in Iran. Una nota formale, che suona però come un avvertimento al regime. Le potenze occidentali potrebbero davvero schierarsi attivamente - almeno a parole, ma sarebbe già qualcosa - al fianco degli oppositori. E' vero, la strategia dell'engagement ha reso evidente il fatto che sia l'Iran a non voler collaborare. Ma ora? Dopo mesi di controproposte più simili a provocazioni, segnali contraddittori, aperture e chiusure, sarebbe ora di svegliarsi e di dimostrare a Teheran risolutezza. Un fardello che pesa interamente sulle spalle di Obama, mentre si rafforza il sospetto che alla fine si voglia addossare a Israele l'onere di compiere il lavoro "sporco".
L'Iran dunque rinnova la sua sfida e la comunità internazionale - l'Occidente - a questo punto è di fronte a un test di credibilità. Non procedere in tempi brevi a nuove sanzioni sarebbe un segnale deleterio. Tuttavia, se la Russia sembra ormai disponibile, evidentemente appagata dalla rinuncia Usa allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, rimane l'ostacolo della Cina. Può essere anche l'irremovibilità cinese sulla questione iraniana ad aver indotto Washington ad alzare la tensione con Pechino nelle ultime settimane. Ma sono proprio curioso di vedere come l'auspicio espresso oggi (sanzioni «entro qualche settimana, non mesi») dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, possa coniugarsi con il veto cinese.
Teheran potrebbe aver deciso di forzare la situazione vedendo l'Occidente all'angolo, nell'impossibilità di imporre sanzioni efficaci a causa della copertura cinese, e comunque molto lontano persino dal considerare l'opzione militare. Insomma, almeno per ora agli occhi iraniani la minaccia non è credibile e a Teheran devono essersi convinti che una volta avviato l'arricchimento al 20 per cento del loro uranio al 3,5, dai 5+1 arriverà un'offerta migliore per ottenerne la sospensione.
Intanto, Usa e Ue, per la prima volta congiuntamente e così esplicitamente, condannano le violazioni dei diritti umani in Iran. Una nota formale, che suona però come un avvertimento al regime. Le potenze occidentali potrebbero davvero schierarsi attivamente - almeno a parole, ma sarebbe già qualcosa - al fianco degli oppositori. E' vero, la strategia dell'engagement ha reso evidente il fatto che sia l'Iran a non voler collaborare. Ma ora? Dopo mesi di controproposte più simili a provocazioni, segnali contraddittori, aperture e chiusure, sarebbe ora di svegliarsi e di dimostrare a Teheran risolutezza. Un fardello che pesa interamente sulle spalle di Obama, mentre si rafforza il sospetto che alla fine si voglia addossare a Israele l'onere di compiere il lavoro "sporco".
Tuesday, January 05, 2010
Obama tiri fuori il "piano B"... se ce l'ha
Anno nuovo, vecchi tentennamenti alla Casa Bianca di Obama. Il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit, le minacce crescenti che giungono dallo Yemen, il panico di ieri a Newark, richiedono che il presidente mostri il suo volto più duro all'opinione pubblica, ricorrendo a una misura controversa come il "racial profiling", che neanche Bush aveva osato adottare. Ma questo genera la collera dei progressisti e delle associazioni per le libertà civili, senza placare l'opposizione dei repubblicani, che accusano l'amministrazione di debolezza. Tuttavia, è sull'Iran che il presidente dovrà far vedere al più presto di che pasta è fatto.
Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.
Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.
Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».
I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».
Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.
La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.
Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.
Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.
Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».
Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.
Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».
E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».
«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».
Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.
Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.
Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».
I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».
Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.
La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.
Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.
Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.
Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».
Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.
Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».
E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».
«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».
Tuesday, November 10, 2009
Obama come un disco rotto con l'Iran
Come un disco rotto la Casa Bianca continua a chiedere a Teheran una risposta in tempi brevi (nel frattempo sono passate quasi due settimane) alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. L'aspetto surreale, e un po' patetico, della vicenda è che una risposta, anche se negativa, gli iraniani l'hanno già data, a tutti i livelli, ma da quest'altra parte fanno finta di non aver sentito/capito. Può non piacere, ma la risposta è un "no". Più precisamente, l'Iran offre controproposte che nella sostanza rifiutano di concedere ciò che l'Occidente sperava di ottenere con la proposta dell'arricchimento all'estero: privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per, se ulteriormente arricchito, fabbricare una bomba atomica. Si trattava di prendersi un anno di tempo per cercare, poi, un accordo complessivo. Questo retroscena del New York Times descrive piuttosto lo stato di negazione che impedisce all'amministrazione Obama di prendere la risposta iraniana per quella che è.
Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.
Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.
Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.
Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.
Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.
Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.
Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.
Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.
Thursday, November 05, 2009
Iran, i leader "per caso" del movimento verde
Mentre il regime usa il "diversivo" dei negoziati sul nucleare
Nonostante divieti e minacce, ieri il movimento di opposizione iraniano è tornato a protestare nelle strade. Ma lo ha fatto in un giorno particolare, il 4 novembre. L'anniversario - il trentesimo - dell'assalto all'ambasciata americana di Teheran, celebrato come sempre con un comizio di piazza convocato dal regime da cui si sono levati i soliti slogan antiamericani («Morte all'America»), quest'anno si è trasformato in un'occasione di protesta contro il regime, nelle persone della Guida Suprema Khamenei e del presidente Ahmadinejad. Un nuovo, palese sintomo della loro debolezza e della perdita di autorità dopo le contestate elezioni del 12 giugno scorso. Grandi manifestazioni hanno preso vita non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città come Shiraz, Isfahan, Tabriz, Kermanshah, Zahedan, Arak, Mazandaran e Rasht. Foto e video sui blog dei dissidenti testimoniano la folla e la repressione ancora una volta violenta da parte dei pasdaran e dalla milizia Bassiji, con arresti, pestaggi e spari sui dimostranti.
Un'altra giornata di imbarazzo per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, stretto tra l'esigenza di non mostrarsi insensibile alle manifestazioni di piazza ma anche di tenere aperta la porta del dialogo con la leadership della Repubblica islamica sul programma nucleare: «L'Iran deve scegliere. Per trent'anni - ha dichiarato ieri Obama - abbiamo ascoltato a cosa il governo iraniano è contrario; ora, il problema è quale tipo di futuro vuole. Il popolo americano ha grande rispetto per il popolo dell'Iran e la sua ricca storia. Il mondo continua ad essere testimone della sua richiesta di giustizia e della sua coraggiosa ricerca di diritti universali. E' tempo per il governo iraniano di decidere se vuole concentrarsi sul passato, o se fare quelle scelte che apriranno la porta a una maggiore opportunità, prosperità e giustizia per il suo popolo».
Ma ha anche aggiunto che gli Stati Uniti «cercano una relazione con la Repubblica islamica basata sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto» e che non intendono «interferire negli affari interni» iraniani. Il movimento di opposizione sembra percepire la difficoltà in cui si barcamena Obama, e a sua volta, a suo modo, gli chiede di decidere: «Obama, Obama, o stai con noi o contro di noi!», hanno gridato ieri i dimostranti in piazza, insieme ad altri slogan significativi come «Morte al dittatore», «Khamenei assassino, la sua leadership è finita», «Ambasciata russa covo di spie» (un'accusa rivolta dal regime a quella americana) e, infine, anche «l'Iran verde non vuole una bomba atomica».
Gli Stati Uniti e i loro alleati devono decidere come reagire dinanzi a questa tattica «che nasce dal cinico desiderio di porre un freno all'opposizione impunemente». L'attenzione internazionale, osserva Takeyh, rimane concentrata sul programma nucleare, ma «lontano dal clamore la struttura e l'orientamento delle Guardie rivoluzionarie stanno cambiando», il regime sta rafforzando la propria «infrastruttura repressiva». Negli ultimi mesi, gli ex candidati dissidenti Karroubi e Mousavi «sono stati minacciati di arresto», le università sono state oggetto di «campagne di purificazione», gli attivisti della società civile condannati sulla base di processi-farsa. E' stata mobilitata «la macchina statale per una spietata purga» all'interno del sistema.
Nel tentativo di ristabilire la sua presa sul Paese, il regime «si muove ancora una volta in modo contraddittorio», spiega Takeyh: da una parte accusa gli oppositori di essere agenti dell'Occidente, dall'altra si mostra disponibile al dialogo con le potenze straniere. Così Teheran «si offrirà sporadicamente di discutere del nucleare per stimolare l'appetito delle potenze occidentali... nella speranza che un prolungato e inconcludente processo negoziale» le induca ad abbandonare il loro atteggiamento critico e le ipotesi di nuove sanzioni. Secondo lo studioso del Council on Foreign Relations, l'errore in cui l'Occidente ha perseverato nel trattare con l'Iran è stato porre il tema del nucleare al di sopra di ogni altro.
Il problema iraniano «non è limitato alle attività nucleari illecite, ed è incomprensibile che gli Stati Uniti e le altre nazioni possano concepire transazioni sul nucleare con un regime che mantiene legami con una vasta gamma di organizzazioni terroristiche e che attua una repressione interna brutale». L'ala dura del regime, conclude Takeyh sul Washington Post, «deve sapere che il prezzo per una simile condotta può essere la fine di qualsiasi dialogo con l'Occidente. Solo con una politica simile gli Stati Uniti possono perseguire i loro obiettivi strategici allo stesso tempo non rinunciando ai loro valori morali».
Dopo quasi sei mesi dalle proteste per la rielezione di Ahmadinejad e la brutale repressione, il movimento verde è forte «come non mai», come hanno dimostrato le manifestazioni di ieri. Ma chi sono i suoi leader? Se lo chiede Mehdi Khalaji, analista del Washington Institute for Near East Policy. La sua tesi, esposta in un articolo per Foreign Policy, è che Mousavi, Karroubi e Khatami si siano ritrovati quasi «per caso, e loro malgrado», come «leader simbolici» del movimento di protesta, in realtà mantenendosi a una debita distanza. Più che guidare la piazza, la inseguono cercando di cavalcarla ma anche temendola. Questi leader «apparenti» sono tutti ex funzionari di alto livello della Repubblica islamica, ricorda Khalaji, che «vorrebbero mantenere in vita molta parte di essa», mentre «i dimostranti mirano a far cadere l'intero sistema di cui i loro leader fanno ancora parte».
«Nonostante siano lodati come modernizzatori», Mousavi e i suoi due colleghi «sono profondamente leali agli ideali dell'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e sostengono un sistema politico teocratico». Loro sono leader riformisti, mentre il popolo è «sovversivo». Se Mousavi fosse diventato presidente, sostiene Khalaji, non avrebbe modificato la posizione dell'Iran sul nucleare, o la sua politica estera, limitandosi ad introdurre riforme economico-sociali, e non politiche, all'interno dei principi della Repubblica islamica. «Come sono arrivati questi moderati alla guida di una rivoluzione? Per caso», secondo Khalaji, perché - spiega - erano gli unici cui il regime aveva permesso di candidarsi in alternativa alla rielezione di Ahmadinejad, ma nessuno di loro aveva previsto che dalle proteste di massa a seguito delle elezioni presidenziali del 12 giugno sarebbe sorto un movimento popolare.
Questi apparenti leader hanno avuto «un ruolo minore sia nella nascita che nell'organizzazione del movimento, ma sono stati catapultati alla sua testa da un'ondata spontanea e improvvisa», spiega l'analista del Washington Institute for Near East Policy. La differenza tra i leader dell'"Onda verde" e la gente nelle strade «si sta ampliando». «Mousavi e Khatami hanno ripetuto che il loro obiettivo è ritornare agli ideali di Khomenei e ai principi originali della Repubblica islamica», mentre «i manifestanti nelle strade sono consapevoli del fallimento delle riforme del passato e hanno poche speranze che la Repubblica islamica possa essere salvata». Essi ritengono che l'islamismo politico, l'esperimento di "democrazia islamica", sia ormai fallito e che sia tardi anche per un tentativo riformista calato dall'alto. L'ex presidente Khatami, in un recente discorso, riferisce Khalaji nel suo articolo, «ha cercato di distinguere i partecipanti alle attuali proteste, che rifiutano l'intero sistema esistente, e i suoi seguaci, che vogliono lavorare all'interno della struttura politica della Repubblica islamica».
«I veri leader di questo movimento, dunque - osserva Khalaji - sono studenti, donne, attivisti per i diritti umani e attivisti politici che non hanno alcun desiderio di operare in un regime teocratico, all'interno della cornice legale dell'attuale Costituzione». E il movimento di oggi, fa notare, è molto più ampio di quello riformista di Khatami degli anni '90, che non portò mai in strada più di 50 mila persone. «Ecco perché non solo il regime, ma anche i leader riformisti che pretendono di guidarlo, temono il successo del movimento verde. La democrazia in Iran - conclude Khalaji su Foreign Policy - emergerà solo attraverso una rottura con gli ideali di Khomeini e l'ideologia islamica, concetti ai quali i leader 'per caso' del movimento verde sono ancora leali».
Nonostante divieti e minacce, ieri il movimento di opposizione iraniano è tornato a protestare nelle strade. Ma lo ha fatto in un giorno particolare, il 4 novembre. L'anniversario - il trentesimo - dell'assalto all'ambasciata americana di Teheran, celebrato come sempre con un comizio di piazza convocato dal regime da cui si sono levati i soliti slogan antiamericani («Morte all'America»), quest'anno si è trasformato in un'occasione di protesta contro il regime, nelle persone della Guida Suprema Khamenei e del presidente Ahmadinejad. Un nuovo, palese sintomo della loro debolezza e della perdita di autorità dopo le contestate elezioni del 12 giugno scorso. Grandi manifestazioni hanno preso vita non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città come Shiraz, Isfahan, Tabriz, Kermanshah, Zahedan, Arak, Mazandaran e Rasht. Foto e video sui blog dei dissidenti testimoniano la folla e la repressione ancora una volta violenta da parte dei pasdaran e dalla milizia Bassiji, con arresti, pestaggi e spari sui dimostranti.
Un'altra giornata di imbarazzo per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, stretto tra l'esigenza di non mostrarsi insensibile alle manifestazioni di piazza ma anche di tenere aperta la porta del dialogo con la leadership della Repubblica islamica sul programma nucleare: «L'Iran deve scegliere. Per trent'anni - ha dichiarato ieri Obama - abbiamo ascoltato a cosa il governo iraniano è contrario; ora, il problema è quale tipo di futuro vuole. Il popolo americano ha grande rispetto per il popolo dell'Iran e la sua ricca storia. Il mondo continua ad essere testimone della sua richiesta di giustizia e della sua coraggiosa ricerca di diritti universali. E' tempo per il governo iraniano di decidere se vuole concentrarsi sul passato, o se fare quelle scelte che apriranno la porta a una maggiore opportunità, prosperità e giustizia per il suo popolo».
Ma ha anche aggiunto che gli Stati Uniti «cercano una relazione con la Repubblica islamica basata sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto» e che non intendono «interferire negli affari interni» iraniani. Il movimento di opposizione sembra percepire la difficoltà in cui si barcamena Obama, e a sua volta, a suo modo, gli chiede di decidere: «Obama, Obama, o stai con noi o contro di noi!», hanno gridato ieri i dimostranti in piazza, insieme ad altri slogan significativi come «Morte al dittatore», «Khamenei assassino, la sua leadership è finita», «Ambasciata russa covo di spie» (un'accusa rivolta dal regime a quella americana) e, infine, anche «l'Iran verde non vuole una bomba atomica».
The regime is using the Obama administration’s overweening desire to talk - and refusal to take "no" for an answer - as a way of deflecting any international pressure regarding its domestic crackdown. And the regime's strategy is succeeding. The longer the Obama administration plays this game, the more time the regime will have to crush its opponents while the West looks on in self-imposed impotence. Unpleasant as it may be for the president to hear, his policy is objectively aiding the Tehran regime and harming the opposition in their ongoing struggle. The chanters are right. The United States can either be with them or against them. Right now, President Obama is against them. But it’s not too late for him to switch sides.I negoziati sulla bozza dell'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero sono in una situazione di stallo, dopo la non risposta da parte di Teheran, che chiede modifiche sostanziali che eluderebbero ciò che l'Occidente cerca di ottenere dall'accordo, e dopo la recente chiusura di Khamenei. Per Ray Takeyh, studioso del Council on Foreign Relations, il regime sta usando i negoziati sul nucleare come «diversivo» e l'amministrazione Obama è «alle prese con l'enigma» iraniano dovendo «bilanciare le sue preoccupazioni per la proliferazione nucleare con le sue responsabilità morali» di fronte alle violazioni dei diritti umani. La protesta per la rielezione di Ahmadinejad è tutt'altro che sopita e il regime «vede il dialogo sul programma nucleare come un mezzo per mettere a tacere le critiche che il suo comportamento interno meriterebbe». L'Iran, prevede Takeyh nella sua analisi per il Washington Post, «cercherà senza dubbio di prolungare i negoziati accettando, e poi rigettando, gli accordi pattuiti e offrendo innumerevoli controproposte».
Robert Kagan
Gli Stati Uniti e i loro alleati devono decidere come reagire dinanzi a questa tattica «che nasce dal cinico desiderio di porre un freno all'opposizione impunemente». L'attenzione internazionale, osserva Takeyh, rimane concentrata sul programma nucleare, ma «lontano dal clamore la struttura e l'orientamento delle Guardie rivoluzionarie stanno cambiando», il regime sta rafforzando la propria «infrastruttura repressiva». Negli ultimi mesi, gli ex candidati dissidenti Karroubi e Mousavi «sono stati minacciati di arresto», le università sono state oggetto di «campagne di purificazione», gli attivisti della società civile condannati sulla base di processi-farsa. E' stata mobilitata «la macchina statale per una spietata purga» all'interno del sistema.
Nel tentativo di ristabilire la sua presa sul Paese, il regime «si muove ancora una volta in modo contraddittorio», spiega Takeyh: da una parte accusa gli oppositori di essere agenti dell'Occidente, dall'altra si mostra disponibile al dialogo con le potenze straniere. Così Teheran «si offrirà sporadicamente di discutere del nucleare per stimolare l'appetito delle potenze occidentali... nella speranza che un prolungato e inconcludente processo negoziale» le induca ad abbandonare il loro atteggiamento critico e le ipotesi di nuove sanzioni. Secondo lo studioso del Council on Foreign Relations, l'errore in cui l'Occidente ha perseverato nel trattare con l'Iran è stato porre il tema del nucleare al di sopra di ogni altro.
Il problema iraniano «non è limitato alle attività nucleari illecite, ed è incomprensibile che gli Stati Uniti e le altre nazioni possano concepire transazioni sul nucleare con un regime che mantiene legami con una vasta gamma di organizzazioni terroristiche e che attua una repressione interna brutale». L'ala dura del regime, conclude Takeyh sul Washington Post, «deve sapere che il prezzo per una simile condotta può essere la fine di qualsiasi dialogo con l'Occidente. Solo con una politica simile gli Stati Uniti possono perseguire i loro obiettivi strategici allo stesso tempo non rinunciando ai loro valori morali».
Dopo quasi sei mesi dalle proteste per la rielezione di Ahmadinejad e la brutale repressione, il movimento verde è forte «come non mai», come hanno dimostrato le manifestazioni di ieri. Ma chi sono i suoi leader? Se lo chiede Mehdi Khalaji, analista del Washington Institute for Near East Policy. La sua tesi, esposta in un articolo per Foreign Policy, è che Mousavi, Karroubi e Khatami si siano ritrovati quasi «per caso, e loro malgrado», come «leader simbolici» del movimento di protesta, in realtà mantenendosi a una debita distanza. Più che guidare la piazza, la inseguono cercando di cavalcarla ma anche temendola. Questi leader «apparenti» sono tutti ex funzionari di alto livello della Repubblica islamica, ricorda Khalaji, che «vorrebbero mantenere in vita molta parte di essa», mentre «i dimostranti mirano a far cadere l'intero sistema di cui i loro leader fanno ancora parte».
«Nonostante siano lodati come modernizzatori», Mousavi e i suoi due colleghi «sono profondamente leali agli ideali dell'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e sostengono un sistema politico teocratico». Loro sono leader riformisti, mentre il popolo è «sovversivo». Se Mousavi fosse diventato presidente, sostiene Khalaji, non avrebbe modificato la posizione dell'Iran sul nucleare, o la sua politica estera, limitandosi ad introdurre riforme economico-sociali, e non politiche, all'interno dei principi della Repubblica islamica. «Come sono arrivati questi moderati alla guida di una rivoluzione? Per caso», secondo Khalaji, perché - spiega - erano gli unici cui il regime aveva permesso di candidarsi in alternativa alla rielezione di Ahmadinejad, ma nessuno di loro aveva previsto che dalle proteste di massa a seguito delle elezioni presidenziali del 12 giugno sarebbe sorto un movimento popolare.
Questi apparenti leader hanno avuto «un ruolo minore sia nella nascita che nell'organizzazione del movimento, ma sono stati catapultati alla sua testa da un'ondata spontanea e improvvisa», spiega l'analista del Washington Institute for Near East Policy. La differenza tra i leader dell'"Onda verde" e la gente nelle strade «si sta ampliando». «Mousavi e Khatami hanno ripetuto che il loro obiettivo è ritornare agli ideali di Khomenei e ai principi originali della Repubblica islamica», mentre «i manifestanti nelle strade sono consapevoli del fallimento delle riforme del passato e hanno poche speranze che la Repubblica islamica possa essere salvata». Essi ritengono che l'islamismo politico, l'esperimento di "democrazia islamica", sia ormai fallito e che sia tardi anche per un tentativo riformista calato dall'alto. L'ex presidente Khatami, in un recente discorso, riferisce Khalaji nel suo articolo, «ha cercato di distinguere i partecipanti alle attuali proteste, che rifiutano l'intero sistema esistente, e i suoi seguaci, che vogliono lavorare all'interno della struttura politica della Repubblica islamica».
«I veri leader di questo movimento, dunque - osserva Khalaji - sono studenti, donne, attivisti per i diritti umani e attivisti politici che non hanno alcun desiderio di operare in un regime teocratico, all'interno della cornice legale dell'attuale Costituzione». E il movimento di oggi, fa notare, è molto più ampio di quello riformista di Khatami degli anni '90, che non portò mai in strada più di 50 mila persone. «Ecco perché non solo il regime, ma anche i leader riformisti che pretendono di guidarlo, temono il successo del movimento verde. La democrazia in Iran - conclude Khalaji su Foreign Policy - emergerà solo attraverso una rottura con gli ideali di Khomeini e l'ideologia islamica, concetti ai quali i leader 'per caso' del movimento verde sono ancora leali».
Friday, October 23, 2009
"Non hanno bisogno del nucleare per ucciderci". Intervista a Michael Ledeen
Su il Velino
Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».
Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
LEGGI TUTTO
UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.
Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.
Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».
Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
LEGGI TUTTO
UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.
Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.
Wednesday, September 30, 2009
Se 30 anni di tentativi di dialogo hanno fallito... regime change
Su il Velino
Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».
L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.
Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».
Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».
Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.
Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».
Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.
Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».
Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».
L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.
Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».
Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».
Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.
Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».
Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.
Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».
Tuesday, September 15, 2009
Ci penserà Israele
Come molti hanno in questi mesi pronosticato, alla fine a togliere le castagne dal fuoco del nucleare iraniano potrebbe essere Israele. Così la pensa anche Bret Stephens, il cui editoriale di oggi sul Wall Street Journal s'intitola: «Obama sta spingendo Israele verso la guerra».
La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".
L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.
Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.
«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».
La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".
L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.
Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.
«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».
Friday, September 11, 2009
Teheran non risponde, Usa e Ue pensano a sanzioni unilaterali
Il giudizio di Stati Uniti e Unione europea sul pacchetto di proposte presentato mercoledì dall'Iran al gruppo 5+1 è «negativo» e prende quota, quindi, l'ipotesi di sanzioni unilaterali Usa-Ue, non in ambito Onu, perché Russia e Cina rimangono contrarie. Il documento presentato da Teheran, infatti, sia per Washington che per Bruxelles «non risponde alle questioni chiave». L'Iran si offre di discutere di tutto, tranne di ciò che all'amministrazione Obama, e alla comunità internazionale, sta veramente a cuore: il suo programma nucleare.
Gli iraniani propongono addirittura un piano globale per il disarmo nucleare e la nonproliferazione, forme di cooperazione sull'Afghanistan, sull'energia e sul commercio, sulla lotta al terrorismo, al traffico di droghe, all'immigrazione illegale e al crimine organizzato. Su tutto, insomma, sono pronti a «negoziati onnicomprensivi e costruttivi». Ma il documento, intitolato "Cooperazione per la pace, la giustizia e il progresso", di cui il sito web ProPublica ha diffuso una copia, non contiene alcuna novità rispetto alle argomentazioni con le quali Teheran risponde da anni alle preoccupazioni della comunità internazionale circa il suo programma nucleare.
D'altra parte, non si può certo dire che i leader iraniani non l'avessero già fatto capire in precedenza. Il documento sembra rispecchiare alla perfezione la posizione ribadita solo pochi giorni fa dal presidente Ahmadinejad, che dichiarava «chiusa» la questione del nucleare iraniano e che rilanciava, invece, il dialogo su tutte le principali «sfide globali che sono di fronte all'umanità». Un evidente tentativo da parte di Teheran di essere accettata nel consesso delle grandi potenze, per vedersi a sua volta legittimata come grande potenza. E oggi è intervenuta anche la Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, facendo del "no" a qualsiasi cedimento sul nucleare una questione di sopravvivenza stessa del regime. «Bisogna restare fermi sulle posizioni per difendere il diritto al nucleare. Qualsiasi compromesso sui diritti della nazione, che riguardi il nucleare o altro, equivarrebbe al declino politico».
Eppure, Amir Taheri, sul New York Post, ancora non esclude la possibilità di una risposta positiva - sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo - da parte di Teheran alla mano tesa di Obama. In fondo, è il suo ragionamento, un anno o due di negoziati con Obama sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
Per adesso, in attesa del discorso di Ahmadinejad all'apertura della nuova sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, c'è il documento fatto pervenire da Teheran alle potenze del 5+1. Ed è «inadeguato» secondo la Casa Bianca, perché «non risponde veramente alla nostra preoccupazione centrale, che riguarda le ambizioni nucleari iraniane», spiegava ieri un portavoce del Dipartimento di Stato Usa. Ma anche quello giunto oggi dall'Europa è un «giudizio molto negativo». Il documento «non contiene nulla di nuovo», mentre «l'Iran sta intensamente progredendo con il suo programma nucleare», osservano fonti diplomatiche europee.
A questo punto, rivelano le stesse fonti, l'Ue dovrà considerare come sostenere l'azione degli Usa, tenendo conto che Russia e Cina non sembrano propense ad adottare nuove sanzioni. Tradotto, vuol dire che l'Europa sarebbe pronta ad adottare nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran, anche se in accordo solo con gli Stati Uniti e non in ambito Onu, dove permane il "no" di Russia e Cina, membri del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Sembra improbabile, comunque, visti gli enormi interessi energetici ed economici coinvolti, che tra i 27 emerga un consenso per un embargo sulle esportazioni in Iran di prodotti raffinati come benzina e gasolio, come invece si ipotizza a Washington.
Il documento iraniano dev'essere ritenuto debole anche da Mosca, se oggi il presidente russo Putin è intervenuto - oltre che per ribadire il "no" della Russia a nuove sanzioni e l'inaccettabilità di un eventuale attacco militare contro l'Iran - per esortare gli iraniani a collaborare. L'Iran, ha spiegato Putin, ha diritto al nucleare civile, ma «deve capire in quale regione del mondo» si trova, e quindi «deve dimostrarsi responsabile e tenere conto delle preoccupazioni di Israele. Intendo dire - ha precisato Putin - che sul programma nucleare deve dare prova di contenimento».
Gli iraniani propongono addirittura un piano globale per il disarmo nucleare e la nonproliferazione, forme di cooperazione sull'Afghanistan, sull'energia e sul commercio, sulla lotta al terrorismo, al traffico di droghe, all'immigrazione illegale e al crimine organizzato. Su tutto, insomma, sono pronti a «negoziati onnicomprensivi e costruttivi». Ma il documento, intitolato "Cooperazione per la pace, la giustizia e il progresso", di cui il sito web ProPublica ha diffuso una copia, non contiene alcuna novità rispetto alle argomentazioni con le quali Teheran risponde da anni alle preoccupazioni della comunità internazionale circa il suo programma nucleare.
D'altra parte, non si può certo dire che i leader iraniani non l'avessero già fatto capire in precedenza. Il documento sembra rispecchiare alla perfezione la posizione ribadita solo pochi giorni fa dal presidente Ahmadinejad, che dichiarava «chiusa» la questione del nucleare iraniano e che rilanciava, invece, il dialogo su tutte le principali «sfide globali che sono di fronte all'umanità». Un evidente tentativo da parte di Teheran di essere accettata nel consesso delle grandi potenze, per vedersi a sua volta legittimata come grande potenza. E oggi è intervenuta anche la Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, facendo del "no" a qualsiasi cedimento sul nucleare una questione di sopravvivenza stessa del regime. «Bisogna restare fermi sulle posizioni per difendere il diritto al nucleare. Qualsiasi compromesso sui diritti della nazione, che riguardi il nucleare o altro, equivarrebbe al declino politico».
Eppure, Amir Taheri, sul New York Post, ancora non esclude la possibilità di una risposta positiva - sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo - da parte di Teheran alla mano tesa di Obama. In fondo, è il suo ragionamento, un anno o due di negoziati con Obama sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
Per adesso, in attesa del discorso di Ahmadinejad all'apertura della nuova sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, c'è il documento fatto pervenire da Teheran alle potenze del 5+1. Ed è «inadeguato» secondo la Casa Bianca, perché «non risponde veramente alla nostra preoccupazione centrale, che riguarda le ambizioni nucleari iraniane», spiegava ieri un portavoce del Dipartimento di Stato Usa. Ma anche quello giunto oggi dall'Europa è un «giudizio molto negativo». Il documento «non contiene nulla di nuovo», mentre «l'Iran sta intensamente progredendo con il suo programma nucleare», osservano fonti diplomatiche europee.
A questo punto, rivelano le stesse fonti, l'Ue dovrà considerare come sostenere l'azione degli Usa, tenendo conto che Russia e Cina non sembrano propense ad adottare nuove sanzioni. Tradotto, vuol dire che l'Europa sarebbe pronta ad adottare nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran, anche se in accordo solo con gli Stati Uniti e non in ambito Onu, dove permane il "no" di Russia e Cina, membri del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Sembra improbabile, comunque, visti gli enormi interessi energetici ed economici coinvolti, che tra i 27 emerga un consenso per un embargo sulle esportazioni in Iran di prodotti raffinati come benzina e gasolio, come invece si ipotizza a Washington.
Il documento iraniano dev'essere ritenuto debole anche da Mosca, se oggi il presidente russo Putin è intervenuto - oltre che per ribadire il "no" della Russia a nuove sanzioni e l'inaccettabilità di un eventuale attacco militare contro l'Iran - per esortare gli iraniani a collaborare. L'Iran, ha spiegato Putin, ha diritto al nucleare civile, ma «deve capire in quale regione del mondo» si trova, e quindi «deve dimostrarsi responsabile e tenere conto delle preoccupazioni di Israele. Intendo dire - ha precisato Putin - che sul programma nucleare deve dare prova di contenimento».
Friday, August 07, 2009
Usa-Iran, come sta cambiando la politica di Obama
Dopo le "carote", settembre potrebbe essere il mese del "bastone"
La principale svolta di Obama nella politica estera americana, l'apertura al dialogo con l'Iran, è stata travolta dagli eventi in soli sei mesi. La crisi politica scoppiata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad - lungi dall'essere superata - rende prossime allo zero le già esigue possibilità di risposta positiva da parte di Teheran. Ancor più di prima, infatti, la paranoia del nemico esterno, la corsa all'atomica e la chiusura verso qualsiasi compromesso con il "Grande Satana", saranno per Khamenei e Ahmadinejad strumenti irrinunciabili per ricompattare il regime e rinsaldare il loro potere. A meno che Ahmadinejad non sia tentato dal calcolo ipotizzato qualche giorno fa da Amir Taheri.
A Washington sono consapevoli della mutata situazione. Tra l'altro, ad una lettera personale che secondo il Washington Times il presidente Obama avrebbe segretamente inviato ad Ali Khamenei agli inizi di maggio, la Guida Suprema, rivela il New York Times, avrebbe risposto in modo «deludente». Ufficialmente le porte rimangono aperte, ma Obama si aspetta una risposta entro la fine dell'anno e sono allo studio i passi successivi nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran. Il piano "B", nel caso in cui la diplomazia fallisse, non prevede solo nuove sanzioni, ma anche l'opzione militare.
La mattina del 3 agosto il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presieduto una videoconferenza con 20 funzionari del Dipartimento di Stato in servizio in sei località del mondo elette «punti di osservazione» privilegiati sull'Iran. Gli «occhi e le orecchie» dell'America sulla Repubblica islamica. Tra i funzionari è emerso un ampio consenso nel ritenere che la crisi in corso indurrà Teheran a concentrarsi sulla politica interna piuttosto che sulle sue relazioni bi e multilaterali. La Clinton ha ribadito la volontà americana di aprire con gli iraniani un «canale bilaterale», ma ha tenuto a sottolineare di aver «più volte ripetuto che in assenza di una risposta positiva da parte del governo iraniano la comunità internazionale si consulterà sui prossimi passi, e certamente i prossimi passi possono includere sanzioni».
Ma non è l'unico segnale che l'amministrazione Obama ritiene che si siano affievolite, se non del tutto azzerate, le possibilità di una risposta in tempi brevi da parte iraniana alla sua offerta di "engagement". Durante la sua visita in Israele della settimana scorsa, il segretario alla Difesa Gates ha delineato la tempistica Usa: l'Iran ha più o meno fino all'Assemblea generale Onu di metà settembre per rispondere positivamente all'offerta di negoziati bilaterali o multilaterali sul suo programma nucleare, dopo di che scatterà il tentativo di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. E' improbabile che Russia e Cina saranno d'accordo, ma gli Usa sembrano intenzionati a ottenere un regime più aggressivo di sanzioni, per aumentare la pressione e spingere l'Iran a rispondere all'offerta di dialogo, nonché per dissuadere Israele dall'agire unilateralmente.
L'amministrazione Obama in ogni caso non sembrerebbe affatto essersi rassegnata a un Iran nucleare, come aveva fatto credere l'incauta uscita di Hillary Clinton sull'«ombrello difensivo» da offrire ai Paesi arabi e del Golfo, che ha indotto molti a pensare che Obama non considerasse più inaccettabile l'atomica iraniana e che si preparasse al contenimento e alla deterrenza - linea dei realisti Scowcroft e Brzezinski, secondo cui l'Iran può essere contenuto come si è fatto con l'Urss. Una delle opzioni è quella definita dall'analista della Brookings Institution, Kenneth Pollack, «Leave it to Bibi», cioè lasciare che sia Israele ad attaccare gli impianti nucleari iraniani. Ma il messaggio recapitato da Gates ai leader israeliani sembra essere esattamente il contrario.
Secondo fonti militari e di intelligence israeliane, infatti, il segretario alla Difesa Usa avrebbe assicurato a Israele che, oltre a nuove e più dure sanzioni, l'amministrazione Obama è tornata a considerare, sia pure come ultima risorsa, l'opzione militare unilaterale contro l'Iran. Ma gli Usa avrebbero anche chiesto allo stato ebraico di lasciare che siano loro ad occuparsene. Ad avvalorare il ritorno dell'opzione militare sul tavolo, la notizia che il Pentagono sta cercando di ottenere dal Congresso i fondi necessari per accelerare il programma di costruzione della Massive Ordnance Penetrator. Una bomba da 13,6 tonnellate, che trasportata dai bombardieri invisibili ai radar B-2 sarebbe in grado di distruggere i bunker sotterranei penetrando a una profondità di 60 metri prima di esplodere.
Oggi, sul Wall Street Journal, il generale Chuck Wald ha contestato le convinzioni diffuse secondo cui le forze armate Usa sarebbero troppo «stressate», che non disporrebbero di un'adeguata intelligence per individuare i siti nucleari iraniani, né di armi in grado di distruggere i bunker sotterranei. «Se le pressioni diplomatiche ed economiche falliscono - assicura - quella militare è un’opzione tecnicamente fattibile e credibile».
La principale svolta di Obama nella politica estera americana, l'apertura al dialogo con l'Iran, è stata travolta dagli eventi in soli sei mesi. La crisi politica scoppiata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad - lungi dall'essere superata - rende prossime allo zero le già esigue possibilità di risposta positiva da parte di Teheran. Ancor più di prima, infatti, la paranoia del nemico esterno, la corsa all'atomica e la chiusura verso qualsiasi compromesso con il "Grande Satana", saranno per Khamenei e Ahmadinejad strumenti irrinunciabili per ricompattare il regime e rinsaldare il loro potere. A meno che Ahmadinejad non sia tentato dal calcolo ipotizzato qualche giorno fa da Amir Taheri.
A Washington sono consapevoli della mutata situazione. Tra l'altro, ad una lettera personale che secondo il Washington Times il presidente Obama avrebbe segretamente inviato ad Ali Khamenei agli inizi di maggio, la Guida Suprema, rivela il New York Times, avrebbe risposto in modo «deludente». Ufficialmente le porte rimangono aperte, ma Obama si aspetta una risposta entro la fine dell'anno e sono allo studio i passi successivi nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran. Il piano "B", nel caso in cui la diplomazia fallisse, non prevede solo nuove sanzioni, ma anche l'opzione militare.
La mattina del 3 agosto il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presieduto una videoconferenza con 20 funzionari del Dipartimento di Stato in servizio in sei località del mondo elette «punti di osservazione» privilegiati sull'Iran. Gli «occhi e le orecchie» dell'America sulla Repubblica islamica. Tra i funzionari è emerso un ampio consenso nel ritenere che la crisi in corso indurrà Teheran a concentrarsi sulla politica interna piuttosto che sulle sue relazioni bi e multilaterali. La Clinton ha ribadito la volontà americana di aprire con gli iraniani un «canale bilaterale», ma ha tenuto a sottolineare di aver «più volte ripetuto che in assenza di una risposta positiva da parte del governo iraniano la comunità internazionale si consulterà sui prossimi passi, e certamente i prossimi passi possono includere sanzioni».
Ma non è l'unico segnale che l'amministrazione Obama ritiene che si siano affievolite, se non del tutto azzerate, le possibilità di una risposta in tempi brevi da parte iraniana alla sua offerta di "engagement". Durante la sua visita in Israele della settimana scorsa, il segretario alla Difesa Gates ha delineato la tempistica Usa: l'Iran ha più o meno fino all'Assemblea generale Onu di metà settembre per rispondere positivamente all'offerta di negoziati bilaterali o multilaterali sul suo programma nucleare, dopo di che scatterà il tentativo di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. E' improbabile che Russia e Cina saranno d'accordo, ma gli Usa sembrano intenzionati a ottenere un regime più aggressivo di sanzioni, per aumentare la pressione e spingere l'Iran a rispondere all'offerta di dialogo, nonché per dissuadere Israele dall'agire unilateralmente.
L'amministrazione Obama in ogni caso non sembrerebbe affatto essersi rassegnata a un Iran nucleare, come aveva fatto credere l'incauta uscita di Hillary Clinton sull'«ombrello difensivo» da offrire ai Paesi arabi e del Golfo, che ha indotto molti a pensare che Obama non considerasse più inaccettabile l'atomica iraniana e che si preparasse al contenimento e alla deterrenza - linea dei realisti Scowcroft e Brzezinski, secondo cui l'Iran può essere contenuto come si è fatto con l'Urss. Una delle opzioni è quella definita dall'analista della Brookings Institution, Kenneth Pollack, «Leave it to Bibi», cioè lasciare che sia Israele ad attaccare gli impianti nucleari iraniani. Ma il messaggio recapitato da Gates ai leader israeliani sembra essere esattamente il contrario.
Secondo fonti militari e di intelligence israeliane, infatti, il segretario alla Difesa Usa avrebbe assicurato a Israele che, oltre a nuove e più dure sanzioni, l'amministrazione Obama è tornata a considerare, sia pure come ultima risorsa, l'opzione militare unilaterale contro l'Iran. Ma gli Usa avrebbero anche chiesto allo stato ebraico di lasciare che siano loro ad occuparsene. Ad avvalorare il ritorno dell'opzione militare sul tavolo, la notizia che il Pentagono sta cercando di ottenere dal Congresso i fondi necessari per accelerare il programma di costruzione della Massive Ordnance Penetrator. Una bomba da 13,6 tonnellate, che trasportata dai bombardieri invisibili ai radar B-2 sarebbe in grado di distruggere i bunker sotterranei penetrando a una profondità di 60 metri prima di esplodere.
Oggi, sul Wall Street Journal, il generale Chuck Wald ha contestato le convinzioni diffuse secondo cui le forze armate Usa sarebbero troppo «stressate», che non disporrebbero di un'adeguata intelligence per individuare i siti nucleari iraniani, né di armi in grado di distruggere i bunker sotterranei. «Se le pressioni diplomatiche ed economiche falliscono - assicura - quella militare è un’opzione tecnicamente fattibile e credibile».
Tuesday, August 04, 2009
L'Iran da dittatura clericale a militare
L'investitura ufficiale di Ahmadinejad sembra segnare il passaggio della Repubblica islamica da una dittatura clericale a una dittatura militare. Il potere reale è sempre più nelle mani delle Guardie rivoluzionarie e degli apparati militari e di sicurezza del regime piuttosto che del clero, che però non rinuncia a lanciare la sua sfida al presidente rieletto e a chi ne ha permesso la rielezione, ossia la Guida Suprema, Ali Khamenei. Il regime iraniano cambia volto, perde la sua fonte di legittimazione religiosa, e si trasforma in una qualunque dittatura militare del Terzo mondo, che si regge solo sulla forza bruta. Il regime ha ancora il pieno controllo del Paese, ma solo grazie alle Guardie rivoluzionarie e alla milizia Bassij, non grazie al prestigio e all'autorità della Guida Suprema.
Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.
A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.
Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.
Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.
Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.
Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.
A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.
Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.
Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.
Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.
Friday, July 17, 2009
Rafsanjani rilancia la sua sfida
Devo correggermi. Il sermone pronunciato oggi all'Università di Teheran dall'ex presidente e ayatollah Rafsanjani, per la prima volta dalle contestate elezioni presidenziali, non sembra affatto suggellare un compromesso tra il fronte moderato e "riformista" e la coppia Khamenei-Ahmadinejad. Neanche una tregua. Il problema politico rimane e Rafsanjani insiste, anzi rilancia la sua sfida alla Guida suprema, la rende pubblica, anche se il suo discorso segna l'istituzionalizzazione della crisi, con la conseguente marginalizzazione del movimento popolare, e richiama l'establishment all'unità e alla fratellanza per la salvaguardia della Repubblica islamica. Ma è il massimo che ci si poteva realisticamente aspettare. A scanso di equivoci, non stiamo parlando di una rivoluzione democratica, ma di uno scontro che prosegue, all'interno del sistema khomeinista, e che ha comunque ancor di più ridotto la sua legittimazione politica agli occhi degli iraniani e che nel medio-lungo termine potrebbe evolversi fino alla caduta del regime.
Il tentativo dell'ex presidente è di riconquistare uno spazio centrale nella struttura di potere e nella politica iraniana, di porsi come mediatore e riconciliatore, senza rinunciare ad attaccare i suoi rivali. Per questo, forse, il sermone non è stato trasmesso in diretta tv, ma solo alla radio. Nel passaggio politicamente più rilevante del suo sermone Rafsanjani critica il Consiglio dei Guardiani, che «non ha usato nel miglior modo possibile» il tempo supplementare concesso dalla Guida suprema per esaminare i ricorsi presentati dai candidati sconfitti, e cita l'Imam Khomeini, quando usava ricordare le parole del Profeta Maometto al successore Alì: «Se il popolo non ti vuole, non puoi essere Wali (guida, n.d.r.)». Un monito nei confronti del governo di Ahmadinejad, ma anche di Khamenei.
Quindi, propone la sua «soluzione» a quella che definisce una vera e propria «crisi» della Repubblica. Premette di essersi «consultato» con i membri del Consiglio degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento dell'Interesse del regime, lasciando intendere che non il Consiglio dei Guardiani, ma il Consiglio degli Esperti, di cui è presidente e sul quale può esercitare una maggiore influenza, è la sede istituzionale più qualificata a indicare la via verso la soluzione della crisi. Dopo le elezioni del 12 giugno si è creata una situazione «amara». «Un gran numero di iraniani nutre dubbi sul risultato delle elezioni», osserva Rafsanjani, sollecitando la «rimozione» di questi dubbi. «Il popolo iraniano ha perso la fiducia nel governo» e questa «fiducia» deve essere «riguadagnata», dice, elencando i suoi «suggerimenti». Innanzitutto, «dobbiamo tutti attenerci alla legge»; «dobbiamo creare le condizioni per cui ciascuno possa parlare»; «non si devono imporre vincoli ai mezzi d'informazione, entro i limiti della legge». Poi chiede di scarcerare i manifestanti arrestati durante le proteste («nella situazione attuale non è necessario avere persone in prigione, dovremmo permettere loro di tornare dalle loro famiglie») e di presentare le «condoglianze» alle famiglie che hanno sofferto delle vittime.
Rafsanjani non ci sta a lasciare campo libero a Khamenei e ad Ahmadinejad, ma i numerosi richiami al rispetto della legge, a «uscire da questa situazione solo attraverso le vie legali», e gli appelli al dialogo e all'unità indicano la sua lealtà al sistema khomeinista: «Siamo tutti membri di una famiglia e spero con questo sermone che possiamo attraversare questo periodo difficile che può essere definito una crisi». Insomma, la soluzione può e deve essere trovata secondo i principi della Repubblica islamica, non contro.
In un altro passaggio importante del suo sermone infatti si concentra sul ruolo del consenso popolare e sulle parole dell'Imam Khomeini. Per governare è «necessario» il consenso popolare, «senza di esso il governo non ha legittimità», sottolinea Rafsanjani ricordando come in Iran «il potere è in mano al popolo... tutte le istituzioni vengono elette dal popolo», per volere dell'Imam Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, che «ha sempre enfatizzato il ruolo del popolo». Facendo pesare la sua storia personale di fedeltà alla Repubblica e di protagonista della rivoluzione e della vita politica del paese al fianco di Khomeini, Rafsanjani trasforma il suo sermone in una vera e propria lezione sui fondamenti istituzionali della Repubblica islamica.
I commenti degli iraniani che si possono leggere in rete sono molto diversi tra loro. Alcuni sono molto contenti delle parole di Rafsanjani; altri sorpresi, conoscendo la sua proverbiale cautela, ma avrebbero voluto che andasse oltre; altri ancora sono rimasti delusi e credono che abbia "liquidato" il popolo. La storia politica di Rafsanjani è fatta di opportunismi e ambiguità. Ha sempre evitato di assumere posizioni che limitassero i suoi spazi di manovra e anche oggi ha tenuto fede al suo tatticismo, ma questa volta sembra intenzionato a contrastare - sia pure con i suoi metodi e credendo di salvaguardare al meglio i principi della rivoluzione khomeinista - la totale conquista del potere da parte di Khamenei, Ahmadinejad e delle Guardie rivoluzionarie.
UPDATE: Il testo in inglese del sermone (fonte: Cfr.org).
Il tentativo dell'ex presidente è di riconquistare uno spazio centrale nella struttura di potere e nella politica iraniana, di porsi come mediatore e riconciliatore, senza rinunciare ad attaccare i suoi rivali. Per questo, forse, il sermone non è stato trasmesso in diretta tv, ma solo alla radio. Nel passaggio politicamente più rilevante del suo sermone Rafsanjani critica il Consiglio dei Guardiani, che «non ha usato nel miglior modo possibile» il tempo supplementare concesso dalla Guida suprema per esaminare i ricorsi presentati dai candidati sconfitti, e cita l'Imam Khomeini, quando usava ricordare le parole del Profeta Maometto al successore Alì: «Se il popolo non ti vuole, non puoi essere Wali (guida, n.d.r.)». Un monito nei confronti del governo di Ahmadinejad, ma anche di Khamenei.
Quindi, propone la sua «soluzione» a quella che definisce una vera e propria «crisi» della Repubblica. Premette di essersi «consultato» con i membri del Consiglio degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento dell'Interesse del regime, lasciando intendere che non il Consiglio dei Guardiani, ma il Consiglio degli Esperti, di cui è presidente e sul quale può esercitare una maggiore influenza, è la sede istituzionale più qualificata a indicare la via verso la soluzione della crisi. Dopo le elezioni del 12 giugno si è creata una situazione «amara». «Un gran numero di iraniani nutre dubbi sul risultato delle elezioni», osserva Rafsanjani, sollecitando la «rimozione» di questi dubbi. «Il popolo iraniano ha perso la fiducia nel governo» e questa «fiducia» deve essere «riguadagnata», dice, elencando i suoi «suggerimenti». Innanzitutto, «dobbiamo tutti attenerci alla legge»; «dobbiamo creare le condizioni per cui ciascuno possa parlare»; «non si devono imporre vincoli ai mezzi d'informazione, entro i limiti della legge». Poi chiede di scarcerare i manifestanti arrestati durante le proteste («nella situazione attuale non è necessario avere persone in prigione, dovremmo permettere loro di tornare dalle loro famiglie») e di presentare le «condoglianze» alle famiglie che hanno sofferto delle vittime.
Rafsanjani non ci sta a lasciare campo libero a Khamenei e ad Ahmadinejad, ma i numerosi richiami al rispetto della legge, a «uscire da questa situazione solo attraverso le vie legali», e gli appelli al dialogo e all'unità indicano la sua lealtà al sistema khomeinista: «Siamo tutti membri di una famiglia e spero con questo sermone che possiamo attraversare questo periodo difficile che può essere definito una crisi». Insomma, la soluzione può e deve essere trovata secondo i principi della Repubblica islamica, non contro.
In un altro passaggio importante del suo sermone infatti si concentra sul ruolo del consenso popolare e sulle parole dell'Imam Khomeini. Per governare è «necessario» il consenso popolare, «senza di esso il governo non ha legittimità», sottolinea Rafsanjani ricordando come in Iran «il potere è in mano al popolo... tutte le istituzioni vengono elette dal popolo», per volere dell'Imam Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, che «ha sempre enfatizzato il ruolo del popolo». Facendo pesare la sua storia personale di fedeltà alla Repubblica e di protagonista della rivoluzione e della vita politica del paese al fianco di Khomeini, Rafsanjani trasforma il suo sermone in una vera e propria lezione sui fondamenti istituzionali della Repubblica islamica.
«Abbiamo organizzato lo Stato prendendo come punto di riferimento la volontà del popolo. Ecco perché è il popolo che elegge l'Assemblea degli Esperti, che a sua volta elegge la Guida, così come il popolo elegge il Parlamento ed è il popolo che deve scegliere il presidente... Se l'elemento islamico e quello repubblicano della rivoluzione non sono preservati, ciò significa che abbiamo dimenticato i principi della rivoluzione».Ovviamente Rafsanjani non ci convincerà mai che l'Iran degli ayatollah è una democrazia, ma è chiaro - ed è ciò che qui ci interessa - chi tra le righe sta accusando di tradire la rivoluzione.
I commenti degli iraniani che si possono leggere in rete sono molto diversi tra loro. Alcuni sono molto contenti delle parole di Rafsanjani; altri sorpresi, conoscendo la sua proverbiale cautela, ma avrebbero voluto che andasse oltre; altri ancora sono rimasti delusi e credono che abbia "liquidato" il popolo. La storia politica di Rafsanjani è fatta di opportunismi e ambiguità. Ha sempre evitato di assumere posizioni che limitassero i suoi spazi di manovra e anche oggi ha tenuto fede al suo tatticismo, ma questa volta sembra intenzionato a contrastare - sia pure con i suoi metodi e credendo di salvaguardare al meglio i principi della rivoluzione khomeinista - la totale conquista del potere da parte di Khamenei, Ahmadinejad e delle Guardie rivoluzionarie.
UPDATE: Il testo in inglese del sermone (fonte: Cfr.org).
Thursday, July 16, 2009
Il sermone del compromesso
Mousavi ha confermato la sua presenza alla preghiera del venerdì all'università di Teheran, che sarà condotta, per la prima volta dalle contestate presidenziali, da Rafsanjani, l'ex presidente che molto si è dato da fare dietro le quinte per portare il clero di Qom su posizioni ostili alla coppia Khamenei-Ahmadinejad. Il suo sermone di domani dovrebbe sancire però il definitivo compromesso, o per lo meno una tregua duratura, tra le due fazioni del regime. Ai segnali di cui parlavamo due giorni fa, si aggiungono oggi i retroscena - non saprei dire quanto attendibili - di alcuni media arabi di proprietà saudita. Secondo fonti iraniane "ufficiali" citate dal quotidiano al Sharq al Awsat e dalla tv satellitare al Arabiya, subito dopo la preghiera sarebbe stato autorizzato un corteo guidato da Rafsanjani, Mousavi e dall'ex presidente Khatami.
Mi sembra ipotesi al quanto improbabile, ma secondo le stesse fonti suggellerebbe il compromesso che si sta profilando a Teheran: verrebbe autorizzata la formazione di un largo "Fronte d'opposizione moderata" guidato dal candidato sconfitto, Mousavi, e sostenuto dai due ex presidenti, Rafsanjani e Khatami, «in modo da garantire un ombrello politico [leale al regime, n.d.r.] per tutte le forme di dissenso». In cambio, il Fronte dovrebbe riconoscere «la legittimità del governo di Ahamdinejad». Su sollecitazione degli ayatollah di Qom verrebbero inoltre rilasciate «tutte le persone arrestate» durante gli scontri e verrebbe aperta «un'indagine su larga scala per punire i responsabili della repressione» - cose ancor più improbabili. Anzi, secondo una fonte "governativa" citata sempre da al Sharq al Awsat, sarà lo stesso Rafsanjani nel suo sermone a chiedere di «punire i responsabili delle repressioni avvenute durante le manifestazioni di protesta e di aprire una inchiesta su larga scala» e a insistere perché «non si ripeta mai più la brutalità» contro i manifestanti.
Il fratello di Rafsanjani, Mohammed Hashimi, citato dal quotidiano arabo, avrebbe spiegato che «le condizioni politiche e sociali per la formazione di un Fronte sono ormai mature perché coloro che hanno votato per Mousavi rappresentano una forza enorme» tra «le elite universitarie e gli studenti». Il quotidiano conservatore Sarmaya, citato dalla tv al Arabiya, scrive che «se Mousavi riconosce la legittimità del governo e chiede l'autorizzazione per formare un suo partito, sarà un passo positivo che accoglieremo». Staremo a vedere.
Intanto, da Washington giunge una conferma della linea dell'amministrazione Obama (condanna della repressione, ma mano tesa a Teheran), anche se il trascorrere del tempo senza risposte sembra rendere più ultimativi i toni dell'offerta da parte americana. Ieri, parlando al Council on Foreign Relations, Hillary Clinton ha ammonito l'Iran e gli altri avversari degli Stati Uniti di «non interpretate la volontà americana di dialogare come un segno di debolezza». E se il segretario di Stato ha sentito l'esigenza di chiarirlo esplicitamente, vuol dire che il rischio concreto che le aperture vengano intepretate come debolezza esiste davvero. Dopo aver definito «inaccettabile» la repressione, la Clinton ha spiegato anche che la scelta che ha di fronte l'Iran «è chiara»: «Noi rimaniamo pronti a negoziare con l'Iran, ma il momento di agire è questo». Negli ultimi tempi l'amministrazione Obama sta enfatizzando sempre di più il fatto che «l'opportunità non rimarrà aperta all'infinito».
La Clinton ha anche voluto chiarire che pur avendo scelto di aprire un momento della diplomazia, l'amministrazione rimane pronta a usare la forza: «Non esiteremo a difendere i nostri amici e noi stessi vigorosamente quando necessario, con l'esercito più forte del mondo. Non è un'opzione che cerchiamo, né una minaccia, ma una promessa al popolo americano». Un altro messaggio all'indirizzo di Teheran.
«A parte il fatto che con questo regime non ci si può fidare di negoziare nulla - commenta oggi il Wall Street Journal - più immediatamente evidente è che milioni di iraniani si rifiutano di accettare i "leader" della "Repubblica islamica" (parole della Clinton) che l'amministrazione così ansiosamente mira a coinvolgere... Perché Washington ha fretta di conferire il riconoscimento americano e internazionale a un regime che non gode della legittimazione del suo stesso popolo?». Anche il WSJ volge «occhi e orecchie» al sermone di venerdì: Rafsanjani «si opporrà apertamente al regime, o cercherà di porre fine alla faida interna?». Penso che ormai rimangano pochi dubbi: la seconda.
Mi sembra ipotesi al quanto improbabile, ma secondo le stesse fonti suggellerebbe il compromesso che si sta profilando a Teheran: verrebbe autorizzata la formazione di un largo "Fronte d'opposizione moderata" guidato dal candidato sconfitto, Mousavi, e sostenuto dai due ex presidenti, Rafsanjani e Khatami, «in modo da garantire un ombrello politico [leale al regime, n.d.r.] per tutte le forme di dissenso». In cambio, il Fronte dovrebbe riconoscere «la legittimità del governo di Ahamdinejad». Su sollecitazione degli ayatollah di Qom verrebbero inoltre rilasciate «tutte le persone arrestate» durante gli scontri e verrebbe aperta «un'indagine su larga scala per punire i responsabili della repressione» - cose ancor più improbabili. Anzi, secondo una fonte "governativa" citata sempre da al Sharq al Awsat, sarà lo stesso Rafsanjani nel suo sermone a chiedere di «punire i responsabili delle repressioni avvenute durante le manifestazioni di protesta e di aprire una inchiesta su larga scala» e a insistere perché «non si ripeta mai più la brutalità» contro i manifestanti.
Il fratello di Rafsanjani, Mohammed Hashimi, citato dal quotidiano arabo, avrebbe spiegato che «le condizioni politiche e sociali per la formazione di un Fronte sono ormai mature perché coloro che hanno votato per Mousavi rappresentano una forza enorme» tra «le elite universitarie e gli studenti». Il quotidiano conservatore Sarmaya, citato dalla tv al Arabiya, scrive che «se Mousavi riconosce la legittimità del governo e chiede l'autorizzazione per formare un suo partito, sarà un passo positivo che accoglieremo». Staremo a vedere.
Intanto, da Washington giunge una conferma della linea dell'amministrazione Obama (condanna della repressione, ma mano tesa a Teheran), anche se il trascorrere del tempo senza risposte sembra rendere più ultimativi i toni dell'offerta da parte americana. Ieri, parlando al Council on Foreign Relations, Hillary Clinton ha ammonito l'Iran e gli altri avversari degli Stati Uniti di «non interpretate la volontà americana di dialogare come un segno di debolezza». E se il segretario di Stato ha sentito l'esigenza di chiarirlo esplicitamente, vuol dire che il rischio concreto che le aperture vengano intepretate come debolezza esiste davvero. Dopo aver definito «inaccettabile» la repressione, la Clinton ha spiegato anche che la scelta che ha di fronte l'Iran «è chiara»: «Noi rimaniamo pronti a negoziare con l'Iran, ma il momento di agire è questo». Negli ultimi tempi l'amministrazione Obama sta enfatizzando sempre di più il fatto che «l'opportunità non rimarrà aperta all'infinito».
La Clinton ha anche voluto chiarire che pur avendo scelto di aprire un momento della diplomazia, l'amministrazione rimane pronta a usare la forza: «Non esiteremo a difendere i nostri amici e noi stessi vigorosamente quando necessario, con l'esercito più forte del mondo. Non è un'opzione che cerchiamo, né una minaccia, ma una promessa al popolo americano». Un altro messaggio all'indirizzo di Teheran.
«A parte il fatto che con questo regime non ci si può fidare di negoziare nulla - commenta oggi il Wall Street Journal - più immediatamente evidente è che milioni di iraniani si rifiutano di accettare i "leader" della "Repubblica islamica" (parole della Clinton) che l'amministrazione così ansiosamente mira a coinvolgere... Perché Washington ha fretta di conferire il riconoscimento americano e internazionale a un regime che non gode della legittimazione del suo stesso popolo?». Anche il WSJ volge «occhi e orecchie» al sermone di venerdì: Rafsanjani «si opporrà apertamente al regime, o cercherà di porre fine alla faida interna?». Penso che ormai rimangano pochi dubbi: la seconda.
Tuesday, July 14, 2009
Attesa per il sermone di Rafsanjani: vietato illudersi
Durante tutta la crisi post-elettorale in Iran l'ex presidente "pragmatico" e ayatollah Rafsanjani si è mosso con discrezione dietro le quinte del regime per portare dalla sua parte - quindi contro Khamenei e Ahmadinejad - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom. Rafsanjani presiede quel Consiglio degli Esperti che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema. L'ex presidente non si è ancora complimentato con il presidente rieletto e ha disertato il sermone dell'ayatollah Khamenei. Ma quando per la prima volta ha finalmente rotto il suo silenzio le sue parole sono sembrate in sintonia con quelle di Khamenei, tanto da far pensare che il suo tentativo di fronda interna fosse fallito e che stesse per accettare un compromesso. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, Rafsanjani auspicava che le contestazioni fossero esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Questa settimana spetterà proprio a Rafsanjani condurre la preghiera del venerdì presso l'Università di Teheran, la stessa da dove, il 19 giugno scorso, Khamenei ha dato la sua benedizione alla rielezione di Ahmadinejad, ordinando la fine delle manifestazioni. Cresce quindi l'attesa per il sermone di colui che sarebbe (o sarebbe stato) il principale sponsor politico di Mousavi, e che ora ha l'occasione di chiarire la sua posizione pubblicamente. Gli attivisti dell'Onda verde sperano e già circolano su internet volantini nei quali si convoca il movimento per la preghiera di venerdì all'Università. Lo stesso Mousavi, l'altro candidato sconfitto Karroubi e l'ex presidente Khatami dovrebbero presenziare al sermone, anche se non ci sono ancora comunicazioni ufficiali. E' probabile che i tre non scioglieranno le proprie riserve prima di aver avuto dallo stesso Rafsanjani anticipazioni sul suo sermone.
Rilancerà, questa volta in pubblico, la sua sfida a Khamenei e ad Ahmadinejad, o sancirà la sua personale tregua? Niente illusioni. A giudicare dall'ultima, e unica finora, dichiarazione di Rafsanjani, e dalle parole usate dal sito di cui il figlio è direttore, Ayandeh News, che parla del sermone come di «un'occasione per la riappacificazione tra gli insoddisfatti e il sistema politico», i militanti dell'Onda verde rischiano di rimanere molto delusi. Piuttosto che rilanciare, è più probabile che Rafsanjani punti a ribadire l'adesione sua personale, e dei settori moderati e pragmatici a lui vicini, ai principi e ai valori della Repubblica islamica e a lanciare un appello alla riconciliazione, offrendo anche agli oppositori Mousavi e Karroubi un'occasione per rientrare nei ranghi. Difficile dire quanto possa essere duraturo il compromesso tra Rafsanjani e Khamenei che ispirerebbe un simile discorso.
E intanto, se Obama pensava di barattare con Mosca la disponibilità Usa sul nuovo trattato Start e sullo scudo anti-missile con il sostegno russo a nuove sanzioni contro Teheran, dovrà ricredersi. Mosca - fa sapere una fonte del Ministero degli Esteri russo attraverso l'agenzia Interfax - non intende accettare scambi. Non accetterà di sostenere nuove e più dure sanzioni contro Teheran in cambio di un nuovo trattato per la limitazione delle testate nucleari da siglare entro il prossimo mese di dicembre, quando scadrà il Trattato Start-1 del 1991. «Il legame tra le due cose è senza fondamento. Non si accettano negoziati su questi due temi così diversi per sostanza e forma». Una chiusura così totale che non può che avvalorare le voci sulla proposta di scambio tentata da Washington e a quanto pare già rispedita al mittente.
Questa settimana spetterà proprio a Rafsanjani condurre la preghiera del venerdì presso l'Università di Teheran, la stessa da dove, il 19 giugno scorso, Khamenei ha dato la sua benedizione alla rielezione di Ahmadinejad, ordinando la fine delle manifestazioni. Cresce quindi l'attesa per il sermone di colui che sarebbe (o sarebbe stato) il principale sponsor politico di Mousavi, e che ora ha l'occasione di chiarire la sua posizione pubblicamente. Gli attivisti dell'Onda verde sperano e già circolano su internet volantini nei quali si convoca il movimento per la preghiera di venerdì all'Università. Lo stesso Mousavi, l'altro candidato sconfitto Karroubi e l'ex presidente Khatami dovrebbero presenziare al sermone, anche se non ci sono ancora comunicazioni ufficiali. E' probabile che i tre non scioglieranno le proprie riserve prima di aver avuto dallo stesso Rafsanjani anticipazioni sul suo sermone.
Rilancerà, questa volta in pubblico, la sua sfida a Khamenei e ad Ahmadinejad, o sancirà la sua personale tregua? Niente illusioni. A giudicare dall'ultima, e unica finora, dichiarazione di Rafsanjani, e dalle parole usate dal sito di cui il figlio è direttore, Ayandeh News, che parla del sermone come di «un'occasione per la riappacificazione tra gli insoddisfatti e il sistema politico», i militanti dell'Onda verde rischiano di rimanere molto delusi. Piuttosto che rilanciare, è più probabile che Rafsanjani punti a ribadire l'adesione sua personale, e dei settori moderati e pragmatici a lui vicini, ai principi e ai valori della Repubblica islamica e a lanciare un appello alla riconciliazione, offrendo anche agli oppositori Mousavi e Karroubi un'occasione per rientrare nei ranghi. Difficile dire quanto possa essere duraturo il compromesso tra Rafsanjani e Khamenei che ispirerebbe un simile discorso.
E intanto, se Obama pensava di barattare con Mosca la disponibilità Usa sul nuovo trattato Start e sullo scudo anti-missile con il sostegno russo a nuove sanzioni contro Teheran, dovrà ricredersi. Mosca - fa sapere una fonte del Ministero degli Esteri russo attraverso l'agenzia Interfax - non intende accettare scambi. Non accetterà di sostenere nuove e più dure sanzioni contro Teheran in cambio di un nuovo trattato per la limitazione delle testate nucleari da siglare entro il prossimo mese di dicembre, quando scadrà il Trattato Start-1 del 1991. «Il legame tra le due cose è senza fondamento. Non si accettano negoziati su questi due temi così diversi per sostanza e forma». Una chiusura così totale che non può che avvalorare le voci sulla proposta di scambio tentata da Washington e a quanto pare già rispedita al mittente.
Friday, July 10, 2009
Iran, quello che si è capito
Si è capito che Mousavi non è un cuor di leone, e che ha sciupato l'occasione di mettersi alla testa di un vero movimento democratico, rimanendo in un limbo pericoloso per lui e per il popolo iraniano, sicuramente inutile. Si è capito che Rafsanjani ha tramato fin quando è stato possibile contro Khamenei, ma quando ha capito che la partita era persa ha mollato dietro rassicurazioni sulla posizione della sua famiglia. Si è capito però che nonostante sappiano di andare incontro a morte quasi certa in molti a Teheran hanno ancora il coraggio di manifestare. Si è capito, insomma, che si è messo in moto un processo - sia tra la popolazione che all'interno dell'establishment - che è difficile dire esattamente dove porterà (e in quanto tempo), ma che è altrettanto difficile arrestare. Si è capito che il clero rimane più che mai diviso e che la base di legittimità del regime si è notevolmente ristretta, così come i gruppi che condividono il potere reale. Si è capito che agli occhi degli iraniani la Repubblica è sempre meno "islamica", che la religione è un velo d'ipocrisia che nascone gli interessi ben più "prosaici" della cricca al potere.
Tuesday, June 30, 2009
La repressione funziona, ma l'Iran non sarà mai più come prima
Solo chi si aspettava come esito della crisi post-elettorale in Iran una "rivoluzione di velluto" (impossibile in regimi le cui forze armate e di sicurezza sono disposte a sparare e a massacrare il proprio popolo), o comunque da un giorno all'altro il rovesciamento del regime, può sorprendersi della cruda e amara realtà che sta emergendo in queste ore e che ben conosce chi non per la prima volta si interessa di regime change e di promozione della democrazia: le repressioni funzionano.
E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".
Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.
Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.
L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.
Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».
Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.
«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».
Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».
Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.
Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.
E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".
Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.
Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.
L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.
Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».
Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.
«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».
Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».
Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.
Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.
Friday, June 26, 2009
Mousavi come Lech Walesa o come Boris Yeltsin?
Quello che si è cercato di dire in questi giorni è che certo Khamenei e Ahmadinejad hanno il potere di reprimere spietatamente la piazza e forse anche di respingere le offensive dietro le quinte di Rafsanjani, ma che comunque la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. O perché avranno successo le manovre degli oppositori (tuttora improbabile), o perché il regime avrà perso la sua principale fonte di legittimazione, quella clericale, diventando una volgare dittatura militare che si regge solo sulla forza. E ciò a lungo andare non mancherebbe di produrre delle conseguenze.
La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.
Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.
Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».
Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.
Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».
Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».
La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».
«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».
Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».
Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.
La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
«La vecchia guarda khomenista nel 2005 perse lo scontro presidenziale con la fazione dei Khamenei quando Rafsanjani venne sconfitto a sorpresa dal quasi sconosciuto Ahmadinejad. Anche allora si parlò di brogli, con le voci su 8 milioni di schede a favore di Ahmadinejad fatte arrivare dall'estero proprio dai seguaci di Mojtaba, ma a prevalere fu poi una tregua che si è rotta quando il 12 giugno il khomeinista Mousavi si è visto strappare il risultato ancora una volta da Ahmadinejad».La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema, ottenuta scavalcando il Consiglio degli Esperti o imponendola - quindi al prezzo di minare la valenza e la credibilità religiosa dell'autorità posta al vertice della Repubblica - segnerebbe la definitiva «trasformazione dell'Iran in un sistema nepotista sul modello della Nord Corea - dove Kim Il Sung designò Kim Jong Il che ora indica il figlio 26enne Kim Jong Un». Un esito che naturalmente «non piace ai custodi del khomeinismo che, costituzione iraniana alla mano, ritengono che a designare il nuovo Leader Supremo debbano essere gli 86 esponenti del clero che siedono nel Consiglio degli Esperti».
Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.
Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.
Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».
Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.
Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».
Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».
La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».
«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».
Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».
Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.
Thursday, June 25, 2009
La lettera del silenzio dell'America
Ieri il Washington Times ha rivelato - citando fonti iraniane - che il presidente Obama avrebbe scritto una lettera all'ayatollah Khamenei prima delle elezioni del 12 giugno, auspicando un miglioramento delle relazioni tra Iran e Stati Uniti, e in particolare una «cooperazione nelle questioni regionali e bilaterali» e una soluzione al problema del nucleare. Nessun funzionario dell'amministrazione ha voluto commentare, ma se fosse vero, Khamenei potrebbe aver interpretato la lettera come un segno di debolezza e, soprattutto, come la garanzia che gli Stati Uniti, per migliorare le relazioni, sarebbero stati disposti a non mettere più bocca negli affari interni iraniani e, anzi, a fare o a tacere di tutto, per dimostrare di riconoscere la legittimità del regime. Ciò potrebbe aver contribuito a convincere Khamenei che Washington sarebbe rimasta in silenzio, non avrebbe reagito in alcun modo dinanzi al colpo di mano pianificato per garantire la rielezione al primo turno di Ahmadinejad. E infatti, così è stato, finché il coraggio dei manifestanti e la fermezza di Mousavi hanno costretto Obama a reagire nell'unico modo coerente con i valori americani.
Il massacro di Piazza Baharestan e il ritorno di Mousavi
Ieri il massacro (le testimonianze, raccapriccianti, su PajamasTV, la Repubblica e il Giornale). Khamenei, come dicevo ieri, sembra aver tolto qualsiasi freno alle milizie, che si sono scatenate. Un brutto segno, perché può significare che si sente sicuro del suo potere, che l'offensiva dietro le quinte di Rafsanjani è stata per ora respinta, e che il regime ha al suo interno l'unità e la compattezza per permettersi di usare la violenza senza limiti. Oppure, che il numero dei manifestanti in strada è sceso a poche centinaia, tale da rendere fattibile una repressione più brutale.
Oggi sappiamo qualcosa di più sulla situazione di Mousavi. Secondo alcuni blog e il sito riformista Nasimfarda, sarebbe agli arresti domiciliari e tutti i suoi collaboratori sarebbero stati arrestati: «Il governo sta cercando di isolarlo completamente dal popolo riformista che sta manifestando». Due giorni fa è stato chiuso il quotidiano da lui diretto e i 25 giornalisti che vi lavoravano sono stati arrestati. Anche 70 professori universitari sono stati arrestati, dopo aver partecipato a un incontro con Mousavi.
Ma è lo stesso Mousavi finalmente a farsi sentire e a denunciare, in una dichiarazione apparsa sul suo sito ufficiale - e riportata dall'AP - che il suo «accesso alla popolazione è stato completamente limitato» dalle autorità e che i suoi due siti internet hanno «molti problemi». Mousavi denuncia inoltre di aver subito «pressioni», per indurlo a ritirare la richiesta di annullamento delle elezioni e spiega che a causa del crescente isolamento, gli attacchi verbali contro di lui sono aumentati, comprese le accuse di essere in combutta con potenze straniere. Ma nella sua dichiarazione Mousavi assicura di non voler mollare: «Non mi fermerò nella mia battaglia per i diritti del popolo iraniano, né per interessi personali, né per la paura delle minacce».
«Non posso cambiare il nero in bianco e il bianco in nero... Non è la soluzione aspettarsi da me che dica qualcosa in cui non credo». E, aggiunge, «insisto sul fatto che protestare contro i risultati delle elezioni presidenziali è un diritto stabilito dalla Costituzione». «Chi è dietro ai brogli elettorali è responsabile del bagno di sangue», accusa Mousavi. Anche Karroubi, l'altro candidato di opposizione, ha dichiarato che non accetta i risultati elettorali e che quindi considera «illegittimo» il nuovo governo, insistendo che «a causa delle irregolarità il voto dovrebbe essere annullato».
Ma intanto, all'interno del regime, la frattura non sembra ancora essersi ricomposta. Secondo alcuni giornali iraniani, sarebbero addirittura 185 su 290 (i due terzi) i parlamentari che hanno deciso di non partecipare alle celebrazioni per la vittoria di Ahmadinejad, mentre l'ayatollah Montazeri si è espresso a favore dei manifestanti: «Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi in manifestazioni pacifiche e viene represso, la crescita della frustrazione potrebbe arrivare a distruggere le fondamenta di qualsiasi governo, non importa quanto forte», è la dichiarazione inviata via fax all'AFP, in cui si rivolge anche alle autorità: «Tornate a ragionare e non allontanate il popolo dallo Stato e dalla religione islamica. Sicuramente la vostra condotta non giova all'Islam e macchia la nostra religione. Saranno tante le persone che, osservando il vostro operato, sotto il nome dell'Islam, si allontaneranno dalla religione. Riflettete prima che sia troppo tardi».
Un'altra figura religiosa di spicco della città santa di Qom, l'ayatollah Tabrizi, vicino a Rafsanjani, sfida l'autorità del Consiglio dei Guardiani, dicendo che «non è un organo indipendente e neutrale per potersi permettere di verificare l'esistenza di possibili brogli elettorali», e sostenendo la proposta di Mousavi di formare «un comitato saggio e neutrale, capace di verificare la regolarità delle elezioni, garantendo così il diritto di rappresentanza dei cittadini».
Oggi sappiamo qualcosa di più sulla situazione di Mousavi. Secondo alcuni blog e il sito riformista Nasimfarda, sarebbe agli arresti domiciliari e tutti i suoi collaboratori sarebbero stati arrestati: «Il governo sta cercando di isolarlo completamente dal popolo riformista che sta manifestando». Due giorni fa è stato chiuso il quotidiano da lui diretto e i 25 giornalisti che vi lavoravano sono stati arrestati. Anche 70 professori universitari sono stati arrestati, dopo aver partecipato a un incontro con Mousavi.
Ma è lo stesso Mousavi finalmente a farsi sentire e a denunciare, in una dichiarazione apparsa sul suo sito ufficiale - e riportata dall'AP - che il suo «accesso alla popolazione è stato completamente limitato» dalle autorità e che i suoi due siti internet hanno «molti problemi». Mousavi denuncia inoltre di aver subito «pressioni», per indurlo a ritirare la richiesta di annullamento delle elezioni e spiega che a causa del crescente isolamento, gli attacchi verbali contro di lui sono aumentati, comprese le accuse di essere in combutta con potenze straniere. Ma nella sua dichiarazione Mousavi assicura di non voler mollare: «Non mi fermerò nella mia battaglia per i diritti del popolo iraniano, né per interessi personali, né per la paura delle minacce».
«Non posso cambiare il nero in bianco e il bianco in nero... Non è la soluzione aspettarsi da me che dica qualcosa in cui non credo». E, aggiunge, «insisto sul fatto che protestare contro i risultati delle elezioni presidenziali è un diritto stabilito dalla Costituzione». «Chi è dietro ai brogli elettorali è responsabile del bagno di sangue», accusa Mousavi. Anche Karroubi, l'altro candidato di opposizione, ha dichiarato che non accetta i risultati elettorali e che quindi considera «illegittimo» il nuovo governo, insistendo che «a causa delle irregolarità il voto dovrebbe essere annullato».
Ma intanto, all'interno del regime, la frattura non sembra ancora essersi ricomposta. Secondo alcuni giornali iraniani, sarebbero addirittura 185 su 290 (i due terzi) i parlamentari che hanno deciso di non partecipare alle celebrazioni per la vittoria di Ahmadinejad, mentre l'ayatollah Montazeri si è espresso a favore dei manifestanti: «Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi in manifestazioni pacifiche e viene represso, la crescita della frustrazione potrebbe arrivare a distruggere le fondamenta di qualsiasi governo, non importa quanto forte», è la dichiarazione inviata via fax all'AFP, in cui si rivolge anche alle autorità: «Tornate a ragionare e non allontanate il popolo dallo Stato e dalla religione islamica. Sicuramente la vostra condotta non giova all'Islam e macchia la nostra religione. Saranno tante le persone che, osservando il vostro operato, sotto il nome dell'Islam, si allontaneranno dalla religione. Riflettete prima che sia troppo tardi».
Un'altra figura religiosa di spicco della città santa di Qom, l'ayatollah Tabrizi, vicino a Rafsanjani, sfida l'autorità del Consiglio dei Guardiani, dicendo che «non è un organo indipendente e neutrale per potersi permettere di verificare l'esistenza di possibili brogli elettorali», e sostenendo la proposta di Mousavi di formare «un comitato saggio e neutrale, capace di verificare la regolarità delle elezioni, garantendo così il diritto di rappresentanza dei cittadini».
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