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Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Friday, February 05, 2010

L'errore più grave di Obama

Assolutamente condivisibile quanto scrive oggi Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, di Obama, sottolineando che «la distratta negligenza con cui il presidente ha trattato gli storici alleati europei dell'America nel suo primo anno di governo è stata forse uno dei suoi più gravi errori politici». Certo, gli europei continuano a mancare della «coesione necessaria per parlare al mondo con una sola voce» e «di nerbo quando si tratta di concorrere con l'America a fronteggiare le minacce». E' pur sempre la "vecchia Europa", e pesano senz'altro i no tedeschi e francesi alla richiesta di un maggiore impegno in Afghanistan.

«Nonostante i suoi continui omaggi al multilateralismo, Obama è stato fin qui altrettanto "unilateralista" del suo predecessore Bush. Ha pensato che i vecchi alleati democratici fossero solo un ingombro, non un punto di forza» per l'America. Con la differenza che nonostante il suo "unilateralismo", Bush di amici sinceri in Europa ne aveva molti, anche se non a Parigi, Berlino e Bruxelles.

Perso nella sua visione irenica, inebriato dall'esaltazione che da subito ha avuto intorno, santificato ancor prima di fare miracoli, si è illuso che bastasse la potenza evocativa della sua elezione, il suo ampio sorriso e una mano tesa, come dopo una partita di baseball, non solo per risolvere i motivi di tensione con avversari e nemici degli Usa, ma persino per costituire un nuovo ordine mondiale in cui risultassero annullate le differenze tra sistemi politici diversi tra di loro. Dunque, mentre vagheggiava di stabilire un rapporto privilegiato con la Cina, di "resettare" i rapporti con la Russia, di risolvere con le buone la questione nucleare con Teheran, Obama ha allentato il legame transatlantico, ha inquietato le altre democrazie alleate dell'America nel mondo, soprattutto nel sudest asiatico.

Panebianco cita Robert Kagan, che in un recente articolo ha criticato la visione di Obama, «che, volendo liquidare l'eredità wilsoniana (la tradizione di interventismo democratico che si fa risalire al presidente Woodrow Wilson) in tutte le varianti, assume l'alleanza e il rapporto privilegiato con le democrazie (europee, ma non solo) come non più vitale per gli interessi dell'America». Obama invece ha cercato intese "realistiche", dimostratesi irrealistiche, «con chiunque (persino all'Iran è stata tesa la mano, ed è stata ritirata solo perché gli iraniani l'hanno morsa) sulla base dell'irenico, e sbagliato, presupposto che sia sempre possibile mettersi d'accordo, trovare comunque una convergenza su interessi comuni. Gli esiti non sono stati fin qui brillanti».

E dimostrano che la natura dei regimi è un fattore imprescindibile di cui tenere conto nelle relazioni tra gli stati, che pesa in modo decisivo sulle possibilità di trovare quella convergenza di interessi, e persino un equilibrio per una coesistenza pacifica. La lezione che americani ed europei dovrebbero trarre da questo primo anno dell'"era" Obama è che per raggiungere certi obiettivi - diciamo di fondo e di lungo periodo - devono ricominciare a muoversi sulla scena mondiale come comunità, una comunità di democrazie.

Ci affidiamo quindi alla conclusione di Panebianco:
«La grande forza dell'America, dopo la seconda guerra mondiale, è sempre consistita nel fatto che, pur trattando e negoziando con le tirannie, essa non perdeva di vista l'importanza del suo rapporto privilegiato con le altre democrazie, europee in primo luogo. L'Amministrazione Obama sembra non averlo capito. Per giunta, e nonostante le tante magagne dell'Europa, quale altro vero alleato l'America potrebbe mai trovare per contrastare la minaccia del terrorismo islamico?... Forse il declino della potenza americana è inarrestabile, come molti ritengono, a causa del deterioramento della forza economica che la sosteneva e dell'emergere di altre potenze. Forse, come pensano altri, non c'è nulla di già scritto, di predeterminato, in queste faccende. E' però plausibile aspettarsi un'accelerazione del declino se la dirigenza americana penserà di poter fare a meno di quel rapporto con l'Europa che per tanto tempo ha contribuito ad assicurare a noi la libertà e agli Stati Uniti il primato».

Thursday, November 05, 2009

Iran, i leader "per caso" del movimento verde

Mentre il regime usa il "diversivo" dei negoziati sul nucleare

Nonostante divieti e minacce, ieri il movimento di opposizione iraniano è tornato a protestare nelle strade. Ma lo ha fatto in un giorno particolare, il 4 novembre. L'anniversario - il trentesimo - dell'assalto all'ambasciata americana di Teheran, celebrato come sempre con un comizio di piazza convocato dal regime da cui si sono levati i soliti slogan antiamericani («Morte all'America»), quest'anno si è trasformato in un'occasione di protesta contro il regime, nelle persone della Guida Suprema Khamenei e del presidente Ahmadinejad. Un nuovo, palese sintomo della loro debolezza e della perdita di autorità dopo le contestate elezioni del 12 giugno scorso. Grandi manifestazioni hanno preso vita non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città come Shiraz, Isfahan, Tabriz, Kermanshah, Zahedan, Arak, Mazandaran e Rasht. Foto e video sui blog dei dissidenti testimoniano la folla e la repressione ancora una volta violenta da parte dei pasdaran e dalla milizia Bassiji, con arresti, pestaggi e spari sui dimostranti.

Un'altra giornata di imbarazzo per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, stretto tra l'esigenza di non mostrarsi insensibile alle manifestazioni di piazza ma anche di tenere aperta la porta del dialogo con la leadership della Repubblica islamica sul programma nucleare: «L'Iran deve scegliere. Per trent'anni - ha dichiarato ieri Obama - abbiamo ascoltato a cosa il governo iraniano è contrario; ora, il problema è quale tipo di futuro vuole. Il popolo americano ha grande rispetto per il popolo dell'Iran e la sua ricca storia. Il mondo continua ad essere testimone della sua richiesta di giustizia e della sua coraggiosa ricerca di diritti universali. E' tempo per il governo iraniano di decidere se vuole concentrarsi sul passato, o se fare quelle scelte che apriranno la porta a una maggiore opportunità, prosperità e giustizia per il suo popolo».

Ma ha anche aggiunto che gli Stati Uniti «cercano una relazione con la Repubblica islamica basata sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto» e che non intendono «interferire negli affari interni» iraniani. Il movimento di opposizione sembra percepire la difficoltà in cui si barcamena Obama, e a sua volta, a suo modo, gli chiede di decidere: «Obama, Obama, o stai con noi o contro di noi!», hanno gridato ieri i dimostranti in piazza, insieme ad altri slogan significativi come «Morte al dittatore», «Khamenei assassino, la sua leadership è finita», «Ambasciata russa covo di spie» (un'accusa rivolta dal regime a quella americana) e, infine, anche «l'Iran verde non vuole una bomba atomica».
The regime is using the Obama administration’s overweening desire to talk - and refusal to take "no" for an answer - as a way of deflecting any international pressure regarding its domestic crackdown. And the regime's strategy is succeeding. The longer the Obama administration plays this game, the more time the regime will have to crush its opponents while the West looks on in self-imposed impotence. Unpleasant as it may be for the president to hear, his policy is objectively aiding the Tehran regime and harming the opposition in their ongoing struggle. The chanters are right. The United States can either be with them or against them. Right now, President Obama is against them. But it’s not too late for him to switch sides.
Robert Kagan
I negoziati sulla bozza dell'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero sono in una situazione di stallo, dopo la non risposta da parte di Teheran, che chiede modifiche sostanziali che eluderebbero ciò che l'Occidente cerca di ottenere dall'accordo, e dopo la recente chiusura di Khamenei. Per Ray Takeyh, studioso del Council on Foreign Relations, il regime sta usando i negoziati sul nucleare come «diversivo» e l'amministrazione Obama è «alle prese con l'enigma» iraniano dovendo «bilanciare le sue preoccupazioni per la proliferazione nucleare con le sue responsabilità morali» di fronte alle violazioni dei diritti umani. La protesta per la rielezione di Ahmadinejad è tutt'altro che sopita e il regime «vede il dialogo sul programma nucleare come un mezzo per mettere a tacere le critiche che il suo comportamento interno meriterebbe». L'Iran, prevede Takeyh nella sua analisi per il Washington Post, «cercherà senza dubbio di prolungare i negoziati accettando, e poi rigettando, gli accordi pattuiti e offrendo innumerevoli controproposte».

Gli Stati Uniti e i loro alleati devono decidere come reagire dinanzi a questa tattica «che nasce dal cinico desiderio di porre un freno all'opposizione impunemente». L'attenzione internazionale, osserva Takeyh, rimane concentrata sul programma nucleare, ma «lontano dal clamore la struttura e l'orientamento delle Guardie rivoluzionarie stanno cambiando», il regime sta rafforzando la propria «infrastruttura repressiva». Negli ultimi mesi, gli ex candidati dissidenti Karroubi e Mousavi «sono stati minacciati di arresto», le università sono state oggetto di «campagne di purificazione», gli attivisti della società civile condannati sulla base di processi-farsa. E' stata mobilitata «la macchina statale per una spietata purga» all'interno del sistema.

Nel tentativo di ristabilire la sua presa sul Paese, il regime «si muove ancora una volta in modo contraddittorio», spiega Takeyh: da una parte accusa gli oppositori di essere agenti dell'Occidente, dall'altra si mostra disponibile al dialogo con le potenze straniere. Così Teheran «si offrirà sporadicamente di discutere del nucleare per stimolare l'appetito delle potenze occidentali... nella speranza che un prolungato e inconcludente processo negoziale» le induca ad abbandonare il loro atteggiamento critico e le ipotesi di nuove sanzioni. Secondo lo studioso del Council on Foreign Relations, l'errore in cui l'Occidente ha perseverato nel trattare con l'Iran è stato porre il tema del nucleare al di sopra di ogni altro.

Il problema iraniano «non è limitato alle attività nucleari illecite, ed è incomprensibile che gli Stati Uniti e le altre nazioni possano concepire transazioni sul nucleare con un regime che mantiene legami con una vasta gamma di organizzazioni terroristiche e che attua una repressione interna brutale». L'ala dura del regime, conclude Takeyh sul Washington Post, «deve sapere che il prezzo per una simile condotta può essere la fine di qualsiasi dialogo con l'Occidente. Solo con una politica simile gli Stati Uniti possono perseguire i loro obiettivi strategici allo stesso tempo non rinunciando ai loro valori morali».

Dopo quasi sei mesi dalle proteste per la rielezione di Ahmadinejad e la brutale repressione, il movimento verde è forte «come non mai», come hanno dimostrato le manifestazioni di ieri. Ma chi sono i suoi leader? Se lo chiede Mehdi Khalaji, analista del Washington Institute for Near East Policy. La sua tesi, esposta in un articolo per Foreign Policy, è che Mousavi, Karroubi e Khatami si siano ritrovati quasi «per caso, e loro malgrado», come «leader simbolici» del movimento di protesta, in realtà mantenendosi a una debita distanza. Più che guidare la piazza, la inseguono cercando di cavalcarla ma anche temendola. Questi leader «apparenti» sono tutti ex funzionari di alto livello della Repubblica islamica, ricorda Khalaji, che «vorrebbero mantenere in vita molta parte di essa», mentre «i dimostranti mirano a far cadere l'intero sistema di cui i loro leader fanno ancora parte».

«Nonostante siano lodati come modernizzatori», Mousavi e i suoi due colleghi «sono profondamente leali agli ideali dell'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e sostengono un sistema politico teocratico». Loro sono leader riformisti, mentre il popolo è «sovversivo». Se Mousavi fosse diventato presidente, sostiene Khalaji, non avrebbe modificato la posizione dell'Iran sul nucleare, o la sua politica estera, limitandosi ad introdurre riforme economico-sociali, e non politiche, all'interno dei principi della Repubblica islamica. «Come sono arrivati questi moderati alla guida di una rivoluzione? Per caso», secondo Khalaji, perché - spiega - erano gli unici cui il regime aveva permesso di candidarsi in alternativa alla rielezione di Ahmadinejad, ma nessuno di loro aveva previsto che dalle proteste di massa a seguito delle elezioni presidenziali del 12 giugno sarebbe sorto un movimento popolare.

Questi apparenti leader hanno avuto «un ruolo minore sia nella nascita che nell'organizzazione del movimento, ma sono stati catapultati alla sua testa da un'ondata spontanea e improvvisa», spiega l'analista del Washington Institute for Near East Policy. La differenza tra i leader dell'"Onda verde" e la gente nelle strade «si sta ampliando». «Mousavi e Khatami hanno ripetuto che il loro obiettivo è ritornare agli ideali di Khomenei e ai principi originali della Repubblica islamica», mentre «i manifestanti nelle strade sono consapevoli del fallimento delle riforme del passato e hanno poche speranze che la Repubblica islamica possa essere salvata». Essi ritengono che l'islamismo politico, l'esperimento di "democrazia islamica", sia ormai fallito e che sia tardi anche per un tentativo riformista calato dall'alto. L'ex presidente Khatami, in un recente discorso, riferisce Khalaji nel suo articolo, «ha cercato di distinguere i partecipanti alle attuali proteste, che rifiutano l'intero sistema esistente, e i suoi seguaci, che vogliono lavorare all'interno della struttura politica della Repubblica islamica».

«I veri leader di questo movimento, dunque - osserva Khalaji - sono studenti, donne, attivisti per i diritti umani e attivisti politici che non hanno alcun desiderio di operare in un regime teocratico, all'interno della cornice legale dell'attuale Costituzione». E il movimento di oggi, fa notare, è molto più ampio di quello riformista di Khatami degli anni '90, che non portò mai in strada più di 50 mila persone. «Ecco perché non solo il regime, ma anche i leader riformisti che pretendono di guidarlo, temono il successo del movimento verde. La democrazia in Iran - conclude Khalaji su Foreign Policy - emergerà solo attraverso una rottura con gli ideali di Khomeini e l'ideologia islamica, concetti ai quali i leader 'per caso' del movimento verde sono ancora leali».

Wednesday, September 30, 2009

Se 30 anni di tentativi di dialogo hanno fallito... regime change

Su il Velino

Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».

L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.

Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».

Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».

Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.

Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».

Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.

Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».

Tuesday, June 23, 2009

La mano di Obama è ancora tesa

Dall'attesa conferenza stampa di oggi del presidente Obama nessuna novità di rilievo sull'Iran. Aveva già corretto la sua linea alcuni giorni fa, in un'intervista alla CBS e con un comunicato, ribadendo la non intromissione e l'offerta di dialogo, ma chiarendo finalmente che l'America è al fianco di chi reclama diritti «universali». E per ora il presidente Usa è fermo a quella linea. Però ha indurito i toni, la sua condanna dell'uso della violenza sui manifestanti, e si è espresso in modo meno distaccato, mostrando più indignazione e maggiore vicinanza («deploriamo la violenza contro civili innocenti ovunque questo accada»; «siamo sbigottiti e oltraggiati dalle minacce, dai pestaggi e dagli arresti» le cui immagini si vedono in tv e ci giungono sui computer). Ha citato anche la tragica fine di Neda («una donna che moriva dissanguata in mezzo alla strada») per rafforzare il suo sdegno.

Obama ha respinto con forza le accuse di aver istigato la rivolta («clamorosamente false e assurde») lanciate da Ahmadinejad, Khamenei e dal Consiglio dei Guardiani, all'indirizzo degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali, smascherando efficacemente l'abusata propaganda del regime: si tratta di «un ovvio tentativo di distrarre la gente da ciò che sta realmente accadendo entro i confini iraniani. Questa stanca strategia di usare vecchie tensioni per fare di altri Paesi i capri espiatori non funziona più in Iran. In ballo adesso non vi sono gli Stati Uniti o l'Occidente. Ma gli iraniani e il futuro che loro, solo loro, sceglieranno».

Ha ribadito quindi che gli Stati Uniti sono solo «testimoni» («rispettano la sovranità della Repubblica islamica dell'Iran e non intendono intromettersi negli affari interni del Paese»), ma non ha nascosto che il cuore dell'America batte per i manifestanti: «Chi chiede giustizia è dalla parte giusta della storia». Eppure, la testa continua a suggerire non intromissione e «strada ancora aperta» al dialogo: «Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, nelle ultime settimane, non è ovviamente incoraggiante», ma «continuiamo ad aspettare».

Certo è che la strada del dialogo si fa sempre più impervia anche per Obama e non è escluso che la strategia dell'engagement debba prima o poi essere rivista, o persino essere riposta in un cassetto già nelle prossime settimane. La mia impressione è che la strategia del dialogo sul nucleare con l'attuale leadership iraniana sia ormai stata spazzata via dagli eventi e che all'amministrazione non resti che prenderne atto prima possibile. Non solo e non tanto perché sedersi al tavolo con Khamenei e Ahmadinejad sia deplorevole dal punto di vista morale, ma perché le condizioni, anche da un punto di vista "realista", sono mutate.

Quella strategia si basa necessariamente sul riconoscimento della legittimità del regime, ma ora per uno strano scherzo del destino questa legittimità viene negata al regime dallo stesso popolo iraniano. Ed è un problema non facilmente trascurabile per l'amministrazione Usa. Inoltre, se il passato da hard-liner di Mousavi autorizza a nutrire forti dubbi sulle sue reali intenzioni, tuttavia metterlo sullo stesso piano di Ahmadinejad è un errore, come è stato un errore non considerare affatto il popolo iraniano come un potenziale attore politico.

Obama e i suoi consiglieri hanno creduto che Mousavi e i manifestanti non avessero alcuna chance contro Ahmadinejad e Khamenei e che quindi fosse inutile esporsi dalla loro parte, per poi ritrovarsi a dover dialogare con interlocutori indeboliti, innervositi e delegittimati. La cautela iniziale non è stata dettata dal timore che un appoggio esplicito dell'America potesse danneggiare l'opposizione, ma come ha osservato Robert Kagan, dal timore che appoggiando l'opposizione in qualsiasi modo Obama potesse apparire ostile al regime con il quale avrebbe dovuto dialogare.

Tuttavia, con il passare dei giorni è emerso in modo sempre più evidente che non si trattava di un fuoco di paglia. Gli iraniani continuano a scendere in strada nonostante la repressione, ma soprattutto l'alleanza Mousavi-Rafsanjani-Khatami non si è sciolta come neve al sole dopo il discorso di Khamenei di venerdì scorso, ma ha sfidato apertamente l'autorità della Guida Suprema e sono in corso delle manovre - il cui esito non è ancora scontato - per portare la maggioranza del clero della città santa di Qom contro Khamenei e Ahmadinejad. E se il clero si sposta, pezzi delle forze militari e di sicurezza potrebbero seguirlo. Ma è tutto da vedere, i segnali che giungono dai vari Consigli (dei Guardiani e degli Esperti) sono contrastanti.

Insomma, la sfida di Mousavi e Rafsanjani alle parole, e agli ordini, di Khamenei ha colto molti di sorpresa anche nell'amministrazione Usa, e infatti da quel venerdì in poi Obama ha corretto la sua linea. A Washington si sono accorti che all'interno del regime la spaccatura è seria e profonda, che potrebbe durare ancora settimane o mesi, che l'autorità posta a fondamento stesso della Repubblica islamica è messa in discussione e che un cambiamento ai vertici, nonché nelle strutture di potere, non è da escludere. Almeno finché Mousavi e Rafsanjani tengono duro, come sembrano fino a questo momento intenzionati a fare.

Come ha fatto giustamente notare Reuel Marc Gerecht, se Ahmadinejad e Khamenei dovessero trionfare, non cederanno di un centimetro sul nucleare perché a quel punto per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sarebbero la migliore garanzia di restare al potere, dal momento che non potrebbero più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. Per questo, ma anche per la sua sorprendente reazione di sfida a Khamenei, ammesso che Mousavi sia mai stato uguale ad Ahmadinejad, sicuramente non lo è più adesso.

Dunque, se prima delle elezioni iraniane le chance di successo del dialogo sul nucleare con Ahmadinejad e Khamenei erano prossime allo zero, alla luce degli eventi di questi giorni sono sensibilmente diminuite e non sono molte di più di quelle di una loro rimozione. Insomma, quella del dialogo sul nucleare è una strategia che va abbandonata, se al potere rimangono Ahmadinejad e Khamenei, non solo per motivi morali, ma anche perché dopo questa crisi le loro paranoie sui complotti americani volti a rovesciare il regime non potranno che aumentare, rendendo ai loro occhi le armi nucleari ancora più irrinunciabili per restare al potere. A fronte di ciò, perseguire ancora il dialogo significherebbe probabilmente non ottenere alcun risultato se non quello di offrire al regime una legittimità che il popolo iraniano gli ha appena tolto.

Wednesday, June 17, 2009

Obama prigioniero della sua politica realista

Affermando che «la differenza tra le politiche concrete di Ahmadinejad e di Mousavi non è tanto grande come appare», e che «in entrambi i casi siamo di fronte a un regime ostile agli Stati Uniti», il presidente Obama ha finalmente chiarito la linea dell'amministrazione sulla crisi post-elettorale in corso a Teheran. Una linea di esplicita non intromissione, che si premura di far sapere a Teheran che l'offerta del dialogo rimane valida con qualsiasi presidente e con qualsiasi regime, a prescindere dal modo in cui, non importa quanto sarà violento, Ahmadinejad e Khamenei riusciranno a far rientrare la protesta di massa.

E' una linea che fa scrivere a Robert Kagan, nella sua column sul Washington Post, che Obama è «schierato con il regime». Il presidente Usa, infatti, «non ha mai avuto alcuna intenzione di suscitare disordini politici in Iran, tanto meno di incoraggiare il popolo iraniano a scendere in strada». Ciò che sta accadendo «non è una buona notizia» per lui, ma una «sgradita complicazione» sulla strada del dialogo con l'Iran sul nucleare, che si basa necessariamente sul «riconoscimento deliberato della legittimità del regime», legittimità che ora però, per uno strano scherzo del destino, viene meno per cause interne al regime stesso: i brogli elettorali e le manifestazioni oceaniche ("rivoluzionarie", mai così dal 1979) contro la leadership con cui Obama domani dovrebbe avviare il dialogo.

Nel suo messaggio per il nuovo anno persiano, ricorda Kagan, Obama si era rivolto esplicitamente alla leadership iraniana – al contrario di Bush, che si rivolgeva al popolo iraniano – proprio allo scopo di dimostrare la sua accettazione della Repubblica islamica e del governo iraniano, presupposto per qualsiasi dialogo e "grande accordo". Difficilmente infatti il regime iraniano negozierà su temi che toccano la sicurezza nazionale, come il programma nucleare, senza esplicite garanzie da parte di Washington che non sostiene e non sosterrà in futuro l'opposizione, né cercherà in alcun modo di rovesciare il regime. «Obama doveva fare una scelta. E l'ha fatta. Sarebbe sorprendente se proprio ora avesse deviato da questa strategia realista, e infatti non l'ha fatto», osserva Kagan. Molti hanno equivocato la sua cautela, che non è stata dettata dal timore che un appoggio esplicito dell'America potesse danneggiare l'opposizione. «La sua strategia nei confronti dell'Iran lo pone obiettivamente dalla parte degli sforzi del governo per il ritorno alla normalità prima possibile, e non in combutta con l'opposizione per prolungare la crisi».

Non che Obama preferisca Ahmedinejad. Ed è vero che Mousavi non avrebbe seguito un approccio molto diverso sul nucleare. Il fatto è che una volta che Mousavi ha perso, brogli o meno, lui e i suoi non sono utili alla strategia della Casa Bianca. «Se Obama sembrasse prestare aiuto all'opposizione in qualsiasi modo, apparirebbe ostile al regime, il che è precisamente ciò che ha voluto evitare. La politica di Obama richiede adesso il rapido superamento delle controversie elettorali in modo da poter iniziare presto i negoziati con il governo rieletto di Ahmadinejad». E tutto questo, osserva Kagan, «sarà difficile fino a quando continueranno le proteste e il governo apparirà incerto o troppo brutale» per farci accordi. Ciò di cui Obama ha bisogno è quindi una rapida normalizzazione, «sgonfiare l'opposizione, non incoraggiarla. Ed è ciò che nel complesso sta facendo».

«Se trovate inquietante tutto questo – conclude Kagan – avete ragione». E «la cosa peggiore è che tale strategia non impedirà all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare, ma il realismo è questo». Brent Scrowcroft che brindò con i leader cinesi dopo Piazza Tienanmen e Gerald Ford che non incontrò Solgenitsyn al culmine della distensione. «I repubblicani tradizionalmente hanno fatto meglio dei democratici, anche se raramente sono stati ricompensati dal popolo americano nelle urne. Vedremo se il presidente Obama dimostrerà sangue freddo nel perseguimento di migliori relazioni con un regime orribile, senza subire lo stesso destino politico».

In sintonia con la lettura di Kagan è anche uno degli editoriali del Wall Street Journal, che fa notare come «la democrazia interferisce con il copione della diplomazia nucleare di Obama». Ma ragionando in questo modo, osserva, «gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto sostenere i dissidenti sovietici perché avrebbe interferito con il controllo degli armamenti nucleari». Rincara la dose Bret Stephens: una presidenza che si pensava fosse tutta orientata verso la «speranza» si è subito ripiegata in un atteggiamento di «cinica realpolitik». E ora «l'unica speranza che insegue è tenere in vita» la possibilità di una "grande accordo" sul programma nucleare iraniano. Forse «un giorno un futuro presidente dovrà scusarsi con gli iraniani per il disinteresse di Obama, come Obama oggi si scusa per l'intromissione dell'amministrazione Eisenhower». «Raramente nella storia degli Stati Uniti - conclude Stephens - una politica estera è stata così radicalmente contraddetta dagli eventi come l'approccio di Obama con l'Iran nei primi mesi di mandato».

Wednesday, December 03, 2008

Il mondo dovrebbe fare ciò che il Pakistan non riesce a fare

New Delhi non ha dubbi: dietro gli attentati di Mumbai c'è un gruppo terroristico pachistano, attivo in Kashmir e legato ad al Qaida, il cui nome è Lashkar-e-Taiba. L'unico terrorista catturato dalle forze speciali indiane ha ammesso di essere pachistano e di farne parte. Come anticipavo ieri, il Lashkar-e-Taiba, "L'esercito dei puri", è il braccio armato di un'organizzazione religiosa pachistana al quale i servizi segreti pachistani (ISI) hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare in Kashmir. Dopo l'11 settembre, inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici e messo al bando da Islamabad, il gruppo è entrato in clandestinità, frazionandosi in diverse sigle e smettendo di rivendicare gli attentati. Il Lashkar-e-Taiba è sospettato di essere dietro l'attacco del dicembre 2001 al Parlamento di New Delhi e le bombe sui treni che nel 2006 provocarono oltre 200 morti.

E inevitabilmente cresce la tensione tra India e Pakistan. Da una parte, il governo indiano ha bisogno di agire; dall'altra, il governo pachistano è sotto pressione, perché è stato ormai accertato che i terroristi provenivano dal Pakistan, dove hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Come osservavo ieri, gli attentati di Mumbai hanno scosso l'India, ma chi ne esce più indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana. Intere aree ai confini occidentali con l'Afghanistan sono rifugi sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo fonte di tensioni con Kabul e Washington; gli attentati della scorsa settimana aggiungono ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India.

In un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente pachistano, Asif Alì Zardari, si era rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta fossero emerse responsabilità di elementi pachistani: «Anche se i militanti fossero legati a Lashkar-e-Taiba, contro chi pensate che noi stiamo combattendo?». Zardari voleva così far capire che considera i terroristi nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre... dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia». Ma India e Pakistan «non possono farsi prendere in ostaggio da attori non statali».

Zardari e il suo governo non sostengono i terroristi, ma cosa si può fare perché il mondo non sia ostaggio di attori non statali che operano dal territorio di uno stato e sono la creatura dei servizi segreti di quello stato? Se lo è chiesto, sul Washington Post, Robert Kagan, secondo il quale occorre «internazionalizzare la risposta»:
«La comunità internazionale dichiari che alcune zone del Pakistan sono ingovernabili e costituiscono una minaccia alla sicurezza internazionale. Una forza internazionale collabori con i pachistani per sradicare le basi dei terroristi dal Kashmir e dalle aree tribali. In questo modo si eviterebbe una nuova guerra tra India e Pakistan e il governo pachistano salverebbe la faccia, dal momento che la comunità internazionale lo aiuterebbe a ristabilire la sua autorità su tutto il territorio».
Non è una decisione che il governo pachistano può prendere alla leggera, perché verrebbe accusato dagli integralisti islamici di essere "servo" degli americani. Ma secondo Kagan una forza internazionale dovrebbe intervenire anche senza il consenso di Islamabad, violando la sovranità del Pakistan. «Non dovrebbero poter rivendicare la propria sovranità quegli stati incapaci di controllare un territorio da cui vengono lanciati attacchi terroristici». Se c'è una responsabilità che giustifica un intervento per impedire catastrofi umanitarie, dev'esserci anche la responsabilità di proteggere uno stato dagli attacchi lanciati da un territorio confinante, sia pure da attori non statali. Nel caso del Pakistan, anche se il governo civile non è coinvolto, la complicità dell'esercito e dell'ISI con i terroristi fa cadere ogni richiamo alla sovranità.

L'amministrazione Bush, ricorda Kagan, «per anni ha tentato di collaborare con l'esercito e il governo pachistano nella lotta al terrorismo, fornendo miliardi di dollari in aiuti e armamenti avanzati», ma dopo gli attentati di Mumbai questa cooperazione «dev'essere giudicata fallimentare». L'esercito e i servizi segreti «sono rimasti più interessati ad aumentare la propria influenza in Afghanistan tramite i Talebani e a combattere l'India in Kashmir tramite i gruppi terroristici».

Ma il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiede Kagan, «autorizzerebbe un'azione simile»? La Cina è stata «un alleato e un protettore» del Pakistan, e la Russia «potrebbe avere le sue ragioni per opporsi». Non gli piace l'idea di «abbattere il muro della sovranità nazionale», per questo ha bloccato le pressioni sul Sudan, sull'Iran e su altri stati criminali. Ma questo, osserva Kagan, «sarebbe un altro test per capire se la Cina e la Russia, presunti alleati nella guerra al terrorismo, sono davvero interessate a combattere il terrorismo fuori dai loro confini». Che l'intervento venga preso in considerazione alle Nazioni Unite, potrebbe essere sufficiente per ottenere la cooperazione volontaria del Pakistan». In ogni caso sarebbe per gli Stati Uniti e l'Europa un'occasione per «cominciare ad affermare il principio che il Pakistan e altri stati che ospitano i terroristi non dovrebbero sentire garantita la propria sovranità».

Monday, August 18, 2008

La zampata russa coglie l'Occidente in letargo

Sconfitta che sfiora l'umiliazione per la Nato e gli Stati Uniti, mentre l'Europa ha ancora una volta dimostrato al suo vicino gigante russo di non esistere, di non saper nemmeno alzare la voce in difesa di suoi evidenti interessi.

Vedremo se, come promesso, i russi cominceranno oggi a ritirarsi dalla Georgia. Ieri il ministro della Difesa rendeva noto che la questione doveva essere ancora valutata e la decisione sarebbe stata presa solo «quando la situazione nella regione si sarà stabilizzata». Ma il presidente Medvedev, nel corso di un colloquio telefonico con Sarkozy, presidente di turno della Ue, aveva assicurato che il ritiro sarebbe iniziato oggi a mezzogiorno. Sarkozy non poteva far altro che prenderne atto chiarendo che in caso contrario la Russia sarebbe andata incontro a «gravi conseguenze»: «Questo ritiro deve essere messo in atto senza rinvii. A mio parere ciò non è negoziabile... Riguarda tutte le forze entrate dal 7 agosto scorso. Se questa clausola dell'accordo non sarà applicata rapidamente e totalmente, convocherò un Consiglio Europeo straordinario per decidere le conseguenze da trarre».

Per oltre una settimana i russi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Georgia, prendendosi gioco del piano Ue fatto sottoscrivere dal presidente Sarkozy ad entrambe le parti. Truppe e blindati russi sono rimasti posizionati ben oltre i tempi previsti dall'accordo a circa 45 chilometri da Tbilisi e nella città di Gori, tagliando in due il Paese e impedendo l'accesso ai porti del Mar Nero.

Ha quindi ragione Angelo Panebianco a parlare di Europa «irrisa e sbeffeggiata», «complice, più o meno riluttante», del «disegno russo». Ciò che i russi chiamano «misure aggiuntive di sicurezza» non è che la distruzione delle strutture militari georgiane, e qualche volta delle infrastrutture civili, così da rendere la Georgia ancor più indifesa e soggetta alla prepotenza russa. E oggi leggendo il New York Times si apprende che i russi, un giorno prima che il presidente Medvedev firmasse l'accordo di tregua proposto da Sarkozy, di fatto carta straccia, hanno schierato in Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.

Ciò che gli europei hanno definito «mediazione» e ruolo dell'Europa è in realtà una presa di distanze dagli Stati Uniti che ha indebolito la risposta dell'Occidente, confermando ai russi di poter sfruttare le divisioni occidentali. Inoltre, come osserva oggi Panebianco, l'Unione europea ha dimostrato di ignorare i fondati motivi di preoccupazione per la loro sicurezza dei suoi membri dell'Est.

Si dice che «non possiamo isolare la Russia». Una ovvietà. «Ci serve il suo gas, ci serve il suo appoggio nella crisi iraniana, ci serve che essa svolga un ruolo internazionale di cooperazione. Ma non possiamo permettere che essa usi il bastone e la carota con noi senza fare la stessa cosa nei suoi confronti». Tener conto sì delle "ragioni" della Russia, «ma non al punto di andare contro i nostri interessi vitali».

Dagli Stati Uniti invece sono giunti severi moniti nei confronti di Mosca ma a Washington i tempi di reazione sono apparsi comunque troppo lenti e timidi. E, soprattutto, l'amministrazione Bush si è fatta cogliere di sorpresa e nei mesi e anni scorsi ha sottovalutato i piani di Mosca.

La reputazione della Russia «è a brandelli» e pagherà le conseguenze delle sue azioni, avverte ora il segretario di Stato Condoleeza Rice. Azioni che «sollevano seri interrogativi sul suo ruolo e le sue intenzioni in Europa nel ventunesimo secolo», dichiara il presidente Bush: «Negli ultimi anni la Russia ha cercato di integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza dell'occidente e gli Stati Uniti hanno appoggiato questi sforzi. Ora la Russia ha messo le sue aspirazioni a rischio intraprendendo azioni che fanno a pugni con i principi di queste istituzioni».

Un'altra risposta all'imperialismo russo è giunta da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che Polonia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo preliminare per l'installazione dello scudo antimissile. Pronta la reazione da parte russa, per voce del generale Nogovizin, numero due dello Stato maggiore di Mosca. L'accordo non resterà «impunito», ha minacciato: «La Polonia si espone a un attacco, al cento per cento». Solo nelle dittature i generali si prendono la libertà di rilasciare dichiarazioni di tale gravità. Nell'offensiva in Georgia c'è di mezzo anche l'onore e l'orgoglio ferito delle forze armate russe. Sarà fantapolitica, ma quando al Cremlino i vertici politici danno il via a un'operazione militare, l'impressione è che non sappiano esattamente quando riusciranno a fermarla e fino a che punto i generali si spingeranno.

Che sia stato o no il presidente georgiano Saakashvili a sparare il primo colpo è a questo punto irrilevante, perché questa è una guerra che Mosca sta cercando di provocare da parecchio tempo, con forme di embargo e ripetute provocazioni militari. Se Saakashvili è caduto nella trappola russa, offrendo a Putin l'occasione che stava da tempo aspettando per dare una lezione alla piccola e filo-occidentale Georgia, l'Occidente sta perdendo la sua occasione per dare una lezione all'ambiziosa e ancora relativamente debole Russia. E gli iraniani, in silenzio, osservano...

«The man who once called the collapse of the Soviet Union "the greatest geopolitical catastrophe of the [20th] century" has reestablished a virtual czarist rule in Russia and is trying to restore the country to its once-dominant role in Eurasia and the world. Armed with wealth from oil and gas; holding a near-monopoly over the energy supply to Europe; with a million soldiers, thousands of nuclear warheads and the world's third-largest military budget... His war against Georgia is part of this grand strategy. Putin cares no more about a few thousand South Ossetians than he does about Kosovo's Serbs. Claims of pan-Slavic sympathy are pretexts designed to fan Russian great-power nationalism at home and to expand Russia's power abroad», ha scritto Robert Kagan sul Washington Post.

Il conflitto georgiano e la prepotenza russa confermano la tesi del suo ultimo libro, come lui stesso osserva in un recente articolo sul Weekly Standard. «La Storia è tornata», le autocrazie sono «ambiziose» e le democrazie «esitanti». Con l'invasione della Georgia cadono le illusioni coltivate con la fine della Guerra Fredda. L'imperialismo anima la politica estera russa fin dai tempi dello Zar, è stato carattere costitutivo della politica estera sovietica e non c'è ragione perché nella Russia autocratica di Putin venga abbandonato.

I conflitti tra grandi potenze e i nazionalismi ritornano, mentre il commercio internazionale e la crescita economica non hanno condotto al liberalismo politico in Cina e in Russia. Lo faranno nel lungo periodo? Ma quanto è lungo questo "lungo periodo", si chiede Kagan. La crescita economica e l'autocrazia si sono dimostrate compatibili, come lo furono in Germania e in Giappone tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Anzi, gli autocrati stanno imparando sempre di più come aprire alle attività economiche continuando a sopprimere le attività politiche. L'interdipendenza economica non ha sostituito il confronto geopolitico né ha diminuito l'importanza della forza militare.

L'Occidente è diviso e lento nel reagire ma ha ancora delle «carte da giocare» e Charles Krauthammer ha indicato quattro mosse per fermare Putin, o quanto meno per fargli capire che le sue azioni possono provocare gravi conseguenze per la Russia nei rapporti con l'Occidente. Neocon, si dirà, ma non differisce di molto l'analisi di un "realista" come Zbigniev Brzezinski, che paragona l'attacco alla Georgia a quanto fece l'Unione sovietica di Stalin alla Finlandia nel 1939.

Monday, May 26, 2008

In ritardo sul carro delle idee "made in Usa"

Ennio Caretto sul Corriere - e nella sua rassegna stampa di oggi Massimo Bordin - scoprono che il neocon Robert Kagan nel suo nuovo libro avanza la proposta di una Lega delle Democrazie. Ne avevamo parlato quasi un anno fa - qui e qui - citando un paio di articoli dello stesso Kagan per il New York Times.

Se poi ci si stupisce che l'idea, che gode di un certo seguito nell'amministrazione Bush, soprattutto al Dipartimento di Stato, possa ricevere apprezzamenti «addirittura» dal democratico Richard Holbrooke, vuol dire non sapere che già nel novembre del 2004 una proposta simile, di una Alleanza delle Democrazie, veniva avanzata sul Financial Times da due autorevoli studiosi, James M. Lindsay e Ivo H. Daalder, della clintoniana Brookings Institution (area politico-culturale di cui fa parte lo stesso Hoolbroke). Un'idea che già allora mi sembrò degna di nota.

Niente a che vedere, però, con la clintoniana, ecumenica e vaporosa Comunità delle Democrazie, lanciata da Madeleine Albright e seguitissima, in Italia, da Emma Bonino e i radicali. Sia nella formulazione di Lindsay e Daalder, sia in quella di Kagan, stiamo parlando di un'alleanza politica e militare, non di una sorta di Onu delle democrazie.

Friday, December 14, 2007

I radicali, la provvidenza europea e il messianismo kantiano

Al Partito Radicale va il merito di dare voce ai dissidenti e ai democratici di tutto il mondo in quel convegno, che si svolge annualmente a Bruxelles, ormai diventato una sorta di congresso mondiale dei popoli oppressi. Quest'anno l'obiettivo era il rilancio nel 2008 del "Primo Satyagraha Mondiale per la Pace". Tuttavia, perché questo appuntamento non si riduca a mera passerella – comunque importante – di dissidenti, i radicali dovrebbero sforzarsi di approfondire le loro analisi e le loro proposte per le aree di crisi del pianeta, laddove manca la democrazia e i diritti umani vengono calpestati. La mozione generale approvata non aiuta. L'approccio è suggestivo, ma generico, non calato nelle diverse realtà. Il direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, è stato forse l'unico a prendere di petto le ambiguità.

Innanzitutto, la mozione definisce la nonviolenza «come l'unico strumento politico» di affermazione dei diritti umani e di alternativa alla guerra. La si presenta come "terza via" tra il pacifismo (insufficiente, spesso nociva invocazione della pace) e l'uso dello strumento militare, che «congiuntamente» perpetuano oppressione e conflitti. Autorevoli studi dimostrano in effetti come la nonviolenza sia particolarmente efficace nel promuovere la democrazia in presenza di determinati contesti e condizioni. Tuttavia, mi sembra illusorio evocare "terze vie". Continuo a vedere la solita bipartizione: da una parte i nemici della democrazia (più o meno dichiarati, o inconsapevoli, come i genuini pacifisti); dall'altra chi si batte per la democrazia, cercando di volta in volta di calibrare il giusto mix di strumenti, violenti e nonviolenti (hard e soft power). Prima bisogna scegliere chiaramente il campo in cui si gioca, poi discutere la strategia.

Il riferimento a Kant rende i radicali più figli di "questa" Europa. Gli europei, condizionati dal lungo periodo di pace e benessere coinciso con il processo di integrazione, si sentono in "un paradiso post-storico", sembrano proiettare sul mondo l'immagine della "pace perpetua" kantiana, credono, confondendo desideri e realtà, che la storia porti inevitabilmente non solo loro, ma tutto il mondo, in quella direzione. Una sorta di disegno della provvidenza europea, di messianismo kantiano. Gli Stati Uniti, invece, rimangono "impantanati nella storia", si muovono secondo una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell'"homo homini lupus", in cui la sicurezza, la difesa e la promozione dei valori liberali dipendono ancora in modo preponderante dal possesso e dall'uso della forza militare.

Ma quanto quella europea sia solo un'illusione ottica, lo dimostra il fatto, del tutto trascurato, che questo lungo periodo di pace e benessere è stato ed è ancora oggi possibile grazie all'"ombrello protettivo" della potenza economica, tecnologica, militare degli Stati Uniti. Se osserviamo i comportamenti degli stati, molti non rispettano le leggi internazionali, né la dichiarazione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, di cui pure sono membri. Se la democrazia ha trionfato all'interno, dimostrando la possibilità di un'organizzazione statuale diversa dal modello autoritario del Leviatano hobbesiano, sulla scena internazionale ci troviamo ancora in uno stato di natura in cui vale l'"homo homini lupus". La legge della giungla non è certo la premessa inevitabile della convivenza umana, neanche tra gli stati. Lo è, però, ad oggi. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono quelle differenze che Robert Kagan riassumeva definendo l'Europa simile a Venere e l'America a Marte. Su questo approccio di fondo non bisogna illudersi troppo sulle distinzioni tra le diverse amministrazioni Usa.

Un'altra impostazione di fondo dei radicali è la convinzione che il carattere nazionale e il principio della sovranità assoluta degli stati siano «cause strutturali» delle guerre e della violazione dei diritti umani. Come alternativa politica e istituzionale allo Stato-nazione propongono quindi «una strutturale Riforma democratica e federalista dei Territori, delle Regioni, degli Stati nazionali devastati da guerre, da fame, da dittature».

E' vero: spesso lo Stato nazionale realizza l'aberrazione di consolidare, anziché rimuovere, la negazione dei diritti individuali e della democrazia. Per molti versi la soluzione "due popoli, due Stati" al conflitto israelo-palestinese appare anti-storica. Anche se bisognerebbe riconoscere che con la presidenza Bush si è cominciata a specificare la condizione, cara ai radicali, "due democrazie".

Ma nella loro lettura di superamento dello Stato-nazione i radicali non sembrano fare differenza tra Europa, Medio Oriente e Asia, né sforzarsi di adattare il loro modello a realtà molto diverse tra loro. Sono convinto che l'ingresso della Turchia nell'Ue sia una necessità strategica, ma non altrettanto che gli europei che chiedono di affrontare il discorso dei confini geografici dell'Europa siano dei nazionalisti. Proprio perché l'Unione europea nasce per dare al continente non una patria, ma un futuro di pace, democrazia, godimento dei diritti individuali, prosperità, non avremo mai una «patria europea», ma qualcosa di diverso. Le identità nazionali continueranno ad essere avvertite, semmai l'urgenza federalista si avverte a livello istituzionale, per dotare l'Unione della necessaria legittimità democratica, oggi carente. Per questo i federalisti, di fronte al prevalere del modello inter-governativo anche tra gli esponenti politici più europeisti, dovrebbero piuttosto collocarsi nel campo degli euroscettici.

Non m'interessa qui tracciare confini, ma l'adesione all'Ue non può essere il naturale sbocco di qualsiasi popolo per il solo fatto di scegliere per sé un futuro democratico. A questo scopo servirebbe una "Lega delle democrazie". Dell'Europa fanno parte molte nazioni. Non è certo un "club cristiano", ma è un "club" di democrazie e un mercato libero. Condizioni necessarie ma non sufficienti per poter entrare in Europa. Esiste una storia comune, di cui fa parte anche la Turchia. Più discutibile che ne facciano parte il vicino Oriente e il Nord Africa.

Qualunque sia il confine geografico dove si ritenga di attestare l'Europa, la sua forza di attrazione democratica può essere esercitata non solo a colpi di allargamento. Non è detto che per continuare a incoraggiare processi democratici l'Ue debba estendere a dismisura i suoi confini e spalancare a chiunque le sue porte. Può anche rappresentare un modello per altri processi di integrazione: ad esempio, per l'Africa. Le proposte di Israele nell'Ue e di una confederazione tra Egitto, Giordania, Libano, Palestina e Israele, che i radicali presentano come un'unica soluzione, a me sembrano due soluzioni, entrambe fondate, ma che seguono logiche differenti, se non antitetiche.

Ai radicali sfugge che l'idea di nazione è da tempo in declino nel mondo arabo, dopo i fallimenti di Nasser, Mubarak, Saddam, Gheddafi e Assad. Il loro nazionalismo non ha prodotto i risultati sperati in termini di modernizzazione, tali da porre in essere una sfida all'Occidente, né ha risvegliato una nazione panaraba. Sottovalutano il fatto che il virus più aggressivo oggi circolante nella regione non è il nazionalismo, ma è quello dell'islamizzazione delle masse e del progetto "transnazionale" di umma musulmana. Il problema è che gli arabi e gli iraniani più che combattere per uno Stato nazionale palestinese combattono in nome di una ideologia politica fondata sulla loro identità religiosa.

La diffidenza "spinelliana" nei confronti dello Stato-nazione era giustificata dal fatto che proprio l'idea di nazione fosse alla base di quel fenomeno, che lo storico George L. Mosse chiamò nazionalizzazione delle masse, che offrì il contesto socio-culturale e ideologico ideale per l'ascesa dei movimenti nazisti e fascisti in Europa. La funzione che ebbe in Europa la nazionalizzazione delle masse negli anni '10, '20 e '30 del '900, rischia di averla nel mondo musulmano l'islamizzazione delle masse.

Si potrebbe anche discutere a lungo del legame positivo - purtroppo per lo più trascurato nell'elaborazione e nella realizzazione di molti esperimenti sovranazionali - che c'è tra democrazia rappresentativa e nazione. La democrazia è tanto più funzionante quanto più riconosciuta, praticata, "controllata" dal basso, scelta da individui che hanno consapevolezza del proprio essere comunità in un territorio geograficamente delimitato e in un dato momento storico, e che riconoscono se stessi nei propri rappresentanti. Maggiore la corrispondenza, l'identificazione con gli eletti come propri simili (al di là delle differenze politiche), più salda è la democrazia. Gli esempi storici ci dimostrano che spesso, rotto quel legame, ci si allontana dagli standard democratici.

Infine, promuovendo democrazia e diritti umani, i radicali non possono far finta di non essere al governo. Il ministro Bonino che accetta supinamente la posizione della Farnesina, volta a negare valore politico a qualsiasi incontro con il Dalai Lama, o il suo silenzio assordante, durante la visita in Cina, quando Prodi si disse a favore della revoca dell'embargo europeo sulle armi (al convegno di Bruxelles il cinese Wei Jingsheng e la uigura Rebiya Kadeer hanno scongiurato di non revocarlo), pongono un problema. Non è vero, come dice Pannella, che «nessuno può imputare alcunché ai radicali», perché hanno «tutte le credenziali». Quelle credenziali vanno rinnovate di giorno in giorno, mentre la loro presenza al governo, e il modo di interpretarla, hanno messo in crisi la loro credibilità. Nel '94 convinsero Berlusconi a incontrare il Dalai Lama. Il guaio, oggi, non è tanto non esserci riusciti con Prodi, quanto il non aver nemmeno tentato.

Monday, December 03, 2007

Anche Bush ha il suo "bad guy"

Graffiante e condivisibile editoriale di Robert Kagan sul New York Times, tradotto sul Corriere di oggi: «Sembra che ci sia sempre un buon motivo per sostenere un dittatore». Kagan se la prende con quella tendenza dell'establishment americano, repubblicano, e di alcuni esponenti neoconservatori, a ritenere che fosse preferibile appoggiare «un dittatore di "destra" piuttosto che ritrovarsi i comunisti al governo», nella convinzione che «i dittatori amici degli americani prima o poi avrebbero dato spazio alle politiche liberali».

Secondo Kagan, gli anni dell'amministrazione Reagan e la storia «hanno sconfessato tutte e due le facce di questa dottrina». Eppure, nonostante la dottrina Bush per la promozione della democrazia, lo stesso ragionamento viene applicato ancora oggi, non più nei confronti del comunismo ma dell'islam radicale nei paesi islamici. Musharraf in Pakistan come Mubarak in Egitto sarebbero i "nostri bad guys", da puntellare come argini alla temibile ondata dell'integralismo islamico che a urne aperte e libere si abbatterebbe su quei paesi.

Ma uno uno dei tanti, e non trascurabili, difetti della cosiddetta «autocrazia liberale», è che il dittatore «non è il buon pastore che guida il suo popolo, come Mosè, verso la terra promessa della democrazia. Quando la scelta è tra il bene del Paese e restare aggrappato al potere, l'autocrate agisce quasi sempre nel suo interesse».

Così questi regimi autoritari compiono scelte che allontanano il loro paese dalla democrazia. «Per dimostrare che è insostituibile, deve fare in modo che non esista la possibilità di sostituirlo, il che significa eliminare o azzoppare le istituzioni indipendenti, indebolire il principio della legalità, spingere la popolazione agli estremismi, in poche parole, l'esatto contrario di quanto ci si aspetta dal tanto mitizzato "autocrate liberale"». E quando, infine, gli autocrati cadono, istituzioni e società civile si trovano impreparate, indifese, prive di enzimi liberali, esposte all'ascesa di ideologie che negli anni si sono nutrite del risentimento e del malcontento della popolazione.

La conclusione di Kagan non fa sconti all'amministrazione Bush: «L'affermazione del presidente Bush, che ci si può fidare di Musharraf per riportare il Pakistan verso la democrazia, non è credibile. Nei suoi giorni migliori, l'America ha sempre fatto capire a questi leader quando il loro tempo era scaduto. Se il governo Bush non trova il coraggio o la capacità di sostituire quest'uomo così sostituibile nel nome della democrazia pachistana, solo perché teme l'alternativa, allora farebbe meglio a risparmiarsi la sua ridicola retorica sulla promozione dei principi democratici. Inoltre farebbe meglio ad abituarsi a un Medio Oriente e a un mondo musulmano in cui esistono solo due tipi di regime: gli islamisti radicali e i dittatori ostinati. Si spera tuttavia che Bush non voglia lasciare una simi­le eredità al suo successore».

Saturday, November 17, 2007

Per debellare l'autocrazia, l'economia globalizzata non basta

Nel suo articolo per il New York Times, tradotto ieri dal Corriere della Sera, a mio avviso Robert Kagan coglie l'essenziale dell'odierna lotta tra il liberalismo e le autocrazie dei nostri giorni.

Non si vuole negare che l'inclusione in un'economia globalizzata e il commercio internazionale non producano una «liberalizzazione economica» che per molti versi favorisce e crea alcune precondizioni (maggiore reddito pro-capite e sviluppo di una classe media) importanti per una «liberalizzazione anche in campo politico», ma che questo esito non è affatto scontato, che non è un processo irreversibile, naturalmente destinato a compiersi. Viceversa, pare che la democrazia liberale non sia una forma di governo «semplicemente destinata alla vittoria». Forse nel lungo periodo, ma non inevitabilmente.

Alimentato dalla fiducia «nell'inevitabilità del progresso umano», dalla «convinzione che la storia avanza in una sola direzione», questo approccio deterministico, constata Kagan, è oggi fortemente messo in discussione dalla realtà di paesi come Cina, Russia, Venezuela e molti altri. Piuttosto, sembra che le autocrazie abbiano saputo «adattarsi» ai nuovi contesti economici e politici internazionali.

Nel caso di Russia e Cina, i governi autoritari si arricchiscono e si rafforzano grazie allo sviluppo economico e usano a proprio vantaggio il consolidamento dei poteri statali. Che il rispetto della legalità, una classe media e salde istituzioni statali debbano precedere lo svolgimento di libere elezioni è uno dei principali argomenti di quanti ci dicono che basta lasciare che le cose seguano il loro corso secondo le specificità di ciascun paese.

Ma spesso la legalità e le istituzioni che si formano sotto governi autoritari e sembrano rafforzarsi grazie ad essi possono trarre inganno: sono tutt'altro che imparziali - condizione essenziale per lo sviluppo della democrazia - più spesso sono ridotte a strumenti di potere nelle mani degli autocrati. Inoltre, «anziché rafforzare lo Stato, gli autocrati di solito sfruttano lo Stato, mantenendo le istituzioni deboli, poco efficaci e sotto il loro totale controllo».

Nelle conclusioni di Thomas Carothers, studioso del Carnegie Endowment, «l'idea che lo sviluppo della legalità sotto il totalitarismo sia un precursore naturale della democrazia è completamente sbagliata». È appunto «la mancanza di democrazia» in molti paesi ad impedire alla legalità di radicarsi. «L'autocrazia liberale» resta un mito.

Secondo Marc F. Plattner, «le libere elezioni non garantiscono forse il liberalismo, ma il liberalismo non può esistere senza elezioni libere». Sia gli esperti che la realtà mettono a dura prova la credibilità di quanti credono che «i totalitarismi spariranno da soli e senza grandi sforzi da parte delle democrazie». «Davanti alla tirannia, la passività non basta», conclude Kagan.

Friday, August 24, 2007

Democrazie si organizzano

Per Robert Kagan la lotta tra liberalismo e autocrazia è destinata a proseguire

Le speranze degli anni '90, di un sicuro sviluppo delle nazioni del mondo in senso democratico, si sono rivelate pie illusioni. Robert Kagan, sul New York Times, ha di recente spiegato che «il mondo è ridiventato normale», che «è riaffiorata l'antica concorrenza tra liberalismo e assolutismo», che la lotta tra liberalismo e autocrazia è destinata a proseguire, se due tra le più grandi potenze mondiali, come Russia e Cina, disattendendo le aspettative di democratizzazione, scelgono l'autocrazia come forma di governo e virano verso il nazionalismo e il militarismo.

La strategia per affrontare dal punto di vista ideologico e culturale, politico e diplomatico, questo secolare conflitto passa per «politiche mirate sia a promuovere la democrazia, sia a rafforzare la cooperazione tra le democrazie». Occorre superare il mito della "comunità internazionale". Non esiste: per parlare di "comunità" dovrebbe innanzitutto essere condiviso da tutti i membri un universo di principi e di regole di convivenza, sia interna agli Stati, sia tra gli Stati. Ad oggi invece, nonostante il progressivo ma lento avanzamento della democrazia, la maggior parte dei membri dell'Onu, alcuni dei quali siedono addirittura nel Consiglio di Sicurezza, ignorano e, in modo conclamato, calpestano i principi della Carta costitutiva delle Nazioni Unite.

Le democrazie dovrebbero quindi unirsi tra di loro «per dar vita a nuove istituzioni internazionali che sappiano riflettere e valorizzare principi e obiettivi comuni, forse una nuova lega di Stati democratici, che si riunisca regolarmente per consultarsi sui temi del giorno» e, per esempio, per «dare legittimità ad azioni che i governi liberali ritengono necessarie ma che sono avversate dai Paesi autocratici».

Il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, sembra intenzionato a percorrere questa strada almeno in Asia. Parlando mercoledì al Parlamento indiano, ha invitato l'India a formare una partnership tra democrazie. A partire dal Giappone e dall'India, «questa "Grande Asia" evolverebbe in un immenso network fino ad abbracciare interamente l'Oceano Pacifico, comprendendo gli Stati Uniti e l'Australia». Questa partnership, ha spiegato Abe, sarebbe «un'associazione nella quale noi condividiamo valori fondamentali come la libertà, la democrazia, e il rispetto dei diritti umani fondamentali, così come interessi strategici».

La Cina non è stata nominata dal primo ministro giapponese. Non potrebbe far parte di questo "club", non essendo una democrazia. L'iniziativa giapponese è una risposta alla Shanghai Cooperation Organization (di cui fanno parte Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrghizistan, Tajikistan e Uzbekistan). Tuttavia, non sarebbe un'organizzazione anti-Cina, ma volta a promuovere principi e obiettivi comuni alle democrazie del continente, quindi, a esercitare anche sulla Cina, come sugli altri paesi asiatici non democratici, pressione politica ed economica.

Senza dimenticare però di dare precisi segnali in ambito militare. In risposta all'esercitazione militare congiunta Russia-Cina, che se la memoria non c'inganna mancava dagli anni '50, il prossimo mese è in programma nel Golfo del Bengala la prima esercitazione della storia che vedrà impegnate le marine militari di Giappone, India e Stati Uniti. Se la sfida tra liberalismo e autocrazia è destinata a proseguire a livello globale, è bene che le democrazie si organizzino.

Tuesday, August 21, 2007

Cosa succede a Mosca?

La lotta tra liberalismo e autocrazia prosegue. Kagan rilancia l'idea di una Lega delle Democrazie

Il capo di Stato maggiore russo è arrivato a minacciare velatamente la Repubblica Ceca: «Commetterà un grave errore se deciderà di piazzare elementi dello scudo antimissile Usa sul proprio territorio». E' solo l'ultimo dei gesti ostili della Russia nei confronti dell'Occidente. Tra i più recenti ricordiamo l'intervista in cui il presidente Putin evocava la possibilità che i missili nucleari russi tornassero a essere puntati contro città e obiettivi militari europei; il giallo in Georgia, dove un aereo russo avrebbe sganciato una bomba poi rimasta inesplosa; le manovre militari coordinate con la Cina; la rivendicazione del fondale marino del Polo Nord; i due nuovi missili a lunga gittata "Bulava M" testati dalla flotta russa all'inizio del mese; l'intenzione di dispiegare una presenza permanente della marina militare nel Mar Mediterraneo; la ripresa delle ricognizioni permanenti a lungo raggio dei bombardieri strategici, che furono sospese nel 1992. Per non parlare del sistematico uso dell'arma energetica, dell'assistenza e le forniture di tecnologie nucleari all'Iran, e degli oscuri e inquietanti casi Politovskaja e Litvinenko.

Questi gesti di per sé non costituiscono un pericolo imminente per la nostra sicurezza. Sono più che altro simbolici. I bombardieri russi, per esempio, sono così antiquati che alla notizia della ripresa dei loro voli da Washington si è levato solo un commento sarcastico. Certo, si tratta di segnali, seppure dimostrativi, che messi in fila uno dietro l'altro delineano una politica di sfida della Russia nei confronti dell'Europa e degli Stati Uniti. A cosa sia dovuto questo atteggiamento aggressivo è l'interrogativo che sempre più nei prossimi mesi occuperà i pensieri degli uomini di governo e degli analisti occidentali.

Si tratta del progetto americano di dislocare tra la Polonia e la Repubblica Ceca le basi per lo "scudo antimissile"? Certamente la realizzazione dello scudo è vissuta come uno smacco a Mosca. Nonostante le rassicurazioni da parte americana ed europea circa la natura difensiva del progetto, comunque non rivolto alla Russia, bensì a Stati "canaglia" come l'Iran, lo scudo anti-missile modifica l'equilibrio strategico tra Russia e Stati Uniti. Un equilibrio che in realtà, almeno dalla fine degli anni '80, è tale solo sulla carta, è fasullo, ma con lo scudo verrebbero meno anche le ultime apparenze. Gli americani d'altra parte non hanno potuto far altro che respingere la proposta russa di installarne elementi in Azerbaigian, anziché in Polonia o nella Repubblica Ceca, perché quel territorio si trova «troppo vicino all'Iran» per garantire tempi di reazione sufficienti a un ipotetico attacco.

Cos'ha in mente Putin? Lo storico Richard Pipes non crede che si tratti solo dall'installazione dei sistemi radar e antimissilistici americani in Europa. Ci dev'essere dell'altro sotto. L'avvicinarsi delle elezioni presidenziali, per esempio:

«Non sono così sicuro che voglia ritirarsi l'anno venturo. Una situazione di emergenza potrebbe consentirgli di dire al Parlamento che deve restare al comando del Paese per risolverla, e di ottenere un emendamento costituzionale al riguardo. Non penso che la Duma glielo negherebbe e che i russi protesterebbero, anzi».
Dunque, Putin starebbe alzando il livello dello scontro con l'Occidente per convincere l'opinione pubblica russa dell'esistenza di un nemico esterno. L'ostentazione di potenza cui stiamo assistendo in queste settimane servirebbe a dimostrare che solo lui è in grado di fronteggiarlo, nonché a risollevare il frustrato sentimento della "Grande Russia".

Un altro aspetto di solito trascurato riguarda le reali dinamiche di potere all'interno del Cremlino. Possiamo essere davvero così sicuri che Putin abbia il totale controllo delle forze armate russe e che non subisca, invece, pesanti pressioni e ricatti dai vertici militari in grado di influenzarne la politica estera? Siamo soliti mettere sotto accusa il complesso militare-industriale americano, a vivisezionare le decisioni della Casa Bianca per scovare il minimo indizio della sua influenza, mentre non ci preoccupiamo neanche di cosa possa accadere a Mosca.

Robert Kagan, invece, offre una lettura più generale dell'atteggiamento aggressivo della Russia. Le speranze degli anni '90, di un mondo unipolare, di un nuovo ordine internazionale in cui le nazioni «potessero svilupparsi di comune accordo col venir meno dei conflitti ideologici e un maggior interscambio tra le culture», si sono rivelate pie illusioni.

«Il mondo è ridiventato normale». Le nazioni restano forti e non hanno abbandonato le politiche di potenza. «La nostra è un'epoca che non favorisce la convergenza, ma la divergenza, di idee e di ideologie... è riaffiorata l'antica concorrenza tra liberalismo e assolutismo» e le nazioni del mondo «si schierano sempre di più da una parte o dall'altra, oppure lungo la linea di frattura tra modernità e tradizione, come il fondamentalismo islamico in contrapposizione all'Occidente».

Il conflitto ideologico più duraturo che dall'Illuminismo vede contrapposti liberalismo e autocrazia prosegue. Con la fine della Guerra fredda e la «morte del comunismo» abbiamo creduto che fosse acquisito quale sia «la forma ideale di governo e società». E invece è ancora in discussione.

In particolare Russia e Cina hanno disatteso le aspettative: «La Cina non ha liberalizzato il suo governo autocratico, l'ha blindato. La Russia si è allontanata da un liberalismo imperfetto con una virata decisa verso l'autocrazia. Due delle massime potenze mondiali, con oltre un miliardo e mezzo di abitanti, si sono dotate di governi autocratici, che sembrano capaci di restare al potere anche negli anni a venire».

Non è vero che i loro leader «non credono in niente e pertanto non rappresentano alcuna ideologia... fondano il loro potere su un insieme di credenze che li guidano sia in politica interna che estera», sulla convinzione che l'autocrazia funzioni meglio della democrazia, perché assicura «ordine, stabilità e la possibilità di sviluppo economico» in territori «vastissimi ed eterogenei», impedendo «caos e disintegrazione».

Non si direbbe affatto che l'autocrazia non abbia un futuro, se due tra le più grandi potenze mondiali la scelgono come forma di governo. Dobbiamo quindi abituarci a «crescenti tensioni tra l'alleanza democratica transatlantica e la Russia» e studiare risposte strategiche efficaci.

Inutile appellarsi alla «comunità internazionale», che semplicemente non esiste (vedi Kosovo e Darfur), perché non c'è accordo sui principi fondamentali del convivere civile negli e tra gli Stati. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu su ogni decisione importante resta «nettamente diviso tra le autocrazie e le democrazie».

La tendenza è verso «una maggiore solidarietà tra le autocrazie mondiali, come pure tra le democrazie». Per questo Robert Kagan, neocon, rilancia l'idea di due studiosi, Lindsay e Daalder, della clintoniana Brookings Institution, di una Alleanza delle Democrazie: «Gli Stati Uniti dovrebbero perseguire politiche mirate sia a promuovere la democrazia, sia a rafforzare la cooperazione tra le democrazie. Gli Usa dovrebbero unirsi alle altre democrazie per dar vita a nuove istituzioni internazionali che sappiano riflettere e valorizzare principi e obiettivi comuni, forse una nuova lega di Stati democratici, che si riunisca regolarmente per consultarsi sui temi del giorno» e, per esempio, per «dare legittimità ad azioni che i governi liberali ritengono necessarie ma che sono avversate dai Paesi autocratici».

Wednesday, March 14, 2007

Ma i giornali hanno un piano "B"?

«Giorni fa, il Washington Post segnalava in prima pagina come l'amministrazione Bush sia sprovvista di un piano di riserva cui rifarsi ove la "surge", la nuova strategia Usa in Iraq, fallisse. E io mi chiedo se il suddetto e altri quotidiani abbiano messo a punto un piano B qualora la stessa, invece, funzionasse».

Così Robert Kagan esordisce in un articolo sui primi segnali positivi della nuova strategia di Bush per l'Iraq.

UPDATE 15 marzo
Altro segnale positivo: Hitchens la chiama «via petrolifera alla democrazia». Non c'è da disperare.