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Monday, January 24, 2011

Contro Blair l'odio di menti confuse

The Blair Hitch Project è il titolo di questo brillante articolo in cui Christopher Hitchens racconta il suo dibattito pubblico (sulla religione) con l'ex primo ministro britannico. A proposito di Blair, oggetto ormai più dello stesso Bush dell'odio di menti piuttosto confuse, ecco cosa ha da dire Hitch:
When Tony Blair took office, Slobodan Miloševic was cleansing and raping the republics of the former Yugoslavia. Mullah Omar was lending Osama bin Laden the hinterland of a failed and rogue state. Charles Taylor of Liberia was leading a hand-lopping militia of enslaved children across the frontier of Sierra Leone, threatening a blood-diamond version of Rwanda in West Africa. And the wealth and people of Iraq were the abused private property of Saddam Hussein and his crime family. Today, all of these Caligula figures are at least out of power, and at the best either dead or on trial. How can anybody with a sense of history not grant Blair some portion of credit for this? And how can anybody with a tincture of moral sense go into a paroxysm and yell that it is he who is the war criminal? It is as if all the civilians murdered by al-Qaeda and the Taliban in Iraq and Afghanistan are to be charged to his account. This is the chaotic mentality of Julian Assange and his groupies.

Monday, November 26, 2007

Iraq. L'indifferenza e il cinismo non sono accettabili

Onesto e acuto, come al solito, l'ultimo editoriale di Christopher Hitchens sul New York Times (tradotto dal Corriere della Sera). Prende atto che in Iraq la maggioranza dei sunniti ha finalmente compreso la vera natura stragista di Al Qaeda e gli ha voltato le spalle, gettando le basi per una sua pesante sconfitta; e che il popolo iracheno ha rigettato la prospettiva della "guerra civile" e la violenza settaria è in netto calo.

Su Al Qaeda, conclude Hitchens, si tratta di una «vittoria decisiva sotto ogni punto di vista». Certo, sul piano politico interno «è difficile nutrire grandi speranze, eppure già si notano segnali promettenti». Insomma, cautela, persino scetticismo, sono giustificati. Ciò che non è accettabile però sono l'indifferenza o il cinismo. Le "good news" che giungono dall'Iraq non è detto che corrispondano perfettamente alla realtà e che siano durevoli. Ma «potrebbero essere vere e sarebbe fantastico se lo fossero», osserva Hitchens.

«Quello che mi preoccupa della reazione tra liberal e democratici non è lo scetticismo, che è perdonabile, bensì la squallida impressione che solo le peggiori notizie sarebbero da loro ben accolte. Questa mentalità è inammissibile e sicuramente non sarà loro perdonata».

Thursday, November 08, 2007

Non è l'Occidente la causa dell'islamo-fascismo

Christopher Hitchens, tradotto dal Corriere, torna a denunciare l'analisi «tanto superficiale quanto semplicistica» diventata ormai da tempo «un articolo di fede tra i liberal», secondo cui le politiche occidentali e, in particolare, le politiche "imperialiste" Usa, sono la causa dell'estremismo islamico.

Una teoria palesemente falsa in Afghanistan, per esempio, dove la presenza dei talebani non sembra la conseguenza di «qualche grave risentimento o ingiustizia a livello popolare»: non si trovano in Afghanistan perché ci sono gli americani. Da molto tempo prima «tenevano in pugno il controllo effettivo di vaste zone del Paese e avevano trasformato una nazione terrorizzata e oppressa in un trampolino di lancio e in un'incubatrice del loro nichilismo transnazionale». Né sarebbero disposti a mollare la presa se gli americani partissero domani. La situazione laggiù, per quanto «complicata» sia oggi, era «ben peggiore quando gli americani avevano scelto l'isolazionismo», ricorda Hitchens.

E la «feroce ribellione islamica nel sud della Thailandia, che ha messo a ferro e fuoco i villaggi buddhisti... e pretende di imporre la legge islamica della sharia»? Bisogna «sfatare l'idea che i jihadisti reagiscono solo contro coloro che attaccano i musulmani o si dichiarano islamofobi» Essi stessi attaccano chiunque - musulmani compresi - non si sottometta alla loro visione fondamentalista dell'islam.

Un altro esempio è il Pakistan: pur essendo uno dei paesi al mondo fondato sulla religione islamica, «vi sono tanti che non si accontentano e vogliono uno Stato esclusivamente islamico». Il generale Musharraf, come il generale Zia e successivamente Benazir Bhutto, hanno per lungo tempo flirtato con le forze estremiste che oggi portano la guerra nelle strade delle città pachistane, puntando «all'imposizione di leggi e costumi del settimo secolo e alla restaurazione del califfato».

La realtà è che l'islamo-fascismo è un'ideologia politica sorta come reazione ai processi di modernizzazione cui sono sottoposte società arretrate come quelle islamiche e trova terreno fertile in un Medio Oriente oppresso, privo di libertà e democrazia. La causa dell'estremismo islamico non sta nella nostra presunta mancanza di rispetto per l'islam, ma nella condizione culturale e politica in cui versa il mondo islamico. «Se è sciocco pensare che siano stati gli americani a innescare questo tragico fenomeno, è ancor più rischioso immaginare che su tali scelte si possa scendere a compromessi».

Wednesday, October 24, 2007

La settimana della consapevolezza islamo-fascista

E' la «battaglia culturale» in cui è impegnato David Horowitz, intellettuale della sinistra americana degli anni '60, «oggi il più grande accusatore delle malefatte ideologiche dei progressisti e in particolare della sinistra accademica», spiega Christian Rocca su Il Foglio.

In questi giorni ha promosso una campagna di mobilitazione, una serie di iniziative pubbliche nelle università, per far conoscere la natura della minaccia islamo-fascista e smascherare le «due grandi bugie» raccontate dalla sinistra in questi anni: che Bush si sia inventanto la «guerra al terrorismo»; e che il surriscaldamento terrestre sia un pericolo più grave del jihad globale e del razzismo islamista.

Christopher Hitchens, su Slate, ha difeso l'uso del termine "fascismo islamico", contestato dagli accademici politically correct. Ovviamente non c'è una congruenza perfetta tra i due fenomeni storici, i fascismi e il fondamentalismo islamico, ma le analogie - dal culto della morte al rapporto contraddittorio con la modernità e la tecnologia, dalla nostalgia per le glorie del passato al vittimismo e al revancismo, dall'antisemitismo all'ossessione per la decadenza morale e dei costumi - sono evidenti.

A mio avviso, la differenza più rilevante tra fascismo e jihadismo - che paradossalmente rende ancora più appropriato l'accostamento dei due termini - è riscontrabile nei fenomeni culturali di massa alla base dei contesti indispensabili alla loro gestazione e al loro sviluppo come ideologie politiche.

Diversa la categoria principale alla quale le masse si sono aggrappate per recuperare un senso di appartenza messo in discussione dalla modernizzazione: la nazione, nel caso dei fascismi; la religione, cioè l'islam, nel caso del jihadismo. Dunque, se in Europa abbiamo conosciuto il fenomeno della nazionalizzazione delle masse, in Medio Oriente, dove oggi l'idea di nazione è in declino, seppure negli scorsi decenni abbia giocato un suo ruolo, conosciamo l'islamizzazione delle masse. Diverse le categoria di riferimento, ma simile il meccanismo della ricerca di una purezza identitaria smarrita che può assumere forme estremamente violente.

Monday, August 20, 2007

Il Califfato di Oakland

L'incredibile storia del «fornaio della Sharia» (Oakland, California), narrata da Christopher Hitchens, mostra come il politically correct, un malinteso spirito di tolleranza verso le minoranze e le comunità di immigrati, e un incondizionato rispetto per ogni organizzazione di «ispirazione religiosa», finiscano per farci chiudere un occhio davanti ai più conclamati ed efferati criminali. Una vera e propria «licenza di crimine» concessa da un'autorità intimidita, più preoccupata di non passare per "razzista" che di far rispettare le legge.

Monday, July 30, 2007

United We Stand

Il capitano della nazionale, Younis, sotto la curva. Uno striscione recita: United We StandNel giorno in cui lo spirito del nuovo Iraq si manifesta nella straordinaria vittoria della coppa d'Asia da parte della nazionale di calcio, e in cui il presidente Bush incassa il rinnovato appoggio della Gran Bretagna di Gordon Brown in Iraq, in Afghanistan e per nuove sanzioni contro l'Iran, da alcuni esperti del think-tank clintoniano Brookings Institution ci giungono (grazie a The Right Nation) analisi confortanti sulla situazione nel paese: pare che la nuova strategia dell'amministrazione Bush in Iraq stia finalmente ottenendo risultati.

Michael E. O'Hanlon e Kenneth M. Pollack, sul New York Times, definiscono «surreale» il dibattito politico a Washington visto dall'Iraq: «Stiamo finalmente ottenendo qualcosa in Iraq, almeno in termini militari».
As two analysts who have harshly criticized the Bush administration's miserable handling of Iraq, we were surprised by the gains we saw and the potential to produce not necessarily "victory" but a sustainable stability that both we and the Iraqis could live with.
Peter W. Rodman, sul Washington Post, avverte che potrebbe non essere il presidente Bush ad aver bisogno di una «copertura politica», ma i sostenitori del disimpegno, il Congresso e gli autori dell'Iraq Study Group.
The huge strategic stakes in the Middle East argue for resisting calls for any U.S. withdrawal not warranted by conditions in Iraq. The irony is that whoever is elected president next year - from whichever party - will come to understand this better than anyone... Those running for president, especially, would be well advised, amid the excitement of the campaign, to reflect on what will be required of the winner. Potentially the most destabilizing new factor in the world in the coming period is the fear of American weakness. All the hyperventilation about American hubris and unilateralism is a tired cliche; it never had much validity anyway. The real problem is that the pressures pushing us to accept defeat in Iraq are already profoundly unnerving to allies in the Middle East, and elsewhere, who rely on the United States to help ensure their security in the face of continuing dangers.
Giorni fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui Christopher Hitchens si scaglia contro i «cari» amici di Saddam, «la banda che ha cercato di impedire che le Nazioni Unite approvassero le risoluzioni su Saddam Hussein» e, naturalmente, l'attacco anglo-americano che ha scritto la parola fine sul suo regime. «Dov'è ora» quella banda?
«Gerhard Schroeder, ex cancelliere della Germania, è andato a lavorare per il consorzio russo del petrolio e del gas. Vladimir Putin, maestro di simili consorzi e delle loro manipolazioni, ha manifestato la sua ambizione di ristabilire uno Stato governato da un unico partito. Jacques Chirac, che ha evitato di essere processato per corruzione solo facendosi rieleggere (e che mentre era in carica ha ospitato i figli di Saddam e ha costruito per lui un reattore nucleare, ben sapendo per quali motivi lo voleva), si vede ora rivolgere domande poco piacevoli da parte della polizia parigina. Che squadra! Galloway è il più sordido del gruppo, perché è riuscito a essere ruffiano, oltre che prostituta, di una delle dittature più ripugnanti dei tempi moderni».

Wednesday, March 14, 2007

Ma i giornali hanno un piano "B"?

«Giorni fa, il Washington Post segnalava in prima pagina come l'amministrazione Bush sia sprovvista di un piano di riserva cui rifarsi ove la "surge", la nuova strategia Usa in Iraq, fallisse. E io mi chiedo se il suddetto e altri quotidiani abbiano messo a punto un piano B qualora la stessa, invece, funzionasse».

Così Robert Kagan esordisce in un articolo sui primi segnali positivi della nuova strategia di Bush per l'Iraq.

UPDATE 15 marzo
Altro segnale positivo: Hitchens la chiama «via petrolifera alla democrazia». Non c'è da disperare.