Su il Velino
Nei recenti colloqui a Teheran tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sarebbe discussa - come riportato lunedì scorso da il Velino - anche l'ipotesi di un "backup" del programma nucleare iraniano, cioè di trasferire o replicare in Venezuela gli impianti e le strutture chiave del programma, per salvaguardarlo da eventuali attacchi americani o israeliani. Una sorta di copia di "backup", appunto. La prospettiva di missili iraniani installati in Sud America non dovrebbe essere esclusa a cuor leggero. Lo scrive oggi il Wall Street Journal, ospitando nelle sue pagine ampi stralci di un intervento sull'"asse" Iran-Venezuela pronunciato dal procuratore distrettuale della contea di New York (Manhattan), Robert M. Morgenthau, alla Brookings Institution, think tank progressista vicino ai Democratici. Il procuratore Morgenthau è un profondo conoscitore delle attività iraniane all'estero.
Sotto le lenti attente del suo ufficio passano infatti i movimenti finanziari sospettati di riciclaggio di denaro iraniano e di violazione delle sanzioni finanziarie americane e internazionali nei confronti di Teheran. Nel maggio scorso è stato ascoltato sulla minaccia iraniana dalla Commissione Affari esteri del Senato Usa, alla quale ha riferito che il suo ufficio ha scoperto un «diffuso sistema di pratiche illegali e fraudolente impiegate da enti iraniani per muovere denaro in tutto il mondo senza essere scoperti, anche attraverso banche che operano nella mia giurisdizione - Manhattan». Quella tra Iran e Venezuela, ha spiegato Morgenthau alla Brookings, è una «cordiale partnership finanziaria, politica e militare», che si basa su di un «comune sentimento antiamericano». «E' giunto il momento di elaborare politiche per assicurare che questa partnership non produca frutti avvelenati». Le prove raccolte dal suo ufficio sui movimenti iraniani in America Latina lo inducono a lanciare l'allarme.
(...)
A preoccupare Morgenthau sono le notizie giunte al suo ufficio secondo cui «negli ultimi tre anni un certo numero di fabbriche di proprietà e controllo iraniani sono spuntate in zone remote e non sviluppate del Venezuela, ideali per ubicarvi una produzione illecita di armi». Ancora non si hanno prove precise dell'attività effettivamente condotta in queste fabbriche, ma c'è di che esserne allarmati se nel dicembre del 2008, ha aggiunto ancora Morgenthau, «autorità turche hanno trattenuto una nave iraniana diretta in Venezuela dopo aver scoperto attrezzatura da laboratorio per la produzione di esplosivi in 22 container contrassegnati come parti di trattori».
(...)
Sulla base delle informazioni in possesso del suo ufficio, il procuratore Morgenthau ritiene che gli iraniani, con l'aiuto del governo di Chavez e attraverso il sistema finanziario venezuelano, possano riuscire ad aggirare le sanzioni economiche... Secondo Morgenthau, Stati Uniti e comunità internazionale "devono considerare molto attentamente i modi per monitorare e sanzionare il sistema bancario del Venezuela", attraverso il quale l'Iran riuscirebbe a effettuare i pagamenti necessari per il suo "shopping" nucleare.
LEGGI TUTTO
Showing posts with label brookings institution. Show all posts
Showing posts with label brookings institution. Show all posts
Wednesday, September 09, 2009
Monday, May 25, 2009
L'antiterrorismo di Obama/2 Mezze misure, mezza sicurezza
La Brookings Institution cerca di spiegare in cosa si differenzia l'approccio di Obama sia da quello dell'amministrazione precedente che dalle richieste più radicali della sinistra e delle organizzazioni per i diritti umani:
Ma è «intellettualmente disonesto equiparare la vergogna di Abu Ghraib al lavoro legale, professionale, e del tutto onorevole, del personale della CIA addestrato a trattare con pochi uomini malvagi». Tra l'altro, «in numerose occasioni, autorevoli membri del Congresso, compresa l'attuale speaker della Camera, sono stati informati del programma e dei metodi». Alcuni «li hanno sostenuti in privato, ma si sono dileguati al primo segnale di controversia».
Cheney inoltre ha criticato Obama per aver rivelato come venivano condotti gli interrogatori ai terroristi. Ora però, gli chiede, «usi il suo potere di desecretazione in modo che il popolo americano possa rendersi conto delle informazioni di intelligence che abbiamo ottenuto, delle cose che abbiamo imparato, e delle conseguenze per la sicurezza nazionale». «Nella mia lunga esperienza a Washington - si sfoga Cheney - poche questioni hanno sollevato un'indignazione e un moraleggiare così ipocrita come i metodi di interrogatorio praticati su pochi terroristi. Chi ha costantemente distorto la verità in questo modo - ha concluso Cheney - non è nella posizione di impartire lezioni sui valori».
Per Gerald Seib, Obama e Cheney hanno pronunciato in realtà quattro discorsi diversi. Uno l'ha pronunciato Cheney, «un feroce attacco a coloro che hanno criticato i metodi di interrogatorio e di detenzione dei terroristi autorizzati dall'amministrazione Bush. Ha messo in dubbio la loro integrità e la loro saggezza, incluso l'attuale presidente, che avrebbe revocato le politiche che hanno mantenuto al sicuro l'America per oltre sette anni dall'11 settembre». Obama ha pronunciato «tre discorsi intrecciati in uno». Il primo, per rispondere alle critiche da destra, secondo cui è diventato «morbido» nei confronti del terrorismo e la chiusura di Guantanamo porterà pericolosi estremisti sul suolo americano. Il secondo, per rispondere alle critiche da sinistra, secondo cui è rimasto troppo vicino alle politiche di Bush, come dimostrano la decisione di mantenere i tribunali militari per alcuni sospetti, il rifiuto a pubblicare le immagini sul trattamento dei detenuti, e il suo annuncio di voler continuare a detenere a tempo indefinito alcuni sospetti senza processarli.
Il terzo discorso era rivolto «agli americani nel mezzo», ai quali Obama ha assicurato che «sta cercando un sensato punto d'equilibrio che tenga fuori gioco i sospetti terroristi pur continuando ad onorare i valori americani». La «fondamentale differenza» tra i discorsi di Obama e Cheney, osserva Seib, riguarda «la possibilità stessa che esista una via di mezzo nella lotta contro gli islamisti radicali». Obama «ha descritto la ricerca di una strategia appropriata come un dibattito tra chi a sinistra non fa sconti riguardo le sfide uniche poste dal terrorismo e chi a destra sostiene che qualsiasi cosa va fatta per combatterlo». E secondo Obama «entrambe le parti sono in buona fede dal loro punto di vista, ma nessuna delle due ha ragione».
Per Cheney, Obama e i democratici «possono essere confortati dalle critiche che provengono da entrambe le estremità dello spettro politico. Se a sinistra sono scontenti di alcune decisioni, e i conservatori di altre, può sembrar loro di essere sulla via di un compromesso appropriato. Ma nella lotta contro il terrorismo, non c'è via di mezzo, e le mezze misure equivalgono a una mezza sicurezza. La triangolazione è una strategia politica, non una strategia di sicurezza nazionale».
«L'amministrazione precedente ha deciso che poteva scrivere le regole per la detenzione preventiva da sola, evitando il coinvolgimento del Congresso e cercando di marginalizzare i tribunali. La sinistra e la comunità dei diritti umani, al contrario, pretendono che la detenzione preventiva sia illegittima e che il governo non dovrebbe in alcun caso detenere qualcuno che non possa essere processato».Quella intrapresa da Obama sarebbe quindi una saggia via di mezzo. Ma una via di mezzo sulla sicurezza, secondo l'ex vicepresidente Cheney, non sarebbe possibile. Cheney nel suo discorso all'AEI ha innanzitutto difeso i metodi di interrogatorio autorizzati sotto Bush: erano «giusti, legittimi ed efficaci»; usati solo in casi estremi, su pochi terroristi, hanno sventato una serie di attacchi. Ha tenuto a distinguere tra i metodi di interrogatorio della CIA e ciò che è accaduto ad Abu Ghraib, dove «un pugno di carcerieri sadici ha abusato dei detenuti in volazione della legge americana, delle regole militari e del semplice senso della decenza».
Ma è «intellettualmente disonesto equiparare la vergogna di Abu Ghraib al lavoro legale, professionale, e del tutto onorevole, del personale della CIA addestrato a trattare con pochi uomini malvagi». Tra l'altro, «in numerose occasioni, autorevoli membri del Congresso, compresa l'attuale speaker della Camera, sono stati informati del programma e dei metodi». Alcuni «li hanno sostenuti in privato, ma si sono dileguati al primo segnale di controversia».
Cheney inoltre ha criticato Obama per aver rivelato come venivano condotti gli interrogatori ai terroristi. Ora però, gli chiede, «usi il suo potere di desecretazione in modo che il popolo americano possa rendersi conto delle informazioni di intelligence che abbiamo ottenuto, delle cose che abbiamo imparato, e delle conseguenze per la sicurezza nazionale». «Nella mia lunga esperienza a Washington - si sfoga Cheney - poche questioni hanno sollevato un'indignazione e un moraleggiare così ipocrita come i metodi di interrogatorio praticati su pochi terroristi. Chi ha costantemente distorto la verità in questo modo - ha concluso Cheney - non è nella posizione di impartire lezioni sui valori».
Per Gerald Seib, Obama e Cheney hanno pronunciato in realtà quattro discorsi diversi. Uno l'ha pronunciato Cheney, «un feroce attacco a coloro che hanno criticato i metodi di interrogatorio e di detenzione dei terroristi autorizzati dall'amministrazione Bush. Ha messo in dubbio la loro integrità e la loro saggezza, incluso l'attuale presidente, che avrebbe revocato le politiche che hanno mantenuto al sicuro l'America per oltre sette anni dall'11 settembre». Obama ha pronunciato «tre discorsi intrecciati in uno». Il primo, per rispondere alle critiche da destra, secondo cui è diventato «morbido» nei confronti del terrorismo e la chiusura di Guantanamo porterà pericolosi estremisti sul suolo americano. Il secondo, per rispondere alle critiche da sinistra, secondo cui è rimasto troppo vicino alle politiche di Bush, come dimostrano la decisione di mantenere i tribunali militari per alcuni sospetti, il rifiuto a pubblicare le immagini sul trattamento dei detenuti, e il suo annuncio di voler continuare a detenere a tempo indefinito alcuni sospetti senza processarli.
Il terzo discorso era rivolto «agli americani nel mezzo», ai quali Obama ha assicurato che «sta cercando un sensato punto d'equilibrio che tenga fuori gioco i sospetti terroristi pur continuando ad onorare i valori americani». La «fondamentale differenza» tra i discorsi di Obama e Cheney, osserva Seib, riguarda «la possibilità stessa che esista una via di mezzo nella lotta contro gli islamisti radicali». Obama «ha descritto la ricerca di una strategia appropriata come un dibattito tra chi a sinistra non fa sconti riguardo le sfide uniche poste dal terrorismo e chi a destra sostiene che qualsiasi cosa va fatta per combatterlo». E secondo Obama «entrambe le parti sono in buona fede dal loro punto di vista, ma nessuna delle due ha ragione».
Per Cheney, Obama e i democratici «possono essere confortati dalle critiche che provengono da entrambe le estremità dello spettro politico. Se a sinistra sono scontenti di alcune decisioni, e i conservatori di altre, può sembrar loro di essere sulla via di un compromesso appropriato. Ma nella lotta contro il terrorismo, non c'è via di mezzo, e le mezze misure equivalgono a una mezza sicurezza. La triangolazione è una strategia politica, non una strategia di sicurezza nazionale».
Tuesday, March 17, 2009
Obama prenda esempio da Roosevelt: primo, le banche
«U.S. officials came to the weekend's finance ministers' summit hoping to persuade other countries to embark on a fresh round of spending. They left under pressure to fix the weak U.S. banking sector».In due righe quello dei corrispondenti del WSJ mi pare il miglior riassunto del vertice G20. L'America di Obama chiede all'Europa di spendere di più (e il WSJ ha già spiegato sulle sue pagine perché stavolta ha ragione la "vecchia Europa" a dire di no), mentre l'Europa chiede giustamente all'amministrazione Obama di rimettere in sesto il sistema bancario.
Invece di perdere tempo con i suoi faraonici piani di spesa pubblica, Obama dovrebbe concentrarsi sulla crisi del sistema finanziario, per restaurare la fiducia e riattivare così il sistema circolatorio dell'economia. E' proprio ciò che fece Roosevelt appena entrato in carica. A ricordarlo all'amministrazione in carica e ai suoi sostenitori, a cui tanto piace il paragone con il presidente del New Deal, è William Galston, politologo del think tank "amico" Brookings Institution, in un articolo su The New Republic.
La lista dei desideri di Obama è troppo lunga. Riuscirà a portare avanti la sua agenda come Reagan, oppure fallirà, come Carter? La questione chiave secondo Galston non è la performance dell'economia. Il PIL che nel 1982 l'amministrazione Reagan aveva previsto crescesse del 4,2%, crebbe invece solo dell'1,8%. Né è il radicalismo il nodo del problema. Se il momento richiede risposte radicali, la moderazione è un errore. L'abilità fondamentale in un presidente è saper individuare nella sua agenda quelle che sono le priorità. Galston cita il giudizio di Erwin C. Hargrove sui primi 100 giorni di Reagan: «Reagan ha dimostrato, in un modo che Jimmy Carter non ha mai dimostrato, di sapere cosa significa essere presidente. Sa che un presidente può affrontare solo un numero relativamente piccolo di temi alla volta». E la stessa cosa vale per il Congresso, ogni presidente dovrebbe ricordarsene.
Ma Galston prevede le obiezioni che avanzerebbero i sostenitori dell'approccio dell'attuale amministrazione: "Siamo nel 1933, non nel 1981, e il modello è Roosevelt, non Reagan... e quindi abbiamo bisogno di un'azione forte su un ampio fronte di problemi", risponderebbero. Tuttavia, secondo Galston, la situazione non è ancora così terribile come nel 1933.
«In parte per questo motivo, la gente non è preparata a dare al presidente e al suo partito il grado di consenso di cui usufruirono Roosevelt e il Congresso democratico all'inizio del New Deal - un motivo in più per Obama per distinguere tra obiettivi di breve e lungo termine, così attentamente almeno quanto fece Roosevelt. Infatti, sebbene esercitasse un potere quasi senza freni - nel 1933 i democratici avevano una maggioranza di 313 seggi alla Camera e 60 al Senato - Roosevelt all'inizio fu attento a concentrare le sue politiche quasi esclusivamente sull'emergenza economica».Con l'Emergency Banking Act - racconta Galston - divise le banche in tre categorie:
«Classe A, solide e pronte a riaprire immediatamente; Classe B, in crisi e bisognose di ricapitalizzazione, riorganizzazione, o entrambe; Classe C, dichiarate insolventi e subito chiuse».Questa classificazione rassicurò gli americani che le banche autorizzate a riaprire erano solide e la fiducia cominciò ad aumentare. «Di contro, Roosevelt ritardò la maggior parte delle sue riforme strutturali che non avessero a che fare direttamente con l'emergenza economica», basando il suo primo mandato su due principi che l'amministrazione Obama farebbe bene a prendere in considerazione:
«Primo, mantenne la sua attenzione (e quella del paese) fermamente concentrata su un singolo obiettivo: porre fine alla crisi di fiducia e far ripartire l'economia. Secondo, ha usato il primo periodo per consolidare il sostegno popolare, conquistando ulteriori posizioni al Congresso nel 1934 e una vittoria a valanga nel 1936».«L'analogia chiave tra oggi e il 1933 è la centralità della crisi finanziaria», conclude Galston. Semmai, quindi, è «difficile comprendere come mai l'amministrazione non si sia ancora mossa con la stessa determinazione di Roosevelt». Eppure, non si può certo dire che la crisi abbia colto di sorpresa Obama e i suoi consiglieri. «La loro incapacità fino ad oggi di restaurare la fiducia solleva due ipotesi ugualmente deprimenti: o non sanno cosa fare, o non credono di poter ottenere il consenso politico per fare ciò che sanno essere necessario».
Wednesday, March 04, 2009
Allarme europeizzazione in America
Se qualche conservatore come Christopher Buckley, figlio di William, e David Brooks, editorialista del NYT, si è già pentito di aver sostenuto Obama, figuriamoci i conservatori che l'hanno sempre temuto. I mercati hanno bocciato il piano anti-crisi di Obama e il dubbio che «serpeggia» - anche tra i commentatori e nelle redazioni di autorevoli organi di stampa, anche di preferenze politiche diverse, come Wall Street Journal e The Economist, è che il nuovo presidente possa rivelarsi non all'altezza.
Si teme addirittura che con l'enorme espansione della spesa pubblica e dei programmi federali previsti nella prima legge di bilancio di Obama gli Stati Uniti si stiano incamminando verso una strada che renderà il loro sistema economico-sociale più simile a quello europeo. Quello di Obama è «il più audace manifesto social-democratico mai intrapreso da un presidente americano», ha osservato Charles Krauthammer.
Obama ha chiarito che intende essere un «trasformatore quanto Reagan». Il suo obiettivo non è solo rilanciare l'economia, ma realizzare ambiziosi progetti come un sistema sanitario universale, un'istruzione universale, energia "verde" finanziata e regolata dal governo. E ha deciso di non aspettare la fine della crisi. Già, perché al contrario che in Italia, dove il governo si limita, sia pure in modo pragmatico, a gestire l'esistente e a controllare il deficit aspettando che la crisi passi, Obama vede nell'attuale crisi «un'opportunità». L'ha detto esplicitamente.
«Come la Grande Depressione negli anni '30 - ha spiegato Krauthammer - pose le condizioni politiche e psicologiche che permisero a Roosevelt di trasformare l'America dal laissez-faire delle origini al welfare state, l'attuale crisi apre ad Obama lo spazio politico per spingere l'ancora (relativamente) modesto welfare state americano verso una socialdemocrazia di tipo europeo». Nei paesi dell'Unione europea la spesa pubblica è scesa leggermente, dal 48 al 47% del PIL, negli ultimi 10 anni. Negli stessi anni negli Stati Uniti è salita dal 34 al 40%. La differenza tra Europa e America nella quota di PIL che dipende dal governo si è già ridotta dal 14 al 7%. «Due mandati di Obama e quella differenza sarà azzerata», è il timore di Krauthammer.
Obama sembra scommettere che il paese - spaventato dalla crisi economica e vedendo i fallimenti della presidenza Bush e dei repubblicani - sia ormai pronto per una sterzata a sinistra. Eppure, da una certa retorica "sulla difensiva" nei discorsi di Obama, sembra emergere al contrario la consapevolezza che gli americani restano per la maggior parte istintivamente conservatori e che i suoi piani rischiano di suscitare una crisi di rigetto. Ed è così che ripetutamente Obama si è difeso ponendo l'accento su cosa lui e i suoi programmi non sono. Mentre presentava un piano che prevede il più grande aumento di spesa pubblica dal secondo dopoguerra, giurava di non credere nel big government: «Non perché io creda nel big government – io non ci credo. Non perché non m'importi dell'enorme debito che abbiamo ereditato – mi importa», assicurava al Congresso.
In realtà, quello di Obama, denuncia il Wall Street Journal, «non è un tentativo congiunturale di sostenere l'economia» in una fase di crisi, ma un progetto che mira ad «espandere in modo permanente la spesa pubblica», ponendo lo Stato «in una posizione così dominante» nell'economia che difficilmente si potrà farlo retrocedere.
Lo dimostra la grandezza assoluta della spesa federale proposta, che si avvicinerà nel 2009 ai 4 mila miliardi di dollari, il 27,7% del PIL. La più alta dal 1945, quando il paese era ancora mobilitato per la Seconda Guerra mondiale. E anche quando l'economia ripartirà, si prevede nel 2010, la spesa rimarrà più alta del 22% per l'intero prossimo decennio. «Ci concentriamo sulla spesa, piuttosto che sul deficit - spiega il WSJ - perché Milton Friedman ci ha insegnato che rappresenta il reale carico futuro sui contribuenti». Ma «la più grande illusione» di questa legge di bilancio sta proprio nelle ottimistiche previsioni di crescita: dopo aver perso quest'anno "solo" l'1,2%, secondo Obama il prossimo anno l'economia crescerà del 3,2%. «La realtà - conclude il WSJ - è che i Democratici vogliono sbrigarsi a trasformare tutto questo in legge adesso che Obama è nella sua lune di miele con gli elettori e che possono accusare Bush della recessione».
Anche in casa democratica c'è preoccupazione. Il think tank clintoniano Brookings Institution ha pubblicato un allarmante studio dal quale emerge che anche secondo le previsioni più ottimistiche - se l'economia tornasse alla piena occupazione in due anni facendo decadere il pacchetto di stimolo - il deficit raggiungerà una media di almeno mille miliardi l'anno per i dieci anni successivi al 2009. Per l'economista Isabel Sawhill, è necessario riportare sotto controllo la spesa sanitaria. «Ma al momento nessuno sa come», ammette sollevando delle perplessità sul piano di Obama per l'assistenza sanitaria universale: «Tutti vorremmo offrire una copertura ai non assicurati, ma questo costerà di più, non di meno, del sistema attuale».
Anche negli Stati Uniti si pone il problema dell'aumento dell'età di pensionamento per la tenuta del sistema previdenziale. «La spesa in altri settori potrebbe essere ridotta, ma il vero problema sono le pensioni e la sanità». Se non si affrontano questi nodi, i tagli rischiano di far risparmiare spiccioli, non dollari. Nel frattempo - conclude Isabel Sawhill - stiamo lasciando un enorme debito sulle spalle delle prossime generazioni e incrociamo le dita che gli investitori stranieri continueranno a prestarci soldi a condizioni ragionevoli. Il problema non è la mancanza di risorse, ma di volontà politica».
Si teme addirittura che con l'enorme espansione della spesa pubblica e dei programmi federali previsti nella prima legge di bilancio di Obama gli Stati Uniti si stiano incamminando verso una strada che renderà il loro sistema economico-sociale più simile a quello europeo. Quello di Obama è «il più audace manifesto social-democratico mai intrapreso da un presidente americano», ha osservato Charles Krauthammer.
Obama ha chiarito che intende essere un «trasformatore quanto Reagan». Il suo obiettivo non è solo rilanciare l'economia, ma realizzare ambiziosi progetti come un sistema sanitario universale, un'istruzione universale, energia "verde" finanziata e regolata dal governo. E ha deciso di non aspettare la fine della crisi. Già, perché al contrario che in Italia, dove il governo si limita, sia pure in modo pragmatico, a gestire l'esistente e a controllare il deficit aspettando che la crisi passi, Obama vede nell'attuale crisi «un'opportunità». L'ha detto esplicitamente.
«Come la Grande Depressione negli anni '30 - ha spiegato Krauthammer - pose le condizioni politiche e psicologiche che permisero a Roosevelt di trasformare l'America dal laissez-faire delle origini al welfare state, l'attuale crisi apre ad Obama lo spazio politico per spingere l'ancora (relativamente) modesto welfare state americano verso una socialdemocrazia di tipo europeo». Nei paesi dell'Unione europea la spesa pubblica è scesa leggermente, dal 48 al 47% del PIL, negli ultimi 10 anni. Negli stessi anni negli Stati Uniti è salita dal 34 al 40%. La differenza tra Europa e America nella quota di PIL che dipende dal governo si è già ridotta dal 14 al 7%. «Due mandati di Obama e quella differenza sarà azzerata», è il timore di Krauthammer.
Obama sembra scommettere che il paese - spaventato dalla crisi economica e vedendo i fallimenti della presidenza Bush e dei repubblicani - sia ormai pronto per una sterzata a sinistra. Eppure, da una certa retorica "sulla difensiva" nei discorsi di Obama, sembra emergere al contrario la consapevolezza che gli americani restano per la maggior parte istintivamente conservatori e che i suoi piani rischiano di suscitare una crisi di rigetto. Ed è così che ripetutamente Obama si è difeso ponendo l'accento su cosa lui e i suoi programmi non sono. Mentre presentava un piano che prevede il più grande aumento di spesa pubblica dal secondo dopoguerra, giurava di non credere nel big government: «Non perché io creda nel big government – io non ci credo. Non perché non m'importi dell'enorme debito che abbiamo ereditato – mi importa», assicurava al Congresso.
In realtà, quello di Obama, denuncia il Wall Street Journal, «non è un tentativo congiunturale di sostenere l'economia» in una fase di crisi, ma un progetto che mira ad «espandere in modo permanente la spesa pubblica», ponendo lo Stato «in una posizione così dominante» nell'economia che difficilmente si potrà farlo retrocedere.
Lo dimostra la grandezza assoluta della spesa federale proposta, che si avvicinerà nel 2009 ai 4 mila miliardi di dollari, il 27,7% del PIL. La più alta dal 1945, quando il paese era ancora mobilitato per la Seconda Guerra mondiale. E anche quando l'economia ripartirà, si prevede nel 2010, la spesa rimarrà più alta del 22% per l'intero prossimo decennio. «Ci concentriamo sulla spesa, piuttosto che sul deficit - spiega il WSJ - perché Milton Friedman ci ha insegnato che rappresenta il reale carico futuro sui contribuenti». Ma «la più grande illusione» di questa legge di bilancio sta proprio nelle ottimistiche previsioni di crescita: dopo aver perso quest'anno "solo" l'1,2%, secondo Obama il prossimo anno l'economia crescerà del 3,2%. «La realtà - conclude il WSJ - è che i Democratici vogliono sbrigarsi a trasformare tutto questo in legge adesso che Obama è nella sua lune di miele con gli elettori e che possono accusare Bush della recessione».
Anche in casa democratica c'è preoccupazione. Il think tank clintoniano Brookings Institution ha pubblicato un allarmante studio dal quale emerge che anche secondo le previsioni più ottimistiche - se l'economia tornasse alla piena occupazione in due anni facendo decadere il pacchetto di stimolo - il deficit raggiungerà una media di almeno mille miliardi l'anno per i dieci anni successivi al 2009. Per l'economista Isabel Sawhill, è necessario riportare sotto controllo la spesa sanitaria. «Ma al momento nessuno sa come», ammette sollevando delle perplessità sul piano di Obama per l'assistenza sanitaria universale: «Tutti vorremmo offrire una copertura ai non assicurati, ma questo costerà di più, non di meno, del sistema attuale».
Anche negli Stati Uniti si pone il problema dell'aumento dell'età di pensionamento per la tenuta del sistema previdenziale. «La spesa in altri settori potrebbe essere ridotta, ma il vero problema sono le pensioni e la sanità». Se non si affrontano questi nodi, i tagli rischiano di far risparmiare spiccioli, non dollari. Nel frattempo - conclude Isabel Sawhill - stiamo lasciando un enorme debito sulle spalle delle prossime generazioni e incrociamo le dita che gli investitori stranieri continueranno a prestarci soldi a condizioni ragionevoli. Il problema non è la mancanza di risorse, ma di volontà politica».
Monday, February 09, 2009
Lo spettro del protezionismo nel pacchetto anti-crisi di Obama
Nonostante il Senato americano abbia ammorbidito la misura Buy American, non si placa il dibattito sullo spettro del protezionismo. La clausola di chiara marca protezionista, inserita dalla Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica nel pacchetto di stimolo fiscale proposto dal presidente Obama, stabilisce che nella costruzione delle opere finanziate dal piano anti-crisi debbano essere usati acciaio, ferro e prodotti industriali solo americani.
L'emendamento approvato dai senatori chiede che sia «applicata in modo compatibile con gli obblighi sottoscritti dagli Stati Uniti negli accordi internazionali», ma non è servito a tranquillizzare i maggiori partner commerciali degli Usa: Europa, Canada, Messico e Cina. Respinto, invece, l'emendamento abrogativo di McCain: nella clausola «ci sono echi del disastroso Smoot-Hawley Tariff Act», ha denunciato l'ex candidato alla presidenza. L'intero pacchetto dovrebbe essere approvato domani nella sua versione ridotta (si fa per dire) a 827 miliardi di dollari.
Dure critiche al Buy American sono giunte dall'economista Eswar Prasad, della Brookings Institution, think tank vicino ai Democratici, che accusa la clausola di porre «convenienze politiche di breve termine e gli interessi economici di pochi al di sopra dei benefici molto più ampi che il libero mercato offre ai consumatori» e di «mettere da parte la cooperazione internazionale e il multilateralismo» verso cui si era impegnata la nuova amministrazione. «Erigere barriere potrebbe distruggere il commercio mondiale, se gli altri paesi si vendicassero con delle proprie misure protezioniste. E queste barriere finiranno per assestare un ulteriore colpo all'economia americana e mondiale».
Proteggere le industrie interne dalla competizione estera è una «tentazione istintiva», ma è una scelta che «si ritorcerà contro, se darà avvio a una guerra commerciale con gli altri paesi». Provocherà «più perdite di posti di lavoro, prezzi più alti su molti prodotti e una recessione più prolungata», avverte Prasad. In questo particolare momento di crisi e sfiducia «non possiamo permetterci di scatenare una guerra commerciale». Gli Stati Uniti «dovrebbero essere di esempio, fissando gli standard del libero commercio», e non guidare il mondo «lungo un sentiero di protezionismo autodistruttivo, dandosi la zappa sui piedi».
Di «zappa sui piedi» parla anche Walter Russell Mead, intervistato dal Council on Foreign Relations, che ha posto l'accento sulle ripercussioni in politica estera: «Se in questo momento di crisi sbattiamo la porta in faccia alla Cina, o la Cina pensa che è ciò che noi e gli europei stiamo facendo, sarà un errore di politica estera molto più pericoloso di qualsiasi cosa abbia fatto Bush... la cosa più pericolosa che potremmo fare».
Sul Financial Times, l'economista Jagdish Bhagwati ha criticato il «basso profilo, anzi invisibile», tenuto dal presidente Obama. Fortunatamente, ha reagito al Buy American, «lasciando pochi dubbi sui suoi reali sentimenti e le sue preferenze». A Fox News ha dichiarato che «non possiamo mandare un messaggio protezionista» e a ABC News che non vuole niente nel piano di stimolo «che scateni una guerra commerciale».
Ma il protezionismo è «un pericoloso virus che esige una risposta appassionata», secondo Bhagwati, che con la memoria torna allo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, di cui il Buy American sembra l'odierna versione. Se viene approvato, «aspettatevi di veder scoppiare guerre commerciali», avverte. «Nulla impedirebbe a India e Cina di alzare i dazi sui prodotti di esportazione americani». E a quel punto è facile prevedere la «ritorsione» degli «infuriati congressmen americani». Il presidente Obama «non può permettersi che si ripeta questo schema: deve combattere il protezionismo o vedrà il virus diffondersi senza controllo». Dovrebbe porre il veto sul Buy American, se non vuole essere ricordato come Herbert Hoover, ha scritto sul Wall Street Journal Burton G. Malkiel, professore di economia a Princeton.
L'emendamento approvato dai senatori chiede che sia «applicata in modo compatibile con gli obblighi sottoscritti dagli Stati Uniti negli accordi internazionali», ma non è servito a tranquillizzare i maggiori partner commerciali degli Usa: Europa, Canada, Messico e Cina. Respinto, invece, l'emendamento abrogativo di McCain: nella clausola «ci sono echi del disastroso Smoot-Hawley Tariff Act», ha denunciato l'ex candidato alla presidenza. L'intero pacchetto dovrebbe essere approvato domani nella sua versione ridotta (si fa per dire) a 827 miliardi di dollari.
Dure critiche al Buy American sono giunte dall'economista Eswar Prasad, della Brookings Institution, think tank vicino ai Democratici, che accusa la clausola di porre «convenienze politiche di breve termine e gli interessi economici di pochi al di sopra dei benefici molto più ampi che il libero mercato offre ai consumatori» e di «mettere da parte la cooperazione internazionale e il multilateralismo» verso cui si era impegnata la nuova amministrazione. «Erigere barriere potrebbe distruggere il commercio mondiale, se gli altri paesi si vendicassero con delle proprie misure protezioniste. E queste barriere finiranno per assestare un ulteriore colpo all'economia americana e mondiale».
Proteggere le industrie interne dalla competizione estera è una «tentazione istintiva», ma è una scelta che «si ritorcerà contro, se darà avvio a una guerra commerciale con gli altri paesi». Provocherà «più perdite di posti di lavoro, prezzi più alti su molti prodotti e una recessione più prolungata», avverte Prasad. In questo particolare momento di crisi e sfiducia «non possiamo permetterci di scatenare una guerra commerciale». Gli Stati Uniti «dovrebbero essere di esempio, fissando gli standard del libero commercio», e non guidare il mondo «lungo un sentiero di protezionismo autodistruttivo, dandosi la zappa sui piedi».
Di «zappa sui piedi» parla anche Walter Russell Mead, intervistato dal Council on Foreign Relations, che ha posto l'accento sulle ripercussioni in politica estera: «Se in questo momento di crisi sbattiamo la porta in faccia alla Cina, o la Cina pensa che è ciò che noi e gli europei stiamo facendo, sarà un errore di politica estera molto più pericoloso di qualsiasi cosa abbia fatto Bush... la cosa più pericolosa che potremmo fare».
Sul Financial Times, l'economista Jagdish Bhagwati ha criticato il «basso profilo, anzi invisibile», tenuto dal presidente Obama. Fortunatamente, ha reagito al Buy American, «lasciando pochi dubbi sui suoi reali sentimenti e le sue preferenze». A Fox News ha dichiarato che «non possiamo mandare un messaggio protezionista» e a ABC News che non vuole niente nel piano di stimolo «che scateni una guerra commerciale».
Ma il protezionismo è «un pericoloso virus che esige una risposta appassionata», secondo Bhagwati, che con la memoria torna allo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, di cui il Buy American sembra l'odierna versione. Se viene approvato, «aspettatevi di veder scoppiare guerre commerciali», avverte. «Nulla impedirebbe a India e Cina di alzare i dazi sui prodotti di esportazione americani». E a quel punto è facile prevedere la «ritorsione» degli «infuriati congressmen americani». Il presidente Obama «non può permettersi che si ripeta questo schema: deve combattere il protezionismo o vedrà il virus diffondersi senza controllo». Dovrebbe porre il veto sul Buy American, se non vuole essere ricordato come Herbert Hoover, ha scritto sul Wall Street Journal Burton G. Malkiel, professore di economia a Princeton.
Monday, February 02, 2009
Primo atto di Obamanomics, ma un'opposizione c'è ancora
Dal primo, fondamentale, atto legislativo della presidenza Obama impareremo qualcosa di più dell'obamanomics che da tutti i dibattiti e i discorsi del lungo anno elettorale alle nostre spalle. Il pacchetto anti-crisi sembra arrivare all'esame del Congresso in un clima di generale unanimismo. L'entusiasmo che circonda il nuovo presidente e l'urgenza di rimedi, quali essi siano, contro la recessione, contribuiscono ad alimentare una forte pressione sui legislatori, chiamati "vox populi" ad una rapida approvazione del piano, anche a scapito di un dibattito aperto.
Ma sotto questa apparente coltre di conformismo, un'opposizione c'è ancora. Quella dei repubblicani alla Camera, compatta come poche volte nonostante le sirene bipartisan di Obama. E quella di pochi e autorevoli think tank. La scorsa settimana il Cato Institute ha fatto pubblicare sulle pagine dei principali quotidiani d'America un manifesto, sottoscritto da centinaia di economisti, per smentire l'azzardata affermazione presidenziale secondo cui gli economisti di ogni scuola di pensiero sosterrebbero la necessità di un aumento della spesa pubblica per stimolare l'economia: «Presidente, con tutto il dovuto rispetto, non è vero. Noi dissentiamo».
Sul Wall Street Journal, Alan Reynolds ha colto alcune contraddizioni del piano: «Stranamente la maggior parte della spesa è indirizzata a settori dell'economia dove la disoccupazione è più bassa». Reynolds ha calcolato che se anche il piano funzionasse, ciascuno dei posti di lavoro salvato o creato costerebbe 275 mila dollari, addirittura 646 mila per ciascun posto nel pubblico impiego. Inoltre, 290 degli 825 miliardi di dollari stanziati non saranno spesi prima del 2011, quando persino per le più pessimistiche previsioni l'economia si starà riprendendo.
In uno studio sugli effetti dello «shock fiscale», Andrew Mountford, della University of London, e Harald Uhlig, dell'università di Chicago, sostengono che «la migliore politica fiscale per stimolare l'economia sarebbe un taglio fiscale finanziato in deficit», e che «i costi di lungo termine dell'espansione della spesa pubblica sono probabilmente maggiori dei benefici nel breve termine».
Lawrence B. Lindsey, dell'American Enterprise Institute, osserva che con la stessa somma di denaro il governo avrebbe potuto mettere 1.500 dollari direttamente nelle tasche di un lavoratore medio e una somma simile in quelle del suo datore di lavoro. «Un errore da 800 miliardi», è il giudizio di Martin Feldstein, che contesta non l'entità della somma, ma l'inefficacia delle misure. L'esperienza dimostra che i soldi in più che entrano nelle tasche dei cittadini da tagli alle tasse temporanei e forfettari vengono per lo più risparmiati o usati per ripianare debiti già contratti. Per incentivare famiglie e imprese ad accrescere consumi, investimenti e quindi occupazione, i tagli fiscali dovrebbero essere permanenti.
E' questo il cuore del piano alternativo elaborato da J. D. Foster e William Beach, della Heritage Foundation, e sostenuto con forza dal senatore repubblicano della Carolina del Sud Jim DeMint, che attacca il piano del presidente: «E' il peggiore pezzo di legislazione economica negli ultimi 100 anni... E' basato sulla speranza, non sulla realtà». Degli 825 miliardi, denuncia, una minima parte è destinata alle infrastrutture ai tagli fiscali per le imprese. Degli 825 miliardi, denuncia, una minima parte è destinata alle infrastrutture e ai tagli fiscali per le imprese. A beneficiare del pacchetto saranno in realtà la base elettorale e le clientele dei Democratici. Altro che un'economia più simile a quelle europee, i Democratici «vogliono legare un razzo alla nostra economia e lanciarla direttamente a Bruxelles!»
Solo l'"Opzione americana", mettere più di mille miliardi nelle mani di lavoratori e imprese, «può salvare la nostra economia da una inesorabile deriva verso una socialdemocrazia di tipo europeo».
Lo scenario negativo paventato dagli economisti della Brookings è interessante anche in chiave italiana, perché descrive esattamente ciò che tiene il nostro paese al palo. La spesa necessaria per stabilizzare i mercati finanziari e rilanciare l'economia, avvertono, provocherà «un grande aumento del nostro debito pubblico».
Ma sotto questa apparente coltre di conformismo, un'opposizione c'è ancora. Quella dei repubblicani alla Camera, compatta come poche volte nonostante le sirene bipartisan di Obama. E quella di pochi e autorevoli think tank. La scorsa settimana il Cato Institute ha fatto pubblicare sulle pagine dei principali quotidiani d'America un manifesto, sottoscritto da centinaia di economisti, per smentire l'azzardata affermazione presidenziale secondo cui gli economisti di ogni scuola di pensiero sosterrebbero la necessità di un aumento della spesa pubblica per stimolare l'economia: «Presidente, con tutto il dovuto rispetto, non è vero. Noi dissentiamo».
Sul Wall Street Journal, Alan Reynolds ha colto alcune contraddizioni del piano: «Stranamente la maggior parte della spesa è indirizzata a settori dell'economia dove la disoccupazione è più bassa». Reynolds ha calcolato che se anche il piano funzionasse, ciascuno dei posti di lavoro salvato o creato costerebbe 275 mila dollari, addirittura 646 mila per ciascun posto nel pubblico impiego. Inoltre, 290 degli 825 miliardi di dollari stanziati non saranno spesi prima del 2011, quando persino per le più pessimistiche previsioni l'economia si starà riprendendo.
In uno studio sugli effetti dello «shock fiscale», Andrew Mountford, della University of London, e Harald Uhlig, dell'università di Chicago, sostengono che «la migliore politica fiscale per stimolare l'economia sarebbe un taglio fiscale finanziato in deficit», e che «i costi di lungo termine dell'espansione della spesa pubblica sono probabilmente maggiori dei benefici nel breve termine».
Lawrence B. Lindsey, dell'American Enterprise Institute, osserva che con la stessa somma di denaro il governo avrebbe potuto mettere 1.500 dollari direttamente nelle tasche di un lavoratore medio e una somma simile in quelle del suo datore di lavoro. «Un errore da 800 miliardi», è il giudizio di Martin Feldstein, che contesta non l'entità della somma, ma l'inefficacia delle misure. L'esperienza dimostra che i soldi in più che entrano nelle tasche dei cittadini da tagli alle tasse temporanei e forfettari vengono per lo più risparmiati o usati per ripianare debiti già contratti. Per incentivare famiglie e imprese ad accrescere consumi, investimenti e quindi occupazione, i tagli fiscali dovrebbero essere permanenti.
E' questo il cuore del piano alternativo elaborato da J. D. Foster e William Beach, della Heritage Foundation, e sostenuto con forza dal senatore repubblicano della Carolina del Sud Jim DeMint, che attacca il piano del presidente: «E' il peggiore pezzo di legislazione economica negli ultimi 100 anni... E' basato sulla speranza, non sulla realtà». Degli 825 miliardi, denuncia, una minima parte è destinata alle infrastrutture ai tagli fiscali per le imprese. Degli 825 miliardi, denuncia, una minima parte è destinata alle infrastrutture e ai tagli fiscali per le imprese. A beneficiare del pacchetto saranno in realtà la base elettorale e le clientele dei Democratici. Altro che un'economia più simile a quelle europee, i Democratici «vogliono legare un razzo alla nostra economia e lanciarla direttamente a Bruxelles!»
Solo l'"Opzione americana", mettere più di mille miliardi nelle mani di lavoratori e imprese, «può salvare la nostra economia da una inesorabile deriva verso una socialdemocrazia di tipo europeo».
«Invece di espandere il governo, dove gli sprechi e la corruzione imperano, espandiamo il settore privato, dove fiorisce l'innovazione. Invece di dare il potere e il controllo della nostra economia ai politici e ai burocrati, diamo agli americani e alle piccole imprese la libertà di spendere e investire i loro soldi».Sebbene con un diverso approccio, diversi argomenti e, soprattutto, diversi toni, anche alla clintoniana Brookings Institution si rendono conto dei rischi derivanti da un aumento incontrollato della spesa pubblica. Se stabilizzare i mercati finanziari per assicurare un'ampia e accessibile offerta di credito e attenuare la recessione sono gli obiettivi del momento, il presidente Obama non può scordarsi che la sfida decisiva nel lungo termine è assicurare al paese una crescita economica duratura e un bilancio sostenibile nel tempo, controllando la crescita dei costi sanitari e previdenziali e riformando il sistema fiscale. Le soluzioni ai problemi di breve termine non dovranno rendere più difficile centrare gli obiettivi di lungo termine.
Lo scenario negativo paventato dagli economisti della Brookings è interessante anche in chiave italiana, perché descrive esattamente ciò che tiene il nostro paese al palo. La spesa necessaria per stabilizzare i mercati finanziari e rilanciare l'economia, avvertono, provocherà «un grande aumento del nostro debito pubblico».
«Dovremo prendere in prestito soldi dai mercati di capitali interni ed esteri per finanziare questo debito. Ma senza un serio impegno alla moderazione della spesa, alla fine i prestatori dubiteranno della credibilità dei nostri conti e reagiranno riducendo il credito o applicando tassi di interesse più alti. Se non viene affrontato il problema del bilancio nel lungo termine, gli interessi assorbiranno una quota crescente delle nostre risorse e, insieme ai costi crescenti della sanità e della previdenza sociale, ci impediranno di spendere nei programmi per i poveri, i giovani, e per migliorare le infrastrutture. La nostra dipendenza dai creditori esteri e la risultante ipoteca sulle future entrate diminuiranno gli standard di vita delle generazioni future».Gli economisti della Brookings chiedono a Obama di «non perdere di vista queste scomode verità».
Monday, January 26, 2009
Primi passi di Obama, in attesa di una sua "dottrina"
Con i suoi primi ordini esecutivi Barack Obama ha mantenuto le sue promesse elettorali. Il nuovo presidente ha deciso di chiudere entro un anno il carcere di Guantanamo e le prigioni segrete della Cia; ha sospeso i processi in corso dinanzi alle corti militari istituite da Bush; e ha vietato i metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati nei manuali del Pentagono. Tuttavia, ha anche deciso di formare due "task force" che in sostanza, nei prossimi sei mesi, dovranno valutare se e quali eccezioni tollerare per esigenze di sicurezza nazionale.
Una mossa abile, perché da una parte Obama lancia un segnale di rottura rispetto a Bush; dall'altra, si tiene comunque aperte tutte (o quasi) le opzioni, in attesa di elaborare una sua dottrina antiterrorismo, una volta acquisiti tutti gli elementi di conoscenza necessari. Se dall'Unione europea giunge la disponibilità a collaborare, anche se non c'è accordo sul trattamento da riservare ai terroristi che verrebbero trasferiti nel Vecchio Continente, il New York Times riferisce che decine degli oltre 500 detenuti di Guantanamo rimessi in libertà da Bush sono già tornati a combattere.
Interpretati come un definitivo cambio di rotta rispetto alla normativa e alla strategia antiterrorismo della precedente amministrazione, e salutati con entusiasmo dagli attivisti per i diritti umani e dai più critici della presidenza Bush, in realtà i provvedimenti di Obama – spiega in una lunga analisi Benjamin Wittes, del think tank clintoniano Brookings Institution – sono molto diversi nelle loro conseguenze.
L'ordine di chiusura di Guantanamo è molto meno significativo di quanto si creda. Non risolve nessuno dei nodi giuridici riguardanti la detenzione dei terroristi. Semplicemente si limita ad avviare un processo che durerà un anno e si concluderà con la chiusura della prigione sull'isola di Cuba. Ma non stabilisce cosa accadrà ai 242 detenuti ancora nella struttura.
L'ordine è «attento a tenere aperte tutte le opzioni per ciascun detenuto», spiega Wittes: «Non prevede il trasferimento o il rilascio di alcuno. Né che i detenuti vengano proccessati. Né preclude l'eventuale utilizzo di corti militari, o di qualche altra sede di giudizio alternativa. E, soprattutto, non preclude il proseguimento della detenzione di certi – forse molti – detenuti». Una sola cosa è chiara (che era stata promessa anche dal concorrente di Obama per la presidenza, John McCain): la chiusura del campo di prigionia a Guantanamo. Ma le detenzioni potrebbero continuare.
Ogni detenuto – si legge nell'ordine – «dovrà essere reimpatriato, rilasciato, trasferito in un paese terzo, o in un'altro centro di detenzione degli Stati Uniti in modo conforme alle leggi, alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti». Da ciò emerge chiaramente che il reimpatrio, il trasferimento a un paese terzo, il rilascio, o il processo non sono le uniche opzioni, perché si riconosce che in alcuni casi potrebbero non essere compatibili con le esigenze di sicurezza nazionale. Se le detenzioni continueranno – e in che in forma – dipenderà dalle valutazioni di una task force che in sei mesi dovrà rivedere la posizione di ciascun detenuto. Per quei detenuti per i quali non si potrà provvedere al processo, al rilascio, o al trasferimento, la task force «dovrà individuare mezzi legali, conformi alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti».
Ciò significa che alcuni o molti dei 242 detenuti potrebbero rimanere sotto la custodia americana, senza processo, anche dopo la chiusura di Guantanamo, forse in nuovi centri di detenzione su territorio americano. In questo caso la politica di Obama si differenzierebbe da quella di Bush solo per il luogo fisico della detenzione. Ma è anche possibile che Obama chieda l'appoggio del Congresso per protrarre la detenzione in presenza di talune particolari circostanze. Insomma, «l'ordine non decide nulla che non fosse già stato deciso molto tempo fa. Semplicemente dà avvio al processo di chiusura di Guantanamo, ma cautamente tiene tutte le opzioni sul tavolo e dà alla nuova amministrazione ampio margine di manovra», conclude Wittes.
Al contrario, l'ordine presidenziale sui centri di detenzione e i metodi di interrogatorio della CIA fa molto di più. Revoca gran parte dell'architettura legale messa in piedi da Bush, vietando alla Cia metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati dal Manuale di battaglia delle Forze armate e ordinando all'agenzia di «chiudere il più velocemente possibile ogni centro di detenzione attualmente operativo». La CIA dovrà attenersi ad un insieme specifico di tecniche di interrogatorio approvate, alle quali le forze armate sono già tenute per legge. «Non solo, quindi, l'ordine toglie alla CIA la possibilità di condurre interrogatori con metodi altamente coercitivi», vicini alla tortura, ma «vieta anche di usare tecniche che, pur essendo indubitabilmente legali, non siano previste dal Manuale dell'esercito». Tuttavia, se l'ordine di Obama è «inflessibile» nella sua opposizione ai metodi coercitivi di interrogatorio, accenna alla possibilità che la CIA abbia bisogno di ricorrere a tecniche a cui le Forze armate non sono autorizzate. Anche in questo caso, sarà una «task force» speciale a definire le eccezioni.
Una mossa abile, perché da una parte Obama lancia un segnale di rottura rispetto a Bush; dall'altra, si tiene comunque aperte tutte (o quasi) le opzioni, in attesa di elaborare una sua dottrina antiterrorismo, una volta acquisiti tutti gli elementi di conoscenza necessari. Se dall'Unione europea giunge la disponibilità a collaborare, anche se non c'è accordo sul trattamento da riservare ai terroristi che verrebbero trasferiti nel Vecchio Continente, il New York Times riferisce che decine degli oltre 500 detenuti di Guantanamo rimessi in libertà da Bush sono già tornati a combattere.
Interpretati come un definitivo cambio di rotta rispetto alla normativa e alla strategia antiterrorismo della precedente amministrazione, e salutati con entusiasmo dagli attivisti per i diritti umani e dai più critici della presidenza Bush, in realtà i provvedimenti di Obama – spiega in una lunga analisi Benjamin Wittes, del think tank clintoniano Brookings Institution – sono molto diversi nelle loro conseguenze.
L'ordine di chiusura di Guantanamo è molto meno significativo di quanto si creda. Non risolve nessuno dei nodi giuridici riguardanti la detenzione dei terroristi. Semplicemente si limita ad avviare un processo che durerà un anno e si concluderà con la chiusura della prigione sull'isola di Cuba. Ma non stabilisce cosa accadrà ai 242 detenuti ancora nella struttura.
L'ordine è «attento a tenere aperte tutte le opzioni per ciascun detenuto», spiega Wittes: «Non prevede il trasferimento o il rilascio di alcuno. Né che i detenuti vengano proccessati. Né preclude l'eventuale utilizzo di corti militari, o di qualche altra sede di giudizio alternativa. E, soprattutto, non preclude il proseguimento della detenzione di certi – forse molti – detenuti». Una sola cosa è chiara (che era stata promessa anche dal concorrente di Obama per la presidenza, John McCain): la chiusura del campo di prigionia a Guantanamo. Ma le detenzioni potrebbero continuare.
Ogni detenuto – si legge nell'ordine – «dovrà essere reimpatriato, rilasciato, trasferito in un paese terzo, o in un'altro centro di detenzione degli Stati Uniti in modo conforme alle leggi, alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti». Da ciò emerge chiaramente che il reimpatrio, il trasferimento a un paese terzo, il rilascio, o il processo non sono le uniche opzioni, perché si riconosce che in alcuni casi potrebbero non essere compatibili con le esigenze di sicurezza nazionale. Se le detenzioni continueranno – e in che in forma – dipenderà dalle valutazioni di una task force che in sei mesi dovrà rivedere la posizione di ciascun detenuto. Per quei detenuti per i quali non si potrà provvedere al processo, al rilascio, o al trasferimento, la task force «dovrà individuare mezzi legali, conformi alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti».
Ciò significa che alcuni o molti dei 242 detenuti potrebbero rimanere sotto la custodia americana, senza processo, anche dopo la chiusura di Guantanamo, forse in nuovi centri di detenzione su territorio americano. In questo caso la politica di Obama si differenzierebbe da quella di Bush solo per il luogo fisico della detenzione. Ma è anche possibile che Obama chieda l'appoggio del Congresso per protrarre la detenzione in presenza di talune particolari circostanze. Insomma, «l'ordine non decide nulla che non fosse già stato deciso molto tempo fa. Semplicemente dà avvio al processo di chiusura di Guantanamo, ma cautamente tiene tutte le opzioni sul tavolo e dà alla nuova amministrazione ampio margine di manovra», conclude Wittes.
Al contrario, l'ordine presidenziale sui centri di detenzione e i metodi di interrogatorio della CIA fa molto di più. Revoca gran parte dell'architettura legale messa in piedi da Bush, vietando alla Cia metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati dal Manuale di battaglia delle Forze armate e ordinando all'agenzia di «chiudere il più velocemente possibile ogni centro di detenzione attualmente operativo». La CIA dovrà attenersi ad un insieme specifico di tecniche di interrogatorio approvate, alle quali le forze armate sono già tenute per legge. «Non solo, quindi, l'ordine toglie alla CIA la possibilità di condurre interrogatori con metodi altamente coercitivi», vicini alla tortura, ma «vieta anche di usare tecniche che, pur essendo indubitabilmente legali, non siano previste dal Manuale dell'esercito». Tuttavia, se l'ordine di Obama è «inflessibile» nella sua opposizione ai metodi coercitivi di interrogatorio, accenna alla possibilità che la CIA abbia bisogno di ricorrere a tecniche a cui le Forze armate non sono autorizzate. Anche in questo caso, sarà una «task force» speciale a definire le eccezioni.
Monday, September 22, 2008
Politiche pubbliche sbagliate, non il mercato, all'origine della crisi
Si sveglia il Wall Street Journal
La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».
E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.
Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.
Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.
Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.
Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.
A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.
Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».
«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».
Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.
Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.
«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».
L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.
Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.
La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.
Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».
La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».
E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.
Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.
Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.
Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.
Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.
A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.
Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».
«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».
Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.
Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.
«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».
L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.
Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.
La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.
Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».
Monday, September 15, 2008
Dalla Georgia lezioni per Taiwan
La dimostrazione di forza della Russia in Georgia e la debolezza della risposta dell'Occidente potrebbero avere effetti di lunga durata ben al di là del Mar Nero e del Caucaso, e conseguenze negative non solo nei rapporti tra Washington e Mosca. I drammatici eventi dello scorso mese di agosto sono stati seguiti con interesse e preoccupazione anche in parecchie capitali dell'Estremo Oriente.
Due analisi, provenienti da due think tank americani politicamente molto distanti tra loro – una dall'istituto clintoniano Brookings Institution, l'altra frutto della rivista neoconservatrice Weekly Standard – convergono nel ritenere che la rapida occupazione della Georgia da parte delle truppe di Mosca, e la debolezza dimostrata dall'Occidente di fronte al fatto compiuto, compromettano la credibilità globale degli Stati Uniti e sollevino dubbi sulla loro reale volontà e le loro reali capacità di difendere gli alleati, sia agli occhi delle giovani democrazie asiatiche, come Taiwan, sia agli occhi di grandi potenze in ascesa e con ambizioni egemoniche come la Cina.
"Dalla Georgia lezioni per Taiwan", scrivono Jeffrey A. Bader e Douglas Paal. Come la Georgia, anche Taiwan si trova alla periferia di una grande potenza: la Cina. Se le reali intenzioni di Mosca nei confronti di Tbilisi non sono ancora del tutto chiare, è inequivocabile la rivendicazione di sovranità della Cina su Taiwan ed è manifesta l'intenzione di Pechino di riunificare l'isola al continente nel lungo periodo. Nel 2005 l'Assemblea popolare ha approvato una legge anti-secessione, che autorizza il governo di Pechino ad usare la forza militare contro ogni tentativo secessionista. Taipei è dunque avvertita: una dichiarazione formale di indipenza non verrebbe lasciata impunita.
In entrambe le partite, quella per il Caucaso e quella asiatica, la politica degli Stati Uniti è determinante per i calcoli di tutti gli attori in gioco. Gli Stati Uniti vorrebbero portare la Georgia nella Nato, mentre la difesa di Taiwan in caso di attacco cinese è un impegno di lunga durata e uno dei pilastri della sicurezza e della stabilità in Asia. Ma i segnali di debolezza non passano inosservati, né a Taipei né a Pechino. Alla luce degli eventi in Georgia molti a Taiwan potrebbero cominciare a interrogarsi sulla credibilità della protezione americana. Come gli Stati Uniti non hanno soccorso l'alleato georgiano, così in futuro potrebbero non correre in aiuto di Taiwan di fronte a un colpo di mano da parte di Pechino.
Ancora più esplicito Michael Auslin, nella sua analisi sul Weekly Standard: «Quando l'autocrazia starnutisce, l'Asia si prende il raffreddore». Le democrazie asiatiche che da tempo contano sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro difesa da possibili aggressioni sono allarmate. Qualsiasi sia il pretesto – risorse naturali, movimenti separatisti, vecchie dispute territoriali – una grande potenza come la Cina potrebbe agire nei loro confronti come la Russia ha agito contro la Georgia, senza che l'alleato americano sia disposto ad alzare un dito in loro aiuto. Il mancato soccorso Usa alla Georgia può indurre la Cina e le altre autocrazie in Asia a concludere che l'America sia disposta a difendere le democrazie alleate solo a parole. Se l'America non dimostra di essere pronta a difendere i propri alleati, nazioni come Taiwan o Corea del Sud potrebbero infine prendere atto di non poter più contare sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro sicurezza e saranno spinte a cercare protezione sotto l'ala di Pechino.
La Cina è ritenuta un «attore responsabile» se paragonata alla Russia di oggi. I cinesi sanno che agendo come Putin perderebbero questa immagine positiva; ma alla luce della esitante e inadeguata risposta della Nato e degli Stati Uniti in Georgia potrebbero prendere coraggio e forzare la mano per conseguire i propri obiettivi egemonici in Asia. Se il prossimo presidente americano non dimostrerà un rinnovato impegno nel proteggere gli stati democratici, accompagnandolo con azioni concrete, tutti in Asia capiranno da che parte il vento sta soffiando.
P.S. E' l'argomento della puntata di oggi di Think Global, su Velino Radio.
Due analisi, provenienti da due think tank americani politicamente molto distanti tra loro – una dall'istituto clintoniano Brookings Institution, l'altra frutto della rivista neoconservatrice Weekly Standard – convergono nel ritenere che la rapida occupazione della Georgia da parte delle truppe di Mosca, e la debolezza dimostrata dall'Occidente di fronte al fatto compiuto, compromettano la credibilità globale degli Stati Uniti e sollevino dubbi sulla loro reale volontà e le loro reali capacità di difendere gli alleati, sia agli occhi delle giovani democrazie asiatiche, come Taiwan, sia agli occhi di grandi potenze in ascesa e con ambizioni egemoniche come la Cina.
"Dalla Georgia lezioni per Taiwan", scrivono Jeffrey A. Bader e Douglas Paal. Come la Georgia, anche Taiwan si trova alla periferia di una grande potenza: la Cina. Se le reali intenzioni di Mosca nei confronti di Tbilisi non sono ancora del tutto chiare, è inequivocabile la rivendicazione di sovranità della Cina su Taiwan ed è manifesta l'intenzione di Pechino di riunificare l'isola al continente nel lungo periodo. Nel 2005 l'Assemblea popolare ha approvato una legge anti-secessione, che autorizza il governo di Pechino ad usare la forza militare contro ogni tentativo secessionista. Taipei è dunque avvertita: una dichiarazione formale di indipenza non verrebbe lasciata impunita.
In entrambe le partite, quella per il Caucaso e quella asiatica, la politica degli Stati Uniti è determinante per i calcoli di tutti gli attori in gioco. Gli Stati Uniti vorrebbero portare la Georgia nella Nato, mentre la difesa di Taiwan in caso di attacco cinese è un impegno di lunga durata e uno dei pilastri della sicurezza e della stabilità in Asia. Ma i segnali di debolezza non passano inosservati, né a Taipei né a Pechino. Alla luce degli eventi in Georgia molti a Taiwan potrebbero cominciare a interrogarsi sulla credibilità della protezione americana. Come gli Stati Uniti non hanno soccorso l'alleato georgiano, così in futuro potrebbero non correre in aiuto di Taiwan di fronte a un colpo di mano da parte di Pechino.
Ancora più esplicito Michael Auslin, nella sua analisi sul Weekly Standard: «Quando l'autocrazia starnutisce, l'Asia si prende il raffreddore». Le democrazie asiatiche che da tempo contano sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro difesa da possibili aggressioni sono allarmate. Qualsiasi sia il pretesto – risorse naturali, movimenti separatisti, vecchie dispute territoriali – una grande potenza come la Cina potrebbe agire nei loro confronti come la Russia ha agito contro la Georgia, senza che l'alleato americano sia disposto ad alzare un dito in loro aiuto. Il mancato soccorso Usa alla Georgia può indurre la Cina e le altre autocrazie in Asia a concludere che l'America sia disposta a difendere le democrazie alleate solo a parole. Se l'America non dimostra di essere pronta a difendere i propri alleati, nazioni come Taiwan o Corea del Sud potrebbero infine prendere atto di non poter più contare sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro sicurezza e saranno spinte a cercare protezione sotto l'ala di Pechino.
La Cina è ritenuta un «attore responsabile» se paragonata alla Russia di oggi. I cinesi sanno che agendo come Putin perderebbero questa immagine positiva; ma alla luce della esitante e inadeguata risposta della Nato e degli Stati Uniti in Georgia potrebbero prendere coraggio e forzare la mano per conseguire i propri obiettivi egemonici in Asia. Se il prossimo presidente americano non dimostrerà un rinnovato impegno nel proteggere gli stati democratici, accompagnandolo con azioni concrete, tutti in Asia capiranno da che parte il vento sta soffiando.
P.S. E' l'argomento della puntata di oggi di Think Global, su Velino Radio.
Monday, July 14, 2008
Candidate Views
La Brookings Institution ha chiesto ai suoi esperti di mettere a confronto i programmi e le idee dei due candidati alle elezioni presidenziali Usa – il repubblicano John McCain e il democratico Barack Obama – sui principali temi, quali tasse, politiche giovanili, Iraq, salute, immigrazione, cambiamenti climatici, commercio internazionale.
Su un tema in particolare, sul ritiro delle truppe americane dall'Iraq, si concentra un focus del Washington Institute for Near East Policy, che confronta le posizioni dei due candidati su questa specifica questione, indicando che entrambi hanno promesso di ridurre in modo significativo il livello di truppe americane in Iraq entro il loro primo mandato. Michael Eisenstadt esamina i fattori che influenzeranno il ritmo del ritiro dal 2009 in poi.
Rea Hederman e Patrick Tyrrell esaminano per la conservatrice Heritage Foundation la politica fiscale di uno dei due candidati alla presidenza, il democratico Obama, giungendo alla conclusione che quelli che propone sono livelli di tassazione «europei», cioè particolarmente alti.
Su un tema in particolare, sul ritiro delle truppe americane dall'Iraq, si concentra un focus del Washington Institute for Near East Policy, che confronta le posizioni dei due candidati su questa specifica questione, indicando che entrambi hanno promesso di ridurre in modo significativo il livello di truppe americane in Iraq entro il loro primo mandato. Michael Eisenstadt esamina i fattori che influenzeranno il ritmo del ritiro dal 2009 in poi.
Rea Hederman e Patrick Tyrrell esaminano per la conservatrice Heritage Foundation la politica fiscale di uno dei due candidati alla presidenza, il democratico Obama, giungendo alla conclusione che quelli che propone sono livelli di tassazione «europei», cioè particolarmente alti.
Monday, July 30, 2007
United We Stand
Michael E. O'Hanlon e Kenneth M. Pollack, sul New York Times, definiscono «surreale» il dibattito politico a Washington visto dall'Iraq: «Stiamo finalmente ottenendo qualcosa in Iraq, almeno in termini militari».
As two analysts who have harshly criticized the Bush administration's miserable handling of Iraq, we were surprised by the gains we saw and the potential to produce not necessarily "victory" but a sustainable stability that both we and the Iraqis could live with.Peter W. Rodman, sul Washington Post, avverte che potrebbe non essere il presidente Bush ad aver bisogno di una «copertura politica», ma i sostenitori del disimpegno, il Congresso e gli autori dell'Iraq Study Group.
The huge strategic stakes in the Middle East argue for resisting calls for any U.S. withdrawal not warranted by conditions in Iraq. The irony is that whoever is elected president next year - from whichever party - will come to understand this better than anyone... Those running for president, especially, would be well advised, amid the excitement of the campaign, to reflect on what will be required of the winner. Potentially the most destabilizing new factor in the world in the coming period is the fear of American weakness. All the hyperventilation about American hubris and unilateralism is a tired cliche; it never had much validity anyway. The real problem is that the pressures pushing us to accept defeat in Iraq are already profoundly unnerving to allies in the Middle East, and elsewhere, who rely on the United States to help ensure their security in the face of continuing dangers.Giorni fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui Christopher Hitchens si scaglia contro i «cari» amici di Saddam, «la banda che ha cercato di impedire che le Nazioni Unite approvassero le risoluzioni su Saddam Hussein» e, naturalmente, l'attacco anglo-americano che ha scritto la parola fine sul suo regime. «Dov'è ora» quella banda?
«Gerhard Schroeder, ex cancelliere della Germania, è andato a lavorare per il consorzio russo del petrolio e del gas. Vladimir Putin, maestro di simili consorzi e delle loro manipolazioni, ha manifestato la sua ambizione di ristabilire uno Stato governato da un unico partito. Jacques Chirac, che ha evitato di essere processato per corruzione solo facendosi rieleggere (e che mentre era in carica ha ospitato i figli di Saddam e ha costruito per lui un reattore nucleare, ben sapendo per quali motivi lo voleva), si vede ora rivolgere domande poco piacevoli da parte della polizia parigina. Che squadra! Galloway è il più sordido del gruppo, perché è riuscito a essere ruffiano, oltre che prostituta, di una delle dittature più ripugnanti dei tempi moderni».
Subscribe to:
Posts (Atom)