Il Wall Street Journal, dalla sua pagina degli editoriali, continua ad appoggiare il piano Paulson ma non si arrende al fatto che le colpe della crisi finanziaria in atto vengano fatte ricadere sul libero mercato e sulla deregulation bancaria voluta da Clinton e dai repubblicani nel '99. «Prima di concludere che i mercati hanno fallito, abbiamo bisogno di un'attenta analisi sul ruolo giocato dalla politica». E da questa analisi emerge chiaramente che la bolla immobiliare da cui tutto è partito «non sarebbe cresciuta così tanto senza i molteplici errori di Washington». Nelle rappresentazioni dei media e dei politici, invece, sono assenti le responsabilità dei politici e delle autorità pubbliche «nell'aver creato artificialmente un aumento dei prezzi delle case, riducendo artificialmente i rischi connessi ad asset estremamente rischiosi».
Sotto accusa sempre Fannie Mae e Freddie Mac, il Congresso e la Federal Reserve. Sotto l'esplosione fragorosa della bolla immobiliare è rimasto anche il sogno della "ownership society" coltivato dal presidente Bush, ma le colpe sono rigorosamente bipartisan. Delle amministrazioni Bush e Clinton, così come del Congresso, sia a guida repubblicana che a guida democratica, per aver incoraggiato, o non aver impedito, la concessione facile dei mutui. E della Fed (sia sotto Greenspan che sotto Bernanke), per aver tenuto troppo basso il costo del denaro troppo a lungo, contribuento alla "credit mania". "Drogando" il mercato con "soldi facili" la Fed ha aiutato la crescita economica e l'occupazione, finché però è sopraggiunta la crisi da overdose.
E mentre il Congresso vara un piano da 850 miliardi, Wells Fargo acquista Wachovia, dimostrando che il mercato può ancora farcela da solo, come osserva Macromonitor: «... pagando con azioni proprie per un valore di 15 miliardi di dollari... un segnale importantissimo al mercato e al Congresso: lasciateci lavorare e possiamo farcela da soli. Wells Fargo non ha chiesto nulla alla Fed, all'ente di tutela dei depositi o al governo federale, al contrario di quanto aveva fatto Citigroup; ha offerto un prezzo minore, ma si è accollata ogni rischio».
Il rischio del piano Paulson è che potrebbe non funzionare e dopo l'euforia iniziale nel medio-lungo periodo «potrebbe addirittura ritardare la ristrutturazione del sistema, fornendo incentivi distorti e false speranze. I compratori esistono, ma sorge il sospetto che la tentazione di scroccare qualche soldo al governo sia, per molte banche, troppo forte», vista l'aria propizia che tira.
La visione economica e le proposte di McCain, orientate alla libertà di scelta, a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi, e al taglio della spesa pubblica (non solo delle tasse, come faceva Bush), sono le più adeguate a dare un taglio netto con il moral hazard introdotto nel sistema dai policy maker, mentre i programmi sociali di Obama cercano tutti di ridurre una serie di rischi economici caricandoli sulle spalle dei contribuenti.
Posizioni antitetiche, ma il paradosso è che Obama rappresenta la continuità del tipo di politiche che hanno per lo meno aggravato la crisi, eppure a rimetterci l'elezione sarà McCain, candidato del partito del presidente in carica. McCain sta sbagliando tutto. Si è fatto risucchiare dalla crisi, è rimasto invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano Paulson, invece di rappresentare lo scetticismo degli americani. Obama può permettersi di restare immobile e appiattirsi sul piano di salvataggio approvato stasera dal Congresso, ma McCain deve prendere iniziative forti, più indipendenti che bipartisan.
Non dico che avrebbe dovuto contrastare esplicitamente il piano, ma che dovrebbe indicare nelle cattive politiche di democratici e repubblicani - a cui tra l'altro lui si è opposto - le colpevoli della crisi; sottolineare che le ricette di Obama perseverano in quella direzione; rivendicare i suoi voti su Fannie e Freddie. Sta dimostrando qualità che gli americani già gli riconoscono - "senso di responsabilità" presidenziale e approccio bipartisan - mentre cercano una figura di forte rottura con il malgoverno e la corruzione a Washington.
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Friday, October 03, 2008
Thursday, October 02, 2008
Benvenuti a "Moral Hazard"
Il dibattito sulle responsabilità della crisi e sul piano di salvataggio continua sulle pagine degli editoriali del Wall Street Journal. «Abitiamo tutti a Moral Hazard», che «sembra il nome di una città fantasma in un film western di Clint Eastwood», scrive oggi Daniel Henninger. E' accaduto che in tutto il paese è stato fatto ricorso in modo massiccio a mutui senza o con poco anticipo, sostenuti dai bassi tassi d'interesse della Federal Reserve.
Ma di fronte alla più grande crisi finanziaria dai tempi della Depressione, si chiede Henninger, «non abbiamo finalmente incontrato il nemico, accorgendoci che noi stessi siamo il nemico?». E di fronte all'«alto prezzo pagato per aver ignorato il rischio evidente sottostante la crisi dei mutui, siamo arrabbiati per cattive decisioni che non devono mai più ripetersi, oppure semplicemente siamo sconvolti dal fatto che tutto sia esploso? Perché in questo secondo caso, i politici tenteranno di giocare di nuovo questo sistema per prendersi vantaggi senza rischi», avverte Henninger. «L'attuale incubo dei mutui è stato aggravato soprattutto dall'insistenza del Congresso nell'accrescere la proprietà immobiliare riducendo i suoi rischi». La lettura del passato dovrebbe insegnare qualcosa nel presente di questa campagna presidenziale.
In un altro editoriale del Wall Street Journal di oggi viene citato addirittura Alexander Hamilton per sostenere il piano di salvataggio del Tesoro Usa e leggiamo:
Non tutti i deputati repubblicani che l'altro giorno hanno votato contro il piano sono «eroi» di coerenza. «Alcune delle voci più rumorose che oggi invocano "mercati liberi" denunciando il piano Paulson si sono opposte a una stretta creditizia». Il WSJ si riferisce a quando alla Camera si discusse dei bilanci di Fannie e Freddie e di come limitare i loro portafogli - una storia che abbiamo rievocato nel post di ieri - e riporta degli stralci dagli interventi di alcuni deputati repubblicani che all'epoca «si opposero furiosamente ad ogni tentativo di rendere Fannie e Freddie meno pericolose».
L'amministrazione Bush, ricorda il quotidiano, è stata «dalla parte giusta in questo dibattito per 8 anni», così come l'ultimo Tesoro di Clinton. «E ora, avendo contribuito così tanto a questo caos, molti degli stessi deputati che protessero Fannie e Freddie stanno denunciando il salvataggio come un favore a Wall Street. I veri eroi della Camera - conclude il WSJ - sono i deputati che tentarono di riformare Fannie quando era impopolare e ora stanno tentando di difendere il sistema finanziario quando questo anche è difficile».
Tuttavia, seppure non tutti i deputati repubblicani che hanno votato contro il "bailout" siano degli eroi di coerenza liberista, tra di essi ci sono anche quei libertari come Ron Paul, cui di certo non possono essere contestate certe contraddizioni.
Le loro posizioni erano riportate ieri da L'Opinione: «Proponendo la stessa politica, e in dosi maggiori, non faremo altro che intensificare la distorsione della nostra economia (tutte le cattive allocazioni di capitali e tutti i cattivi investimenti) e ritardare il tentativo del mercato di ristabilire un prezzo razionale delle case e degli altri patrimoni», avverte Ron Paul. Lew Rockwell, del Mises Institute, spiega che «i cattivi debiti non possono diventare buoni per volontà di una legge. Questo vuol dire che saranno necessari sempre più soldi e che i cittadini della classe media saranno sempre più vampirizzati da uno Stato predatore negli anni a venire». «Cercare di fermare la caduta dei prezzi ha senso quanto pretendere di cambiare la legge di gravità», ammonisce Bob Barr:
«Wall Street ha affettato i mutui più sottili di fette di prosciutto, estendendone il rischio, e ha venduto i pezzi in tutto il mondo, dove, magicamente, sembravano arricchire i bilanci».Dietro tutto questo, Fannie Mae e Freddie Mac, di cui abbiamo parlato nel post di ieri:
«Diversi anni fa, quando il board degli editoriali del WSJ incontrò i vertici di Fannie Mae e li incalzò sul tema dei rischi finanziari, ci fu detto che dopo tutto Fannie stava soltanto adempiendo al "mandato del Congresso" di diffondere la proprietà immobiliare. Il Congresso, naturalmente, è il tempio del moral hazard».Ridurre troppo la componente del rischio negli affari, o meglio la sua percezione, porta gli operatori a fare cattive scelte. In contesti privi di rischio aumentano le «inefficienze economiche».
Ma di fronte alla più grande crisi finanziaria dai tempi della Depressione, si chiede Henninger, «non abbiamo finalmente incontrato il nemico, accorgendoci che noi stessi siamo il nemico?». E di fronte all'«alto prezzo pagato per aver ignorato il rischio evidente sottostante la crisi dei mutui, siamo arrabbiati per cattive decisioni che non devono mai più ripetersi, oppure semplicemente siamo sconvolti dal fatto che tutto sia esploso? Perché in questo secondo caso, i politici tenteranno di giocare di nuovo questo sistema per prendersi vantaggi senza rischi», avverte Henninger. «L'attuale incubo dei mutui è stato aggravato soprattutto dall'insistenza del Congresso nell'accrescere la proprietà immobiliare riducendo i suoi rischi». La lettura del passato dovrebbe insegnare qualcosa nel presente di questa campagna presidenziale.
«Le proposte centrali di Obama sull'assicurazione sanitaria, sulla politica commerciale e sui crediti fiscali, cercano tutte di ridurre una serie di rischi economici. Le idee di McCain sulla salute, l'educazione e il codice fiscale, invece, sono orientate alla "libertà di scelta", o a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi».In questo le visioni e i programmi dei due candidati alla Casa Bianca sono davvero antitetici. Peccato che McCain si stia facendo stritolare da questa crisi e non sia in grado di assumere una iniziativa forte, spiegando agli americani, in maggior parte contrari al piano Paulson, che con lui non rischierebbero questo genere di crisi, la cui gravità è determinata non dalla deregulation ma dall'invasività di politiche pubbliche manipolate da interessi privati. Purtroppo, invece, sembra invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano. D'altra parte, Obama non ha alcuna difficoltà ad appiattirsi sul piano di salvataggio, visto che rientra perfettamente nella logica interventista del suo programma. La Heritage Foundation ha calcolato che il "bailout" da 700 miliardi è niente in confronto al costo dei piani di previdenza sociale e assistenza sanitaria promossi dai democratici: 41mila miliardi, pari a 60 piani Paulson.
In un altro editoriale del Wall Street Journal di oggi viene citato addirittura Alexander Hamilton per sostenere il piano di salvataggio del Tesoro Usa e leggiamo:
«Ci viene detto che questo è un salvataggio per Wall Street. Ma se gli americani sono onesti con se stessi, ammetteranno che le banche non sono l'unica causa della nostra difficile situazione attuale. Gli Stati Uniti stanno vivendo le conseguenze di una tipica "credit mania", di cui tutti abbiamo goduto finché è durata. Non ricordiamo molte proteste mentre il valore delle case stava crescendo del 15% l'anno, o mentre i tassi d'interesse rimanevano fermi all'1%...»Il punto, sottolinea il WSJ, «non è assolvere Wall Street o Washington», ma impedire che la crisi si estenda provocando danni ancora maggiori. «In questo senso, stiamo salvando noi stessi» con il piano Paulson.
Non tutti i deputati repubblicani che l'altro giorno hanno votato contro il piano sono «eroi» di coerenza. «Alcune delle voci più rumorose che oggi invocano "mercati liberi" denunciando il piano Paulson si sono opposte a una stretta creditizia». Il WSJ si riferisce a quando alla Camera si discusse dei bilanci di Fannie e Freddie e di come limitare i loro portafogli - una storia che abbiamo rievocato nel post di ieri - e riporta degli stralci dagli interventi di alcuni deputati repubblicani che all'epoca «si opposero furiosamente ad ogni tentativo di rendere Fannie e Freddie meno pericolose».
L'amministrazione Bush, ricorda il quotidiano, è stata «dalla parte giusta in questo dibattito per 8 anni», così come l'ultimo Tesoro di Clinton. «E ora, avendo contribuito così tanto a questo caos, molti degli stessi deputati che protessero Fannie e Freddie stanno denunciando il salvataggio come un favore a Wall Street. I veri eroi della Camera - conclude il WSJ - sono i deputati che tentarono di riformare Fannie quando era impopolare e ora stanno tentando di difendere il sistema finanziario quando questo anche è difficile».
Tuttavia, seppure non tutti i deputati repubblicani che hanno votato contro il "bailout" siano degli eroi di coerenza liberista, tra di essi ci sono anche quei libertari come Ron Paul, cui di certo non possono essere contestate certe contraddizioni.
Le loro posizioni erano riportate ieri da L'Opinione: «Proponendo la stessa politica, e in dosi maggiori, non faremo altro che intensificare la distorsione della nostra economia (tutte le cattive allocazioni di capitali e tutti i cattivi investimenti) e ritardare il tentativo del mercato di ristabilire un prezzo razionale delle case e degli altri patrimoni», avverte Ron Paul. Lew Rockwell, del Mises Institute, spiega che «i cattivi debiti non possono diventare buoni per volontà di una legge. Questo vuol dire che saranno necessari sempre più soldi e che i cittadini della classe media saranno sempre più vampirizzati da uno Stato predatore negli anni a venire». «Cercare di fermare la caduta dei prezzi ha senso quanto pretendere di cambiare la legge di gravità», ammonisce Bob Barr:
«Il crack finanziario non è dovuto alla presunta "crisi del capitalismo", ma è il risultato di folli politiche pubbliche, manipolate da interessi privati, come sempre avviene a Washington. Dando a Washington più potere non avremo la soluzione (...) Tenendo in vita un morto che cammina non faremo altro che rallentare i necessari aggiustamenti del mercato».Lucida l'analisi di Ron Paul:
«Abbiamo un problema che ha cause ben precise. Abbiamo speso troppo, ci siamo indebitati troppo, abbiamo troppo inflazionato la nostra moneta, ora siamo in crisi e il mercato ci sta dicendo che dobbiamo correggere tutti questi errori. La gente deve liquidare i cattivi debiti e far piazza pulita degli investimenti sbagliati. Ma quello che il governo cerca di fare adesso è di rendere permanenti tutti questi errori».Riemerge dal campo libertario la proposta di tornare al gold standard, che dovrebbe interessare tutti quelli che diffidano della finanza virtuale non agganciata a beni reali:
«Dobbiamo porre fine al sistema che stampa moneta campata in aria. Deve essere respinta la legge che limita la circolazione di moneta a base aurea e argentea. Non possiamo avere una moneta che dipende dalle vuote promesse dei burocrati».
Monday, September 22, 2008
Politiche pubbliche sbagliate, non il mercato, all'origine della crisi
Si sveglia il Wall Street Journal
La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».
E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.
Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.
Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.
Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.
Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.
A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.
Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».
«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».
Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.
Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.
«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».
L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.
Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.
La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.
Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».
La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».
E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.
Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.
Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.
Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.
Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.
A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.
Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».
«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».
Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.
Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.
«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».
L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.
Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.
La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.
Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».
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