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Friday, January 13, 2012

Italia mostly unfree

Anche su Notapolitica

L'Italia continua a precipitare nell'Index of Economic Freedom, l'indice della libertà economica nel mondo, elaborato ogni anno da Heritage Foundation e Wall Street Journal. Un vero e proprio tracollo dal 42° posto nel 2006 al 92° di quest'anno su 179 Paesi esaminati (60° nel 2007, 64° nel 2008, 76° nel 2009, 74° nel 2010 e 87° nel 2011). Ma la notizia del 2012 è che per la prima volta il nostro Paese compare nella fascia dei Paesi definiti «mostly unfree» («essenzialmente non liberi»). Siamo scivolati, infatti, nel punteggio complessivo, al di sotto della soglia 60, al 58,8 (-1,5 rispetto al 60,3 dello scorso anno), mentre da anni, anche se con un punteggio non molto superiore, riuscivamo a restare almeno nella fascia dei Paesi «moderatamente liberi» (tra i 60 e i 69,9 punti). Ormai lontanissimi dal punteggio medio delle economie definite «libere» (84,7), siamo leggermente sotto la media mondiale, che è di 59,5, in compagnia di Gambia, Honduras e Azerbaijan, mentre persino Kirghizistan e Burkina Faso risultano avere economie più libere della nostra. Tra i 43 Paesi della regione europea, il cui punteggio medio è 66,1, ci piazziamo al 36° posto, davanti a Grecia, Serbia, Bosnia, Moldova, Russia, Ucraina e Bielorussia, mentre solo la Grecia fa peggio di noi tra i Paesi Ue. Il ranking peggiora a livelli impressionanti se osserviamo in particolare tre parametri. Per la pressione fiscale siamo al 169° posto su 179 Paesi e per la spesa pubblica al 168°, in questo caso in compagnia di molti Paesi europei. Molto male anche il grado di libertà del mercato del lavoro (153° posto).

Si dirà che si tratta di realtà non comparabili, ma non bisogna confondere questo indicatore con la ricchezza o l'industrializzazione dei Paesi. Il suo obiettivo è misurare il grado di libertà dei sistemi economici. Dunque – almeno per chi crede che più libera è un'economia maggiori sono le sue possibilità di crescere – misura semmai una tendenza alla prosperità. In questo senso va forse letto un altro dato che emerge dalla classifica di quest'anno: l'avanzata dei Paesi asiatici, africani e sudamericani, segno che sempre più Paesi in via di sviluppo individuano nelle politiche di maggiore libertà economica quelle più appropriate per favorire lo sviluppo, mentre tra i Paesi occidentali, anche a causa del ruolo dei governi nella crisi, è in corso il processo inverso e tutti arretrano nel ranking generale. Solo cinque Paesi si situano nella prima fascia, quella dei «liberi»: i primi due sono asiatici (Hong Kong e Singapore), al terzo e quarto posto troviamo i due Paesi più grandi dell'Oceania (Australia e Nuova Zelanda) e al quinto la Svizzera, prima tra gli europei. Per la prima volta in assoluto fa il suo ingresso nella top ten, piazzandosi all'ottavo posto, un Paese dell'Africa sub-sahariana: le Mauritius. Tra i primi dieci anche Canada (6°), Cile (7°), Irlanda (9°) e gli Stati Uniti (10°), che ci rientrano per un soffio, lo 0,1 che li separa dalla Danimarca (11°), molto citata da noi per il suo modello di flexsecurity. Dei 23 Paesi nella fascia degli «essenzialmente liberi» 13 sono europei (tra cui la sorpresa Islanda e 8 dell'area euro), 3 asiatici (Taiwan, Macau e Giappone), 2 nordamericani (Canada e Usa), 2 sudamericani (Cile e l'ormai nota Saint Lucia, che si piazza tra Giappone e Germania!), 2 arabi (Bahrein e Qatar) e uno africano.

Ma è tra i «moderatamente liberi» che si registra l'exploit degli Stati africani, asiatici e mediorientali: new entry Marocco, Ghana e Mongolia. Si confermano migliorando il loro punteggio Uganda, Madagascar, Ruanda, Kazakistan, Thailandia, Malesia, Panama, Costa Rica, Perù e Barbados. Mentre sono ormai vicini a superare la soglia dei 70 punti, quindi ad entrare tra i Paesi «essenzialmente liberi», Corea del Sud, Giordania (primo tra i Paesi arabi non ricchi di petrolio), Botswana ed Emirati Arabi Uniti.

Tornando al giudizio sul nostro Paese, l'ulteriore perdita di posizioni è in particolare dovuta al peggioramento nel controllo della spesa pubblica (-9,2), che ha raggiunto il 51,8% del Pil, nella libertà dalla corruzione (-4) e nella rigidità del mercato del lavoro (-1,4). Il debito continua ad essere troppo elevato così come la pressione fiscale, nel 2011 salita al 43,5% del Pil. Per quanto riguarda lo stato di diritto, diritti di proprietà e contratti sono tutelati, ma i procedimenti giudiziari restano estremamente lenti e l'ordinamento legale è vulnerabile a interferenze politiche. La complessità del quadro normativo e delle procedure amministrative aumenta i costi delle attività produttive, danneggiandone la competitività. La sorpresa è che nonostante il governo punti sulle liberalizzazioni come priorità per la crescita, i punteggi migliori l'Italia li ottiene proprio nel capitolo sull'apertura dei mercati. La libertà di commercio riceve un punteggio di 87,1, il più alto dei parametri considerati, e un buon 75 la libertà di investimento, frenata da una burocrazia complessa, dall'eccessiva arbitrarietà nell'applicazione delle normative e dalle interferenze politiche.

Monday, February 02, 2009

Primo atto di Obamanomics, ma un'opposizione c'è ancora

Dal primo, fondamentale, atto legislativo della presidenza Obama impareremo qualcosa di più dell'obamanomics che da tutti i dibattiti e i discorsi del lungo anno elettorale alle nostre spalle. Il pacchetto anti-crisi sembra arrivare all'esame del Congresso in un clima di generale unanimismo. L'entusiasmo che circonda il nuovo presidente e l'urgenza di rimedi, quali essi siano, contro la recessione, contribuiscono ad alimentare una forte pressione sui legislatori, chiamati "vox populi" ad una rapida approvazione del piano, anche a scapito di un dibattito aperto.

Ma sotto questa apparente coltre di conformismo, un'opposizione c'è ancora. Quella dei repubblicani alla Camera, compatta come poche volte nonostante le sirene bipartisan di Obama. E quella di pochi e autorevoli think tank. La scorsa settimana il Cato Institute ha fatto pubblicare sulle pagine dei principali quotidiani d'America un manifesto, sottoscritto da centinaia di economisti, per smentire l'azzardata affermazione presidenziale secondo cui gli economisti di ogni scuola di pensiero sosterrebbero la necessità di un aumento della spesa pubblica per stimolare l'economia: «Presidente, con tutto il dovuto rispetto, non è vero. Noi dissentiamo».

Sul Wall Street Journal, Alan Reynolds ha colto alcune contraddizioni del piano: «Stranamente la maggior parte della spesa è indirizzata a settori dell'economia dove la disoccupazione è più bassa». Reynolds ha calcolato che se anche il piano funzionasse, ciascuno dei posti di lavoro salvato o creato costerebbe 275 mila dollari, addirittura 646 mila per ciascun posto nel pubblico impiego. Inoltre, 290 degli 825 miliardi di dollari stanziati non saranno spesi prima del 2011, quando persino per le più pessimistiche previsioni l'economia si starà riprendendo.

In uno studio sugli effetti dello «shock fiscale», Andrew Mountford, della University of London, e Harald Uhlig, dell'università di Chicago, sostengono che «la migliore politica fiscale per stimolare l'economia sarebbe un taglio fiscale finanziato in deficit», e che «i costi di lungo termine dell'espansione della spesa pubblica sono probabilmente maggiori dei benefici nel breve termine».

Lawrence B. Lindsey, dell'American Enterprise Institute, osserva che con la stessa somma di denaro il governo avrebbe potuto mettere 1.500 dollari direttamente nelle tasche di un lavoratore medio e una somma simile in quelle del suo datore di lavoro. «Un errore da 800 miliardi», è il giudizio di Martin Feldstein, che contesta non l'entità della somma, ma l'inefficacia delle misure. L'esperienza dimostra che i soldi in più che entrano nelle tasche dei cittadini da tagli alle tasse temporanei e forfettari vengono per lo più risparmiati o usati per ripianare debiti già contratti. Per incentivare famiglie e imprese ad accrescere consumi, investimenti e quindi occupazione, i tagli fiscali dovrebbero essere permanenti.

E' questo il cuore del piano alternativo elaborato da J. D. Foster e William Beach, della Heritage Foundation, e sostenuto con forza dal senatore repubblicano della Carolina del Sud Jim DeMint, che attacca il piano del presidente: «E' il peggiore pezzo di legislazione economica negli ultimi 100 anni... E' basato sulla speranza, non sulla realtà». Degli 825 miliardi, denuncia, una minima parte è destinata alle infrastrutture ai tagli fiscali per le imprese. Degli 825 miliardi, denuncia, una minima parte è destinata alle infrastrutture e ai tagli fiscali per le imprese. A beneficiare del pacchetto saranno in realtà la base elettorale e le clientele dei Democratici. Altro che un'economia più simile a quelle europee, i Democratici «vogliono legare un razzo alla nostra economia e lanciarla direttamente a Bruxelles!»

Solo l'"Opzione americana", mettere più di mille miliardi nelle mani di lavoratori e imprese, «può salvare la nostra economia da una inesorabile deriva verso una socialdemocrazia di tipo europeo».
«Invece di espandere il governo, dove gli sprechi e la corruzione imperano, espandiamo il settore privato, dove fiorisce l'innovazione. Invece di dare il potere e il controllo della nostra economia ai politici e ai burocrati, diamo agli americani e alle piccole imprese la libertà di spendere e investire i loro soldi».
Sebbene con un diverso approccio, diversi argomenti e, soprattutto, diversi toni, anche alla clintoniana Brookings Institution si rendono conto dei rischi derivanti da un aumento incontrollato della spesa pubblica. Se stabilizzare i mercati finanziari per assicurare un'ampia e accessibile offerta di credito e attenuare la recessione sono gli obiettivi del momento, il presidente Obama non può scordarsi che la sfida decisiva nel lungo termine è assicurare al paese una crescita economica duratura e un bilancio sostenibile nel tempo, controllando la crescita dei costi sanitari e previdenziali e riformando il sistema fiscale. Le soluzioni ai problemi di breve termine non dovranno rendere più difficile centrare gli obiettivi di lungo termine.

Lo scenario negativo paventato dagli economisti della Brookings è interessante anche in chiave italiana, perché descrive esattamente ciò che tiene il nostro paese al palo. La spesa necessaria per stabilizzare i mercati finanziari e rilanciare l'economia, avvertono, provocherà «un grande aumento del nostro debito pubblico».
«Dovremo prendere in prestito soldi dai mercati di capitali interni ed esteri per finanziare questo debito. Ma senza un serio impegno alla moderazione della spesa, alla fine i prestatori dubiteranno della credibilità dei nostri conti e reagiranno riducendo il credito o applicando tassi di interesse più alti. Se non viene affrontato il problema del bilancio nel lungo termine, gli interessi assorbiranno una quota crescente delle nostre risorse e, insieme ai costi crescenti della sanità e della previdenza sociale, ci impediranno di spendere nei programmi per i poveri, i giovani, e per migliorare le infrastrutture. La nostra dipendenza dai creditori esteri e la risultante ipoteca sulle future entrate diminuiranno gli standard di vita delle generazioni future».
Gli economisti della Brookings chiedono a Obama di «non perdere di vista queste scomode verità».

Thursday, January 15, 2009

L'Italia sprofonda quasi tra i paesi "poco liberi"

Dall'inizio dell'anno nuovo mi sono occupato solo di Medio Oriente. Tanto dall'Italia, oltre ai soliti teatrini, giungono solo cattive notizie. Nel 2009 Pil in calo del 2%, calcola la Banca D'Italia. Ancora di più si contrae la produzione industriale, «uno dei peggiori risultati dal secondo dopoguerra». In grave difficoltà anche l'export.

«Torniamo al 2006, non mi sembra il Medioevo», sdrammatizza il ministro Tremonti, commentando questo -2%. Certo che non sarebbe un dramma, ma se non si trattasse di un paese che da circa dieci anni praticamente non cresce, o ha percentuali di crescita da prefisso telefonico, e non lo sarebbe per un paese che terminata la recessione sapesse ripartire di slancio. Purtroppo non è il nostro caso. E visto che la riduzione del Pil peggiorerà inevitabilmente anche il rapporto debito/Pil, forse sarebbe stata opportuna una politica più coraggiosa di tagli alle tasse e alla spesa.

Preoccupante anche il dato dell'Ocse, che ha assegnato all'Italia la "maglia nera" per la crescita economica nell'Eurozona negli anni dal 2003 al 2007. Italia penultima, davanti solo al Portogallo. In media la crescita del Pil è stata solo dell'1,1%, a fronte di una media del 2% nei paesi della zona euro.

Ma non finiscono qui le brutte notizie. L'Italia fa registrare un record negativo anche nell'Indice della libertà economica, pubblicato ogni anno dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, in collaborazione con un pool di think tank tra cui, per l'Italia, l'Istituto Bruno Leoni. L'Italia quest'anno è al 76esimo posto, ben 12 posizioni sotto il 64esimo posto conquistato l'anno scorso. In valore assoluto, il livello di libertà economica viene valutato al 61,4%, circa un punto percentuale in meno rispetto all'anno scorso, e sempre più pericolosamente vicino a quella soglia del 60% sotto la quale si passa dalla categoria dei paesi "moderatamente liberi" a quella dei paesi "poco liberi". Nei prossimi giorni lo leggeremo con maggiore attenzione.

Thursday, October 02, 2008

Benvenuti a "Moral Hazard"

Il dibattito sulle responsabilità della crisi e sul piano di salvataggio continua sulle pagine degli editoriali del Wall Street Journal. «Abitiamo tutti a Moral Hazard», che «sembra il nome di una città fantasma in un film western di Clint Eastwood», scrive oggi Daniel Henninger. E' accaduto che in tutto il paese è stato fatto ricorso in modo massiccio a mutui senza o con poco anticipo, sostenuti dai bassi tassi d'interesse della Federal Reserve.
«Wall Street ha affettato i mutui più sottili di fette di prosciutto, estendendone il rischio, e ha venduto i pezzi in tutto il mondo, dove, magicamente, sembravano arricchire i bilanci».
Dietro tutto questo, Fannie Mae e Freddie Mac, di cui abbiamo parlato nel post di ieri:
«Diversi anni fa, quando il board degli editoriali del WSJ incontrò i vertici di Fannie Mae e li incalzò sul tema dei rischi finanziari, ci fu detto che dopo tutto Fannie stava soltanto adempiendo al "mandato del Congresso" di diffondere la proprietà immobiliare. Il Congresso, naturalmente, è il tempio del moral hazard».
Ridurre troppo la componente del rischio negli affari, o meglio la sua percezione, porta gli operatori a fare cattive scelte. In contesti privi di rischio aumentano le «inefficienze economiche».

Ma di fronte alla più grande crisi finanziaria dai tempi della Depressione, si chiede Henninger, «non abbiamo finalmente incontrato il nemico, accorgendoci che noi stessi siamo il nemico?». E di fronte all'«alto prezzo pagato per aver ignorato il rischio evidente sottostante la crisi dei mutui, siamo arrabbiati per cattive decisioni che non devono mai più ripetersi, oppure semplicemente siamo sconvolti dal fatto che tutto sia esploso? Perché in questo secondo caso, i politici tenteranno di giocare di nuovo questo sistema per prendersi vantaggi senza rischi», avverte Henninger. «L'attuale incubo dei mutui è stato aggravato soprattutto dall'insistenza del Congresso nell'accrescere la proprietà immobiliare riducendo i suoi rischi». La lettura del passato dovrebbe insegnare qualcosa nel presente di questa campagna presidenziale.
«Le proposte centrali di Obama sull'assicurazione sanitaria, sulla politica commerciale e sui crediti fiscali, cercano tutte di ridurre una serie di rischi economici. Le idee di McCain sulla salute, l'educazione e il codice fiscale, invece, sono orientate alla "libertà di scelta", o a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi».
In questo le visioni e i programmi dei due candidati alla Casa Bianca sono davvero antitetici. Peccato che McCain si stia facendo stritolare da questa crisi e non sia in grado di assumere una iniziativa forte, spiegando agli americani, in maggior parte contrari al piano Paulson, che con lui non rischierebbero questo genere di crisi, la cui gravità è determinata non dalla deregulation ma dall'invasività di politiche pubbliche manipolate da interessi privati. Purtroppo, invece, sembra invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano. D'altra parte, Obama non ha alcuna difficoltà ad appiattirsi sul piano di salvataggio, visto che rientra perfettamente nella logica interventista del suo programma. La Heritage Foundation ha calcolato che il "bailout" da 700 miliardi è niente in confronto al costo dei piani di previdenza sociale e assistenza sanitaria promossi dai democratici: 41mila miliardi, pari a 60 piani Paulson.

In un altro editoriale del Wall Street Journal di oggi viene citato addirittura Alexander Hamilton per sostenere il piano di salvataggio del Tesoro Usa e leggiamo:
«Ci viene detto che questo è un salvataggio per Wall Street. Ma se gli americani sono onesti con se stessi, ammetteranno che le banche non sono l'unica causa della nostra difficile situazione attuale. Gli Stati Uniti stanno vivendo le conseguenze di una tipica "credit mania", di cui tutti abbiamo goduto finché è durata. Non ricordiamo molte proteste mentre il valore delle case stava crescendo del 15% l'anno, o mentre i tassi d'interesse rimanevano fermi all'1%...»
Il punto, sottolinea il WSJ, «non è assolvere Wall Street o Washington», ma impedire che la crisi si estenda provocando danni ancora maggiori. «In questo senso, stiamo salvando noi stessi» con il piano Paulson.

Non tutti i deputati repubblicani che l'altro giorno hanno votato contro il piano sono «eroi» di coerenza. «Alcune delle voci più rumorose che oggi invocano "mercati liberi" denunciando il piano Paulson si sono opposte a una stretta creditizia». Il WSJ si riferisce a quando alla Camera si discusse dei bilanci di Fannie e Freddie e di come limitare i loro portafogli - una storia che abbiamo rievocato nel post di ieri - e riporta degli stralci dagli interventi di alcuni deputati repubblicani che all'epoca «si opposero furiosamente ad ogni tentativo di rendere Fannie e Freddie meno pericolose».

L'amministrazione Bush, ricorda il quotidiano, è stata «dalla parte giusta in questo dibattito per 8 anni», così come l'ultimo Tesoro di Clinton. «E ora, avendo contribuito così tanto a questo caos, molti degli stessi deputati che protessero Fannie e Freddie stanno denunciando il salvataggio come un favore a Wall Street. I veri eroi della Camera - conclude il WSJ - sono i deputati che tentarono di riformare Fannie quando era impopolare e ora stanno tentando di difendere il sistema finanziario quando questo anche è difficile».

Tuttavia, seppure non tutti i deputati repubblicani che hanno votato contro il "bailout" siano degli eroi di coerenza liberista, tra di essi ci sono anche quei libertari come Ron Paul, cui di certo non possono essere contestate certe contraddizioni.

Le loro posizioni erano riportate ieri da L'Opinione: «Proponendo la stessa politica, e in dosi maggiori, non faremo altro che intensificare la distorsione della nostra economia (tutte le cattive allocazioni di capitali e tutti i cattivi investimenti) e ritardare il tentativo del mercato di ristabilire un prezzo razionale delle case e degli altri patrimoni», avverte Ron Paul. Lew Rockwell, del Mises Institute, spiega che «i cattivi debiti non possono diventare buoni per volontà di una legge. Questo vuol dire che saranno necessari sempre più soldi e che i cittadini della classe media saranno sempre più vampirizzati da uno Stato predatore negli anni a venire». «Cercare di fermare la caduta dei prezzi ha senso quanto pretendere di cambiare la legge di gravità», ammonisce Bob Barr:
«Il crack finanziario non è dovuto alla presunta "crisi del capitalismo", ma è il risultato di folli politiche pubbliche, manipolate da interessi privati, come sempre avviene a Washington. Dando a Washington più potere non avremo la soluzione (...) Tenendo in vita un morto che cammina non faremo altro che rallentare i necessari aggiustamenti del mercato».
Lucida l'analisi di Ron Paul:
«Abbiamo un problema che ha cause ben precise. Abbiamo speso troppo, ci siamo indebitati troppo, abbiamo troppo inflazionato la nostra moneta, ora siamo in crisi e il mercato ci sta dicendo che dobbiamo correggere tutti questi errori. La gente deve liquidare i cattivi debiti e far piazza pulita degli investimenti sbagliati. Ma quello che il governo cerca di fare adesso è di rendere permanenti tutti questi errori».
Riemerge dal campo libertario la proposta di tornare al gold standard, che dovrebbe interessare tutti quelli che diffidano della finanza virtuale non agganciata a beni reali:
«Dobbiamo porre fine al sistema che stampa moneta campata in aria. Deve essere respinta la legge che limita la circolazione di moneta a base aurea e argentea. Non possiamo avere una moneta che dipende dalle vuote promesse dei burocrati».

Monday, September 22, 2008

Politiche pubbliche sbagliate, non il mercato, all'origine della crisi

Si sveglia il Wall Street Journal

La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».

E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.

Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.

Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.

Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.

Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.

A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.

Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».

«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».

Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.

Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.

«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».

L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.

Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.

La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.

Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».

Monday, July 14, 2008

Candidate Views

La Brookings Institution ha chiesto ai suoi esperti di mettere a confronto i programmi e le idee dei due candidati alle elezioni presidenziali Usa – il repubblicano John McCain e il democratico Barack Obama – sui principali temi, quali tasse, politiche giovanili, Iraq, salute, immigrazione, cambiamenti climatici, commercio internazionale.

Su un tema in particolare, sul ritiro delle truppe americane dall'Iraq, si concentra un focus del Washington Institute for Near East Policy, che confronta le posizioni dei due candidati su questa specifica questione, indicando che entrambi hanno promesso di ridurre in modo significativo il livello di truppe americane in Iraq entro il loro primo mandato. Michael Eisenstadt esamina i fattori che influenzeranno il ritmo del ritiro dal 2009 in poi.

Rea Hederman e Patrick Tyrrell esaminano per la conservatrice Heritage Foundation la politica fiscale di uno dei due candidati alla presidenza, il democratico Obama, giungendo alla conclusione che quelli che propone sono livelli di tassazione «europei», cioè particolarmente alti.