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Thursday, October 11, 2012

Il Bengasi-Gate di Obama

Anche su Rightnation.it

Si mette male per Obama mentre ci si avvicina al secondo dibattito televisivo, che verterà anche sulla politica estera. E oggi sarà il turno dei candidati vice sfidarsi in tv. Un video rubato può distrarre l'attenzione del pubblico per qualche giorno, ma le responsabilità, quando ci sono, tendono a venire a galla. Erano già emerse da un'approfondita inchiesta del Wall Street Journal di qualche giorno fa, ma ora arrivano conferme anche da vie più ufficiali. In poche ore, davanti ad una Commissione d'inchiesta del Congresso (qui il video) sull'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi, le deposizioni di alcuni funzionari impegnati sul campo inchiodano l'amministrazione alle sue responsabilità: la sicurezza al consolato di Bengasi era «debole e in peggioramento». Nonostante gli attacchi in aumento, nei mesi precedenti, a Bengasi e nel resto della Libia, e le minacce specifiche contro l'ambasciatore Stevens, le richieste di rinforzi sono cadute nel vuoto. Anzi, la sicurezza sarebbe stata ulteriormente ridotta. Perché si voleva dare l'idea della «normalizzazione», è la tesi dei congressmen dell'opposizione repubblicana. Ma una cosa appare certa: l'amministrazione Obama ha sollevato un polverone sulla natura dell'attacco per non ammettere, in piena campagna elettorale, il successo militare di al Qaeda o dei suoi affiliati.

Alcuni punti fermi sono emersi con chiarezza, scrive il Wall Street Journal:
1) Non c'è stata alcuna manifestazione contro il famigerato film su Maometto, eppure per oltre una settimana funzionari dell'amministrazione Obama, compresa la rappresentante all'Onu, Susan Rice, hanno continuato a legare l'accaduto alla "rabbia" contro il film. Ma già entro le prime 24 ore era chiara, e nota all'amministrazione, la natura terroristica dell'attacco, come confermato dall'ex capo della sicurezza a Tripoli, Andrew Wood: gli attacchi erano «immediatamente riconoscibili come terroristici» e «quasi me l'aspettavo l'attacco, era questione di tempo».

2) Il Dipartimento di Stato ha rigettato ripetute richieste di aumentare la sicurezza della missione in Libia, in particolare la richiesta di tenere un DC-3 di appoggio nel paese. Anzi, l'ha ulteriormente ridotta nei mesi immediatamente precedenti l'attacco. Nonostante la Gran Bretagna e la Croce Rossa, dopo gli attacchi subiti (l'11 giugno il convoglio dell'ambasciatore britannico era stato colpito da una granata da lanciarazzi), avessero deciso addirittura di andarsene da Bengasi. E nessuna misura di sicurezza speciale è stata presa in occasione dell'anniversario dell'11 settembre. Eric Nordstrom, funzionario del Dipartimento di Stato deputato alla sicurezza in Libia fino al luglio scorso, ha ammesso di essersi sentito «frustrato» per la «completa e totale assenza di programmazione» per la sicurezza. L'amministrazione si è affidata completamente al governo libico, che era palesemente «sopraffatto e non in grado di garantire la nostra sicurezza».

3) Inoltre, ad attacco in corso la Casa Bianca non ha mai seriamente considerato l'ipotesi di intervenire militarmente a Bengasi, scegliendo invece di rivolgersi solo alla sicurezza libica (che per altro è riuscita a scongiurare un numero di vittime molto superiore). L'ipotesi venne scartata, perché avrebbe costituito una violazione della sovranità libica.

Wednesday, November 03, 2010

Sberla a Obama, vince il volto migliore dei Tea Party

Valanga, uragano, tsunami... Chiamatela come volete, ma la sberla che gli americani hanno assestato a Obama e ai democratici è davvero sonora. I repubblicani assumono il controllo della House, ma il numero di seggi conquistati è davvero impressionante, oltre ogni più rosea aspettativa: passano da 178 a 243 seggi, ossia +63, credo il margine più ampio del dopoguerra, superiore anche alla leggendaria vittoria del 1994 (+54). Sarebbe sbagliato non chiamarlo trionfo solo perché non sono riusciti, per un pelo, a conquistare la maggioranza anche al Senato. Hanno comunque strappato sei seggi senatoriali agli avversari, tra cui il seggio dell'Illinois che fu di Obama, e sono ancora in corsa per strapparne altri due, Colorado e Washington, dove i contendenti sono testa a testa. Potrebbe finire 51 a 49, dunque, o i repubblicani potrebbero fermarsi a 47, ma è una vittoria netta che cambia notevolmente i rapporti di forza al Senato. Vittoria ampia dei repubblicani anche nell'elezione di 37 governatori su 50. Strappano dieci Stati ai democratici e ne perdono uno, la California (un democratico succede infatti a Schwarzenegger). L'amica di Fini, Nancy Pelosi, non sarà più la Speaker della Camera, mentre Harry Reid evita per un soffio una clamorosa sconfitta e resta leader del Senato, ma dovrà cambiare musica.

Abbiamo assistito nel complesso ad un processo elettorale entusiasmante, cui da lontano non possiamo che guardare con invidia. Perché come spesso capita negli Usa i movimenti dal basso, come i Tea Party, hanno condizionato le scelte (sia di candidati che di agenda) dei vertici dei partiti, con esiti - com'è giusto che sia - alterni; e perché l'uninominale si conferma un sistema ad alto tasso di rinnovamento della classe politica.

TEA PARTY - Molto si scriverà, e molto di caricaturale temo, sui Tea Party. In fin dei conti, imponendo spesso al Gop i loro candidati, l'hanno avvantaggiato o piuttosto danneggiato? Si dirà che per colpa dei Tea Party i repubblicani non hanno conquistato il Senato. La realtà è molto semplice, persino ovvia: i candidati dei Tea Party hanno vinto, o hanno sfiorato la vittoria, laddove hanno saputo mantenere il loro focus sulla protesta antistatalista al tempo stesso risultando affidabili agli occhi degli elettori indipendenti; hanno perso, sonoramente e giustamente, laddove erano semplicemente impresentabili. E' vero, quindi, che perdendo in Delaware con la O'Donnell e in Connecticut con la McMahon, è svanito il sogno della maggioranza anche al Senato, ma in quante altre sfide alla Camera e al Senato la spinta del movimento è stata decisiva? Non scordiamoci che il Gop fino a qualche mese fa era allo sbando, in una grave crisi di credibilità presso i suoi stessi elettori, e l'impressione è che il contributo dei Tea Party l'abbia in qualche modo rivitalizzato, portandolo ad una vittoria altrimenti impensabile, almeno in queste proporzioni. Certi estremismi, che molti temono, sono stati spazzati via dagli elettori, un segnale inequivocabile anche per Sarah Palin. Sconfitte salutari, che depurano i Tea Party dagli orpelli integralisti - presi troppo spesso a pretesto dai media per screditare il movimento - e rinvigoriscono il loro messaggio più genuino, semplice e vincente (meno Stato, meno spesa, meno tasse), che arriva autorevolmente a Washington sulle gambe di senatori come Rand Paul (Kentucky) e Marco Rubio (Florida), ma anche del democratico Joe Manchin (West Virginia).

OBAMA - Con il voto di ieri gli americani hanno inequivocabilmente bocciato le politiche stataliste e keynesiane dell'amministrazione Obama ma soprattutto l'operato del Congresso a guida democratica. Sembra tornare di moda l'idea semplice e intuitiva che non è lo Stato a creare veri posti di lavoro. Il presidente è stato abbandonato da quei settori dell'elettorato che avevano creduto in lui nel 2008 portandolo alla Casa Bianca. Ha deluso sia quelli che si aspettavano un change radicale, sia quegli elettori moderati che si aspettavano una politica post-partisan, in grado, come aveva promesso, di superare gli steccati ideologici tra i partiti e di unire il Paese. E' vero che ha incontrato da parte repubblicana e nel Paese una tenace opposizione, ma il suo approccio è sembrato subito quello che non sarebbe dovuto essere: ideologico.

Ma non sono d'accordo con quanti sostengono che Obama debba dire addio alla rielezione nel 2012. Abbiamo avuto molte prove di quanto in due soli anni la politica americana possa mutare radicalmente. Il presidente ha tutto il tempo per tornare a scaldare i cuori dei suoi vecchi sostenitori, o per trovarne di nuovi (anche perché per la Casa Bianca i repubblicani hanno un serio problema di leadership). Molto dipenderà da come deciderà di affrontare le nuove maggioranze alla Camera e al Senato e quindi i nuovi rapporti di forza con i repubblicani. Può scendere in trincea, difendere con le unghie e con i denti le riforme fin qui realizzate, accettando di non combinare gran ché nei prossimi due anni ma tornando a scaldare i cuori più radicali tra i suoi elettori delusi, e quindi provare a vincere nel 2012 da sinistra, accusando il Congresso repubblicano per il mancato change; oppure, può scegliere la strada verso il centro percorsa brillantemente da Clinton dopo la sconfitta di midterm nel 1994, abbandonando le posizioni più radicali e l'immagine quasi salvifica, messianica, legata al suo personaggio, e magari concentrandosi sulla politica estera.

Nel primo caso sarebbe un azzardo, scommetterebbe su un cambiamento profondo delle coordinate culturali e sociali dell'America, che queste elezioni però sembrano smentire; nel secondo, smentirebbe i connotati stessi della sua elezione del 2008 e dovrebbe reinterpretare in termini più pragmatici e in senso più unitario, davvero post-partisan, le speranze di cambiamento degli americani. Dovrebbe riuscire a incarnare un change molto diverso da quello del 2008. Una sterzata di 180° che difficilmente passerebbe inosservata e che metterebbe comunque a dura prova la sua credibilità.

Wednesday, March 17, 2010

Comunque vada, alle mid-term saranno guai

Che la riforma sanitaria rappresenti o meno il "momento" che definirà la presidenza Obama, come ogni presidenza Usa ha avuto il suo, è certo che questa settimana importanti nodi sia di politica interna che estera stanno venendo al pettine. La Casa Bianca e la speaker della Camera, Nancy Pelosi, confidano di ottenere il via libera definitivo al testo di riforma già approvato dal Senato, ma è ancora aperta (e incerta) la caccia ai 216 voti necessari e a ben vedere neanche un esito positivo è del tutto privo di rischi per il presidente e i Democratici.

Se passa e diventa legge, potranno sì vantare un successo che sarà celebrato come una pietra miliare nella politica progressista americana. Tuttavia, la riforma non incontra il favore dell'opinione pubblica conservatrice e moderata, mentre l'ala liberal, più di sinistra, del partito e dell'elettorato, è comunque delusa per il sacrificio, in nome del pragmatismo, della public option, l'elemento più innovativo, cioè il "pilastro" assicurativo pubblico da affiancare alle assicurazioni private.

Peggio ancora se la riforma dovesse naufragare, perché sia la presidenza che la maggioranza democratica al Congresso, oltre che deludere le aspettative di riforma del proprio elettorato, e trovarsi di fronte alle accuse di "tradimento" dell'ala liberal, darebbero prova di incapacità di governo. Insomma, in entrambi i casi le elezioni di mid-term del prossimo novembre rimangono a rischio e Obama potrebbe ritrovarsi azzoppato nei prossimi anni fino alla corsa per un secondo mandato.

Il principale ostacolo è costituito dai deputati democratici, molto più preoccupati della loro rielezione che delle sorti politiche del presidente. Votando a favore, infatti, temono di perdere consensi nei loro collegi in vista del voto di novembre. C'è la ritrosia da parte di alcuni a finanziare l'aborto con soldi pubblici, sia pure indirettamente, ma soprattutto pesano gli enormi costi - stimati in 875 miliardi di dollari - della riforma, che graveranno su un debito pubblico già insopportabilmente alto per gli standard Usa e richiederanno probabilmente, come paventano i Repubblicani, nuove tasse.

Sarebbero loro, i deputati che avranno votato sì, i primi ad essere sanzionati dall'elettorato. I sondaggi mostrano che nei collegi in bilico circa il 60% degli elettori voterà per un candidato contrario alla riforma. Per questo si affaccia l'ipotesi di far passare la riforma senza un vero e proprio voto formale. Nancy Pelosi pensa a un pacchetto di "aggiustamenti" non sostanziali, che in base ai regolamenti in vigore alla Camera può valere come un sì automatico al testo del Senato, risparmiando così ai singoli deputati l'imbarazzo di un voto esplicito.

Wednesday, January 20, 2010

Obama anno I, risultati zero

Un anno fa il presidente Obama entrava ufficialmente in carica ed il destino ha voluto che lo scoccare di un anno esatto di presidenza coincidesse con l'elezione di un repubblicano, Scott Brown, al seggio senatoriale lasciato libero dalla morte di Ted Kennedy. Una vittoria dal forte valore simbolico ma anche politico. Simbolico perché quel seggio era stato di Ted Kennedy per 47 anni ininterrotti dal 1962 (e della famiglia Kennedy per 57 anni, dal 1952), e perché il Massachusetts è uno degli stati più di sinistra d'America. L'ultima volta che ha eletto un repubblicano al Senato è stato nel 1972. Politico, perché con l'elezione di Brown ora i repubblicani possono contare su 41 seggi al Senato e quindi ai democratici sfugge quella maggioranza di 60 senatori che per effetto dei regolamenti mette al riparo dall'ostruzionismo dell'opposizione.

Ma a parte l'incauta apparizione di Obama a Boston due giorni prima del voto per sostenere la candidata sconfitta, si tratta del più classico dei campanelli d'allarme per il presidente e il suo partito. Perdere inaspettatamente in uno dei propri feudi più inespugnabili è un segnale inequivocabile a meno di un anno dalle elezioni di medio termine. Ancor di più se si considera che Brown ha focalizzato la sua campagna sulla promessa di essere proprio quel 41esimo senatore che può opporsi alla "ObamaCare". E il paradosso è che in Massachusetts vige un prototipo della riforma Obama approvato nel 2006. I primi in America ad avere avuto quel tipo di sistema sanitario sono stati anche i primi a pronunciarsi contro la sua estensione a livello nazionale.

E' crisi per Obama? Troppo presto per dirlo ma certamente la fiducia che gli americani hanno concesso a Obama, principalmente per la forte promessa di cambiamento e per i tratti altamente simbolici ed evocativi nella sua carta d'identità, non sono disposti a concederla al suo partito, che rischia a novembre prossimo di andare incontro ad una sonora sconfitta. E' comunque tempo di bilanci per Obama ad un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca. Sul fronte interno l'impressione è che la crisi stia facendo il suo corso e che il suo interventismo finora abbia prodotto solo nuove spese e ulteriore deficit. Sulla riforma sanitaria va in scena il solito psicodramma degli americani. Il sogno di un sistema sanitario universale esercita una grande attrazione ben oltre i confini di consenso del partito democratico. Per questo prima delle elezioni presidenziali sembra sempre che quasi tutti gli americani vogliano una riforma sanitaria che garantisca loro una copertura universale; quando si accorgono, dopo le elezioni, quanto costa, e come procede il Congresso, quella maggioranza nel Paese si rompe.

Per quanto riguarda la politica estera, l'unica decisione giusta che ha preso è quella di mandare nuove truppe in Afghanistan e di avallare la strategia di contro-insurrezione del generale McChrystal. Solo che ci ha messo quasi quattro mesi di troppo. Come prevedibile, l'apertura all'Iran non sta funzionando e l'ultimatum implicito del 31 dicembre è trascorso da 20 giorni senza cambiamenti sensibili nell'approccio Usa. Il dibattito su nuove sanzioni con interlocutori difficili come Mosca e Pechino non ci pare nemmeno partito. La porta è ancora aperta, la mano è ancora tesa, al prezzo del mancato appoggio al movimento di opposizione iraniano e con grande rischio di indebolire la credibilità della deterrenza Usa agli occhi degli iraniani.

A prescindere dai diritti umani, che da anni nei rapporti con la Cina sono stati messi in secondo piano, al di là della pur importante retorica ufficiale, l'impressione è che l'amministrazione Obama stia sopravvalutando Pechino (equivocandone intenzioni e obiettivi di lungo termine) come secondo pilastro di una governance globale il cui vertice sia ristretto a due sole superpotenze, e mettendo troppo presto da parte i suoi alleati europei e nel sudest asiatico. Ricordiamo inoltre la sbandata iniziale, poi parzialmente corretta, sulla crisi in Honduras, ma a parte questo non ci pare che gli Stati Uniti abbiano recuperato il terreno perso in America Latina e in Africa. Se l'ondata rossa e antiamericana nel "cortile davanti casa" sembra essersi arrestata lo devono a Micheletti e a Pinera in Cile. In generale, si può dire che tutte le aperture e disponibilità di Obama ad avversari o a nemici dichiarati dell'America non abbiano finora prodotto risultati di rilievo.

Un anno è troppo poco? Può darsi. Siamo qui. Ma se le difficoltà e le ostilità con le quali gli Usa si sono scontrati negli ultimi anni in più parti del mondo non fossero dipese da un loro atteggiamento troppo aggressivo e "imperialistico", e al contrario questo si fosse reso necessario per rispondere alle sfide?

Wednesday, September 16, 2009

Afghanistan, finalmente Obama chiarisce gli obiettivi

Che sembrano quelli più ambiziosi (e quindi potrebbero preludere all'invio di nuove truppe), anche se rimangono un po' generici.

Su il Velino

L'amministrazione Obama ha mostrato oggi ad alcuni senatori, in un briefing a porte chiuse che si è svolto al Campidoglio, una bozza di tre pagine contenente la sua strategia per l'Afghanistan e il Pakistan. Il documento, marcato come "bozza" ma non secretato, contiene gli obiettivi e le priorità della missione e i parametri attraverso i quali l'amministrazione Usa intende valutare i progressi nella regione, dettagli di cui il Congresso aveva da tempo chiesto di venire a conoscenza. Elementi essenziali per assumere qualsiasi decisione sull'impiego o meno di ulteriori mezzi e truppe. Tra oggi e domani il Congresso acquisirà le valutazioni del generale Stanley McChrystal, comandante delle forze americane in Afghanistan, che rimaranno riservate, e qualsiasi richiesta di nuove truppe arriverà nelle prossime una o due settimane, ipotizza il presidente della Commissione Forze armate del Senato Usa, Carl Levin, uno dei senatori presenti all'incontro.

Oggi, incontrando alla Casa Bianca il premier canadese Stephen Harper, il presidente Barack Obama ha spiegato che non ci sarà alcuna «decisione immediata» sull'invio di nuove truppe in Afghanistan. Ribadendo la sua «determinazione a prendere la decisione giusta», Obama ha detto che deciderà dopo un «processo molto ponderato». Una delle critiche che molti analisti e commentatori hanno sempre mosso alle amministrazioni Usa - sia quella di Bush jr sia quella Obama - nella loro conduzione della guerra in Afghanistan, riguarda la mancanza di chiarezza sugli obiettivi della missione. Non è ancora sufficientemente chiaro se l'obiettivo finale sia la sconfitta totale e definitiva dei talebani, e il successo dell'operazione di nation building, cioè di rafforzamento delle nuove istituzioni statali afghane, o se la missione possa considerarsi conclusa anche in presenza di una certa attività di insorgenza da parte talebana, accontentandosi di avere a Kabul un governo "amico", seppure non in grado di controllare tutto il territorio.

Senza la necessaria chiarezza sullo scopo ultimo della missione, è difficile valutare i progressi e prendere decisioni sui mezzi da impiegare per raggiungerlo. Ma nella bozza che alcuni funzionari di alto livello dell'amministrazione hanno presentato oggi ai senatori, e che Foreign Policy ha ottenuto, vengono finalmente indicati tre obiettivi: «distruggere, smantellare e sconfiggere al Qaeda tra Afghanistan e Pakistan, e impedire il suo ritorno in quei Paesi in futuro»; lavorare per stabilizzare il Pakistan e per raggiungere «una molteplicità di obiettivi politici e civici» in Afghanistan. Ciascun obiettivo è corredato di parametri per valutare i progressi compiuti.
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Tuesday, July 28, 2009

Riforma sanitaria trappola politica per Obama

Il problema politico è che molti americani vogliono la copertura sanitaria universale, ma quando un concreto progetto di riforma si avvicina all'esame del Congresso, una parte importante di coloro che la vogliono (e che magari per averla hanno eletto un presidente democratico di colore) si spaventano dei costi. Non sanno più di cosa avere più paura, se di non avere in alcuni momenti della loro vita una copertura sanitaria, o delle tasse che dovranno sborsare per pagarla a tutti. Così si ha il paradosso che il presidente eletto per fare una riforma sanitaria che garantisca una copertura universale perde consensi nei sondaggi proprio quando si appresta a presentarla al Congresso.

Il suo partito, che deve votarla, si spaventa, perché dopo un anno ci sono le elezioni di medio termine e rischia di perdere la maggioranza al Congresso. Per un verso, quindi, Obama rischia sia di non riuscire a far passare la sua riforma al Congresso, sia di causare in ogni caso una sconfitta per il suo partito alle elezioni di medio termine del 2010, come accadde già a Clinton prima di lui. Per un altro verso, l'approvazione della sua riforma rischia di dare «il colpo di grazia», come osserva Alberto Alesina, oggi sul Sole 24 Ore, alla finanza pubblica americana, «già sotto enorme stress a causa della crisi».
Che il sistema sanitario americano vada riformato non c'è dubbio. I costi della sanità sono altissimi e circa 45 milioni di americani non sono assicurati. Chi sono? Non sono i più poveri, i quali sono protetti da un sistema pubblico che si chiama Medicaid. Non sono gli anziani, ricchi o poveri che siano, che sono ben protetti (perfino troppo, perché sono un gruppo di elettori cruciali) da un altro sistema pubblico, Medicare, una vera emorragia di risorse. I non assicurati sono coloro che non sono abbastanza anziani per Medicare, non sono abbastanza poveri per Medicaid, e lavorano in imprese che non offrono l'assicurazione sanitaria e scelgono di non assicurarsi da soli, dati i costi. Le imprese che non offrono l'assicurazione sanitaria sono in genere quelle piccole. E poi vi sono i lavoratori autonomi. Particolarmente problematico diventa quindi perdere il posto di lavoro perché in molti casi con esso se ne va l'assicurazione sanitaria.
Le possibili soluzioni sono di due tipi, indica Alesina. Una è quella adottata dal Massachusetts, di «lasciare i cardini del sistema immutati ma di dare sussidi a quella parte dei 45 milioni di americani che non si può permettere l'assicurazione sanitaria privata, rendendola invece obbligatoria». Copertura sanitaria fornita ancora dalle assicurazioni private, quindi, ma obbligatoria. Un po' come da noi l'Rc auto. Il secondo tipo di riforma è quello di «passare essenzialmente a un sistema di assicurazione pubblica stile europeo ed è quello che propone Obama».

Sarebbe un disastro. Causerebbe il fallimento di molte società di assicurazione privata, che non potrebbero competere con quella pubblica, e comporterebbe costi enormi per lo Stato, anche se Obama naturalmente sostiene che il suo piano farebbe risparmiare. Ma passare a un sistema sanitario stile europeo comporta anche altri svantaggi, oltre ai costi per lo Stato: minore qualità ed efficienza del servizio, e minore accessibilità alle cure (tempi di attesa estremamente lunghi). Obama insomma vuole rovinare il sistema sanitario che "produce" i Dottor House.

Alesina riferisce che Doug Elmendorf, nuovo giovane direttore del Congressional Budget Office, un organo indipendente e bipartisan, «ha testimoniato al Congresso che secondo lui non vi sarebbero risparmi con il piano Obama, anzi i costi per lo Stato si moltiplicherebbero». Elmendorf, spiega Alesina, è tra l'altro «ex collaboratore di Larry Summers, il consigliere economico di Obama, ed è di simpatie democratiche, quindi non è affatto un "nemico giurato" dell'amministrazione, anzi». Anche in base alle ipotesi più ottimistiche, il deficit americano potrebbe essere ancora del 7% del Pil nel 2020. Per finanziare la sua riforma Obama vorrebbe alzare le tasse ai più abbienti, ma rischiando di ostacolare la ripresa. Il Partito democratico è comprensibilmente scettico e preferirebbe un approccio più realistico, del primo tipo. Invece Obama spinge a testa bassa per l'approvazione in tempi brevi.
«Obama fa benissimo - conclude Alesina - a cogliere il momento della crisi per sfruttare energie politiche che potrebbero sostenere riforme importanti, una lezione che il nostro governo dovrebbe recepire. Ma il presidente americano sbaglia a buttarsi a testa bassa cocciutamente su una riforma che parte con il piede sbagliato. E infatti sta scontrandosi con una forte opposizione anche all'interno del suo partito».
Contrarissimi ai piani di Obama per la sanità i liberisti del Cato Institute.

Tuesday, November 04, 2008

Greenspan sulla graticola

«Lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, era sbagliata, non stava funzionando?»
(Henry Waxman, D-CAL)

Questa sera la prima parte dello Speciale Commissioni (ascolta) è dedicata al Congresso americano, con alcuni estratti dalla recente audizione di Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve, dinanzi alla Committee on Oversight and Government Reform della Camera dei Rappresentanti. L'ex governatore è stato ascoltato lo scorso 23 ottobre nell'ambito dell'indagine sul ruolo delle autorità di controllo federali nella crisi finanziaria.

E' stata una seduta accesa, per nulla politicamente bipartisan o neutra. I deputati democratici si sono concentrati sulla negligenza dei controllori federali, criticando la deregulation e la presunzione che il mercato si autoregolasse da sé e che fosse infallibile. I deputati repubblicani, invece, hanno puntato il dito sui giganti para-statali dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac e sui programmi pubblici come il Community Reinvestment Act, che obbliga le banche a favorire l'erogazione di mutui a rischio.

Un momento particolarmente emblematico è stato lo scambio di battute tra il presidente della Commissione, il Democratico Henry Waxman, e l'ex governatore della Fed. Waxman ha incalzato Greenspan per il suo liberismo, spingendolo ad ammettere di aver trovato una «falla», un difetto, nella sua ideologia.

Friday, October 03, 2008

Il mercato può farcela, McCain deve riprendere l'iniziativa

Il Wall Street Journal, dalla sua pagina degli editoriali, continua ad appoggiare il piano Paulson ma non si arrende al fatto che le colpe della crisi finanziaria in atto vengano fatte ricadere sul libero mercato e sulla deregulation bancaria voluta da Clinton e dai repubblicani nel '99. «Prima di concludere che i mercati hanno fallito, abbiamo bisogno di un'attenta analisi sul ruolo giocato dalla politica». E da questa analisi emerge chiaramente che la bolla immobiliare da cui tutto è partito «non sarebbe cresciuta così tanto senza i molteplici errori di Washington». Nelle rappresentazioni dei media e dei politici, invece, sono assenti le responsabilità dei politici e delle autorità pubbliche «nell'aver creato artificialmente un aumento dei prezzi delle case, riducendo artificialmente i rischi connessi ad asset estremamente rischiosi».

Sotto accusa sempre Fannie Mae e Freddie Mac, il Congresso e la Federal Reserve. Sotto l'esplosione fragorosa della bolla immobiliare è rimasto anche il sogno della "ownership society" coltivato dal presidente Bush, ma le colpe sono rigorosamente bipartisan. Delle amministrazioni Bush e Clinton, così come del Congresso, sia a guida repubblicana che a guida democratica, per aver incoraggiato, o non aver impedito, la concessione facile dei mutui. E della Fed (sia sotto Greenspan che sotto Bernanke), per aver tenuto troppo basso il costo del denaro troppo a lungo, contribuento alla "credit mania". "Drogando" il mercato con "soldi facili" la Fed ha aiutato la crescita economica e l'occupazione, finché però è sopraggiunta la crisi da overdose.

E mentre il Congresso vara un piano da 850 miliardi, Wells Fargo acquista Wachovia, dimostrando che il mercato può ancora farcela da solo, come osserva Macromonitor: «... pagando con azioni proprie per un valore di 15 miliardi di dollari... un segnale importantissimo al mercato e al Congresso: lasciateci lavorare e possiamo farcela da soli. Wells Fargo non ha chiesto nulla alla Fed, all'ente di tutela dei depositi o al governo federale, al contrario di quanto aveva fatto Citigroup; ha offerto un prezzo minore, ma si è accollata ogni rischio».

Il rischio del piano Paulson è che potrebbe non funzionare e dopo l'euforia iniziale nel medio-lungo periodo «potrebbe addirittura ritardare la ristrutturazione del sistema, fornendo incentivi distorti e false speranze. I compratori esistono, ma sorge il sospetto che la tentazione di scroccare qualche soldo al governo sia, per molte banche, troppo forte», vista l'aria propizia che tira.

La visione economica e le proposte di McCain, orientate alla libertà di scelta, a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi, e al taglio della spesa pubblica (non solo delle tasse, come faceva Bush), sono le più adeguate a dare un taglio netto con il moral hazard introdotto nel sistema dai policy maker, mentre i programmi sociali di Obama cercano tutti di ridurre una serie di rischi economici caricandoli sulle spalle dei contribuenti.

Posizioni antitetiche, ma il paradosso è che Obama rappresenta la continuità del tipo di politiche che hanno per lo meno aggravato la crisi, eppure a rimetterci l'elezione sarà McCain, candidato del partito del presidente in carica. McCain sta sbagliando tutto. Si è fatto risucchiare dalla crisi, è rimasto invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano Paulson, invece di rappresentare lo scetticismo degli americani. Obama può permettersi di restare immobile e appiattirsi sul piano di salvataggio approvato stasera dal Congresso, ma McCain deve prendere iniziative forti, più indipendenti che bipartisan.

Non dico che avrebbe dovuto contrastare esplicitamente il piano, ma che dovrebbe indicare nelle cattive politiche di democratici e repubblicani - a cui tra l'altro lui si è opposto - le colpevoli della crisi; sottolineare che le ricette di Obama perseverano in quella direzione; rivendicare i suoi voti su Fannie e Freddie. Sta dimostrando qualità che gli americani già gli riconoscono - "senso di responsabilità" presidenziale e approccio bipartisan - mentre cercano una figura di forte rottura con il malgoverno e la corruzione a Washington.

Thursday, October 02, 2008

Anche Clinton difende la deregulation

E la rivincita della Bce monetarista

Già, perché forse pochi sanno che c'è una deregulation firmata non da Reagan e dagli avidi liberisti repubblicani, ma da Bill Clinton, che la rivendica persino contro il mainstream dei media, dei Democratici di oggi e del candidato alla presidenza Obama, che stanno vendendo la balla della deregulation bancaria del '99 come colpevole della crisi. L'intervista è su Newsweek e Clinton si difende:
«Prima di tutto non fu una completa deregulation. Abbiamo ancora regole stringenti, garanzie sui depositi bancari e requisiti sul capitale delle banche... Pensai che potesse portarci investimenti più stabili e una minore pressione su Wall Street per produrre profitti trimestrali che fossero sempre maggiori di quelli del trimestre precedente. Ci ho pensato molto ma non credo che aver firmato quella legge abbia niente a che vedere con la crisi attuale. Una delle cose che ha contribuito a stabilizzare la situazione è stato l'acquisto di Merrill Lynch da parte di Bank of America, che è stato più facile di quanto lo sarebbe stato se non avessi firmato quella legge».
Sotto accusa anche uno degli estensori della legge, il repubblicano Phil Gramm, oggi consigliere di McCain, ma Clinton lo difende:
«Non posso incolpare i repubblicani. Non è stata una cosa su cui mi hanno forzato la mano, credevo davvero che... ci avrebbe dato una fonte più stabile di investimenti a lungo termine».
La Gramm-Leach-Bliley Act, ricorda il WSJ, passò al Senato con 90 voti contro 8 e i voti favorevoli di Democratici quali Chuck Schumer, John Kerry, Chris Dodd, John Edwards, Dick Durbin, Tom Daschle e Joe Biden (oggi candidato vice di Obama). Altri tempi, tutt'altro genere di Democratici. E il WSJ fa notare che le meno controllate istituzioni finanziarie - gli hedge funds - costituiscono nel panico di oggi i «minori rischi sistemici». Forse perché nessun gigante para-statale ne ha fatto ampio ricorso per riempire i suoi portafogli...

Come abbiamo già sottolineato, le amministrazioni Clinton e Bush, così come il Congresso, sia a guida repubblicana che a guida democratica, hanno gravi responsabilità, per aver incoraggiato, o non aver impedito, la concessione facile dei mutui e per non aver agito in tempo e in modo efficace per evitare la crisi finanziaria, ma la deregulation del mercato bancario è una delle poche politiche azzeccate il cui merito va riconosciuto sia a Clinton che ai repubblicani.

Ma tra i responsabili della crisi ci sono tutti i poteri pubblici, di regolazione o di intervento. Oltre alla politica in senso stretto, quindi, c'è la politica della Federal Reserve dal 2001 ad oggi. Se non il gold standard, come tornano a proporre i libertari sull'onda della crisi, ci vorrebbe almeno una sana politica monetarista e friedmaniana da parte della Fed. E' quanto osserva Benedetto Della Vedova, su Il Foglio di ieri, difendendo la Bce dalle critiche che - lo ammetto - a volte anch'io ho lanciato.

La Fed, con Greenspan e Bernanke, ha mantenuto eccessivamente basso il costo del denaro contribuento alla "credit mania". Ciò ha "drogato" il mercato di "soldi facili", aiutando la crescita economica e quindi l'occupazione, finché non è sopraggiunta la crisi da overdose. La Bce, al contrario, ha mantenuto il costo del denaro alto, suscitando l'ira dei governi che così non sono stati aiutati a far crescere il Pil. Ammetto che anch'io mi sono spesso lasciato convincere dalla prospettiva allettante per l'economia di un minore costo del denaro.

Come correttamente ricorda Della Vedova, «il rigore monetarista di Francoforte (priorità a inflazione e base monetaria) ha rappresentato per anni il capro espiatorio della scarsa crescita europea, della disoccupazione e della diffusione di sentimenti anti-europei nell'opinione pubblica del continente. "Guardate alla Fed!", si diceva. L'indipendenza della Bce è stata messa in discussione: ultimo, nell'ordine, l'attuale presidente di turno dell'Ue Sarkozy a guidare il malcontento...».

In realtà, fa notare, «i problemi europei (e, moltiplicati per due, quelli italiani) si chiamavano e continuano a chiamarsi scarsa produttività, bassa mobilità, alta tassazione, sistemi di welfare iniqui e onerosi. Contestando le colpe dell'Europa dei banchieri, si distoglieva l'attenzione dall'eccesso di dirigismo e dai freni corporativi delle economie europee, che richiedevano e richiederanno, come cura, massicce iniezioni di libertà economica. Anziché affrontare i costi politici di riforme in grado di offrire alle imprese un ambiente più favorevole, si è tentata la scorciatoia di un taumaturgico intervento "politico" sulle autorità monetarie di Francoforte. Oggi il clima è radicalmente mutato: le scelte di Trichet, all'improvviso, da ottuse sono apparse responsabili. Molti di coloro che per dieci anni hanno fatto pressioni affinché la Bce cambiasse drasticamente orientamento, oggi salutano la prudente solidità del modello europeo di politica monetaria contrapposto a quello più politicamente interventista della Fed».

Insomma, la Bce in questi dieci anni è stata il «maggior interprete di quell'ortodossia monetarista e friedmaniana che del liberismo – anzi, direi di una sana economia di mercato – è una componente essenziale».

Benvenuti a "Moral Hazard"

Il dibattito sulle responsabilità della crisi e sul piano di salvataggio continua sulle pagine degli editoriali del Wall Street Journal. «Abitiamo tutti a Moral Hazard», che «sembra il nome di una città fantasma in un film western di Clint Eastwood», scrive oggi Daniel Henninger. E' accaduto che in tutto il paese è stato fatto ricorso in modo massiccio a mutui senza o con poco anticipo, sostenuti dai bassi tassi d'interesse della Federal Reserve.
«Wall Street ha affettato i mutui più sottili di fette di prosciutto, estendendone il rischio, e ha venduto i pezzi in tutto il mondo, dove, magicamente, sembravano arricchire i bilanci».
Dietro tutto questo, Fannie Mae e Freddie Mac, di cui abbiamo parlato nel post di ieri:
«Diversi anni fa, quando il board degli editoriali del WSJ incontrò i vertici di Fannie Mae e li incalzò sul tema dei rischi finanziari, ci fu detto che dopo tutto Fannie stava soltanto adempiendo al "mandato del Congresso" di diffondere la proprietà immobiliare. Il Congresso, naturalmente, è il tempio del moral hazard».
Ridurre troppo la componente del rischio negli affari, o meglio la sua percezione, porta gli operatori a fare cattive scelte. In contesti privi di rischio aumentano le «inefficienze economiche».

Ma di fronte alla più grande crisi finanziaria dai tempi della Depressione, si chiede Henninger, «non abbiamo finalmente incontrato il nemico, accorgendoci che noi stessi siamo il nemico?». E di fronte all'«alto prezzo pagato per aver ignorato il rischio evidente sottostante la crisi dei mutui, siamo arrabbiati per cattive decisioni che non devono mai più ripetersi, oppure semplicemente siamo sconvolti dal fatto che tutto sia esploso? Perché in questo secondo caso, i politici tenteranno di giocare di nuovo questo sistema per prendersi vantaggi senza rischi», avverte Henninger. «L'attuale incubo dei mutui è stato aggravato soprattutto dall'insistenza del Congresso nell'accrescere la proprietà immobiliare riducendo i suoi rischi». La lettura del passato dovrebbe insegnare qualcosa nel presente di questa campagna presidenziale.
«Le proposte centrali di Obama sull'assicurazione sanitaria, sulla politica commerciale e sui crediti fiscali, cercano tutte di ridurre una serie di rischi economici. Le idee di McCain sulla salute, l'educazione e il codice fiscale, invece, sono orientate alla "libertà di scelta", o a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi».
In questo le visioni e i programmi dei due candidati alla Casa Bianca sono davvero antitetici. Peccato che McCain si stia facendo stritolare da questa crisi e non sia in grado di assumere una iniziativa forte, spiegando agli americani, in maggior parte contrari al piano Paulson, che con lui non rischierebbero questo genere di crisi, la cui gravità è determinata non dalla deregulation ma dall'invasività di politiche pubbliche manipolate da interessi privati. Purtroppo, invece, sembra invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano. D'altra parte, Obama non ha alcuna difficoltà ad appiattirsi sul piano di salvataggio, visto che rientra perfettamente nella logica interventista del suo programma. La Heritage Foundation ha calcolato che il "bailout" da 700 miliardi è niente in confronto al costo dei piani di previdenza sociale e assistenza sanitaria promossi dai democratici: 41mila miliardi, pari a 60 piani Paulson.

In un altro editoriale del Wall Street Journal di oggi viene citato addirittura Alexander Hamilton per sostenere il piano di salvataggio del Tesoro Usa e leggiamo:
«Ci viene detto che questo è un salvataggio per Wall Street. Ma se gli americani sono onesti con se stessi, ammetteranno che le banche non sono l'unica causa della nostra difficile situazione attuale. Gli Stati Uniti stanno vivendo le conseguenze di una tipica "credit mania", di cui tutti abbiamo goduto finché è durata. Non ricordiamo molte proteste mentre il valore delle case stava crescendo del 15% l'anno, o mentre i tassi d'interesse rimanevano fermi all'1%...»
Il punto, sottolinea il WSJ, «non è assolvere Wall Street o Washington», ma impedire che la crisi si estenda provocando danni ancora maggiori. «In questo senso, stiamo salvando noi stessi» con il piano Paulson.

Non tutti i deputati repubblicani che l'altro giorno hanno votato contro il piano sono «eroi» di coerenza. «Alcune delle voci più rumorose che oggi invocano "mercati liberi" denunciando il piano Paulson si sono opposte a una stretta creditizia». Il WSJ si riferisce a quando alla Camera si discusse dei bilanci di Fannie e Freddie e di come limitare i loro portafogli - una storia che abbiamo rievocato nel post di ieri - e riporta degli stralci dagli interventi di alcuni deputati repubblicani che all'epoca «si opposero furiosamente ad ogni tentativo di rendere Fannie e Freddie meno pericolose».

L'amministrazione Bush, ricorda il quotidiano, è stata «dalla parte giusta in questo dibattito per 8 anni», così come l'ultimo Tesoro di Clinton. «E ora, avendo contribuito così tanto a questo caos, molti degli stessi deputati che protessero Fannie e Freddie stanno denunciando il salvataggio come un favore a Wall Street. I veri eroi della Camera - conclude il WSJ - sono i deputati che tentarono di riformare Fannie quando era impopolare e ora stanno tentando di difendere il sistema finanziario quando questo anche è difficile».

Tuttavia, seppure non tutti i deputati repubblicani che hanno votato contro il "bailout" siano degli eroi di coerenza liberista, tra di essi ci sono anche quei libertari come Ron Paul, cui di certo non possono essere contestate certe contraddizioni.

Le loro posizioni erano riportate ieri da L'Opinione: «Proponendo la stessa politica, e in dosi maggiori, non faremo altro che intensificare la distorsione della nostra economia (tutte le cattive allocazioni di capitali e tutti i cattivi investimenti) e ritardare il tentativo del mercato di ristabilire un prezzo razionale delle case e degli altri patrimoni», avverte Ron Paul. Lew Rockwell, del Mises Institute, spiega che «i cattivi debiti non possono diventare buoni per volontà di una legge. Questo vuol dire che saranno necessari sempre più soldi e che i cittadini della classe media saranno sempre più vampirizzati da uno Stato predatore negli anni a venire». «Cercare di fermare la caduta dei prezzi ha senso quanto pretendere di cambiare la legge di gravità», ammonisce Bob Barr:
«Il crack finanziario non è dovuto alla presunta "crisi del capitalismo", ma è il risultato di folli politiche pubbliche, manipolate da interessi privati, come sempre avviene a Washington. Dando a Washington più potere non avremo la soluzione (...) Tenendo in vita un morto che cammina non faremo altro che rallentare i necessari aggiustamenti del mercato».
Lucida l'analisi di Ron Paul:
«Abbiamo un problema che ha cause ben precise. Abbiamo speso troppo, ci siamo indebitati troppo, abbiamo troppo inflazionato la nostra moneta, ora siamo in crisi e il mercato ci sta dicendo che dobbiamo correggere tutti questi errori. La gente deve liquidare i cattivi debiti e far piazza pulita degli investimenti sbagliati. Ma quello che il governo cerca di fare adesso è di rendere permanenti tutti questi errori».
Riemerge dal campo libertario la proposta di tornare al gold standard, che dovrebbe interessare tutti quelli che diffidano della finanza virtuale non agganciata a beni reali:
«Dobbiamo porre fine al sistema che stampa moneta campata in aria. Deve essere respinta la legge che limita la circolazione di moneta a base aurea e argentea. Non possiamo avere una moneta che dipende dalle vuote promesse dei burocrati».

Wednesday, October 01, 2008

Fannie Mae e Freddie Mac, fallimenti della politica

E' vero, fu l'amministrazione Clinton, nel 1999, a fare pressioni sui giganti dei prestiti Fannie Mae e Freddie Mac affinché incrementassero la concessione dei mutui agevolati e acquistassero dalle banche i subprime, ampliando enormemente il ruolo delle agenzie para-statali nel mercato immobiliare americano con l'effetto di indurre gli operatori a confidare nella implicita garanzia pubblica su tutti quei mutui. All'epoca le responsabilità dell'amministrazione Clinton furono annotate su questo articolo del New York Times.

Ma da allora all'inizio della crisi, ampiamente aggravata dal gigantismo di Fannie Mae e Freddie Mac, sono trascorsi 8 anni, durante i quali l'amministrazione Bush e il Congresso, prima a maggioranza repubblicana poi democratica, non sono riusciti a invertire la tendenza.

Per la verità ci fu un tentativo di regolare diversamente i due colossi semi-pubblici dei mutui e di limitare la loro spregiudicatezza finanziaria, come hanno ricordato Peter Wallison e Charles Calomiris, due economisti dell'American Enterprise Institute, sulle pagine del Wall Street Journal. Allo scopo di accattivarsi l'appoggio del Congresso, dopo gli scandali dei loro bilanci nel 2003 e nel 2004, Fannie Mae e Freddie Mac si impegnarono ad accrescere l'erogazione di mutui "facili". Alle cattive scelte di queste due imprese sponsorizzate dal governo – e dei loro sponsor a Washington – vanno attribuite le colpe del disastro attuale, secondo i due economisti dell'AEI. Fannie e Freddie furono viste sui mercati finanziari come operatori i cui bilanci erano garantiti dal governo federale.

Ecco cosa accadde. Quando gli economisti della Fed e dell'Ufficio Bilancio del Congresso cominciarono a studiarle nel dettaglio, si accorsero che – nonostante i loro vantaggiosi tassi di prestito – non avevano significativamente ridotto i tassi d'interesse sui mutui. Sulla scia dello scandalo di bilancio di Freddie, nel 2003, il presidente della Fed Alan Greenspan divenne un loro fermo oppositore, e cominciò a suggerire una regolamentazione più stringente e limitazioni alla crescita dei loro redditizi ma rischiosi portafogli. Se non stavano concedendo mutui più economici e stavano solo creando rischi per i contribuenti e l'economia, a cosa servivano?

La strategia di presentarsi di fronte al Congresso come i campioni dell'housing accessibile funzionò. Fannie e Freddie conservarono l'appoggio di molti al Congresso, soprattutto dei Democratici, e gli fu permesso di continuare senza restrizioni. Nel 2005 Alan Greenspan spiegò nei termini più chiari possibili al Congresso quanto fosse urgente agire: se Fannie e Freddie «continuano a crescere, con un basso livello di capitale, e continuano ad estendere i loro portafogli, possono rappresentare un potenziale rischio di sistema sempre crescente. Stiamo mettendo a rischio in modo sostanziale l'intero sistema finanziario».

Nel 2005 – raccontano Wallison e Calomiris – la Commissione bancaria del Senato, controllata dai Repubblicani, elaborò un valido disegno di legge di riforma, che avrebbe proibito alle imprese sostenute dal governo di detenere portafogli e attribuito al loro regolatore poteri simili a quelli del regolatore del sistema bancario, così come simili requisiti minimi di capitale. Alla luce dell'attuale crisi probabilmente questo progetto di legge sarebbe stato il pilastro di un efficace sistema di regole. Tutti i Democratici e i pochi Repubblicani che votarono contro il progetto, non avrebbero potuto opporsi a queste limitazioni se i loro elettori avessero saputo cosa stavano facendo. E ora i Democratici se la prendono con la deregulation, che negli ultimi 30 anni ha permesso alle banche di diversificare i loro rischi geograficamente e su diversi prodotti, cosa che ha mantenuto le banche commerciali relativamente stabili in questa tempesta.

Se i Democratici avessero lasciato passare quella legge nel 2005, l'enorme crescita di mutui subprime e Alt-A nei portafogli di Fannie e Freddie non si sarebbe potuta verificare, e la crisi finanziaria avrebbe avuto una portata molto minore. Gli stessi politici che oggi stigmatizzano la mancanza di intervento per fermare gli eccessi, sono gli stessi che nel 2005-2006 bloccarono l'unico tentativo legislativo che poteva fermarli.

La storia di Fannie e Freddie sta lì a dimostrare quanto gravi siano le responsabilità della politica, piuttosto che del libero mercato, nella crisi di oggi. Errori commessi, e non corretti, nonostante fosse possibile correggerli per tempo, sia dai democratici che dai repubblicani più statalisti. Come Bush, che liberista non è mai stato e che ha pesanti responsabilità, per aver recepito solo una parte delle politiche liberiste, il taglio delle tasse, e non anche il taglio della spesa pubblica e della invadenza dello Stato.

Lo sottolinea con forza Jeffrey Miron, uno dei 166 economisti che hanno firmato la lettera al Congresso contro il piano Paulson, intervistato sul Corriere di oggi: «È lo statalismo che ha causato la crisi. È inaccettabile che la debbano pagare i contribuenti...». La realtà, avverte, è che «altri dissesti sono inevitabili», che anche «una recessione, non depressione, è inevitabile», ma «se permetteremo al mercato di fare il mercato» la crisi verrà superata entro un anno o poco più.
«È comodo salvarsi a spese altrui. Ma la verità è che il boom dei mutui subprime, il cui crollo ha provocato la stretta creditizia, è colpa dello Stato. Lo Stato ha creato le due agenzie semigovernative Fannie Mae e Freddie Mac che li hanno finanziati e ne ha garantito il debito. Le due agenzie non avrebbero rischiato se non fossero state certe della protezione pubblica, e non avrebbero rischiato nemmeno le banche. I mutui subprime sarebbero stati pochissimi».