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Friday, September 10, 2010

Per la sinistra non c'è alternativa alla lezione di Blair

In due interviste di oggi (Corriere e (Sole 24 Ore), Tony Blair torna a ribadire la sua stima e il suo apprezzamento per Berlusconi («non ha assolutamente niente del politico convenzionale. È unico. La conseguenza è che chi non si capisce finisce per non piacere. Io vado d'accordo con lui perché è diretto e leale alla parola data. L'ho sempre detto, a tutti. Ed è il motivo per cui ci intendiamo»), confermando i giudizi contenuti nel suo libro di Memorie ("A Journey"), ma soprattutto impartisce una lezione che le sinistre europee (e quella italiana in particolare) dovrebbero imparare a memoria. Di più, assimilare. L'ex inquilino del numero 10 di Downing Street, infatti, ha le idee molto chiare sulla malattia che affligge le sinistre europee - italiana e britannica comprese - impedendo loro di vincere e governare:
«La sinistra vincerà quando deciderà di voler vincere. Deve fare una sola cosa: analizzare il mondo come il mondo è oggi, non com'era, o come vorrebbe che fosse, o come avrebbe voluto che fosse stato. Valuta il mondo com'è e troverai le risposte giuste. È ricetta buona per tutti: i partiti progressisti vincono quando sono all'avanguardia nel capire il futuro, sono sconfitti quando diventano una brutta copia dei conservatori. Quelli con la "c" minuscola».
Nel nuovo secolo «si tratta di giudicare in termini di giusto o sbagliato, non destra o sinistra». «Nessuna impostazione ideologica», dunque, e se la sinistra arretra in Europa è «perché di fronte alle incertezze del presente difende l'immobilismo. Il dovere della sinistra - sottolinea - è quello di sostenere i mutamenti, non rifiutarli e resistere». Un esempio concreto di quanto sta sostenendo Blair lo ravvisa nella reazione della sinistra alla crisi economica, dopo la quale tutti pensavano che potesse tornare ad avanzare in Europa.
«Quando la crisi finanziaria ha colpito a sinistra c'è stato un sentimento forte contro le logiche di mercato e molti si sono anche fatti scappare un "finalmente". Ma l'opinione pubblica no. Il problema di Gordon e di molti altri è stato credere che lo stato fosse tornato di moda, che le politiche sarebbero andate nella direzione pubblica e l'elettorato automaticamente a sinistra. Non poteva succedere perché i cambiamenti sociali avvenuti prima della crisi sono sopravvissuti alla crisi. Gli elettori sanno che parte del mercato ha fallito, si arrabbiano, ma non credono che la risposta sia lo Stato».
La grande intuizione di Blair, che tutti a sinistra, anche i più riformisti, rigettano, è che «se alla gente tu presenti la scelta fra uno Stato burocratico invasivo e uno Stato agile minimo, la gente opta per lo Stato minimo». A questo punto, ad una sinistra che voglia ottenere il consenso dei cittadini per governare, non rimane che «una terza via: quella di uno Stato attento alla giustizia sociale, regolatore e riformatore. Ed è quella per cui mi batto».

Friday, September 03, 2010

Tony, ci manchi/1 - Non ha fallito il mercato

«Sono in profondo disaccordo con aspetti importanti della reazione statalista cosiddetta "keynesiana" alla crisi economica; credo che all'estero dovremmo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; credo sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno...»
«Si è diffusa una mentalità conformista e sorda ai tentativi di metterla in discussione. A grandi linee, è andata così: il "mercato" è andato incontro a un fallimento catastrofico che ha richiesto un salvataggio da parte del "governo" e una reflazione keynesiana per controbilanciare la deflazione. Alla fine del 2008, gli interventi governativi hanno stabilizzato le banche; i sistemi di regolamentazione hanno iniziato a essere rivisti per rimettere in riga i settori finanziari disonesti; la strategia di politica economica ha puntato sull'aumento del deficit. Tutto a un tratto, dal punto di vista politico, lo Stato è tornato in voga... quasi si toccava con mano la Schadenfreude di ampia parte del mondo politico e accademico nel vedere che il "mercato" alla fine era stato messo a nudo e smascherato».
«Tuttavia, dobbiamo, con urgenza, venire a capo della situazione e valutarla in modo più efficace e ponderato. Innanzitutto, non ha fallito il "mercato". Lo ha fatto una parte di un settore... In secondo luogo, anche il governo ha fallito. Ha fallito la vigilanza, hanno fallito i politici, ha fallito la politica monetaria, e il debito è diventato troppo a buon mercato. Ma non è stata una congiura delle banche, quanto la conseguenza del convergere, solo in apparenza positivo, fra politica monetaria indulgente e inflazione bassa. La responsabilità della crisi va attribuita a tutti, e non addossata solo al mercato o addirittura solo alle banche».
«Terzo punto, ha fallito la nostra capacità di comprendere. Non ce ne siamo accorti. Potreste ribattere che avremmo dovuto, ma non è andata così. Inoltre - e si tratta di un punto fondamentale per la nuova direzione che stiamo dando alla regolamentazione - non è che fossimo sprovvisti degli strumenti per prevenire la crisi, semmai l'avessimo vista arrivare. I sistemi di controllo non hanno fallito nel senso che ci mancava il potere di intervento. Se i regolatori avessero detto ai leader che stava per scoppiare una grave crisi, noi non avremmo risposto che non c'era niente da fare finché non fossero stati implementati nuovi controlli. Avremmo agito. Ma non ce lo hanno detto».
«E' assolutamente giusto che lo Stato sia intervenuto... perché non farlo avrebbe significato cecità ideologica e stupidità pratica; il problema, o meglio l'errore, è stato comprare il pacchetto completo composto da spesa in disavanzo, regolamentazione intensiva, criminalizzazione delle banche... Strano a dirsi (o forse, più che strano, prevedibile), la gente se n'è resa conto più di molti politici e di molti osservatori, motivo per cui il previsto scarto a sinistra non si è poi verificato. Le persone capiscono benissimo la differenza fra uno Stato costretto a intervenire per stabilizzare il mercato e un governo che torna in auge col ruolo di principale attore dell'economia».
«Il ruolo del governo è di riportare la situazione in condizioni di stabilità e poi togliersi di mezzo appena è possibile. Alla fine non spetta al governo guidare la ripresa, ma saranno l'industria, il mondo degli affari, la creatività, l'ingegno e lo spirito d'iniziativa delle persone. Se le misure che adotti nel rispondere alla crisi attenuano gli stimoli delle persone, limitano il loro senso imprenditoriale, le rendono incerte sul clima entro cui stanno lavorando, allora la ripresa diventa precaria».
Tony Blair ("A Journey")

Thursday, June 17, 2010

Eurodemagogie

Al grido demagogico di «chi ha provocato la crisi paghi», un'Europa che si crede vittima della finanza e della speculazione, e non delle sue sciagurate politiche di bilancio (tanta spesa e poca crescita), crede di vendicarsi imponendo una tassa sulle banche e promuovendo l'idea di una tassa mondiale sulle transazioni finanziarie durante il prossimo vertice del G20. Tasse che ovviamente le banche e gli operatori finanziari faranno pagare a chi usufruisce dei loro servizi, aumentandone i costi.

Al vertice Ue si sarebbe deciso, inoltre, di tener conto anche della dinamica del debito e non solo del debito pubblico, ma anche di quello privato, ai fini della valutazione di sostenibilità dei conti pubblici degli stati membri. Bene per l'Italia, la cui dinamica in questo momento è relativamente lenta e che presenta un livello relativamente basso di indebitamento privato. Ha senso tenerne conto, ma ora bisogna vedere se i mercati se la berranno... perché restano loro a decidere se, e a quali interessi, acquistare i titoli di debito emessi dagli stati... e quindi se il Paese che li emette ha conti sostenibili o meno.

Monday, May 10, 2010

Psicodramma europeo

I veri "untori" e parassiti sono i politici

Il solito vecchio film: la stessa trama, i soliti colpevoli. Gli speculatori, cui si sono aggiunte come guest star le agenzie di rating. Contro questi moderni "untori" si sono scagliati i leader e i media europei in questi giorni definiti «drammatici» per la tenuta dell'Eurozona, nel tentativo di occultare le loro tremende responsabilità, individualmente come capi di Stato e di governo nei loro Paesi e collettivamente come Unione (si fa per dire) europea.

Ci sta che alcune agenzie di rating che hanno fallito nel recente passato, ora con troppo zelo cerchino di recuperare credibilità, provocando forse più allarmismo del dovuto. Ma prendersela con esse per la reazione dei mercati alla situazione debitoria di alcuni Paesi europei, che per altro può essere verificata da chiunque senza alcun particolare "rating", è ridicolo. E particolarmente risibile l'idea di un'agenzia di rating europea, avanzata la scorsa settimana dal commissario Ue ai servizi finanziari, guarda caso un francese, che accusa quelle attuali di essere troppo poche, colluse, e naturalmente troppo "amerikane". Credo (non sono un esperto, quindi chiedo lumi) che nulla vieti l'emergere di nuove agenzie di rating, che sia solo una questione di autorevolezza riconosciuta dai mercati, ma come giustamente fa notare Perotti, sabato sul Sole, quale credibilità potrebbe avere un'agenzia di rating europea - magari con sede a Parigi e Bruxelles e diretta emanazione dei governi europei - nel valutare i titoli di Stato dei Paesi Ue?

Gli speculatori sono stati naturalmente indicati negli investitori e nei media anglosassoni, contro cui qualcuno pensa di mobilitare addirittura i servizi segreti. Occhi puntati in particolare sui fondi Usa e asiatici (e perché non arabi?), in un già visto, già sentito, di complotti "demo-plutocratici" e pericolo "giallo" che sanno di ideologie e razzismi vecchi e nuovi. Insomma, va in scena il solito film. Ma non c'è una spectre all'azione, altro che complotto... Sta accadendo ciò che era ampiamente prevedibile: avete voluto affrontare la crisi economica aumentando deficit e debito? Bene, ora si avvicina il momento di pagare il conto, perché le banconote non crescono sugli alberi. E per onestà i politici, le classi dirigenti dei nostri Paesi, dovrebbero spiegarlo ai cittadini, non agitare l'alibi degli avidi speculatori. Uno dei pochi che timidamente si è defilato, l'altro giorno alla Camera, è il ministro Tremonti, bisogna dargliene atto, che da tempo parla di una crisi che si sposta dai debiti privati ai debiti pubblici e inaspettatamente non si unisce al coro contro gli speculatori, ma ammonisce: «Se c'è la forza di una visione comune per capire che la speculazione è solo una parte del problema, credo che ci siano ragioni per essere fortemente ottimisti».

Se, appunto. Perché il problema è altrove e speriamo che passata la tempesta i leader europei se ne ricordino e non tornino nello stato di beato far niente delle settimane scorse. E' vero che se i governi greci non avessero "barato", probabilmente i mercati avrebbero concesso ulteriore tempo ai Paesi europei prima di suonare la sveglia. Ma parlare di speculazione serve solo ai politici per allontare da sé le proprie responsabilità. Che idea hanno degli investitori? Di gente che regala i propri soldi? Se vi accorgete che un investimento è sempre più rischioso, che è meno certo che uno Stato o un qualsiasi debitore riesca a ripagarvi la somma prestata, che fate, non acquistate titoli più sicuri, o non chiedete più interessi? Il problema sta nel debitore, non nel creditore che cambia investimento e decide di non rifinanziare il suo debitore. Nelle famiglie normali quando si spende più di quanto entra, si tagliano le spese non ci si indebita ancora di più. Perché invece i politici continuano a spendere? Ovvio: per accattivarsi il consenso del proprio elettorato.

Ma il problema non è solo il debito, è anche la crescita: bisogna rimboccarsi le maniche, e non stampare moneta, se vogliamo mantenere i nostri standard di benessere. In questi dieci anni l'Europa non si è quasi preoccupata di promuovere la produttività dei suoi stati membri, costringendoli a realizzare le riforme strutturali che tutti sanno essere indispensabili, ma non è riuscita neanche a far rispettare il Patto di Stabilità, che anzi ultimamente, con la crisi, è stato del tutto travolto. Concentrandosi solo sui saldi di bilancio e non anche sulla crescita, alla fine non è riuscita a mantenere solidi gli uni, né a promuovere l'altra. Non essendo riuscita a far rispettare i parametri di Maastricht attuali, non si vede quale credibilità potrà avere un nuovo patto.

Gli investitori non si accaniscono sulla Grecia e sugli altri soci deboli dell'Ue per chissà quale complotto o avidità, ma perché diffidano della sostenibilità negli anni avvenire di debiti pubblici crescenti. Ma come fa notare oggi anche Giavazzi sul Corriere, se fosse solo questo «i mercati non si preoccuperebbero solo di Grecia, Spagna e Portogallo, ma anche di Gran Bretagna e Stati Uniti, che invece non hanno alcuna difficoltà a finanziarsi». Si tratta certo di deficit e debito troppo elevati, ma per di più accompagnati a bassi tassi di crescita e scarsa competitività. Ed una razionale allocazione delle risorse è buona, non cattiva "speculazione".

Per rendere sostenibili quei debiti occorrono risparmi privati ed esportazioni, su cui per fortuna l'Italia è messa meglio di altri, ma anche tassi di crescita sostenuti, produttività, redditi, su cui purtroppo siamo carenti. E' stato senz'altro un bene che il governo - e bisogna riconoscere questo a Tremonti - abbia affrontato la crisi senza abbandonarsi alle pazze spese come suggeriva l'opposizione (e tra l'altro l'effetto dei pacchetti di stimolo dove sono stati più generosi si è rivelato comunque modesto), ma ora occorrono urgentemente quelle riforme strutturali (fisco, pensioni, mercato del lavoro e ammortizzatori) in grado di alleggerire il cavallo della nostra economia in modo che possa tornare a correre. La sfida dev'essere quella di agganciarci alla Germania. Le misure emergenziali assunte dai leader europei, in collaborazione con gli Usa, possono funzionare, a patto però che si riconosca la vera causa di quanto sta accadendo: non la speculazione, ma debito elevato ed economie poco dinamiche.

Wednesday, November 18, 2009

Obama si fa ingabbiare dai cinesi

Tanta "cooperazione" e toni adulatori, ma sui temi caldi (Iran e politica monetaria) il presidente Obama torna a mani vuote, mentre la buona retorica su diritti umani, Internet e Tibet non arriva a chi dovrebbe arrivare. Il Wall Street Journal vede il rischio che la politica monetaria e di bilancio americana provochi bolle finanziarie in Asia che avrebbero pesanti ripercussioni in tutto il mondo, alimentando svalutazioni e protezionismi, fino a rappresaglie politiche, mentre Martin Wolf, sul Financial Times, punta l'indice sul «protezionismo valutario cinese» e rimprovera semmai a Obama di non aver parlato al presidente Hu Jintao «in termini tanto crudi» quanto avrebbe dovuto.

Su il Velino

Nella visita in Cina del presidente americano, Barack Obama, il Washington Post vede un «forte contrasto con il passato». Un «contrasto», rispetto alle visite dei suoi predecessori, che tuttavia a giudizio del quotidiano Usa non riflette tanto un cambiamento di approccio da parte di una nuova amministrazione, quanto «un incredibile, e molto più grande cambiamento» negli equilibri di potere, soprattutto in economia, durante l'ultimo decennio. Un cambiamento che ha fatto da «sottofondo» all'intera visita. Nella sua analisi il WashPost sottolinea che «non ci sono stati grandi passi avanti su temi importanti quali il programma nucleare iraniano o la moneta cinese. Eppure, dopo due giorni di colloqui con il più grande creditore degli Stati Uniti, l'amministrazione ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono importanti come non mai». Sebbene un piccolo progresso sia emerso in vista della conferenza del prossimo mese a Copenhagen sui cambiamenti climatici, è «relativamente poco per un nuovo presidente che in campagna elettorale ha promesso che avrebbe realizzato cambiamenti di vasta portata nelle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti».

«Se c'è stato un cambiamento significativo durante questo viaggio - osserva il WashPost - è stato il tono conciliante e a volte persino elogiativo» nei confronti del governo Pechino. «Con gli Stati Uniti indebitati con la Cina per oltre mille miliardi di dollari e inondati da merci cinesi», quella tra Obama e il presidente Hu Jintao è stata una conferenza stampa in «stile cinese». «Ciascuno ha letto il suo discorso preparato, guardando l'altro in silenzio. E nessuna domanda». Stati Uniti e Cina «non sono mai stati così vicini», ma «con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi», sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che «il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine».

Anche l'incontro stile "town-hall" di Obama con 500 studenti a Shanghai - dove il presidente ha toccato il tema dei diritti umani, definiti «valori universali», e della libertà d'espressione, dicendosi contrario alla censura di Internet - che la Casa Bianca aveva sperato potesse permettere al presidente di raggiungere i cinesi comuni, «è stato privato di spontaneità dalla coreografia scritta dalle autorità di Pechino». Un'analisi simile quella di ieri del Wall Street Journal, secondo cui allo scopo di non far esprimere il potenziale del carisma di Obama, i leader cinesi lo hanno ingabbiato «in una visita tra le più strettamente controllate che si ricordino, senza concedergli alcuna opportunità, data invece ai suoi predecessori, di arrivare direttamente al grande pubblico cinese». Totale assenza di contatto diretto con il pubblico, come dimostra l'incontro di Shanghai con 500 studenti, accuratamente selezionati - e persino «addestrati» - dal regime tra i quadri giovanili del partito, e non trasmesso in televisione.

Anche l'itinerario della visita, secondo fonti sia cinesi che americane, riferisce il WSJ, «è stato aspramente conteso da ambo le parti». La Casa Bianca avrebbe voluto un'occasione «per far brillare la personalità telegenica di Obama» e ha chiesto maggiori libertà, ma le autorità cinesi hanno resistito, temendo il paragone con la classe politica cinese. Durante la visita in Cina del 1998, il presidente Clinton, ricorda il WSJ, ebbe quattro occasioni per parlare direttamente ai cinesi, tra cui un'intervista in diretta tv senza censure e discorsi agli studenti. Anche George W. Bush, nel 2002, parlò di libertà politica e religiosa agli studenti cinesi, ma al contrario di questa volta l'incontro fu trasmesso sulla televisione nazionale.
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Monday, May 18, 2009

Il pericolo dell'immobilismo

L'ultimo post di Phastidio mi dà modo di tornare su alcune questioni che su questo blog ho trattato spesso ultimamente. Innanzitutto, l'immobilismo del governo:
«Questa maggioranza appare inequivocabilmente meno nociva di quella che l'ha preceduta, ma sfortunatamente appare caratterizzata da un immobilismo pericoloso e da una inclinazione alla conservazione dello status quo che non possono non preoccupare chiunque sia consapevole che, senza un rilancio della crescita, l'Italia è amabilmente fottuta, e non ci sarà nessuna narrativa da paese operoso di brava gente a tirarci fuori dal guano in cui siamo finiti da alcuni lustri».
Alla base di questo immobilismo c'è la lettura tremontiana della crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando. Una lettura che, fatta propria dal governo apparentemente senza divisioni al suo interno, guarda caso è anche piuttosto conveniente e consolatoria: la crisi viene da fuori (dagli Stati Uniti); l'hanno causata gli eccessi del mercato e della globalizzazione (che "per fortuna" da noi sono stati minori). Quindi, l'Italia sta meno peggio di altri e si riprenderà meglio. Basterà aspettare che la crisi passi.

Ebbene, sono profondamente in disaccordo con questa lettura. Spero che chi ce la propina non ne sia davvero convinto, ma che la ripeta per convenienza politica. E' vero che i nostri istituti finanziari si sono dimostrati più solidi di quelli di altri paesi - perché "parlano poco l'inglese", come ama ripetere Tremonti - ma altrettanto non si può sostenere della nostra economia "reale". Questa crisi si innesta su (e si somma ad) una crisi peculiare italiana, e di lunga durata. Mentre la crisi ha bruscamente arrestato la crescita di paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, a noi ci ha trovati fermi. Basti guardare - per citare solo l'ultimo esempio in ordine di tempo - ai dati dell'Ocse sulle buste-paga italiane, tra le più leggere del mondo industrializzato. Il rischio è che quando la crisi finirà, mentre gli altri ripartono noi torneremo alla nostra crescita "zero virgola".

Come scrivevo alcuni mesi fa, la partita più importante per noi si gioca in Italia, non fuori: riducendo il debito, abbassando le tasse, liberalizzando. Ci sono tornato più volte, praticamente ogni volta che ho parlato di Tremonti, quindi non mi dilungo. Se gli americani hanno ecceduto in debito privato, noi abbiamo ecceduto in debito pubblico. Se entrambe le tipologie di debito si ripercuotono negativamente sull'economia, tuttavia l'eccesso di debito privato si digerisce più rapidamente attraverso il fallimento di chi ha fatto investimenti sbagliati, mentre quello pubblico è difficile da smaltire, perché su di esso proliferano gli interessi politici.

Lungi dall'essere un motivo per non toccare nulla, questa crisi che viene da fuori potrebbe invece rappresentare una straordinaria occasione per far accettare le riforme - sotto la spinta della necessità - ai poteri e ai settori di opinione pubblica più restii. Al contrario, temo che questo governo non abbia il coraggio della sfida riformista, se non con poche lodevoli eccezioni (come nella pubblica amministrazione, sia pure con grandi resistenze). Il rischio è che per non perdere neanche una piccola quota di consensi - perdita fisiologica quando si fanno delle riforme - ne perderà gran parte quando al termine dei cinque anni apparirà chiaro che non ha fatto nulla.

Non dobbiamo però sottovalutare il fatto che un governo di centrosinistra avrebbe quasi certamente reagito alla crisi aumentando ancora di più il debito o alzando ancora di più le tasse per reperire risorse per nuovi interventi dello stato. Insomma, tra un governo fermo e un governo che va nella direzione sbagliata, è sempre meglio il primo. A patto che ci sforziamo tutti di spingerlo nella direzione giusta. Cioè criticando, quando necessario, come fa Mario sul suo blog.

Su una cosa invece non concordo con lui. A suo avviso non servirebbe a nulla prendersela con l'opposizione. Certo, «rischia di configurare il reato di vilipendio di cadavere», ma se l'opinione pubblica del paese mostra una preoccupante «acriticità nei confronti del governo e del premier» è principalmente perché il Pd è quello che è. Quindi, è importante criticare il Pd, perché sappia "riformarsi" in fretta in senso liberale, almeno quanto lo è criticare il governo.

Se dal punto di vista delle scelte elettorali, quasi sempre effettuate seguendo la logica della «riduzione del danno» (votare per il "meno peggio"), non vedo ad oggi alternative al PdL, ciò non significa che serva a qualcosa sostenerlo «senza se e senza ma». Anzi, non si può che constatare con preoccupazione l'assenza di un dibattito di idee nel PdL e nella maggioranza. Dibattito di idee che non vuol dire rissa tra correnti o confusione programmatica, come nel Pd, e neanche marcare identitariamente una posizione sancendone così il carattere minoritario o di mera testimonianza. Non da oggi, e praticamente dalla sua nascita, mi sono sforzato di far capire agli amici di TocqueVille - a quanto vedo con scarsissimi risultati - che il compito dell'aggregatore dovrebbe essere quello di creare dibattito, non di amplificare il tifo da "curva Sud". E dallo stesso scopo dovrebbero essere animati anche i singoli blog di centrodestra e liberali.

Dell'acriticità dell'opinione pubblica non mi preoccuperei troppo. Gli italiani hanno dimostrato alle scorse elezioni di saper cambiare campo. Ad oggi il consenso di cui gode il governo è per lo più dovuto alla mancanza d'alternativa (e alla devastante esperienza Prodi-Visco, nei cui confronti non c'è stata alcuna vera rottura da parte del Pd). D'altronde la maggior parte dei sondaggi vengono effettuati sulle preferenze di voto.

Molti vedono nel Casoria-gate e nelle tensioni con la Lega i primi «scricchiolii» nella maggioranza e i motivi di un primo calo dei consensi. Io sono convinto invece che se il governo non agirà in fretta con le riforme che servono a liberare l'Italia dalle catene e dalle pastoie che ostacolano la crescita, prima o poi gli italiani cominceranno ad addossare al governo la responsabilità del prolungarsi della crisi. La crisi venuta da lontano diventerà la sua crisi.

Thursday, May 07, 2009

Tea parties. In America si riapre la battaglia culturale sulla libertà di impresa

Tra la fine di marzo e la prima metà di aprile si sono tenuti negli Stati Uniti circa 2 mila tra meeting, comizi, cortei e raduni contro l'aumento delle tasse, della spesa e del debito pubblico. Iniziative che hanno preso il nome di tea parties, per richiamare alla memoria un evento storico fondativo della cultura politica americana. Era il 16 dicembre del 1773, quando i cittadini di Boston, allora coloni e sudditi di sua Maestà britannica, al grido "no taxation without representation" assalirono le navi ancorate nel porto gettando in mare il carico di te indiano sul quale gli inglesi volevano far pagare le tasse. La protesta odierna ha raggiunto il suo culmine il 15 aprile, negli Usa termine ultimo per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi. Si calcola che siano stati migliaia (e c'è chi ha parlato addirittura di 250 mila) gli americani scesi in piazza, in centinaia di città, al grido "Give me liberty, not debt".

Si è trattato della prima vera manifestazione di dissenso nei confronti delle politiche del nuovo presidente, Barack Obama. Un movimento per lo più spontaneo, visto che l'opposizione repubblicana è ancora afasica, stordita e incerta su come contrastare il partito avversario, che ha conquistato la Casa Bianca e detiene una solida maggioranza al Congresso. La richiesta di Michael Steele, presidente della Commissione nazionale repubblicana, di parlare al tea party di Chicago è stata gentilmente respinta dagli organizzatori: «Informiamo il presidente Steele che i funzionari della Commissione possono partecipare, ma preferiamo limitare il tempo dedicato ai discorsi a coloro che non sono politici... Questa è un'opportunità che permette all'America di parlare, e ai politici di ascoltare, non il contrario».

A dispetto della grande popolarità di Obama, e delle sue ripetute promesse (durante e dopo la campagna elettorale) di voler governare con spirito bipartisan, per "unire" gli americani, sta iniziando invece una nuova "battaglia culturale". Non sui tipici temi eticamente sensibili, come l'aborto o il matrimonio tra gli omosessuali, ma sulla libertà di impresa, principio che si trova «al cuore stesso della cultura americana». Ne è convinto Arthur C. Brooks, presidente dell'American Enterprise Institute, secondo il quale i tea parties "sbocciati" in tutto il paese ne sono la dimostrazione.

I tea parties, ha scritto sull'edizione del 30 aprile del Wall Street Journal, «non nascono dalla fredda analisi dei dati di bilancio, ma sono animati da quello che potrebbe essere definito "populismo etico"». Protagonisti dei tea parties sono infatti proprietari di case che hanno sempre pagato le rate dei loro mutui, piccoli imprenditori che non vogliono l'assistenza dello Stato, banchieri che hanno gestito nel migliore dei modi i loro investimenti e non hanno bisogno di essere "salvati". Tutti coloro, insomma, «che stavano facendo i conti come si deve e che ora assistono allo spettacolo dei loro governanti che premiano chi ha fatto malissimo i conti».

I tea parties sono stati accusati di populismo ed estremismo dai media, dal mondo accademico e dai politici di sinistra, ma «il libero mercato, lo Stato minimo e la libertà d'impresa - ricorda Brooks - godono ancora del favore della maggioranza degli americani». Secondo il presidente dell'AEI, i difensori della libertà d'impresa dovrebbero trarre una «lezione» importante dall'esperienza dei tea parties. Le politiche redistributive vanno combattute anche sulla base di «presupposti etici»: «La confisca di una parte sempre maggiore del reddito di una minoranza solamente in virtù del fatto che lo Stato ne ha la possibilità è una questione di ordine morale». Così come è una «questione morale» il debito pubblico che alimentiamo oggi e che nel prossimo futuro peserà sulle spalle dei nostri figli e nipoti.

Friday, April 24, 2009

Per fortuna Silvio c'è, ma manca il dibattito delle idee

Altro che Santoro. La Rai del centrodestra è capace di operazioni di mistificazione ideologica ben più sofisticate e rivestite di rispettabilità. Mentre tutta la vis polemica è concentrata sui soliti noti, ricicciano personaggi della Prima Repubblica con le loro interviste in ginocchio, e piano piano, senza dare nell'occhio, dalla notte inoltrata risalgono le fasce orarie. A Minoli sono bastati pochi minuti. Per chi non avesse visto l'ultima puntata de "La Storia siamo noi", in onda su Raidue tra le unidici e mezzanotte di mercoledì scorso, il video dovrebbe essere disponibile on line tra qualche giorno.

Con l'uso delle tecniche audiovisive e del linguaggio tipico del documentario, Minoli ha offerto ai telespettatori una tesi - legittima ma pur sempre partigiana e ideologica - sulle cause dell'attuale crisi economica, come se fosse una indiscutibile verità storica. Partendo dalla ricostruzione dei trionfi delle coppie Thatcher-Hayek e Reagan-Friedman negli anni '80 e passando direttamente al 2007, come se nel frattempo nulla fosse avvenuto e nessuno avesse avuto responsabilità di governo, gli sono bastati pochi minuti infarciti di luoghi comuni per addossare le colpe della crisi all'«ultra-liberismo» e al «capitalismo selvaggio», lanciando un attacco suggestivo ma privo di qualsiasi argomentazione al mito thatcheriano e al mito reaganiano.

Lo ripeto. Non è la tesi - ovviamente legittima - ma il metodo che mi scandalizza. Le tecniche del racconto documentaristico sono state usate per attribuire ad una delle tante analisi sulle cause lontane della crisi i toni perentori di una pagina di storia. Possibile che il centrodestra, oggi al governo, debba lasciare ai Minoli la politica culturale della tv di stato? Possibile che non sia in grado di veicolare una sua politica culturale, in senso alto, non certo eliminando gli avversari? Perché, per esempio, non rispondere con un ciclo di interviste agli economisti dalle cui considerazioni è tratto il libro "La crisi ha ucciso il libero mercato?"

Infine - a conferma della natura politica e non storica dell'operazione - l'intervista in ginocchio all'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, solenne ed esultante per il ritorno del primato dello stato sul mercato, dell'etica e della giustizia sociale sull'avidità, dell'industria sulla finanza, nonché compiaciuto della evidente sintonia emersa sempre più negli ultimi mesi tra lui e il ministro Tremonti.

D'accordo con Tremonti sugli "Eurobond" («Li avevo proposti sul Financial Times parecchio tempo fa»); Tremonti ha «completamente ragione» anche sul fatto che bisogna tornare a leggera la Bibbia invece di troppi libri di economia. «Ma la cosa non riguarda solo l'oggi. Se avessimo letto un po' più di Bibbia anche negli anni in cui il libero mercato trionfava, oggi non saremmo nella crisi in cui siamo. L'etica era necessaria per i politici, per i finanzieri e lo è anche oggi».
E infine, Prodi spiega che dopo la crisi «tutto sarà diverso, a partire dal potere. Ci saranno nuovi Stati potentissimi e vecchi più deboli. Non ci sarà più questo comando senza controllo della finanza, ci sarà più peso della produzione reale dell'industria e anche più spazio per una maggiore giustizia sociale».

Oggi Prodi è columnist domenicale del quotidiano Il Messaggero. Molti, nei suoi editoriali degli ultimi mesi, i riconoscimenti impliciti alla politica economica di Tremonti. Su tutti quello di metà febbraio scorso sulla necessità di «una nuova Bretton Woods», la «globalizzazione delle regole» oltre che dei mercati. Editoriale che tanti complimenti ha ricevuto da parte dello stesso Tremonti, che il giorno successivo dava atto all'ex premier di aver scritto «un articolo che esprime la cifra della grande politica».

Se la politica cauta di Tremonti in questi frangenti di crisi può a ragione essere definita «immobilismo virtuoso», la sintonia tra i due ci fa tornare in mente i due statalismi nella cui morsa è stretta la politica italiana e nei cui confronti, dall'interno del centrodestra, tranne lodevoli ma minoritarie eccezioni, non si levano voci in difesa del libero mercato. Siamo messi male, insomma, come osservava su Corriere Magazine della settimana scorsa Angelo Panebianco:
Sono tempi grami per i difensori del mercato... particolarmente in Italia: Paese in cui le culture politiche dominanti hanno sempre diffidato del mercato. Che poi questa storica diffidenza sia accompagnata a una forte avversione popolare per i politici, per l'uso che essi fanno delle risorse pubbliche, non implica l'esistenza di una contraddizione. Perché l'avversione per i politici non è quasi mai tradotta nella richiesta generalizzata di meno Stato e di più spazio all'iniziativa privata... In Italia, oggi, non viviamo una fase di "ritorno dello Stato" a causa della crisi, dal momento che lo Stato non se ne è mai davvero andato. Viviamo piuttosto un momento di rivalutazione culturale del suo ruolo... Non c'è dubbio: alla politica (alle sue possibilità di controllo sulla società) conviene che tante persone si convincano che il mercato non è, in tanti campi, una buona soluzione. La maggiore sicurezza che la politica è in grado di offrire nel breve termine si paga poi, in genere, nel medio termine, con meno libertà e meno benessere.
Ma come osservava tempo fa Alberto Mingardi, «il problema di Tremonti è quello di tutto il centro destra. La sua stella brilla solo perché il cielo è sgombro. Se va reso merito all'ostinazione con cui ha frenato l'espansione della spesa, entusiasmarsi per il Tremonti-pensiero è difficile. L'immobilismo virtuoso va bene come risposta di breve periodo. Già nel medio, bisogna avere un progetto». Non basta il «curioso minestrone» tremontiano «in cui "legale" e "morale" si rincorrono». Ma per ora quasi tutti nel centrodestra se lo bevono.

Friday, April 03, 2009

Le regole del gioco sono cambiate anche per la Cina

La proposta "shock" lanciata la settimana scorsa dal presidente della Banca centrale cinese, di sostituire in futuro il dollaro come valuta di riserva internazionale con una moneta unica mondiale gestita dal FMI, rappresenta sì una sfida alla centralità degli Stati Uniti nell'ordine economico internazionale, ma rivela anche la preoccupazione e la fragilità di Pechino, come fa notare Paul Krugman: «Il discorso di Mr. Zhou è in realtà un'ammissione di debolezza. In effetti sta dicendo che la Cina è caduta da sola in una sorta di "trappola del dollaro", e che non può né uscirne da sola, né cambiare le politiche che ce l'hanno fatta finire».

Grazie al loro surplus commerciale, e tenendo il valore dello yuan più o meno fisso rispetto al dollaro, i cinesi hanno potuto accumulare miliardi di dollari in Buoni del Tesoro Usa, titoli tra i più sicuri ma anche poco redditizi. Non c'è stata una strategia dietro, secondo Krugman, ma ora i leader cinesi hanno realizzato di avere un problema. «Circa il 70% dei loro asset sono valutati in dollari, quindi ogni futura caduta del valore del dollaro significherebbe una grossa perdita di capitale per la Cina».

Gli "Special Drawing Rights" (SDR), che i cinesi vorrebbero come moneta unica mondiale di riserva al posto del dollaro, sono legati al valore di un "paniere" di monete reali: dollari, euro, sterline e yen. E nulla impedisce ai cinesi di diversificare le loro riserve in modo simile alla composizione degli SDR, se non il fatto che ora, avendo così tanti dollari, non possono venderli senza far cadere il valore del dollaro determinando le perdite che temono.

I leader cinesi, osserva Krugman, non hanno afferrato che le regole del gioco sono cambiate. «Due anni fa vivevamo in un mondo nel quale la Cina poteva risparmiare molto più di quanto investiva... Quel mondo non c'è più». Lasciando Krugman, che è convinto che la crisi durerà ancora anni perché né cinesi, né americani, né europei, né giapponesi hanno ancora capito i terribili cambiamenti che questa crisi globale ci costringe ad affrontare, torniamo alla Cina.

Le regole sono cambiate non solo per l'America e l'occidente, ma anche per la Cina. Ed è probabile che se la crisi pone una sfida all'egemonia americana e occidentale, alla centralità degli Usa nel sistema finanziario internazionale, getta le basi anche per una sfida all'emergente superpotenza cinese. Non è detto che il suo modello di sviluppo, capitalismo senza libertà e democrazia, che secondo alcuni dovrebbe soppiantare quello americano, uscirà indenne - anzi, vincitore e dominante - dalla crisi.

Le regole del gioco sono cambiate anche per la Cina, scrive Krugman. I suoi leader non vogliono che sia democratica perché non riuscirebbero più a governare un modello di sviluppo capitalistico finora basato sul dumping sociale. Peccato che per riequilibrare il sistema che ha portato la Cina nella "trappola del dollaro" di cui parla Krugman (e che in definitiva ci ha portati in questa crisi), Pechino non potrà più permettersi di giocare solo sull'export e sul dumping sociale, ma dovrà accettare le nuove regole del gioco e fare qualcosa che guarda caso ha cercato fino ad oggi di ritardare.

Qualcosa che il presidente della Banca mondiale Zoellick ha descritto molto bene ai leader cinesi: la Cina dovrebbe attuare riforme per «aumentare le protezioni sociali, i salari, l'efficienza del settore dei servizi», in modo da «accrescere i consumi e le importazioni». In particolare, «dovrebbe promuovere il settore bancario locale per servire in modo migliore le piccole e medie imprese». Lo scarso accesso al credito di cui usufruiscono ad oggi le imprese più piccole, infatti, «ritarda la crescita, limita l'occupazione ed esercita una pressione verso il basso sui salari». In poche parole, la Cina deve espandere la sua domanda interna, adottare politiche che mettano i suoi cittadini nelle condizioni di acquistare più prodotti e servizi occidentali, promuovere la libertà di piccola e media impresa.

Non mi pare una sfida da poco per il Partito comunista di Pechino: si tratta di promuovere la libertà economica, di consumi e di impresa, non più solo a beneficio di una cerchia relativamente stretta di uomini d'affari e di establishment, che rimarrebbero sempre grati al regime.

E c'è già chi dall'interno del regime invita la leadership a non commettere il grave errore di concentrarsi solo sui problemi economici accantonando il dibattito per una maggior democrazia. Si tratta dell'opinione di Yu Keping, alto funzionario del Partito comunista e vicedirettore del Central Compilation and Transition Bureau, importante organo di indirizzo del Pc, pubblicata su China Comment, bisettimanale dell'agenzia ufficiale Xinhua. Yu, riporta Asianews, «non contesta la centralità del Pc, né la necessità di ordine, obbedienza e centralizzazione a favore del potere centrale, ma ritiene necessario "un incremento della democrazia con l'introduzione di alcune riforme radicali"». Siamo solo all'inizio.

G20, ritorno alla realtà

Tutti contenti al G20 di Londra. Al di là del Fondo monetario internazionale, tra i vincitori ci sono gli Usa. Ok, Obama non ha ottenuto dagli europei un vero e proprio stimolo fiscale (per fortuna), ma attravero il FMI e la Banca mondiale altri mille miliardi di dollari verranno messi in circolo nell'economia mondiale: 500 miliardi di dollari in più al Fondo monetario internazionale, le cui risorse per sostenere le economie in difficoltà passano da 250 a 750 miliardi; 250 miliardi di dollari per sostenere la ripresa del commercio mondiale; e altri 250 miliardi nella linea di credito costituita dai cosiddetti "diritti speciali di prelievo" per le economie dei Paesi in via di sviluppo.

Accontentate anche Francia e Germania, nella loro richiesta di un più rigido controllo sugli hedge funds e nella loro ossessiva guerra ai "paradisi fiscali", che non c'entrano niente con la crisi, ma c'entrano con la necessità tutta politica di rispondere alle pulsioni populiste delle opinioni pubbliche contro il mondo della finanza. «Addio paradisi fiscali», ha potuto annunciare trionfalmente Sarkozy. Compariranno in una "lista nera" compilata dall'Ocse e quelli che non coopereranno saranno oggetto di sanzioni. «L'era della segretezza bancaria è finita», si legge nel comunicato di Londra. Ma è molto meno di quel più grande e più centralizzato sistema di regolazione finanziaria globale che alcuni paesi europei volevano.

Escono sconfitti i top manager, le cui remunerazioni e bonus saranno legati alla performance complessiva e di lungo periodo dell'impresa, i trader e le banche, che saranno sottoposti a requisiti di capitale più severi e a controlli più rigidi della leva finanziaria.

Annunciato anche un approccio comune per ripulire le banche dagli "asset tossici" e un nuovo Consiglio per la stabilità finanziaria globale, per una maggiore cooperazione internazionale nella vigilanza. Infine, la messa all'indice dei paesi che non rispettano le regole internazionali del commercio dovrebbe scongiurare un ritorno al protezionismo, anche se la maggior parte delle nazioni del G20 ha adottato striscianti misure protezionistiche fin dall'inizio della crisi.

Al di là dei toni entusiastici, e di quel numero facile da ricordare - 1000 miliardi - secondo il Wall Street Journal il G20 ha segnato un ritorno alla realtà, ai fatti. Dietro l'altisonante annuncio del «più grande stimolo fiscale e monetario e del più completo programma di sostegno del settore finanziario dei tempi moderni», si intravede, molto meno visibile, nascosto nel mezzo del comunicato finale, un paragrafo sulle "exit strategies" per assicurare la «stabilità dei prezzi». «E' rassicurante», perché «indica che c'è almeno una qualche consapevolezza del fatto che la strategia promossa dagli Usa di stampare migliaia di miliardi di dollari per finanziare lo stimolo globale porta con sé la minaccia di una futura inflazione piuttosto significativa - a meno che le banche centrali non restringano questa politica monetaria espansiva prima che arrivi l'inflazione».

Un'altra prova di realismo è che «la maggior parte degli altri impegni dovranno essere attuati non da un'unica entità chiamata G20, ma da 20 o più singole nazioni sovrane». Anche il proposito di eliminare i "paradisi fiscali" sembra più che altro un «disperato tentativo» da parte di quelle nazioni la cui spesa pubblica ha raggiunto un livello tale che sono disperatamente alla ricerca di introiti fiscali. «Se la vera questione fosse l'"armonizzazione" fiscale attraverso i confini a livelli relativamente alti di tassazione, ci sarebbe da chiedersi dove il mondo troverà gli incentivi per una nuova crescita economica».

«Ciò che è emerso a Londra - conclude il WSJ - suggerisce che questi leader riconoscono di essere mortali e che il loro vero lavoro per la ripresa economica dovrà ricominciare quando i loro aerei li avranno riportati a casa».

Wednesday, April 01, 2009

G20, la crisi è una sfida al potere Usa. Ma anche al regime di Pechino

La maggior parte dei commentatori e degli analisti sono pessimisti riguardo l'esito del G20 che si apre domani a Londra. Il Times parla di «aspettative contenute» e Martin Wolf, sul Financial Times, prevede che «il G20 non affronterà la grande sfida». Si affronteranno due diversi approcci. Il presidente americano Barack Obama (con il premier britannico Brown) è concentrato sulla stabilizzazione del sistema bancario e chiede all'Europa di stimolare di più la crescita attraverso la spesa pubblica, mentre Francia e Germania ritengono di aver già fatto abbastanza e ora mirano a una regolamentazione più severa - da alcuni giudicata persino eccessivamente punitiva - della finanza globale, minacciando di far fallire il vertice.

Sebbene - osserva il Wall Street Journal - Obama ammetta le responsabilità degli Usa in questa crisi e l'inadeguatezza delle regole, e sebbene sembri aver rinunciato all'idea di convincere gli altri paesi ad approvare più ampi pacchetti di stimolo, tuttavia il presidente Usa avverte che «il resto del mondo non può contare esclusivamente sugli Stati Uniti e i suoi consumatori per rilanciare la crescita globale». Non possono essere solo gli Stati Uniti il «motore» della crescita, «tutti devono camminare di pari passo».

Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha spiegato la sua posizione sulle pagine del Washington Post. La priorità ora non è approvare nuove misure anti-crisi, ma «riformare il sistema finanziario internazionale e ricostruire, insieme, una forma meglio regolata di capitalismo, con un maggiore senso di moralità e solidarietà». A suo avviso è questa la «precondizione per mobilitare l'economia globale» e garantire una «crescita sostenibile». «Abbiamo già tenuto alla larga lo spettro del protezionismo», e molte nazioni hanno già provveduto a sostenere le loro economie con «ambiziosi pacchetti di stimolo, accrescendo in modo significativo la spesa per il welfare collegato alla crisi», spiega Sarkozy quasi rispondendo alle richieste dell'amministrazione Usa. Adesso «dobbiamo attribuire la stessa urgenza alla riforma della regolamentazione dei mercati finanziari» e «offrire molto più spazio alle nazioni emergenti» in tutti gli organismi internazionali, soprattutto nelle istituzioni finanziarie internazionali.

Secondo Alvaro Vargas Llosa, nel mezzo di questa crisi l'unica «voce di buon senso» è quella di Angela Merkel, di cui ammira (come alcune settimane fa il Wall Street Journal) la responsabilità fiscale. «Nel mezzo del panico di questi giorni, con i governi che creano, prestano e spendono soldi come marinai ubriachi, la cancelliera tedesca si è rivelata la coscienza critica del mondo sviluppato. Tra tutti i leader è l'unica ad averci ricordato l'origine dei problemi attuali e perché il rimedio preso da quasi tutti i governi è pericoloso: "Stavamo vivendo al di là le nostre possibilità... dopo la crisi asiatica e l'11 settembre, per sostenere la crescita i governi hanno incoraggiato l'assunzione di rischi eccessivi, riversando soldi sempre più a minor costo nel sistema finanziario"», scriveva la Merkel sul Financial Times. «In risposta alle pressioni dell'amministrazione Usa per aumentare la spesa pubblica, quindi, la Merkel ha fatto notare che "questa crisi non si è verificata perché abbiamo emesso troppo poco denaro, ma perché abbiamo creato crescita economica con troppo denaro, e non è stata una crescita sostenibile"».

Poi c'è chi, come Irwin Stelzer, sul Weekly Standard, ritiene che il vero problema non verrà affrontato dal G20, ma da un "G2" Usa-Cina. «La maggior parte delle nazioni respingeranno la richiesta di Obama di adeguarsi al suo pacchetto di stimolo. I britannici lo farebbero, ma Gordon Brown ha speso così tanto in welfare che le sue casse sono vuote». La cancelliera tedesca Angela Merkel non vuole rischiare di alimentare l'inflazione e «la Francia di Sarkozy intende usare misure protezionistiche per mitigare il declino del suo paese, non importa che furono misure simili ad aggravare e a prolungare la Grande Depressione».

I leader del G20, prevede Stelzer, «prometteranno ancora di evitare il protezionismo, daranno qualche aiuto ai paesi in via di sviluppo, aumentando i contributi al Fondo monetario internazionale, e diranno qualcosa sulla necessità che i regolatori finanziari cooperino di più tra di loro. Tuttavia, non concederanno a Obama più che una retorica annacquata circa la necessità che tutti i paesi contribuiscano alla ripresa dell'economia. Mentre Obama respingerà gli appelli franco-tedeschi per una regolamentazione oppressiva del sistema finanziario».

Per capire davvero cosa sta succedendo non bisogna guardare al G20, ma al G2: America e Cina. «La Cina è seduta su oltre mille miliardi di titoli di debito americani», che ha comprato con i dollari guadagnati grazie alle sue esportazioni. «Ora è preoccupata che Obama dovrà finanziare il suo ampio deficit riversando sul mercato altri Bot Usa sotto costo e che il governatore della Fed, Bernanke, ridurrà il valore della sua riserva di dollari quando manterrà la promessa di stamparne altri miliardi».

Ciò che davvero sta accadendo, quindi, osserva Stelzer, è «l'inizio di un accordo tra Cina e Stati Uniti per riequilibrare il sistema mondiale»: «La Cina ha bisogno di investire di più al suo interno per far sì che i suoi consumatori possano acquistare più nostri prodotti, e noi dobbiamo risparmiare e investire di più in modo da non mandare così tanti dollari in Cina. Perché quando i cinesi usano questi dollari per comprare i Buoni del Tesoro Usa, fanno scendere i tassi di interesse e incoraggiano quel tipo di indebitamento che ha portato alla rovina così tante nostre banche e così tanti consumatori». Se bisogna rilanciare l'economia mondiale, conclude Stelzer, «noi abbiamo bisogno della Cina e la Cina di noi». Il resto sono dettagli. «E la Cina non assumerà alcun ruolo finché non gli verrà riconosciuta la posizione che sente di meritare come superpotenza emergente».

Dunque, l'uscita dalla crisi passa inevitabilmente per una sfida all'egemonia americana e occidentale, alla centralità degli Usa nel sistema finanziario internazionale, ma a ben vedere getta le basi anche per una sfida all'autorità del Partito comunista cinese.

Per riequilibrare il sistema, infatti, Pechino dovrà fare qualcosa che guarda caso ha cercato fino ad oggi di ritardare, giocando quasi esclusivamente sull'export: espandere la sua domanda interna, adottare politiche che mettano i suoi cittadini nelle condizioni di acquistare più prodotti e servizi americani (e occidentali) e di godere di una maggiore libertà di piccola-media impresa, diffusa e rivolta al mercato interno. Ciò potrebbe determinare un'apertura senza precedenti, una vera apertura, della Cina al mondo (finora infatti la Cina si è "aperta" al mondo soprattutto tramite le sue esportazioni). Significherebbe l'ingresso nel mercato di una domanda che va ben oltre una relativamente stretta cerchia di uomini d'affari e di establishment che in un modo o nell'altro devono il loro benessere al regime.

Un'apertura che negli anni potrebbe cambiare gli stili di vita e la mentalità di decine, centinaia di milioni di cinesi. Ma soprattutto, assaporando la pluralità e la qualità di un mercato in cui si trovano finalmente nelle condizioni per poter giocare un ruolo da protagonisti, sia sul lato della domanda che dell'offerta, potrebbe mutare radicalmente la loro concezione del rapporto tra stato e cittadino. Il monopartitismo reggerà all'impatto? Saprà rispondere alla crescente domanda di libertà anche politiche? Può darsi, ma è certo che una sfida senza precedenti aspetta anche il regime di Pechino.

Thursday, March 26, 2009

La Cina spadroneggia e alza il tiro delle sue pretese/2

Il tema che da qualche mese più appassiona gli analisti è se, e in che misura, il mondo uscirà dalla crisi con un nuovo ordine economico internazionale; e se, e quanto, il potere si sposterà da occidente verso oriente, dagli Stati Uniti alla Cina. Ha fatto molto scalpore quindi la proposta "shock" - tra la boutade e la provocazione - lanciata due giorni fa dal presidente della Banca centrale cinese: sostituire in futuro il dollaro come valuta di riserva internazionale con una moneta unica mondiale gestita dal Fondo monetario internazionale. La relazione del governatore Zhou Xiaochuan, insolitamente pubblicata anche in inglese, dà il segno delle ambizioni di Pechino alla vigilia del G20 che si aprirà a Londra il prossimo 2 aprile. Una proposta ad oggi irrealistica, ma che indica la volontà della Cina di vedersi risconosciuto un peso maggiore all'interno delle istituzioni economiche internazionali come il Fondo monetario, la Banca mondiale e il WTO, oggi ancora troppo americano-centriche rispetto alla accresciuta influenza della Cina sull'economia globale.

«Come se il dollaro non avesse già abbastanza problemi», ha commentato il Wall Street Journal, Geithner ieri «ha abboccato» e ha risposto che è «abbastanza aperto» a considerare la cosa. Immediatamente il dollaro è andato giù portandosi dietro i mercati azionari, prima che il segretario al Tesoro «si riprendesse» dicendo che «il dollaro rimane la valuta di riserva dominante nel mondo. E penso che continuerà ad esserlo a lungo». «Lo status del dollaro come valuta di riserva dà agli Stati Uniti enormi vantaggi - osserva il WSJ - e dovrebbe essere difeso strenuamente. Significa che non dobbiamo ripagare i nostri debiti in valuta straniera e che il nostro costo del denaro è più a buon mercato».

Tuttavia, avverte il quotidiano Usa, «significa anche che gli Stati Uniti non conducono la politica monetaria solo per se stessi, ma anche per molta parte del mondo» e che «quando gli Stati Uniti cadono nella tentazione di svalutare la loro moneta, procurano degli shock all'intero sistema economico globale». Il Tesoro e la Federal Reserve, spiega il WSJ, stanno «inondando» il mondo di dollari per interrompere la recessione. E' ovvio quindi che «il mondo si stia giustamente innervosendo», per il rischio che il dollaro perda troppo valore, impoverendo le riserve soprattutto di chi, come la Cina, ha investito in asset e titoli di Stato americani. La Banca centrale cinese è il primo detentore di T-Bills, i Bot americani, per 750 miliardi di dollari. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Inevitabile quindi che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa sia stata al centro della missione di H. Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro:
«Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».
Ma i cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, il che decurterebbe il valore delle loro riserve. Tuttavia, se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. La crisi infatti spaventa anche Pechino. Di recente la Banca mondiale ha ancora una volta ritoccato al ribasso le sue previsioni sulla crescita cinese nel 2009, fissandole a +6,5 per cento, molto meno dell'obiettivo (+8 per cento) che la leadership di Pechino si è prefissata per prevenire tensioni sociali e disoccupazione. Se quindi gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti, la Cina dipende dai mercati americani, e mondiali, per le sue esportazioni e la sua crescita.

La Cina continuerà a finanziare il debito Usa? Tutto sembra indicare di sì, ma quale sarà il prezzo politico che chiederà all'America? Innanzitutto, dobbiamo aspettarci che non voglia subire passivamente la politica economica del suo principale debitore e che voglia contare di più nella governance globale. Per questo molti analisti e commentatori negli Stati Uniti chiedono al governo di affrontare con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando così spazi di manovra nella politica estera e di sicurezza.

Un'analisi dell'istituto di geopolitica e intelligence Stratfor spiega che in realtà la Cina non ha altre possibilità che investire il proprio surplus commerciale «in asset americani in generale, e nel debito Usa in particolare». La tanto temuta «opzione nucleare» - la possibilità cioè che la Cina schianti l'America abbandonando all'improvviso tutti gli asset - «non è un'opzione». Vendere tutti i Bot americani in massa non è possibile. Il volume è tale che non possono essere scambiati velocemente e, quindi, solo iniziare a farlo comporterebbe il crollo dei titoli in questione, e di conseguenza la distruzione di tutti i risparmi accumulati dai cinesi in questi anni.

Harold James, su Foreign Policy, azzarda invece un suggestivo parallelo tra la Grande Depressione degli anni '30 e la crisi attuale. La Gran Bretagna era la potenza finanziaria dominante nel XIX secolo, ma uscì finanziariamente stremata dalla Prima guerra mondiale e piena di debiti proprio nei confronti degli Stati Uniti. Oggi, gli Stati Uniti sembrano giocare il ruolo della Gran Bretagna degli anni '30 - un'economia altamente indebitata - e la Cina il ruolo di principale creditore come gli Stati Uniti di allora. Nel mezzo dell'attuale crisi finanziaria, la Cina ha di fronte lo stesso «dilemma» americano degli anni '30 nei confronti dell'Europa: «Ingoiare il rospo e aiutare a salvare gli stessi paesi che ci hanno condotti in questa situazione, o guardare ai suoi interessi di breve termine?».

La Cina avrebbe fondati motivi per prendere sia l'una che l'altra strada. Per ora sembra non volersi tirare indietro, anche se chiederà certamente di contare di più nelle istituzioni economiche internazionali, ma secondo Harold James potrebbe anche chiedere al «vecchio mondo» qualcosa di difficile da accettare: «La transizione da un modello americano a un modello cinese di capitalismo, che - come negli anni '30 - non sarebbe un cambiamento facile per noi».

Tuesday, March 24, 2009

Piano Geithner: c'è solo da incrociare le dita

Ieri è intervenuto sul Wall Street Journal il ministro del Tesoro Usa Geithner a spiegare il piano dell'amministrazione per riportare la fiducia tra le banche e gli istituti finanziari americani. Ovviamente è troppo presto per dire se funzionerà o no, anche perché dipenderà dal reale stato di salute delle banche stesse, cioè da quanto gravemente i loro bilanci sono infetti di "asset tossici". E non è nemmeno facile dire se i recuperi di ieri e oggi indicano che il piano è stato "promosso" dalle Borse, o se invece si tratta solo di prevedibili rimbalzi dettati dal fatto che almeno un piano adesso c'è.

Il piano ha ricevuto però una stroncatura autorevole, di quelle di cui è capace il Premio Nobel Paul Krugman, tra i più accaniti critici di Bush e sostenitori della prima ora di Obama. Krugman accusa Geithner di aver «riciclato» le scelte dell'amministrazione Bush, in particolare il piano ribattezzato "cash for trash". «Più che deprimente. Mi riempie di disperazione».

Il problema del piano, secondo Krugman, è che «dà per certo che le banche siano stabili e che i banchieri sappiano quello che stanno facendo». Krugman è per la nazionalizzazione delle banche. Da un certo punto di vista non ha tutti i torti. Una volta che si è deciso di investire ingenti somme di denaro pubblico, solo in questo modo il governo avrebbe il pieno controllo su come vengono risanati i bilanci delle banche, quindi su come vengono spesi i soldi dei contribuenti. Secondo Krugman bisognerebbe agire in questo modo:
«Il governo ripristina la fiducia nel sistema facendosi garante di molti (non necessariamente tutti) i debiti delle banche. Al contempo, assume un controllo temporaneo delle banche effettivamente insolventi, allo scopo di metterne a posto i bilanci. Così fece la Svezia all'inizio degli anni '90, e noi stessi dopo la débacle dei risparmi e dei prestiti in epoca reaganiana».
Peccato che secondo Paulson prima, e Geithner oggi, gli "asset tossici" sui libri contabili delle banche valgono molto più di quanto chiunque sia attualmente disposto a pagare per essi. Quindi per loro il problema non è una vera e propria insolvenza, ma si tratta di fornire alle banche la liquidità che oggi quei titoli non possono garantire. Paulson aveva proposto che il governo acquistasse direttamente i "titoli tossici", ma c'era il problema di indovinare il "prezzo giusto": fosse stato troppo basso, le banche non avrebbero venduto; troppo alto, ci avrebbero guadagnato troppo. Quello di Geithner è un complicatissimo schema di prestiti per superare questo problema: fa in modo che siano investitori privati a fissare il "prezzo giusto". Poi il governo presta loro i soldi per acquistare i "titoli tossici". Ma l'idea di fondo è la stessa: la sostanziale stabilità e la capacità di giudizio delle banche stesse, cose a cui Krugman ha smesso di credere.

Il problema più grave per Krugman è politico: «Se questo piano dovesse fallire - come quasi sicuramente fallirà - è improbabile che il presidente sarà in grado di convincere il Congresso ad approvare un ulteriore stanziamento di fondi per fare ciò che avrebbe dovuto fare sin dall'inizio». Quando Obama si renderà conto dell'errore, e «di dover necessariamente cambiare rotta», potrebbe essere troppo tardi, nel senso che «il suo capitale politico potrebbe essere ormai dilapidato».

Più cauto, ma anche disilluso, il giudizio del Wall Street Journal: «Almeno è un tentativo». Poi c'è la proposta di Peter Wallison su come stabilire il prezzo degli asset "tossici".

Tuesday, March 17, 2009

I paradossi di Tremonti e la rivincita degli statalisti

Come ha notato Panebianco nel suo editoriale sul Corriere di qualche giorno fa, c'è un gap - per fortuna - tra la «posizione culturale» di Tremonti e le sue «quotidiane decisioni» assunte da ministro dell'Economia. C'è coerenza, naturalmente, ma anche una certa distanza, dovuta forse a sano pragmatismo e ai vincoli esterni, tra il suo dire (il suo pensare) e il suo fare. Noi diciamo per fortuna, perché le sue idee su quale sia il migliore assetto, l'equilibrio più desiderabile, tra stato (sociale) e mercato, non le condividiamo, anche se la sua lettura della crisi è in parte condivisibile.

E' certamente vero che Tremonti «si è mosso fin qui con equilibrio, adottando una linea di azione che mira a tamponare gli aspetti più gravi della crisi tenendo però conto dei vincoli che gravano sul Paese a causa del debito pubblico. Ciò che l'opposizione giudica colpevole inazione sembra piuttosto il frutto di un calcolo in base al quale la massima prudenza è necessaria...». D'altra parte, questa cautela è condivisa anche da uno dei principali "avversari" di Tremonti, il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, che proprio oggi ha spiegato alla Commissione Finanze della Camera che interventi di stimolo o di protezione sociale che mettessero a rischio i conti pubblici finirebbero per danneggiare ancora di più sia l'economia che le condizioni dei più deboli.
In paesi come l'Italia, dove è alto il debito pubblico, interventi di breve periodo ampi e incisivi vanno compensati da misure strutturali che diano subito la certezza del riequilibrio del bilancio nel medio periodo. Allungare lo sguardo è essenziale: la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo è fondamentale anche per assicurare l'efficacia delle politiche di breve.
Ed è una cautela, come abbiamo già osservato, condivisa anche a livello europeo. In un messaggio congiunto il presidente francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Merkel hanno ricordato, sia alla presidenza di turno dell'Ue che e al presidente della Commissione europea Barroso, che «l'indebitamento pubblico eccessivo minaccia a lungo termine la stabilità globale» e che i paesi Ue dovranno «rinnovare l'impegno a tornare al più presto possibile agli obiettivi di bilancio di medio termine, conformemente al Patto e in sintonia con il risanamento dell'economia».

«Né sembra sbagliata - prosegue Panebianco - la tesi di Tremonti secondo cui una crisi mondiale da indebitamento ha poche probabilità di essere curata facendo ancor più debiti. Si tratta di un'implicita critica (condivisibile) alle scelte dell'amministrazione Obama e uno stop anticipato a chi vorrebbe, a casa nostra, fronteggiare la crisi dilatando ulteriormente il debito». Vedi le proposte di Franceschini e della Cgil.

Nella sua replica a Panebianco, il ministro Tremonti un po' ci tranquillizza un po' ci allarma. Ha ragione quando se la prende con una cattiva politica monetaria da parte delle autorità pubbliche, che hanno lasciato che le banche battessero la «loro moneta», «fondata sul debito», cioè «sul nulla», e lasciato quindi che la «moneta cattiva» sovrastasse quella «buona». Ma allora sarebbe il caso di ricordare che i liberisti più liberisti condividono questa lettura della crisi e sono da anni per il ritorno al Gold Standard. Ma basterebbe ad evitare le crisi?

Ancora, è persino ovvio, come dice Tremonti, che il mercato debba restare «dentro il quadrante del diritto». Non è vero però che «il mercato ha fallito» e che «nel durante della crisi e nel dopo della crisi è più probabile che la parte giusta sia quella del sociale». E non è vero soprattutto per l'Italia. Se in paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito si può discutere l'ipotesi che il pendolo abbia oscillato troppo verso il mercato, ciò non ha senso in Italia. «Nella nostra situazione, infatti, ciò che Tremonti chiama "mercatismo" ha goduto solo di un'effimera popolarità in tempi recenti. Noi veniamo da una tradizione di controllo statale sull'economia». E persino la nostra Costituzione - come ha fatto notare Alberto Mingardi, su il Riformista, a chi la ritiene immodificabile - è «antimercatista» e illiberale.

Basti pensare che l'uso dei prefetti per controllare l'attività di credito alle imprese delle banche troverebbe un appoggio costituzionale incontrovertibile nell'art. 47: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme» ma poi la stessa Repubblica «disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito». E qui si aprirebbe il dibattito sulla piena applicazione della Costituzione, di cui davvero non sentiamo alcun bisogno. Tra l'altro, continuiamo a non capire come mai l'abolizione dei prefetti, che Einaudi sosteneva già nel 1944, non faccia parte della battaglia federalista della Lega.

Ciò che più ci preoccupa è che la visione di Tremonti, «grazie al suo ruolo politico e istituzionale, è ormai un pezzo importante della "identità" del centrodestra». E temiamo, siccome ad oggi nel PdL nessuno sembra avere l'autorevolezza per contrastarla, che sia in grado nel medio-lungo periodo di produrre effetti molto negativi sulle idee di politica economica sia del PdL che, per riflesso, del Pd. Allora è possibile, come teme Panebianco, che una volta superata la crisi mondiale, «l'eredità lasciata al Paese consista più in un ritorno agli antichi vizi che nell'acquisizione di nuove virtù. Al di là e contro, certamente, le reali intenzioni di Tremonti». In sostanza, nella insperata rivincita degli statalisti nostrani.

Obama prenda esempio da Roosevelt: primo, le banche

«U.S. officials came to the weekend's finance ministers' summit hoping to persuade other countries to embark on a fresh round of spending. They left under pressure to fix the weak U.S. banking sector».
In due righe quello dei corrispondenti del WSJ mi pare il miglior riassunto del vertice G20. L'America di Obama chiede all'Europa di spendere di più (e il WSJ ha già spiegato sulle sue pagine perché stavolta ha ragione la "vecchia Europa" a dire di no), mentre l'Europa chiede giustamente all'amministrazione Obama di rimettere in sesto il sistema bancario.

Invece di perdere tempo con i suoi faraonici piani di spesa pubblica, Obama dovrebbe concentrarsi sulla crisi del sistema finanziario, per restaurare la fiducia e riattivare così il sistema circolatorio dell'economia. E' proprio ciò che fece Roosevelt appena entrato in carica. A ricordarlo all'amministrazione in carica e ai suoi sostenitori, a cui tanto piace il paragone con il presidente del New Deal, è William Galston, politologo del think tank "amico" Brookings Institution, in un articolo su The New Republic.

La lista dei desideri di Obama è troppo lunga. Riuscirà a portare avanti la sua agenda come Reagan, oppure fallirà, come Carter? La questione chiave secondo Galston non è la performance dell'economia. Il PIL che nel 1982 l'amministrazione Reagan aveva previsto crescesse del 4,2%, crebbe invece solo dell'1,8%. Né è il radicalismo il nodo del problema. Se il momento richiede risposte radicali, la moderazione è un errore. L'abilità fondamentale in un presidente è saper individuare nella sua agenda quelle che sono le priorità. Galston cita il giudizio di Erwin C. Hargrove sui primi 100 giorni di Reagan: «Reagan ha dimostrato, in un modo che Jimmy Carter non ha mai dimostrato, di sapere cosa significa essere presidente. Sa che un presidente può affrontare solo un numero relativamente piccolo di temi alla volta». E la stessa cosa vale per il Congresso, ogni presidente dovrebbe ricordarsene.

Ma Galston prevede le obiezioni che avanzerebbero i sostenitori dell'approccio dell'attuale amministrazione: "Siamo nel 1933, non nel 1981, e il modello è Roosevelt, non Reagan... e quindi abbiamo bisogno di un'azione forte su un ampio fronte di problemi", risponderebbero. Tuttavia, secondo Galston, la situazione non è ancora così terribile come nel 1933.
«In parte per questo motivo, la gente non è preparata a dare al presidente e al suo partito il grado di consenso di cui usufruirono Roosevelt e il Congresso democratico all'inizio del New Deal - un motivo in più per Obama per distinguere tra obiettivi di breve e lungo termine, così attentamente almeno quanto fece Roosevelt. Infatti, sebbene esercitasse un potere quasi senza freni - nel 1933 i democratici avevano una maggioranza di 313 seggi alla Camera e 60 al Senato - Roosevelt all'inizio fu attento a concentrare le sue politiche quasi esclusivamente sull'emergenza economica».
Con l'Emergency Banking Act - racconta Galston - divise le banche in tre categorie:
«Classe A, solide e pronte a riaprire immediatamente; Classe B, in crisi e bisognose di ricapitalizzazione, riorganizzazione, o entrambe; Classe C, dichiarate insolventi e subito chiuse».
Questa classificazione rassicurò gli americani che le banche autorizzate a riaprire erano solide e la fiducia cominciò ad aumentare. «Di contro, Roosevelt ritardò la maggior parte delle sue riforme strutturali che non avessero a che fare direttamente con l'emergenza economica», basando il suo primo mandato su due principi che l'amministrazione Obama farebbe bene a prendere in considerazione:
«Primo, mantenne la sua attenzione (e quella del paese) fermamente concentrata su un singolo obiettivo: porre fine alla crisi di fiducia e far ripartire l'economia. Secondo, ha usato il primo periodo per consolidare il sostegno popolare, conquistando ulteriori posizioni al Congresso nel 1934 e una vittoria a valanga nel 1936».
«L'analogia chiave tra oggi e il 1933 è la centralità della crisi finanziaria», conclude Galston. Semmai, quindi, è «difficile comprendere come mai l'amministrazione non si sia ancora mossa con la stessa determinazione di Roosevelt». Eppure, non si può certo dire che la crisi abbia colto di sorpresa Obama e i suoi consiglieri. «La loro incapacità fino ad oggi di restaurare la fiducia solleva due ipotesi ugualmente deprimenti: o non sanno cosa fare, o non credono di poter ottenere il consenso politico per fare ciò che sanno essere necessario».

Friday, March 13, 2009

Solo un caso, o l'Europa ha imparato che spendere non serve?

Di fronte all'insistenza dell'amministrazione Obama (e insisterà ancor di più al G20 che inizierà stasera) nel chiedere all'Europa di partecipare a un paccheto di stimolo globale - in poche parole, di spendere di più - i governi europei (tedesco e francese in testa) sembrano invece piuttosto guardinghi. Contrari, azzarderei. E il Wall Street Journal ieri spiegava perché questa volta ha ragione la "vecchia Europa" a non voler spendere, forse memore di quanta poca crescita garantisca un'elevata spesa pubblica. Prendendo proprio l'Italia ad esempio negativo, il WSJ sottolinea quanto sia sbagliato il vecchio assunto keynesiano che ad ogni dollaro di spesa in deficit corrisponda un dollaro e mezzo di crescita economica. «Se fosse così, l'Italia sarebbe il paese più ricco in Europa, invece di essere solo uno dei più indebitati», ironizza il quotidiano.

Sarà per caso, perché non sono d'accordo su quasi nulla, o perché non sanno che fare, ma questa volta i governi europei stanno assumendo una posizione corretta rispetto alla voglia di spendere dell'amministrazione Obama. Almeno secondo il WSJ. E la posizione attendista del governo italiano, criticata da un'opposizione che invece di reclamare le riforme a costo zero se ne esce ogni giorno con proposte demagogiche e assistenzialiste, è in linea con quella europea di massima cautela nei conti pubblici. Agire si dovrebbe, ma con le riforme, non con la spesa pubblica.

Wednesday, March 04, 2009

Approfittare della crisi per fare le riforme

Quella dell'Ocse è un'ossessione per le riforme strutturali, ma non le si può dar torto. Solo in Italia pare che in questo momento di crisi bisogna accantonare tutte le riforme necessarie e urgenti per evitare di fare «recessione sociale» o «macelleria sociale». Eppure, sottolinea l'Ocse nel suo rapporto "Going for Growth 2009", proprio la crisi «offre ai governi l'opportunità di combinare azioni di emergenza con importanti riforme strutturali necessarie per garantire la crescita nel lungo termine».

In Italia, in particolare, servono sempre le stesse cose, da anni. Abbassare le tasse tagliando la spesa e recuperando l'evasione; continuare con le liberalizzazioni delle professioni e dei prezzi; ridurre la proprietà statale nei servizi di pubblica utilità. Tutte cose che ancora una volta dimostrano quanto il governo può fare, senza aggiungere un centesimo al deficit, se riconosce che c'è una crisi italiana precedente alla crisi che ci investe da fuori e solo da fuori può trovare soluzione.

Friday, February 27, 2009

Nella morsa di due statalismi

Ho avuto la sfortuna di passare su Annozero proprio mentre Tremonti esibiva il suo campionario di enormità vetero-stataliste. Da moralizzatore, come un Travaglio della finanza. Mentre è proprio di questi tempi di crisi di cui l'Italia dovrebbe approfittare per fare quelle riforme strutturali di cui ha bisogno per afferrare con dinamismo la ripresa, Tremonti ha sostenuto invece che «se in un momento di incertezza e paura ti metti a fare le riforme a caso, non fai le riforme sociali, fai la recessione sociale». Sostituite il termine «recessione» con «macelleria», e vedrete che la retorica con cui Tremonti respinge l'ipotesi delle riforme non è così dissimile da quella che userebbe Bertinotti.

Tremonti saluta con entusiasmo il mondo che a suo avviso si aprirà all'indomani della crisi. Un mondo in cui le opere pubbliche, le opere di utilità collettiva, assumeranno la centralità che oggi hanno i beni di consumo. Basta con tutto questo consumismo frivolo! Basta televisori lcd, più case del popolo!

E' contrario a una riforma delle pensioni come patto intergenerazionale per finanziare un sistema di sussidi di disoccupazione universale. Nonostante la spesa previdenziale in Italia sia una delle più elevate in occidente e impedisca di destinare risorse adeguate ad altre spese sociali altrettanto importanti - come gli ammortizzatori sociali e una politica di sostegno al lavoro femminile - per Tremonti il nostro sistema è «uno dei più solidi, il migliore rispetto a tutti questi sistemi "americanoidi"... che ci hanno raccontato in giro». Cito a memoria, ma il senso è questo: «Per fortuna in Italia c'è ancora l'Inps. In America se Wall Street va male, vai a finire in una roulotte a mangiare KitKat».
«Non dobbiamo ragionare stile Goldman Sachs, per cui la riforma la fai con i numeri. I numeri della matematica sono una cosa, quelli della vita sono diversi. Il sistema delle pensioni non lo cambi come i prodotti finanziari, come questi "schizzati" che ti dicono che si fa con i modelli matematici».
Queste banalità dice Tremonti in tv, le stesse che ti direbbe un qualsiasi militante comunista parlando di modello americano al pub. E non ci si può aspettare nulla di diverso da chi è convinto che questo sia il momento della «verità», quindi non il momento «per leggere i libri d'economia, ma la Bibbia».

Se le stesse cose avesse osato pronunciarle un ministro dell'economia di centrosinistra si sarebbe aperta una polemica politica lunga una settimana. Tremonti dice queste cose quasi tutti i giorni ma in pochi si scandalizzano. Ed è questa una delle ragioni per cui sebbene la sua politica economica sia ben poco market-oriented, gli elettori continuano a vedere in Berlusconi il male minore.

Nel centrodestra in pochi si scandalizzano, perché Tremonti è pur sempre un autorevole esponente della compagine governativa che sostengono. Per il Ministero dell'economia purtroppo non ha rivali interni. Per ora. Ma perché quelle cose non suscitano scandalo nel Pd e nei suoi referenti economico-finanziari, mediatici e intellettuali? Semplice. Perché in fondo condividono le cose che dice il ministro, il loro stomaco se ne è nutrito per decenni. Il massimo del sentimento che provano nel sentire Tremonti è invidia: "Perché noi, dicendo le stesse cose, perdiamo le elezioni?" Per necessità devono fingersi "libero-mercatisti", anche se non ne sono convinti e non ne sono nemmeno capaci. E gli elettori se ne sono accorti.

Dunque ecco la situazione in cui siamo. Immaginatevi uno spettro che va da un massimo di libero mercato (100%) ad un massimo di statalismo (0%). Se il Pd non sa andare oltre un 30%, a Berlusconi basta fermarsi ad un misero 40% per coprire tutto il mercato politico-elettorale. Avrà con sé i voti dei più liberisti, dei moderati, e grazie alle sparate di Tremonti anche dei nostalgici dello statalismo socialdemocratico. Non c'è competizione.

Diciamo che una differenza c'è tra l'approccio statalista di Tremonti e quello dei governi di centrosinistra. Diciamo che Tremonti è appena un po' più pragmatico. Un po' più attento a non aggredire il ceto medio e la piccola impresa; non abbassa le tasse ma nemmeno le alza; non taglia la spesa, ma la contiene. Quello dell'attuale governo è uno statalismo più rigoroso e decisionista, che interpreta in tre ambiti fondamentali dello stato le aspettative dei cittadini: basta opere pubbliche bloccate da veti ambientali e da interessi particolaristici; basta fannulloni nella pubblica amministrazione; basta cittadini ostaggi degli scioperi. E qualcosa di buono si vede: la riforma Brunetta; l'approccio della Gelmini sull'università; la regolamentazione degli scioperi; il nucleare comunque la si pensi.

Quello dei governi di centrosinistra invece si è rivelato finora uno statalismo lassista, rissoso e inconcludente. Sembra che il compito della politica sia spendere. Non importa come vengono utilizzati i soldi pubblici, o che i servizi funzionino, l'importante è poter dire di aver aumentato il budget a questo o a quel programma. Vivi e lascia vivere. A rimetterci siamo tutti, stretti nella morsa di due statalismi.

UPDATE: A proposito, da leggere questo magnifico articolo di Alberto Mingardi: «Sembrava essersi compiuta un'evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un'involuzione della destra».

Monday, February 23, 2009

H. Clinton in Cina per estendere la "partnership strategica". A che prezzo?

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton riprende i rapporti con la Cina laddove li aveva lasciati il marito Bill da presidente nel 1998. Se con la crisi è d'obbligo riallacciare la "partnership strategica" sulle questioni economiche, l'ambizioso obiettivo della nuova amministrazione sembra essere quello di estendere la cooperazione con Pechino anche alle questioni di sicurezza. Alla base di questa scelta la convinzione che la crescita, l'apertura e l'interdipendenza economica favoriscano anche la libertà politica e le riforme democratiche, e che inducano inevitabilmente la Cina a comportarsi da "attore responsabile" del sistema internazionale.

Una tesi messa in dubbio però da eventi anche molto recenti: la repressione in Tibet; il manifesto dei dissidenti Charta '08; gli scandali sanitari e alimentari; la scarsa collaborazione di Pechino in crisi come quella birmana o del Darfur. Soprattutto, non è ancora chiaro in che direzione l'esperimento del Partito comunista cinese – capitalismo senza democrazia – condurrà la Cina. Ancora più oscuro l'obiettivo della forsennata modernizzazione delle forze armate su cui Pechino investe sempre più risorse.

L'idea della "partnership strategica" sembra la stessa, ma i tempi sono cambiati. Se negli anni '90 il presidente Bill Clinton poteva muovere ottimisticamente i primi passi di questa partnership su un piano di indiscussa supremazia americana, nel contesto di oggi si tratta di fare di necessità virtù. Insomma, si va verso una partnership Usa-Cina "alla pari". Non è certo una buona notizia per la democrazia e i diritti umani.

L'amministrazione Bush è senz'altro criticabile per aver sostenuto solo a parole, e molto meno nei fatti, la democrazia e i diritti umani in paesi come la Cina e la Russia, ma è probabile che dalla nuova amministrazione non sentiremo più neanche le parole. Da un'indagine condotta dal Chicago Council on Global Affairs risulta che dopo gli otto anni di presidenza Bush, diversamente da quanto si possa credere, la reputazione dell'America in Asia è migliorata, il "soft power" Usa si è rafforzato, e l'atteggiamento dei cinesi stessi è più favorevole.

La Clinton ha evitato di parlare di diritti umani nei suoi colloqui con i leader cinesi. Pochi mesi fa, da senatrice, chiedeva al presidente Bush di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici in segno di protesta per la repressione in Tibet e la scelta di Pechino di non esercitare la sua influenza sul governo sudanese per fermare il genocidio in Darfur. Alla vigilia del suo arrivo in Cina, l'annunciato cambio di approccio: i diritti umani non possono essere un ostacolo al dialogo tra i due paesi. «Le amministrazioni Usa e i governi cinesi che si sono succeduti hanno fatto passi avanti e indietro su questi temi, e dobbiamo continuare a fare pressioni. Ma le nostre pressioni non possono interferire con la crisi economica globale, i cambiamenti climatici, e le questioni di sicurezza», elevate quindi dalla Clinton a priorità nel dialogo con Pechino.

Tuttavia, oggi, a coloro che hanno a cuore i diritti umani e la democrazia come fattori di sicurezza, è richiesto un po' di sano pragmatismo. Non si può infatti negare l'amara realtà: la nazione più di ogni altra paladina dei diritti umani e della democrazia è in difficoltà. A causa di scelte politiche sbagliate o imprudenti del passato dipende dai suoi creditori. La Banca centrale cinese è il primo detentore di titoli pubblici americani. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Parliamo di somme stratosferiche.

Inevitabile che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa fosse al centro della missione della Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro: «Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».

Certo, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti come la Cina dipende dai mercati americani per le sue esportazioni. Ma una guerra commerciale che aggravasse la depressione non aiuterebbe il progresso dei diritti umani e delle riforme politiche in Cina. I cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, che decurterebbe il valore delle loro riserve, ma se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. Insomma, Stati Uniti e Cina si sorreggono a vicenda.

Non rimane che sperare che gli Stati Uniti affrontino con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la loro dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando spazi di manovra nella loro politica estera e di sicurezza.

Riguardo i temi della sicurezza, ai quali l'amministrazione Obama vorrebbe estendere la cooperazione con Pechino, la Cina non è la Russia. Da produttore di gas e petrolio quest'ultima ha interesse a svolgere un ruolo destabilizzante per tenere alti i prezzi delle sue risorse, mentre Pechino ha tutto l'interesse a lavorare per la stabilità, per tenere bassi i prezzi delle risorse energetiche necessarie alla sua crescita tumultuosa.

Ma quale sarà il prezzo politico che la Cina chiederà agli Usa? Continuare a sostenere il debito americano è essenziale anche per l'economia cinese, ma la sua collaborazione su dossier come Afghanistan, Corea del Nord, e soprattutto Iran, potrebbe richiedere non solo il silenzio sui diritti umani, ma anche il sacrificio di Taiwan, un altro dei temi che pare la Clinton abbia tralasciato nei suoi colloqui pechinesi. Gli Stati Uniti vorrebbero che Pechino riducesse i propri investimenti in gas e petrolio iraniano per stringere la morsa su Teheran e costringere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare. Da sempre i cinesi vorrebbero che gli americani cessassero di vendere armi a Taiwan.

Ma la crescente asimmetria di forze tra Taipei e Pechino, ovviamente a favore di quest'ultima, preoccupa gli analisti di difesa. Il direttore della National Intelligence, Dennis Blair, ha recentemente assicurato che Washington continuerà a fornire a Taiwan le necessarie armi difensive, in linea con il Taiwan Relations Act, per bilanciare il continuo rafforzamento del potenziale bellico cinese. Ma è indubbio che in assenza di un impegno forte da parte degli Stati Uniti a sostenere la democrazia e la sicurezza di Taiwan, le relazioni tra Pechino e Taipei sono destinate a peggiorare. Se venisse meno o si indebolisse il ruolo americano di garanzia e riequilibrio delle forze nello stretto, la Cina sarebbe in grado di soggiogare il popolo taiwanese e piegarlo alle sue volontà. Benzina sul fuoco del nazionalismo cinese e pericolosissima luce verde alle ambizioni imperialiste. Una linea rossa da non oltrepassare.

Monday, February 16, 2009

Creazionismo keynesiano

Venerdì scorso è stato finalmente approvato dal Senato americano, poche ore dopo il voto favorevole della Camera, il piano di stimolo all'economia fortemente voluto dal presidente Obama, che dovrebbe apporre la sua firma già oggi. La versione definitiva stanzia 787 miliardi di dollari. Al Senato tre senatori repubblicani hanno votato con i democratici, permettendo alla maggioranza di raggiungere i 60 voti necessari per bloccare l'ostruzionismo, ma è sostanzialmente fallita l'ambizione bipartisan di Obama. Alla Camera invece l'opposizione dei repubblicani è stata compatta: 246 sì e 183 no. Dei 787 miliardi, circa il 38% andrà in sgravi fiscali per singoli individui e imprese, il 24% in programmi pubblici e infrastrutture e il 38% in aiuti "sociali".

Ma i critici del piano respingono questa ripartizione, sostenendo che in realtà non c'è nulla di "stimolo" all'economia. Si tratta al 100% di spesa pubblica. E «non funzionerà». Ne è convinta Veronique de Rugy («l'ultimo insulto ai contribuenti»), che riportando su Reason.com alcuni studi sulle crisi del passato conclude che se il piano funzionasse «sarebbe il primo caso nella storia».

Il primo problema del piano è che rimborsi fiscali temporanei non vengono usati dalla gente per aumentare i consumi, ma per ripianare debiti già contratti e anche se i produttori dovessero registrare un aumento delle vendite, sanno che è solo temporaneo e non assumeranno più impiegati né apriranno nuove fabbriche. Il secondo problema sta nella presunzione che il governo sappia spendere 800 miliardi meglio del settore privato. «Investiremo in ciò che funziona», assicura il presidente Obama, ma «la politica più che i principi economici guidano l'intervento del governo. I politici dipendono dai lobbisti, dai sindacati, le corporazioni, i gruppi di pressione, i governi statali e locali, quando decidono come spendere il denaro dei contribuenti». Ma il problema più grande è che «il governo non può iniettare capitali nell'economia senza prima prelevarli dall'economia stessa. La spesa pubblica non aumenta la ricchezza nazionale o gli standard di vita; semplicemente la ridistribuisce. La torta è divisa diversamente, ma non è più grande».

Stuzzicante la provocazione di Max Borders, che su Tech Central Station parla di Creazionismo keynesiano. Come i creazionisti vedono nella natura un "disegno intelligente", così i dirigisti credono che un gruppo ristretto di intelligenze possa disegnare e governare dall'alto l'economia. Se non che, aggiungiamo noi, i primi almeno ricorrono a un'intelligenza divina, sovrumana.

Se di solito con il termine «fondamentalisti del mercato» si intende accusare di dogmatismo chi crede che il mercato funzioni meglio dello stato, paragonando così la fiducia nei meccanismi di mercato alla fede nella Creazione, è invece la fiducia nelle capacità del governo a somigliare alla fede in Dio. «Sostituite Dio con il Governo. La congregazione con il Congresso. Il Messiah con il Presidente. I creazionisti con i keynesiani». Secondo Borders, «l'economia non può essere gestita o riparata da un'elite tecnocratica», perché è complessa e si comporta «come un ecosistema e gli ecosistemi non possono essere aggiustati nello stesso modo delle macchine».
«L'algoritmo darwiniano in economia non lascia all'intercessione di un Keynes o di un Krugman più spazio di quanto la natura abbia avuto bisogno della mano di Nostro Signore per produrre il bulbo oculare o il flagello dei batteri... Come chiameresti qualcuno che crede che l'economia possa essere diretta, riparata o gestita da un "disegno intelligente"? Come definiresti una persona che onestamente pensa che, con un tratto di penna legislativo, il governo possa "creare posti di lavoro"? Come si chiama una persona che crede che aiuti a pioggia dall'alto avranno come esito un qualche magico "effetto moltiplicatore" che aumenterà la ricchezza geometricamente, come i pani e i pesci?»
Sono «creazionisti keynesiani». E il piano di stimolo approvato dal Congresso è «poco più che un atto di fede che nasconde un'espansione senza precedenti del potere dello stato».
«La natura inefficiente dell'allocazione burocratica delle risorse, in assenza di indicatori come i prezzi di mercato, renderà gli aumenti di produttività che si potranno ottenere, riportando la gente al lavoro più velocemente, al massimo un "risciacquo". La spesa pubblica sottrae risorse agli usi produttivi e le impiega in attività meno produttive. Il cosiddetto "effetto moltiplicatore" non funziona. Alcuni economisti hanno dimostrato che, in tempi difficili, disponendo di risorse aggiuntive molte persone ripianano i loro debiti piuttosto che consumare più beni e servizi. Invece di pompare soldi nel sistema - spostandoli da altre parti o stampandoli dal nulla - dovremmo pensare a regole adeguate (che conferiscano prevedibilità al mercato) e a corretti incentivi (che incoraggino gli imprenditori a competere per i soldi dei consumatori, non per la loro generosità)».
Max Borders conclude citando l'economista Arnold Kling:
«L'aritmetica è qualcosa di sorprendente. Se le persone ad avere un ruolo significativo saranno 500, e lo stimolo di quasi 800 miliardi, vuol dire che in media ciascuno di loro sarà responsabile di oltre un miliardo e mezzo del nostro denaro, da spendere più saggiamente di quanto saremmo in grado di fare noi. Posso immaginare un saggio tecnocrate prendere cento mila dollari, o forse anche un milione, dalle famiglie americane e spenderlo in modo più avveduto di quanto avrebbero fatto quelle famiglie. Ma 1,5 miliardi? Credo che non ci sia essere umano così intelligente da saper allocare velocemente e in modo saggio 1,5 miliardi di dollari».