Anche su Notapolitica e L'Opinione
Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro, l'ultima follia burocratica degna di un romanzo orwelliano o kafkiano (a seconda dei vostri gusti), ci sono ben in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell'attuale. Ogni tentativo di negarlo è senza vergogna, indecente.
Concepito dal governo Berlusconi, con il DL 78 del luglio 2010, articolo 22, lo strumento è stato elaborato e affinato, e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. E' vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell'Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza». In pratica, uno "studio di settore" per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell'Istat o altri enti statistici. Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l'onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati.
E' anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell'ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un'ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni. E volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo. Ha avuto ben 13 mesi per rendersi conto del mostro che stava prendendo forma, e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. Un insulto all'intelligenza degli italiani e un esempio della peggiore politica che non sa assumersi le proprie responsabilità.
La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l'unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche. Prima ha raddoppiato il gettito dell'Imu prevista dal governo Berlusconi, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe "da pazzi" pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre.
Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere starebbe lavorando in gran segreto ad un'"agenda 2". Dev'essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. In serata è previsto un incontro con Befera: chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremmo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un "altrocolpista" in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.
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Wednesday, January 16, 2013
Monday, January 07, 2013
Anno nuovo, vecchio squallore
Anno nuovo, solite desolazioni in campo politico. Lo spettacolo continua ad essere indecoroso, nonostante il brividino della "salita" in campo di Monti. Pdl e Lega si sono appena ri-alleati e non hanno uno straccio di accordo nemmeno sul candidato premier. Figuriamoci sul resto... Berlusconi fa l'ennesimo passo indietro (o di lato, o giravolta, come preferite) e torna a candidare Alfano, mentre Maroni candida Tremonti (ma le primarie no, eh?). La scelta è rinviata a dopo il voto, perché per ora basta indicare il "capo della coalizione" (escamotage consentito dalla legge elettorale). Se quello sul candidato premier è solo un pour parler è perché sanno bene di non poter vincere le elezioni. Ma appunto, dare agli elettori la sensazione di non credere nemmeno loro nella vittoria, tanto da non sentire l'urgenza di accordarsi sin d'ora sulla premiership, non è certo un segnale incoraggiante. Anche perché per qualcuno ritrovarsi con Tremonti piuttosto che Alfano, o chissà chi, a Palazzo Chigi potrebbe fare una certa differenza... E che addirittura rispunti il nome di Tremonti è l'ulteriore dimostrazione che non hanno capito proprio nulla del fallimento della precedente esperienza di governo.
Dall'altra parte troviamo il comunista Vendola che non si accontenta di far piangere i ricchi - no, devono proprio andarsene «al diavolo» - e il Pd a caccia di personalità di spicco della cosiddetta "società civile", secondo la vecchia pratica degli "indipendenti di sinistra", per rafforzare il suo profilo di governo e dare alle proprie liste una lucidata di competenza. E questi ben contenti di farsi reclutare: un posto assicurato in Parlamento val bene qualsiasi salto della quaglia - politico e professionale. Così l'ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli dopo aver sottoscritto il manifesto di Giannino accetta di fare il Calearo del 2013, mentre l'economista Carlo Dell'Aringa sarà il nuovo Ichino. Come andrà a finire è già scritto: isolati ma felici. Non potevano mancare, poi, il giornalista (Massimo Mucchetti, e forse anche Severgnini) e il magistrato (Pietro Grasso).
E Monti? Tutto, o quasi, avrebbe potuto fare il professore entrando in politica. E invece sulla scheda per la Camera troveremo associati al simbolo che porta il suo cognome quelli di Casini e Fini. Ha scelto un'operazione centrista, neo-democristiana di rito moroteo, cioè destinata a guardare a sinistra dopo il voto, offrendosi come zattera di salvataggio per il duo Casini-Fini. Altro che scelta civica, una scelta cinica, con un'agenda che più che un programma elettorale o un manifesto politico somiglia ad una lezioncina per l'apertura dell'anno accademico.
Dall'altra parte troviamo il comunista Vendola che non si accontenta di far piangere i ricchi - no, devono proprio andarsene «al diavolo» - e il Pd a caccia di personalità di spicco della cosiddetta "società civile", secondo la vecchia pratica degli "indipendenti di sinistra", per rafforzare il suo profilo di governo e dare alle proprie liste una lucidata di competenza. E questi ben contenti di farsi reclutare: un posto assicurato in Parlamento val bene qualsiasi salto della quaglia - politico e professionale. Così l'ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli dopo aver sottoscritto il manifesto di Giannino accetta di fare il Calearo del 2013, mentre l'economista Carlo Dell'Aringa sarà il nuovo Ichino. Come andrà a finire è già scritto: isolati ma felici. Non potevano mancare, poi, il giornalista (Massimo Mucchetti, e forse anche Severgnini) e il magistrato (Pietro Grasso).
E Monti? Tutto, o quasi, avrebbe potuto fare il professore entrando in politica. E invece sulla scheda per la Camera troveremo associati al simbolo che porta il suo cognome quelli di Casini e Fini. Ha scelto un'operazione centrista, neo-democristiana di rito moroteo, cioè destinata a guardare a sinistra dopo il voto, offrendosi come zattera di salvataggio per il duo Casini-Fini. Altro che scelta civica, una scelta cinica, con un'agenda che più che un programma elettorale o un manifesto politico somiglia ad una lezioncina per l'apertura dell'anno accademico.
Thursday, November 01, 2012
Tremonti candidato alle primarie? Occasione da non perdere per Alfano e il Pdl
Anche su L'Opinione
L'ultimo arrivato nel toto-nomi per le primarie del Pdl è l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti, che starebbe prendendo in seria considerazione l'idea di farsi avanti, nonostante il suo progressivo allontanamento dal partito – a cui però è ancora iscritto – e il recente lancio di un nuovo soggetto politico. A prescindere dal giudizio sul suo operato a via XX Settembre, trattandosi di primarie "aperte" la sua non sarebbe una candidatura da sottovalutare, come una mera operazione nostalgia. L'ex ministro, infatti, ha ancora dalla sua molte simpatie nel mondo leghista e rappresenta una voce anti-montiana, però dalla postura non "popolana", bensì intellettuale, razionale, istituzionale, che può avere una certa presa sul malcontento dell'elettorato pidiellino.
Comprensibile che possa suscitare un certo fastidio, ma sarebbe un errore da parte del Pdl respingere o intralciare o snobbare la candidatura dell'ex ministro, che invece dovrebbe essere vissuta dal partito, così come dagli altri candidati – Alfano su tutti, ancora alla ricerca del famoso “quid” – come un'occasione da non gettare al vento.
Innanzitutto, perché la partecipazione di Tremonti aiuterebbe a scongiurare che vengano liquidate dai media come primarie-farsa al solo scopo di ri-legittimare un Alfano molto debole. Al segretario conviene misurarsi con avversari di un certo spessore, sia intellettuale che politico, piuttosto che recitare la parte del nome su cui converge tutto l'establishment del partito e svilire la propria immagine in dibattiti con candidati improbabili. Deve quindi sperare che avanzino la loro candidatura personaggi di peso, perché più la competizione apparirà vera, più cittadini si convinceranno ad andare alle urne, più forte sarà la legittimazione del vincitore.
Ma c'è un altro vantaggio, specifico, nella candidatura di Tremonti. Offrirebbe, infatti, al Pdl l'occasione per fare i conti con gli errori della precedente esperienza di governo senza coinvolgere il fondatore Berlusconi come bersaglio polemico, e per un esame di coscienza, per far emergere l'identità, l'anima "economica" prevalente nel partito, nel quale ancora oggi che non è più al governo e che Tremonti non è più ministro, rispetto ai provvedimenti del governo Monti convivono una linea, a parole, anti-tasse e anti-spesa, e nei fatti rigurgiti statalisti, assistenzialisti e corporativi.
Gli altri candidati, e Alfano in primis, non potrebbero sottrarsi al dibattito con Tremonti sui temi economici e avrebbero quindi modo di caratterizzarsi, per analogia o contrasto rispetto all'operato e alle proposte dell'ex ministro, per la loro visione di politica economica. Il che, altrimenti, rischierebbe di non avvenire nei termini puntuali e concreti indispensabili se si vuole avere qualche chance di riavvicinare gli elettori delusi del centrodestra.
L'ultimo arrivato nel toto-nomi per le primarie del Pdl è l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti, che starebbe prendendo in seria considerazione l'idea di farsi avanti, nonostante il suo progressivo allontanamento dal partito – a cui però è ancora iscritto – e il recente lancio di un nuovo soggetto politico. A prescindere dal giudizio sul suo operato a via XX Settembre, trattandosi di primarie "aperte" la sua non sarebbe una candidatura da sottovalutare, come una mera operazione nostalgia. L'ex ministro, infatti, ha ancora dalla sua molte simpatie nel mondo leghista e rappresenta una voce anti-montiana, però dalla postura non "popolana", bensì intellettuale, razionale, istituzionale, che può avere una certa presa sul malcontento dell'elettorato pidiellino.
Comprensibile che possa suscitare un certo fastidio, ma sarebbe un errore da parte del Pdl respingere o intralciare o snobbare la candidatura dell'ex ministro, che invece dovrebbe essere vissuta dal partito, così come dagli altri candidati – Alfano su tutti, ancora alla ricerca del famoso “quid” – come un'occasione da non gettare al vento.
Innanzitutto, perché la partecipazione di Tremonti aiuterebbe a scongiurare che vengano liquidate dai media come primarie-farsa al solo scopo di ri-legittimare un Alfano molto debole. Al segretario conviene misurarsi con avversari di un certo spessore, sia intellettuale che politico, piuttosto che recitare la parte del nome su cui converge tutto l'establishment del partito e svilire la propria immagine in dibattiti con candidati improbabili. Deve quindi sperare che avanzino la loro candidatura personaggi di peso, perché più la competizione apparirà vera, più cittadini si convinceranno ad andare alle urne, più forte sarà la legittimazione del vincitore.
Ma c'è un altro vantaggio, specifico, nella candidatura di Tremonti. Offrirebbe, infatti, al Pdl l'occasione per fare i conti con gli errori della precedente esperienza di governo senza coinvolgere il fondatore Berlusconi come bersaglio polemico, e per un esame di coscienza, per far emergere l'identità, l'anima "economica" prevalente nel partito, nel quale ancora oggi che non è più al governo e che Tremonti non è più ministro, rispetto ai provvedimenti del governo Monti convivono una linea, a parole, anti-tasse e anti-spesa, e nei fatti rigurgiti statalisti, assistenzialisti e corporativi.
Gli altri candidati, e Alfano in primis, non potrebbero sottrarsi al dibattito con Tremonti sui temi economici e avrebbero quindi modo di caratterizzarsi, per analogia o contrasto rispetto all'operato e alle proposte dell'ex ministro, per la loro visione di politica economica. Il che, altrimenti, rischierebbe di non avvenire nei termini puntuali e concreti indispensabili se si vuole avere qualche chance di riavvicinare gli elettori delusi del centrodestra.
Thursday, April 26, 2012
Lo strano amore del Pdl per Hollande
Il presidente del Senato Schifani l'ultimo, Sandro Bondi il primo, ma all'indomani del primo turno delle presidenziali francesi molti esponenti di primo piano del Pdl, nonché alcuni giornali di centrodestra, hanno commentato con ostentata soddisfazione la parziale sconfitta di Sarkozy, leggendovi una sonora bocciatura delle politiche rigoriste imposte da Berlino e dall'Ue, con l'avallo del presidente francese, ai Paesi eurodeboli. Il 64% degli elettori, calcolava un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e l'Ue, mentre i "collaborazionisti" Sarkozy e Bayrou si sono fermati al 36%. Da una parte il Pdl polemizza con il Pd esortandolo a non entusiasmarsi troppo, perché «la partita è ancora aperta», dall'altra gode delle disgrazie di Sarkozy, e pazienza se significa flirtare con le posizioni critiche di socialisti (Hollande), nazionalsocialisti (Le Pen) e persino comunisti (Mélanchon). Un atteggiamento schizofrenico che la dice lunga sullo smarrimento politico-culturale del Pdl.
LEGGI TUTTO su Notapolitica.it
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Monday, December 19, 2011
Non stupisce, purtroppo, la violenza della Camusso
Le interviste domenicali ci hanno regalato un Tremonti che si lamenta con Monti per le troppe tasse e il poco sviluppo, tra le cose più ridicole e spudorate sentite in tutto il 2011, e un Passera che si candida al ruolo di nuovo Prodi («occuparsi di bene comune è il più bello dei lavori»). Oggi invece entra nel vivo lo scontro sull'art. 18 e non stupisce la violenza verbale di Susanna Camusso, leader della Cgil, in un'intervista al Corriere della Sera: sulle pensioni parla di intervento addirittura «folle» da parte del governo, al quale attribuisce anche un «tratto autoritario». E poi ecco l'immancabile personalizzazione del "nemico", che in questo caso viene identificato nel ministro Fornero, accusata di una «aggressione nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici». Tra l'altro, oltre che un insulto alla Fornero, quando la Camusso afferma che «fatto da una donna, stupisce molto», insulta anche tutto il genere maschile, evidentemente essendo gli uomini i soli capaci delle peggiori nefandezze.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
Wednesday, November 30, 2011
Errori che Monti non può commettere
Anche su Notapolitica
Non servono politiche "eque", ma politiche che funzionino
Se ci è arrivato anche il "politicamente corretto" Corriere della Sera si vede che non siamo gli unici ad avvertire il pericolo. «Meglio decidere che concertare», è il titolo dell'editoriale di ieri a firma Dario Di Vico. Lo ripetiamo da giorni, da quando abbiamo ascoltato Mario Monti neo premier esibire al Senato un compiaciuto gusto per la concertazione. Che sia con i partiti o con le forze sociali, concertare in Italia significa non decidere un bel niente. E anche Di Vico è consapevole che il governo «ha un solo colpo in canna»: anche se può arrivare al 2013 ha in realtà poco tempo, due/tre mesi, per spingere sulle riforme strutturali necessarie a far ripartire l'economia italiana. Trascorso questo periodo, rischia di restare impantanato da veti e contro-veti.
Dunque, il primo errore in cui Monti non può assolutamente permettersi di incappare è lo stesso in cui hanno invece perseverato Tremonti e i suoi predecessori, ossia dividere in due fasi temporalmente distinte rigore e crescita. Con la scusa che per scrivere le riforme ci vuole tempo (mentre tassare è come prelevare da un bancomat), e di voler cercare «il consenso delle parti sociali», si conviene come prima cosa di aggiustare i conti pubblici a colpi di strette fiscali, rimandando il momento delle riforme alle settimane e ai mesi successivi, quindi di fatto indefinitivamente.
Secondo errore che Monti deve evitare in tutti i modi di commettere: reiterare le solite manovre basate per i 2/3 o i 3/4 su nuove entrate, cioè nuove tasse. E' esattamente ciò che tutti gli osservatori, innanzitutto i mercati ma anche quelli istituzionali come la Banca d'Italia e la Corte dei Conti, hanno rimproverato alle due manovre estive sfornate dal precedente governo con farina del sacco Tremonti, cioè di essere sbilanciate sul versante delle entrate rispetto a quello dei tagli alla spesa. Sarebbe davvero il colmo, e probabilmente un colpo letale per la nostra economia, se il governo d'emergenza chiamato a correggere i vizi del passato li riproponesse tali e quali.
Tutti si riempiono la bocca con la parola «crescita», ma al dunque, a leggere i giornali e ascoltando anche i più insospettabili programmi televisivi e radiofonici, sembra che non ci rimanga altro che scegliere a quale tassa impiccarci: patrimoniale o Ici? Iva o Imu? Oppure, ancora meglio, di tutte un po'? Con l'ipotesi ormai certa di una contrazione del Pil dello 0,5% nel 2012, si calcola che servono circa 15-20 miliardi di euro per centrare il pareggio di bilancio nel 2013. Senza tenere conto però che ulteriori strette fiscali in questo momento avrebbero l'effetto di deprimere ancora di più l'economia, e proprio incidendo negativamente sul denominatore del rapporto deficit/Pil allontanerebbero anziché avvicinare l'obiettivo del pareggio di bilancio, rendendo inevitabili altre manovre, con il rischio di un avvitamento simile a quello che sta soffrendo la Grecia: deficit, che richiede una stretta fiscale, che aggrava la recessione, che apre nuovi buchi di bilancio, i quali richiedono nuove strette fiscali e così via.
Impostare il problema in termini di "sacrifici", di "lacrime e sangue", non è solo fuorviante, è pericoloso. Il sacrificio utile è lavorare di più e meglio; pagare più tasse sarebbe un sacrificio dannoso oltre che inutile. Ai mercati in questa fase non interessa se a causa della recessione ormai certa nel prossimo anno non centreremo il pareggio di bilancio ma ci avvicineremo soltanto alla meta. Vogliono vedere prima di qualsiasi altra cosa se siamo in grado di realizzare riforme strutturali impopolari che in prospettiva ci facciano tornare a crescere a ritmi almeno del 2%; gradirebbero un abbattimento dello stock del debito, possibile con dismissioni di patrimonio pubblico non di 1 un punto di Pil in tre anni ma di 5 punti l'anno. Non servono quindi politiche di «equità», se per «equità» si intendono misure demagogiche per far vedere che "anche i ricchi piangono". Servono politiche che funzionino.
Purtroppo un governo non di tecnici, ma per lo più di burocrati da anni ai vertici della malagestione della cosa pubblica, sembra sprovvisto di ciò che serve sopra ogni cosa: una mentalità sburocratizzante. Bisogna "destatalizzare" il Paese e inventare nuove tasse significa fare esattamente il contrario: statalizzare quote ulteriori di ricchezza. Diverso sarebbe spostare il carico fiscale, aumentarlo sui patrimoni (Ici) e sui consumi (Iva), per ridurre contestualmente e significativamente il peso delle imposte sul lavoro e sull'impresa, cioè sulle attività produttive, a patto quindi che il saldo per lo Stato in termini di pressione fiscale complessiva risulti negativo.
Non servono politiche "eque", ma politiche che funzionino
Se ci è arrivato anche il "politicamente corretto" Corriere della Sera si vede che non siamo gli unici ad avvertire il pericolo. «Meglio decidere che concertare», è il titolo dell'editoriale di ieri a firma Dario Di Vico. Lo ripetiamo da giorni, da quando abbiamo ascoltato Mario Monti neo premier esibire al Senato un compiaciuto gusto per la concertazione. Che sia con i partiti o con le forze sociali, concertare in Italia significa non decidere un bel niente. E anche Di Vico è consapevole che il governo «ha un solo colpo in canna»: anche se può arrivare al 2013 ha in realtà poco tempo, due/tre mesi, per spingere sulle riforme strutturali necessarie a far ripartire l'economia italiana. Trascorso questo periodo, rischia di restare impantanato da veti e contro-veti.
Dunque, il primo errore in cui Monti non può assolutamente permettersi di incappare è lo stesso in cui hanno invece perseverato Tremonti e i suoi predecessori, ossia dividere in due fasi temporalmente distinte rigore e crescita. Con la scusa che per scrivere le riforme ci vuole tempo (mentre tassare è come prelevare da un bancomat), e di voler cercare «il consenso delle parti sociali», si conviene come prima cosa di aggiustare i conti pubblici a colpi di strette fiscali, rimandando il momento delle riforme alle settimane e ai mesi successivi, quindi di fatto indefinitivamente.
Secondo errore che Monti deve evitare in tutti i modi di commettere: reiterare le solite manovre basate per i 2/3 o i 3/4 su nuove entrate, cioè nuove tasse. E' esattamente ciò che tutti gli osservatori, innanzitutto i mercati ma anche quelli istituzionali come la Banca d'Italia e la Corte dei Conti, hanno rimproverato alle due manovre estive sfornate dal precedente governo con farina del sacco Tremonti, cioè di essere sbilanciate sul versante delle entrate rispetto a quello dei tagli alla spesa. Sarebbe davvero il colmo, e probabilmente un colpo letale per la nostra economia, se il governo d'emergenza chiamato a correggere i vizi del passato li riproponesse tali e quali.
Tutti si riempiono la bocca con la parola «crescita», ma al dunque, a leggere i giornali e ascoltando anche i più insospettabili programmi televisivi e radiofonici, sembra che non ci rimanga altro che scegliere a quale tassa impiccarci: patrimoniale o Ici? Iva o Imu? Oppure, ancora meglio, di tutte un po'? Con l'ipotesi ormai certa di una contrazione del Pil dello 0,5% nel 2012, si calcola che servono circa 15-20 miliardi di euro per centrare il pareggio di bilancio nel 2013. Senza tenere conto però che ulteriori strette fiscali in questo momento avrebbero l'effetto di deprimere ancora di più l'economia, e proprio incidendo negativamente sul denominatore del rapporto deficit/Pil allontanerebbero anziché avvicinare l'obiettivo del pareggio di bilancio, rendendo inevitabili altre manovre, con il rischio di un avvitamento simile a quello che sta soffrendo la Grecia: deficit, che richiede una stretta fiscale, che aggrava la recessione, che apre nuovi buchi di bilancio, i quali richiedono nuove strette fiscali e così via.
Impostare il problema in termini di "sacrifici", di "lacrime e sangue", non è solo fuorviante, è pericoloso. Il sacrificio utile è lavorare di più e meglio; pagare più tasse sarebbe un sacrificio dannoso oltre che inutile. Ai mercati in questa fase non interessa se a causa della recessione ormai certa nel prossimo anno non centreremo il pareggio di bilancio ma ci avvicineremo soltanto alla meta. Vogliono vedere prima di qualsiasi altra cosa se siamo in grado di realizzare riforme strutturali impopolari che in prospettiva ci facciano tornare a crescere a ritmi almeno del 2%; gradirebbero un abbattimento dello stock del debito, possibile con dismissioni di patrimonio pubblico non di 1 un punto di Pil in tre anni ma di 5 punti l'anno. Non servono quindi politiche di «equità», se per «equità» si intendono misure demagogiche per far vedere che "anche i ricchi piangono". Servono politiche che funzionino.
Purtroppo un governo non di tecnici, ma per lo più di burocrati da anni ai vertici della malagestione della cosa pubblica, sembra sprovvisto di ciò che serve sopra ogni cosa: una mentalità sburocratizzante. Bisogna "destatalizzare" il Paese e inventare nuove tasse significa fare esattamente il contrario: statalizzare quote ulteriori di ricchezza. Diverso sarebbe spostare il carico fiscale, aumentarlo sui patrimoni (Ici) e sui consumi (Iva), per ridurre contestualmente e significativamente il peso delle imposte sul lavoro e sull'impresa, cioè sulle attività produttive, a patto quindi che il saldo per lo Stato in termini di pressione fiscale complessiva risulti negativo.
Tuesday, November 29, 2011
Il Cencelli ai tempi dei tecnici
Anche su Notapolitica.itFinalmente - con tempi da Prima Repubblica - la squadra di Monti è al completo. Di indubbia competenza, ma i criteri di scelta dei sottosegretari ricalcano quelli usati per i ministri, tutt'altro che tecnici. Se infatti la politica si è rifiutata di metterci la faccia, non è riuscita tuttavia a cancellare le impronte. Si continua nel segno del tecno-ulivismo (e prodismo) e della "larga Intesa". Quel che è peggio non è tanto che risultino così visibili le matrici politiche e i potenziali conflitti di interesse (anzi, meglio alla luce del sole), ma è che ciò oltre a rassicurare i partiti non garantisca alcuna coesione programmatica, il che non promette nulla di buono in termini di coraggio riformatore. Su due snodi fondamentali per la crescita - il lavoro e l'istruzione - il misurino ideologico usato (o subìto) da Monti è sfociato in contraddizioni potenzialmente esplosive: al Welfare dovranno convivere un liberale blariano come Michel Martone e un'accanita oppositrice della flessibilità, editorialista dell'Unità, come Maria Cecilia Guerra; alla scuola Elena Ugolini, cattolica vicina a Cl e regista delle riforme Moratti e Gelmini, e Marco Rossi Doria, tutto scuola pubblica ed egualitarismo.
Dovrà essere Monti in persona, dunque, ad imporre la sua linea. Come certamente dovrà fare anche all'Economia, dove sopravvive il tremontismo con Grilli viceministro (nominato direttore generale del Tesoro da Siniscalco e in carica sia con Padoa Schioppa che con Tremonti) e con Vieri Ceriani sottosegretario, già a capo dei servizi fiscali di Bankitalia e della commissione sulla riforma fiscale istituita dall'ex ministro, ma nel 1996 regista delle riforme di Vincenzo "vampiro" Visco. Tremontismo appena attenuato dall'altro sottosegretario, Gianfranco Polillo, di storia socialista riformista, capo del servizio di bilancio della Camera e responsabile economico della Presidenza del Consiglio tra il 2002 e il 2004. Per i Rapporti con il Parlamento Monti ha lasciato spazio ai partiti e se il Pd ha indicato il prodiano D'Andrea, il Pdl ha preferito il tecnico Malaschini, segretario generale del Senato. Scelte ben bilanciate e "rassicuranti" per tutti anche alla Giustizia, con Mazzamuto, ex consigliere di Alfano, e Zoppini, consigliere di E. Letta sotto il governo Prodi. Dall'ultimo governo Prodi viene anche il sottosegretario allo Sviluppo De Vincenti, membro dei "pensatoi" di Bersani e Bassanini.
Veniamo ai potenziali conflitti di interesse: all'Ambiente Fanelli, consigliere di amministrazione di GRTN; alle Infrastrutture Ciaccia, che proprio di infrastrutture si occupava per banca Intesa; e all'Editoria Malinconico, il presidente degli editori di giornali, tanto per cominciare col piede giusto nei rapporti con la stampa. Chiudono la squadra la dalemiana Marta Dassù, direttore generale dell'Aspen Institute, e l'onusiano Staffan de Mistura, agli Esteri; il ciampiano Peluffo all'Informazione; Magri dell'Udc alla Difesa; e Patroni Griffi, una scelta bipartisan (un po' Bassanini un po' Brunetta), alla Funzione pubblica. Auguri.
Friday, November 04, 2011
A breccia aperta
Quando si apre una breccia, è probabile che l'argine ceda del tutto e che si venga travolti. Ed è quello che sembra stia accadendo in queste ore alla maggioranza. Alla luce di quanto accaduto ieri notte a Cannes e del forsennato mercato parlamentare in corso, comprendiamo fino in fondo quanto sia stata determinante la scelta di procedere con il maxi-emendamento anziché con decreto. La breccia l'ha aperta proprio lo stop al decreto con le misure anticrisi. La prova finale della ormai irreversibile debolezza di leadership del presidente del Consiglio, che si è dovuto piegare al suo ministro dell'Economia e al capo dello Stato, che molti nel Pdl aspettavano. Le condizioni di «necessità e urgenza» per emanarlo c'erano tutte, anzi mai in modo così conclamato, ma serviva un passaggio parlamentare a breve, in modo da sfruttare fino in fondo questa finestra di panico politico aperta dal martedì nero delle Borse per sfilare deputati dalla maggioranza. Era, insomma, ciò che ci voleva - indebolimento ulteriore, definitivo, del premier e passaggio in aula a breve - per garantire un certo grado di successo a questa nuova fase di campagna acquisti.Peccato che sull'altare dell'ennesima manovra di palazzo sia stato sacrificato un altro pezzo di credibilità del nostro Paese. Che Berlusconi abbia accettato o meno il monitoraggio dell'Italia da parte del Fmi, il che non è detto sia un male, è evidente che senza quel decreto, quindi senza nuove misure già in vigore, il nostro Paese si è presentato al G20 di Cannes ancor più debole politicamente di quanto già non fosse per i demeriti del governo. Tremonti e - bisogna dirlo - Napolitano portano per intero questa responsabilità. Quella che nelle intenzioni del ministro e a questo punto credo anche del capo dello Stato non era che una tattica parlamentare per favorire la caduta del premier, e quindi una «nuova prospettiva di larga convergenza», agli occhi degli interlocutori internazionali è apparsa come l'ennesima dimostrazione della mancanza di volontà delle istituzioni italiane ad agire con rapidità sulla strada delle riforme.
A ciò si aggiungano altri gravi strappi costituzionali, senza precedenti, come le consultazioni pre-crisi, il ministro dell'Economia che concerta con il capo dello Stato atti di governo alle spalle del Consiglio dei ministri, il presidente della Camera che partecipa in prima persona alla campagna acquisti per far cadere il governo. Cose cui purtroppo assisteremo anche in futuro e che contribuiranno ad aggravare l'instabilità del nostro sistema politico-istituzionale.
Per carità, i motivi di malcontento sono più che fondati e su questo blog non li abbiamo certo nascosti, ma per favore, almeno non credeteci così scemi da berci il racconto di improvvisi sussulti di responsabilità istituzionale. I movimenti di queste ore non hanno nulla a che fare né con il merito della politica del governo (anzi, sarà un caso che proprio ora che sembra costretto a cimentarsi in riforme serie, si fanno mancare i voti?), né con la credibilità di Berlusconi, né con l'assenza di dibattito nel Pdl, e nemmeno con chissà quali nobili strategie politiche. Semplicemente lo scenario è cambiato, un Berlusconi che ha provato a reagire e a rilanciarsi si è ulteriormente indebolito, forse in modo decisivo, il Pdl rischia lo sfaldamento, e ciascun deputato sta giocando la sua personalissima partita di miglior posizionamento possibile. E' così che vanno le cose in Italia perché questo è il sistema politico. E non mi si venga a raccontare che da una parte ci sono i venduti e dall'altra i "responsabili". Sono tutti venduti, chi per un posto di sottogoverno, chi per una ricandidatura, chi per un appartamento a Roma, chi per un pezzo di pane. Governo tecnico, di "larghe intese"? Con chi? E per fare cosa? Una patrimoniale e poco altro, e poi si ricomincerà come prima. Ma senza Berlusconi, questo è l'unico obiettivo che importa realmente. Ma come ha ricordato un portavoce della Casa Bianca, non è che cambiando un governo cambiano i problemi del Paese.
Non bisogna farsi distrarre dai tatticismi del momento, l'obiettivo ultimo di Casini non è governare insieme al Pdl senza Berlusconi, prospettiva da cui molti parlamentari sono ovviamente attratti, sembra così ragionevole... E' invece distruggere il Pdl (quante volte ha ripetuto di voler "disgregare" questo bipolarismo?) ed ergersi come unico soggetto aggregatore sulle macerie del centrodestra, spianando la strada alla discesa in campo di Montezemolo in quello spazio politico oggi occupato proprio dal Pdl. L'Udc è l'unico partito che in questa situazione non ha nulla da perdere, o almeno così crede. Se si forma un governo tecnico o transitorio, non potrà che acquisire una centralità sempre maggiore, da capitalizzare al momento del voto, soprattutto se nel frattempo si mettesse mano ad una riforma elettorale in senso proporzionalista; ma anche se si vota subito, con l'attuale legge (guarda caso facendo saltare il referendum per il ritorno al Mattarellum!), è probabile che al Senato risulti determinante. Ecco perché è il partito più attivo nel forzare il quadro politico, pur sapendo che al 90% si rischia di andare a votare a marzo. «Governo di larghe intese. Pdl dica sì o si dissolverà», è il titolo dell'intervista di Casini oggi al Corriere della Sera. L'impressione è che nei suoi piani/sogni il Pdl si dissolverà comunque.
Per quanto mi riguarda non riesco proprio a mandar giù questa logica del "passo indietro". Che sia auspicabile o meno la fine di questo governo e l'uscita di scena di Berlusconi, il modo più democratico e trasparente è ciò che molti, abituati ad una logica trasformistica e fangosa, chiamano "schianto", "ultima raffica", o "fucilata": un voto di sfiducia parlamentare, lineare, limpido. Nel quale ciascuno si assume le sue responsabilità guardando negli occhi l'avversario e il Paese. Non sarebbe nulla di drammatico. Sarebbe la democrazia, bellezza. Sarebbe.
Thursday, November 03, 2011
A mani vuote
Opponendosi al decreto Napolitano e Tremonti hanno mandato Berlusconi al G20 di Cannes a mani vuote. Va dato atto al presidente della Repubblica di aver svolto correttamente il suo ruolo, di aver cercato di mantenersi neutrale, registrando le posizioni, mediando con la sua moral suasion, ma di fatto ha finito con il prestare una sponda decisiva alle manovre di Tremonti e delle opposizioni volte unicamente ad abbattere Berlusconi. Non poteva non rendersi conto il Quirinale, al di là delle ragioni che sul piano legislativo, ma in linea puramente teorica, consigliavano il maxi-emendamento, dell'impatto devastante sul piano politico di mandare il premier a Cannes senza nulla di nuovo già in vigore. Ed è il colmo, come scrive oggi Mario Sechi su Il Tempo, che dopo «tanti decreti inutili, proprio quello necessario e urgente più di tutti lo si è evitato». Non so immaginare necessità e urgenze più conclamate di quelle attuali. Una strada, tra l'altro, quella sostenuta da Napolitano, in evidente contraddizione con tutti i suoi richiami ad agire presto.Certo, si può sostenere che il maxi-emendamento fosse lo strumento legislativo in grado di trasformare in legge nei tempi più rapidi possibili - entro la metà di novembre - le misure anticrisi che si intendevano adottare, nonché di garantire il massimo del confronto parlamentare, così caro al presidente, mentre per la conversione del decreto si sarebbero dovuti aspettare 60 giorni. Ma questo solo in teoria, perché al 15 novembre il governo potrebbe non arrivare e d'altra parte il decreto avrebbe avuto il vantaggio di far entrare in vigore già da oggi alcune delle misure chieste dall'Ue e dalla Bce. Il Cdm non si sarebbe concluso con un sostanziale nulla di fatto, sanzionato stamattina dai mercati, e il premier non si sarebbe recato al G20 a mani vuote. Questo, dunque, sul piano più squisitamente politico: opponendosi al decreto, sia pure con motivazioni diverse, Tremonti e Napolitano hanno di fatto spianato la strada, per usare le espressioni del Foglio, al plotone d'esecuzione che si prepara a "fucilare" Berlusconi.
Al di là dello strumento legislativo, e delle sue implicazioni politiche, nel merito resta l'inadeguatezza delle misure. Tutte positive e nella direzione della lettera di impegni all'Ue, ma non lo shock che sembra ormai necessario. Come previsto alla vigilia, nessuna patrimoniale o prelievo forzoso sui conti correnti, ma delle quattro macro-aree (dismissioni, liberalizzazioni, pensioni e fisco) solo su due il governo interviene e in modo troppo soft, che forse poteva andare bene a luglio, ma non più oggi.
Dismissioni del patrimonio pubblico (terreni, ex caserme, ex ospedali, immobili degli enti previdenziali, ecc.) per un valore di 5 miliardi l'anno per il prossimo triennio, in pratica un punto di Pil in tre anni, non sono assolutamente sufficienti. Ci vorrebbero almeno 5 punti di Pil, ma d'altra parte le chiavi tecniche delle dismissioni sono nelle mani del Tesoro, cioè di Tremonti. Ci sono incentivi per il lavoro dei giovani e delle donne e, bisogna dare atto, norme a lungo contrastate dalle corporazioni come la derogabilità delle tariffe minime degli ordini professionali e la possibilità di costituire società di capitali, mentre sui licenziamenti l'intenzione sembra quella di intraprendere la strada del ddl Ichino. Però manca del tutto lo shock fiscale, quello più in grado di rilanciare la crescita nel breve periodo: ma per finanziarlo servirebbe un definitivo intervento sulle pensioni (abolizione di quelle d'anzianità e passaggio immediato al contributivo per tutti indistintamente).
Friday, September 02, 2011
Expansion pack: Vampirismo fiscale
Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra
Non c'eravamo illusi dopo il ritiro dell'intervento sull'Irpef dalla manovra. Era chiaro infatti che nubi ancor più minacciose si stavano addensando sul fronte della repressione fiscale. L'incubo dello stato di polizia tributaria si sta materializzando proprio ad opera di quel centrodestra che l'aveva agitato per infiammare l'opinione pubblica contro Prodi, Padoa-Schioppa e Visco. La peggior nemesi che si potesse immaginare.
Con la possibilità data ai Comuni di pubblicare le dichiarazioni dei redditi on line (in realtà l'emendamento rinvia ad un decreto specifico ancora da scrivere, che rende percorribile quindi una marcia indietro) e con l'obbligo di indicare nelle dichiarazioni i propri conti corrente, Tremonti ha superato Visco in vampirismo fiscale. Ma oggi nel far filtrare tutta la sua irritazione il premier ridicolizza se stesso. Che altro poteva aspettarsi da Tremonti e Befera? Possibile che in un momento così delicato per la maggioranza, dopo tutte le accuse al ministro di agire troppo di testa sua, e dopo il gravissimo precedente della riscossione forzata dopo soli 60 giorni dall'avviso di accertamento, lo si lasci a scrivere in completa solitudine gli emendamenti sulla lotta all'evasione? Anche l'idea di "scorta" di aumentare di due punti percentuali l'Iva per soli tre mesi rivela un dilettantismo sconcertante o un rincoglionimento senile, dato che posticipare le fatture di tre mesi sarebbe un gioco da ragazzi.
Ma ciò che mi fa più impazzire di rabbia è che sono riusciti a spostare il dibattito pubblico e l'attenzione dei media e dei cittadini dal vero problema, e cioè l'insostenibilità per lo Stato e per i cittadini di questi livelli di debito e di spesa pubblica, a quella che in realtà è solo una delle tante distorsioni che ne conseguono. Sono riusciti cioè a far passare per la causa, o per una delle cause principali, una delle conseguenze - l'evasione fiscale - dell'enorme spesa pubblica e degli insostenibili livelli di tassazione che richiede.
Tra un piagnisteo e l'altro nessuno dice che a fronte dell'ennesima spremitura dei contribuenti la spesa pubblica continuerà a crescere nei prossimi anni fino a sfiorare i 900 miliardi, perché nessuno dice che i «tagli» riguardano l'aumento tendenziale della spesa e non gli euro sonanti che vengono effettivamente spesi ogni anno.
Non si stanno accorgendo, o fingono di non accorgersene, che il Paese è fiscalmente stremato, che nuovi aumenti di tasse, o l'inasprimento dei controlli, sono misure criminogene, faranno scattare presso i contribuenti ulteriori meccanismi di autodifesa, indurranno molti ad evadere, quindi non produrranno il gettito atteso, oltre a deprimere ulteriormente un'economia già asfittica.
Evasione ed elusione in Italia sono così estese e capillari, così sistemiche, che non può trattarsi di un problema "antropologico" (il nostro scarso senso civico), ma di un problema squisitamente economico. Al netto di furbi e delinquenti, sono forme di autodifesa dalla voracità predatoria dello Stato. Se improvvisamente la cosiddetta "lotta all'evasione" dovesse avere successo, vedremmo precipitare la nostra economia, chiudere migliaia di aziende e la perdita di milioni di posti di lavoro, regolari o in nero che siano. Sì, a livello sistemico l'evasione è l'anticorpo che sviluppa il corpo sociale per rendere ancora possibili, convenienti, le attività produttive, e il sommerso non è che una forma di welfare contro la disoccupazione a cui ci condannerebbe la rigidità del mercato del lavoro legale.
Per descrivere l'avvitamento su stessa della coalizione di governo si presta benissimo la critica che indirizzò McCain al suo partito nel 2008: "Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra". E' questo che è accaduto negli anni e credo che ormai la situazione sia irrecuperabile. Tra l'altro, il nuovo amore del centrodestra per le tasse e per lo stato di polizia tributaria avrà l'effetto di dare la stura ai più bassi istinti statalisti della sinistra, provocando uno slittamento complessivo dello spettro politico verso lo statalismo. Arriveremo al punto in cui la patrimoniale apparirà come la misura più liberale a disposizione.
Non c'eravamo illusi dopo il ritiro dell'intervento sull'Irpef dalla manovra. Era chiaro infatti che nubi ancor più minacciose si stavano addensando sul fronte della repressione fiscale. L'incubo dello stato di polizia tributaria si sta materializzando proprio ad opera di quel centrodestra che l'aveva agitato per infiammare l'opinione pubblica contro Prodi, Padoa-Schioppa e Visco. La peggior nemesi che si potesse immaginare.
Con la possibilità data ai Comuni di pubblicare le dichiarazioni dei redditi on line (in realtà l'emendamento rinvia ad un decreto specifico ancora da scrivere, che rende percorribile quindi una marcia indietro) e con l'obbligo di indicare nelle dichiarazioni i propri conti corrente, Tremonti ha superato Visco in vampirismo fiscale. Ma oggi nel far filtrare tutta la sua irritazione il premier ridicolizza se stesso. Che altro poteva aspettarsi da Tremonti e Befera? Possibile che in un momento così delicato per la maggioranza, dopo tutte le accuse al ministro di agire troppo di testa sua, e dopo il gravissimo precedente della riscossione forzata dopo soli 60 giorni dall'avviso di accertamento, lo si lasci a scrivere in completa solitudine gli emendamenti sulla lotta all'evasione? Anche l'idea di "scorta" di aumentare di due punti percentuali l'Iva per soli tre mesi rivela un dilettantismo sconcertante o un rincoglionimento senile, dato che posticipare le fatture di tre mesi sarebbe un gioco da ragazzi.
Ma ciò che mi fa più impazzire di rabbia è che sono riusciti a spostare il dibattito pubblico e l'attenzione dei media e dei cittadini dal vero problema, e cioè l'insostenibilità per lo Stato e per i cittadini di questi livelli di debito e di spesa pubblica, a quella che in realtà è solo una delle tante distorsioni che ne conseguono. Sono riusciti cioè a far passare per la causa, o per una delle cause principali, una delle conseguenze - l'evasione fiscale - dell'enorme spesa pubblica e degli insostenibili livelli di tassazione che richiede.
Tra un piagnisteo e l'altro nessuno dice che a fronte dell'ennesima spremitura dei contribuenti la spesa pubblica continuerà a crescere nei prossimi anni fino a sfiorare i 900 miliardi, perché nessuno dice che i «tagli» riguardano l'aumento tendenziale della spesa e non gli euro sonanti che vengono effettivamente spesi ogni anno.
Non si stanno accorgendo, o fingono di non accorgersene, che il Paese è fiscalmente stremato, che nuovi aumenti di tasse, o l'inasprimento dei controlli, sono misure criminogene, faranno scattare presso i contribuenti ulteriori meccanismi di autodifesa, indurranno molti ad evadere, quindi non produrranno il gettito atteso, oltre a deprimere ulteriormente un'economia già asfittica.
Evasione ed elusione in Italia sono così estese e capillari, così sistemiche, che non può trattarsi di un problema "antropologico" (il nostro scarso senso civico), ma di un problema squisitamente economico. Al netto di furbi e delinquenti, sono forme di autodifesa dalla voracità predatoria dello Stato. Se improvvisamente la cosiddetta "lotta all'evasione" dovesse avere successo, vedremmo precipitare la nostra economia, chiudere migliaia di aziende e la perdita di milioni di posti di lavoro, regolari o in nero che siano. Sì, a livello sistemico l'evasione è l'anticorpo che sviluppa il corpo sociale per rendere ancora possibili, convenienti, le attività produttive, e il sommerso non è che una forma di welfare contro la disoccupazione a cui ci condannerebbe la rigidità del mercato del lavoro legale.
Per descrivere l'avvitamento su stessa della coalizione di governo si presta benissimo la critica che indirizzò McCain al suo partito nel 2008: "Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra". E' questo che è accaduto negli anni e credo che ormai la situazione sia irrecuperabile. Tra l'altro, il nuovo amore del centrodestra per le tasse e per lo stato di polizia tributaria avrà l'effetto di dare la stura ai più bassi istinti statalisti della sinistra, provocando uno slittamento complessivo dello spettro politico verso lo statalismo. Arriveremo al punto in cui la patrimoniale apparirà come la misura più liberale a disposizione.
Thursday, September 01, 2011
La rapina perfetta
Come facilmente prevedibile, con il dietrofront sull'Irpef è stato tolto dalla manovra l'aspetto più scabroso e solo quello più vistosamente sputtanante per il Pdl, ma le nostre tasche sono tutt'altro che al sicuro. Per far quadrare i conti, infatti, s'inasprirà la lotta all'evasione fiscale. Al che, detta in termini così generici, non avrei nulla in contrario. Bisogna vedere però come le intenzioni si declinano nella realtà. «Non siamo per lo stato di polizia tributaria», ripete Berlusconi, ma è esattamente questo lo spirito che ha animato negli scorsi mesi l'operato del ministro Tremonti e dell'Agenzia delle Entrate. Emblematico il colpo di mano con il quale si è passati alla riscossione forzata, senza alcun ulteriore preavviso, dopo soli 60 giorni (termine poi emendato a 180 giorni) dall'avviso di accertamento, a prescindere dall'esito di un eventuale ricorso. In pratica, l'atto di accertamento assume valenza di titolo esecutivo, e in caso di ricorso il contribuente dovrà comunque pagare a titolo provvisorio il 50% del dovuto (dovuto secondo il Fisco).Stanti tali precedenti, sapere che il ministro dell'Economia e il direttore Befera «stanno scrivendo i provvedimenti» non ci fa dormire sonni tranquilli. Lo stesso premier, inoltre, ricorda di avere «sempre in canna» il colpo dell'aumento dell'Iva. La sensazione quindi è che dobbiamo aspettarci nuovi odiosi strumenti di polizia tributaria. Ma ancor più grave è che sia ripartito persino il dibattito sulla pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi, la barbarie di cui si rese promotore il viceministro Visco nel 2008.
Va bene la stretta sulle società di comodo alle quali molto spesso vengono intestati immobili e beni di lusso per non pagare le tasse e per avvantaggiarsi nelle graduatorie d'accesso ai servizi pubblici gratuiti. Va bene affinare gli strumenti d'incrocio dei dati sui redditi dichiarati e i beni posseduti. Vanno bene persino le «manette» nei confronti dei grandi evasori. Ci sono però dei principi dai quali non si può derogare: nessuna misura esecutiva - né la confisca, tanto meno l'arresto - può scattare senza che in caso di contenzioso si sia espresso un giudice terzo. Bisogna quindi eliminare la riscossione dei tributi quando si è in pendenza di giudizio, almeno fino al primo grado. Non può pagare il cittadino i ritardi dello Stato. E inoltre no al ricorso, in alcuna forma, alla delazione fiscale o alle gogne mediatiche, strumenti degni della Stasi della Germania Est.
Purtroppo, l'operazione di propaganda che rischia di riuscire agli statalisti di ogni colore politico, di destra e di sinistra, è di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle responsabilità dello Stato, dei governi passati e presenti, ad una demagogica caccia all'evasore. Si vuol far passare l'idea che dell'enorme debito pubblico accumulato negli ultimi decenni, e quindi della situazione di crisi in cui siamo, i colpevoli siano gli evasori della porta accanto e non, invece, i nostri amministratori, la nostra classe politica, che attraverso la spesa pubblica "compra" il consenso elettorale. A dispetto dei piagnistei per i «tagli», nei prossimi anni la spesa pubblica, se calcolata in euro veri, sonanti, aumenterà fino a quasi 900 miliardi di euro. Dobbiamo mettercelo bene in testa una volta per tutte: non esiste "lo Stato", né è possibile individuare un interesse che sia davvero "generale" (al massimo esiste un interesse "dei più"), ma una cerchia relativamente ristretta di uomini e donne che fanno gli interessi loro e, nella migliore delle ipotesi, di chi li ha eletti. L'evasore viola la legge, certo, ma non si può sostenere che rubi agli altri, perché fino a prova contraria si tratta sempre di soldi che si è guadagnato con attività lecite. E' chi amministra lo Stato, piuttosto, che effettua una "rapina" legalizzata.
E' grave quindi il solo ipotizzare la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi. Sarebbe un atto incivile e criminale: lo Stato che non si fa scrupolo di incitare all'invidia sociale, alla lotta di classe tra i suoi cittadini, pur di reperire ulteriori quattrini da sperperare mentre riesce ad allontanare da sé lo sguardo sospettoso dell'opinione pubblica. Se passa, sarà la rapina perfetta, quella in cui i rapinati nemmeno si accorgono di esserlo e si mettono ad accusarsi tra loro.
Tuesday, August 30, 2011
Manovra 2.0
Un «passo avanti». Per il Pdl, non per il PaeseTutto secondo previsioni. E' stato un agosto thriller, con il governo costretto a varare una seconda pesante manovra in pieno Ferragosto, dopo quella di luglio, per anticipare al 2013 il tentativo di pareggio di bilancio (mossa che su questo blog avevo definito prima opportuna, fin dalla presentazione della prima manovra, poi necessaria, vista la bocciatura dei mercati e la drammatica crisi in cui si stavano avvitando i nostri titoli di Stato). Presi dal panico, ci sono arrivati il 13 agosto, ottenendo così l'ossigeno della Bce. Attaccati ad una maschera ad ossigeno è l'immagine più appropriata per descrivere la situazione dei nostri titoli di Stato. Sbaglieremmo, infatti, a sentirci fuori pericolo.
E' innegabile che dal vertice di ieri ad Arcore la manovra ferragostana sia uscita migliorata, lievemente ma in modo quasi insperabile alla vigilia. Cancellate le due nuove aliquote Irpef (altro che «contributo di solidarietà»!); esclusa la sciagurata ipotesi di un aumento dell'Iva; l'abolizione delle Province - tutte - così come il dimezzamento del numero dei parlamentari inseriti in un ddl costituzionale. Insomma, tolte le parti più scabrose, le misure attraverso le quali in modo solo più vistoso delle altre avrebbero messo le mani nelle nostre tasche, è troppo poco per farci mutare il giudizio complessivo sulle due manovre, che come ha evidenziato il Sole sono basate per il 70% su nuove entrate («nell'ipotesi più ottimistica», secondo la Corte dei Conti, la pressione fiscale sfonderà quota 44% nel 2014: un livello mai raggiunto prima), mentre rinviano alle "calende greche" l'innalzamento dell'età pensionabile (settore in cui una vera riforma potrebbe valere decine di miliardi), agiscono troppo timidamente sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali (le norme si prestano a troppe interpretazioni) e mantengono ingessati i mercati delle professioni e dei servizi privati. Bene che si taglino molte poltrone e buona, se verrà confermata, la parte sul lavoro, con il rafforzamento della contrattazione aziendale, che potrà derogare dai contratti nazionali persino su parti dello Statuto dei lavoratori come l'articolo 18.
Dunque, niente aumento dell'Irpef, niente aumento dell'Iva, accontentati i comuni, che subiranno molti meno tagli. Come sarà possibile tutto ciò a saldi invariati? Mancherebbero all'appello circa 4 miliardi e l'impressione è che Tremonti abbia fatto ricorso al jolly di un maggior recupero dall'evasione e dall'elusione fiscale - il che significa che dobbiamo aspettarci nuovi odiosi strumenti di polizia tributaria, dopo che è già stato oltrepassato il "Piave" dell'inversione dell'onere della prova negli accertamenti - e che intenda puntare sulla delega assistenziale e fiscale per tirar fuori i quattrini che servono (con la spada di Damocle di 20 miliardi di minori agevolazioni Irpef). Insomma, le nostre tasche non sono affatto al riparo.
L'unica nota positiva - almeno per militanti e simpatizzanti - è politica: il Pdl ha reagito, non è rimasto alle corde come un pugile suonato, ottenendo almeno di evitare i provvedimenti simbolicamente più sputtananti. Ma purtroppo la sensazione è che il danno sia ormai irreparabile. La politica economica che avrebbe dovuto farci passare indenni o quasi dalla crisi è fallita e non si può neppure dire che non siano state messe le mani nelle tasche degli italiani. Un esempio? L'aumento dell'aliquota Ires di 4 punti percentuali, al 10,5%, sul settore energetico, e gli aumenti già decisi a luglio su banche e assicurazioni, chi credete che li pagherà? E con lo sblocco delle addizionali a chi credete che chiederanno i soldi comuni e regioni, giustificandosi con i tagli subiti? Per non parlare della patrimoniale sui conti titoli introdotta dalla prima manovra. Ed è ben lungi dall'essere una nota di merito l'accingersi solo ora, solo dopo 3 anni e mezzo di legislatura e solo perché ci si è trovati letteralmente con il coltello alla gola, a realizzare due riforme - l'abolizione delle province e il dimezzamento dei parlamentari - scritte nel programma di governo.
Era e resta impensabile aspettarsi a questo punto una rivoluzione di filosofia economica da parte del governo. L'errore è stato commesso all'inizio, da chi teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme e da chi li ha lasciati fare. Dal punto di vista politico è già tanto che siano arrivate correzioni marginali ma simbolicamente importanti. Bene per il Pdl, appunto, non per il Paese.
Le due manovre infatti non invertono il paradigma italiano: in difficoltà, lo Stato preleva nuove entrate anziché incidere in profondità sulla dinamica della spesa pubblica adottando un approccio zero-budgeting. Se una manovra di rientro di tale portata ha di per sé un effetto depressivo sull'economia, anche se fosse di soli tagli alla spesa, le due varate in due mesi dal governo, proprio perché costituite quasi per i tre quarti da nuove entrate, che determinano una rilevante compressione dei redditi, rischiano di accentuare ancor di più gli effetti depressivi. Effetti che il governo non si è nemmeno preoccupato di tamponare con vigorose riforme pro-crescita, per esempio quella fiscale e un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni a tappe forzate. Non si tratta solo di una questione di principio, ma di efficacia: una manovra per lo più di nuove entrate, con riforme strutturali troppo timide, quando abbozzate, deprime l'economia più di una di tagli alla spesa e quindi rischia di fallire l'obiettivo del pareggio di bilancio nonostante lo sfoggio di "rigore".
Friday, August 05, 2011
Agosto thriller
Un braccio di ferro, anzi una mano di poker alla texana tra il governo italiano e i mercati. Con il primo che ribadisce la solidità dei fondamentali italiani e lamenta che sono i mercati a sbagliarsi; e con i secondi che continuano a giocare al ribasso sui nostri titoli di Stato, il cui spread su quelli tedeschi ha superato la fatidica soglia di 400 punti (per poi ripiegare poco sotto). E' evidente che uno dei due giocatori al tavolo bluffa e francamente, pur comprendendone le ragioni (mostrandoci deboli in queste circostanze rischiamo solo di farci sbranare prima), temo che sia il governo.
Il discorso di due giorni fa alle Camere il premier poteva risparmiarselo. Non è stato solo deprimente per la mancanza di contenuti, ma persino ridicolmente suicida. I mercati possono talvolta agire irrazionalmente, ma se in questa crisi l'Italia è tra i più vulnerabili lo si deve all'immobilismo degli ultimi anni, all'ostinazione e all'arroganza con cui si è persino teorizzato che durante la crisi non si dovessero fare le riforme di cui da decenni si parla.
Particolarmente suicida quindi è stato alimentare l'attesa per un intervento solenne nella forma quanto del tutto privo di annunci di programma. E che, anzi, proprio per questo agli occhi dei mercati è apparso come una conferma della storica reticenza italiana ad attuare le necessarie riforme strutturali. Le cose da fare le sappiamo tutti, se ne dibatte da anni, ci vuole solo la volontà politica di farle. Invece, si tergiversa con l'ennesimo esercizio di retorica della «coesione» e della «concertazione».
Entro settembre ci sarà un «patto», peccato che intanto ad agosto l'incendio continuerà a divampare. Ma il nostro governo, ormai intronato, ha preferito condividere con le cosiddette "parti sociali" la responsabilità politica delle risposte alla crisi, anziché prendere atto del fallimento della manovra "meno tagli più tasse" e assumere subito due-tre decisioni chiave per tentare di scongiurare l'uscita nelle sale del thriller agostano che avrà come protagonista il nostro debito sovrano.
Lo sappiamo, la crisi è mondiale. Tocca entrambe le sponde dell'Atlantico. Dopo un secolo di progressiva espansione della spesa pubblica e dei debiti nazionali sta emergendo con chiarezza la loro insostenibilità, poiché per ripagarsi richiedono ritmi di crescita ormai impensabili per economie così avanzate, e comunque ostacolati proprio dal fardello pubblico. E' quanto sta accadendo, mentre lentamente ma inesorabilmente la Cina e gli altri grandi Paesi esportatori (Germania compresa), che hanno investito gran parte dei loro surplus commerciali nei debiti sovrani europei e americano, stanno alleggerendo la propria esposizione e diversificando i propri portafogli. Era prevedibile, inoltre, che prima o poi la Bce avrebbe rialzato i tassi d'interesse, di conseguenza spingendo in su anche i rendimenti sui titoli di Stato, italiani e non solo.
Se questo è il quadro generale, non bisogna scordarsi però che c'è una crisi specificamente italiana, che precede e segue la crisi globale. Lo ripeto su questo blog dal 2008: l'Italia entrava nella crisi già in crisi, e siccome quasi nulla è stato toccato per incidere sui fattori interni di questa lunga crisi, l'Italia era destinata ad uscire dalla crisi generale ancora immersa nella sua particolare crisi di debito elevatissimo e crescita asfittica. Solo che nel frattempo il paradigma è cambiato per davvero e i mercati - spinti anche dalla politica tedesca - hanno cominciato a distinguere il premio al rischio dei diversi Paesi dell'area euro. Si è chiuso l'ombrello dei minori interessi sul debito pubblico favoriti dai più bassi tassi di interesse dell'euro, che permetteva di rinviare sine die le riforme necessarie.
Cosa fare, dunque? Incidere in profondità sulla dinamica della spesa pubblica introducendo manovre zero-budgeting; innalzare con effetto immediato, già nel 2012, l'età di pensionamento delle donne nel pubblico e nel privato a 65 anni e completare nell'arco di cinque anni l'innalzamento per tutti a 67 anni; liberalizzare il mercato del lavoro, delle professioni e dei servizi; privatizzare i beni immobili (non gli asset strategici) di proprietà dello Stato, delle Regioni e degli enti locali (che ammontano secondo le stime della Commissione Finanze della Camera ad oltre 300 miliardi di euro); tagliare le tasse.
Il discorso di due giorni fa alle Camere il premier poteva risparmiarselo. Non è stato solo deprimente per la mancanza di contenuti, ma persino ridicolmente suicida. I mercati possono talvolta agire irrazionalmente, ma se in questa crisi l'Italia è tra i più vulnerabili lo si deve all'immobilismo degli ultimi anni, all'ostinazione e all'arroganza con cui si è persino teorizzato che durante la crisi non si dovessero fare le riforme di cui da decenni si parla.
Particolarmente suicida quindi è stato alimentare l'attesa per un intervento solenne nella forma quanto del tutto privo di annunci di programma. E che, anzi, proprio per questo agli occhi dei mercati è apparso come una conferma della storica reticenza italiana ad attuare le necessarie riforme strutturali. Le cose da fare le sappiamo tutti, se ne dibatte da anni, ci vuole solo la volontà politica di farle. Invece, si tergiversa con l'ennesimo esercizio di retorica della «coesione» e della «concertazione».
Entro settembre ci sarà un «patto», peccato che intanto ad agosto l'incendio continuerà a divampare. Ma il nostro governo, ormai intronato, ha preferito condividere con le cosiddette "parti sociali" la responsabilità politica delle risposte alla crisi, anziché prendere atto del fallimento della manovra "meno tagli più tasse" e assumere subito due-tre decisioni chiave per tentare di scongiurare l'uscita nelle sale del thriller agostano che avrà come protagonista il nostro debito sovrano.
Lo sappiamo, la crisi è mondiale. Tocca entrambe le sponde dell'Atlantico. Dopo un secolo di progressiva espansione della spesa pubblica e dei debiti nazionali sta emergendo con chiarezza la loro insostenibilità, poiché per ripagarsi richiedono ritmi di crescita ormai impensabili per economie così avanzate, e comunque ostacolati proprio dal fardello pubblico. E' quanto sta accadendo, mentre lentamente ma inesorabilmente la Cina e gli altri grandi Paesi esportatori (Germania compresa), che hanno investito gran parte dei loro surplus commerciali nei debiti sovrani europei e americano, stanno alleggerendo la propria esposizione e diversificando i propri portafogli. Era prevedibile, inoltre, che prima o poi la Bce avrebbe rialzato i tassi d'interesse, di conseguenza spingendo in su anche i rendimenti sui titoli di Stato, italiani e non solo.
Se questo è il quadro generale, non bisogna scordarsi però che c'è una crisi specificamente italiana, che precede e segue la crisi globale. Lo ripeto su questo blog dal 2008: l'Italia entrava nella crisi già in crisi, e siccome quasi nulla è stato toccato per incidere sui fattori interni di questa lunga crisi, l'Italia era destinata ad uscire dalla crisi generale ancora immersa nella sua particolare crisi di debito elevatissimo e crescita asfittica. Solo che nel frattempo il paradigma è cambiato per davvero e i mercati - spinti anche dalla politica tedesca - hanno cominciato a distinguere il premio al rischio dei diversi Paesi dell'area euro. Si è chiuso l'ombrello dei minori interessi sul debito pubblico favoriti dai più bassi tassi di interesse dell'euro, che permetteva di rinviare sine die le riforme necessarie.
Cosa fare, dunque? Incidere in profondità sulla dinamica della spesa pubblica introducendo manovre zero-budgeting; innalzare con effetto immediato, già nel 2012, l'età di pensionamento delle donne nel pubblico e nel privato a 65 anni e completare nell'arco di cinque anni l'innalzamento per tutti a 67 anni; liberalizzare il mercato del lavoro, delle professioni e dei servizi; privatizzare i beni immobili (non gli asset strategici) di proprietà dello Stato, delle Regioni e degli enti locali (che ammontano secondo le stime della Commissione Finanze della Camera ad oltre 300 miliardi di euro); tagliare le tasse.
Tuesday, July 19, 2011
Qualcosa di buono. Ma presto!
Venuto meno da parte del governo non solo l'impegno a modernizzare questo Paese in senso liberale, cioè a ridurre il peso dello Stato, ma anche il "minimo sindacale" del non mettere le mani nelle tasche degli italiani, il tempo per fare qualcosa di buono, per tentare di non essere travolti nel 2013 dai propri elettori inferociti, o per salvare almeno la faccia, c'è eccome. Basta volerlo. Ieri, per esempio, il ministro Calderoli ha presentato una buona proposta di riforma costituzionale, molto simile a quella approvata dal centrodestra nel 2005, ma poi bocciata a furor di popolo nel referendum confermativo del 2006; e molto simile anche alla cosiddetta "Bozza Violante", approvata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera nella precedente legislatura. Dimezzamento dei parlamentari (un taglio più netto, quasi del 50%); Senato federale, quindi superamento del bicameralismo perfetto; rafforzamento dei poteri del premier; sfiducia costruttiva e anti-ribaltoni. Riforme volte a rendere più snello ed efficiente il processo legislativo, più stabili i governi e le legislature, con un non trascurabile risparmio di denaro pubblico.
Riforme che sarebbero potute essere già in vigore se 5 anni fa non fossero state cancellate dagli italiani che si sono bevuti la propaganda del centrosinistra. Ve li ricordate, privi di qualsiasi senso del ridicolo, paventare i rischi "dittatura" e "secessione"? L'unica cosa che gl'importava era "no pasaran" le riforme del centrodestra, tanto che solo un anno più tardi la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto con un Senato federale, persino un lieve rafforzamento dei poteri del premier, sarebbero stati recepiti nella "Bozza Violante" e oggi, almeno a parole, fanno parte di quel pacchetto di riforme cosiddette "condivise".
Per questo la proposta Calderoli rappresenta una sfida anche per le opposizioni. Queste riforme - se ciascuno mantiene la propria parola - si possono approvare davvero in un batter d'occhio, esattamente come la manovra finanziaria (ovviamente rispettando i diversi tempi prescritti dalla Costituzione). Certo, tutto è perfettibile e migliorabile, ma è qualcosa (nella giusta direzione) contro il nulla. Già sarebbe importante che non parta la solita giostra di costituzionalisti militanti arruolati per eccepire ed obiettare, con dotte disquisizioni giuridiche il cui unico vero scopo è quello di far naufragare per l'ennesima volta queste piccole riforme solo per il fatto di essere proposte da un governo di centrodestra. In questo Paese tutti invocano "riforme riforme!", ma poi appena si tocca qualcosa si scoprono tutti per lo status quo. Ok, spacchiamo pure in quattro il capello, però poi non ci lamentiamo se non cambia mai nulla.
Ma in questo scenario - con i mercati pronti a divorarci, l'antipolitica con i suoi buoni motivi per montare come uno tsunami, la magistratura che sente l'odore di un nuovo '92 e il Parlamento che comincia a farsi intimidire - la riforma costituzionale non può bastare. E' l'emergenza economica che va affrontata di petto, ma in questo caso i margini temporali sono ancor più ristretti. Abbiamo circa due-tre settimane per incardinare due-tre riforme economiche chiave, nella speranza di mettere al riparo il nostro futuro. Qualcosa di buono, almeno per salvare la faccia, questo governo può ancora farlo, se solo lo volesse per davvero. Il tempo scarseggia, ma c'è. E' una questione di volontà politica. L'unico che può battere un colpo è lui, Berlusconi, ma la domanda è: è ancora in grado di agire, di riprendere il controllo di un governo ad oggi, de facto, a guida Napolitano-Tremonti?
Riforme che sarebbero potute essere già in vigore se 5 anni fa non fossero state cancellate dagli italiani che si sono bevuti la propaganda del centrosinistra. Ve li ricordate, privi di qualsiasi senso del ridicolo, paventare i rischi "dittatura" e "secessione"? L'unica cosa che gl'importava era "no pasaran" le riforme del centrodestra, tanto che solo un anno più tardi la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto con un Senato federale, persino un lieve rafforzamento dei poteri del premier, sarebbero stati recepiti nella "Bozza Violante" e oggi, almeno a parole, fanno parte di quel pacchetto di riforme cosiddette "condivise".
Per questo la proposta Calderoli rappresenta una sfida anche per le opposizioni. Queste riforme - se ciascuno mantiene la propria parola - si possono approvare davvero in un batter d'occhio, esattamente come la manovra finanziaria (ovviamente rispettando i diversi tempi prescritti dalla Costituzione). Certo, tutto è perfettibile e migliorabile, ma è qualcosa (nella giusta direzione) contro il nulla. Già sarebbe importante che non parta la solita giostra di costituzionalisti militanti arruolati per eccepire ed obiettare, con dotte disquisizioni giuridiche il cui unico vero scopo è quello di far naufragare per l'ennesima volta queste piccole riforme solo per il fatto di essere proposte da un governo di centrodestra. In questo Paese tutti invocano "riforme riforme!", ma poi appena si tocca qualcosa si scoprono tutti per lo status quo. Ok, spacchiamo pure in quattro il capello, però poi non ci lamentiamo se non cambia mai nulla.
Ma in questo scenario - con i mercati pronti a divorarci, l'antipolitica con i suoi buoni motivi per montare come uno tsunami, la magistratura che sente l'odore di un nuovo '92 e il Parlamento che comincia a farsi intimidire - la riforma costituzionale non può bastare. E' l'emergenza economica che va affrontata di petto, ma in questo caso i margini temporali sono ancor più ristretti. Abbiamo circa due-tre settimane per incardinare due-tre riforme economiche chiave, nella speranza di mettere al riparo il nostro futuro. Qualcosa di buono, almeno per salvare la faccia, questo governo può ancora farlo, se solo lo volesse per davvero. Il tempo scarseggia, ma c'è. E' una questione di volontà politica. L'unico che può battere un colpo è lui, Berlusconi, ma la domanda è: è ancora in grado di agire, di riprendere il controllo di un governo ad oggi, de facto, a guida Napolitano-Tremonti?
Friday, July 15, 2011
I "mostri" della crisi non basta vederli...
... bisogna anche saperli abbattere
Tremonti rischia di passare alla storia come il ministro che aveva capito tutto in anticipo ma che ciò nonostante non ha saputo evitare il peggio. Aveva previsto la crisi della finanza e poi il trasferimento di quella crisi sui debiti nazionali, coniando l'efficace metafora della crisi come un videogioco dai "mostri" multiformi. I "mostri" li ha visti in tempo, ma non ha saputo abbatterli. Tremonti per primo ci ha spiegato, e ancora ama ripetere nelle sue lezioncine, che la crisi imponeva un cambiamento di paradigma, eppure lui stesso non ha saputo trarne le dovute conseguenze, sul piano nazionale e per le funzioni che è chiamato a svolgere. Mentre tutto questo accadeva, infatti, Tremonti, insieme al suo compare Sacconi, ci ripeteva che non si potevano fare le riforme durante la crisi.
Quindi avanti così, limitandoci a stringere (giustamente) i cordoni della borsa - ché tanto gli stimoli fiscali, come dimostrano i miliardi di dollari spesi dai contribuenti americani per volere di Obama, sono perfettamente inutili - e con piccoli grandi aggiustamenti contabili, che ci hanno permesso di non sprofondare come la Grecia. Ma adesso sta arrivando il conto di quell'immobilismo e potrebbe essere salatissimo. Il paradigma, nel frattempo, è cambiato davvero, non solo a parole. C'è molta liquidità nei mercati, ma gli investitori sono molto più diffidenti. Che uno Stato indebitato, anche se europeo, possa fallire non è più un'ipotesi così inimmaginabile e allora ecco che ottenere credito costa di più. Soprattutto se non cresci a ritmi tali da poterti permettere di pagare certi interessi. Allora sono guai.
L'Italia entrava nella crisi esattamente in questa situazione: con un debito alto e una crescita anemica. Allora bastava semplicemente restare al di sotto del rapporto deficit/Pil fissato da Maastricht al 3% (ricordate? Sembra passata una vita); ora, ci viene imposto il pareggio di bilancio e un rapporto debito/Pil del 60%. I parametri sono cambiati, quindi se qualcuno pensava che potessimo uscire dalla crisi esattamente come c'eravamo entrati - cioè con debito alto e crescita anemica - be', si sbagliava di grosso. Il fatto che nella nostra debolezza siamo "stabili", che siamo diventati esperti nel gestirla, e quindi per i nostri parametri i "conti sono in ordine", non basta più. E ha ragione Tremonti quando dice che il bilancio si fa per legge, ma la crescita non è nella disponibilità di un governo. Ma proprio per questo riforme strutturali dovevano essere avviate per tempo, mentre adesso rischiamo l'ennesima spremuta di tasse e una nuova svendita di aziende di Stato (con la differenza che stavolta ci sono rimaste solo le migliori).
Non che vada preso per oro colato ciò che scrivono, ma Alesina e Giavazzi, sul Corriere di oggi, spiegano - come anch'io suggerivo nel mio post di ieri - che l'ingresso dell'Italia nel gruppo dei Paesi a rischio, ormai quasi come la Spagna, è principalmente dovuto alla delusione dei mercati per una manovra «troppo sbilanciata sul lato delle entrate e poco sul taglio delle spese», fatta delle solite misure contabili e non di riforme strutturali. Perché altrimenti, non essendo sopravvenute novità nei fondamentali di finanza pubblica e di crescita, gli spread sui titoli italiani avrebbero preso a salire al ritmo di quelli spagnoli solo immediatamente dopo la pubblicazione del decreto?
Gli investitori non si fanno impressionare più solo da cifre roboanti. Valutano la qualità e la credibilità di una manovra. Non si preoccupano più solo del rigore, ma di capire se è in grado di favorire una crescita sostenuta nel lungo periodo. Se, per esempio, ci sono troppe tasse, vuol dire che i soldi in più raccolti oggi verranno presto bruciati e l'attitudine dei politici alla spesa non cambierà di molto. Così come rinviare al 31 dicembre del 2013 non già le privatizzazioni, ma una norma che dovrebbe solo semplificare le procedure di vendita, o addirittura al 2032 l'innalzamento delle pensioni delle donne nel privato, dev'essere apparso una presa in giro, quasi più opportuno non inserirle affatto.
Non che la colpa sia solo di Tremonti. Berlusconi e i partiti di maggioranza conoscevano bene le sue idee quando gli hanno affidato il Tesoro, e non sono stati in grado di sbloccare questo stato di inerzia che tutto sommato faceva comodo anche a loro, perché rinviava negli anni il momento di scelte delicate e politicamente costose. Si è trattato di un deficit di leadership e di convinzioni. E Berlusconi, per motivi anagrafici ma soprattutto per gli attacchi mediatico-giudiziari cui è costretto a far fronte, non pare in grado di rimettersi al timone, di ripuntare l'azione politica del suo governo verso la destinazione promessa agli elettori del centrodestra. Anzi, appare sempre più esautorato, tanto che l'impressione è quella di trovarci già oggi, de facto, sotto un "governo del presidente", cioè del presidente della Repubblica.
L'esperienza di altre crisi finanziarie, avvertono Alesina e Giavazzi, insegna che «la metà di agosto è un momento propizio per gli attacchi», perché «i mercati sono poco liquidi e le decisioni di un piccolo numero di investitori sono facilmente amplificate». Abbiamo quindi ancora qualche settimana di tempo per almeno incardinare due-tre riforme strutturali che convincano i mercati che l'Italia sta davvero mutando paradigma sul peso e il perimetro dello Stato.
Tremonti rischia di passare alla storia come il ministro che aveva capito tutto in anticipo ma che ciò nonostante non ha saputo evitare il peggio. Aveva previsto la crisi della finanza e poi il trasferimento di quella crisi sui debiti nazionali, coniando l'efficace metafora della crisi come un videogioco dai "mostri" multiformi. I "mostri" li ha visti in tempo, ma non ha saputo abbatterli. Tremonti per primo ci ha spiegato, e ancora ama ripetere nelle sue lezioncine, che la crisi imponeva un cambiamento di paradigma, eppure lui stesso non ha saputo trarne le dovute conseguenze, sul piano nazionale e per le funzioni che è chiamato a svolgere. Mentre tutto questo accadeva, infatti, Tremonti, insieme al suo compare Sacconi, ci ripeteva che non si potevano fare le riforme durante la crisi.
Quindi avanti così, limitandoci a stringere (giustamente) i cordoni della borsa - ché tanto gli stimoli fiscali, come dimostrano i miliardi di dollari spesi dai contribuenti americani per volere di Obama, sono perfettamente inutili - e con piccoli grandi aggiustamenti contabili, che ci hanno permesso di non sprofondare come la Grecia. Ma adesso sta arrivando il conto di quell'immobilismo e potrebbe essere salatissimo. Il paradigma, nel frattempo, è cambiato davvero, non solo a parole. C'è molta liquidità nei mercati, ma gli investitori sono molto più diffidenti. Che uno Stato indebitato, anche se europeo, possa fallire non è più un'ipotesi così inimmaginabile e allora ecco che ottenere credito costa di più. Soprattutto se non cresci a ritmi tali da poterti permettere di pagare certi interessi. Allora sono guai.
L'Italia entrava nella crisi esattamente in questa situazione: con un debito alto e una crescita anemica. Allora bastava semplicemente restare al di sotto del rapporto deficit/Pil fissato da Maastricht al 3% (ricordate? Sembra passata una vita); ora, ci viene imposto il pareggio di bilancio e un rapporto debito/Pil del 60%. I parametri sono cambiati, quindi se qualcuno pensava che potessimo uscire dalla crisi esattamente come c'eravamo entrati - cioè con debito alto e crescita anemica - be', si sbagliava di grosso. Il fatto che nella nostra debolezza siamo "stabili", che siamo diventati esperti nel gestirla, e quindi per i nostri parametri i "conti sono in ordine", non basta più. E ha ragione Tremonti quando dice che il bilancio si fa per legge, ma la crescita non è nella disponibilità di un governo. Ma proprio per questo riforme strutturali dovevano essere avviate per tempo, mentre adesso rischiamo l'ennesima spremuta di tasse e una nuova svendita di aziende di Stato (con la differenza che stavolta ci sono rimaste solo le migliori).
Non che vada preso per oro colato ciò che scrivono, ma Alesina e Giavazzi, sul Corriere di oggi, spiegano - come anch'io suggerivo nel mio post di ieri - che l'ingresso dell'Italia nel gruppo dei Paesi a rischio, ormai quasi come la Spagna, è principalmente dovuto alla delusione dei mercati per una manovra «troppo sbilanciata sul lato delle entrate e poco sul taglio delle spese», fatta delle solite misure contabili e non di riforme strutturali. Perché altrimenti, non essendo sopravvenute novità nei fondamentali di finanza pubblica e di crescita, gli spread sui titoli italiani avrebbero preso a salire al ritmo di quelli spagnoli solo immediatamente dopo la pubblicazione del decreto?
Gli investitori non si fanno impressionare più solo da cifre roboanti. Valutano la qualità e la credibilità di una manovra. Non si preoccupano più solo del rigore, ma di capire se è in grado di favorire una crescita sostenuta nel lungo periodo. Se, per esempio, ci sono troppe tasse, vuol dire che i soldi in più raccolti oggi verranno presto bruciati e l'attitudine dei politici alla spesa non cambierà di molto. Così come rinviare al 31 dicembre del 2013 non già le privatizzazioni, ma una norma che dovrebbe solo semplificare le procedure di vendita, o addirittura al 2032 l'innalzamento delle pensioni delle donne nel privato, dev'essere apparso una presa in giro, quasi più opportuno non inserirle affatto.
Non che la colpa sia solo di Tremonti. Berlusconi e i partiti di maggioranza conoscevano bene le sue idee quando gli hanno affidato il Tesoro, e non sono stati in grado di sbloccare questo stato di inerzia che tutto sommato faceva comodo anche a loro, perché rinviava negli anni il momento di scelte delicate e politicamente costose. Si è trattato di un deficit di leadership e di convinzioni. E Berlusconi, per motivi anagrafici ma soprattutto per gli attacchi mediatico-giudiziari cui è costretto a far fronte, non pare in grado di rimettersi al timone, di ripuntare l'azione politica del suo governo verso la destinazione promessa agli elettori del centrodestra. Anzi, appare sempre più esautorato, tanto che l'impressione è quella di trovarci già oggi, de facto, sotto un "governo del presidente", cioè del presidente della Repubblica.
L'esperienza di altre crisi finanziarie, avvertono Alesina e Giavazzi, insegna che «la metà di agosto è un momento propizio per gli attacchi», perché «i mercati sono poco liquidi e le decisioni di un piccolo numero di investitori sono facilmente amplificate». Abbiamo quindi ancora qualche settimana di tempo per almeno incardinare due-tre riforme strutturali che convincano i mercati che l'Italia sta davvero mutando paradigma sul peso e il perimetro dello Stato.
Thursday, July 14, 2011
Di certo ci sono solo le tasse (e la morte)
Il bivio l'ha indicato in tutta la sua drammaticità l'ormai ex governatore Draghi parlando ieri all'assemblea Abi: o ulteriori tagli alla spesa, o nuove tasse. Tertium non datur. Ebbene, il governo sembra aver già scelto: il rafforzamento della manovra, reso urgente dalla sfiducia manifestata dai mercati sulla prima versione, è quasi tutto basato su nuove tasse e su misure estemporanee da Prima Repubblica, non strutturali. Solo ritocchi cosmetici, insomma, e impegni vaghi per il futuro, mentre è tutt'altro che cosmetico l'aggravio fiscale: 20 miliardi di minori agevolazioni Irpef. La norma scatta subito per il 2013-2014, e non si applica solo se entro il 30 settembre 2013 (sotto un nuovo governo, dunque) verrà esercitata la delega fiscale e assistenziale in modo da rendere gli stessi importi tramite tagli alle spese inutili.
Adesso, a mente fredda, appare sempre più evidente che l'inclusione dell'Italia nel gruppo dei Paesi dell'euro che i mercati percepiscono a rischio default (e ci rimarrà a lungo a prescindere dal sali-scendi quotidiano) è stata principalmente dovuta alla delusione per una manovra anche pesante, ma certo non strutturale, tanto che l'attacco ai titoli di Stato è esploso un minuto dopo la pubblicazione del decreto. Eppure, questa emergenza rappresentava anche una opportunità senza precedenti, ghiottissima, per imporre al Paese una vera rivoluzione fiscale, sia sul lato della spesa che su quello delle tasse, un nuovo paradigma del ruolo dello Stato, insomma la svolta che da 17 anni il centrodestra promette ai suoi elettori senza mai nemmeno provare ad attuarla. Per esempio, passando subito al cosiddetto "zero-based budgeting".
Invece, un'altra, l'ennesima occasione d'oro sperperata. La manovra è una somma di rattoppi, che forse (ma non è neanche certo) rassicura i mercati nel breve termine, ma manca una visione dello Stato, e del suo rapporto con i cittadini, diversa da quella attuale, colpevole dell'alto debito e della crescita anemica che stanno soffocando il nostro Paese. Una parte consistente del risanamento viene addirittura conseguito tramite nuove tasse, due quinti della manovra nel 2013 e oltre un quarto nel 2014, il che rischia di provocare un aumento non lieve della pressione fiscale, già a livelli insopportabili, e quindi di deprimere ancor di più l'economia.
Senza contare che già da lunedì, alla riapertura dei mercati, gli investitori potrebbero ritenere non sufficienti i «rafforzamenti» predisposti. Una bocciatura che potrebbe davvero aprire la strada all'ipotesi preferita - ma per ora velleiteria - delle opposizioni: il governissimo. Che ovviamente è garanzia di ulteriore instabilità e di ulteriori patrimoniali. Si sta scherzando con il fuoco, insomma, perché non si è ancora capito che con la doppia crisi - prima del debito privato, poi dei debiti sovrani - sono mutati profondamente gli standard nella concessione del credito. Gli Stati non vengono più considerati al riparo da fallimenti (persino gli Usa), quindi la fiducia dei mercati va conquistata con i fatti e non con le promesse (questo entro il 2013, quello entro il 2014, l'altro entro il 2020, se non entro il 2050, sono tutte scadenze risibili, che non si beve più nessuno).
Non scandalizzano i ticket per i codici bianchi in pronto soccorso e sugli esami specialistici, strumento che può risultare efficace per responsabilizzare gli utenti rispetto all'inarrestabile ascesa della spesa sanitaria, né la minore rivalutazione sulle pensioni medie e il "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro. Viene rimodulata la patrimoniale sui titoli di Stato, ma resta una patrimoniale e si mettono a bilancio fino al 2014 nuove cospicue entrate sottintendendo che i risparmiatori non reagiranno al salasso chiudendo i loro conti.
Il vero scandalo però sono il rinvio sine die delle riforme strutturali, gli impegni troppo vaghi e lontani nel tempo sulle privatizzioni, sulle liberalizzazioni e sulla riduzione dei costi della politica. Si anticipa al 2013 l'aggancio delle pensioni all'aspettativa di vita, ma perché non dal 2012? Mentre l'innalzamento a 65 anni dell'età pensionabile delle donne anche nel privato viene rinviato di due decenni. Rinviato di fatto alla prossima legislatura anche il ritorno alle privatizzazioni: entro il 31 dicembre 2013 (fra due anni e mezzo!) una legge quadro dovrebbe semplificare il percorso delle dismissioni delle partecipazioni dello Stato e da lì si potrà ragionare su cosa e come dismettere. Ci arriveremo a quella data?
Anche sulle liberalizzazioni, la manovra prevede impegni spostati nel futuro: da qui a otto mesi cosa e come liberalizzare sarà deciso dal governo insieme alle corporazioni. Non si toccano le professioni con l'esame di Stato, il che è come dire che non si tocca nulla, e per le altre saranno le corporazioni stesse che saranno chiamate ad elaborare, in accordo col governo, nuove regole. E vi pare che qualche corporazione sia disposta a liberalizzare se stessa. Sarebbe comprensibile se la ritrosia del centrodestra fosse dovuta alla preoccupazione di salvaguardare la propria "costituency" elettorale? Ma pare non sia solo così. Perché, infatti, non liberalizzare il mercato del lavoro (abolendo l'articolo 18) e il mercato dell'istruzione superiore, abolendo il valore legale della laurea e riformando la casta universitaria?
Adesso, a mente fredda, appare sempre più evidente che l'inclusione dell'Italia nel gruppo dei Paesi dell'euro che i mercati percepiscono a rischio default (e ci rimarrà a lungo a prescindere dal sali-scendi quotidiano) è stata principalmente dovuta alla delusione per una manovra anche pesante, ma certo non strutturale, tanto che l'attacco ai titoli di Stato è esploso un minuto dopo la pubblicazione del decreto. Eppure, questa emergenza rappresentava anche una opportunità senza precedenti, ghiottissima, per imporre al Paese una vera rivoluzione fiscale, sia sul lato della spesa che su quello delle tasse, un nuovo paradigma del ruolo dello Stato, insomma la svolta che da 17 anni il centrodestra promette ai suoi elettori senza mai nemmeno provare ad attuarla. Per esempio, passando subito al cosiddetto "zero-based budgeting".
Invece, un'altra, l'ennesima occasione d'oro sperperata. La manovra è una somma di rattoppi, che forse (ma non è neanche certo) rassicura i mercati nel breve termine, ma manca una visione dello Stato, e del suo rapporto con i cittadini, diversa da quella attuale, colpevole dell'alto debito e della crescita anemica che stanno soffocando il nostro Paese. Una parte consistente del risanamento viene addirittura conseguito tramite nuove tasse, due quinti della manovra nel 2013 e oltre un quarto nel 2014, il che rischia di provocare un aumento non lieve della pressione fiscale, già a livelli insopportabili, e quindi di deprimere ancor di più l'economia.
Senza contare che già da lunedì, alla riapertura dei mercati, gli investitori potrebbero ritenere non sufficienti i «rafforzamenti» predisposti. Una bocciatura che potrebbe davvero aprire la strada all'ipotesi preferita - ma per ora velleiteria - delle opposizioni: il governissimo. Che ovviamente è garanzia di ulteriore instabilità e di ulteriori patrimoniali. Si sta scherzando con il fuoco, insomma, perché non si è ancora capito che con la doppia crisi - prima del debito privato, poi dei debiti sovrani - sono mutati profondamente gli standard nella concessione del credito. Gli Stati non vengono più considerati al riparo da fallimenti (persino gli Usa), quindi la fiducia dei mercati va conquistata con i fatti e non con le promesse (questo entro il 2013, quello entro il 2014, l'altro entro il 2020, se non entro il 2050, sono tutte scadenze risibili, che non si beve più nessuno).
Non scandalizzano i ticket per i codici bianchi in pronto soccorso e sugli esami specialistici, strumento che può risultare efficace per responsabilizzare gli utenti rispetto all'inarrestabile ascesa della spesa sanitaria, né la minore rivalutazione sulle pensioni medie e il "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro. Viene rimodulata la patrimoniale sui titoli di Stato, ma resta una patrimoniale e si mettono a bilancio fino al 2014 nuove cospicue entrate sottintendendo che i risparmiatori non reagiranno al salasso chiudendo i loro conti.
Il vero scandalo però sono il rinvio sine die delle riforme strutturali, gli impegni troppo vaghi e lontani nel tempo sulle privatizzioni, sulle liberalizzazioni e sulla riduzione dei costi della politica. Si anticipa al 2013 l'aggancio delle pensioni all'aspettativa di vita, ma perché non dal 2012? Mentre l'innalzamento a 65 anni dell'età pensionabile delle donne anche nel privato viene rinviato di due decenni. Rinviato di fatto alla prossima legislatura anche il ritorno alle privatizzazioni: entro il 31 dicembre 2013 (fra due anni e mezzo!) una legge quadro dovrebbe semplificare il percorso delle dismissioni delle partecipazioni dello Stato e da lì si potrà ragionare su cosa e come dismettere. Ci arriveremo a quella data?
Anche sulle liberalizzazioni, la manovra prevede impegni spostati nel futuro: da qui a otto mesi cosa e come liberalizzare sarà deciso dal governo insieme alle corporazioni. Non si toccano le professioni con l'esame di Stato, il che è come dire che non si tocca nulla, e per le altre saranno le corporazioni stesse che saranno chiamate ad elaborare, in accordo col governo, nuove regole. E vi pare che qualche corporazione sia disposta a liberalizzare se stessa. Sarebbe comprensibile se la ritrosia del centrodestra fosse dovuta alla preoccupazione di salvaguardare la propria "costituency" elettorale? Ma pare non sia solo così. Perché, infatti, non liberalizzare il mercato del lavoro (abolendo l'articolo 18) e il mercato dell'istruzione superiore, abolendo il valore legale della laurea e riformando la casta universitaria?
Wednesday, July 13, 2011
Abbassa la cresta, caro Giulio
Hai ragione, «sono stati persi tre anni». Da voi.
Pur dimesso nel tono della voce, il ministro Tremonti ha proferito all'assemblea dell'Abi la sua lezione sulla crisi. Se l'è presa con gli strumenti finanziari, con il deficit di governance nell'Ue («è in discussione l'idea stessa di Europa»), con il debito degli Stati, appesantito perché con i salvataggi si è accollato i debiti privati, con il balzo degli spread che è un problema «non del singolo Stato, ma della struttura complessiva». Tutto vero, verissimo, ma abbassa la cresta, caro Giulio, un po' d'autocritica, please, perché la tua manovra ha fallito, va riscritta e rischia di farci perdere molti soldi.
«Sono stati persi tre anni» e «nulla è stato fatto di quello che andava fatto», recrimina Tremonti. Ma se questo è vero a livello europeo e globale, è ancor più vero per quanto riguarda l'Italia, caro Giulio! Chi è che teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme? Il nostro debito alto non deriva dai salvataggi delle banche, ma da tre decenni di spesa incontrollata, e la crescita anemica dura da almeno un decennio. Malattie del nostro Paese che precedevano la crisi, con cui la crisi non c'entra nulla, che andavano curate indipendentemente dalla crisi e che stanno sopravvivendo alla crisi per l'immobilismo del governo e del suo ministro del Tesoro.
E l'ennesima manovra, quella che doveva evitare all'Italia di entrare a far parte del gruppo dei Paesi dell'euro a rischio default, ha fallito. Oltre a essere illiberale, si è rivelata insufficiente, perché indugia in una serie di misure ragionieristiche e di balzelli da Prima Repubblica, rinviando all'«anno del mai» i risparmi e le riforme strutturali, nonché la questione della crescita. In pratica, rinvia le scelte, non "governa". I mercati se ne sono accorti benissimo, e infatti hanno aspettato la pubblicazione del decreto prima di includere anche l'Italia nel moto di sfiducia che sta colpendo il ventre molle dell'area euro.
Di questo fallimento sono responsabili in primo luogo Tremonti, artefice dell'impianto e della "filosofia" della manovra, dominus della politica economica del governo, che fino ad ora aveva avuto per lo meno il merito di aver resistito alle sirene pro spesa interne ed esterne all'Esecutivo, ma che oggi palesa tutti i suoi limiti di visione politica e culturale; e in secondo luogo, Berlusconi e gli altri ministri, che hanno lasciato carta bianca a Tremonti e, anzi, avrebbero voluto una manovra ancor più annacquata. Errori grossolani, per mancanza totale di consapevolezza della gravità del momento ma soprattutto - ancor più grave - per mancanza di ambizione politica.
L'azzeramento del deficit, infatti, dovrebbe rappresentare - ancor di più agli occhi di un governo di centrodestra - un risultato epocale per l'Italia, da rivendicare con fierezza dinanzi all'opinione pubblica, e non da far passare come imposizione che viene dall'esterno, da rinviare il più possibile e di cui scusarsi con il cappello in mano di fronte ai cittadini. Certo è che se ci si muove con la destrezza di ladri che si aggirano notte tempo nelle tasche degli italiani, allora è ovvio che venga vissuta in questo modo. E' questo deficit direi culturale, l'incapacità di individuare e far propri nell'azione di governo obiettivi di cambiamento ambiziosi, il fallimento più grande.
E se il centrodestra, il Pdl in particolare, in futuro vorrà rinascere dalle ceneri di oggi, dovrà fare piazza pulita della cultura politica del duo Tremonti-Sacconi, che durante la crisi ripetevano che nulla si dovesse toccare, e che ancora oggi solo la sveglia dei mercati induce a muovere alcuni timidi passi. Pare infatti che il governo sarà costretto a far rientrare dalla finestra ciò che aveva inopinatamente fatto uscire dal proprio orizzonte politico di questi anni e, di conseguenza, anche dalla manovra: Tremonti ha confermato, intervenendo all'assemblea Abi, che privatizzazioni (vendita di aziende di Stato e municipalizzate) e liberalizzazioni entrano nella manovra. Un suicidio politico, un esercizio di tafazzismo, farsi imporre dall'Ue e dai mercati qualcosa che tra l'altro faceva parte dei propri programmi elettorali del 2008 e delle elezioni precedenti.
Privatizzare, privatizzare, privatizzare, dunque. Se si vuole davvero aggredire il debito, lo sanno tutti, è condizione necessaria (ma non sufficiente), come indicano anche Perotti e Zingales, oggi sul Sole 24 Ore, nel loro "programma" per il pareggio di bilancio. Una vera e propria dichiarazione di guerra ai "poteri forti" e parassitari del Paese: aziende di Stato, fondazioni bancarie (il presidente dell'Abi ha già replicato stizzito), municipalizzate, politici, burocrazia. Se entro sei mesi dal confronto tra il governo e le associazioni non usciranno regole ed eccezioni, scatteranno per tutti i settori automaticamente le liberalizzazioni.
Pare, inoltre, che Tremonti si sia deciso a presentare in Cdm un disegno di legge, promesso da mesi, per inserire nella Costituzione i vincoli Ue sul debito. Benissimo, ma allo stesso tempo bisogna inserire anche un tetto alla pressione fiscale, altrimenti il solo vincolo di bilancio rischia di tradursi in una spremuta di tasse senza fine. Ma la vera rivoluzione sarebbe quella (invocata da sempre dal solo Giannino, a quanto mi risulta) di passare dalle manovre fatte sugli aumenti tendenziali della spesa, per cui in termini reali la spesa corrente cresce sempre, e con essa le entrate, al cosiddetto "zero-based budgeting", in cui è l'intero budget di ciascun ente di spesa ad essere rivisto. «Se non si incide anche su altre voci di spesa - ha avvertito Draghi oggi all'assemblea Abi - il ricorso alla delega fiscale e assistenziale per completare la manovra nel 2013-2014 non potrà evitare un aumento delle imposte». Cioè, quella delega concepita originariamente per mantenere la promessa di ridurre le tasse, rischia di trasformarsi nell'occasione per un salasso.
E' deprimente, infatti, che i soli soldi veri che entreranno di sicuro nella manovra siano i 15 miliardi della cosiddetta "clausola di salvaguardia", il taglio del 15% su tutte le agevolazioni fiscali che scatterà in automatico dal 2013 nel caso non si desse corso alla delega fiscale che prevede il riordino delle prestazioni assistenziali per lo stesso importo (in pratica, aumenti Irpef tramite eliminazione di deduzioni e detrazioni), e che l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel privato subirà, pare, un ritocco solo cosmetico, rimanendo previsto a regime entro una data semplicemente ridicola (il 2029). In tutto questo, il contributo alla manovra da parte delle opposizioni (preoccupate delle indicizzazioni delle pensioni, della progressività del bollo sui depositi titoli e della norma sull'ammortamento per le società concessionarie) conferma l'assenza di alternative credibili in termini di austerità e crescita.
Pur dimesso nel tono della voce, il ministro Tremonti ha proferito all'assemblea dell'Abi la sua lezione sulla crisi. Se l'è presa con gli strumenti finanziari, con il deficit di governance nell'Ue («è in discussione l'idea stessa di Europa»), con il debito degli Stati, appesantito perché con i salvataggi si è accollato i debiti privati, con il balzo degli spread che è un problema «non del singolo Stato, ma della struttura complessiva». Tutto vero, verissimo, ma abbassa la cresta, caro Giulio, un po' d'autocritica, please, perché la tua manovra ha fallito, va riscritta e rischia di farci perdere molti soldi.
«Sono stati persi tre anni» e «nulla è stato fatto di quello che andava fatto», recrimina Tremonti. Ma se questo è vero a livello europeo e globale, è ancor più vero per quanto riguarda l'Italia, caro Giulio! Chi è che teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme? Il nostro debito alto non deriva dai salvataggi delle banche, ma da tre decenni di spesa incontrollata, e la crescita anemica dura da almeno un decennio. Malattie del nostro Paese che precedevano la crisi, con cui la crisi non c'entra nulla, che andavano curate indipendentemente dalla crisi e che stanno sopravvivendo alla crisi per l'immobilismo del governo e del suo ministro del Tesoro.
E l'ennesima manovra, quella che doveva evitare all'Italia di entrare a far parte del gruppo dei Paesi dell'euro a rischio default, ha fallito. Oltre a essere illiberale, si è rivelata insufficiente, perché indugia in una serie di misure ragionieristiche e di balzelli da Prima Repubblica, rinviando all'«anno del mai» i risparmi e le riforme strutturali, nonché la questione della crescita. In pratica, rinvia le scelte, non "governa". I mercati se ne sono accorti benissimo, e infatti hanno aspettato la pubblicazione del decreto prima di includere anche l'Italia nel moto di sfiducia che sta colpendo il ventre molle dell'area euro.
Di questo fallimento sono responsabili in primo luogo Tremonti, artefice dell'impianto e della "filosofia" della manovra, dominus della politica economica del governo, che fino ad ora aveva avuto per lo meno il merito di aver resistito alle sirene pro spesa interne ed esterne all'Esecutivo, ma che oggi palesa tutti i suoi limiti di visione politica e culturale; e in secondo luogo, Berlusconi e gli altri ministri, che hanno lasciato carta bianca a Tremonti e, anzi, avrebbero voluto una manovra ancor più annacquata. Errori grossolani, per mancanza totale di consapevolezza della gravità del momento ma soprattutto - ancor più grave - per mancanza di ambizione politica.
L'azzeramento del deficit, infatti, dovrebbe rappresentare - ancor di più agli occhi di un governo di centrodestra - un risultato epocale per l'Italia, da rivendicare con fierezza dinanzi all'opinione pubblica, e non da far passare come imposizione che viene dall'esterno, da rinviare il più possibile e di cui scusarsi con il cappello in mano di fronte ai cittadini. Certo è che se ci si muove con la destrezza di ladri che si aggirano notte tempo nelle tasche degli italiani, allora è ovvio che venga vissuta in questo modo. E' questo deficit direi culturale, l'incapacità di individuare e far propri nell'azione di governo obiettivi di cambiamento ambiziosi, il fallimento più grande.
E se il centrodestra, il Pdl in particolare, in futuro vorrà rinascere dalle ceneri di oggi, dovrà fare piazza pulita della cultura politica del duo Tremonti-Sacconi, che durante la crisi ripetevano che nulla si dovesse toccare, e che ancora oggi solo la sveglia dei mercati induce a muovere alcuni timidi passi. Pare infatti che il governo sarà costretto a far rientrare dalla finestra ciò che aveva inopinatamente fatto uscire dal proprio orizzonte politico di questi anni e, di conseguenza, anche dalla manovra: Tremonti ha confermato, intervenendo all'assemblea Abi, che privatizzazioni (vendita di aziende di Stato e municipalizzate) e liberalizzazioni entrano nella manovra. Un suicidio politico, un esercizio di tafazzismo, farsi imporre dall'Ue e dai mercati qualcosa che tra l'altro faceva parte dei propri programmi elettorali del 2008 e delle elezioni precedenti.
Privatizzare, privatizzare, privatizzare, dunque. Se si vuole davvero aggredire il debito, lo sanno tutti, è condizione necessaria (ma non sufficiente), come indicano anche Perotti e Zingales, oggi sul Sole 24 Ore, nel loro "programma" per il pareggio di bilancio. Una vera e propria dichiarazione di guerra ai "poteri forti" e parassitari del Paese: aziende di Stato, fondazioni bancarie (il presidente dell'Abi ha già replicato stizzito), municipalizzate, politici, burocrazia. Se entro sei mesi dal confronto tra il governo e le associazioni non usciranno regole ed eccezioni, scatteranno per tutti i settori automaticamente le liberalizzazioni.
Pare, inoltre, che Tremonti si sia deciso a presentare in Cdm un disegno di legge, promesso da mesi, per inserire nella Costituzione i vincoli Ue sul debito. Benissimo, ma allo stesso tempo bisogna inserire anche un tetto alla pressione fiscale, altrimenti il solo vincolo di bilancio rischia di tradursi in una spremuta di tasse senza fine. Ma la vera rivoluzione sarebbe quella (invocata da sempre dal solo Giannino, a quanto mi risulta) di passare dalle manovre fatte sugli aumenti tendenziali della spesa, per cui in termini reali la spesa corrente cresce sempre, e con essa le entrate, al cosiddetto "zero-based budgeting", in cui è l'intero budget di ciascun ente di spesa ad essere rivisto. «Se non si incide anche su altre voci di spesa - ha avvertito Draghi oggi all'assemblea Abi - il ricorso alla delega fiscale e assistenziale per completare la manovra nel 2013-2014 non potrà evitare un aumento delle imposte». Cioè, quella delega concepita originariamente per mantenere la promessa di ridurre le tasse, rischia di trasformarsi nell'occasione per un salasso.
E' deprimente, infatti, che i soli soldi veri che entreranno di sicuro nella manovra siano i 15 miliardi della cosiddetta "clausola di salvaguardia", il taglio del 15% su tutte le agevolazioni fiscali che scatterà in automatico dal 2013 nel caso non si desse corso alla delega fiscale che prevede il riordino delle prestazioni assistenziali per lo stesso importo (in pratica, aumenti Irpef tramite eliminazione di deduzioni e detrazioni), e che l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel privato subirà, pare, un ritocco solo cosmetico, rimanendo previsto a regime entro una data semplicemente ridicola (il 2029). In tutto questo, il contributo alla manovra da parte delle opposizioni (preoccupate delle indicizzazioni delle pensioni, della progressività del bollo sui depositi titoli e della norma sull'ammortamento per le società concessionarie) conferma l'assenza di alternative credibili in termini di austerità e crescita.
Tuesday, July 12, 2011
Agire in poche ore o perire
Quello che non hanno ancora capito è che la manovra è già superata dai fatti. Non basta più approvarla subito, bisogna tagliare di più e non a partire dal 2020 per il 2030. Annunciare subito: tutti in pensione a 65 anni dal 2012, a 67 dal 2018 (e invece c'è un ministro irresponsabile che ancora ieri si vantava che l'aumento dell'età pensionabile delle donne nel privato era rinviato «all'anno del mai»); che dal 2012 la spesa non crescerà di un solo euro, ma in termini "reali" e non tendenziali; privatizzazioni per un paio di punti di Pil per abbattere il debito; e subito detassazione lavoro-capitale, perché davvero (ma davvero davvero) i mercati non guardano solo al rigore, che dev'esserci con misure strutturali, ma anche alle prospettive di crescita: se non cresci il debito come lo paghi? Sarà banale, ma anche tremendamente vero che il rigore senza crescita non risolve nulla, perché se il Pil aumenta, ogni anno, meno degli interessi, il rapporto debito/Pil aumenta.
No, invece, fermamente no a nuove patrimoniali, misure una tantum che non incidono sulla spesa pubblica, non mutano l'attitudine dei politici a spendere, e le cui entrate vengono sperperate nell'arco di pochi anni in nuove spese. Il segnale forte, come suggerivano giorni fa Perotti e Zingales, dev'essere «il pareggio di bilancio nell'arco diciamo di un anno». Su questo blog è dal giorno di presentazione della manovra che ripeto quanto sia opportuno anticiparlo al 2013 rispetto alle richieste europee (2014). Come? Se lo fai con le entrate, ammazzi l'economia, la crescita, quindi non raggiungi il pareggio e sei daccapo.
È vero che i fondamentali economici del nostro Paese - sia di finanza pubblica (in questi anni abbiamo fatto meno deficit di tutti, se si esclude la Germania; le banche italiane non hanno avuto bisogno di salvataggi pubblici), che di bassa crescita (attorno all'1%) - non sono mutati nelle ultime settimane; è vero che Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna stanno peggio di noi. Cosa, allora, può giustificare un attacco simile? Prendersela con gli speculatori è l'alibi preferito dei politici. Sullo sfondo c'è il contesto europeo e internazionale: la Grecia fallirà e questo rende maggiore il rischio economico sui nostri titoli di Stato e su quelli degli altri "Pigs", rendendo incerte persino le prospettive dell'euro, anche per le indecisioni europee e, soprattutto, tedesche sul da farsi in sua difesa. A ciò si aggiunga il baratro del debito Usa che si sta aprendo e l'interesse di molti, dunque, ad accanirsi sulle debolezze europee.
Se è vero che altri stanno peggio di noi, è anche vero che il valore assoluto del nostro debito è incomparabile al loro, e quindi molto più rischioso per l'intero sistema. Pesano ovviamente anche i fattori nazionali: se si vive per anni sul bordo del precipizio - debito alto e bassa crescita - non importa quanto si possa apparire stabili, capaci equilibristi, prima o poi si può iniziare a scivolare verso il basso anche per uno spiffero d'aria. L'incertezza politica di un governo diviso al suo interno, di un'opposizione irresponsabile che non offre alternative credibili in termini di austerità e crescita, e delle inchieste che lambiscono il ministro del Tesoro fanno il resto, ma sono tutto sommato aspetti marginali.
Effettivamente, i nostri conti pubblici durante la crisi del 2008-2009 sono rimasti in ordine, principalmente per merito di Tremonti che ha resistito sia alle sirene interne di parecchi ministri, sia a quelle di Bersani che chiedeva più soldi - «freschi» - per stimolare l'economia. E tenere i conti in ordine durante la crisi era condizione indispensabile per non finire come la Grecia, ma non sufficiente per ripartire col piede giusto e per restare fuori dalla crisi del debito che ha colpito l'area euro. L'Italia ce l'avrebbe fatta solo a patto di approfittare di questa finestra temporale, di questa maschera ad ossigeno, per realizzare vere riforme. Ciò che il governo - e soprattutto il duo socialista Tremonti-Sacconi, che dall'inizio ha avuto in mano la politica economica teorizzando che durante la crisi non si dovesse toccare nulla - non si è mai convinto a fare, illudendosi invece di poter vivacchiare con correzioni ragionieristiche.
La manovra tanto attesa era l'ultima spiaggia per evitare i colpi che probabilmente i mercati avevano già in canna, ma ha già fallito, perché rinvia i tagli strutturali di vent'anni, continua a botte di patrimoniali e mancano vere "frustate" per la crescita. Ora i nodi stanno venendo al pettine, il Paese sta pagando e continuerà a pagare a caro prezzo l'immobilismo del governo in tema di riforme, che subito dal 2008 abbiamo denunciato, e il tempo è (quasi) scaduto.
No, invece, fermamente no a nuove patrimoniali, misure una tantum che non incidono sulla spesa pubblica, non mutano l'attitudine dei politici a spendere, e le cui entrate vengono sperperate nell'arco di pochi anni in nuove spese. Il segnale forte, come suggerivano giorni fa Perotti e Zingales, dev'essere «il pareggio di bilancio nell'arco diciamo di un anno». Su questo blog è dal giorno di presentazione della manovra che ripeto quanto sia opportuno anticiparlo al 2013 rispetto alle richieste europee (2014). Come? Se lo fai con le entrate, ammazzi l'economia, la crescita, quindi non raggiungi il pareggio e sei daccapo.
È vero che i fondamentali economici del nostro Paese - sia di finanza pubblica (in questi anni abbiamo fatto meno deficit di tutti, se si esclude la Germania; le banche italiane non hanno avuto bisogno di salvataggi pubblici), che di bassa crescita (attorno all'1%) - non sono mutati nelle ultime settimane; è vero che Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna stanno peggio di noi. Cosa, allora, può giustificare un attacco simile? Prendersela con gli speculatori è l'alibi preferito dei politici. Sullo sfondo c'è il contesto europeo e internazionale: la Grecia fallirà e questo rende maggiore il rischio economico sui nostri titoli di Stato e su quelli degli altri "Pigs", rendendo incerte persino le prospettive dell'euro, anche per le indecisioni europee e, soprattutto, tedesche sul da farsi in sua difesa. A ciò si aggiunga il baratro del debito Usa che si sta aprendo e l'interesse di molti, dunque, ad accanirsi sulle debolezze europee.
Se è vero che altri stanno peggio di noi, è anche vero che il valore assoluto del nostro debito è incomparabile al loro, e quindi molto più rischioso per l'intero sistema. Pesano ovviamente anche i fattori nazionali: se si vive per anni sul bordo del precipizio - debito alto e bassa crescita - non importa quanto si possa apparire stabili, capaci equilibristi, prima o poi si può iniziare a scivolare verso il basso anche per uno spiffero d'aria. L'incertezza politica di un governo diviso al suo interno, di un'opposizione irresponsabile che non offre alternative credibili in termini di austerità e crescita, e delle inchieste che lambiscono il ministro del Tesoro fanno il resto, ma sono tutto sommato aspetti marginali.
Effettivamente, i nostri conti pubblici durante la crisi del 2008-2009 sono rimasti in ordine, principalmente per merito di Tremonti che ha resistito sia alle sirene interne di parecchi ministri, sia a quelle di Bersani che chiedeva più soldi - «freschi» - per stimolare l'economia. E tenere i conti in ordine durante la crisi era condizione indispensabile per non finire come la Grecia, ma non sufficiente per ripartire col piede giusto e per restare fuori dalla crisi del debito che ha colpito l'area euro. L'Italia ce l'avrebbe fatta solo a patto di approfittare di questa finestra temporale, di questa maschera ad ossigeno, per realizzare vere riforme. Ciò che il governo - e soprattutto il duo socialista Tremonti-Sacconi, che dall'inizio ha avuto in mano la politica economica teorizzando che durante la crisi non si dovesse toccare nulla - non si è mai convinto a fare, illudendosi invece di poter vivacchiare con correzioni ragionieristiche.
La manovra tanto attesa era l'ultima spiaggia per evitare i colpi che probabilmente i mercati avevano già in canna, ma ha già fallito, perché rinvia i tagli strutturali di vent'anni, continua a botte di patrimoniali e mancano vere "frustate" per la crescita. Ora i nodi stanno venendo al pettine, il Paese sta pagando e continuerà a pagare a caro prezzo l'immobilismo del governo in tema di riforme, che subito dal 2008 abbiamo denunciato, e il tempo è (quasi) scaduto.
Monday, July 11, 2011
Faster, please!
Prendo in prestito un motto di Michael Ledeen per applicarlo alla nostra politica di bilancio. Il 2014 sarà anche il termine-obiettivo fissato dall'Europa, e sul quale ci siamo impegnati, per il pareggio di bilancio. Persino il presidente Napolitano giorni fa certificava, evidentemente rivolto alle opposizioni, che la manovra rispetta in pieno richieste e scadenze di Bruxelles, da cui la concentrazione dei sacrifici maggiori nel biennio 2013-2014 per arrivare all'azzeramento del deficit, appunto, nel 2014. Tuttavia, i mercati fanno inequivocabilmente capire di preferire tempi più rapidi. Forse non ci concederanno tutto il tempo che ci è stato concesso in sede Ue. E, come scrivevo qualche giorno fa, all'indomani della presentazione della manovra, in mancanza di altre grandi riforme "epocali" da poter vantare, un'accelerazione sarebbe nell'interesse più strettamente politico proprio dell'attuale governo.
Il pareggio di bilancio nel 2013 anziché nel 2014, cioè con un anno di anticipo, significherebbe certo fare più di quanto la stessa Europa ci ha chiesto, certamente comporterebbe tagli maggiori nel 2011 e nel 2012, ma forse sorprenderemmo positivamente i mercati, evitando di restare sul filo del rasoio per altri due anni, e sul piano politico la maggioranza uscente potrebbe presentarsi agli italiani con un grande, storico obiettivo centrato prima del voto. Gli italiani hanno capito che è una stangata, gli elettori di centrodestra hanno capito che la promessa di non mettere le mani nelle loro tasche è tradita, e ormai sono delusi. Tanto vale non correre rischi e arrivare al 2013 con un obiettivo concreto - almeno uno - centrato.
Il pareggio di bilancio nel 2013 anziché nel 2014, cioè con un anno di anticipo, significherebbe certo fare più di quanto la stessa Europa ci ha chiesto, certamente comporterebbe tagli maggiori nel 2011 e nel 2012, ma forse sorprenderemmo positivamente i mercati, evitando di restare sul filo del rasoio per altri due anni, e sul piano politico la maggioranza uscente potrebbe presentarsi agli italiani con un grande, storico obiettivo centrato prima del voto. Gli italiani hanno capito che è una stangata, gli elettori di centrodestra hanno capito che la promessa di non mettere le mani nelle loro tasche è tradita, e ormai sono delusi. Tanto vale non correre rischi e arrivare al 2013 con un obiettivo concreto - almeno uno - centrato.
La manovra dei pm su Tremonti
Sì, vabbè, la lite, il riferimento al «metodo Boffo», è roba ghiotta per la stampa, ma il succo è che nell'interrogatorio il cui verbale è finito sui giornali sabato scorso, Tremonti smentisce il teorema di Curcio e Woodcock. I due pm cercano di fargli dire che Berlusconi ha usato la Gdf contro di lui, ma il ministro risponde tutt'altro: «Mi permetto di notare - mia impressione - che, dal tono della telefonata che ho ascoltato, le parole del presidente del Consiglio mi sembrano ispirate dal desiderio di un chiarimento in buona fede nei miei confronti».
Cosa è successo? Berlusconi e Tremonti discutono in modo acceso sulla politica economica, mentre sulla stampa di centrodestra il ministro viene criticato aspramente, fino a spingere per le sue dimissioni. Il ministro allora si «sfoga» con il premier dicendo che non ci sta a subire il «metodo Boffo» e accennando ai rapporti amichevoli tra Berlusconi e il gen. Adinolfi. Pesante allusione, ma allusione, come conferma lo stesso Tremonti: «Si trattò di uno sfogo non avendo io elementi per valutare i comportamenti di Adinolfi sotto il profilo deontologico»; con il «metodo Boffo», «non alludevo dunque come voi mi chiedete all'utilizzazione di notizie di carattere giudiziarie e riservate per fini strumentali»; «non ho mai detto a Berlusconi che lui mi voleva far fuori tramite la Guardia di Finanza. Ritengo che Berlusconi abbia fatto un erroneo collegamento fra diverse frasi da me pronunciate». E a quanto pare alcuni giorni dopo Berlusconi prende il telefono e chiama il gen. Adinolfi, che è sotto controllo, finendo dunque intercettato anche lui. Telefonata che i pm fanno ascoltare a Tremonti il quale così la interpreta: «Dal tono le parole del presidente del Consiglio mi sembrano ispirate dal desiderio di un chiarimento in buona fede nei miei confronti».
Se ne deduce che: 1) i pm tentano di strumentalizzare le divisioni politiche in seno all'Esecutivo, e in particolare fra Berlusconi e il ministro Tremonti, inducendo quest'ultimo ad accusare il primo di un comportamento illecito, cosa che non fa; 2) il tentativo getta ombre sul ministro e accresce i dubbi sulla sua permanenza alla guida del Tesoro, cosa che rischia di avere un effetto destabilizzante sui mercati. Chi ne risponderà se la sua chiamata in causa si rivelerà nient'altro che fuffa?; 3) ma siamo sicuri che l'intercettazione in cui dall'utenza di un indagato (il gen. Adinolfi) veniva ascoltata la voce del presidente del Consiglio poteva essere utilizzata in un interrogatorio, e quindi nell'inchiesta, senza prima l'autorizzazione della Camera e non andasse, invece, cestinata?
Cosa è successo? Berlusconi e Tremonti discutono in modo acceso sulla politica economica, mentre sulla stampa di centrodestra il ministro viene criticato aspramente, fino a spingere per le sue dimissioni. Il ministro allora si «sfoga» con il premier dicendo che non ci sta a subire il «metodo Boffo» e accennando ai rapporti amichevoli tra Berlusconi e il gen. Adinolfi. Pesante allusione, ma allusione, come conferma lo stesso Tremonti: «Si trattò di uno sfogo non avendo io elementi per valutare i comportamenti di Adinolfi sotto il profilo deontologico»; con il «metodo Boffo», «non alludevo dunque come voi mi chiedete all'utilizzazione di notizie di carattere giudiziarie e riservate per fini strumentali»; «non ho mai detto a Berlusconi che lui mi voleva far fuori tramite la Guardia di Finanza. Ritengo che Berlusconi abbia fatto un erroneo collegamento fra diverse frasi da me pronunciate». E a quanto pare alcuni giorni dopo Berlusconi prende il telefono e chiama il gen. Adinolfi, che è sotto controllo, finendo dunque intercettato anche lui. Telefonata che i pm fanno ascoltare a Tremonti il quale così la interpreta: «Dal tono le parole del presidente del Consiglio mi sembrano ispirate dal desiderio di un chiarimento in buona fede nei miei confronti».
Se ne deduce che: 1) i pm tentano di strumentalizzare le divisioni politiche in seno all'Esecutivo, e in particolare fra Berlusconi e il ministro Tremonti, inducendo quest'ultimo ad accusare il primo di un comportamento illecito, cosa che non fa; 2) il tentativo getta ombre sul ministro e accresce i dubbi sulla sua permanenza alla guida del Tesoro, cosa che rischia di avere un effetto destabilizzante sui mercati. Chi ne risponderà se la sua chiamata in causa si rivelerà nient'altro che fuffa?; 3) ma siamo sicuri che l'intercettazione in cui dall'utenza di un indagato (il gen. Adinolfi) veniva ascoltata la voce del presidente del Consiglio poteva essere utilizzata in un interrogatorio, e quindi nell'inchiesta, senza prima l'autorizzazione della Camera e non andasse, invece, cestinata?
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