Per anni i migranti (non aventi diritto ad alcun asilo) ce li siamo andati a prendere davanti alle coste libiche in barba a qualsiasi regola e buon senso, praticamente un'invasione autoinflitta. Ora pretendiamo che se li accollino quota parte anche gli altri paesi europei e siccome si rifiutano, in nome dell'interesse nazionale ma anche soprattutto europeo, li minacciamo con la "proposta Bonino-Soros" dei 200mila visti... Poi non lamentiamoci dei luoghi comuni sugli italiani eh!
La pretesa italiana di "relocation" anche dei migranti illegali che si è messa in casa da sola è surreale. È contro ogni regola, logica e interesse non solo nazionale ma della stessa Unione europea che rischia la disgregazione. E anziché coltivare buoni rapporti con i Paesi dell'Est, per non subire troppo l'asse franco-tedesco, rompiamo... Resteremo i valletti di Parigi e Berlino.
Che poi, il direttore dell'INPS un po' di pudore dovrebbe averlo a sbandierare che i contributi di oggi servono a pagare le pensioni di oggi. Sappiamo tutti che è così, non solo per i contributi degli stranieri. Ma saperlo è un conto, che il direttore dell'INPS quasi se ne vanti... soprattutto nei confronti di lavoratori stranieri che probabilmente non vedranno mai una pensione, è come vantarsi di una rapina... Bella considerazione degli immigrati che hanno questi professorini...
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Friday, July 21, 2017
Wednesday, January 21, 2015
Il referendum è morto, e anche democrazia e diritto non si sentono tanto bene
Non ho firmato il referendum leghista, e se fosse stato ammesso non mi sarei recato alle urne per far mancare il quorum. Non solo sono favorevole tuttora alla riforma Fornero (quella delle pensioni, l'unica cosa buona fatta dal Governo Monti), ma l'avrei voluta più radicale e l'hanno già sufficientemente smontata grazie al varco aperto dai cosiddetti "esodati". Detto questo, per capire che fine abbia fatto il referendum in questo Paese, ma soprattutto come si muove la Corte costituzionale (con quali margini di discrezionalità interpretativa della Carta), trovo interessante questo breve scambio di vedute avuto su twitter con uno dei più autorevoli costituzionalisti: Stefano Ceccanti. Lo spunto è un tweet di Alessandro Barbera (La Stampa), in cui per liquidare la scomposta reazione di Salvini (il "vaffa" alla Corte) con grande sicumera si limita a riportate l'articolo 75 della Costituzione (quello che disciplina l'istituto referendario): «Non sono ammessi referendum in materia tributaria e di bilancio».
Sobbalzo: la riforma Fornero era una legge tributaria? Non mi risulta. Di Bilancio? Nemmeno, penso io. Si tratta dell'articolo 24 (Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici) del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive. Una normale legge di conversione di un decreto, dunque.
Ceccanti mi risponde di leggermi la sentenza 2/1994 della Consulta, al punto 7 (anche allora si trattava, guarda caso, di pensioni: Governo Amato). La sostanza è molto chiara: anche se non sono propriamente leggi di bilancio, quando le disposizioni legislative oggetto del quesito referendario hanno uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio il referendum non è ammissibile. Ma cosa si intende per «stretto collegamento»? Quando, per esempio (siamo ancora sulla sentenza del '94), le norme oggetto di referendum sono «preannunciate» nel documento di programmazione economico-finanziaria; oppure quando una legge finanziaria le «comprende espressamente tra i provvedimenti collegati... considerandone gli effetti ai fini dell'equilibrio finanziario e di bilancio». Dunque, «gli effetti dell'atto legislativo oggetto delle richieste referendarie risultano strettamente collegati nel tempo all'ambito di operatività delle leggi di bilancio».
Insomma, per farla breve, una legge che determina le riduzioni di spesa (e gli aumenti??) previste nelle leggi di bilancio non si tocca. Il che chiaramente vale anche per la riforma Fornero relativamente alla finanziaria di Monti per il 2012.
Tutto sembra molto ragionevole, ma la domanda è: cosa dice la Costituzione? La Costituzione parla di "leggi di bilancio". Punto. Il criterio di «stretta connessione» viene introdotto per sua stessa ammissione dalla Corte con una interpretazione estensiva. Ma quali sono le conseguenze dell'interpretazione della Corte? Dal momento che ormai il 90% delle leggi ha uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio - nel senso che determinano più spesa e prevedono coperture, oppure maggiori entrate o meno spesa, e allora abrogarle richiede che si trovino coperture - si deve dedurre che nessuna di esse possa essere sottoposta a referendum. Sarebbe un'interpretazione molto restrittiva della possibilità di ricorrere allo strumento referendario, ma almeno una certezza. E invece no.
Ceccanti: «Il concetto è aperto, non può arrivare a ricomprenderle tutte, ma neanche a fermarsi alle sole qualificate in quel modo». [cioè alle "leggi di bilancio" in senso stretto]
Ma allora, è evidente che siamo nel campo dell'arbitrio più totale. Una conferma in fatto di Consulta... Anche il criterio è flessibile: decidono loro quando lo «stretto collegamento» con le leggi di bilancio delle norme oggetto di referendum è tale da non rendere ammissibile il quesito e quando non lo è e si può procedere. Non c'è nemmeno, per dire, una soglia riguardo lo "scoperto" accettabile: 100 milioni di euro, 1 miliardo, 10 miliardi...
Ceccanti: «Non direi arbitrio, la Corte decide sull'ammissibilità e ha dei margini, qui mi sembra ragionevoli».
Ceccanti: «Il senso del divieto di referendum sulle leggi di bilancio è di evitare scelte demagogiche, qui [il referendum proposto dalla Lega] siamo in caso analogo». [analogo a quello giudicato nella sentenza 2/1994]
Ceccanti: «D'altronde, se il Parlamento per quelle leggi deve trovare coperture, sarebbe strano esonerare il corpo elettorale».
Non so a voi, ma a me sembra lampante che quali referendum siano demagogici e quali no sia valutazione squisitamente politica e non giuridica... Tra una legge che stabilizza i precari nella pubblica amministrazione, o nella scuola, anch'essa in «stretto collegamento» con le leggi di bilancio, e un referendum che chiedesse di abrogarla, dove starebbe la demagogia? Non è che la demagogia dipende dai proponenti? E i referendum sull'acqua pubblica? Non era "demagogico" anche quello? Sicuri che quelle norme non fossero collegate a una legge di bilancio? Vi dirò di più: le norme che il primo quesito chiedeva di abrogare erano contenute nella manovra triennale d'estate (decreto legge 25 giugno 2008 recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), manovra come tale richiamata nella legge finanziaria 2009.
E' encomiabile da parte della Corte costituzionale tutta questa attenzione alla tenuta dei conti pubblici, ben al di là delle preoccupazioni dei costituenti, ma il combinato disposto che si viene a creare è piuttosto bizzarro: il Parlamento è tenuto a trovare le coperture per le sue leggi. Giusto. Anche il corpo elettorale, se le sue richieste determinano un buco di bilancio: giusto, forse (peccato che non abbia gli strumenti, perché il referendum è solo abrogativo e non propositivo). Sta a vedere, però, che l'unica che non è tenuta a preoccuparsi degli effetti finanziari delle sue decisioni è proprio la Corte costituzionale. Che infatti negli stessi anni della scrupolosa sentenza 2/1994, con le sentenze 495/1993 e 240/1994, sempre in materia pensionistica, apriva un buco di 30 mila miliardi delle vecchie lire. E che dire della prontezza, direi quasi "destrezza", con la quale in tempi più recenti i giudici della Consulta hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale del "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro (cioè le loro)?
La realtà è che a prescindere dal merito la Corte costituzionale si muove sempre più nell'arbitrio più totale, si conferma degna interprete di un diritto in cui non v'è più certezza, rappresentativa struttura apicale di un ordinamento in cui davvero sono saltate tutte le regole e qualsiasi pudore istituzionale. Tutto è permesso ai signori giudici, tanto il conto arriva a noi.
Sobbalzo: la riforma Fornero era una legge tributaria? Non mi risulta. Di Bilancio? Nemmeno, penso io. Si tratta dell'articolo 24 (Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici) del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive. Una normale legge di conversione di un decreto, dunque.
Ceccanti mi risponde di leggermi la sentenza 2/1994 della Consulta, al punto 7 (anche allora si trattava, guarda caso, di pensioni: Governo Amato). La sostanza è molto chiara: anche se non sono propriamente leggi di bilancio, quando le disposizioni legislative oggetto del quesito referendario hanno uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio il referendum non è ammissibile. Ma cosa si intende per «stretto collegamento»? Quando, per esempio (siamo ancora sulla sentenza del '94), le norme oggetto di referendum sono «preannunciate» nel documento di programmazione economico-finanziaria; oppure quando una legge finanziaria le «comprende espressamente tra i provvedimenti collegati... considerandone gli effetti ai fini dell'equilibrio finanziario e di bilancio». Dunque, «gli effetti dell'atto legislativo oggetto delle richieste referendarie risultano strettamente collegati nel tempo all'ambito di operatività delle leggi di bilancio».
Insomma, per farla breve, una legge che determina le riduzioni di spesa (e gli aumenti??) previste nelle leggi di bilancio non si tocca. Il che chiaramente vale anche per la riforma Fornero relativamente alla finanziaria di Monti per il 2012.
Tutto sembra molto ragionevole, ma la domanda è: cosa dice la Costituzione? La Costituzione parla di "leggi di bilancio". Punto. Il criterio di «stretta connessione» viene introdotto per sua stessa ammissione dalla Corte con una interpretazione estensiva. Ma quali sono le conseguenze dell'interpretazione della Corte? Dal momento che ormai il 90% delle leggi ha uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio - nel senso che determinano più spesa e prevedono coperture, oppure maggiori entrate o meno spesa, e allora abrogarle richiede che si trovino coperture - si deve dedurre che nessuna di esse possa essere sottoposta a referendum. Sarebbe un'interpretazione molto restrittiva della possibilità di ricorrere allo strumento referendario, ma almeno una certezza. E invece no.
Ceccanti: «Il concetto è aperto, non può arrivare a ricomprenderle tutte, ma neanche a fermarsi alle sole qualificate in quel modo». [cioè alle "leggi di bilancio" in senso stretto]
Ma allora, è evidente che siamo nel campo dell'arbitrio più totale. Una conferma in fatto di Consulta... Anche il criterio è flessibile: decidono loro quando lo «stretto collegamento» con le leggi di bilancio delle norme oggetto di referendum è tale da non rendere ammissibile il quesito e quando non lo è e si può procedere. Non c'è nemmeno, per dire, una soglia riguardo lo "scoperto" accettabile: 100 milioni di euro, 1 miliardo, 10 miliardi...
Ceccanti: «Non direi arbitrio, la Corte decide sull'ammissibilità e ha dei margini, qui mi sembra ragionevoli».
Ceccanti: «Il senso del divieto di referendum sulle leggi di bilancio è di evitare scelte demagogiche, qui [il referendum proposto dalla Lega] siamo in caso analogo». [analogo a quello giudicato nella sentenza 2/1994]
Ceccanti: «D'altronde, se il Parlamento per quelle leggi deve trovare coperture, sarebbe strano esonerare il corpo elettorale».
Non so a voi, ma a me sembra lampante che quali referendum siano demagogici e quali no sia valutazione squisitamente politica e non giuridica... Tra una legge che stabilizza i precari nella pubblica amministrazione, o nella scuola, anch'essa in «stretto collegamento» con le leggi di bilancio, e un referendum che chiedesse di abrogarla, dove starebbe la demagogia? Non è che la demagogia dipende dai proponenti? E i referendum sull'acqua pubblica? Non era "demagogico" anche quello? Sicuri che quelle norme non fossero collegate a una legge di bilancio? Vi dirò di più: le norme che il primo quesito chiedeva di abrogare erano contenute nella manovra triennale d'estate (decreto legge 25 giugno 2008 recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), manovra come tale richiamata nella legge finanziaria 2009.
E' encomiabile da parte della Corte costituzionale tutta questa attenzione alla tenuta dei conti pubblici, ben al di là delle preoccupazioni dei costituenti, ma il combinato disposto che si viene a creare è piuttosto bizzarro: il Parlamento è tenuto a trovare le coperture per le sue leggi. Giusto. Anche il corpo elettorale, se le sue richieste determinano un buco di bilancio: giusto, forse (peccato che non abbia gli strumenti, perché il referendum è solo abrogativo e non propositivo). Sta a vedere, però, che l'unica che non è tenuta a preoccuparsi degli effetti finanziari delle sue decisioni è proprio la Corte costituzionale. Che infatti negli stessi anni della scrupolosa sentenza 2/1994, con le sentenze 495/1993 e 240/1994, sempre in materia pensionistica, apriva un buco di 30 mila miliardi delle vecchie lire. E che dire della prontezza, direi quasi "destrezza", con la quale in tempi più recenti i giudici della Consulta hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale del "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro (cioè le loro)?
La realtà è che a prescindere dal merito la Corte costituzionale si muove sempre più nell'arbitrio più totale, si conferma degna interprete di un diritto in cui non v'è più certezza, rappresentativa struttura apicale di un ordinamento in cui davvero sono saltate tutte le regole e qualsiasi pudore istituzionale. Tutto è permesso ai signori giudici, tanto il conto arriva a noi.
Thursday, October 17, 2013
Manovra di galleggiamento
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.
Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.
Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.
Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.
Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).
Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).
Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.
Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.
A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.
L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.
Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.
Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.
Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.
Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.
Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).
Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).
Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.
Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.
A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.
L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.
Tuesday, September 24, 2013
Gli inganni dei guardiani della spesa
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell'economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L'aumento dell'Iva sembra diventato inevitabile, perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c'è fretta. E le dismissioni? Prima il "road show" (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l'aumento dell'Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.
Il giochetto è chiarissimo: dietro l'alibi dei conti pubblici, della "responsabilità", dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c'è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza, della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell'economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l'anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l'una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l'aumento dell'Iva) dai loro bilanci.
Le fantastiche 7 proposte di Brunetta - tra anticipi, rinvii e una tantum - danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure "spot" e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d'oro può valere da un miliardo, nell'ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell'ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d'oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review "zero-based", l'adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.
I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l'aumento dell'Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l'Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all'opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della "responsabilità", della "stabilità" e dei vincoli europei. La "stabilità" dell'attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché - si dice - non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l'indicare nell'evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.
Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review "dal basso", per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività.
Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all'origine dell'improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato persino a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E' avvenuto subito dopo l'incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle "larghe intese" sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l'aumento dell'Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri "punti" dopo l'Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.
Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell'economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L'aumento dell'Iva sembra diventato inevitabile, perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c'è fretta. E le dismissioni? Prima il "road show" (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l'aumento dell'Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.
Il giochetto è chiarissimo: dietro l'alibi dei conti pubblici, della "responsabilità", dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c'è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza, della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell'economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l'anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l'una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l'aumento dell'Iva) dai loro bilanci.
Le fantastiche 7 proposte di Brunetta - tra anticipi, rinvii e una tantum - danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure "spot" e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d'oro può valere da un miliardo, nell'ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell'ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d'oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review "zero-based", l'adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.
I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l'aumento dell'Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l'Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all'opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della "responsabilità", della "stabilità" e dei vincoli europei. La "stabilità" dell'attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché - si dice - non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l'indicare nell'evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.
Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review "dal basso", per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività.
Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all'origine dell'improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato persino a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E' avvenuto subito dopo l'incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle "larghe intese" sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l'aumento dell'Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri "punti" dopo l'Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.
Tuesday, January 15, 2013
Il pifferaio magico e il grande bluff
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.
Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.
Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.
Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.
Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.
Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?
Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.
Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.
Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.
Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.
Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.
Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?
Thursday, November 29, 2012
Bersani asfaltato in tv, ma lo salveranno regole e terrore di cambiare
Con ogni probabilità le vincerà Bersani le primarie del centrosinistra. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconiano"); e perché le regole (doversi impegnare a votare il centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto sarebbe servito a Renzi. Fondamentalmente il popolo "de sinistra" è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra, preferisce restare nel proprio rassicurante recinto, anche se minoritario.
Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.
Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.
Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.
Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».
Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).
Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.
Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.
Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).
«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».
Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».
Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.
Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.
Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.
Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».
Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).
Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.
Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.
Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).
«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».
Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».
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Thursday, November 15, 2012
In piazza l'ideologia non il disagio
Le buone ragioni di chi - famiglie e imprese - è massacrato di tasse da uno Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi), non si difendono confondendole con gli slogan dei manifestanti di ieri, scesi in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci. Passato solo un anno, già ci siamo scordati la lezione del 15 ottobre scorso a Roma e vengono poste sullo stesso piano le «due violenze», quella dei manifestanti e quella delle forze dell'ordine.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Tuesday, October 16, 2012
I più intoccabili degli intoccabili
E' stata la rassegnazione più che l'indignazione la reazione della grande stampa – anche dei giornalisti da anni impegnati nella battaglia contro la "casta", intesa come ceto politico – alla sentenza con cui i giudici della Corte costituzionale hanno "salvato" gli stipendi d'oro dei magistrati, loro colleghi, e degli alti burocrati dello stato dal "contributo di solidarietà" introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi (il 5% per la parte di stipendio compresa fra 90 e 150mila euro, e il 10% oltre i 150 mila euro), mentre anche il tetto fissato da Monti agli stipendi degli alti dirigenti pubblici (294 mila euro, non proprio bruscolini) sta incontrando resistenze formidabili, tanto che dopo oltre 6 mesi dalla sua introduzione formale, nel marzo scorso, è ancora ampiamente disapplicato.
Pur con tutte le resistenze e gli imperdonabili ritardi, la casta politica sta pagando per i propri abusi, legali o meno, di denaro pubblico: con inchieste, scandali, gogne mediatiche e, infine, taglio dei costi. Ma a quanto pare in Italia si trova sempre qualcuno più intoccabile degli intoccabili: i magistrati e gli alti burocrati, i cui stipendi sono incomparabilmente più alti di quelli dei loro colleghi di altri Paesi industrializzati, le pensioni idem, e le cui carriere procedono verso l'alto per automatismi piuttosto che per merito. Se il presidente della Corte Suprema americana guadagna 223 mila dollari (171 mila euro), e il direttore dell'FBI 141 mila dollari (110.000 mila euro), da noi il capo della Polizia Antonio Manganelli si porta via 621 mila euro e il primo presidente di Cassazione 294 mila, per fare solo alcuni esempi.
Configurandosi come tributo, osservano i giudici della Consulta, il cosiddetto "contributo di solidarietà" vìola l'articolo 3 della Costituzione, perché produce un «irragionevole effetto discriminatorio» sia rispetto agli altri dipendenti che guadagnano meno della soglia prevista, sia rispetto ai dipendenti privati, ai quali non si applica. Limitarlo ai dipendenti pubblici vìola il principio della parità di prelievo a parità di capacità contributiva. Per quanto riguarda i magistrati, inoltre, è incostituzionale anche solo il blocco degli incrementi automatici triennali dello stipendio, in quanto secondo la Corte lede la loro autonomia e indipendenza.
Per quanto la sentenza possa apparire ineccepibile tecnicamente, dal punto di vista giuridico, più che in punta di diritto verrebbe da dire in punta di cavillo, la Consulta offre il fianco all'accusa di difesa "corporativa". Impossibile non notare infatti come i giudici, dichiarando incostituzionale il tributo, abbiano difeso anche la propria busta paga. Avranno giudicato in scienza e coscienza, ma il conflitto di interessi è lampante. Più di qualche sospetto grava anche sui veri "tecnici", coloro che negli uffici di Palazzo Chigi e nei gabinetti dei ministeri aiutano a scrivere in concreto i provvedimenti, o li scrivono direttamente, e che li accompagnano lungo l'iter parlamentare. Sono gli stessi i cui stipendi sarebbero stati decurtati dal "contributo di solidarietà" (il capo di gabinetto del Ministero dell'economia prende 536 mila euro) e sorge il dubbio che non si siano impegnati più di tanto a rendere la legge inattaccabile da eventuali ricorsi e profili di incostituzionalità.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Pur con tutte le resistenze e gli imperdonabili ritardi, la casta politica sta pagando per i propri abusi, legali o meno, di denaro pubblico: con inchieste, scandali, gogne mediatiche e, infine, taglio dei costi. Ma a quanto pare in Italia si trova sempre qualcuno più intoccabile degli intoccabili: i magistrati e gli alti burocrati, i cui stipendi sono incomparabilmente più alti di quelli dei loro colleghi di altri Paesi industrializzati, le pensioni idem, e le cui carriere procedono verso l'alto per automatismi piuttosto che per merito. Se il presidente della Corte Suprema americana guadagna 223 mila dollari (171 mila euro), e il direttore dell'FBI 141 mila dollari (110.000 mila euro), da noi il capo della Polizia Antonio Manganelli si porta via 621 mila euro e il primo presidente di Cassazione 294 mila, per fare solo alcuni esempi.
Configurandosi come tributo, osservano i giudici della Consulta, il cosiddetto "contributo di solidarietà" vìola l'articolo 3 della Costituzione, perché produce un «irragionevole effetto discriminatorio» sia rispetto agli altri dipendenti che guadagnano meno della soglia prevista, sia rispetto ai dipendenti privati, ai quali non si applica. Limitarlo ai dipendenti pubblici vìola il principio della parità di prelievo a parità di capacità contributiva. Per quanto riguarda i magistrati, inoltre, è incostituzionale anche solo il blocco degli incrementi automatici triennali dello stipendio, in quanto secondo la Corte lede la loro autonomia e indipendenza.
Per quanto la sentenza possa apparire ineccepibile tecnicamente, dal punto di vista giuridico, più che in punta di diritto verrebbe da dire in punta di cavillo, la Consulta offre il fianco all'accusa di difesa "corporativa". Impossibile non notare infatti come i giudici, dichiarando incostituzionale il tributo, abbiano difeso anche la propria busta paga. Avranno giudicato in scienza e coscienza, ma il conflitto di interessi è lampante. Più di qualche sospetto grava anche sui veri "tecnici", coloro che negli uffici di Palazzo Chigi e nei gabinetti dei ministeri aiutano a scrivere in concreto i provvedimenti, o li scrivono direttamente, e che li accompagnano lungo l'iter parlamentare. Sono gli stessi i cui stipendi sarebbero stati decurtati dal "contributo di solidarietà" (il capo di gabinetto del Ministero dell'economia prende 536 mila euro) e sorge il dubbio che non si siano impegnati più di tanto a rendere la legge inattaccabile da eventuali ricorsi e profili di incostituzionalità.
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Tuesday, October 09, 2012
Dove cascano gli asini/2
E gli asini sono cascati veramente: gravemente insufficiente. E' il voto della Ragioneria generale dello Stato alla copertura finanziaria prevista dall'articolo 5 della controriforma delle pensioni "Damiano e altri". Altro che i 5 miliardi in 5 anni che qualche irresponsabile ha messo nero su bianco. Si tratta di 17 miliardi, o addirittura di 30 nei prossimi 10 anni. Al di là della cifra esatta una cosa è certa: gli oneri «sarebbero di rilevante entità», tali da compromettere, «sia sul piano finanziario sia sul piano degli obiettivi di innalzamento dell'età media di pensionamento», non solo gli effetti della riforma del 2011 ma anche di tutte quelle degli ultimi dieci anni. Riforme che come osserva l'Fmi pongono l'Italia «nella situazione migliore nel fronteggiare la pressione derivante dall'aumento della spesa previdenziale nei prossimi 20 anni».
In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».
Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.
Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.
In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».
Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.
Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.
Monday, October 08, 2012
Dove cascano gli asini
Surreale, ma allo stesso tempo rivelatore. Gli stessi partiti che si "litigano" Monti - chi vorrebbe il bis (Casini), chi addirittura lo vorrebbe candidato premier (Berlusconi), e chi comunque lo ritiene una «risorsa», e la sua "agenda" un «punto di non ritorno» (Bersani) - cercano di affossare la sua unica vera riforma, quella delle pensioni.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
Friday, July 06, 2012
Tagli poco ambiziosi, ma ora vanno difesi dai pescecani della spesa
Non si tratta del taglio della spesa pubblica che servirebbe, tale (non ci stancheremo di ripeterlo) da trasformare i risparmi in meno tasse su cittadini e imprese per far ripartire l'economia; e non è certo questo il passo con cui la Germania è riuscita a tagliare le sue spese di 5-6 punti di Pil in pochi anni. Nell'ultimo decennio la nostra spesa pubblica è cresciuta di quasi 200 miliardi; la spesa primaria, come certificato dalla Corte dei Conti, di circa il 5% in media l'anno. Ebbene, se nessuno ha notato clamorosi miglioramenti nei servizi pubblici e nelle prestazioni sociali rispetto a dieci anni fa (anzi!), vuol dire che almeno 100 di quei miliardi in più spesi si potrebbero recuperare senza "macelleria sociale".
Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.
Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.
Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?
Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
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Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.
Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.
Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?
Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
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Thursday, July 05, 2012
Cominciano a calarsi le brache anche sui tagli?
Mentre la Bce taglia di un altro 0,25% i tassi (al minimo storico di 0,75%) - insomma, Draghi sta facendo il suo dovere, lui sì - a poche ore dal Cdm che dovrebbe varare il secondo decreto di tagli alla spesa, quello più corposo, emergono le prime nefandezze che fanno temere l'ennesimo flop montiano. I sindacati piagnoni intanto i loro interessi se li sono fatti: si sarebbero salvati dai tagli, infatti, i permessi sindacali degli statali e i finanziamenti ai Caf e ai patronati. Anche i piccoli ospedali sarebbero salvi: il taglio delle strutture con meno di 80 posti letto avverrà eventualmente in un secondo momento, dopo "attenta riflessione". Il taglio praticamente diventa un "invito" alla razionalizzazione rivolto alle regioni. Scommettiamo che la stessa sorte subirà il taglio dei tribunali e delle sezioni distaccate? E' il paradigma di come viene pretestuosamente usata l'accusa dei "tagli lineari": tagliare indiscriminatamente è da infami, ma quando il governo affonda il bisturi, ecco che spunta l'autonomia, la "potestà" di regioni ed enti locali. Rinviati al terzo decreto (semmai ci sarà) anche il taglio delle Province, la sforbiciata del 20% agli enti pubblici e il riordino dei piccoli Comuni.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Wednesday, July 04, 2012
Monti rischia il flop anche sui tagli alla spesa
Se, dopo aver battuto i pugni sul tavolo davanti alla Merkel al Consiglio Ue, arrivando a minacciare il veto sugli altri capitoli del vertice pur di ottenere un paragrafetto sullo scudo anti-spread, non si dimostrasse in grado di portare a casa un taglio significativo della spesa, Monti perderebbe molta della credibilità così ultimativamente messa sul piatto a Bruxelles. Ma come, si chiederebbero i nostri partner più severi, l'Italia viene a chiederci di cucirle praticamente addosso un meccanismo per far calare lo spread, e intanto dimostra di non procedere con la determinazione necessaria nella riforma della propria spesa pubblica? Dunque, immediati e tangibili tagli alla spesa come vera e propria condizione non scritta in cambio del firewall finanziario a lungo invocato da Monti, ma le cui modalità operative devono ancora essere fissate e dipenderanno anche dalla serietà che dimostreremo nelle riforme.
La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?
In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.
Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
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La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?
In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.
Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
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Wednesday, June 27, 2012
La vera equità? Ricalcolare le pensioni d'oro
Com'è noto le pensioni d'oro costituiscono uno scandalo tutto italiano, che ha contribuito non poco al dissesto delle nostre finanze e all'esplosione del debito pubblico. Si tratta di assegni molto cospicui: 90 mila, 150 mila, 200 mila euro lordi l'anno e oltre (senza considerare chi cumula fino a tre trattamenti). Ne usufruiscono, spesso a partire da un'età non molto avanzata (ben prima dei 60 anni, a volte persino prima dei 50), soprattutto gli appartenenti alle varie "caste" statali: manager pubblici, uomini delle istituzioni, magistrati, professori universitari. A tutti gli effetti pensioni d'oro anche quegli assegni più modesti ma percepiti fin da una "tenera" età: le famigerate baby-pensioni ai trenta-quarantenni. Abbiamo smesso da tempo di concederne di nuove, ma un esercito di persone continua a percepirle.
Molto difficile arrivare a guadagnarsi una pensione così dorata con il sistema contributivo. La maggior parte di esse, infatti, sono maturate sotto il regime retributivo o misto.
Il modo più equo per intervenire non è certo imponendo contributi di solidarietà indiscriminati, né "tetti" validi per tutti, ma procedere ad un ricalcolo delle pensioni d'oro sulla base dei contributi effettivamente versati, fissando una soglia di esclusione (per esempio, 3-4.000 euro lordi mensili), al di sotto della quale non si effettua il ricalcolo e, per coloro che la superano, non potrà scendere il nuovo assegno. Il risultato sarebbe quello di debellare l'oscenità delle pensioni d'oro, ma secondo un criterio di merito, per cui avrà comunque di più chi ha versato più contributi.
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Molto difficile arrivare a guadagnarsi una pensione così dorata con il sistema contributivo. La maggior parte di esse, infatti, sono maturate sotto il regime retributivo o misto.
Il modo più equo per intervenire non è certo imponendo contributi di solidarietà indiscriminati, né "tetti" validi per tutti, ma procedere ad un ricalcolo delle pensioni d'oro sulla base dei contributi effettivamente versati, fissando una soglia di esclusione (per esempio, 3-4.000 euro lordi mensili), al di sotto della quale non si effettua il ricalcolo e, per coloro che la superano, non potrà scendere il nuovo assegno. Il risultato sarebbe quello di debellare l'oscenità delle pensioni d'oro, ma secondo un criterio di merito, per cui avrà comunque di più chi ha versato più contributi.
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Friday, June 22, 2012
I passi falsi di Monti, ora anche in Europa
Anche su L'Opinione
I passi falsi di Monti sono iniziati con le timide liberalizzazioni fino alla resa a sindacati e Pd sull'articolo 18. Un vero e proprio punto di svolta, da cui mercati e osservatori esteri, che avevano dato ampio credito al professore, hanno cominciato prima a dubitare dell'efficacia del suo sforzo riformista, poi ad esserne apertamente delusi. Ma se fino ad oggi i passi falsi avevano riguardato le riforme interne, è preoccupante che adesso se ne vedano anche in Europa.
Il premier raccoglie in questi giorni il frutto avvelenato dell'errore clamoroso commesso sulla riforma del lavoro: la scelta di procedere con il ddl anziché per decreto. In realtà, l'iter è stato piuttosto veloce rispetto ai tempi del nostro Parlamento, ma con l'intensificarsi della tensione sui bond di Italia e Spagna, e la caduta verticale di credibilità del governo agli occhi degli investitori e dei media, l'appprovazione della riforma è improvvisamente diventata urgente, per dimostrare a Bruxelles e agli osservatori internazionali che non c'è lo «stallo» di cui si parla.
Solo che il governo rischia di pagare a caro prezzo il via libera dei partiti entro il 27 giugno. In termini di ulteriori concessioni sulla riforma, già ritenuta «annacquata», ma soprattutto sul tema "esodati". Allargare la platea dei "salvaguardati" dalla riforma delle pensioni potrebbe costarci carissimo, tanto da vanificarne parte dei positivi effetti finanziari, costati sacrifici ai milioni di lavoratori che la nuova età di pensionamento dovranno rispettarla.
Anche a Bruxelles, avverte il Financial Times, «si sta assottigliando la pazienza nei confronti dell'Italia». Il nostro premier «ha sviluppato una sorta di mitologia attorno a lui, ma l'agenda di riforme è in stallo».
Fa discutere la proposta avanzata da Monti al G20 in Messico: utilizzare i fondi salvastati (Efsf o Esm) per acquistare sul mercato secondario bond i cui tassi di interesse siano insostenibili, nonostante emessi da Paesi "virtuosi", cioè Italia e Spagna. Un «paracetamolo finanziario», l'ha bollata la Commissione Ue. Un'opzione, ha ricordato la cancelliera Merkel, «teoricamente» possibile, anche se «alle condizioni previste» per l'uso dell'Efsf. La possibilità in effetti esiste dall'ottobre 2011, ma solo se i governi i cui bond devono essere acquistati accettano di concordare un programma vincolante. Ma la peculiarità della proposta Monti è che non si tratterebbe di «salvataggi», aiuti condizionati ad un programma, come per la Grecia. «E' un tentativo dell'Italia – denuncia il Ft-Deutschland – di ottenere soldi senza condizioni, senza gli oneri connessi». Il messaggio sottinteso di Monti è chiaro: i compiti a casa li abbiamo fatti, più di così non possiamo. E se il costo del debito resta alto è perché i mercati non capiscono, o speculano.
Il che significa, come osserva Zingales sul Sole24Ore, che Monti si è «convertito alla visione dei mercati della maggior parte dei politici nostrani, per cui i prezzi non sono importanti segnali, ma il prodotto della mancanza di lungimiranza dei perfidi speculatori». Ma la riduzione artificiale del costo del debito favorirebbe almeno il processo di risanamento e di riforme, oppure allentando la pressione politica lo rallenterebbe? Secondo Zingales è un'idea sbagliata, perché «si basa sul presupposto che il costo del nostro debito non abbia alcuna base reale, ma sia solo il frutto della speculazione», e perché agire sul mercato secondario «non riduce direttamente il costo del nostro debito, ma solo indirettamente». Verrebbe interpretato come «un segnale a vendere» e l'unico risultato sarebbe quello di «permettere ai creditori esteri di ridurre la loro esposizione». Meglio usare l'Efsf per «prestiti diretti», ma per questi occorrerebbe sottostare a delle condizioni. Insomma, Monti comincia a dubitare che l'Italia possa farcela da sola, ma è proprio vero che abbiamo fatto i "compiti a casa"?
I passi falsi di Monti sono iniziati con le timide liberalizzazioni fino alla resa a sindacati e Pd sull'articolo 18. Un vero e proprio punto di svolta, da cui mercati e osservatori esteri, che avevano dato ampio credito al professore, hanno cominciato prima a dubitare dell'efficacia del suo sforzo riformista, poi ad esserne apertamente delusi. Ma se fino ad oggi i passi falsi avevano riguardato le riforme interne, è preoccupante che adesso se ne vedano anche in Europa.
Il premier raccoglie in questi giorni il frutto avvelenato dell'errore clamoroso commesso sulla riforma del lavoro: la scelta di procedere con il ddl anziché per decreto. In realtà, l'iter è stato piuttosto veloce rispetto ai tempi del nostro Parlamento, ma con l'intensificarsi della tensione sui bond di Italia e Spagna, e la caduta verticale di credibilità del governo agli occhi degli investitori e dei media, l'appprovazione della riforma è improvvisamente diventata urgente, per dimostrare a Bruxelles e agli osservatori internazionali che non c'è lo «stallo» di cui si parla.
Solo che il governo rischia di pagare a caro prezzo il via libera dei partiti entro il 27 giugno. In termini di ulteriori concessioni sulla riforma, già ritenuta «annacquata», ma soprattutto sul tema "esodati". Allargare la platea dei "salvaguardati" dalla riforma delle pensioni potrebbe costarci carissimo, tanto da vanificarne parte dei positivi effetti finanziari, costati sacrifici ai milioni di lavoratori che la nuova età di pensionamento dovranno rispettarla.
Anche a Bruxelles, avverte il Financial Times, «si sta assottigliando la pazienza nei confronti dell'Italia». Il nostro premier «ha sviluppato una sorta di mitologia attorno a lui, ma l'agenda di riforme è in stallo».
Fa discutere la proposta avanzata da Monti al G20 in Messico: utilizzare i fondi salvastati (Efsf o Esm) per acquistare sul mercato secondario bond i cui tassi di interesse siano insostenibili, nonostante emessi da Paesi "virtuosi", cioè Italia e Spagna. Un «paracetamolo finanziario», l'ha bollata la Commissione Ue. Un'opzione, ha ricordato la cancelliera Merkel, «teoricamente» possibile, anche se «alle condizioni previste» per l'uso dell'Efsf. La possibilità in effetti esiste dall'ottobre 2011, ma solo se i governi i cui bond devono essere acquistati accettano di concordare un programma vincolante. Ma la peculiarità della proposta Monti è che non si tratterebbe di «salvataggi», aiuti condizionati ad un programma, come per la Grecia. «E' un tentativo dell'Italia – denuncia il Ft-Deutschland – di ottenere soldi senza condizioni, senza gli oneri connessi». Il messaggio sottinteso di Monti è chiaro: i compiti a casa li abbiamo fatti, più di così non possiamo. E se il costo del debito resta alto è perché i mercati non capiscono, o speculano.
Il che significa, come osserva Zingales sul Sole24Ore, che Monti si è «convertito alla visione dei mercati della maggior parte dei politici nostrani, per cui i prezzi non sono importanti segnali, ma il prodotto della mancanza di lungimiranza dei perfidi speculatori». Ma la riduzione artificiale del costo del debito favorirebbe almeno il processo di risanamento e di riforme, oppure allentando la pressione politica lo rallenterebbe? Secondo Zingales è un'idea sbagliata, perché «si basa sul presupposto che il costo del nostro debito non abbia alcuna base reale, ma sia solo il frutto della speculazione», e perché agire sul mercato secondario «non riduce direttamente il costo del nostro debito, ma solo indirettamente». Verrebbe interpretato come «un segnale a vendere» e l'unico risultato sarebbe quello di «permettere ai creditori esteri di ridurre la loro esposizione». Meglio usare l'Efsf per «prestiti diretti», ma per questi occorrerebbe sottostare a delle condizioni. Insomma, Monti comincia a dubitare che l'Italia possa farcela da sola, ma è proprio vero che abbiamo fatto i "compiti a casa"?
Tuesday, June 19, 2012
Esodati, il vero scandalo è l'assalto alla diligenza
Sulla vicenda "esodati" un parere controcorrente. Si può spezzare una lancia in difesa della Fornero? Ha fatto confusione e ormai è intimidita, ma il vero problema è che non può dire la verità: non è uno scandalo mandare in pensione anticipata migliaia di cinquantenni in deroga alla riforma che vale per milioni di italiani? Non è una truffa che la previdenza funzioni come ammortizzatore sociale? E non sono aiuti di Stato, le aziende che usufruiscono del cosiddetto "scivolo" (guarda caso quelle partecipate dallo Stato, Poste, banche e grandi gruppi industriali)? L'unica colpa della Fornero è non avere il coraggio di denunciare il privilegio: gli esodati sono privilegiati o aspiranti tali, non vittime. La toppa è di buon senso se vale solo per quelli già usciti o prossimi all'uscita concordata dal lavoro, purché davvero vicini alla pensione. Tutti gli altri "esodandi" possono rinegoziare l'accordo con l'azienda, mentre per i disoccupati vicini alla pensione secondo i vecchi requisiti è un problema di welfare, non di previdenza.
Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
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Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
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Friday, April 13, 2012
La giornata: crolla la produzione industriale e Monti sa solo aumentare le tasse
Ennesimo venerdì nero. Piazza affari perde un altro 3,43% e la tensione sulla Spagna è altissima: cds ai massimi (500 punti) e rendimenti al 6%. Il nostro spread è tornato nella scia di quello spagnolo e segue a 385 punti. L'economia mondiale volge al peggio, a indicarlo è il Pil cinese, che nel I trimestre 2012 è cresciuto "solo" dell'8,1% rispetto allo stesso periodo del 2011. Magari crescessimo noi a quel ritmo, peccato che per la Cina è un vistoso rallentamento (il livello più basso dal 7,9% del II trimestre 2009), dovuto soprattutto al calo della domanda internazionale.
Ma non sono neppure le peggiori notizie della giornata. La nostra produzione industriale infatti continua la sua caduta verticale (si è contratta di oltre 1/5 dall'aprile 2008). Il dato Istat di febbraio è un -0,7% rispetto a gennaio (-6,8% su base annua), il peggior dato dal novembre 2009, quando la produzione segnò un calo del 9,3%. Tutto questo potrebbe significare che stiamo entrando in una recessione molto simile, in termini di Pil, a quella del 2008-2009, con la differenza che questa volta viene dall'Eurozona.
In questo scenario, non c'è proprio modo in cui l'Italia possa immaginare di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, e onorare gli impegni di rientro dal debito previsti dal fiscal compact, senza tagliare in profondità la spesa pubblica e abbattere in modo diretto lo stock del debito pubblico.
Eppure il governo Monti pensa a tutt'altro: approva una riforma della Protezione civile (bene), che chiama «strutturale» non si sa su quali basi, reperendo risorse da un ulteriore aumento delle accise sulla benzina: 5 centesimi. Il fatto stesso che per un'attività - questa sì fondamentale - di cui deve occuparsi uno Stato, cioè la difesa e il soccorso dei suoi cittadini colpiti da catastrofi naturali, non bastano le tasse che già paghiamo (il 45% del Pil) ma bisogna aggiungerne di ulteriori, è la dimostrazione che la spesa pubblica è letteralmente impazzita. Come può nell'enorme montagna di spese statali non rientrarci la Protezione civile? Dov'è che buttiamo tutti quei soldi?
Invece di chiederselo, il presidente della Repubblica non trova di meglio che prendersela con evasori e speculatori, per tutti gli statalisti le vere e proprie streghe di questa crisi da basso impero, e scherzare con Monti su chi tra i due è «volontario» e chi «riservista» della Repubblica.
Incalzato dalla recessione e dalla paura del "contagio spagnolo", il premier Monti è anche sempre più nella morsa dei partiti. Per martedì prossimo è fissato un nuovo vertice con ABC sulla crescita, dove con ogni probabilità sarà costretto a riaprire il testo della riforma del lavoro, almeno al capitolo flessibilità in entrata. La pressione da parte del Pdl infatti aumenta. Ormai Monti dopo aver ceduto a Pd e Cgil sull'articolo 18 non riesce più a tenere il punto su nulla. Il partito di Alfano è attivissimo anche sul fronte fiscale: chiede che il pagamento dell'Imu in tre rate (soluzione che a dire dell'Anci sarebbe «devastante») e la sua abolizione nel 2013. Bersani non è certo rimasto a guardare il ritrovato protagonismo del Pdl e sta sul pezzo: anche il Pd ha delle «correzioni» da proporre sulla riforma del lavoro; e «alleggerire» l'Imu è possibile, basta «compensarla con una tassa personale sui grandi patrimoni immobiliari». Tagliare la spesa proprio no eh?!
Altro giro altra corsa per Monti, che appare sempre meno in grado di riprendere il cammino delle riforme. La lettera della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue restano per lo più inattuati. Il contesto economico peggiora, così come quello interno, e l'intervento del Fmi è tutt'altro che scongiurato.
Nel frattempo il "partito Grecia" oggi è sceso in piazza contro la riforma delle pensioni e sindacati e Pd attaccano sul caos esodati, chiedendo le dimissioni del presidente dell'Inps. A questo punto, forse, alla Fornero sarebbe convenuto indire un censimento telefonico, mettendo a disposizione un numero verde: "Siete tra gli esodati? Chiamateci!".
Ma non sono neppure le peggiori notizie della giornata. La nostra produzione industriale infatti continua la sua caduta verticale (si è contratta di oltre 1/5 dall'aprile 2008). Il dato Istat di febbraio è un -0,7% rispetto a gennaio (-6,8% su base annua), il peggior dato dal novembre 2009, quando la produzione segnò un calo del 9,3%. Tutto questo potrebbe significare che stiamo entrando in una recessione molto simile, in termini di Pil, a quella del 2008-2009, con la differenza che questa volta viene dall'Eurozona.
In questo scenario, non c'è proprio modo in cui l'Italia possa immaginare di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, e onorare gli impegni di rientro dal debito previsti dal fiscal compact, senza tagliare in profondità la spesa pubblica e abbattere in modo diretto lo stock del debito pubblico.
Eppure il governo Monti pensa a tutt'altro: approva una riforma della Protezione civile (bene), che chiama «strutturale» non si sa su quali basi, reperendo risorse da un ulteriore aumento delle accise sulla benzina: 5 centesimi. Il fatto stesso che per un'attività - questa sì fondamentale - di cui deve occuparsi uno Stato, cioè la difesa e il soccorso dei suoi cittadini colpiti da catastrofi naturali, non bastano le tasse che già paghiamo (il 45% del Pil) ma bisogna aggiungerne di ulteriori, è la dimostrazione che la spesa pubblica è letteralmente impazzita. Come può nell'enorme montagna di spese statali non rientrarci la Protezione civile? Dov'è che buttiamo tutti quei soldi?
Invece di chiederselo, il presidente della Repubblica non trova di meglio che prendersela con evasori e speculatori, per tutti gli statalisti le vere e proprie streghe di questa crisi da basso impero, e scherzare con Monti su chi tra i due è «volontario» e chi «riservista» della Repubblica.
Incalzato dalla recessione e dalla paura del "contagio spagnolo", il premier Monti è anche sempre più nella morsa dei partiti. Per martedì prossimo è fissato un nuovo vertice con ABC sulla crescita, dove con ogni probabilità sarà costretto a riaprire il testo della riforma del lavoro, almeno al capitolo flessibilità in entrata. La pressione da parte del Pdl infatti aumenta. Ormai Monti dopo aver ceduto a Pd e Cgil sull'articolo 18 non riesce più a tenere il punto su nulla. Il partito di Alfano è attivissimo anche sul fronte fiscale: chiede che il pagamento dell'Imu in tre rate (soluzione che a dire dell'Anci sarebbe «devastante») e la sua abolizione nel 2013. Bersani non è certo rimasto a guardare il ritrovato protagonismo del Pdl e sta sul pezzo: anche il Pd ha delle «correzioni» da proporre sulla riforma del lavoro; e «alleggerire» l'Imu è possibile, basta «compensarla con una tassa personale sui grandi patrimoni immobiliari». Tagliare la spesa proprio no eh?!
Altro giro altra corsa per Monti, che appare sempre meno in grado di riprendere il cammino delle riforme. La lettera della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue restano per lo più inattuati. Il contesto economico peggiora, così come quello interno, e l'intervento del Fmi è tutt'altro che scongiurato.
Nel frattempo il "partito Grecia" oggi è sceso in piazza contro la riforma delle pensioni e sindacati e Pd attaccano sul caos esodati, chiedendo le dimissioni del presidente dell'Inps. A questo punto, forse, alla Fornero sarebbe convenuto indire un censimento telefonico, mettendo a disposizione un numero verde: "Siete tra gli esodati? Chiamateci!".
Monday, February 27, 2012
I primi 100 di Monti, un successo di immagine
Anche su Notapolitica
A 100 giorni dal suo insediamento il bilancio dell'attività del governo Monti è positivo, se come metro di giudizio prendiamo l'operato dei governi precedenti. Del tutto insufficiente, invece, rispetto ai profondi cambiamenti di cui necessitano con urgenza la nostra finanza pubblica e il nostro modello economico e sociale. Promosso a pieni voti il premier nella capacità di mettere la sua autorevolezza personale al servizio del Paese, nel rappresentare cioè, agli occhi dei partner europei e non, delle istituzioni comunitarie e finanziarie, ben al di là di quanto dimostrino i fatti, l'immagine di un Paese impegnato nel risanamento e nelle riforme strutturali. E' bastato il netto scarto con la caduta verticale di credibilità e l'immobilismo dell'ultimo Berlusconi, e persino con la palese inadeguatezza nell'affrontare la crisi di leader europei del calibro di Merkel e Sarkozy, a decretare il successo di immagine di Monti, anche presso gli italiani, che stanno sopportando misure impopolari rassicurati se non altro nel vedere un governo che dà l'idea del "fare", di essere al timone del Paese. Particolarmente calzante il giudizio di Sergio Marchionne, nell'intervista di venerdì scorso al Corriere. Ricordando come a Washington abbia ricevuto «un'accoglienza straordinaria» e riscosso un «successo incredibile», l'ad di Fiat osserva che Monti «ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando». L'idea, appunto, anche se poco altro al momento.
Va dato atto al premier di aver usato un intelligente mix tra serrata azione di governo, protagonismo sul fronte europeo, e messaggi al mondo finanziario, tutto al fine di calmierare gli interessi sul nostro debito pubblico. La sua moral suasion si è concentrata soprattutto sugli operatori della City e di Wall Street (nonché sui media di riferimento delle due principali piazze finanziarie mondiali), per convincerli a tornare a comprare i nostri titoli di Stato. Le cronache riferiscono che la serietà e la sobrietà del nuovo premier hanno fatto breccia, sono molto apprezzate, ma anche che gli investitori aspettano più fatti concreti rispetto a quanto portato a casa nei primi 100 giorni di governo: articolo 18, tagli alla spesa, privatizzazioni e meno tasse.
In soli tre mesi il governo Monti può vantare una seria riforma delle pensioni, che praticamente avvia ad esaurimento quelle di anzianità; il ritorno della tassazione sulla prima casa; il divieto di doppi incarichi nei consigli di amministrazione di banche e assicurazioni concorrenti; la decisione di separare Snam rete gas da Eni, anche se i criteri devono ancora essere fissati e la procedura occuperà quasi tutto il 2013; l'impegno, da verificare nei prossimi mesi, ad aprire il mercato dei servizi pubblici locali; un'ambiziosa riforma della spesa militare. Giudizio controverso sulla lenzuolata di liberalizzazioni: alcune troppo timide, altre rimandate, altre ancora finte e contraddette da colpi di dirigismo.
Il cosiddetto dl "semplificazioni fiscali", varato venerdì scorso, non sembra volto a semplificare la vita ai cittadini nei loro adempimenti tributari, quanto piuttosto a semplificare allo Stato gli strumenti per tartassarli. Micro-interventi di manutenzione, alcuni dei quali mitigano qualche aspetto troppo punitivo e irragionevole persino per l'amministrazione, ma siamo ancora lontani da qualcosa che appaia come un nuovo approccio nel rapporto tra Fisco e contribuenti, nulla che possa risparmiare a imprese e partite Iva qualcuno dei 36 giorni lavorativi l'anno che ad oggi sono costrette a dedicare alla burocrazia fiscale. Anzi, lo Stato torna a chiedere loro la trasmissione una volta l'anno dell'elenco clienti e fornitori, senza tralasciare la minima prestazione. Saltato, invece, il fondo dove far confluire i proventi della lotta all'evasione 2012-2013 in vista di una loro molto parziale (al massimo la metà) restituzione ai contribuenti "onesti" sotto forma di detrazioni fiscali, "una tantum" e nel 2014, cioè nella prossima legislatura, sempre a condizione di pareggio di bilancio. Un sussulto di serietà che evita la farsa di una promessa scritta sull'acqua solo per farci credere che la lotta all'evasione serva a pagare meno tasse e non a coprire sempre nuovi buchi di bilancio. Anche perché, nonostante tutti gli aumenti di imposte, il fabbisogno della pubblica amministrazione per il 2012 straborderebbe dalle previsioni di circa 20 miliardi.
Molta della propria credibilità il governo se la gioca sul mercato del lavoro: punterà su una riforma incisiva anche senza accordo con le parti sociali, togliendo il freno dell'articolo 18 e ammodernando gli ammortizzatori sociali per favorire una più rapida ristrutturazione delle imprese, o accetterà un compromesso al ribasso per non rompere con i sindacati e non mettere in difficoltà il Pd?
E' soprattutto nelle politiche di finanza pubblica però che il governo Monti delude, esprimendo un'eccessiva continuità con i governi del passato. L'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 viene conseguito a suon di tasse anziché di tagli alla spesa. Quel tipo di austerità che nell'intervista di giovedì scorso al Wall Street Journal il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito «cattiva». C'è modo e modo, ha spiegato, di consolidare i bilanci pubblici. Un «buon» consolidamento di bilancio è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri anche alzando le tasse», ed è «più facile da fare che tagliare la spesa corrente».
In Italia la pressione fiscale, al netto del sommerso, e l'intermediazione dello Stato, quindi della politica, nell'economia superano abbondantemente il 50% del Pil. Eppure, con la complicità dei mainstream media, il governo Monti è riuscito ad additare negli italiani, nella loro propensione ad evadere le tasse, e non nella spesa, il vero problema di finanza pubblica. Di tagli alla spesa nemmeno si parla più, se si escludono le sforbiciate, sacrosante ma un po' demagogiche, agli stipendi dei parlamentari e dei top manager pubblici. E sarebbe comico se la spending review in cui sono impegnati Giarda e Vieri Ceriani partorisse tagli, come si legge, per 5-10 miliardi di euro, lo 0,3-0,5% del Pil, mentre ne servirebbero almeno nell'ordine di 5-6 punti di Pil e nel Regno Unito il governo lavora ad una riduzione della spesa di 80 miliardi di sterline in 4 anni.
Se Monti può «salvare l'Europa», come sostiene il settimanale Time, la nostra è ancora l'economia «più pericolosa del mondo» e non ha ancora iniziato quel processo di trasformazione necessario perché possa tornare a crescere ad un ritmo sostenuto. A far calare in modo sensibile lo spread in questi tre mesi è stata soprattutto l'azione incisiva della Bce di Mario Draghi, che ha inondato di liquidità le banche, e in misura minore hanno aiutato i progressi compiuti in sede Ue su fiscal compact ed ESM e il nuovo pacchetto di aiuti concesso alla Grecia. Fattori esterni, dunque, e il successo di immagine di Monti, più che riforme strutturali.
A 100 giorni dal suo insediamento il bilancio dell'attività del governo Monti è positivo, se come metro di giudizio prendiamo l'operato dei governi precedenti. Del tutto insufficiente, invece, rispetto ai profondi cambiamenti di cui necessitano con urgenza la nostra finanza pubblica e il nostro modello economico e sociale. Promosso a pieni voti il premier nella capacità di mettere la sua autorevolezza personale al servizio del Paese, nel rappresentare cioè, agli occhi dei partner europei e non, delle istituzioni comunitarie e finanziarie, ben al di là di quanto dimostrino i fatti, l'immagine di un Paese impegnato nel risanamento e nelle riforme strutturali. E' bastato il netto scarto con la caduta verticale di credibilità e l'immobilismo dell'ultimo Berlusconi, e persino con la palese inadeguatezza nell'affrontare la crisi di leader europei del calibro di Merkel e Sarkozy, a decretare il successo di immagine di Monti, anche presso gli italiani, che stanno sopportando misure impopolari rassicurati se non altro nel vedere un governo che dà l'idea del "fare", di essere al timone del Paese. Particolarmente calzante il giudizio di Sergio Marchionne, nell'intervista di venerdì scorso al Corriere. Ricordando come a Washington abbia ricevuto «un'accoglienza straordinaria» e riscosso un «successo incredibile», l'ad di Fiat osserva che Monti «ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando». L'idea, appunto, anche se poco altro al momento.
Va dato atto al premier di aver usato un intelligente mix tra serrata azione di governo, protagonismo sul fronte europeo, e messaggi al mondo finanziario, tutto al fine di calmierare gli interessi sul nostro debito pubblico. La sua moral suasion si è concentrata soprattutto sugli operatori della City e di Wall Street (nonché sui media di riferimento delle due principali piazze finanziarie mondiali), per convincerli a tornare a comprare i nostri titoli di Stato. Le cronache riferiscono che la serietà e la sobrietà del nuovo premier hanno fatto breccia, sono molto apprezzate, ma anche che gli investitori aspettano più fatti concreti rispetto a quanto portato a casa nei primi 100 giorni di governo: articolo 18, tagli alla spesa, privatizzazioni e meno tasse.
In soli tre mesi il governo Monti può vantare una seria riforma delle pensioni, che praticamente avvia ad esaurimento quelle di anzianità; il ritorno della tassazione sulla prima casa; il divieto di doppi incarichi nei consigli di amministrazione di banche e assicurazioni concorrenti; la decisione di separare Snam rete gas da Eni, anche se i criteri devono ancora essere fissati e la procedura occuperà quasi tutto il 2013; l'impegno, da verificare nei prossimi mesi, ad aprire il mercato dei servizi pubblici locali; un'ambiziosa riforma della spesa militare. Giudizio controverso sulla lenzuolata di liberalizzazioni: alcune troppo timide, altre rimandate, altre ancora finte e contraddette da colpi di dirigismo.
Il cosiddetto dl "semplificazioni fiscali", varato venerdì scorso, non sembra volto a semplificare la vita ai cittadini nei loro adempimenti tributari, quanto piuttosto a semplificare allo Stato gli strumenti per tartassarli. Micro-interventi di manutenzione, alcuni dei quali mitigano qualche aspetto troppo punitivo e irragionevole persino per l'amministrazione, ma siamo ancora lontani da qualcosa che appaia come un nuovo approccio nel rapporto tra Fisco e contribuenti, nulla che possa risparmiare a imprese e partite Iva qualcuno dei 36 giorni lavorativi l'anno che ad oggi sono costrette a dedicare alla burocrazia fiscale. Anzi, lo Stato torna a chiedere loro la trasmissione una volta l'anno dell'elenco clienti e fornitori, senza tralasciare la minima prestazione. Saltato, invece, il fondo dove far confluire i proventi della lotta all'evasione 2012-2013 in vista di una loro molto parziale (al massimo la metà) restituzione ai contribuenti "onesti" sotto forma di detrazioni fiscali, "una tantum" e nel 2014, cioè nella prossima legislatura, sempre a condizione di pareggio di bilancio. Un sussulto di serietà che evita la farsa di una promessa scritta sull'acqua solo per farci credere che la lotta all'evasione serva a pagare meno tasse e non a coprire sempre nuovi buchi di bilancio. Anche perché, nonostante tutti gli aumenti di imposte, il fabbisogno della pubblica amministrazione per il 2012 straborderebbe dalle previsioni di circa 20 miliardi.
Molta della propria credibilità il governo se la gioca sul mercato del lavoro: punterà su una riforma incisiva anche senza accordo con le parti sociali, togliendo il freno dell'articolo 18 e ammodernando gli ammortizzatori sociali per favorire una più rapida ristrutturazione delle imprese, o accetterà un compromesso al ribasso per non rompere con i sindacati e non mettere in difficoltà il Pd?
E' soprattutto nelle politiche di finanza pubblica però che il governo Monti delude, esprimendo un'eccessiva continuità con i governi del passato. L'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 viene conseguito a suon di tasse anziché di tagli alla spesa. Quel tipo di austerità che nell'intervista di giovedì scorso al Wall Street Journal il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito «cattiva». C'è modo e modo, ha spiegato, di consolidare i bilanci pubblici. Un «buon» consolidamento di bilancio è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri anche alzando le tasse», ed è «più facile da fare che tagliare la spesa corrente».
In Italia la pressione fiscale, al netto del sommerso, e l'intermediazione dello Stato, quindi della politica, nell'economia superano abbondantemente il 50% del Pil. Eppure, con la complicità dei mainstream media, il governo Monti è riuscito ad additare negli italiani, nella loro propensione ad evadere le tasse, e non nella spesa, il vero problema di finanza pubblica. Di tagli alla spesa nemmeno si parla più, se si escludono le sforbiciate, sacrosante ma un po' demagogiche, agli stipendi dei parlamentari e dei top manager pubblici. E sarebbe comico se la spending review in cui sono impegnati Giarda e Vieri Ceriani partorisse tagli, come si legge, per 5-10 miliardi di euro, lo 0,3-0,5% del Pil, mentre ne servirebbero almeno nell'ordine di 5-6 punti di Pil e nel Regno Unito il governo lavora ad una riduzione della spesa di 80 miliardi di sterline in 4 anni.
Se Monti può «salvare l'Europa», come sostiene il settimanale Time, la nostra è ancora l'economia «più pericolosa del mondo» e non ha ancora iniziato quel processo di trasformazione necessario perché possa tornare a crescere ad un ritmo sostenuto. A far calare in modo sensibile lo spread in questi tre mesi è stata soprattutto l'azione incisiva della Bce di Mario Draghi, che ha inondato di liquidità le banche, e in misura minore hanno aiutato i progressi compiuti in sede Ue su fiscal compact ed ESM e il nuovo pacchetto di aiuti concesso alla Grecia. Fattori esterni, dunque, e il successo di immagine di Monti, più che riforme strutturali.
Monday, December 19, 2011
Non stupisce, purtroppo, la violenza della Camusso
Le interviste domenicali ci hanno regalato un Tremonti che si lamenta con Monti per le troppe tasse e il poco sviluppo, tra le cose più ridicole e spudorate sentite in tutto il 2011, e un Passera che si candida al ruolo di nuovo Prodi («occuparsi di bene comune è il più bello dei lavori»). Oggi invece entra nel vivo lo scontro sull'art. 18 e non stupisce la violenza verbale di Susanna Camusso, leader della Cgil, in un'intervista al Corriere della Sera: sulle pensioni parla di intervento addirittura «folle» da parte del governo, al quale attribuisce anche un «tratto autoritario». E poi ecco l'immancabile personalizzazione del "nemico", che in questo caso viene identificato nel ministro Fornero, accusata di una «aggressione nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici». Tra l'altro, oltre che un insulto alla Fornero, quando la Camusso afferma che «fatto da una donna, stupisce molto», insulta anche tutto il genere maschile, evidentemente essendo gli uomini i soli capaci delle peggiori nefandezze.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
Thursday, December 15, 2011
Non vuole salvare l'Italia, ma il baraccone-Stato
Anche su Notapolitica
Poche storie, nessun alibi. Per questa manovra Monti aveva carta bianca. Quale partito si sarebbe assunto la responsabilità di mandare a casa prima di Natale il governo di salvezza nazionale dopo avergli votato la fiducia neanche un mese prima? Nessuno dunque provi a far passare la comoda balla che quei cattivoni della "casta", i sindacati, le corporazioni o chissà chi altro l'hanno bloccato. In queste prime settimane Monti avrebbe potuto far ingoiare qualsiasi riforma strutturale. Invece, ha consapevolmente scelto di dilapidare il suo "momentum", la finestra di massima disponibilità al sacrificio da parte della politica, delle parti sociali e dell'opinione pubblica, non per le riforme strutturali ma - come egli stesso ha ammesso ieri sera in Commissione Bilancio - per «identificare strutturalmente nuova materia imponibile», l'esatto opposto di ciò che i mercati e l'Ue chiedevano. La patrimoniale sulla casa e la riforma delle pensioni possono aver sedato l'invidia dei tedeschi per quelli che erano ritenuti con qualche ragione privilegi tutti italiani ormai poco sostenibili. Allo scopo di farsi ascoltare a Berlino Monti ha puntato tutto su quelle misure, ma non ci serviranno per crescere e, dunque, per convincere gli investitori a scommettere sul nostro futuro.
L'impostazione della manovra è un fallimento di metodo e di cultura politica attribuibile interamente a Mario Monti. Ma che futuro ha il grande liberalizzatore, quello che ha sanzionato nientemeno che Microsoft per milioni di euro, se poi se la svigna davanti ai tassisti e ai farmacisti, per altro rinnegando i suoi editoriali pro-crescita? Il primo colpo sparato dal governo dei tecnici è andato a vuoto e non è detto che ne avrà altri in canna. Purtroppo Monti è caduto nel solito errore di metodo, quello di una politica dei due tempi: prima aggiustiamo i conti con nuove tasse, poi pensiamo alla crescita. L'esperienza insegna che chi ha provato a intraprendere questa strada si è fermato al primo tempo, deprimendo ancor di più la nostra economia e non riuscendo nemmeno a realizzare gli obiettivi di bilancio.
Come temevamo, dunque, quella in via d'approvazione è ancora una volta la manovra delle tasse subito e delle riforme rinviate. Il fatto che Federfarma abbia rinunciato alla serrata prova che anche davanti ai farmacisti il governo s'è calato le braghe: sarà infatti l'Agenzia del farmaco (Aifa), d'intesa con il Ministero della Salute, a individuare entro quattro mesi dal varo del decreto un elenco, aggiornabile periodicamente, dei farmaci di fascia C comunque esclusi dalla vendita fuori farmacia. Rinviata anche la liberalizzazione dei trasporti: il governo si concede sei mesi di tempo per regolare i diversi settori, ma i taxi non sono nemmeno citati e soprattutto non si vede come possa procedere a liberalizzare il trasporto pubblico locale senza privatizzare le municipalizzate. Salvi gli ordini professionali: è stata infatti depotenziata la scadenza del 13 agosto 2012 come termine ultimo per adattarli alle richieste di liberalizzazione da parte dell'Ue. E in tutto questo sono state stralciate le misure per la rete dei carburanti, è stato rinviato al 2013 lo scioglimento dei consigli provinciali, mentre i parlamentari promettono di ridursi le indennità ai livelli europei entro il mese di gennaio del prossimo anno.
Quelle poche liberalizzazioni previste dal decreto sono state dunque rinviate, per essere concertate con le corporazioni, i classici "tacchini" che dovrebbero anticipare il Natale. A dispetto delle indicazioni Ue la manovra non sposta il carico fiscale alleggerendolo su lavoro e imprese, ma si limita ad aggiungere ulteriore carico, sul patrimonio mobiliare e immobiliare, mettendo in piedi un fisco tutt'altro che «amico», una vera e propria "Stasi" tributaria.
Dal punto di vista della cultura politica che il governo dei tecnici esprime, per il momento in totale continuità con i precedenti, il fatto che l'azzeramento del deficit si realizzi - come certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», nonché in piena recessione, rende di per sé l'idea dell'enormità di nuove tasse da cui la società italiana verrà vessata. Ma c'è da dubitare delle reali intenzioni del medico che continua ad ingozzare il paziente obeso. Nel rapporto debito/Pil tutti concordiamo che è il denominatore la chiave di volta. E se vogliamo davvero fare un discorso di verità, dovremmo riconoscere che l'unica soluzione ai nostri problemi di crescita è abbattere l'intermediazione del bilancio pubblico di 10 punti di Pil, per far calare di altrettanti punti la pressione fiscale. Insomma, la restituzione nelle mani dei cittadini e delle imprese della ricchezza da loro prodotta è l'unico modo per crearne di nuova.
La manovra non sembra concepita nemmeno per avviarsi su questa strada. Non è una polemica sui presunti "poteri forti", la questione è più sottile. Il governo Monti si avvale delle migliori e più responsabili e pragmatiche competenze delle elites del Paese, ma proprio per questo non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare più o meno la metà della ricchezza prodotta, vuole salvarlo, perpetuarlo, apportando al sistema quegli accorgimenti minimi ineluttabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione.
Poche storie, nessun alibi. Per questa manovra Monti aveva carta bianca. Quale partito si sarebbe assunto la responsabilità di mandare a casa prima di Natale il governo di salvezza nazionale dopo avergli votato la fiducia neanche un mese prima? Nessuno dunque provi a far passare la comoda balla che quei cattivoni della "casta", i sindacati, le corporazioni o chissà chi altro l'hanno bloccato. In queste prime settimane Monti avrebbe potuto far ingoiare qualsiasi riforma strutturale. Invece, ha consapevolmente scelto di dilapidare il suo "momentum", la finestra di massima disponibilità al sacrificio da parte della politica, delle parti sociali e dell'opinione pubblica, non per le riforme strutturali ma - come egli stesso ha ammesso ieri sera in Commissione Bilancio - per «identificare strutturalmente nuova materia imponibile», l'esatto opposto di ciò che i mercati e l'Ue chiedevano. La patrimoniale sulla casa e la riforma delle pensioni possono aver sedato l'invidia dei tedeschi per quelli che erano ritenuti con qualche ragione privilegi tutti italiani ormai poco sostenibili. Allo scopo di farsi ascoltare a Berlino Monti ha puntato tutto su quelle misure, ma non ci serviranno per crescere e, dunque, per convincere gli investitori a scommettere sul nostro futuro.
L'impostazione della manovra è un fallimento di metodo e di cultura politica attribuibile interamente a Mario Monti. Ma che futuro ha il grande liberalizzatore, quello che ha sanzionato nientemeno che Microsoft per milioni di euro, se poi se la svigna davanti ai tassisti e ai farmacisti, per altro rinnegando i suoi editoriali pro-crescita? Il primo colpo sparato dal governo dei tecnici è andato a vuoto e non è detto che ne avrà altri in canna. Purtroppo Monti è caduto nel solito errore di metodo, quello di una politica dei due tempi: prima aggiustiamo i conti con nuove tasse, poi pensiamo alla crescita. L'esperienza insegna che chi ha provato a intraprendere questa strada si è fermato al primo tempo, deprimendo ancor di più la nostra economia e non riuscendo nemmeno a realizzare gli obiettivi di bilancio.
Come temevamo, dunque, quella in via d'approvazione è ancora una volta la manovra delle tasse subito e delle riforme rinviate. Il fatto che Federfarma abbia rinunciato alla serrata prova che anche davanti ai farmacisti il governo s'è calato le braghe: sarà infatti l'Agenzia del farmaco (Aifa), d'intesa con il Ministero della Salute, a individuare entro quattro mesi dal varo del decreto un elenco, aggiornabile periodicamente, dei farmaci di fascia C comunque esclusi dalla vendita fuori farmacia. Rinviata anche la liberalizzazione dei trasporti: il governo si concede sei mesi di tempo per regolare i diversi settori, ma i taxi non sono nemmeno citati e soprattutto non si vede come possa procedere a liberalizzare il trasporto pubblico locale senza privatizzare le municipalizzate. Salvi gli ordini professionali: è stata infatti depotenziata la scadenza del 13 agosto 2012 come termine ultimo per adattarli alle richieste di liberalizzazione da parte dell'Ue. E in tutto questo sono state stralciate le misure per la rete dei carburanti, è stato rinviato al 2013 lo scioglimento dei consigli provinciali, mentre i parlamentari promettono di ridursi le indennità ai livelli europei entro il mese di gennaio del prossimo anno.
Quelle poche liberalizzazioni previste dal decreto sono state dunque rinviate, per essere concertate con le corporazioni, i classici "tacchini" che dovrebbero anticipare il Natale. A dispetto delle indicazioni Ue la manovra non sposta il carico fiscale alleggerendolo su lavoro e imprese, ma si limita ad aggiungere ulteriore carico, sul patrimonio mobiliare e immobiliare, mettendo in piedi un fisco tutt'altro che «amico», una vera e propria "Stasi" tributaria.
Dal punto di vista della cultura politica che il governo dei tecnici esprime, per il momento in totale continuità con i precedenti, il fatto che l'azzeramento del deficit si realizzi - come certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», nonché in piena recessione, rende di per sé l'idea dell'enormità di nuove tasse da cui la società italiana verrà vessata. Ma c'è da dubitare delle reali intenzioni del medico che continua ad ingozzare il paziente obeso. Nel rapporto debito/Pil tutti concordiamo che è il denominatore la chiave di volta. E se vogliamo davvero fare un discorso di verità, dovremmo riconoscere che l'unica soluzione ai nostri problemi di crescita è abbattere l'intermediazione del bilancio pubblico di 10 punti di Pil, per far calare di altrettanti punti la pressione fiscale. Insomma, la restituzione nelle mani dei cittadini e delle imprese della ricchezza da loro prodotta è l'unico modo per crearne di nuova.
La manovra non sembra concepita nemmeno per avviarsi su questa strada. Non è una polemica sui presunti "poteri forti", la questione è più sottile. Il governo Monti si avvale delle migliori e più responsabili e pragmatiche competenze delle elites del Paese, ma proprio per questo non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare più o meno la metà della ricchezza prodotta, vuole salvarlo, perpetuarlo, apportando al sistema quegli accorgimenti minimi ineluttabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione.
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