Per anni i migranti (non aventi diritto ad alcun asilo) ce li siamo andati a prendere davanti alle coste libiche in barba a qualsiasi regola e buon senso, praticamente un'invasione autoinflitta. Ora pretendiamo che se li accollino quota parte anche gli altri paesi europei e siccome si rifiutano, in nome dell'interesse nazionale ma anche soprattutto europeo, li minacciamo con la "proposta Bonino-Soros" dei 200mila visti... Poi non lamentiamoci dei luoghi comuni sugli italiani eh!
La pretesa italiana di "relocation" anche dei migranti illegali che si è messa in casa da sola è surreale. È contro ogni regola, logica e interesse non solo nazionale ma della stessa Unione europea che rischia la disgregazione. E anziché coltivare buoni rapporti con i Paesi dell'Est, per non subire troppo l'asse franco-tedesco, rompiamo... Resteremo i valletti di Parigi e Berlino.
Che poi, il direttore dell'INPS un po' di pudore dovrebbe averlo a sbandierare che i contributi di oggi servono a pagare le pensioni di oggi. Sappiamo tutti che è così, non solo per i contributi degli stranieri. Ma saperlo è un conto, che il direttore dell'INPS quasi se ne vanti... soprattutto nei confronti di lavoratori stranieri che probabilmente non vedranno mai una pensione, è come vantarsi di una rapina... Bella considerazione degli immigrati che hanno questi professorini...
Showing posts with label bonino. Show all posts
Showing posts with label bonino. Show all posts
Friday, July 21, 2017
Wednesday, August 28, 2013
Qualche missile per coprire i suoi fallimenti
Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie
Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.
Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.
Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".
Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?
Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?
Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.
Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.
Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.
Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.
Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.
Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".
Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?
Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?
Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.
Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.
Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.
Monday, September 24, 2012
Prendi i soldi e... dimettiti!
Dite quello che volete, ma più passano i giorni e più abbiamo la conferma che il problema non è come i consiglieri Pdl hanno speso i fondi del loro gruppo. Quei soldi non dovevano proprio essere presi, né dal Pdl, né dagli altri gruppi, mentre invece se li sono presi all'unanimità, tutti i gruppi. Le dimissioni annunciate dei consiglieri Pd-Idv sono il massimo dell'ipocrisia e della viltà, suonano come un "prendi-i-soldi-e-scappa". Da un lato champagne e maschere da maiale, ma si può sapere come hanno speso i nostri soldi Pd, Idv, Sel e tutti gli altri? E perché non li restituiscono prima di andarsene?
Il concetto è ben espresso da Emma Bonino, in un'intervista a la Repubblica:
Come anche qui ho cercato di spiegare, la questione è di etica pubblica, non di costume, o di "estetica" e gusti privati. Riguarda tutti, non solo il Lazio e non solo il Pdl. Soddisfa gli istinti più demagogici inveire sul peccatore e sul suo squallido spaccato, ma non porsi la domanda di come debellare, o almeno frenare, il peccato. Non è una differenza meramente concettuale. Nel primo caso si tende a individuare la soluzione nei controlli (quindi più spesa e più burocrazia), mentre i rimedi sono altri: abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, in qualsiasi forma, e livellare gli stipendi degli eletti al pil pro capite degli elettori.
E responsabilizzare le autonomie, in modo che ogni euro che spendono hanno anche la responsabilità di andarselo a trovare e di farselo consegnare. Come scrive Luca Ricolfi, su La Stampa:
Il concetto è ben espresso da Emma Bonino, in un'intervista a la Repubblica:
«Non dubito che con quei soldi il Pd non abbia fatto festini, magari avrà fatto concerti di musica classica. Tuttavia, vede, non è una questione - come dire - di eleganza. Il nodo è che i soldi quando arrivano al gruppo vengono utilizzati come fossero di proprietà privata. Sono destinati alle esigenze dei consiglieri, ma non a quelle della comunità. Poi se queste esigenze sono di farsi una biblioteca, pubblicare opuscoli o di ingaggiare escort questo dipende dai gusti che, per definizione, sono personali. Dire "non potevamo darli indietro" è penoso. Potevano. Anzi: dovevano».
Come anche qui ho cercato di spiegare, la questione è di etica pubblica, non di costume, o di "estetica" e gusti privati. Riguarda tutti, non solo il Lazio e non solo il Pdl. Soddisfa gli istinti più demagogici inveire sul peccatore e sul suo squallido spaccato, ma non porsi la domanda di come debellare, o almeno frenare, il peccato. Non è una differenza meramente concettuale. Nel primo caso si tende a individuare la soluzione nei controlli (quindi più spesa e più burocrazia), mentre i rimedi sono altri: abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, in qualsiasi forma, e livellare gli stipendi degli eletti al pil pro capite degli elettori.
E responsabilizzare le autonomie, in modo che ogni euro che spendono hanno anche la responsabilità di andarselo a trovare e di farselo consegnare. Come scrive Luca Ricolfi, su La Stampa:
«Se il federalismo è vero federalismo, non può piacere al ceto politico. E se piace al ceto politico, è perché non è vero federalismo».
Friday, December 10, 2010
Pannella ha perso il suo partito?
Con la loro gloriosa - sì, gloriosa - storia è normale che si interpreti il «dialogo» intrapreso in questi giorni da Pannella con i più alti e nobili obiettivi politici, come hanno fatto stamattina Biagio Marzo, su L'Opinione, e lo storico Ciuffoletti, sul Quotidiano nazionale. Certo, i radicali sono contro le ammucchiate e per il bipartitismo, ma in questa fase il «dialogo» bifronte pannelliano ha raggiunto innanzitutto lo scopo di recuperare un minimo di ascolto dalle parti del Pd, dopo mesi di indifferenza e angherie. Manfrina, insomma. Ma il quesito inedito che ancora nessuno si è posto (forse per una malintesa idea di rispetto nei confronti del leader radicale), e che invece sarebbe ora di porsi è il seguente: volendo giocare una partita diversa, più ambiziosa, rispetto a quella per la mera visibilità, Pannella, ad oggi, avrebbe davvero la forza politica di imporre ai suoi deputati e senatori, e al suo movimento, scelte non scontate?
Temo di no. Conserva il suo straordinario fiuto, quindi si è reso conto che in questa crisi i radicali non potevano restare immobili e silenti. Ma da mesi si sono aperte, tra maggioranza e opposizioni, vaste praterie politiche (sulla giustizia, sulla scuola e l'università, sulla politica di stabilità dei conti pubblici, e persino sulla politica estera) che i radicali - e solo loro - avrebbero potuto cavalcare e da cui invece si sono mantenuti a debita distanza. Ormai il 14 dicembre è alle porte. Non sarà il "giorno del giudizio" che molti si aspettano, nemmeno per il bipolarismo. Se anche il governo dovesse cadere, non è detto che si apra la fase auspicata dai terzopolisti, ma certo martedì prossimo il voto per il bipolarismo coincide con la fiducia o con l'astensione, mentre i radicali voteranno scontatamente la sfiducia, rimandando al dopo ulteriori valutazioni. Ma sinceramente ogni seria interlocuzione con Berlusconi, o con il blocco Pdl-Lega, è quasi del tutto da escludere (probabilmente da ambo le parti). E' venuto progressivamente a mancare in questi anni nel «mondo radicale» un contrappeso alle posizioni culturalmente di vecchia sinistra, e persino antagoniste e antiberlusconiane, che si sono invece sempre più radicate e rafforzate. Pannella ha tentato di tenere la barra dritta sulla sostanziale equivalenza tra il «capace di tutto» e i «buoni a nulla», sull'analisi del «monopartitismo imperfetto», dell'alternativa radicale a tutto, ma sono ormai degli orpelli rispetto a un posizionamento politico avvertito sempre più dai radicali - dirigenti e militanti - come appropriato. Hanno scelto il loro "meno peggio".
Il «dialogo» di questi giorni è quindi figlio della tattica, è fine a se stesso. Ma seppure volesse verificare se esistano le condizioni per aggiustare o cambiare rotta - e non ci giurerei - non credo che oggi Pannella avrebbe la forza di imprimere una svolta non scontata ai radicali, per la quale si troverebbe a scontrare con una irriducibile opposizione da parte di Emma Bonino innanzitutto, di quasi tutti i suoi parlamentari (forse solo Rita Bernardini lo seguirebbe) e di quel «mondo radicale» com'è diventato oggi, di cui lo stesso Pannella registra già in queste ore, con «dolore», la «rivolta rabbiosa» al suo «dialogo» con Berlusconi. E' triste, lo so. Ma Pannella ha perso il pieno controllo strategico del suo partito e gli incontri, l'iniziativa di questi giorni ha anche, come corollario, l'effetto (forse deliberato forse no) di perpetuare l'illusione che sia lui a condurre i giochi e a poter ancora disporre dei "suoi" parlamentari.
Temo di no. Conserva il suo straordinario fiuto, quindi si è reso conto che in questa crisi i radicali non potevano restare immobili e silenti. Ma da mesi si sono aperte, tra maggioranza e opposizioni, vaste praterie politiche (sulla giustizia, sulla scuola e l'università, sulla politica di stabilità dei conti pubblici, e persino sulla politica estera) che i radicali - e solo loro - avrebbero potuto cavalcare e da cui invece si sono mantenuti a debita distanza. Ormai il 14 dicembre è alle porte. Non sarà il "giorno del giudizio" che molti si aspettano, nemmeno per il bipolarismo. Se anche il governo dovesse cadere, non è detto che si apra la fase auspicata dai terzopolisti, ma certo martedì prossimo il voto per il bipolarismo coincide con la fiducia o con l'astensione, mentre i radicali voteranno scontatamente la sfiducia, rimandando al dopo ulteriori valutazioni. Ma sinceramente ogni seria interlocuzione con Berlusconi, o con il blocco Pdl-Lega, è quasi del tutto da escludere (probabilmente da ambo le parti). E' venuto progressivamente a mancare in questi anni nel «mondo radicale» un contrappeso alle posizioni culturalmente di vecchia sinistra, e persino antagoniste e antiberlusconiane, che si sono invece sempre più radicate e rafforzate. Pannella ha tentato di tenere la barra dritta sulla sostanziale equivalenza tra il «capace di tutto» e i «buoni a nulla», sull'analisi del «monopartitismo imperfetto», dell'alternativa radicale a tutto, ma sono ormai degli orpelli rispetto a un posizionamento politico avvertito sempre più dai radicali - dirigenti e militanti - come appropriato. Hanno scelto il loro "meno peggio".
Il «dialogo» di questi giorni è quindi figlio della tattica, è fine a se stesso. Ma seppure volesse verificare se esistano le condizioni per aggiustare o cambiare rotta - e non ci giurerei - non credo che oggi Pannella avrebbe la forza di imprimere una svolta non scontata ai radicali, per la quale si troverebbe a scontrare con una irriducibile opposizione da parte di Emma Bonino innanzitutto, di quasi tutti i suoi parlamentari (forse solo Rita Bernardini lo seguirebbe) e di quel «mondo radicale» com'è diventato oggi, di cui lo stesso Pannella registra già in queste ore, con «dolore», la «rivolta rabbiosa» al suo «dialogo» con Berlusconi. E' triste, lo so. Ma Pannella ha perso il pieno controllo strategico del suo partito e gli incontri, l'iniziativa di questi giorni ha anche, come corollario, l'effetto (forse deliberato forse no) di perpetuare l'illusione che sia lui a condurre i giochi e a poter ancora disporre dei "suoi" parlamentari.
Thursday, November 18, 2010
Doccia gelata sui bollenti spiriti
La giornata è all'insegna del raffreddamento degli ardenti spiriti dei finiani, che oggi, meno sicuri dei loro numeri, cominciano a temere di aver compiuto il classico passo più lungo della gamba. Giorni fa lasciavano intendere di non essere disponibili ad un reincarico del premier, oggi parlano di un Berlusconi-bis; oggi, nel suo videomessaggio, un confuso Fini non rinnova la richiesta di dimissioni, ma dice che Berlusconi ha il dovere - «l'onore e l'onere» - di governare (ma non doveva dimettersi?). Allo stato attuale la "maggioranza" che sostiene il governo Berlusconi potrebbe contare alla Camera su 309-310 seggi, al netto dei 36 finiani: ancora -6 dalla maggioranza assoluta, dunque. Francamente, ritengo ancora improbabile che il governo riesca a ottenere la fiducia anche alla Camera (mentre al Senato è molto probabile). E non è scontato che sia auspicabile, visto che comunque sarebbe troppo fragile per sostenere riforme di rilievo e durare fino alla fine della legislatura.
I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.
E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».
Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).
Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.
E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.
I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.
E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».
Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).
Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.
E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.
Monday, March 29, 2010
Il centrodestra batte anche l'astensionismo
A prescindere da come si concluderanno i testa-a-testa in Piemonte (dove è in vantaggio Cota) e in Lazio (dove è in vantaggio Bonino), il fatto clamoroso - su cui dopo il dato dell'affluenza di ieri sera alle 22 e fino ad oggi pomeriggio alle 15 nessuno avrebbe scommesso - è che il centrodestra ha tenuto. Il pronostico della vigilia di 7 a 4 per il centrosinistra e due regioni in bilico viene rispettato, nonostante la forte astensione - in gran parte provocata dal disgusto di tanti elettori per una campagna elettorale funestata dai colpi del partito della destabilizzazione - a detta di tutti avrebbe dovuto danneggiare nella misura di tre quarti la coalizione di governo.
Non è avvenuto. Insomma, in mattinata prevaleva lo scoramento nel centrodestra. I politologi dovranno invece interrogarsi sul fenomeno di un astensionismo così forte (l'8% nelle nove regioni i cui dati sono gestiti dal Ministero dell'Interno e addirittura oltre l'11% nel Lazio) che stranamente ha risparmiato le forze di governo e ha penalizzato direi quasi in egual misura le due coalizioni. Altro, quindi, che "sindrome francese". Qui da noi la probabile vittoria di Cota in Piemonte, che sancirebbe l'espulsione del Pd dalle regioni del Nord più produttive, quella della Bonino nel Lazio, comunque di un soffio, quindi solo grazie all'assenza determinante della lista del Pdl a Roma e provincia (un danno quantificabile in 3-4 punti percentuali), nonché la buona performance di Rocco Palese in Puglia (con il 44 per cento si è avvicinato fino a tre punti da Vendola, cui solo la Poli Bortone ha evitato una sconfitta), significherebbero una ormai inattesa - rispetto a come si erano messe le cose - affermazione del centrodestra e personale di Berlusconi, che ancora una volta ha evitato il disastro rispondendo ad attacchi concentrici.
Senza considerare le vittorie "landslide" in Veneto, Lombardia, Campania e Calabria. Insomma, nel 2005, dopo quattro anni di governo Berlusconi, gli elettori erano a tal punto delusi e contrariati da decretare un 11 a 2 per la sinistra. Oggi, dopo due anni di governo Berlusconi, gli elettori mostrano una disaffezione bipartisan alla politica, ma assegnano alla coalizione di governo anche la terza grande regione del Nord e la più popolosa del Sud, la Campania, mentre il centrodestra è di fatto maggioranza anche nel Lazio e in Puglia. In particolare la tenuta del Pdl, la cui immagine e credibilità è stata messa a dura prova in questa campagna elettorale, dimostra che pur non essendo certo un partito perfetto, e pagando qualche sciatteria di troppo, non è però un partito di plastica, tanto da essere riuscito nel Lazio a spostare gran parte dei suoi voti su una lista civica in soli dieci giorni.
Il Pdl e la Lega escono da queste elezioni forti della propria identità e con un prezioso avvertimento (non deludere le aspettative di cambiamento del proprio elettorato); il Pd e il centrosinistra rimangono senza identità, se non quella del dipietrismo e dell'antiberlusconismo, comunque portentosi fattori di mobilitazione degli elettori del centrodestra.
Non è avvenuto. Insomma, in mattinata prevaleva lo scoramento nel centrodestra. I politologi dovranno invece interrogarsi sul fenomeno di un astensionismo così forte (l'8% nelle nove regioni i cui dati sono gestiti dal Ministero dell'Interno e addirittura oltre l'11% nel Lazio) che stranamente ha risparmiato le forze di governo e ha penalizzato direi quasi in egual misura le due coalizioni. Altro, quindi, che "sindrome francese". Qui da noi la probabile vittoria di Cota in Piemonte, che sancirebbe l'espulsione del Pd dalle regioni del Nord più produttive, quella della Bonino nel Lazio, comunque di un soffio, quindi solo grazie all'assenza determinante della lista del Pdl a Roma e provincia (un danno quantificabile in 3-4 punti percentuali), nonché la buona performance di Rocco Palese in Puglia (con il 44 per cento si è avvicinato fino a tre punti da Vendola, cui solo la Poli Bortone ha evitato una sconfitta), significherebbero una ormai inattesa - rispetto a come si erano messe le cose - affermazione del centrodestra e personale di Berlusconi, che ancora una volta ha evitato il disastro rispondendo ad attacchi concentrici.
Senza considerare le vittorie "landslide" in Veneto, Lombardia, Campania e Calabria. Insomma, nel 2005, dopo quattro anni di governo Berlusconi, gli elettori erano a tal punto delusi e contrariati da decretare un 11 a 2 per la sinistra. Oggi, dopo due anni di governo Berlusconi, gli elettori mostrano una disaffezione bipartisan alla politica, ma assegnano alla coalizione di governo anche la terza grande regione del Nord e la più popolosa del Sud, la Campania, mentre il centrodestra è di fatto maggioranza anche nel Lazio e in Puglia. In particolare la tenuta del Pdl, la cui immagine e credibilità è stata messa a dura prova in questa campagna elettorale, dimostra che pur non essendo certo un partito perfetto, e pagando qualche sciatteria di troppo, non è però un partito di plastica, tanto da essere riuscito nel Lazio a spostare gran parte dei suoi voti su una lista civica in soli dieci giorni.
Il Pdl e la Lega escono da queste elezioni forti della propria identità e con un prezioso avvertimento (non deludere le aspettative di cambiamento del proprio elettorato); il Pd e il centrosinistra rimangono senza identità, se non quella del dipietrismo e dell'antiberlusconismo, comunque portentosi fattori di mobilitazione degli elettori del centrodestra.
Thursday, March 25, 2010
Un boomerang le intimazioni vaticane
Se il voto del 28 e 29 marzo si caratterizza, come si sta sforzando di caratterizzarlo Berlusconi, non solo come voto per scegliere i governi regionali ma anche per dare «nuova forza e supporto al mio governo per operare nella direzione delle riforme» (il premier, ormai non sappiamo con quale credibilità, è tornato a parlare di «rivoluzione liberale», dal presidenzialismo alla riforma della giustizia e del fisco), allora c'è qualche possibilità che i candidati di centrodestra riescano a strappare la vittoria al foto-finish in Piemonte e Lazio. Ma se si caratterizza come voto "religioso" contro i candidati "laicisti" le possibilità a mio avviso diminuiscono.
Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.
L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).
Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.
Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.
L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).
Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.
Tuesday, March 23, 2010
L'effetto "B" sulla campagna nel Lazio
Mi pare che ormai in dieci delle 13 regioni in cui si vota i rapporti di forza tra i candidati si siano abbastanza consolidati: al centrosinistra dovrebbero andarne sei (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Puglia e Basilicata) e al centrodestra quattro (Lombardia, Veneto, Campania, Calabria). Ciò significa che a decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento sarà il responso delle urne nelle tre regioni rimanenti. Oltre che in Liguria (dov'è leggermente in vantaggio il centrosinistra), soprattutto nelle due più pesanti e in bilico, Lazio e Piemonte. Considerando che il centrodestra, pur perdendo in tutte e tre queste regioni, passerebbe comunque da due a quattro regioni governate, ma che il centrosinistra parte da una base di consensi fortemente ridotta rispetto alle ultime regionali nel 2005 (e che pochi mesi fa la prospettiva del sorpasso - 7 a 6 o addirittura 8 a 5 - sembrava alla portata del centrodestra), bisognerebbe parlare di pareggio nel caso in cui il Lazio andasse agli uni e il Piemonte agli altri, o viceversa, mentre se in entrambe le regioni si affermasse una sola coalizione, allora avremmo una vittoria piena.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Monday, March 22, 2010
Pretese assurde e facce di c... bronzo
Assurda non è la stima della questura dei partecipanti alla manifestazione del Pdl sabato a Piazza San Giovanni (150 mila). Assurdo è «l'autogol» comunicativo, come l'ha giustamente definito il ministro Maroni, dei capogruppo alla Camera e al Senato del Pdl, Cicchitto e Gasparri, che hanno preferito polemizzare sui numeri della questura, insistendo sul miraggio del milione, invece di sottolineare come, proprio stando a quei numeri "ufficiali", il Pdl abbia comunque richiamato in piazza più manifestanti delle opposizioni sabato scorso (sei volte di più). Un'occasione persa che rivela la scarsa materia cerebrale persino di chi guida il partito di maggioranza relativa alla Camera e al Senato, e non solo di chi lo guida a livello locale.
Quella di gonfiare fino all'inverosimile il numero dei manifestanti è una bruttissima e ormai patetica abitudine bipartisan. Ogni volta si spara più o meno una cifra dieci volte superiore a quella realistica. Se a Piazza del Popolo due sabati fa c'erano 200 mila persone invece di 25 mila, sabato scorso ecco che si sarebbero materializzate in Piazza San Giovanni un milione di persone, quando non potevano essere più di 150 mila. E la cosa più ridicola è che non ci si rende conto che si tratta comunque di numeri ragguardevoli, tali da ritenere un successo entrambe le manifestazioni.
Ormai il calcolo dei presenti ad una manifestazione lo può fare chiunque. Si calcola la superficie della piazza in mq e si moltiplica per tre, massimo quattro, tante sono infatti le persone che possono stare in piedi stipate in un metro quadrato. Poi, si arrotonda a seconda dello spazio occupato da palco e stand, o delle vie laterali eventualmente occupate dai manifestanti. Applicando la formula alle piazze in questione, si ottiene più o meno la stima della questura. Se non il numero esatto, almeno l'ordine di grandezza è quello: 140-160 mila a Piazza San Giovanni; 25-40 mila a Piazza del Popolo.
Davvero senza vergogna il modo opportunistico in cui la Giunta regionale del Lazio ha utilizzato il decreto interpretativo del governo sul caos liste per non concedere il rinvio del voto alla lista di Sgarbi, riammessa la scorsa settimana. Quando si tratta di non ammettere la lista del Pdl a Roma e provincia, il decreto è inapplicabile nel Lazio e la Regione decide persino di ricorrere contro di esso dinanzi alla Corte costituzionale, sostenendo che vale la legge elettorale regionale; quando si tratta di evitare il rinvio, spudoratamente ci si richiama al decreto contro cui si è fatto ricorso e dichiarato inapplicabile per due volte dallo stesso Tar del Lazio. Altro che rispetto delle regole e legalità, questo dimostra la totale strumentalità con cui il Pd e la sinistra (i compagni di viaggio della Bonino nel Lazio) hanno affrontato la vicenda liste. Tentando di approfittare di sviste giudiziarie o ingenuità da parte del Pdl per escludere gli avversari o comunque avvantaggiarsene.
Quella di gonfiare fino all'inverosimile il numero dei manifestanti è una bruttissima e ormai patetica abitudine bipartisan. Ogni volta si spara più o meno una cifra dieci volte superiore a quella realistica. Se a Piazza del Popolo due sabati fa c'erano 200 mila persone invece di 25 mila, sabato scorso ecco che si sarebbero materializzate in Piazza San Giovanni un milione di persone, quando non potevano essere più di 150 mila. E la cosa più ridicola è che non ci si rende conto che si tratta comunque di numeri ragguardevoli, tali da ritenere un successo entrambe le manifestazioni.
Ormai il calcolo dei presenti ad una manifestazione lo può fare chiunque. Si calcola la superficie della piazza in mq e si moltiplica per tre, massimo quattro, tante sono infatti le persone che possono stare in piedi stipate in un metro quadrato. Poi, si arrotonda a seconda dello spazio occupato da palco e stand, o delle vie laterali eventualmente occupate dai manifestanti. Applicando la formula alle piazze in questione, si ottiene più o meno la stima della questura. Se non il numero esatto, almeno l'ordine di grandezza è quello: 140-160 mila a Piazza San Giovanni; 25-40 mila a Piazza del Popolo.
Davvero senza vergogna il modo opportunistico in cui la Giunta regionale del Lazio ha utilizzato il decreto interpretativo del governo sul caos liste per non concedere il rinvio del voto alla lista di Sgarbi, riammessa la scorsa settimana. Quando si tratta di non ammettere la lista del Pdl a Roma e provincia, il decreto è inapplicabile nel Lazio e la Regione decide persino di ricorrere contro di esso dinanzi alla Corte costituzionale, sostenendo che vale la legge elettorale regionale; quando si tratta di evitare il rinvio, spudoratamente ci si richiama al decreto contro cui si è fatto ricorso e dichiarato inapplicabile per due volte dallo stesso Tar del Lazio. Altro che rispetto delle regole e legalità, questo dimostra la totale strumentalità con cui il Pd e la sinistra (i compagni di viaggio della Bonino nel Lazio) hanno affrontato la vicenda liste. Tentando di approfittare di sviste giudiziarie o ingenuità da parte del Pdl per escludere gli avversari o comunque avvantaggiarsene.
Saturday, March 13, 2010
Tradimento e inganno o speranza d'alternativa?
Mai come oggi forse nella storia radicale, e nella loro personale, Marco Pannella ed Emma Bonino sono stati così distanti in modo così eclatante. Divergenze nel corso degli anni ce ne sono certamente state, e anche di notevoli, ma mai sono emerse in modo così vistoso. Tenere un piede fuori, ma anche uno dentro Piazza del Popolo, non è cosa facile, anche per i contorsionismi radicali:
Bonino stamattina, poche ore prima della manifestazione:
Bonino stamattina, poche ore prima della manifestazione:
«Mi auguro e voglio che sia non tanto e non solo una manifestazione contro un regime da basso impero, ma una manifestazione di proposta e soprattutto di speranza. Credo sia possibile un nuovo inizio per preparare un'alternativa».Pannella oggi a Radio Radicale:
«Questa mobilitazione e questo linciaggio dell'avversario sono un logoro gioco delle parti. A Piazza del popolo si compie oggettivamente l'ennesimo tradimento, l'inganno del popolo serio e buono che vi sarà convogliato».Due strade che sono destinate a dividersi? Non si può escludere, ma certo si rafforza l'impressione di due separati in casa, animati evidentemente da ambizioni e ossessioni diverse.
Friday, March 12, 2010
Dal caso Italia al caso mezza Italia
Liste forse escluse, l'immagine del Pdl ai minimi, candidati deboli, Berlusconi non può che personalizzare su di sé la campagna elettorale per provare a vincere (o a questo punto a non pedere) le regionali, aiutato dallo schieramento avversario che, persa un'occasione buona per dimostrare fair play e sensibilità democratica, sembra non riuscire ad esprimere altro che dipietrismo contro Berlusconi. La manifestazione di domani rischia di dare una mano al premier, ancor di più dopo il nuovo caso intercettazioni che coinvolge Berlusconi, il direttore del Tg1 Minzolini (che guarda caso si era schierato con decisione contro questo uso delle intercettazioni, tanto che è stato subito punito), e il commissario dell'Agcom Innocenzi, reo evidentemente di essersi permesso di sollevare dubbi sulla correttezza di Annozero.
Il "caso" è tutto qui, ma scoppia al momento giusto, per Travaglio e Di Pietro, finendo per estremizzare ancora di più la manifestazione di domani a Piazza del Popolo, complicando così la posizione del Pd.
Se a Bersani è bastato solleticare l'ego di Pannella («ah, se avessi saputo venti o trent'anni fa che avrei avuto una mezz'ora di Pannella tutta per me...») per tenere buoni i radicali con la loro proposta di sanatoria e rinvio del voto (non sostenuta dall'unica "radicale" in questo momento in grado di esercitare un minimo di influenza sul centrosinistra, essendo candidata alla presidenza del Lazio, e cioè Emma Bonino), Di Pietro è irrefrenabile e a prescindere da attacchi o no al presidente Napolitano domani in piazza, è intenzionato ad approfittare delle circostanze per rastrellare consensi tra gli elettori più arrabbiati e frustrati della sinistra. E pazienza se ciò produca un vantaggio per Berlusconi...
Bersani si è presentato all'assemblea dei radicali riducendo a 180 gradi la loro battaglia a 360 gradi per la legalità. Se per i radicali l'illegalità è sistematica, riguarda tutte le liste e tutte le regioni, per il segretario del Pd il «pasticcio» liste è «tutto loro», del centrodestra, «la palla della confusione e del pasticcio è tutta di là, lasciamogliela di là. Non indeboliamoci da soli». In una parola: approfittiamone - e di corsa! Non per ristabilire la legalità, ma per vincere, una volta tanto: «Andiamo davanti agli elettori, andiamoci tranquilli e, soprattutto, andiamoci per vincere. Abbiamo mobilitato il nostro popolo, lasciamo perdere i cavilli e i ricorsi».
Due posizioni apparentemente inconciliabili, si dirà, ma c'è un però. Emma Bonino con il loro appoggio rischia di farcela ad essere eletta governatrice del Lazio. Quindi, evitare rotture. Bersani si permette addirittura di liquidare come «cavilli» la battaglia di legalità dei radicali, un azzardo che una volta avrebbe suscitato le ire di Pannella, mentre l'altro giorno solo sorrisi e abbracci per il segretario del Pd che candida Emma e ha la pazienza di ascoltare un'ora di discorso dell'anziano leader radicale.
Ufficialmente i radicali restano sulla linea del rinvio delle elezioni in tutte le regioni e con uno scatto d'orgoglio si sono rifiutati di esserci sabato, ad una manifestazione che ha tutt'altro obiettivo che la legalità, ma se un piede è fuori, allo stesso tempo cercano di tenerne uno dentro Piazza del Popolo. Ci sarà la Bonino, infatti (la cui presenza è «doverosa per serietà», essendo sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra presente sabato). Pannella fa bene a sottolineare «Emma una di noi», perché altrimenti non ci si crederebbe. Quella che interessa ai loro alleati, e che purtroppo hanno servito con le loro ultime denunce e i loro ricorsi, è una legalità a metà, per escludere solo le liste del centrodestra. Così il "caso Italia" diventa il "caso mezza Italia".
Il "caso" è tutto qui, ma scoppia al momento giusto, per Travaglio e Di Pietro, finendo per estremizzare ancora di più la manifestazione di domani a Piazza del Popolo, complicando così la posizione del Pd.
Se a Bersani è bastato solleticare l'ego di Pannella («ah, se avessi saputo venti o trent'anni fa che avrei avuto una mezz'ora di Pannella tutta per me...») per tenere buoni i radicali con la loro proposta di sanatoria e rinvio del voto (non sostenuta dall'unica "radicale" in questo momento in grado di esercitare un minimo di influenza sul centrosinistra, essendo candidata alla presidenza del Lazio, e cioè Emma Bonino), Di Pietro è irrefrenabile e a prescindere da attacchi o no al presidente Napolitano domani in piazza, è intenzionato ad approfittare delle circostanze per rastrellare consensi tra gli elettori più arrabbiati e frustrati della sinistra. E pazienza se ciò produca un vantaggio per Berlusconi...
Bersani si è presentato all'assemblea dei radicali riducendo a 180 gradi la loro battaglia a 360 gradi per la legalità. Se per i radicali l'illegalità è sistematica, riguarda tutte le liste e tutte le regioni, per il segretario del Pd il «pasticcio» liste è «tutto loro», del centrodestra, «la palla della confusione e del pasticcio è tutta di là, lasciamogliela di là. Non indeboliamoci da soli». In una parola: approfittiamone - e di corsa! Non per ristabilire la legalità, ma per vincere, una volta tanto: «Andiamo davanti agli elettori, andiamoci tranquilli e, soprattutto, andiamoci per vincere. Abbiamo mobilitato il nostro popolo, lasciamo perdere i cavilli e i ricorsi».
Due posizioni apparentemente inconciliabili, si dirà, ma c'è un però. Emma Bonino con il loro appoggio rischia di farcela ad essere eletta governatrice del Lazio. Quindi, evitare rotture. Bersani si permette addirittura di liquidare come «cavilli» la battaglia di legalità dei radicali, un azzardo che una volta avrebbe suscitato le ire di Pannella, mentre l'altro giorno solo sorrisi e abbracci per il segretario del Pd che candida Emma e ha la pazienza di ascoltare un'ora di discorso dell'anziano leader radicale.
Ufficialmente i radicali restano sulla linea del rinvio delle elezioni in tutte le regioni e con uno scatto d'orgoglio si sono rifiutati di esserci sabato, ad una manifestazione che ha tutt'altro obiettivo che la legalità, ma se un piede è fuori, allo stesso tempo cercano di tenerne uno dentro Piazza del Popolo. Ci sarà la Bonino, infatti (la cui presenza è «doverosa per serietà», essendo sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra presente sabato). Pannella fa bene a sottolineare «Emma una di noi», perché altrimenti non ci si crederebbe. Quella che interessa ai loro alleati, e che purtroppo hanno servito con le loro ultime denunce e i loro ricorsi, è una legalità a metà, per escludere solo le liste del centrodestra. Così il "caso Italia" diventa il "caso mezza Italia".
Sunday, March 07, 2010
Napolitano ci ha messo la faccia, gli altri l'hanno persa
Tutti dovrebbero fare i conti con questa realtà. Nella spiegazione che ha fornito della sua firma al decreto "interpretativo" sul caos liste, il presidente della Repubblica non solo chiarisce che il testo presentatogli «non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità», ma mostra di condividerne il merito, o quanto meno di aver condiviso con il governo l'esigenza di un intervento legislativo, laddove spiega che si trattava di «garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici» e sottolinea che «non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo». Non era sostenibile. Diversamente dalle opposizioni Napolitano ha ritenuto opportuno un intervento, ha riconosciuto che in gioco c'era «il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi». Dunque, se non il merito, almeno l'opportunità del decreto l'ha condivisa.
Per il capo dello Stato inoltre la soluzione avallata tutela entrambi gli interessi o beni coinvolti («il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi»), e «non si può negare che si tratti di beni egualmente preziosi», sottolinea. Ha chiarito inoltre che qualsiasi soluzione avrebbe «pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa», e che dati i tempi ristretti «quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Rispetto alle ipotesi riapertura dei termini, o rinvio, prospettategli giovedì sera da Berlusconi, quelle sì a forte rischio incostituzionalità, Napolitano ha insistito per un intervento che non cambiasse le regole in corsa. E l'ha ottenuto.
Nel messaggio si è poi voluto togliere due sassolini, uno dalla scarpa sinistra e una da quella destra. Laddove scrive che «certo sarebbe stato opportuno» un accordo bipartisan, ma fa notare quanto ciò sia difficile «ancor più in clima elettorale», non si può non vedere una frecciatina al Pd, che ad un confronto con il governo e con il Colle su una questione delicatissima, di fair play e correttezza del voto, ha preferito la propaganda, non resistendo alla tentazione di provare a "vincere facile". Laddove scrive che «un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri» ce l'ha con Di Pietro e ovviamente con Berlusconi, per il «teso incontro» di giovedì sera. Ma il fatto che nonostante il duro scontro di giovedì, ai limiti della rottura, con Berlusconi, Napolitano abbia comunque firmato un decreto che aiuta a risolvere il problema liste, ciò la dice lunga da un lato sull'onestà intellettuale e la correttezza del presidente, dall'altro sulla necessità e urgenza dell'intervento. Evidentemente Napolitano ha ritenuto davvero in pericolo il diritto di voto di milioni di cittadini e non gli è importato nulla né dell'arroganza di Berlusconi né della contrarietà della sinistra.
Il Pd non può quindi trincerarsi, per distinguersi dalla reazione di Di Pietro contro Napolitano, dietro il fatto che firmando il presidente si limita a un primo controllo di costituzionalità e non è politicamente responsabile nel merito del decreto. Ciò è senz'altro vero, ma indubbiamente Napolitano ci ha messo la faccia, e con la sua spiegazione lo rivendica con un coraggio e una trasparenza di cui gli va dato merito. Davvero si è dimostrato presidente di tutti. O il decreto è incostituzionale, un "golpe", e allora di una gravità inaudita che coinvolge anche Napolitano, come sostiene Di Pietro, oppure non lo è. In ogni caso emerge tutta la contraddittorietà della posizione del Pd, che da una parte fa ricorso alla piazza e alza le barricate, pronuncia parole e mette in atto iniziative da allarme democratico, come si farebbe per contrastare l'instaurazione di un regime; dall'altra pretende di lasciar fuori da tutto questo Napolitano.
Ancor più insostenibile, se possibile, la posizione dei radicali. Da una parte pretendono di denunciare l'illegalità generalizzata, sistematica e strutturale, di queste elezioni, fino a chiederne il totale annullamento, dall'altra scendono in piazza e si candidano con chi è convinto che il caos liste è tutta colpa dell'incapacità del Pdl a raccogliere le firme. Insomma, di questo "regime" partitocratico sono corresponsabili e coautori centrodestra e centrosinistra, come hanno sempre sostenuto loro, oppure il problema è il "dittatore" Berlusconi, come sostiene Di Pietro? La candidatura della Bonino soffre di questa contraddizione. Da candidata ha il dovere di contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra, di gioire ed avvantaggiarsi dell'esclusione delle liste avversarie, ma come radicale non può che denunciare un'illegalità che riguarda tutti. Ha mai chiesto a Bersani se fosse d'accordo con l'annullamento delle elezioni per poter sanare le illegalità e cambiare le regole? Bersani avrebbe chiamato il premier per proporgli questa soluzione? Un rinvio, nella versione proposta da Berlusconi a Napolitano, o l'annullamento versione radicale, sarebbero stati ancor più contrastati dalla sinistra, e forse a questo punto quelli sì incostituzionali. Non prendiamoci in giro. I radicali hanno piegato la loro battaglia di legalità agli interessi di una parte; al di là delle intenzioni l'hanno resa uno strumento di lotta politica a danno di uno solo dei due schieramenti, e in tutto questo la loro lettura della realtà italiana va a farsi friggere.
E veniamo al centrodestra. Che pagherà un prezzo politico pesante per il disgusto suscitato, anche nei suoi elettori, prima dalla sciatteria e dall'inefficienza dimostrata dal Pdl, poi dalla sensazione che per rimediare ai suoi errori sia stato determinante un "aiutino" calato dall'alto e in corsa. Anche se l'"aiutino" non è stato necessario per la riammissione del "listino" Formigoni. Il Tar della Lombardia infatti ha deciso a prescindere dal decreto, gettando un'ombra sinistra sull'operato della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano, che una volta ammessa la lista non doveva più pronunciarsi su di essa, non aveva più alcun potere di intervento, e quindi non doveva neanche accogliere le pretese accampate contro le liste ammesse nel ricorso dei radicali, titolati a ricorrere solo contro la loro esclusione. Tecnicamente non si tratta neanche di una riammissione. Per il Tar Formigoni è sempre stato in corsa, dato che l'autorità che l'ha escluso non poteva farlo. Perché allora il governo ha voluto fare il decreto interpretativo prima della pronuncia del Tar lombardo? Salvare il Pdl a Roma, la cui riammissione è molto più difficile, era questo il vero scopo. Una volta riammesso Formigoni e la coalizione in Lombardia, infatti, la Lega non avrebbe più sostenuto la necessità di un intervento, e riguardando l'esclusione di una sola lista - sia pure maggioritaria - e non un intero schieramento e un candidato presidente, non sarebbe apparsa tale neanche a Napolitano.
Il prezzo per salvare il Pdl romano, sempre che il decreto basti, sarà alto. Di quanto potrà essere attenuato dipenderà dalla decisione del Tar laziale lunedì e dalla capacità di Berlusconi di spiegare ai cittadini cosa è successo. Accanto alla dabbenaggine dei dirigenti del Pdl locale, infatti, è anche vero che c'è stato un abuso di potere. Doveva essere consentita infatti la presentazione della lista anche fuori dai termini. La mancata presentazione ha impedito al Pdl di esercitare un diritto: quello di far valere nelle sedi competenti i motivi del suo ritardo. Mentre più emergono particolari sul caso Formigoni (fin dall'inizio avevo scritto che mi "puzzava"), più viene fuori non solo l'illegittimità dell'esclusione, come sancito dal Tar, ma anche la parzialità ai suoi danni della condotta della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano. Altro che inefficienza, nel caso Formigoni!
Per il capo dello Stato inoltre la soluzione avallata tutela entrambi gli interessi o beni coinvolti («il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi»), e «non si può negare che si tratti di beni egualmente preziosi», sottolinea. Ha chiarito inoltre che qualsiasi soluzione avrebbe «pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa», e che dati i tempi ristretti «quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Rispetto alle ipotesi riapertura dei termini, o rinvio, prospettategli giovedì sera da Berlusconi, quelle sì a forte rischio incostituzionalità, Napolitano ha insistito per un intervento che non cambiasse le regole in corsa. E l'ha ottenuto.
Nel messaggio si è poi voluto togliere due sassolini, uno dalla scarpa sinistra e una da quella destra. Laddove scrive che «certo sarebbe stato opportuno» un accordo bipartisan, ma fa notare quanto ciò sia difficile «ancor più in clima elettorale», non si può non vedere una frecciatina al Pd, che ad un confronto con il governo e con il Colle su una questione delicatissima, di fair play e correttezza del voto, ha preferito la propaganda, non resistendo alla tentazione di provare a "vincere facile". Laddove scrive che «un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri» ce l'ha con Di Pietro e ovviamente con Berlusconi, per il «teso incontro» di giovedì sera. Ma il fatto che nonostante il duro scontro di giovedì, ai limiti della rottura, con Berlusconi, Napolitano abbia comunque firmato un decreto che aiuta a risolvere il problema liste, ciò la dice lunga da un lato sull'onestà intellettuale e la correttezza del presidente, dall'altro sulla necessità e urgenza dell'intervento. Evidentemente Napolitano ha ritenuto davvero in pericolo il diritto di voto di milioni di cittadini e non gli è importato nulla né dell'arroganza di Berlusconi né della contrarietà della sinistra.
Il Pd non può quindi trincerarsi, per distinguersi dalla reazione di Di Pietro contro Napolitano, dietro il fatto che firmando il presidente si limita a un primo controllo di costituzionalità e non è politicamente responsabile nel merito del decreto. Ciò è senz'altro vero, ma indubbiamente Napolitano ci ha messo la faccia, e con la sua spiegazione lo rivendica con un coraggio e una trasparenza di cui gli va dato merito. Davvero si è dimostrato presidente di tutti. O il decreto è incostituzionale, un "golpe", e allora di una gravità inaudita che coinvolge anche Napolitano, come sostiene Di Pietro, oppure non lo è. In ogni caso emerge tutta la contraddittorietà della posizione del Pd, che da una parte fa ricorso alla piazza e alza le barricate, pronuncia parole e mette in atto iniziative da allarme democratico, come si farebbe per contrastare l'instaurazione di un regime; dall'altra pretende di lasciar fuori da tutto questo Napolitano.
Ancor più insostenibile, se possibile, la posizione dei radicali. Da una parte pretendono di denunciare l'illegalità generalizzata, sistematica e strutturale, di queste elezioni, fino a chiederne il totale annullamento, dall'altra scendono in piazza e si candidano con chi è convinto che il caos liste è tutta colpa dell'incapacità del Pdl a raccogliere le firme. Insomma, di questo "regime" partitocratico sono corresponsabili e coautori centrodestra e centrosinistra, come hanno sempre sostenuto loro, oppure il problema è il "dittatore" Berlusconi, come sostiene Di Pietro? La candidatura della Bonino soffre di questa contraddizione. Da candidata ha il dovere di contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra, di gioire ed avvantaggiarsi dell'esclusione delle liste avversarie, ma come radicale non può che denunciare un'illegalità che riguarda tutti. Ha mai chiesto a Bersani se fosse d'accordo con l'annullamento delle elezioni per poter sanare le illegalità e cambiare le regole? Bersani avrebbe chiamato il premier per proporgli questa soluzione? Un rinvio, nella versione proposta da Berlusconi a Napolitano, o l'annullamento versione radicale, sarebbero stati ancor più contrastati dalla sinistra, e forse a questo punto quelli sì incostituzionali. Non prendiamoci in giro. I radicali hanno piegato la loro battaglia di legalità agli interessi di una parte; al di là delle intenzioni l'hanno resa uno strumento di lotta politica a danno di uno solo dei due schieramenti, e in tutto questo la loro lettura della realtà italiana va a farsi friggere.
E veniamo al centrodestra. Che pagherà un prezzo politico pesante per il disgusto suscitato, anche nei suoi elettori, prima dalla sciatteria e dall'inefficienza dimostrata dal Pdl, poi dalla sensazione che per rimediare ai suoi errori sia stato determinante un "aiutino" calato dall'alto e in corsa. Anche se l'"aiutino" non è stato necessario per la riammissione del "listino" Formigoni. Il Tar della Lombardia infatti ha deciso a prescindere dal decreto, gettando un'ombra sinistra sull'operato della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano, che una volta ammessa la lista non doveva più pronunciarsi su di essa, non aveva più alcun potere di intervento, e quindi non doveva neanche accogliere le pretese accampate contro le liste ammesse nel ricorso dei radicali, titolati a ricorrere solo contro la loro esclusione. Tecnicamente non si tratta neanche di una riammissione. Per il Tar Formigoni è sempre stato in corsa, dato che l'autorità che l'ha escluso non poteva farlo. Perché allora il governo ha voluto fare il decreto interpretativo prima della pronuncia del Tar lombardo? Salvare il Pdl a Roma, la cui riammissione è molto più difficile, era questo il vero scopo. Una volta riammesso Formigoni e la coalizione in Lombardia, infatti, la Lega non avrebbe più sostenuto la necessità di un intervento, e riguardando l'esclusione di una sola lista - sia pure maggioritaria - e non un intero schieramento e un candidato presidente, non sarebbe apparsa tale neanche a Napolitano.
Il prezzo per salvare il Pdl romano, sempre che il decreto basti, sarà alto. Di quanto potrà essere attenuato dipenderà dalla decisione del Tar laziale lunedì e dalla capacità di Berlusconi di spiegare ai cittadini cosa è successo. Accanto alla dabbenaggine dei dirigenti del Pdl locale, infatti, è anche vero che c'è stato un abuso di potere. Doveva essere consentita infatti la presentazione della lista anche fuori dai termini. La mancata presentazione ha impedito al Pdl di esercitare un diritto: quello di far valere nelle sedi competenti i motivi del suo ritardo. Mentre più emergono particolari sul caso Formigoni (fin dall'inizio avevo scritto che mi "puzzava"), più viene fuori non solo l'illegittimità dell'esclusione, come sancito dal Tar, ma anche la parzialità ai suoi danni della condotta della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano. Altro che inefficienza, nel caso Formigoni!
Friday, March 05, 2010
Bonino tra battaglia di legalità e ambizione di governo
Su il Velino:
A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.
Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).
L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.
Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
LEGGI TUTTO
A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.
Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).
L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.
Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
LEGGI TUTTO
Wednesday, February 24, 2010
L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella
Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.
Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.
C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).
Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.
Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.
Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.
C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).
Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.
Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.
Thursday, February 18, 2010
E' la "green economy", bellezza
La notizia che l'amministrazione Obama ha deciso di investire oltre 8 miliardi di dollari per la costruzione di due nuove centrali nucleari dopo 30 anni sembra essere passata quasi inosservata nel nostro Paese, tutto impantanato nel fango dei processi mediatici. Uno stanziamento che parrebbe destinato addirittura a triplicarsi, secondo il Wall Street Journal, che riferisce di fondi per 54 miliardi pronti ad entrare nel prossimo Bilancio federale. E' la "green economy", bellezza. E chi è consapevole che non basta "green", ci vuole anche "economy", cioè sviluppo, sa che il nucleare non può mancare tra i pilastri dell'"economia verde". Quando pensa all'energia pulita, in grado cioè per lo meno di non aggravare l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra, e per chi ci crede il surriscaldamento globale, il presidente Usa ha in mente anche il nucleare, al contrario dei nostri ambientalisti da strapazzo ma anche della nostra sinistra che si proclama "di governo".
«E' un problema bipartisan, non riguarda una parte o l'altra, ma il futuro di un Paese in termini di sviluppo, occupazione e ambiente», spiega il segretario per l'Energia Usa, Steve Chu, al Financial Times. «Non possiamo permettere che le divergenze frenino il progresso», osserva Obama: «Su un tema che condiziona la nostra economia, la nostra sicurezza e il futuro del pianeta non possiamo restare bloccati dall'annoso dibattito tra destra e sinistra, imprenditori e ambientalisti».
Prevale invece da noi un ambientalismo irresponsabile, anticapitalista e antimodernista, direi reazionario e superstizioso. La scelta di Obama metterà senz'altro in imbarazzo il Pd, che ha appena deciso di puntare sul "no" al nucleare in questa campagna per le regionali. In imbarazzo quindi tutti i candidati presidente, come Emma Bonino, chiamati a conciliare il loro tabù antinuclearista con l'ammirazione per Obama. Difficile però che i loro avversari di centrodestra riescano ad approfittarne appieno, visto l'imbarazzo con cui a loro volta hanno accolto i primi decisi passi del governo sulla via del ritorno al nucleare.
Nel Pd il dibattito interno si svolge su tutto tranne che su temi, come il nucleare, su cui dovrebbe svolgersi, quindi è inutile aspettarsi ripercussioni. E' più facile che la sinistra cominci a ripudiare Obama piuttosto che cambi idea sul nucleare.
«E' un problema bipartisan, non riguarda una parte o l'altra, ma il futuro di un Paese in termini di sviluppo, occupazione e ambiente», spiega il segretario per l'Energia Usa, Steve Chu, al Financial Times. «Non possiamo permettere che le divergenze frenino il progresso», osserva Obama: «Su un tema che condiziona la nostra economia, la nostra sicurezza e il futuro del pianeta non possiamo restare bloccati dall'annoso dibattito tra destra e sinistra, imprenditori e ambientalisti».
Prevale invece da noi un ambientalismo irresponsabile, anticapitalista e antimodernista, direi reazionario e superstizioso. La scelta di Obama metterà senz'altro in imbarazzo il Pd, che ha appena deciso di puntare sul "no" al nucleare in questa campagna per le regionali. In imbarazzo quindi tutti i candidati presidente, come Emma Bonino, chiamati a conciliare il loro tabù antinuclearista con l'ammirazione per Obama. Difficile però che i loro avversari di centrodestra riescano ad approfittarne appieno, visto l'imbarazzo con cui a loro volta hanno accolto i primi decisi passi del governo sulla via del ritorno al nucleare.
Nel Pd il dibattito interno si svolge su tutto tranne che su temi, come il nucleare, su cui dovrebbe svolgersi, quindi è inutile aspettarsi ripercussioni. E' più facile che la sinistra cominci a ripudiare Obama piuttosto che cambi idea sul nucleare.
Friday, January 29, 2010
La "rossa" Polverini e i casini del centrodestra
Gli elementi che a mio avviso rendono atipico il duello Polverini-Bonino nel Lazio trovano oggi alcune conferme. Così come cresce, nella stampa di centrodestra, la sensazione di mancare il colpo del Ko, come scrivevo un paio di giorni fa, su un Pd che sembra allo sbando, e che potrebbe persino essere troppo tardi per rimediare agli errori commessi per troppa sicurezza di sé. Libero parla di «vittoria mutilata».Oggi è il manifesto a raccontare le disfunzioni della macchina organizzativa del Pd nel Lazio, che stenta a mettersi in moto, frenata dagli strascichi polemici e da misere invidie tra i vari capi-corrente, generati dal travaglio che ha portato all'appoggio del partito alla Bonino, che non sembra ancora aver superato le ultime resistenze interne. Ma al quotidiano comunista non sfugge il tipo di campagna che si appresta a fare la Polverini:
«L'immancabile giacca rossa la indossa anche sul nuovo manifesto elettorale. E ora arriva anche il simbolo, sfondo rosso, pure lì, e un baffo tricolore sotto la scritta Renata Polverini presidente. Praticamente lo stesso logo della Sinistra democratica di Claudio Fava, con il bianco rosso e verde al posto dell'arcobaleno. E così, ammiccando a sinistra, la leader dell'Ugl dalla sede del suo comitato lancia la seconda parte della campagna elettorale».E della simpatia, o quanto meno non antipatia, che la Polverini riscuote a sinistra si è accorto anche il navigato Ugo Sposetti, che ieri faceva notare: «Avete visto la Polverini a Ballarò? Stranamente anche Floris e Epifani facevano il tifo per lei...». «Qualcuno a sinistra vuol dare il Lazio a Fini, Casini e famiglia? C'è chi nel Pd è convinto che sia così», osserva Laura Cesaretti su il Giornale. Ma più che qualche improbabile complotto dalemiano, la verità è che la Polverini, per la sua storia, esercita una naturale, spontanea attrazione a sinistra e nel pubblico impiego.
Sempre più osservatori si stanno accorgendo che per il centrodestra le prospettive di un landslide si allontanano. Libero parla di «aspettative ridimensionate», di «vittoria mutilata», e avverte che «sta cambiando la definizione stessa di vittoria». Il 7 a 6 per il centrosinistra non è impossibile. E se la Puglia regge, se Piemonte e Liguria, dove l'alleanza con l'Udc tiene, restano al Pd, e se le regioni date per certe (Toscana, Emilia, Umbria, Marche e Basilicata) si confermano, può arrivare addirittura ad 8 contro 5. Senza contare che per ora la Bonino è avanti nel Lazio. L'«involontario aiuto» del Pd, scrive Libero, «potrebbe non bastare a compensare gli sbagli e le incertezze del centrodestra, nonché il ruolo giocato dall'Udc» (come in Puglia, Piemonte e Liguria). Tuttavia, «il resto dei casini il centrodestra se li sta creando da solo»:
«Delle tredici regioni in cui si voterà, solo in quattro oggi il centrodestra ha la ragionevole certezza di vincere: Lombardia, Veneto, Campania e Calabria. Anche il Pd può sentirsi la vittoria in tasca in quattro regioni: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata. Alle quali, se non si troverà una candidatura che unisca PdL e Udc, andrà aggiunta la Puglia. In Piemonte, Liguria e Marche la bilancia pende in favore del centrosinistra. Infine nel Lazio, nonostante il disastro lasciato da Piero Marrazzo, quella vittoria che sembrava facile appare ora un obiettivo alla portata, ma duro da raggiungere. Il titolo con cui ieri Repubblica avvertiva che Berlusconi rischia "di perdere 7 a 6", potrebbe rivelarsi persino troppo ottimistico per il premier».
Wednesday, January 27, 2010
Se il Pdl rischia di mancare il colpo del Ko
Dopo lo schiaffo di Vendola ai vertici e il caso Delbono a Bologna il Pd persevera in una fase di confusione e sbandamento, ma siamo sicuri che il centrodestra si sia attrezzato per approfittarne, mettendo al sicuro un trionfo a portata di mano alle prossime elezioni regionali? Lo dico senza avere sondaggi tra le mani, e consapevole che la campagna è solo agli inizi e che non è ancora apprezzabile l'effetto di quella televisiva, ma la scelta di alcuni candidati e un atteggiamento nei confronti degli avversari fin troppo rilassato e supponente mi fanno pensare di no. Ha ragione Pierluigi Battista: «La troppa sicurezza e la sottovalutazione dell'avversario possono dare alla testa e suggerire le mosse più sbagliate». E' ciò che sta accadendo al Pdl, che sembra si stia comportando come la grande squadra che incontrando l'ultima in classifica si rilassa, la prende sotto gamba, e finisce per pareggiare o addirittura perdere.
Berlusconi ha lasciato troppo campo libero alla Lega, al co-fondatore, e infine a veri o presunti maggiorenti regionali (come Fitto, che con un blitz ha imposto Palese in Puglia). Si vota in 13 regioni. Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Partiamo da una situazione di 2 regioni governate dal centrodestra e 11 governate dal centrosinistra. L'interrogativo è: il centrodestra riuscirà a conquistarne la maggioranza, almeno 7 contro 6? Difficile, ma oltre al dato meramente numerico, conta il peso specifico delle regioni che si strappano all'avversario. Ecco, la mia impressione è che tolte Lombardia e Veneto (sicure al centrodestra) e le quattro appenniniche (sicure al centrosinistra), le quattro regioni più importanti, che determineranno l'esito politico nazionale del voto, sono Piemonte, Lazio, Campania e Puglia.
Considerando l'evidente malgoverno delle giunte di centrosinistra in tre di esse (Lazio, Campania e Puglia) e che al Nord il Pd ha ormai zero credibilità mentre soffia un forte vento leghista, l'obiettivo di vincerle tutte e quattro, letteralmente schiantando il Pd (e costringendolo forse, finalmente, a cambiare davvero), per il centrodestra sembrava a portata di mano. Eppure, la mia impressione è che si sia complicato la partita da solo. In Campania qualche apparizione di Berlusconi dovrebbe sopperire agevolmente alla scelta di un candidato debole come Caldoro. In Piemonte le prospettive sono abbastanza buone, anche se va tenuto presente che è l'unica di queste quattro regioni in cui il centrosinistra, con la Bresso, non ha malgovernato, e la governatrice uscente gode di una buona immagine.
Nel Lazio, invece, dopo il duro colpo del caso Marrazzo, ha suscitato ilarità nel Pdl l'appoggio del Pd all'anticlericale Bonino, apparso come una specie di resa. Tuttavia, le "outsider" Polverini e Bonino, come ho già cercato di spiegare, daranno vita a un duello atipico. La Bonino metterà da parte le asperità laiciste e si concentrerà nel rafforzare l'immagine di donna di governo e istituzionale, un po' "secchiona", che già ha. Entrambe le candidate hanno difficoltà nel mobilitare i voti delle loro coalizioni. Può quindi succedere di tutto. Sia che la Bonino non superi il 30-35%, sia che riesca a vincere di poco. Molto dipenderà davvero da come imposteranno la campagna elettorale.
Berlusconi è dovuto intervenire in prima persona questa mattina per rimediare ai pasticci del partito e di Fitto in Puglia, dove il centrodestra con Palese si taglierebbe letteralmente le ali. Vendola è un populista e un demagogo della peggior specie e la vittoria alle primarie gli ha ridato ossigeno, nonostante gli scandali nella sanità. Meglio la Poli Bortone, dunque, non per l'alleanza con l'Udc in sé, ma perché contro Vendola ci vuole una personalità di maggiore spessore e seguito. Il Pdl se l'è lasciata sfuggire e ora appoggiandola dovrà pagare un prezzo a Casini, bravo a cogliere al volo l'occasione, un po' come hanno fatto i radicali con la Bonino.
Se il centrodestra conquistasse anche Piemonte e Lazio si potrebbe parlare di trionfo, perché a questo punto il Pd sarebbe espulso dal Nord e bocciato in due regioni pesantissime del centrosud, come Lazio e Campania. Ma se il centrosinistra oltre alla Puglia ne conservasse una tra Piemonte e Lazio - il che allo stato non è così impossibile - si potrebbe parlare di colpo del ko mancato e tutto sommato persino di un pareggio.
Berlusconi ha lasciato troppo campo libero alla Lega, al co-fondatore, e infine a veri o presunti maggiorenti regionali (come Fitto, che con un blitz ha imposto Palese in Puglia). Si vota in 13 regioni. Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Partiamo da una situazione di 2 regioni governate dal centrodestra e 11 governate dal centrosinistra. L'interrogativo è: il centrodestra riuscirà a conquistarne la maggioranza, almeno 7 contro 6? Difficile, ma oltre al dato meramente numerico, conta il peso specifico delle regioni che si strappano all'avversario. Ecco, la mia impressione è che tolte Lombardia e Veneto (sicure al centrodestra) e le quattro appenniniche (sicure al centrosinistra), le quattro regioni più importanti, che determineranno l'esito politico nazionale del voto, sono Piemonte, Lazio, Campania e Puglia.
Considerando l'evidente malgoverno delle giunte di centrosinistra in tre di esse (Lazio, Campania e Puglia) e che al Nord il Pd ha ormai zero credibilità mentre soffia un forte vento leghista, l'obiettivo di vincerle tutte e quattro, letteralmente schiantando il Pd (e costringendolo forse, finalmente, a cambiare davvero), per il centrodestra sembrava a portata di mano. Eppure, la mia impressione è che si sia complicato la partita da solo. In Campania qualche apparizione di Berlusconi dovrebbe sopperire agevolmente alla scelta di un candidato debole come Caldoro. In Piemonte le prospettive sono abbastanza buone, anche se va tenuto presente che è l'unica di queste quattro regioni in cui il centrosinistra, con la Bresso, non ha malgovernato, e la governatrice uscente gode di una buona immagine.
Nel Lazio, invece, dopo il duro colpo del caso Marrazzo, ha suscitato ilarità nel Pdl l'appoggio del Pd all'anticlericale Bonino, apparso come una specie di resa. Tuttavia, le "outsider" Polverini e Bonino, come ho già cercato di spiegare, daranno vita a un duello atipico. La Bonino metterà da parte le asperità laiciste e si concentrerà nel rafforzare l'immagine di donna di governo e istituzionale, un po' "secchiona", che già ha. Entrambe le candidate hanno difficoltà nel mobilitare i voti delle loro coalizioni. Può quindi succedere di tutto. Sia che la Bonino non superi il 30-35%, sia che riesca a vincere di poco. Molto dipenderà davvero da come imposteranno la campagna elettorale.
Berlusconi è dovuto intervenire in prima persona questa mattina per rimediare ai pasticci del partito e di Fitto in Puglia, dove il centrodestra con Palese si taglierebbe letteralmente le ali. Vendola è un populista e un demagogo della peggior specie e la vittoria alle primarie gli ha ridato ossigeno, nonostante gli scandali nella sanità. Meglio la Poli Bortone, dunque, non per l'alleanza con l'Udc in sé, ma perché contro Vendola ci vuole una personalità di maggiore spessore e seguito. Il Pdl se l'è lasciata sfuggire e ora appoggiandola dovrà pagare un prezzo a Casini, bravo a cogliere al volo l'occasione, un po' come hanno fatto i radicali con la Bonino.
Se il centrodestra conquistasse anche Piemonte e Lazio si potrebbe parlare di trionfo, perché a questo punto il Pd sarebbe espulso dal Nord e bocciato in due regioni pesantissime del centrosud, come Lazio e Campania. Ma se il centrosinistra oltre alla Puglia ne conservasse una tra Piemonte e Lazio - il che allo stato non è così impossibile - si potrebbe parlare di colpo del ko mancato e tutto sommato persino di un pareggio.
Monday, January 25, 2010
Nessuna scorciatoia, caro Pd
Scherzi da primarie. Negli States ne sanno qualcosa sia i Democratici che i Repubblicani. E' la democrazia, baby, e non puoi farci niente. Capita infatti che gli elettori capovolgano le scelte e le preferenze dei vertici dei partiti. Spesso anche lì i vertici sostengono il candidato più moderato, capace secondo i loro schemi di attrarre l'elettorato indipendente, mentre la base si entusiasma per quello più radicale. E' capitato anche di recente tra Obama e Hillary Clinton e abbiamo visto come sono andate a finire le "secondarie", come le ha sarcasticamente chiamate D'Alema per sottolineare come Vendola fosse sì in grado di vincere le primarie, ma non di battere poi il centrodestra alle elezioni vere e proprie. Non lo darei per certo, vista la confusione che regna nel campo avversario e alcune scelte discutibili.L'errore madornale, strategico, culturale di quel "genio" di D'Alema è che pensa di sfondare al centro alleandosi con l'Udc e non cambiando se stesso e il Pd. E' ovvio che la base si ribelli e veda in Vendola un candidato molto più affine e congeniale alla sua identità. C'è chi vede in questa contraddizione «due partiti», ma in realtà è sempre lo stesso. D'Alema pretende che il Pd sia solo l'ennesima evoluzione nominalistica del Pci-Pds-Ds, un partito di sinistra - sia pure non massimalista - che può andare al governo solo se alleato con una forza di centro. L'operazione Pd ha senso invece solo se l'obiettivo è diverso: conquistare lo spazio centrale dell'elettorato cambiando e modernizzando se stesso. Ma per fare questo i vertici dovrebbero innanzitutto investire questo periodo all'opposizione non nella tessitura di un'alleanza con l'Udc, il cui obiettivo è quello di sgretolare il bipolarismo, ma in una battaglia culturale interna al loro partito, mettendo in gioco se stessi.
Insomma, non possono pretendere di incarnare una linea di opposizione antiberlusconiana, di inseguire Di Pietro sul terreno del giustizialismo, di non modernizzarsi sui temi del lavoro e della sicurezza, e poi pretendere che la base accetti di allearsi con l'Udc al posto di Vendola. Nel merito vogliono continuare a fare "la sinistra", poi però quando si tratta di studiare la tattica per arrivare al potere, quindi di «allargare» il centrosinistra, cercano improbabili scorciatoie: allearsi con un partito di centro invece che conquistare loro stessi il centro e l'elettorato indipendente con un nuovo profilo e una nuova proposta politica.
Due parole anche sul Pdl, in cui sembra regnare la confusione. Nel centrosud Berlusconi ha lasciato troppo campo libero. In Puglia la scelta di Palese sembra debole (come quella di Caldoro in Campania). Due regioni in cui la corsa sembrava in discesa e invece ora sembra essersi oltre modo complicata. Per non parlare di una non impossibile impresa della Bonino nel Lazio. Interessante, a proposito, l'articolo di Vittorio Macioce, oggi su il Giornale. Diversamente da Macioce, secondo me Pannella teme molto più la vittoria che la sconfitta della Bonino. «Se i radicali vanno a governare, fosse pure solo una regione, significa che qualcosa nel mondo non funziona. C'è un trucco: o il mondo è cambiato, oppure i radicali non sono più radicali». Vincere significherebbe «cercare di amministrare e governare una regione da radicali, mentre i tuoi alleati, i tuoi soci, continuano a fare le cose come da tradizione, con le clientele e i soldi da distribuire. Quella domanda è lì, come una scommessa o una maledizione: e se il potere finisse per contaminare un partito orgogliosamente diverso? Emma griderà, bestemmierà, e non accetterà di sentirsi sporca. Ma in lei, nel partito, nella sua gente qualcosa sarà cambiato. Per sempre. E per Pannella questa è una morte un po' peggiore».
E' vero che la Bonino si gioca molto della sua statura e del capitale politico dei radicali, ma molto dipenderà anche da come perde. Se di pochi punti, o di una decina. Nel primo caso, sarà colpa di un Pd allo sbando e nessun altro avrebbe comunque potuto far meglio di lei. Nel secondo, vorrà dire che Emma avrà perso tutto il suo charme di donna di governo e delle istituzioni. Al contrario, la Polverini e Fini si giocano tutto, non c'è paracadute, non c'è alibi:
«È l'ora della conta, quella che ti dice quanta carne c'è nel portafoglio di Fini. È valutare il peso della variabile Casini, capire se il suo gioco di percentuali sposta la bilancia a destra o a sinistra. Non è una partita che Gianfranco si gioca da solo. Bene o male con lui c'è il Pdl, c'è la Roma capitale di Alemanno, ci sono i buoni uffici di Letta e l'ombra di San Pietro. C'è tutto il peso dei palazzi di Caltagirone. C'è tutto questo. Ma c'è anche una logica che non fa sconti. Questa volta la sconfitta non si paga in solido. Se davvero sulla ruota del Lazio esce il rosso Bonino c'è un solo uomo a cui toccherà passare alla cassa. Ed è Gianfranco Fini».
Friday, January 22, 2010
Polverini vs Bonino, duello atipico
Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.
Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.
Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.
Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".
Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.
Tuesday, January 12, 2010
No, la Polverini no. Perché una sconfitta sarebbe salutare per il Pdl
Ecco cosa sanno esprimere Fini e Casini quando Berlusconi lascia loro campo libero per ricostituire, sia pure in una regione (il Lazio) quell'"asse" che in misura fondamentale contribuì allo sperpero della legislatura trascorsa al governo tra il 2001 e il 2006: Renata Polverini. Chi legge questo blog sa quanto mi divide da una candidata come la Polverini e per questo mi auguro che l'esperimento del Pdl laziale subisca un clamoroso rovescio. Non potrebbe che far bene al Pdl vedere sconfitto contro ogni pronostico quello che qualche imprudente, o coraggioso (a seconda dei punti di vista), già definisce "modello Polverini". Forse è proponibile solo nel Lazio (e nella Roma dei ministeri) una candidatura simile, e nel Pdl ne sono consapevoli, ma sarebbe comunque salutare una sconfitta che allontanasse ogni tentazione di abbandonarsi a quel coacervo di ceti parassitari e burocratico-corporativi che la Polverini rappresenta e che dagli elettori del Nord verrebbe subito sanzionato. Non può essere lei la "sintesi" del nuovo Pdl.Sindacatocrazia, burocrazia, pubblico impiego, assistenzialismo, sono i segni particolari nella carta d'identità della socialista e noglobal Polverini, che piace ai social forum ma anche agli immobiliaristi parenti o amici di Casini. E se qualcuno pensava che la sua Ugl fosse diversa dagli altri sindacati, solo perché vicina ad An, be' si sbagliava. Come hanno di recente riportato Europa, Libero, ma anche il Giornale, sotto la guida della Polverini l'Ugl ha dichiarato 558mila pensionati iscritti, mentre ne risultano solo 66mila. Idem per i ministeriali: di contro ai 171mila conclamati, ce ne sono soltanto 44mila. Cifre gonfiate per ottenere più posti nei comitati di vigilanza degli enti previdenziali (Inps, Inpdap e compagnia bella). E che hanno consentito alla Polverini di far diventare l'Ugl il quarto sindacato italiano e - aspetto non secondario - di acquisire quella visibilità personale che l'ha aiutata a ottenere la candidatura alla presidenza del Lazio.
Numeri che fanno della Polverini la degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, che vive dell'inattuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione e di prebende statali assegnate in base a cifre di iscritti che nessuno controlla. Esattemente tutto ciò contro cui la maggioranza degli elettori di centrodestra ha sempre votato. Numeri e circostanze, tra l'altro, non smentiti dalla diretta interessata, che si è rifiutata di dare spiegazioni adducendo motivazioni risibili:
«Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche perché dovrei dire cose che non posso rivelare, nell'interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo rispondere a queste domande, perché non è giusto nei confronti dell'Ugl e dell'onestà di questo sindacato».Nell'interesse dei cittadini che dovrebbero votarla, la Polverini dovrebbe dirci se ha imbrogliato o meno sul numero di iscritti al suo sindacato. E se sì, farsi da parte. Non osiamo immaginare, se dovesse diventare governatrice del Lazio, quali dirigenti farebbero carriera nelle asl e negli altri enti pubblici controllati dalla regione.
Sarà difficile, però, vedere il miracolo, perché dall'altra parte abbiamo un Pd ridotto ormai ad uno straccio bagnato, che per disperazione - sondaggi alla mano che annunciano una sconfitta certa - appoggerà Emma Bonino, non riuscendo a trovare tra le sue file nemmeno un volenteroso - nonostante abbia governato Roma per non so quanti mandati consecutivi e a lungo anche la regione - disposto a mettersi in gioco contro un'avversaria che appare tutt'altro che solida.
Per quanto riguarda i radicali, sono ormai stabilmente a sinistra del Pd su tutti i temi, non solo sulle libertà civili, ma anche sull'economia, per non parlare della politica estera e del nucleare. Vedremo dalla campagna elettorale se la Bonino meriterà il nostro endorsement. Per il momento, dico solo che nel Lazio al Pdl serve una sconfitta che indichi la rotta.
Subscribe to:
Posts (Atom)





