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Wednesday, September 04, 2013

In gioco il diritto alla guerra "giusta"

Anche su L'Opinione

E' stato l'agire incerto e maldestro di Obama, privo di un'idea precisa sul ruolo da giocare in Medio Oriente fin dall'inizio di questa delicata fase di transizione, ad esporre gli Stati Uniti al rischio di un clamoroso smacco politico e diplomatico nella crisi siriana. Ma paradossalmente, proprio quando è apparso chiaro che in gioco non c'erano più solo la sua faccia e l'intervento in Siria, bensì la credibilità degli Stati Uniti stessi, la loro capacità di deterrenza, Obama è riuscito ad uscire dall'angolo in cui si era infilato. Chiamando in causa il Congresso, con una mossa azzardata ma a quel punto obbligata, ha reso ancor più evidente la posta in gioco e i leader repubblicani non hanno potuto far altro che venire in soccorso del presidente, se non altro per amor di patria. Sulle questioni di sicurezza e di prestigio nazionale l'America si conferma unita. L'accordo raggiunto al Senato per una risoluzione bipartisan sull'intervento consente a Obama di presentarsi con maggiore forza di fronte al G20, e di fatto riapre uno spiraglio diplomatico per tentare di costruire una qualche forma di consenso internazionale sulla necessità di sanzionare con le bombe il regime siriano.

Anche il presidente russo Putin non ha potuto escludere l'approvazione di una risoluzione Onu sulla Siria, nel caso venissero mostrate prove "inconfutabili" dell'uso di armi chimiche da parte di Assad. Ma ovviamente la sua è un'apertura destinata a restare puramente teorica, persino se fosse il dittatore siriano in persona ad ammetterlo.

La posizione di Obama quindi resta molto critica. Anche perché le incertezze e i segni di debolezza mostrati fino ad oggi, così come l'ignavia dell'Europa, non l'aiuteranno a convincere Russia e Cina, che anzi già pregustano lo smacco, e l'ulteriore indebolimento di Washington. E John McCain nel frattempo si è dissociato dall'intesa bipartisan, annunciando che voterà contro la bozza preparata al Senato, la cui approvazione quindi è tutt'altro che scontata. L'anziano senatore, e fiero avversario di Obama nella campagna del 2008, ritiene tempi e modalità dell'intervento inefficaci a provocare un cambio di regime a Damasco, obiettivo che invece sosterrebbe.

In effetti, oltre ad essere tardivo e preparato in modo approssimativo a livello diplomatico, dell'intervento delineato dalla Casa Bianca è davvero difficile scorgere logica e obiettivi politici, il disegno di lungo termine. Somiglia più ad un fallo di frustrazione dell'amministrazione Obama per coprire l'ennesimo fallimento della sua non-strategia, il cosiddetto "leading from behind". Anche in caso di caduta di Assad, Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nella gestione post-conflitto, come già in Egitto e Libia. Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, l'intervento dovrebbe puntare almeno all'uccisione di Assad, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato. Ma non affronta le sfide, fa "spin doctoring".

Bisogna tuttavia considerare che per quanto privo di un piano e di una visione strategica, a questo punto, dopo le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon («l'uso della forza è legale solo se autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu») e quelle di Papa Francesco (a proposito, perché solo ora preghiere e digiuni, dopo due anni di guerra, massacri e innocenti gasati in Siria?), l'intervento avrebbe anche il valore politico non trascurabile di riaffermare che si può – e in alcuni casi si deve – agire anche unilateralmente, senza subire veti da Russia, Cina e Iran, né il ricatto morale del pacifismo ipocrita. Di riaffermare il diritto/dovere alla guerra "giusta", oggi contestato fin nel suo principio umanitario.

Mentre Obama pretende di presentare il suo "case for war" in Siria in modo molto diverso dal caso iracheno («io ero contrario alla guerra in Iraq e non voglio certo ripeterne gli errori»), non stupisce che i suoi argomenti siano così simili a quelli usati proprio da George W. Bush dieci anni fa, a cominciare dal possesso e l'uso delle famose armi di distruzione di massa. Obama esprime rispetto per il ruolo dell'Onu e degli ispettori, ma ribadisce di fidarsi delle informazioni raccolte e si riserva il diritto di agire anche da solo nell'interesse e per la sicurezza degli Stati Uniti. Mette in guardia, poi, dai costi del non agire: «La nostra sicurezza di lungo periodo è minacciata dall'ignorare situazioni come quella siriana». Ricorda che tutte le vie diplomatiche sono state esplorate e che, alla fine, contro i "bulli" servono azioni decise. «Possiamo cercare una nuova risoluzione Onu, ma non sempre il Consiglio potrà agire, e agire si deve – osserva – è in gioco la credibilità della comunità internazionale». «Amiamo la pace, ma bisogna fare i conti con un mondo pieno di violenza e a volte anche di male, e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità».

Un déjà vu, insomma. Davanti agli stessi dilemmi – il possesso e l'uso di armi di distruzione di massa da parte dei dittatori; la paralisi del Consiglio di Sicurezza Onu, sotto il ricatto dei veti di Russia e Cina; il pantano mediorientale; la necessità di tutelare la credibilità e il potere di deterrenza, oltre che la sicurezza, degli Usa – ecco che nelle parole di Obama si avverte l'eco dell'odiato Bush.

Wednesday, August 28, 2013

Qualche missile per coprire i suoi fallimenti

Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie

Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.

Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.

Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".

Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?

Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?

Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.

Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.

Tuesday, October 23, 2012

Romney non cade nella trappola dei cliché

Anche su Rightnation.it

È evidente quali fossero gli obiettivi di Romney nel terzo dibattito televisivo vinto ai punti da Obama (così pare stando ai sondaggi post-debate): 1) non rischiare di compromettere, sparando qualche grossa sciocchezza, da cui potesse emergere una palese ignoranza, o fallendo colpi da ko, il trend per lui positivo in corso dalla vittoria di Denver; 2) non apparire troppo "falco", una "testa calda", non scivolare su toni bellicosi che potessero spaventare l'elettorato, insomma non rientrare nei cliché e nella caricatura di Bush che gli avversari cercano di appiccicargli addosso. L'approccio dei due contendenti ha rispecchiato in pieno l'andamento dei sondaggi delle ultime settimane, quindi abbiamo trovato il presidente in carica costretto ad attaccare per tentare di arrestare la rimonta dello sfidante e quest'ultimo più preoccupato di non sbagliare piuttosto che di assestare il colpo del ko.

D'altra parte, in un dibattito sulla sicurezza e la politica estera non è certo il candidato repubblicano quello che rischia di apparire debole, che deve smentire un pregiudizio di pusillanimità, e a cui quindi è richiesto un surplus di bellicosità, di prospettare un approccio più muscolare. E ieri sera, almeno a parole, Obama è riuscito a mostrarsi commander-in-chief, nel pieno controllo della situazione sui diversi scenari di crisi (anche se obiettivamente non è proprio così).

Ebbene, ieri sera Romney ha centrato i suoi obiettivi puramente "difensivi", ha difeso il suo "momentum" post-Denver, sebbene forse abbia ecceduto in prudenza, mostrandosi sì cauto, ragionevole e pragmatico, ma rischiando di apparire privo di una visione alternativa a quella di Obama, persino appiattito sulle posizioni del presidente, al quale ha riconosciuto fin troppe volte di avere ragione. Può darsi fosse questo, secondo i suoi consiglieri, l'approccio che avrebbe pagato di più presso gli elettori indecisi degli stati-chiave. Dunque, l'efficacia della strategia e della performance di Romney si può giudicare solo sulla base del giudizio di questi elettori: avranno apprezzato di più la cautela e la ragionevolezza, piacevolmente sorpresi che non abbia vestito i panni del "cowboy" alla Bush, o saranno invece rimasti delusi da una certa indecisione e dall'assenza di una visione chiaramente alternativa a quella di Obama, dall'incapacità di mettere in luce gli errori del presidente?

Ragioni di tattica elettorale potevano quindi suggerire a Romney di non esporsi, ma certo una prova così incolore è deludente, e preoccupante, per chi auspica - come chi scrive - una politica estera molto diversa da quella di Obama nei prossimi quattro anni, e soprattutto guidata da una visione coerente. Ma se poi andiamo a rivedere i dibattiti del 2000, troviamo un Gore interventista e un Bush isolazionista, che voleva ritirarsi dall'Europa e addirittura lasciare che israeliani e palestinesi se la sbrigassero da soli. Spesso sono gli eventi a "fare" il presidente e dopo l'11 settembre Bush ha avuto il merito di cambiare radicalmente rotta, di adottare una visione (a mio parere la migliore in circolazione) e almeno nel primo mandato di agire coerentemente con le sue nuove convinzioni. Speriamo solo che poi, dovesse arrivare alla Casa Bianca, Romney le convinzioni le tiri fuori e non si riveli una banderuola.

Friday, November 04, 2011

L'Iran vero banco di prova per Obama


Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik

Un altro pezzo della politica estera del presidente americano Barack Obama si sta sgretolando sotto i duri colpi della realtà. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle agende diplomatiche e militari e si è quindi riaffacciato nelle conferenze stampa dei leader e sulle prime pagine dei giornali. Nei giorni scorsi le notizie di esercitazioni militari congiunte e un articolo del Guardian, secondo cui le forze armate britanniche stanno perfezionando i loro piani di appoggio agli Stati Uniti nel caso di un attacco contro obiettivi nucleari in Iran. Il dossier iraniano è stato al centro dell'incontro di ieri fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il ministro britannico degli Esteri William Hague. Ed è imminente (previsto per l'8 novembre) un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che dovrebbe contenere informazioni allarmanti come mai prima d'ora: il programma atomico e missilistico di Teheran sarebbe in uno stato molto avanzato e il regime iraniano potrebbe essere dotato di un arsenale nucleare entro la fine del 2014. L'Iran avrebbe dimostrato - in verità come molti avevano previsto - una sorprendente resistenza alle sanzioni internazionali. I sabotaggi tramite attacchi cibernetici e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani non avrebbero sortito gli effetti sperati, o quanto meno non sarebbero riusciti a rallentare il programma nucleare secondo le aspettative.

L'amministrazione Usa per il momento si limita allo studio di nuove e più dure sanzioni, e il presidente Obama non vorrebbe prendere in considerazione un attacco prima delle prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, secondo le fonti del Guardian un'accelerazione della Casa Bianca verso l'opzione militare non sarebbe da escludere. Molto dipenderà dal grado di allarme che susciteranno i progressi iraniani. Le obiezioni sono sempre le stesse e riguardano il rapporto costi-benefici: dubbi sulla reale efficacia dello "strike" rispetto ai rischi di rappresaglia iraniana (non va dimenticato infatti che gli Hezbollah in Libano sono pronti in qualsiasi momento a scatenare l'inferno, alla faccia della missione Unifil). Inoltre, c'è chi è convinto che un attacco possa ricompattare il regime, che invece nel tempo che ancora ci separa dall'acquisizione della bomba potrebbe essere dilaniato dalle divisioni e/o travolto da un'ondata rivoluzionaria. Ma se i dubbi si concentrano sull'efficacia dell'attacco nell'azzerare, o arrestare il programma nucleare, è anche vero che più passano i mesi più Teheran avrà il tempo di studiare e attuare le sue contromosse per limitarne i danni. Entro i prossimi 12 mesi, infatti, gli iraniani potrebbero nascondere il loro materiale e le loro armi all'interno di bunker fortificati in grado di resistere alla pur incredibile forza di penetrazione dei missili americani e israeliani. Insomma, la finestra per un attacco potrebbe chiudersi prima di quanto si creda e ciò secondo gli inglesi potrebbe indurre il presidente Obama ad anticipare l'operazione.

In ogni caso, la politica della «mano tesa» verso Teheran inaugurata all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca appare ormai un pallido ricordo. Una svolta che ha avuto la sua sanzione pubblica circa un mese fa, dopo la scoperta del complotto ordito dal governo iraniano che doveva portare all'uccisione dell'ambasciatore saudita a Washington. «Continueremo ad applicare contro l'Iran le più dure sanzioni, perché il Paese venga sempre più isolato», aveva assicurato Obama in quella circostanza, aggiungendo che «nessuna opzione viene esclusa» nei confronti di Teheran. Un'espressione tipica dei "falchi" della precedente amministrazione. Dunque, lo stesso Obama che nel 2009 aveva rinunciato a sostenere l'"onda verde" contro la truffaldina rielezione di Ahmadinejad, riuscendo solo dopo molte incertezze a proferire qualche timida parola contro le violenze e sui diritti del popolo iraniano, nel timore di compromettere fin da subito la sua apertura di credito agli ayatollah, oggi ha cambiato strategia nei confronti del regime iraniano, ma l'ipotesi di un attacco militare mi sembra prematura. Per il momento con Teheran sembra più una guerra di nervi.

Certo è che l'opzione è tornata prepotentemente sul tavolo di Obama, anche perché non vanno sottovalutati i rischi di un'eventuale azione unilaterale da parte israeliana, quindi i piani militari vengono tenuti aggiornati, ma l'impressione è che non si muoverà nulla prima della scadenza del suo mandato nel 2012. Scadenza che conviene aspettare anche al governo israeliano, che a gennaio 2013 potrebbe trovare alla Casa Bianca un interlocutore più sensibile. In Israele intanto il dibattito sull'opzione militare è ancora aperto, nell'opinione pubblica e tra i vertici militari. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak avrebbero ottenuto il via libera della propria maggioranza, ma le indiscrezioni di questi giorni su un attacco dato addirittura per "imminente" vengono interpretate come un'azione di boicottaggio ai danni del processo di costruzione del consenso attorno all'eventuale operazione. Israele infatti scioglierà il suo dilemma, se muoversi o meno in solitudine, solo nel momento in cui apparisse chiaro che gli Usa e i loro alleati non intendono in alcun caso agire, e comunque tempi e modi verranno concordati con Washington.

Strike o non strike, che sia imminente o meno, è degno di nota che il presidente Obama prenda in considerazione l'ipotesi di un attacco preventivo in pieno stile George W. Bush, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto veniva spacciato in Europa durante la crisi irachena, il concetto negli Usa è da sempre bipartisan, non una diavoleria da neocon. Se guardiamo all'architettura legale e militare della guerra al terrorismo (Guantanamo e affini, per intenderci), nient'affatto smantellata; all'Iraq, con la conferma dei piani di ritiro di Bush; all'Afghanistan, con il "surge"; e ai bombardamenti con i droni in Pakistan e in altre zone del mondo, Obama si è rivelato persino tougher than Bush, deludendo le aspettative pacifiste dei liberal e smentendo quanti a destra temevano un presidente incline a disimpegni precipitosi, quindi debole su quanto di più delicato: la sicurezza nazionale.

La politica di Obama in Medio Oriente invece è stata un disastro. Da quel discorso di apertura pronunciato al Cairo e indirizzato nient'affatto ai popoli della regione, ma ai loro regimi autoritari, ai quali assicurava la non interferenza Usa, Obama ci ha messo tre anni per capire di dover quanto meno correggere la sua impostazione. Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik. E l'ha capito a suon di sberle degli eventi. C'è voluta l'"onda verde" di Teheran nel 2009, abbandonata alla brutale repressione del regime, per incrinare le sue certezze; ci sono volute le piazze arabe di questa primavera per obbligarlo a correggere il tiro, imboccando, sia pure in modo opportunistico e maldestro, la via del regime change. Adesso però è giunto il momento della verità. L'abbandono frettoloso e "obtorto collo" di Mubarak al suo destino, senza alcuna garanzia sull'esito democratico del processo politico in corso in Egitto, e il successo contro Gheddafi - della serie "ti piace vincere facile" - non si possono considerare prove sufficienti del cambio di rotta in senso pro-democracy della politica di Obama in Medio Oriente. Il vero banco di prova sono la Siria e l'Iran, i cui regimi sono ben più armati e sanguinari e dove gli interessi di Russia e Cina non rendono agevole velare di multilateralismo le proprie scelte.

Thursday, October 20, 2011

Muore Gheddafi, ma l'Occidente non si è ancora risvegliato

E così anche Gheddafi ha trovato la sua fine. Fine che, come ogni altro tiranno, si è meritato e che aveva preparato negli anni quasi con ostinazione. Al contrario di Saddam Hussein, catturato da fuggitivo, a Gheddafi va almeno reso atto di essere morto come aveva promesso alla "sua" gente, cioè da soldato, combattendo. Altro che nel deserto con i tuareg, o addirittura già fuori dal Paese, è rimasto fino all'ultimo alla guida delle truppe a lui leali, a difesa dell'ultima roccaforte, la sua città natale. «Siamo tutti sorpresi dalla tenacia delle forze fedeli a Gheddafi... E' stato davvero interessante vedere quanto fiera e determinata è stata la loro resistenza», aveva ammesso pochi giorni fa il generale Jodice al New York Times.

Al momento la ricostruzione più credibile è che il convoglio su cui viaggiava Gheddafi sia stato costretto a fermarsi da un raid di forze aeree della Nato (caccia francesi, rivendicano da Parigi), che i miliziani del Cnt che lo inseguivano abbiano raggiunto e distrutto i veicoli; che il colonnello abbia tentato di nascondersi in un cunicolo sotto la strada ma che l'abbiano catturato, gravemente ferito, e poco dopo sia stato giustiziato. Immagini tremende, quelle dell'ex raìs ancora vivo nelle mani dei suoi nemici, che fanno protendere per un'esecuzione sul posto, che potrebbe persino aver invocato lui stesso. Senza voler esprimere giudizi che sarebbero troppo facili nei confronti di chi ha sopportato un'atroce dittatura non per 20, ma per 40 anni, tuttavia qualcosa si può dire alla luce della fine che hanno fatto Bin Laden, Gheddafi, e nel frattempo molti altri terroristi ricercati "dead or alive": Obama li preferisce dead, per evitare complicati dilemmi giudiziari; Bush li preferiva alive e sotto processo, nonostante le polemiche su Guantanamo e sulla sorte di Saddam. Approviamo l'indirizzo obamiano, ma gradiremmo fosse registrato dai suoi fan "de sinistra".

Le operazioni Nato terminano così come erano iniziate: con una grande ipocrisia. Un portavoce dell'Alleanza ha confermato il bombardamento del convoglio, precisando però che «dal momento che non abbiamo alcun soldato in territorio libico, non possiamo dire nulla sull'identità delle persone uccise». La forma è salva. La risoluzione Onu 1973 autorizzava un intervento umanitario, non un regime change, né tanto meno l'uccisione di Gheddafi, che per mesi ci hanno ripetuto non essere tra gli obiettivi dei raid.

La realtà ovviamente era un'altra, per fortuna. Le forze aeree della Nato non si sono limitate a proteggere i civili. Questo forse è stato vero durante i primi giorni, quando il colonnello aveva ancora frecce al suo arco, con le quali colpiva duramente la popolazione mentre i leader occidentali tentennavano, ma subito dopo hanno svolto il ruolo di vera e propria aviazione al servizio delle forze ribelli. Insomma, dopo le incertezze e le ambiguità iniziali l'intervento, comunque colpevolmente tardivo, non poteva non mirare al regime change. Lo comprendiamo e, anzi, avremmo voluto che fosse dichiarato. Sarebbe stato demenziale soltanto immaginare il contrario, perché avrebbe portato ad una situazione di stallo. Un intervento tra i più sconclusionati, almeno nella fase iniziale, e ipocriti che si ricordino: non "umanitario", quanto meno non solo, ma certamente nemmeno "multilaterale". Era meno ambigua la risoluzione sulla base della quale nel 2003 fu attaccato l'Iraq, ma allora gli Usa tentarono la via di una seconda, più esplicita. Questa volta no e nessuno ha fiatato.

«Capolavoro» di Obama, dunque, che è riuscito a deporre un dittatore laddove Bush non ha potuto evitare di suscitare proteste in mezzo mondo occidentale, spaccare l'Europa ed inimicarsi la Russia? Non direi. Obama in Libia si è trovato di fronte a una situazione enormemente meno complicata di quella irachena nel 2003, sotto molti punti di vista. Politico-militare, perché da tempo ormai Gheddafi non costituiva più una minaccia, anzi aveva da poco normalizzato i suoi rapporti con la comunità internazionale, era indebolito da una vasta ribellione e da numerose defezioni, nonché isolato nel mondo arabo. Diplomatico, perché all'Eliseo non c'era più l'antiamericano Chirac e a Berlino non più Schroeder, ma soprattutto Francia e Germania, come la Russia, hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq. E infine mediatico, perché il primo presidente americano nero della storia, nonché icona della sinistra mondiale, e già premio Nobel per la pace, doveva per forza mantenere l'aura di santino pacifista che i media e le èlite politiche e intellettuali d'occidente gli avevano cucito addosso.

A suo favore hanno giocato quindi una stampa e un'opinione pubblica acquiescenti (in Italia complice il fatto che l'ex raìs fosse "amico" dell'odiato Berlusconi), quasi distratte rispetto a quanto stava accadendo in Libia, per esempio sulla contabilità dei morti sotto i bombardamenti Nato. Ma il timbro - rivelatosi falso - di guerra "umanitaria" e "multilaterale" serviva a tutti i costi, per allontanare gli spettri di Bush e Blair, evitare di dire e fare le stesse cose, mentre nei fatti si era costretti "obtorto collo" a riabilitare la loro Freedom Agenda e a cercare di proseguire alla meno peggio il lavoro da loro iniziato, inseguendo in fretta e furia le piazze arabe e persino ribelli del tutto privi di credenziali democratiche.

Il tanto decantato «leading from behind» non è una politica, una visione strategica, ma al più un pragmatico adattamento, con scarsa convinzione, alle nuove circostanze, se non un mero espediente retorico e comunicativo: fare buon viso a cattivo gioco, far credere che se la situazione in Medio Oriente appare sfuggita di mano, al di fuori del proprio controllo, è perché in realtà si è bravi a indirizzarla da dietro le quinte. Ma che senso avrebbe stare dalla parte giusta della storia senza farsi vedere? Viene il dubbio che semplicemente non ci si creda. Forse in Tunisia e in Libia le cose volgeranno al meglio rispetto ai regimi precedenti, ma in Egitto, nodo cruciale per gli equilibri dell'intera regione, si stanno mettendo male - la normalizzazione dell'esercito da una parte, che rischia di tradire lo spirito di Piazza Tahrir, e la deriva islamista dall'altra - e il presidente Obama non sembra in grado di influenzare più di tanto gli eventi.

Si è fatto cogliere alla sprovvista dalla cosiddetta "primavera araba", nel bel mezzo della sua strategia di ritorno al realismo, che in questi giorni sta naufragando anche sull'Iran. Ha saputo cavalcare l'onda anomala con pragmatismo e opportunismo, ma subendo gli eventi piuttosto che condizionandoli. Ha dovuto contaminare le proprie politiche realiste con germi di promozione della democrazia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Oggi scompare dalla faccia della terra un altro tiranno e questa di per sé è una notizia da festeggiare. Per il popolo libico si apre comunque una preziosa, e fino a pochi mesi fa inimmaginabile, finestra di opportunità. Ma il futuro resta più che mai incerto. E' presto per parlare di rivoluzione. I moti arabi di quest'anno sono forse l'avvio di un processo di democratizzazione, che sarà lungo e che sembra tutt'altro che irreversibile. Sarà decisivo che l'Occidente sia consapevole del suo ruolo.

Sunday, September 11, 2011

10 anni dopo, l'Occidente al bivio

«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
Tony Blair

Oggi sono trascorsi dieci anni esatti. C'è una generazione 11 settembre che conserva con assoluta nitidezza la comprensione emotiva di quell'evento, ma nella gran parte della gente e degli uomini di potere è subentrata la «calma» di cui parla Blair nelle sue memorie, che non sempre è il risultato di analisi più razionali. Sapevamo fin dall'inizio che non si sarebbe trattato di una guerra convenzionale, con stati ed eserciti schierati l'uno contro l'altro. Non basta uccidere Hitler, devastare la Germania e il Giappone, per porre fine alle ostilità. Bin Laden è stato ucciso, al Qaeda indebolita, ma la lotta tra l'aspirazione alla libertà e la tirannia del fondamentalismo islamico è ancora in corso, perché è una guerra prima di tutto ideologica, che si combatte, certo, anche nelle nostre società (ed è vitale non abbassare la guardia e riaffermare i nostri valori), ma il cui esito dipenderà dall'evoluzione delle società islamiche. E' in corso in modo decisivo in Medio Oriente, dove i moti di questo 2011 sono stati generati da quell'aspirazione, ma rischiano di essere travolti dall'estremismo. Ne abbiamo avuta vivida dimostrazione l'altro ieri al Cairo.

I successi sul campo sono indubbi. Due dittature sanguinarie non ci sono più (in Afghanistan e in Iraq), esperimenti e primi vagiti democratici sono in corso, anche se non ancora irreversibili. Il fallimento di Bin Laden è sotto gli occhi almeno dei musulmani non del tutto accecati dal fanatismo: la presenza militare americana nei Paesi islamici è aumentata e le masse arabe si sono ribellate non agli Usa, non ai loro governanti "riformisti", ma ai loro tiranni, anche laddove tutto sembrava calmo e piatto: in Egitto, in Libia, persino in Siria e in Iran. Anche un presidente "realista" come Barack Obama si è dovuto piegare all'evidenza della storia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Come ha ricordato Christian Rocca in questi giorni, Obama non ha smantellato né in patria né all'estero l'architettura della guerra al terrorismo messa in piedi dal suo predecessore, nonostante avesse promesso di farlo in campagna elettorale, e in Medio Oriente è dovuto venire a patti con l'unica strategia che resta valida, quella elaborata all'indomani dell'11 settembre dagli odiati Bush e Blair: «Sostituire lo status quo con la promozione della democrazia». Si possono affinare i metodi e calibrare i tempi, ma quella è.

Dopo dieci anni dall'11 settembre, l'Occidente non se la passa bene, afflitto da una crisi economica e politica forse senza precedenti, ma le società che si ispirano ai principi islamici appaiono in una crisi profonda (l'unica area del mondo non occidentale a non aver agganciato il tumultuoso sviluppo di Cina, India e Brasile), e l'islamizzazione è una risposta che non sembra convincere le masse, anche se la partita è ancora aperta.

C'è la tendenza a spiegare il momento di crisi degli Stati Uniti e dell'Occidente con la reazione eccessiva e troppo costosa, militarmente ed economicamente, all'11 settembre, ma Charles Krauthammer ha brillantemente respinto queste teorie:
«Our current difficulties and gloom are almost entirely economic in origin, the bitter fruit of misguided fiscal, regulatory and monetary policies that had nothing to do with 9/11. America's current demoralization is not a result of the war on terror. On the contrary. The denigration of the war on terror is the result of our current demoralization, of retroactively reading today's malaise into the real - and successful - history of our 9/11 response».
L'unico motivo di pessimismo in questo decimo anniversario è proprio lo stato di torpore e sfiducia in se stesso in cui sembra essere piombato l'Occidente. Che non sembra più credere nei valori che lo hanno reso grande, dominante, e che si riassumono nelle sei killer application descritte da Niall Ferguson nel suo "Civilization". E' dentro di noi in quanto individui e in quanto società ciò che può farci perdere la guerra al fondamentalismo islamico e che può condannarci al declino dinanzi all'ascesa dei giganti asiatici. Abbiamo ingabbiato noi stessi la vitalità dei nostri sistemi politici ed economici, cedendo alle lusinghe dello statalismo, alle false sicurezze «dalla culla alla tomba». Chi più chi meno, in Europa e negli Stati Uniti, tutti condividiamo le stesse storture: spesa pubblica eccessiva, debiti insostenibili, politica monetaria facile, rigidità dei mercati, politici incapaci di prendere decisioni. Ciò significa un'allocazione inefficiente e distorta delle risorse umane e materiali, corruzione e sprechi, immobilismo. In questo modo non riusciamo più a sfruttare al meglio le killer apps che noi stessi abbiamo inventato.

Dieci anni dopo l'11 settembre, l'Occidente è al bivio, ma non sotto i colpi dei terroristi. O si lascia alle spalle il Novecento e riesce ad autoriformarsi, ritrovando se stesso, o è perduto.

Concludo quindi questo post-anniversario con un pensiero alle vittime, ai loro famigliari, e a tutti coloro che in questi dieci anni hanno dedicato e talvolta sacrificato le loro vite nella guerra al terrorismo, e ancora con le parole di uno di loro, Tony Blair:
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritengo che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».

Tuesday, June 21, 2011

Il nodo Tremonti al pettine

La polemica sull'ipotesi di trasferimento di alcuni ministeri al nord riattizzata a Pontida da Bossi e a Roma da Alemanno e Polverini, ad uso personale, e quella sul ritiro dalla missione libica rischiano di distrarre di nuovo l'attenzione da uno dei temi che più interessa all'elettorato di centrodestra, che alle amministrative ha lanciato un forte segnale di insoddisfazione, e che quindi alla maggioranza converrebbe mantenere al centro dell'agenda di governo nei prossimi dodici mesi: la questione fiscale. Che era ritornata in primo piano da alcuni giorni ed era stata al centro del discorso di Bossi a Pontida. Ministeri e ritiro dalla Libia specchietti per le allodole, insomma, mentre il dato politico più rilevante del raduno annuale leghista sono state le frecciatine al ministro Tremonti, che deve «ingegnarsi» a trovare i soldi per la riforma fiscale e a porre fine alle misure "vessatorie" di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi). Sembrano lontani i tempi del "Tremonti non si tocca", si sono aggiunti alcuni "se" e alcuni "ma". Sarà compito del premier, nell'intervento alle Camere di oggi e domani, correggere il tiro, ricentrare l'agenda della maggioranza sulle riforme che interessano ai cittadini, e magari - in privato - richiamare all'ordine ministri, sindaci e governatori smaniosi di visibilità personale.

Della telenovela sui ministeri ho scritto ieri. Riguardo la Libia, è vero che è una guerra nata male, proseguita peggio: i ritardi e i tentennamenti della Casa Bianca; il protagonismo elettoralistico di Sarkozy; il solito atteggiamento ondivago italiano. E l'ipocrisia umanitaria ha fatto il resto: da una parte rendendo inefficace l'azione militare, al punto che ad alcuni mesi dall'inizio dei bombardamenti non si riesce ancora ad avere ragione di un indomito Gheddafi; dall'altro, dando vita al paradosso di una delle guerre più unilaterali e meno autorizzate dall'Onu che si siano mai viste negli anni recenti, che sta proseguendo bomba dopo bomba, non senza vittime civili, questa volta lontano dagli sguardi delle telecamere e dalle penne degli accigliati editorialisti occidentali. Alla faccia di quanti ci spiegavano che ormai bisogna fare i conti con la guerra-in-diretta-tv, e quindi con le opinioni pubbliche interne. E' falso: è triste, ma i media e le opinioni pubbliche si "attivano" o meno se c'è un obiettivo di politica interna su cui riversare il biasimo per la guerra. E così l'Iraq era su tutti gli schermi per processare Bush e Blair; mentre la Libia, il Pakistan, lo Yemen, a nessuno interessano. A condurre, o ad aver avviato quelle guerre (senza nemmeno l'autorizzazione del suo Congresso) è il Nobel per la Pace Obama. Tutti contenti e sollevati.

La risoluzione Onu che autorizza l'uso della forza contro Gheddafi è molto meno ambigua rispetto a quella che autorizzava l'intervento militare contro Saddam Hussein. Quest'ultima minacciava «serie conseguenze», ma il regime iracheno da anni stava violando le condizioni dell'armistizio che pose fine alla prima guerra del Golfo. Dunque, violato l'armistizio, era legittimo riprendere esattamente da dove si era interrotto il lavoro oltre dieci anni prima: da Baghdad. La risoluzione sulla Libia invece limita esplicitamente l'intervento alla protezione dei civili, ma l'obiettivo manifesto della missione, esattamente come per l'Iraq, è il regime change, e la Nato in questi giorni ha dovuto ammettere di aver colpito dei civili. Eppure, i media hanno chiuso un occhio, anzi anche entrambi. Probabilmente perché non c'è un Bush o un Blair da biasimare, si preferisce fingere di credere all'alibi della guerra umanitaria.

Detto tutto questo, sarebbe semplicemente ridicolo ritirarci, come vorrebbe Maroni, perché non possiamo permetterci qualche migliaio di profughi, il cui flusso sulle nostre coste comunque non cesserebbe fermando gli aerei Nato, semmai aumenterebbe a causa della repressione di Gheddafi. E' di interesse vitale per l'Italia essere in prima fila in Libia, per influenzare a nostro favore il corso degli eventi in un Paese che bene o male è nel nostro "cortile di casa". Tra l'altro, la richiesta leghista di ridurre i nostri contingenti militari all'estero per tagliare le spese può essere soddisfatta su altre missioni: quella del Kosovo sta finalmente per concludersi per scadenza naturale; il ritiro dall'Afghanistan, da parte degli stessi americani, subirà probabilmente un'accelerazione; dal Libano si può andar via anche subito. Sarebbe un errore, tuttavia, ritirarci unilateralmente: avremmo dilapidato in un solo istante il capitale di credibilità internazionale costato tanti sacrifici ai nostri militari.

La questione fiscale al centro dell'azione di governo è dunque nell'interesse sia del Pdl che della Lega. Ed è emblematico che da Confindustria a Montezemolo, passando per Della Valle, quanti ieri criticavano la politica economica del governo - di cui Tremonti è riconosciuto "dominus" - perché carente sul lato della crescita, e in particolare del fisco, oggi che Berlusconi e Bossi sono in pressing sul ministro dell'Economia si ergono a strenui difensori del rigore tremontiano. Dal momento che appare ormai evidente a tutti o quasi che una riforma fiscale *non* in deficit, che punti primariamente ad una concreta semplificazione e sburocratizzazione, con un programma graduale ma certo di riduzione delle aliquote, si può fare, la questione è del tutto politica. Le chiavi della cassaforte infatti le ha Tremonti e bisognerà vedere se nel ministro alberga la volontà di fare questo "regalo" a Berlusconi e a Bossi, in modo che possano intestarsi parte dei meriti della riforma, così da poter andare di fronte ai propri elettori rivendicando "abbiamo abbassato le tasse", oppure se intende tenersela nel cassetto finché i due anziani leader non saranno bolliti a puntino.

Da questo ormai dipende non solo la legislatura, ma il futuro del centrodestra. Se infatti nel 2013 il centrodestra potrà presentarsi ai propri elettori dicendo "abbiamo tenuto i conti in ordine durante la crisi e siamo riusciti anche a riformare il fisco, iniziando a ridurre le imposte", allora avrà ancora qualche chance di rivincere le elezioni, con Berlusconi o qualcun altro candidato premier. Altrimenti il crollo, chiunque sia il leader, non sarebbe solo elettorale, ma anche culturale. Senza atti di governo concreti e politicamente qualificanti in cui identificarsi, il centrodestra rischierebbe di disintegrarsi come coalizione, nel Palazzo, così come nel Paese.

Friday, May 20, 2011

Quello che non vi dicono sul discorso di Obama

Spesso sottolineo le cantonate e le deformazioni ideologiche della nostra stampa mainstream, ma quelle di stamattina sul discorso di Obama di ieri le superano se non tutte, parecchie. Un discorso ridotto ad una specie di reprimenda nei confronti di Israele che si ostinerebbe a non accettare i confini del 1967. Tutti i titoli, e la gran parte degli articoli, con la sola eccezione di Molinari su La Stampa (anche lui però sfregiato dal titolista), lanciano il medesimo messaggio: Obama che rompe il tabù dei confini del '67, e tutti a celebrare il presidente di sinistra che finalmente gliene dice quattro a Israele. Innanzitutto, questa lettura ignora il cuore del discorso: la svolta di politica estera annunciata da Obama ieri non riguarda il negoziato tra israeliani e palestinesi, che anzi ha riconosciuto essere in uno stallo e dipendere dalle due parti, ma il ritorno all'agenda pro democracy da parte del presidente, che l'aveva accantonata appena entrato alla Casa Bianca, nel tentativo di sintonizzarsi con le "piazze arabe", quelle vere, che si ribellano ai loro tiranni, e non quelle immaginate nelle stanze del Dipartimento di Stato o in qualche think tank "realista". Evidentemente è più "politicamente corretto" porre l'accento su Obama che striglia Israele, piuttosto che dover ammettere che torna sui passi di Bush, anche se si tratta di promozione della democrazia.

Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.

Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
«We believe the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps».
Il diavolo si nasconde nei dettagli, cioè in quei «mutually agreed swaps» di territorio che non sono altro, come ricostruisce in modo egregio Jackson Diehl sul Washington Post, che tutti gli aggiustamenti territoriali che si sono sempre ipotizzati, durante i negoziati guidati dagli Usa (da Clinton a Bush jr), sulla base dei confini del '67. Insomma: i confini del '67 sono stati sempre per gli Stati Uniti la base di partenza dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Con gli opportuni accorgimenti condivisi tra le parti, tuttavia, perché quando Netanyahu fa notare che con i vecchi confini il governo israeliano non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini, dice qualcosa di ovvio, riferendosi agli insediamenti israeliani. Al contrario dei profughi palestinesi, infatti, la cui vita si è fermata al '49 perché strumentalizzati dai gruppi terroristici o dai regimi arabi, per i coloni israeliani la vita è andata avanti e non si può disconoscere il loro diritto alla sicurezza.

Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.

Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
«Sarà la politica degli Stati Uniti promuovere le riforme nella regione, e sostenere le transizioni verso la democrazia... E il nostro sostegno a questi principi non è un interesse secondario. Oggi voglio dire chiaramente che è una massima priorità che dev'essere tradotta in azioni concrete, e sostenuta da tutti gli strumenti, diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione».
Sui giornali americani, al contrario dei nostri, è qui che viene posto l'accento. Così oggi anche per Obama «lo status quo» nella regione «non è più sostenibile», «non conta solo la stabilità delle nazioni ma anche l'autodeterminazione degli individui», e «l'America deve usare la sua influenza per incoraggiare le riforme, politiche ed economiche, che vadano incontro alle aspirazioni legittime dei popoli». Ed è anzi pronta a sostenere concretamente, finanziariamente, lo sforzo di tutti coloro che avviano la transizione, a cominciare da Tunisia ed Egitto: «Se vi assumete i rischi del cambiamento democratico avrete il supporto degli Stati Uniti».

Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.

Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».

Thursday, May 12, 2011

Assad non è Gheddafi. E' peggio

Anche su taccuinopolitico.it

Perché non si può agire con Damasco come con Tripoli ma non per questo bisogna rinunciare a sostenere apertamente il regime change

La domanda sorge spontanea, come avrebbe detto Lubrano: che differenza c'è tra la repressione scatenata da Gheddafi in Libia, che ha provocato l'intervento militare della Nato, e quella scatenata da Assad in Siria, che invece ha avuto come reazione solo le timide sanzioni da parte dell'Ue e degli Usa? Se lo chiedono in molti, e sempre di più, in questi giorni.

Per Frattini la differenza è che «diciamolo francamente, Assad non è Gheddafi» e «la comunità internazionale ritiene che ci sia ancora un piccolissimo margine per aprire ad un programma di riforme». Quando parla il ministro degli Esteri o è una gaffe, oppure, per tenersi "coperto", copia letteralmente le frasi del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che però a sua volta non è infallibile. Meglio la seconda ed è questo il caso. Dopo aver definito Mubarak «uno di famiglia» e il suo regime «solido» durante le prime manifestazioni del Cairo, fino ad una settimana fa la Clinton spiegava che «la Siria può ancora varare riforme, nessuno invece credeva che Gheddafi lo avrebbe fatto», e che c'è quindi «un percorso ancora possibile con la Siria, per questo continuiamo insieme ai nostri alleati a fare pressioni». Né il presidente Obama ha mai intimato ad Assad di andarsene, come ha fatto con Mubarak e Gheddafi.

Il presunto "riformismo" degli Assad è un marchio di fabbrica dei Democratici Usa rispetto alla chiusura totale dell'amministrazione Bush nei confronti di Damasco, inserita a suo tempo nell'Asse del Male. Nonostante gli eventi degli ultimi mesi e giorni sembrino dar ragione all'ex presidente, pare che alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato sulla Siria non intendano proprio voler cambiare idea, nell'illusione che battendo sul tasto di un ipotetico "riformismo" siriano si possa alla fine incrinare l'asse tra Damasco e Teheran. Nulla di più improbabile.

Assad non è Gheddafi, su questo Frattini ha ragione, ma non nel senso che intendeva. Assad infatti è molto peggio di Gheddafi, sia per la durezza della repressione, sia per l'influenza geopolitica negativa della Siria sull'intera regione rispetto alla Libia del Colonnello.

La repressione è altrettanto brutale, ma più metodica. Meno ostentata, ma più efficace perché i metodi sono quelli iraniani, sperimentati con successo nel soffocare le manifestazioni del 2009. Anche Assad si avvale di carri armati e cecchini, bombarda le città degli insorti, rastrella casa per casa, tortura i feriti per ottenere le liste degli oppositori. Dall'nizio delle rivolte si calcola che siano stati uccisi dal regime 7-800 siriani, in migliaia imprigionati, di cui di alcune centinaia non si hanno notizie.

Qualcuno penserà al petrolio, ma oltre all'efficacia della repressione è piuttosto il contesto geopolitico ad essere del tutto differente. La Siria è legata all'Iran da un patto d'acciaio e anche se gli Assad volessero (ma non vogliono) aprire alle riforme, al loro popolo, Teheran non lo permetterebbe. Tra i due Paesi esistono strettissimi legami economici e militari, tanto che agenti iraniani stanno aiutando il regime di Damasco nella repressione.

La Siria degli Assad è infatti per l'Iran una pedina fondamentale per portare avanti la sua agenda, la sua scommessa egemonica, in Medio Oriente. A Damasco risiedono il cervello e le casse di tutti i più pericolosi gruppi terroristici anti-israeliani appoggiati da Teheran; è la base operativa da cui i pasdaran iraniani conducono le loro azioni clandestine all'estero; attraverso la Siria passano le armi per Hamas e Hezbollah; ed è grazie a Damasco che gli iraniani riescono ad aggirare le sanzioni dell'Onu sul programma nucleare.

Dunque, agire nei confronti di Damasco come si sta facendo con Tripoli non è possibile, perché significherebbe dover affrontare direttamente o indirettamente l'Iran. La prima conseguenza sarebbe l'ulteriore destabilizzazione del Libano, poi una nuova guerra di Hezbollah (e Hamas) contro Israele, fino a possibili attacchi contro le truppe americane in Iraq. Persino gli israeliani, preoccupati per una possibile deriva islamista in Egitto, guardano con timore ad un simile scenario e si limitano a sperare nella fine degli Assad senza interventi esterni.

Ciò non significa però che bisogna continuare ad illudersi sul "riformismo" degli Assad e che sia opportuno non sostenere apertamente il regime change in Siria, colpendo il regime con sanzioni più dure e sostenendo moralmente e materialmente le opposizioni.

Thursday, May 05, 2011

Altro che foto, è il momento di battere il ferro

«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».

Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.

Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».

Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».
Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».
Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.

Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.

Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».
Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.

Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.

Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".

Tuesday, May 03, 2011

I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)

Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).

Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.

Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.

Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.

Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.

I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.

L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Wednesday, April 20, 2011

Al loro cospetto Gheddafi è un gigante

Una falsa neutralità che viene ogni giorno di più contraddetta nei fatti, un intervento definito «umanitario» che sta sconfinando in una guerra vera e propria e se non lo fa, rischia di essere vano. Capi di governo, ministri degli Esteri, e una stampa addomesticata, quasi distratta (ben diversa da quella che inseguiva con il forcone Bush e Blair, riportando avidamente la conta dei morti) continuano a parlare e a scrivere dell'intervento occidentale in Libia con un'ipocrisia giunta ormai a livelli insopportabili di disgusto. E tutto questo per che cosa? Per negare la scelta eminentemente politica di favorire un regime change in Libia, quando è divenuto palese che sono i libici a chiederlo; per poter rivendicare di aver agito in modo «multilaterale», in ossequio al mandato ricevuto dalle Nazioni Unite.

E allora ecco che le bombe diventano «umanitarie», non colpiscono i civili (ma di fatto neanche le forze di Gheddafi sufficientemente); che si agisce nel rispetto della risoluzione dell'Onu, mentre in realtà né più né meno di quanto si fece nei confronti dell'Iraq di Saddam; si ripete ossessivamente che ci si limita a proteggere i civili, mentre in realtà si fornisce un'incoerente e improvvisata copertura aerea ai ribelli, si mandano armi e consiglieri militari ad una delle due parti in conflitto. Non curandosi del fatto che per far sembrare tutto nei limiti si sta rendendo inefficace l'intervento, persino la mera protezione dei civili: i bombardamenti occidentali - tardivi e troppo "umanitari" - non faranno cadere Gheddafi ma non stanno neanche evitando che Misurata possa trasformarsi in una nuova Sarajevo. E alla fine la beffa è che non si riescono nemmeno a salvare le apparenze. In sostanza, un'ipocrisia, che porta con sé un'inefficacia militare sul campo, dettata dall'interesse meramente politico dei leader coinvolti a non apparire in patria come Bush e Blair, a non riabilitarne con le loro azioni le controverse scelte.

Be', se questa è la preoccupazione, possono dormire sonni tranquilli. Ben altra tempra e ben altra visione, ben altro coraggio politico avevano Bush e Blair. Pur con tutti i loro errori, dopo neanche un mese dall'inizio della guerra Saddam era caduto. Certo, hanno sottovalutato ciò che sarebbe avvenuto dopo, ma non si sono fatti prendere per il naso dal dittatore ed è stata una guerra di liberazione voluta e rivendicata, senza attribuire pelosamente all'Onu una moralità superiore, che è lungi dall'appartenergli, a scapito dell'efficacia dell'azione.

Sono stato un interventista della prima, anzi primissima ora, quando forse la no-fly zone e alcuni bombardamenti ben mirati sarebbero bastati a far cadere Gheddafi. Ma si sarebbe dovuto agire subito, senza l'Onu, in modo «unilaterale». Quasi una bestemmia per alcuni. E' come se il "diplomaticamente corretto", e non la giustezza e l'efficacia, sia il principale parametro di giudizio di una decisione e di un'azione politica. Per quanto tutti si sforzino, non è e non sarà mai così e le contraddizioni stanno venendo a galla. L'unica differenza con l'Iraq è l'acquiescenza dei media, ma anche in Libia una risoluzione dell'Onu volutamente e inevitabilmente ambigua viene utilizzata per giustificare un intervento militare il cui scopo - taciuto ma manifesto - è il regime change. Con l'aggravante però che quest'ultimo sta fallendo, rischia di fallire, sotto il peso delle ipocrisie, o di costare molto di più.

L'America di Obama spicca per l'assenza di leadership, si è sfilata ed è venuto meno circa il 75% della potenza di fuoco alleata, quindi dell'unica pressione che Gheddafi mostra di comprendere, quella della forza. L'Europa si conferma un nano politico e militare. La notizia dell'invio - adesso ufficiale - di consiglieri militari ad aiutare i ribelli induce a pensare ad una escalation. E ciò che era evitabile se si fosse agito subito - un intervento di terra - sembra sempre più inevitabile se non si vuole andare incontro ad una bruciante sconfitta e ad una vera e propria umiliazione. Adesso anche chi appoggiò la guerra irachena, pur di criticare questa insinua il paragone con il Vietnam. E' una tentazione cui bisogna sfuggire, per non cadere nella stessa strumentalità dei "pacifinti" di allora.

Per quanto mi spaventi e mi addolori, il pensiero che al cospetto dei leader che abbiamo in sorte Gheddafi sia un gigante - politico e militare - si rafforza, fin quasi all'ammirazione. Questo però non mi impedisce di pregare per una sua rapida sconfitta e di dire basta ai paragoni col Vietnam, che suonano come una iettatura.

Tuesday, March 08, 2011

Obama e il fantasma di Bush

Su taccuinopolitico.it

Dalle politiche anti-terrorismo alla crisi libica, Obama rischia di seguire la strada di Bush
Il "change", almeno in politica estera, è costretto a rimangiarselo a favore di un "dietrofront". Con il discorso del Cairo, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Obama aveva voluto dimostrare al mondo che l'America stava cambiando rotta: niente più regime change; basta ingerenze negli affari interni dei Paesi arabi; come interlocutori i regimi al potere e non i movimenti democratici (a quelli egiziani e iraniani furono decurtati gli aiuti). Dai leader arabi "moderati" il nuovo presidente Usa si aspettava in cambio un contributo concreto al rilancio dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi (per tutte le sinistre occidentali l'unica politica mediorientale degna di essere perseguita); dagli iraniani, che non sentendo più minacciato il loro potere si convincessero a fermare il programma nucleare.

Ha ricevuto invece uno schiaffo dietro l'altro. Il processo di pace non ha compiuto passi avanti (e come avrebbe potuto? Non essendo - almeno non più - il conflitto israelo-palestinese all'origine delle tensioni della regione, ma queste ultime ad impedirne la soluzione); Teheran ha rispedito al mittente le più generose offerte occidentali; e per di più, adesso, coloro i quali erano stati snobbati da Obama - le vere "piazze arabe" - calcano la scena da protagonisti, imponendosi come attori, o almeno fattori politici non più trascurabili in Medio Oriente, nemmeno dagli autocrati che li governano. Starebbe quindi emergendo tra gli analisti della Casa Bianca la consapevolezza che le rivolte che nessuno aveva previsto possano diventare «l'evento che segnerà l'amministrazione Obama».

Obama non vuole mancare all'appuntamento, ha capito dove spira il vento della storia e che lo status quo è inaccettabile, ma allo stesso tempo teme di dire e fare le stesse cose di George W. Bush, di venire trascinato dall'impetuosa corrente della realtà nelle stesse identiche situazioni che si trovò ad affrontare il presidente dell'11 settembre e che tanta impopolarità gli addussero. Nel caso, si tratterà di trovare i giusti espedienti retorici e comunicativi per liberarsi dall'ombra del suo predecessore, ma sarà molto, molto difficile non ammettere che per due anni ha sbagliato politica estera e che la Freedom Agenda, pur declinata con pragmatismo, è oggi la più sensata da perseguire.

L'altro ieri Obama ha firmato un decreto presidenziale per far ripartire i processi militari a Guantanamo, dopo due anni di riflessione e apportandovi modifiche solo cosmetiche, stabilendo inoltre che alcuni detenuti resteranno nel carcere a tempo indeterminato e senza processo. E' la conferma che per quanto imperfetto, l'impianto giuridico elaborato dall'amministrazione Bush resta il più ragionevole considerando che ci si trova di fronte ad un fenomeno giuridicamente inedito. «Nessuno - ha scritto beffardamente il Wall Street Journal - ha fatto di più per rinverdire la reputazione delle politiche anti-terrorismo dell'era Bush dell'amministrazione Obama». Avrete notato come sia sparita dai giornali e dai dibattiti televisivi qualsiasi preoccupazione su Guantanamo - che Obama non ha chiuso - e sullo status giuridico dei detenuti - che nella sostanza viene confermato.

In queste ore, con la crisi libica, Obama rischia di ripercorrere gli stessi passi di Bush anche sull'uso dell'hard power americano, anche se non sentirete nessuno rimproverarglielo. Ad un presidente di colore, alto, giovane e soprattutto progressista questo ed altro è concesso. Le analogie si moltiplicano con il passare dei giorni: anche oggi come allora lo status quo è inaccettabile. Gheddafi come Saddam è uno sterminatore del suo popolo e un pericolo per gli altri; i costi umanitari, economici e strategici dello stallo rendono urgente un intervento. Anche se certamente va ben ponderato e calibrato, con un occhio più che vigile a quanto accade nel frattempo nello strategico Bahrein e, quindi, ai riflessi sulla stabilità dell'Arabia saudita. Per la Libia, la Nato sta studiando «una vasta gamma di opzioni, tra cui eventuali opzioni militari». Francia e Regno Unito, con l'appoggio Usa, si preparano a chiedere alle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzi l'istituzione di una no-fly zone, o comunque un qualche intervento militare in grado di rompere l'equilibrio di forze a favore dei ribelli. Obama rischia di entrare, dunque, in un nuovo calvario al Palazzo di vetro come ogni presidente americano che si rispetti. Anche oggi come allora si cerca una «seconda risoluzione» che autorizzi l'uso della forza. Anche oggi come allora qualcuno a Washington ritiene che già la prima risoluzione - la 1970, votata all'unanimità - sia sufficiente, sulla base del riferimento al capitolo VII che prevede l'adozione di misure per «restaurare pace e sicurezza».

Certo, Obama potrebbe essere più bravo e fortunato di Bush. Incontrerà le resistenze di russi e cinesi, ma almeno l'Europa è compatta (anche se bisognerà verificarne la tenuta se l'intervento non dovesse ottenere il via libera dell'Onu) e questa volta sarebbe sostenuto dalla Lega araba e dall'Unione africana. All'Eliseo non c'è più Chirac e a Berlino non c'è Schroeder, e soprattutto Francia e Germania hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq; Saddam era (o sembrava) saldamente al potere, mentre Gheddafi sta combattendo un'incerta guerra civile. Insomma, in questo contesto non è da escludere che anche Russia e Cina si convincano.

In questo caso, Obama avrà salvato capra e cavoli: libertà da una parte e multilateralismo dall'altra, che non sempre - anzi quasi mai - vanno a braccetto. Ma se, come probabile, Russia e Cina si opporranno, e quindi un mandato dell'Onu non ci sarà, allora Obama dovrà scegliere tra il multilateralismo e l'intervento e si vedrà se è davvero cambiata la sua politica estera, o se si è fermato alle buone intenzioni. Se dovesse optare per il primo, avrà concesso a Russia e Cina, e potenzialmente anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington ritiene giusto e opportuno fare, e avrà mandato un segnale di debolezza ai nemici dell'America. Se deciderà per l'intervento, "Anakin Obama" si sarà trasformato in "Darth Vader". Sarebbe infatti di nuovo una «coalizione di volenterosi». Forse più ampia di quella che riuscì a mettere in piedi Bush jr. contro Saddam, ma pur sempre "illegale" e odiosamente "unilaterale" secondo i parametri infausti dei fautori dell'Onu. Il fatto è che il "multilateralismo", lungi dall'essere un metodo per risolvere le crisi - il più possibile consensualmente ma risolverle - è diventato l'alibi dietro cui potenze al tramonto, o emergenti, con i loro "niet" cercano di accrescere il proprio status sulla scena internazionale a spese soprattutto degli Stati Uniti.

E l'Italia? C'è da sperare che il governo stia studiando e ponderando attentamente il da farsi, ma certo le parole del ministro Frattini destano preoccupazione. L’alibi secondo cui il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa e infondata banalità da contrastare. Il ministro esclude che gli aerei italiani possano prendere parte all'istituzione di una no-fly zone o ad eventuali altre operazioni. L'Italia, spiega, offrirà «basi e supporto logistico», ma solo in presenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che ci imporrebbe quel «rispetto della legalità internazionale» cui fa riferimento l'articolo 4 del Trattato di amicizia italo-libico, e che ci esonererebbe dal divieto previsto nello stesso comma, cioè di usare o far usare contro la Libia basi esistenti sul nostro territorio. Ma se, come probabile, non ci sarà alcun mandato Onu, e gli alleati decideranno di agire comunque, e se nel frattempo non avremo revocato ufficialmente il trattato firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone. Certo non una bella figura.

P.S. Ieri Veltroni, intervistato dal Sole 24 Ore, si chiedeva dove siano finiti i pacifisti: sparito Bush, spariti anche loro. E noi ci chiediamo dove fosse lui durante la prima e la seconda guerra del Golfo, che ha liberato gli iracheni da un massacratore ancor più efferato: Saddam Hussein. Il passato è passato, non importa più che grandi Paesi europei ci abbiano fatto affari, che Stati Uniti e Gran Bretagna l'abbiano sdoganato, in politica se non si è in grado di avere una visione lungimirante, bisogna almeno - almeno - essere dotati della lucidità e della prontezza d'animo necessari ad adattarsi al nuovo corso degli eventi. Per questo, ha ragione Veltroni quando si chiede: «A questo punto, che interesse ha l'occidente a essere così timido e impacciato?»