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Tuesday, November 22, 2016

La "transizione" Trump: verso una presidenza pragmatica?

Pubblicato su Ofcs Report

I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo

La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.

L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?

Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?

Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.

Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.

Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.

Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?

Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.

E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.

La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.

Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.

Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.

Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.

Friday, November 16, 2012

E' un'altra America, il dilemma del GOP

Versione integrale su Rightnation.it

Tutte le analisi sulla vittoria di Obama che puntano l'indice sulla debolezza intrinseca della candidatura di Mitt Romney, sugli errori di comunicazione del GOP, sull'eccezionalità irripetibile della figura di Barack Obama, sull'effetto rivitalizzante che ha avuto Sandy per l'incumbent, o sull'influenza dei media, sono senz'altro fondate, colgono aspetti importanti, ma tutto sommato congiunturali delle presidenziali 2012, e rischiano quindi di assecondare uno stato di "denial" nel campo conservatore, persino consolatorio: per tornare alla Casa Bianca nel 2016 basterà presentare un candidato meno "bostoniano", meno freddino, capace di scaldare i cuori e le menti della Right Nation, e il limite dei due mandati farà il resto (difficilmente i Democratici riusciranno a tirar fuori dal cilindro uno "special one" come Obama).

E' comprensibile: più tranquillizzante sedersi in riva al fiume aspettando che l'eccezione Obama passi, come un uragano. Peccato che potrebbe non bastare. Non negare i dati strutturali della vittoria di Obama è invece il primo passo per porvi rimedio. Nella sua rielezione si intravedono mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità - quindi demografici ma anche ideali e politici - dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004. Il che è molto più terrificante (dal mio punto di vista di liberista) della semplice idea che Romney fosse il candidato sbagliato e Obama troppo carismatico ed hollywoodiano per essere battuto. Ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
(...)
Non si può non prendere almeno in considerazione l'ipotesi che la coalizione progressista messa insieme nel 20008 e nel 2012 da Obama possa costituire una "maggioranza permanente", cioè in grado di sopravvivergli politicamente e di aprire un ciclo, come suggeriscono Sam Tanenhaus nel suo "The death of conservatism" e Ruy Teixeira in "The emerging democratic majority". Prima di Obama l'unico presidente del II dopoguerra ad essere rieletto nonostante la disoccupazione oltre il 7% fu Reagan nel 1984. Un presidente che guarda caso fu capace di forgiare una coalizione conservatrice che avrebbe segnato culturalmente due decenni, gli anni '80 e '90, e retto per un soffio fino al secondo mandato di George W. Bush, nonostante fossero già in atto i cambiamenti demografici che vediamo esplodere oggi. Più saggio, quindi, non escludere che Obama possa rivelarsi il Reagan dei democratici, che insomma possa aver aperto un nuovo ciclo destinato a non esaurirsi con il suo secondo mandato.

Nel 1992 i Democratici tornarono alla Casa Bianca con Clinton, vagheggiando di "terza via" e governando dal centro un paese in maggioranza conservatore. Come i Democratici di allora anche il GOP oggi è di fronte a un dilemma simile: come reagire all'emersione in superficie di questo popolo di sinistra? Inseguirlo, smussando i propri angoli sulle social issues e attenuando la propria rigidità in tema fiscale, ma rischiando di perdere la Right Nation, o tenere il punto, se non radicalizzarsi, rischiando però di perdere indipendenti e moderati? Nel primo caso si tratta di trovare un candidato vincente per riconquistare la Casa Bianca nel 2016, ma inevitabilmente dal profilo, e su una piattaforma, più centrista, cioè più disponibile a soluzioni di compromesso con le istanze welfariste, che a quanto pare sempre più americani e nuovi immigrati non vedono come fumo negli occhi, e più aperta su immigrazione e diritti civili. Nel secondo di mantenere saldi e non negoziabili i propri principi, nella speranza che il nuovo ciclo politico passi in fretta e il riflusso spinga gli americani di nuovo a destra.

Il dibattito nel GOP è aperto: a cosa è dovuta la sconfitta? S'insinua il dubbio che sia sbagliato il messaggio, ormai non in sintonia con una popolazione in rapido mutamento, e che quindi occorrano cambiamenti fondamentali nella linea politica. Nulla di drammatico, sembra però rispondere la maggior parte del partito, soprattutto i governatori, più sicuri della sintonia con i propri elettori e già proiettati verso il 2016: candidati scadenti, errori di comunicazione e insufficienti sforzi per portare gli elettori alle urne. «E' essenziale rimanere fedeli a ciò che siamo - spiega il governatore della Virginia Bob McDonnell - dobbiamo capire come rendere i nostri principi più interessanti agli elettori emergenti, ma se abdichiamo ad essi diventiamo un'entità molto diversa».

Un problema di identità, o di comunicazione, dunque? Piegarsi alla nuova demografia o insistere nel tentativo di avvicinare i nuovi elettori ai principi conservatori? Nel primo caso i Repubblicani temono di presentarsi come "cripto-Democratici". E resterebbe un problema, diciamo, di marketing, di brand: se anche si convincessero ad offrire un prodotto politico più simile a quello dei Democratici, perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all'originale? E se anche preferissero la copia, e un repubblicano tornasse alla Casa Bianca da liberal moderato, l'America non sarebbe comunque più la stessa. «L'America non ha bisogno di due partiti liberal», avverte il governatore della Louisiana Bobby Jindal. Fra quattro anni gli elettori potrebbero preferire una versione più edulcorata delle politiche obamiane, ma anche sviluppare una totale repulsione verso di esse.

Entrambe le strade presentano quindi degli inconvenienti. Proposte politiche specificamente rivolte verso le etnie emergenti potrebbero non bastare, ed è vero che in teoria il libero mercato crea un contesto economico più meritocratico, che offre a tutti, minoranze comprese, l'opportunità di migliorare il proprio status, ma restano pur sempre allettanti politiche che promettono (che mantengano è tutt'altra storia) un'esistenza meno ambiziosa ma comunque dignitosa con il minimo sforzo. Una via di mezzo per il GOP potrebbe consistere nell'ammorbidire la propria posizione sull'immigrazione, col rischio però di alimentare ancor più rapidamente il serbatoio di voti democratico, e aggiornarla sull'omosessualità, mantenendo invece ferma la linea di politica fiscale. Fiducia nell'impresa individuale e Stato leggero sono infatti le fondamenta dell'"eccezionalismo" Usa e del loro potere economico, il resto - forse - è aggiornabile.
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Thursday, November 08, 2012

L'inizio della fine dell'America per come l'abbiamo conosciuta

Anche su L'Opinione

C'è un piccolo paradosso nella rielezione di Obama: la sua vittoria è sì netta nei numeri, ma molto meno di quattro anni fa. Eppure, è incomparabilmente più epocale. Quattro anni fa l'evento era il primo presidente di colore nella storia degli Usa. "Esperimento" eccitante, che ha sedotto molti elettori moderati e centristi, portandolo alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan. Logorato da quattro duri anni di presidenza, in cui è uscito fuori il suo lato più ideologico, Obama ha perso molti di quei voti (in totale ne ha presi quasi 10 milioni in meno del 2008). Ma proprio per questo la sua è una vittoria di portata storica, perché di (e da) sinistra (niente a che vedere con la "terza via" clintoniana), e perché indice di mutamenti strutturali, profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, demograficamente molto diverso da quello del 2004 e più spostato a sinistra. E' Obama ad aver cambiato connotati all'America, o è lui stesso il prodotto di tale cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.

Una rielezione nonostante dati macroeconomici così avversi, soprattutto la disoccupazione all'8%, fa riflettere sul reale peso dell'economia nelle scelte dell'elettorato. L'economia conta, certo, ma forse in modo diverso che in passato. Da un lato chi ha perso il lavoro può contare su sussidi più generosi e chi sta per perderlo sul salvataggio della sua industria, come in Ohio; dall'altro, tra no tax area e detrazioni molti americani non avvertono il peso del fisco, quindi sono meno preoccupati dei costi del welfare, della sanità pubblica, di cui vedono solo il lato "rassicurante" e umano. E' un approccio ai temi economici più "europeo", più orientato alle protezioni sociali che non al dinamismo tipico dell'economia americana. E senz'altro le variazioni demografiche – l'incidenza sul voto di afroamericani e ispanici, più inclini all'assistenzialismo – e le politiche obamiane stanno contribuendo alla diffusione di questo modo "europeo" di guardare all'economia.

Temi quali l'immigrazione, l'aborto, le unioni gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori sull'economia critici nei confronti di Obama, perché il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, ormai chiave per far breccia su elettorati determinanti. Obama ha infatti surclassato Romney oltre che nel voto femminile (+12 punti) e in quello degli afroamericani (+87), anche nel voto di ispanici (+40) e asiatici (+49), persino più di McCain (distanziato rispettivamente di 36 e di 27 punti), mentre ha mantenuto un ampio margine nel voto dei giovani (24 punti contro i 34 del 2008).

La forza di Obama, grazie al colore della sua pelle, sta nell'aver dato rappresentanza a una parte di America che fino ad oggi era rimasta divisa (troppo distanti tra loro giovani liberal, afroamericani e ispanici) e lontana dalle urne e che oggi, invece, si è risvegliata unita e maggioritaria nel paese.

Ma sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Nel voto popolare ha recuperato molto (da -7,3% a -2,3%) e ha strappato a Obama North Carolina e Indiana. Non era il candidato perfetto, probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece ha in parte recuperato. Il tipico dramma della coperta troppo corta, insomma. Una sfida tremenda che ha di fronte tutto il GOP: come rappresentare la Right Nation e allo stesso tempo aprirsi su temi quali l'immigrazione e i diritti civili?

Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale". Da altri quattro anni di Obama alla Casa Bianca possiamo aspettarci la prosecuzione a tappe forzate del processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti, una svolta storica.

Wednesday, November 07, 2012

Benvenuti in Eumerica

Qualche flash "grezzo" sulla rielezione di Obama:

1) Vittoria netta, sia nei collegi elettorali (332 a 206) che nel voto popolare (50,3% a 48,1%), ma con margini inferiori rispetto al 2008, quando finì 365 a 173 e 52,9% a 45,7%. Il presidente ha vinto largamente perché alla fine si è aggiudicato tutti gli stati-chiave, ma i distacchi sono stati minimi e il testa-a-testa è durato fino a notte inoltrata (49,8-49,3 in Florida, 50,8-47,8 in Virginia, 50,1-48,2 in Ohio, 50,7-47 in Colorado). Romney ha recuperato molto rispetto a McCain, riducendo il distacco soprattutto nel voto popolare da -7,3% a circa un -2%, e strappando a Obama due stati - North Carolina e Indiana - ma non abbastanza da impedirgli la rielezione. Va detto però che con dati macroeconomici così avversi, soprattutto quello sulla disoccupazione all'8%, la vittoria di Obama è piena e ha il sapore della grande impresa.

2) Sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Che non era certo il candidato perfetto, lo sapevamo. Probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito, a quel punto avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece a mio avviso ha recuperato, e il risultato sarebbe stato uguale se non peggiore. Il solito dramma della coperta troppo corta, insomma. Si è rivelato comunque tosto, "presidenziale", ha dato il massimo, ha messo paura ad Obama e reso la sfida aperta fino all'ultimo.

3) Nei sondaggi della vigilia c'è un prima e un dopo Sandy. Sia gli istituti più favorevoli a Romney che quelli pro-Obama avevano registrato una cospicua rimonta dello sfidante a partire dal primo dibattito tv di Denver. Gallup e Rasmussen erano arrivati ad attribuire a Romney un 5-6% di vantaggio su Obama nel voto popolare, e gli altri una sostanziale parità. Solo l'uragano sembra aver stoppato il "momentum" di Romney.

4) Va preso in considerazione il peso dei media, schierati come mai prima forse nella storia americana, e in modo virulento, dalla parte di Obama: quale altro presidente in carica avrebbe avuto la stessa "copertura", in una fase delicatissima della campagna elettorale, sul disastro di incompetenze che ha portato all'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi? A quale altro presidente sarebbe stato "perdonato"?

5) Meno netta nei numeri rispetto a quattro anni fa, la vittoria di oggi di Obama è però più strutturale, di portata storica, perché indica mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004: ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? La sua forza, grazie al suo carisma, nonostante in parte logorato dai quattro duri anni di presidenza, è aver dato rappresentanza a una parte di America, che fino ad oggi era rimasta divisa (ceti sociali ed etnie troppo distanti tra di loro) e lontana dalle urne, che oggi si risveglia maggioritaria nel paese. E' un'America più "europea", dove la cultura latina comincia a pesare, per la quale l'economia conta ma in termini di protezione sociale e non di dinamismo. Mentre nel 2008 l'"esperimento" Obama aveva attratto molti voti moderati e centristi, ed era arrivato alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan, quella di ieri è stata una vittoria di (e da) sinistra, resa possibile dalla mobilitazione di un elettorato di sinistra. Niente a che vedere, insomma, con la "terza via" di Clinton.

6) Non solo sull'economia, non solo con un occhio al portafogli hanno votato gli americani. Temi quali l'immigrazione, l'aborto, i gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori che sull'economia probabilmente bocciano o criticano Obama. Il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, che sono chiave per far breccia su elettorati ormai decisivi come gli ispanici e le donne.

7) Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale", un po' più simile all'Europa. E con altri quattro anni di Obama proseguirà a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti.

Tuesday, November 06, 2012

Obama-Romney, la posta in gioco

La posta in gioco di queste elezioni presidenziali, forse le più gravide di conseguenze degli ultimi trent'anni, è molto alta e altrettanto chiara: è minacciata l'essenza stessa dell'America, l'"eccezionalismo" americano. Con altri quattro anni di Obama proseguirebbe a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti. E il paradosso è che questo avverrebbe proprio nel momento in cui la crisi mostra il fallimento di un certo modello economico e sociale, quello europeo, caratterizzato da welfare generoso, scarsa crescita, livelli elevati di spesa pubblica e tassazione, e quindi di debito pubblico.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti si trovano di fronte a questo bivio, anche se forse è dalla fine degli anni '70 che la minaccia della decadenza non è così tangibile. Appena usciti dal decennio reaganiano o dalla "terza via" clintoniana non era certo lo spettro dello statalismo e dell'assistenzialismo stile europeo a incombere sul voto per la Casa Bianca. E in realtà non sarebbe la prima volta nemmeno se oggi gli americani scegliessero il big government. Ma forse sarebbe la volta che si assumono i rischi maggiori. Perché se nei decenni passati i poteri, le dimensioni, e quindi la spesa dello Stato federale non hanno fatto altro che espandersi, più o meno sotto tutte le amministrazioni, durante questo primo mandato di Obama deficit e debito hanno ormai raggiunto livelli europei, e a legislazione invariata proseguirebbero la loro corsa verso l'alto. Insomma, potremmo essere ad un punto di svolta: altri quattro anni delle stesse politiche potrebbero completare la trasformazione in senso europeo del modello economico e sociale americano.

Il che potrebbe essere l'esito inevitabile di un mutamento profondo di mentalità della maggioranza degli americani, oppure l'innesco di un tale mutamento. Nulla è mai davvero irreversibile, per carità, ma se il numero di coloro che godono di protezioni e sussidi da parte del governo supera una certa soglia, ovviamente complicata da determinare, tornare indietro e abbandonare il big government potrebbe divenire estremamente difficile anche per gli Stati Uniti, come avverte David Malpass oggi sul Wall Street Journal. L'esperimento Obama può essere stato interessante, ma perseverare può portare gli Stati Uniti sulla stessa strada dell'Europa, quella di un lento declino. Economico e anche, inevitabilmente, geopolitico.

A prescindere dalle diverse visioni di politica estera, infatti, gli Stati Uniti, come qualsiasi superpotenza, potranno continuare ad esercitare la loro leadership mondiale, o comunque un ruolo preminente, tale da porre un argine al disordine e scoraggiare potenziali aggressori, solo se sapranno mantenere la loro economia dinamica e creativa. Senza potere economico non si tiene testa alla Cina, non si indirizzano per il meglio i cambiamenti in Medio Oriente e altrove.

Nella sua «lettera ai miei amici europei», inguaribili entusiasti pro-Obama, Michael Ledeen spiega come mai non è un caso l'amore dell'Europa per Obama (traduzione del Foglio):
«Chiunque dia il giusto valore alla libertà deve vedere Obama come una minaccia. Vuole trasformare gli Stati Uniti in una nuova versione dell'Europa: un governo centrale, invadente, livelli alti di tassazione, regolamenti intrusivi su praticamente tutto, combinati con un indebolimento sistematico e deliberato del potere militare, e una politica estera che rifiuta di prendere posizione contro i nemici della libertà. E' triste dirlo, ma questo siete voi. Quindi si può capire perché sareste a favore di Obama: è solo un altro segno della decadenza dell'Europa. (...) Mi pare che gli europei abbiano abdicato alle loro libertà a favore dei loro governi, a patto che gli stessi garantiscano una vita facile, ben fornita di assistenza sanitaria, un sacco di ferie e nessun obbligo internazionale. (...) Non vogliamo seguire il vostro esempio».

Per tenere in vita il sogno americano, insomma, occorre interrompere l'esperimento obamiano. Romney non è certo il migliore dei candidati possibili e l'incertezza è assoluta, ma la posta in gioco è alta e se, nonostante i fondamentali dell'economia così avversi, Obama riuscisse ad essere rieletto, bisognerebbe prendere seriamente in considerazione l'ipotesi che anche negli Usa sia stato superato il "punto di non ritorno", oltre il quale la spesa pubblica condiziona la democrazia.

Tuesday, October 23, 2012

Romney non cade nella trappola dei cliché

Anche su Rightnation.it

È evidente quali fossero gli obiettivi di Romney nel terzo dibattito televisivo vinto ai punti da Obama (così pare stando ai sondaggi post-debate): 1) non rischiare di compromettere, sparando qualche grossa sciocchezza, da cui potesse emergere una palese ignoranza, o fallendo colpi da ko, il trend per lui positivo in corso dalla vittoria di Denver; 2) non apparire troppo "falco", una "testa calda", non scivolare su toni bellicosi che potessero spaventare l'elettorato, insomma non rientrare nei cliché e nella caricatura di Bush che gli avversari cercano di appiccicargli addosso. L'approccio dei due contendenti ha rispecchiato in pieno l'andamento dei sondaggi delle ultime settimane, quindi abbiamo trovato il presidente in carica costretto ad attaccare per tentare di arrestare la rimonta dello sfidante e quest'ultimo più preoccupato di non sbagliare piuttosto che di assestare il colpo del ko.

D'altra parte, in un dibattito sulla sicurezza e la politica estera non è certo il candidato repubblicano quello che rischia di apparire debole, che deve smentire un pregiudizio di pusillanimità, e a cui quindi è richiesto un surplus di bellicosità, di prospettare un approccio più muscolare. E ieri sera, almeno a parole, Obama è riuscito a mostrarsi commander-in-chief, nel pieno controllo della situazione sui diversi scenari di crisi (anche se obiettivamente non è proprio così).

Ebbene, ieri sera Romney ha centrato i suoi obiettivi puramente "difensivi", ha difeso il suo "momentum" post-Denver, sebbene forse abbia ecceduto in prudenza, mostrandosi sì cauto, ragionevole e pragmatico, ma rischiando di apparire privo di una visione alternativa a quella di Obama, persino appiattito sulle posizioni del presidente, al quale ha riconosciuto fin troppe volte di avere ragione. Può darsi fosse questo, secondo i suoi consiglieri, l'approccio che avrebbe pagato di più presso gli elettori indecisi degli stati-chiave. Dunque, l'efficacia della strategia e della performance di Romney si può giudicare solo sulla base del giudizio di questi elettori: avranno apprezzato di più la cautela e la ragionevolezza, piacevolmente sorpresi che non abbia vestito i panni del "cowboy" alla Bush, o saranno invece rimasti delusi da una certa indecisione e dall'assenza di una visione chiaramente alternativa a quella di Obama, dall'incapacità di mettere in luce gli errori del presidente?

Ragioni di tattica elettorale potevano quindi suggerire a Romney di non esporsi, ma certo una prova così incolore è deludente, e preoccupante, per chi auspica - come chi scrive - una politica estera molto diversa da quella di Obama nei prossimi quattro anni, e soprattutto guidata da una visione coerente. Ma se poi andiamo a rivedere i dibattiti del 2000, troviamo un Gore interventista e un Bush isolazionista, che voleva ritirarsi dall'Europa e addirittura lasciare che israeliani e palestinesi se la sbrigassero da soli. Spesso sono gli eventi a "fare" il presidente e dopo l'11 settembre Bush ha avuto il merito di cambiare radicalmente rotta, di adottare una visione (a mio parere la migliore in circolazione) e almeno nel primo mandato di agire coerentemente con le sue nuove convinzioni. Speriamo solo che poi, dovesse arrivare alla Casa Bianca, Romney le convinzioni le tiri fuori e non si riveli una banderuola.

Wednesday, October 17, 2012

Vittoria striminzita di Obama, debacle dei media

Anche su Rightnation.it

Nulla a che vedere con la sconfitta che Romney ha inflitto al presidente nel primo dibattito, a Denver. E' stata una vittoria striminzita quella di Obama ieri sera, nel secondo match televisivo. Lo dimostrano anche i numeri dei sondaggi post-debate della Cbs, non esattamente un covo di repubblicani: 37 a 30% per Obama, con un 33% che ha visto un pareggio. Nessun dubbio, invece, sul fatto che Romney è sembrato di gran lunga più convincente di Obama sull'economia: 65-34%. Se l'impressione complessiva premia il presidente anche per la Cnn (46-39%), anche qui su tutti i principali temi economici i telespettatori hanno visto Romney più convincente (58-40% sull'economia, 49-46% sulla sanità, 51-44% sulle tasse e 59-36% sul deficit).

Anche se Obama ha forse centrato l'obiettivo minimo, quello di cancellare l'immagine di un presidente con le pile scariche, da pugile suonato e remissivo, trasmessa a Denver, non credo sia riuscito ad invertire il trend pro-Romney, al massimo ad arrestarlo.

Ma l'aspetto più degno di nota del dibattito di ieri è senza alcun dubbio la scorrettezza della moderatrice. Il momento cruciale quando la giornalista della Cnn, Candy Crowley, ha confermato in diretta la versione falsa di Obama, salvando il presidente da un vero e proprio colpo da ko sull'attacco di Bengasi costato la vita all'ambasciatore Stevens (qui il video).

Rispondendo alla domanda Obama ha mentito, dicendo che «the day after the attack... I told the American people (...) That this was an act of terror». Al che Romney ha replicato che «ci sono voluti 14 giorni prima che il presidente definisse l'attacco di Bengasi un act of terror». All'invito del presidente di prendere la trascrizione la conduttrice è intervenuta dando ragione ad Obama (e scandendo meglio su suo invito: «Can you say that a little louder, Candy?»). Ma non è così: Obama ha in effetti pronunciato le parole «act of terror» in quel discorso al Rose Garden, ma in generale, di sicuro non come definizione della natura dell'attacco al consolato di Bengasi (qui la trascrizione), mentre anche la conduttrice ha concesso a Romney che per molto tempo l'amministrazione ha lasciato intendere che l'attacco fosse legato al video oltraggioso della figura di Maometto.

Su tutti i siti italiani, ovviamente, è finito «lo scivolone di Romney sulla Libia», ma la notizia non è Romney che «balbetta», o che «si è fatto fregare», bensì la moderatrice che in diretta arriva ad avvalorare un'affermazione falsa di Obama pur di evitargli un colpo da ko. Cosa avrebbe potuto Romney, senza carte in mano, contro due (di cui uno in teoria imparziale) che affermavano il falso? Certo che il punto è andato a Obama, ma non si è trattato di un autogol di Romney, bensì di un rigore inesistente concesso a Obama da un arbitro di parte.

La Crowley come un'Annunziata qualsiasi, dalla selezione delle domande alle interruzioni, fino alla scena madre. Non ricordo un dibattito presidenziale condotto in modo così fazioso come quello di ieri. Un segnale davvero brutto per i media americani, sempre più incapaci di imparzialità, ormai persino nel condurre i dibattiti presidenziali. In tutti e tre quelli finora svolti un repentino cambio di argomento ha troppo spesso tolto Obama dall'imbarazzo e neanche nei tempi è stata rispettata la "par condicio" tra i candidati, come sottolinea Nardelli su Rightnation.it: Romney e Ryan hanno parlato per un totale di 119 minuti e 33 secondi, Obama e Biden invece per 128 e 26. Una differenza di ben 8 minuti e 53 secondi (42:50 a 38:32 nel primo dibattito, 41:32 a 40:11 in quello tra i vice, 44:04 a 40:50 nel secondo).

E dinanzi alla screanzata partigianeria dei media Usa, la mancanza (ma non è una novità) di spirito critico e coraggio dei media e dei giornalisti italiani, persino quelli non di sinistra. Piuttosto che andare controcorrente, più a loro agio con le analisi paludate, più elegante lo sfoggio di terzismo.

Friday, October 05, 2012

L'America e noi, bizantini da tardo impero

Ogni quattro anni assistiamo ammirati allo spettacolo della democrazia in azione, quando i contendenti alla Casa Bianca si sfidano in un lungo e faticosissimo processo elettorale, che inizia circa un anno prima, con le primarie, ed entra nel vivo con i duelli televisivi. Ieri notte Romney ha stracciato Obama nel primo dei tre dibattiti presidenziali, togliendo ai media prevalentemente pro-Obama un boccone che pregustavano da mesi: celebrare il colpo del ko del presidente uscente allo sfidante. A molti potranno apparire superficiali (cosa si potrà mai dire in due minuti di risposta che non suoni come uno slogan?), invece i dibattiti sono l'essenza della politica, dove non basta avere le idee migliori, bisogna anche saperle comunicare e dimostrarsi credibili. Non è uno show televisivo, ma una durissima prova di sopravvivenza durante la quale i leader si forgiano nel contraddittorio davanti ad un pubblico di milioni di cittadini. E le regole sono chiare: dentro o fuori, senza reti di protezione, senza ripescaggi, scorpori, quote, listini o preferenze, senza i nostri bizantinismi da tardo impero. Romney ha saputo mettere in atto al meglio la sua strategia: ha attaccato Obama in modo intelligente, pragmatico, non ideologico. Il che ha spiazzato il presidente, che su quel piano avrebbe avuto gioco facile a rispondere colpo su colpo. Entrambi avrebbero "eccitato" la loro base, ma non sarebbe servito a Romney, che se vuole vincere deve fare di più, convincere gli elettori indecisi, indipendenti, e dunque impermeabili alla propaganda.

E ogni volta, noi che guardiamo dal di qua dell'Atlantico non riusciamo a non farci prendere dalla depressione per lo stupefacente contrasto tra come funziona la democrazia negli Stati Uniti – sebbene con le inevitabili imperfezioni delle cose umane – e come è ridotta in Italia. Anche noi siamo in campagna elettorale, ma non sappiamo ancora con quale legge elettorale si voterà, perché ogni cinque anni cambia a seconda degli equilibri che le forze politiche in Parlamento intendono favorire; il premier uscente non si candida ma è in pole per un secondo mandato; da una parte non fanno le primarie in attesa che l'anziano leader decida il da farsi, mentre dall'altra le fanno, ma col trucco per tagliare fuori l'outsider. E come se non bastasse, potrebbero non avere alcun senso in caso di ritorno al proporzionale. Senza offesa per nessuno, ciascuno con le proprie ragioni, alibi, attenuanti, ma sembra una gabbia di matti.
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Wednesday, September 19, 2012

Romney e la dittatura dei sussidiati

Siamo democraticamente tornati ad essere sudditi?

Spesso si può affermare una verità solo al prezzo dannatamente salato del politicamente scorretto, ma per chi fosse interessato ad approfondire nel merito, e con onestà intellettuale, le parole carpite a Romney dalla telecamera di un cellulare nascosto, il candidato repubblicano ha centrato il tema politico dei nostri tempi, il discrimine che orienta le scelte dei governi, e degli elettori, nelle nostre società. Non sorprende che parlando ad alcuni facoltosi sostenitori durante una cena privata si sia lasciato andare ad un linguaggio molto diretto, estremizzando i suoi concetti per renderli comprensibili, come capita a chiunque.

E' ipocrita imputargli l'imprecisione dei dati statistici o la ruvidezza delle sue generalizzazioni. Considerando il contesto politicamente "amichevole", è ovvio che non abbia calibrato il suo messaggio per un pubblico vasto. Riassumere il senso del suo discorso nella frase "i poveri non mi interessano, tanto votano Obama", o "chi sta con Obama non paga le tasse", è pura mistificazione, spesso inconsapevole, frutto del copia-incolla praticato nelle redazioni dei media più "autorevoli". Può piacere o no, ma il tema posto da Romney è quello della dipendenza di una sempre più rilevante fetta della popolazione americana dai soldi del governo e delle questioni da ciò derivanti: se rappresenti o meno una minaccia per una nazione fondata sulla libertà e la responsabilità individuali e in che modo debba comportarsi in campagna elettorale un candidato alla presidenza portatore di un approccio opposto.
(...)
La cifra del popolo dei "sussidiati" che voteranno comunque per Obama è arbitraria, così come non è affatto scontato che coincida con quel 47% di americani che di fatto non pagano l'imposta sul reddito personale, ma è indubbio che questi elettori non sono molto sensibili alla proposta di abbassare le tasse e che il fenomeno della "dipendenza" dal governo ha una consistenza numerica elettoralmente non trascurabile.

Sono in gioco due concezioni alternative del ruolo del governo: «Crediamo in una società incentrata sul governo che elargisce sempre più benefit, oppure in una società fondata sulla libera iniziativa, in cui le persone hanno la possibilità di inseguire i propri sogni?».

La gaffe sta nel fatto che trattandosi di un video "rubato" Romney non si esprime con precisione nell'analisi e nei termini appropriati, ma è questo ormai il vero discrimine politico, non più le vecchie distinzioni destra/sinistra. Nell'epoca in cui viviamo lo stato ha accresciuto come mai nella storia le sue capacità di intervento nella società. L'incidenza della spesa pubblica sul Pil era del 7,5% negli Stati Uniti all'inizio del secolo scorso ed è progressivamente salita fino al 40% di oggi. Per non parlare dell'Italia, dove siamo passati da un 17,1% dei primi del '900 al 30% degli anni '20, al 40% della fine degli anni '70, fino al 50 e dintorni dal 1986 ad oggi. Ma è una tendenza consolidata in tutti i paesi occidentali: da una media di circa il 12% agli inizi del XX secolo a ben oltre il 40% di oggi, con punte vicine al 50. Ciò significa che gran parte delle nostre economie, imprese e singoli individui, dipendono direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica, dalle risorse elargite dai governi.

Chiedersi che impatto ha tutto ciò sul processo democratico non è ozioso. È noto che in democrazia gruppi e singoli esprimono le proprie preferenze politiche con un occhio o due ai loro interessi particolari. Anzi, è il sistema di governo finora migliore nel garantire alla molteplicità di interessi di esprimersi ma allo stesso tempo di arrivare civilmente ad una sintesi, che per forza di cose accontenta molti ma non tutti, o meglio scontenta in misura accettabile molti, e pochi in modo inaccettabile.

Ma cosa accade se lo stato espande il proprio ruolo, nella misura e negli ambiti, fino al punto di alimentare una vera e propria dipendenza della maggior parte della popolazione dai suoi benefit? Non c'è forse il rischio che i cittadini votino per chi garantisce loro la permanenza, se non l'estensione dei benefit, e che le classi politiche per restare al potere accrescano sempre di più il ruolo del governo e incoraggino la cultura della dipendenza? Insomma, lo spettro che un voto di scambio di massa possa inquinare il processo democratico aleggia.

Forse nessuno meglio di noi italiani può sapere quanto sia fondato questo rischio e quanto sia difficile tornare indietro. Se tutti ormai ammettono che abbiamo esagerato con spesa pubblica e tasse, perché non riusciamo a invertire la rotta? Perché al dunque, quando dalle parole bisognerebbe passare ai fatti, i gruppi di interesse organizzati, così come i singoli elettori nelle urne, non vogliono rinunciare alla propria fetta di torta garantita dallo stato? Se Romney avverte questo rischio per gli Stati Uniti, dove spesa pubblica e pressione fiscale non sono comparabili alle nostre, in Italia potremmo aver oltrepassato una sorta di punto di non ritorno. Che succede quando più o meno la metà dell'economia nazionale dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica? Quante chance ha di prevalere un'agenda politica alternativa? Si può parlare di una "dittatura dei sussidiati", di una volontaria rinuncia alla libertà?

Poco male, si potrebbe obiettare, se lo stato provvede - in modo più o meno efficiente ed efficace a seconda dei paesi - ai nostri bisogni primari (e secondari). Probabilmente pochi di noi hanno piena consapevolezza delle prospettive che ci sono precluse a fronte delle sicurezze statali, di tutte le porte che la vita ci offre e che non apriremo mai, essendo la nostra strada tracciata in partenza da ciò che lo stato ci mette a disposizione.
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Friday, August 31, 2012

Go ahead, make my day!

Cos'altro ci si poteva aspettare da Clint Eastwood - regista, attore, uomo di spettacolo - se non un mini-show sul filo dell'ironia? Così è stato il suo intervento (qui il video) alla convention repubblicana che ha incoronato Romney. Può aver fatto centro o meno sul pubblico, la sua performance può essere stata più o meno "appropriata" alla serata, ma l'ondata di critiche e malignità che sono piovute dai blog liberal e sui social network suonano pregiudiziali e pretestuose. Possibile sia così insopportabile l'idea che uno solo dei big di Hollywood abbia osato schierarsi apertamente per i Repubblicani? E addirittura contro Obama?

Nel merito, Clint non ha certo speso troppe parole per lodare Romney. Anzi, il cuore politico del suo messaggio mi è sembrato piuttosto elementare: «You, we own this country... And when somebody does not do the job, we got to let them go». Il Paese ci appartiene, i politici sono al nostro servizio e quando non fanno il loro lavoro, mandiamoli a casa. Tutto qui. Come dire: mi schiero con Romney per mandare via Obama.

Resta in ogni caso la toppa clamorosa di quanti avevano letto lo spot Chrysler interpretato da Eastwood nell'intervallo del Superbowl come un endorsement a Obama. Coraggio America, «siamo solo a metà partita». Lo ricordate? Già, peccato che per il vecchio Clint il secondo tempo dovrebbe giocarlo Romney al posto di Obama.

Wednesday, February 06, 2008

Hillary-Obama, è pareggio. Il dilemma di MacCain

Poco dopo le 5 del mattino me ne andavo a letto con McCain e la Clinton in netto vantaggio in California, primi dati che sarebbero stati confermati poche ore più tardi.

Dal Super-Tuesday esce un McCain front-runner, ormai nettamente favorito rispetto ai suoi avversari, anche se non è riuscito ad assestare colpi del KO. Sorprendente il risultato di Huckabee, che ha prevalso in alcuni stati del Sud (Arkansas, Alabama, Tennesse, Georgia e West Virginia) e ora contende la seconda piazza a Romney, che si è tenuto i "suoi", Massacchussets e Idaho, non andando oltre gli stati del Nord (Montana e North Dakota). Lo scontro tra i due è molto acceso e la sensazione è che la rivalità e la diffidenza tra le due confessioni religiose cui appartengono giochi un ruolo rilevante: gli evangelici del Sud non votano per Romney, membro della setta concorrente dei mormoni.

McCain ha vinto nella sua Arizona, nei popolosi stati dell'Est (NY e New Jersey) e del centro (Illinois e Missouri), e in California. E' quindi in netto vantaggio per numero di delegati, ma anche lui ha i suoi problemi: non decolla dal punto di vista politico. Stravince negli stati tradizionalmente blu (democratici), mentre nelle roccaforti repubblicane soffre, incontra forti resistenze. E' il segno evidente che McCain non ha ancora conquistato la base più tradizionale del partito e non è ancora riuscito a superare le diffidenze della destra religiosa, a causa della sua fama di spirito indipendente, di "maverick" capace di tener fede ad alcune sue idee "liberal" e, quando necessario, di travalicare gli schieramenti assumendo posizioni bipartisan.

La base del partito si sta ancora interrogando sul suo tasso di identità repubblicana. Grazie alla recenti vittorie è riuscito a spostare dalla sua parte pezzi importanti di partito, ma la diffidenza nei suoi confronti permane. C'è addirittura chi preferirebbe perdere la Casa Bianca, ma perderla con un purosangue repubblicano, piuttosto che rischiare di vincere con un McCain la cui figura potrebbe minacciare la "purezza" identitaria del GOP e sfaldare la fragile coalizione che tiene insieme le varie anime del conservatorismo Usa.

Da una parte, la forza di McCain negli stati blu è la conferma del fatto che il senatore dell'Arizona ha il profilo più idoneo a contendere ai Democratici il centro dell'elettorato (anche se per ora a votarlo sono stati elettori repubblicani, è lecito ritenere che in quegli stati possa esercitare un buon appeal anche sugli elettori moderati e indipendenti); dall'altra parte, se non si guadagna la piena fiducia della base del partito, le roccaforti repubblicane potrebbero rivelarsi il suo punto debole nella corsa alla Casa Bianca. Per questi motivi ci sembra improbabile che annunci un ticket con il "liberal" Giuliani, che aggraverebbe i suoi problemi; molto probabile, invece, che possa dargli una mano offrire la vicepresidenza all'evangelico Huckabee.

Nel campo democratico Hillary può per ora tirare un sospiro di sollievo. Se Obama avesse sfondato in uno dei "big state" dell'Est, o in California, avrebbe ricevuto una spinta forse decisiva politicamente anche se non dal punto di vista numerico. Hillary invece ha tenuto bene, vincendo nello stato di New York, in California, New Jersey, Massacchussetts e negli stati del marito (Arkansas e Oklahoma). Obama però non demorde: vince nel suo Illinois e dei tre stati chiave ne strappa uno, il Missouri, imponendosi in altri 11 stati (Connecticut e Delaware ad Est; Alabama e Georgia a Sud; Idaho, Utah e Colorado, Kansas ad Ovest; North Dakota e Minnesota a Nord). Il conto dei delegati tra lui e Hillary è praticamente pari con un leggero vantaggio per la senatrice: 582 a 562 nel Super-Tuesday (540 a 539 per la Cnn); 845 a 765 in totale. Ma si deve ancora votare in ben 24 stati (2835 delegati) e la partita è ancora apertissima.

Tuesday, January 29, 2008

Per Rudy la prima che potrebbe essere l'ultima

Mentre Obama incassa gli endorsement convinti ed entusiasti di Ted Kennedy e di mezza famiglia Kennedy, che potrebbero aiutarlo nelle Primarie ma rischiano di essergli letali nella eventuale corsa alla Casa Bianca, per Rudy Giuliani si avvicina il momento del debutto - e forse anche dell'addio - nelle Primarie repubblicane.

La rischiosa strategia di snobbare i primi Stati e concentrarsi sul voto in Florida (oggi dalle 13 all'una, ore italiane) e poi sul Big Tuesday del 5 febbraio ha permesso a due rivali ostici come McCain e Romney di prendersi la scena, i sondaggi e, forse, anche i voti.

Il paradosso per Rudy è che la prima spiaggia potrebbe in realtà rivelarsi anche l'ultima. Sarebbe un peccato, perché Giuliani rappresenta forse anche l'ultima spiaggia per i Repubblicani. Senza di lui in corsa aumentano le probabilità del ritorno dei Democratici alla Casa Bianca. Forse solo contro Obama McCain e Romney avrebbero qualche speranza. Tutti gli aspetti in questo punto della situazione di Andrea Mancia.