Pagine

Showing posts with label nato. Show all posts
Showing posts with label nato. Show all posts

Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Wednesday, May 31, 2017

Quale Europa senza inglesi e americani?

Non c'è dubbio: Brexit e Trump sono argomenti forti a favore di un rafforzamento politico e istituzionale dell'Ue. Però bisogna vedere di che tipo di Europa stiamo parlando e soprattutto, prese le distanze da inglesi e americani, nelle mani di chi finirebbe il nostro destino...

E poi, gli altri membri del club concordano sul fatto che il rinnovato impulso al progetto europeo avvenga a scapito dei rapporti transatlantici, che forse i tedeschi hanno dovuto ingoiare per 70 anni ma altri intrattengono ben volentieri?

Sul Financial Times, Gideon Rachman definisce un "passo falso" quello della Merkel...
"It is baffling that a German leader could stand in a beer-tent in Bavaria and announce a separation from Britain and the US while bracketing those two countries with Russia. The historical resonances should be chilling.
...
some have even proclaimed that the German chancellor is now the true leader of the western world. That title was bestowed prematurely. The sad reality is that Ms Merkel seems to have little interest in fighting to save the western alliance."
Ma attenzione, perché a volte i desideri diventano realtà: la Merkel rischia di dare a Trump esattamente ciò che vuole... che l'Europa diventi responsabile della sua difesa.

E a proposito del ritiro americano dall'accordo di Parigi sul clima... "Since when is a difference of opinion on climate policy a signal of US retreat from Europe?" chiede il Wall Street Journal. Da quando le politiche sul clima sono alla base dell'alleanza transatlantica? Sulla Nato, invece, si direbbe che l'alleato inaffidabile è la Germania... che spende una cifra ridicola nella difesa rispetto alla sua ricchezza e contribuisce pochissimo alle missioni. Però adesso vuole farsi una difesa comune "europea"...

Intanto, sempre sul WSJ il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster e il consigliere economico di Trump, Gary D. Cohn, spiegano che "America First doesn't mean America alone".

Monday, May 29, 2017

Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"

Pubblicato su formiche

La leadership americana è tornata ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?

Terminato il primo viaggio all'estero del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno della leadership americana. Una leadership che però, diversamente dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.

Un altro tema, collegato al primo, è il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati, si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".

Terzo tema, anch'esso collegato agli altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato, dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa, di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica, per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.

Quarto tema: si è ormai affermata a questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine della storia", che era stato edificato a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta, anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di far deragliare anche le istituzioni democratiche.

Quinto e ultimo tema: era già in crisi da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale, Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il ritorno in Occidente della "questione tedesca", un nazionalismo ben travestito da europeismo.

Nelle varie tappe del viaggio del presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina) sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente. Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe. Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e quelle acque.

Ma come è emerso dall'ultima tappa del viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta, lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito: "Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".

Toni molto diversi anche nel riferire la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio", e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in Europa?

L'impressione infatti è che durante il vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di approccio alla distribuzione della ricchezza globale".

Invece che uscire ridimensionato Trump, da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po' isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo, questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà transatlantica può andare in frantumi per una divergenza sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?

Sempre domenica la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo. Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.

La realtà è che di strappo in strappo il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora (altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dell'Eurozona nel 2010.

La riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue, all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue (senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato.

"Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".

A questo punto bisogna rispondere ad alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania, con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

Pubblicato su formiche

Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Tuesday, March 21, 2017

Il ritorno della "questione tedesca". E non è un'invenzione di Trump

Pubblicato su formiche

Venerdì scorso si è tenuto a Washington l'atteso primo faccia a faccia tra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a caccia del suo quarto mandato. Ha fatto più notizia il presunto rifiuto di Trump di stringerle la mano davanti ai fotografi nello studio ovale (stretta comunque concessa sia all'arrivo della cancelliera alla Casa Bianca che al termine della conferenza stampa) che il lungo elenco di temi su cui si registrano divergenze tra i due leader. Non sono solo le biografie e lo stile, che non potrebbero essere più agli antipodi, a rendere complicati, ma pure interessanti, i loro rapporti, ma anche e soprattutto grandi questioni politiche: commercio, politica monetaria, Nato, Unione europea, Russia, gli accordi sul clima di Parigi. Questioni oggetto delle schermaglie che per settimane hanno preceduto l'incontro. I due si sono criticati prima, durante e dopo la transizione alla Casa Bianca.

Pur premettendo di nutrire un "profondo rispetto" per la cancelliera tedesca, Trump ha definito "un errore catastrofico" la decisione della Merkel di aprire le porte del suo Paese, e dell'Europa, ai rifugiati, mentre la cancelliera ha criticato l'ordine esecutivo della Casa Bianca che blocca temporaneamente gli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani e bacchettato il neo presidente sul protezionismo, rammentandogli i mutui benefici del libero scambio. Trump ha salutato positivamente la Brexit, convinto che il Regno Unito abbia fatto bene a riprendersi la sua sovranità uscendo da un'Europa ormai dominata da Berlino. E la cancelliera è preoccupata che la Casa Bianca intenda lavorare per indebolire l'Unione europea. Il governo tedesco è tra quegli alleati della Nato criticati da Trump perché non spendono abbastanza per la difesa (solo l'1,2% del Pil, contro l'obiettivo del 2%). Trump ha notato che ci sono troppe Mercedes a New York, e la Merkel replicato che a Monaco si vendono tanti iPhone. L'amministrazione Trump lamenta un surplus commerciale eccessivo a favore della Germania (65 miliardi di dollari), reso possibile a suo avviso da un euro troppo debole (che in realtà sarebbe un "marco travestito", secondo il consigliere al commercio di Trump, Peter Navarro).

L'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti in cima all'agenda dell'amministrazione Trump, che sembra volersi concentrare in particolare sulla concorrenza sleale da parte della Cina. Tuttavia, il Wall Street Journal ha fatto notare che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani potrebbe venire non dalla Cina, bensì dalla Germania, che sembra porre sfide più serie nel lungo termine. "La Cina - scrive il quotidiano - è oggetto della rabbia degli Stati Uniti per il commercio sleale, ma i surplus esteri della Germania sono ora molto più grandi e possono avere maggiore impatto sull'economia degli Stati Uniti e del resto del mondo". Per anni la manodopera a basso costo cinese ha messo sotto pressione i salari del settore manufatturiero americano, ma le industrie tedesche sono in competizione più diretta con quelle americane. "Nove dei maggiori dieci settori tedeschi per export, come macchinari ed elettronica, sono gli stessi della top 10 americana", ha spiegato al WSJ Caroline Freund, del Peterson Institute for International Economics. "L'euro debole - che ha perso circa un quarto del suo valore contro il dollaro negli ultimi tre anni - dà alle imprese tedesche un margine extra sui mercati internazionali".

Insomma, secondo il WSJ, la Germania starebbe abusando del sistema del commercio mondiale in misura molto maggiore di Cina e Messico. Sebbene possa essere stato vero in passato, la Cina non sta più facendo leva sulla svalutazione del renminbi per sostenere le sue esportazioni; semmai, è preoccupata che la sua moneta si svaluti troppo. La Germania invece ha tratto enormi benefici dalla crisi dell'Eurozona. La debolezza delle economie dei Paesi mediterranei infatti - Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - ha reso necessari tassi di interesse bassi e svalutazione dell'euro. Denaro a buon mercato ed esportazioni facili che hanno dato grande spinta all'economia tedesca, il cui surplus commerciale altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con un apprezzamento della moneta, non una svalutazione. Il costo, per la Germania, è stato politico, non economico. La sua popolarità presso gli altri stati membri, soprattutto del Sud Europa, è crollata. L'Unione europea si è indebolita, forse come mai prima nella sua breve storia, mentre la Germania è ancora più forte, tanto che il cosidetto direttorio franco-tedesco è ormai squilibrato.

Il presidente Trump è un pragmatico, un negoziatore d'affari, e la cancelliera Merkel una statista esperta e lungimirante. Non è affatto escluso che i due imparino per necessità a lavorare insieme, ma le divergenze, in campo geopolitico ed economico, sono profonde. In realtà, nonostante il loro sia stato un rapporto sinceramente cordiale, e contraddistinto da una certa sintonia personale, anche tra Obama e la Merkel non sono mancate differenze, come sulla gestione della crisi europea. Anche Obama era preoccupato della debolezza dell'euro e da una stagnazione economica nell'Eurozona che rischiava di frenare la crescita americana e mettere a rischio la sua rielezione. Obama era convinto che per superare la crisi dovessero essere adottati in Europa salvataggi e stimoli fiscali come quelli implementati dalla sua amministrazione in America e ha ripetutamente esortato la Merkel ad abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva, e persino ad accettare una qualche forma di condivisione dei debiti pubblici.

E' così radicato il pregiudizio anti-Trump nei mainstream media che dalle cronache dell'incontro di venerdì alla Casa Bianca la Merkel emerge come nuova leader del mondo libero e portavoce degli interessi dell'Unione europea, ma a Washington si fa strada un punto di vista radicalmente diverso sulla Germania. E' maturata una nuova consapevolezza della crescente egemonia tedesca sul Vecchio Continente (sebbene il tema trasparisse già negli anni di Obama) e delle domande difficili da porsi. Esiste una nuova "questione tedesca", dal momento che nella cornice dell'Unione europea non esistono più contrappesi al potere di Berlino? La Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida all'ordine politico ed economico occidentale? A chiederselo è il politologo Walter Russell Mead in un'analisi pubblicata su "The American Interest".

Parte del problema, a suo avviso, è che le classi dirigenti tedesche non sono nemmeno consapevoli di quanto nazionalista sia diventata la loro politica. Il passaggio dell'Europa orientale da un'epoca di dominio russo all'integrazione in un ordine europeo dominato dalla Germania non è solo una vittoria dello stato di diritto come nella visione di Berlino, ma innanzitutto uno spostamento di potere nel quale la Russia abbandona ogni velleità di recuperare l'influenza perduta con il crollo dell'Unione sovietica, mentre la Germania espande a est la propria, consolidando la sua posizione di stato leader in Europa dagli Urali all'Atlantico. I tedeschi percepiscono la propria politica europea come un modello di europeismo responsabile e disinteressato, motivato dal loro "incrollabile impegno per un'Europa post-nazionalista", in mezzo a partner irresponsabili e ingrati. In realtà, osserva WRM, è "molto più nazionalista di quanto credano". Ritenendo il nazionalismo come qualcosa di "malvagio e distruttivo", i tedeschi pensano di esserne immuni. "Non è malvagio, né fascista", ma la Germania "è ancora una nazione" e i tedeschi perseguono i propri interessi nazionali.

Scrive quindi WRM che "non disposta a riconoscere che persegue una politica commerciale brutalmente mercantilista e che ha sacrificato la solidarietà europea per preservare l'armonia politica interna, la Germania è diventata meno un sostenitore dell'ordine occidentale e più un problema per l'Occidente". Realtà difficile da riconoscere per i tedeschi, e quindi ancor più difficile per i partner da discutere efficacemente con Berlino. Il guaio, osserva, è che "gli altri Paesi europei non hanno più il potere per indurre la Germania a ripensare la sua politica europea". Con il Regno Unito che ha imboccato la via dell'uscita dalla Ue, una Francia scossa dal terrorismo, indebolita economicamente e verso un'elezione presidenziale dall'esito incerto, Italia e Spagna retrocesse dalla crisi, non esistono più contrappesi allo strapotere tedesco. "Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa".

Sia la Russia di Putin che la Turchia di Erdogan stanno cercando di "destabilizzare" l'Ue. Per gli Stati Uniti, ricorda WRM, è sempre stata desiderabile un'Europa in pace, libera da influenze esterne, e coinvolta in un sistema capitalistico aperto a livello mondiale. Su tali presupposti hanno lavorato con Berlino e gli altri alleati europei per espandere Nato e Ue. E queste sono state "le basi" delle relazioni tra Washington e Berlino fin dal 1990, nonché le basi del sostegno da parte dell'amministrazione Bush padre alla riunificazione tedesca "contro i desideri dei russi, dei britannici e dei francesi". Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher ad una "Grande Germania": coniugate al "carattere nazionale" tedesco, dimensioni e posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto provocare un "effetto destabilizzante" sull'Europa. La riunificazione, avvertiva la Thatcher, "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca". Preoccupazioni condivise dall'allora presidente francese Mitterand (la riunificazione farà riemergere i tedeschi "cattivi"). Emblematica la celebre battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due".

Alla fine, la riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue. Ora, avverte WRM a conclusione della sua analisi, l'amministrazione Trump potrebbe essere la prima da decenni a trovarsi di fronte interrogativi difficili, impensabili fino a pochi anni fa per la politica estera americana. Cosa succede "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, a sostegno dei principi dell'ordine liberale, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? E "nella nuova fase di rivalità tra Germania e Russia per il controllo dell'Europa orientale - si chiede - dove stanno gli interessi dell'America?"

"Senza una relazione stretta con Berlino - osserva WRM - è difficile per gli Stati Uniti fare molto riguardo l'attacco di Putin all'ordine post-Guerra Fredda in Europa e in Medio Oriente, ma allo stesso tempo la stabilità tedesca poggia su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa". Le rimostranze per il surplus commerciale tedesco non giungono solo dal "protezionista" Trump, ma trovano inaspettate sponde anche in diverse capitali europee, dove si ritiene che Berlino stia indebolendo la ripresa nell'Eurozona mancando di stimolare la propria domanda interna. L'attuale surplus tedesco viola le regole e "fa male a tutta l'Europa", è la denuncia reiterata dall'ex premier italiano Renzi. In generale, rileva il politologo, si rimprovera alla Germania di avere "un approccio all'euro essenzialmente predatorio", di perseguire, come la Cina, una "politica mercantilista basata sul mantenimento con ogni mezzo" di un surplus commerciale, che in Germania, come in Cina, "assicura la stabilità sociale e la salute dei settori industriali".

Ma questa politica, avverte WRM, "sebbene popolare internamente, sembra insostenibile". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dell'Ue per la leadership tedesca, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato". Secondo il politologo, sono due i temi sui quali venendo incontro alle richieste dell'amministrazione Trump, Berlino potrebbe creare le basi per rinnovare la sua alleanza con Washington: rispettare l'impegno di spesa militare in ambito Nato e affrontare il tema del surplus commerciale. Anche se entrambi questi passi "metterebbero a rischio la pace sociale in Germania". E' possibile che proprio richieste in tal senso si sia sentita avanzare, e in toni abbastanza assertivi, la cancelliera Merkel durante il suo incontro con il presidente Trump alla Casa Bianca. Da qui il clima cordiale, ma freddo del loro primo incontro. Che per la prima volta la Merkel anziché spadroneggiare si sia vista recapitare il conto?

Friday, February 24, 2017

La "sveglia" di Trump alla Nato e all'Europa

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Rassicurazioni sull'impegno Usa nella Nato e i rapporti con la Russia, ma il vice presidente Pence e il segretario alla difesa Mattis "suonano la sveglia" agli alleati. "Americans cannot care more for your children's security than you do"

La realtà ha già cominciato a smentire le previsioni apocalittiche sulla presidenza Trump e gli "esperti" non sanno ancora decidersi se criticarlo quando "attenta" all'ordine e alle istituzioni internazionali del dopoguerra, o quando adotta una linea più convenzionale, apparentemente tornando sui suoi passi e contraddicendo se stesso. Non hanno capito nulla di Trump prima, durante e dopo... E ora si arrampicano sugli specchi per spiegarci come mai le prime, ragionevoli mosse della nuova amministrazione Usa non sembrano coerenti con i loro scenari catastrofici.

I suoi critici "a prescindere" non accetteranno mai di vederla, ma c'è una logica nella politica estera dell'amministrazione Trump, che ha appena cominciato a prendere forma. Innanzitutto, l'idea secondo cui allo slogan trumpiano "America First" debba corrispondere un'America chiusa in se stessa che abbandona gli alleati al loro destino si sta sempre più scontrando con la realtà dei primi passi dell'amministrazione, come dimostrano le calorose accoglienze riservate da Trump ai premier di Regno Unito e Giappone a Washington e i recenti tour in Europa del vicepresidente Mike Pence (alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e a Bruxelles), del segretario alla difesa Jim Mattis (al vertice Nato e alla conferenza di Monaco) e del segretario di Stato Rex Tillerson (al G20 di Bonn). E' chiaro: se si sono prese alla lettera, ma non sul serio, le parole di Trump in campagna elettorale, rivolte all'elettore medio americano, allora le parole dei suoi uomini oggi, prese altrettanto alla lettera, possono apparire distanti, persino divergenti. Ma se, con uno sforzo di onestà intellettuale, si prendono sul serio le une e le altre, si vedrà che i concetti espressi coincidono, che pur nelle diverse sensibilità prevale la sintonia, non un presidente "sotto tutela" come qualcuno insinua.

I suoi critici sono disorientati, ma un filo logico nella politica estera di Trump sta emergendo, ha scritto sul WSJ lo studioso dell'American Enterprise Institute Michael Auslin. Sulle questioni di politica estera che hanno un impatto diretto sul fronte interno, come gli accordi commerciali e la globalizzazione, persegue un cambiamento radicale; sulle questioni di pura politica estera, come i rapporti con gli alleati, la Russia o la Cina, sta adottando un approccio più tradizionale. "Almeno finora, Trump è stato molto coerente. I critici da sinistra e da destra dovrebbero accettare che i prossimi quattro anni di politica estera americana saranno definiti da un mix di tradizionalismo e di radicalismo". In una parola: pragmatismo, gli interessi dell'America al primo posto.

Il candidato Trump ha suscitato scandalo quando ha posto, in modo a volte provocatorio, il tema del giusto contributo degli alleati ai costi della difesa comune, e quando ha parlato di un'alleanza "obsoleta", perché non a sufficienza rivolta a contrastare la minaccia del terrorismo islamico, e di migliori rapporti con la Russia. Su questi tre fronti non potevano certo esprimersi come il candidato Trump, ma sia il vicepresidente Mike Pence sia il segretario alla difesa Mattis hanno "suonato la sveglia" agli alleati della Nato e all'Europa, recando il messaggio del presidente nel modo più chiaro, esplicito e ultimativo possibile (anche se, chiusi nella loro bolla e nei loro pregiudizi, gli europei fanno sapere di restare disorientati sulle reali intenzioni della Casa Bianca). Washington non intende abbandonare a se stessa la Nato - ma pretende giustamente che gli alleati contribuiscano alla sicurezza comune almeno quanto pattuito - né fare regali alla Russia, con la quale cercherà un "terreno comune" di cooperazione, ma al tempo stesso richiamandola alle sue responsabilità.

Naturalmente i media europei hanno evidenziato le rassicurazioni di Pence e Mattis sull'impegno americano, lasciando persino intendere che stessero correggendo il loro presidente o in qualche modo ridimensionando le sue dichiarazioni (nonostante entrambi abbiano esplicitamente, più volte, premesso di parlare a suo nome), mentre molto meno rilievo è stato dato alle parti dei loro discorsi in cui recavano le richieste della nuova amministrazione Usa.

Il segretario alla difesa Mattis ha assicurato che la Nato resta un "pilastro fondamentale" per gli Stati Uniti, l'impegno per l'articolo 5 dell'Alleanza atlantica resta "solido come una roccia", ma ha anche detto chiaro e tondo che se gli alleati non aumenteranno la loro spesa militare, gli Stati Uniti non potranno che "moderare" il loro impegno nella Nato. Un vero e proprio "warning". E la notizia semmai è che, almeno a parole, la Nato abbia acconsentito alla richiesta di Trump, che in fondo è la stessa dei suoi predecessori alla Casa Bianca. "Americans cannot care more for your children's security than you do". Mattis è stato franco e diretto, il suo ragionamento non fa una piega: "Devo a tutti voi chiarezza sulla realtà politica negli Stati Uniti e porre la giusta richiesta da parte della gente del mio Paese in termini concreti... L'America terrà fede alle sue responsabilità, ma se le vostre nazioni non vogliono vedere l'America moderare il suo impegno per l'alleanza, ciascuna delle vostre capitali dovrà mostrare il suo sostegno per la nostra difesa comune". "Il contribuente americano non può più sopportare una quota sproporzionata della difesa dei valori occidentali. Gli americani non possono preoccuparsi per la sicurezza dei vostri figli più di quanto facciate voi stessi. Il disprezzo per la preparazione militare dimostra una mancanza di rispetto per noi stessi, per l'Alleanza e per le libertà che abbiamo ereditato, che sono ora chiaramente minacciate". Quindi, una sorta di ultimatum: "Dobbiamo garantire che alla fine dell'anno non saremo nella stessa situazione di oggi". Gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati adottino quest'anno dei "piani", con "date e scadenze precise", che assicurino "progressi costanti" verso il raggiungimento della quota del 2% del Pil di spesa militare, come pattuito. La ricca Germania, per esempio, spende solo l'1,19%...

Riguardo la necessità di rinnovare la "mission" dell'Alleanza, sempre Mattis ha spiegato che per rimanere credibile la Nato deve adattarsi ai nuovi scenari geopolitici. I Paesi membri "non possono più negare la realtà" del terrorismo islamico e degli altri rischi geopolitici e devono essere "unificati da queste crescenti minacce alle nostre democrazie". E' esattamente la questione posta da Trump quando ha parlato di Nato "obsoleta": modernizzare una proiezione dell'alleanza fossilizzata sull'inevitabilità della minaccia proveniente da est, dalla Russia, come ai tempi della Guerra Fredda. La correzione chiesta dal presidente Trump è ragionevole e non diversa da quella di cui già da tempo si discute e verso la quale spingono soprattutto i membri del fronte sud dell'Alleanza: riorientare la Nato verso le minacce provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Come sugli oneri della difesa, anche su questo l'iniziativa della nuova amministrazione Usa sembra aver accelerato processi già in corso: i 28 hanno dato il via libera al cosiddetto "hub per il Sud", all'interno del Joint Force Command di Napoli, e approvato un generale riorientamento strategico verso sud, per meglio affrontare le minacce che arrivano, appunto, dal Medio Oriente e dal Nord Africa (Libia compresa, essendo giunta dal governo al-Sarraj la richiesta formale di un supporto Nato).

Quanto ai rapporti con la Russia, nessuno a Washington ha intenzione di abbandonare gli alleati dell'Europa orientale, né di cedere alle ambizioni putiniane, né di tradire i valori dell'Occidente. La Russia resta tra le principali sfide alla sicurezza transatlantica, ma si tratta di guardare con realismo al ruolo che può giocare Mosca su altri fronti. Se la Nato è "essenziale", ha spiegato infatti il segretario Mattis, nel "bloccare gli sforzi russi tesi all'indebolimento delle democrazie", lo è anche nel "contrastare l'estremismo islamico e rispondere a una Cina più assertiva". Certo, ha avvertito, "bilanciare collaborazione e confronto è certamente una sgradevole equazione strategica". Se da una parte Mattis ha confermato l'apertura del presidente Trump "alle opportunità di restaurare una relazione cooperativa con Mosca, allo stesso tempo - ha aggiunto - restiamo realisti nelle nostre aspettative e raccomandiamo ai nostri diplomatici di negoziare da una posizione di forza". Ciò significa, ha assicurato, che "non siamo disposti ad abbandonare i valori di questa alleanza, né a lasciare che la Russia, attraverso le sue azioni, parli con voce più alta di chiunque in questa stanza".

E se Mosca, tramite il suo ministro alla difesa, si dice "pronta per ristabilire la cooperazione con il Pentagono", il capo del Pentagono dice che no, "in questo momento" gli Stati Uniti non sono pronti per una collaborazione militare con la Russia. Prima di una collaborazione con gli Stati Uniti e la Nato, la Russia deve "dimostrare" di voler rispettare le leggi internazionali, ha spiegato Mattis parlando a Bruxelles. "In questo momento non siamo nella posizione di collaborare a un livello militare con la Russia, ma i nostri leader politici si incontreranno e cercheranno di trovare un terreno comune o una via d'uscita".

Della ricerca di un "terreno comune" con Mosca ha parlato anche il segretario di Stato Rex Tillerson in una breve dichiarazione alla stampa dopo l'incontro con il ministro degli affari esteri russo Lavrov a margine del G20 di Bonn. Ma gli Stati Uniti si aspettano che la Russia "onori gli impegni presi con gli accordi di Minsk e lavori per una de-escalation della violenza in Ucraina". Usa e Russia devono lavorare insieme laddove i loro interessi siano coincidenti, concordano Tillerson e Lavrov. Anche se nell'esprimere lo stesso concetto il segretario Tillerson ha usato parole un po' diverse: "Come ho già detto nella mia audizione di conferma al Senato, gli Stati Uniti considereranno la possibilità di lavorare con la Russia quando sarà possibile trovare aree di cooperazione pratica che potranno portare beneficio agli americani". In ogni caso, la nuova amministrazione Trump, ha chiarito, "non prevede di andare contro gli interessi e i valori dell'America e dei suoi alleati".

Sulla Russia i vertici dell'amministrazione Trump parlano con una voce sola e "terreno comune" è l'espressione ricorrente. Mentre gli Stati Uniti, ha spiegato il vicepresidente Pence, "continueranno a ritenere la Russia responsabile e ad esigere che rispetti gli accordi di Minsk cominciando a diminuire la violenza nell'Ucraina orientale, seguendo le direttive del presidente Trump tenteremo anche in nuovi modi di trovare con la Russia un terreno comune". Fermo restando, ha aggiunto, che "alla luce dello sforzo della Russia di ridisegnare i confini dei Paesi con la forza, noi continueremo a sostenere la Polonia e gli Stati baltici attraverso la presenza avanzata rafforzata della Nato" in quei Paesi.

A conferma di tutto ciò, gli Stati Uniti stanno mobilitando unità corazzate nei Paesi baltici, in Polonia, Romania e Bulgaria, per "sostenere e integrare l'impegno Nato a favore della deterrenza" nei confronti di Mosca. Via libera dall'amministrazione Trump anche al rafforzamento della presenza navale Nato nel Mar Nero, annunciato dal segretario Stoltenberg, "per addestramento avanzato, esercitazioni e consapevolezza situazionale". Una mossa che, ha assicurato, "sarà misurata, di natura difensiva, in nessun modo volta a provocare un conflitto né ad alimentare le tensioni".

Anche del discorso del vicepresidente Mike Pence a Monaco è stato dato maggiore rilievo alle rassicurazioni, ma nei confronti degli alleati il suo monito è stato ancor più duro. "Il presidente mi ha chiesto di essere qui oggi per trasmettere il messaggio che gli Stati Uniti sostengono fortemente la Nato e che noi saremo incrollabili nel nostro impegno verso l'Alleanza atlantica", ha detto Pence. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, saranno "più forti di quanto non siano mai stati" sotto la presidenza Trump, che ha intenzione di "ripristinare l'arsenale della democrazia". Così come, a Bruxelles, Pence ha riferito, sempre a nome del presidente Trump, "il forte impegno degli Stati Uniti ad una continua cooperazione e partnership con l'Unione europea". Ma la seconda parte del messaggio è che il popolo americano potrebbe perdere la pazienza (che "non durerà per sempre") con i membri della Nato se questi non condividono i costi della difesa comune. Oggi "non pagano la loro giusta parte" e questa mancanza "corrode le fondamenta della nostra alleanza". "E' venuto il tempo di fare di più... It is time for actions, not words", ha detto prendendo in prestito uno slogan dal discorso di insediamento del suo presidente. Anche da Pence una sorta di ultimatum: il presidente Trump si aspetta "progressi reali entro la fine del 2017" da parte degli alleati che non rispettano l'impegno a investire il 2% del Pil in spesa militare.

E nel caso qualcuno ancora non avesse compreso il messaggio, Pence ha esortato i Paesi Nato che non spendono il 2% del loro Pil nella difesa ad accelerare i loro piani per arrivarci: "E se non avete un piano, datevene uno". Ad essere onesti, la realtà è che l'ingresso di Trump alla Casa Bianca ha già impresso una positiva accelerazione nel dibattito sulla e nella Nato. E nonostante mugugni, piagnistei e moti di sdegno un po' ipocriti, l'Alleanza sta facendo l'unica cosa possibile: allinearsi.

P.S.
La questione è semplice: pare che per qualcuno la difesa ce la debbano assicurare i contribuenti americani (e il debito i contribuenti tedeschi...). Troppo comodo, no? Se si crede nella Nato, si è coerenti e si contribuisce (almeno) quanto pattuito. Se si crede nell'Unione europea, si taglia il debito prima di chiederne la mutualizzazione. Altrimenti, la figura dei soliti furbastri e inaffidabili è assicurata.

Tuesday, January 17, 2017

Trump, sfida a Cina e Russia e rilancio dell'Anglosfera

Pubblicato su Ofcs Report

L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale

L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.

Quando mancano due giorni all’Inauguration Day,  tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.

Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.

In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.

Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.

Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.

Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.

“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.

Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.

L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.

In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.

La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.

Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.

E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…

Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.

Tuesday, November 22, 2016

La "transizione" Trump: verso una presidenza pragmatica?

Pubblicato su Ofcs Report

I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo

La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.

L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?

Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?

Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.

Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.

Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.

Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?

Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.

E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.

La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.

Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.

Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.

Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.