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Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Tuesday, June 14, 2011

In gioco l'identità del centrodestra

La mia personale impressione è che il voto referendario di domenica e lunedì sia stato molto più di merito sui quesiti di quanto i politici, di destra e di sinistra, tendano a credere. Contro il governo Berlusconi, certo, artefice di quelle leggi, ma non "antiberlusconiano", nel senso che stavolta si è votato per lo più nel merito delle questioni. Dai dati definitivi risulta che ha votato in massa l'intero bacino elettorale della sinistra, circa il 43-45% degli elettori, che forse mai come oggi negli ultimi due decenni s'era recato alle urne. I quesiti erano perfetti per colpire nel profondo l'immaginario di quel popolo. E certo, sullo sfondo c'era la spallata a Berlusconi, ma sbaglieremmo lettura se sottovalutassimo la forza d'attrazione di quei temi: l'ecologismo a prescindere dallo sviluppo; la rivincita del pubblico sul mercato; il giustizialismo. E così sappiamo una volta per tutte quali sono i comuni denominatori della sinistra: non dei partiti, ma degli elettori di sinistra in Italia. La "libertà", nell'accezione propria del liberalismo classico, è bandita dalla sinistra (dov'erano tutti questi elettori nel 2005 quando si votava per le libertà individuali e la laicità dello Stato?). E i pochi liberali che militano ancora a sinistra dovrebbero farsene una ragione.

Ma oltre a quel 43-45% hanno votato molti elettori meno politicizzati e più inclini al centrodestra. Ancor di più questi elettori hanno votato nel merito dei quesiti. In questo senso hanno ragione i vertici dei partiti di maggioranza a minimizzare e a rifiutare di sentirsi sconfitti. La sconfitta non sarà forse elettorale, sbaglierebbero però a sottovalutare un dato incontrovertibile: quegli elettori hanno votato insieme a tutto il popolo della sinistra. E se un ministro dell'Interno, i governatori del Veneto e del Lazio, il sindaco di Roma e chissà quanti altri amministratori locali, hanno votato con il popolo della sinistra, evidentemente qualcosa che non va c'è, e va ben oltre il malcontento dei propri elettori per l'operato del governo. Si tratta o no di qualcosa di ancor più preoccupante, e cioè di una sconfitta culturale, che rivela una crisi di identità politica, frutto di scelte di governo troppo a lungo rimandate? Se mancano per troppo tempo scelte caratterizzanti, quando arriva il momento di decidere nel merito non ci si riconosce più.

Ci si preoccupa della tenuta del governo, del Pdl, delle elezioni del 2013, ma in gioco c'è qualcosa di più serio: c'è una cultura di centrodestra in Italia che si possa distinguere nettamente da quella di sinistra? Che cosa ha lasciato in questi 17 anni il berlusconismo negli elettori di centrodestra, se una delle poche riforme utili e "liberali" fatte dal governo, quella sui servizi pubblici locali, viene così fragorosamente bocciata con il loro contributo determinante? Mi ricordo bene, quando venne approvato il decreto Ronchi, le critiche che andavano per la maggiore sia nel centrodestra che da parte del Pd e dell'Udc: si rimproveravano la sua timidezza nel privatizzare e in particolare le deroghe, un regalo alle amministrazioni locali leghiste.

Temendo il raggiungimento del quorum nel centrodestra hanno pensato di fare i vaghi, ma com'è evidente in queste ore, ciò non li ha risparmiati dall'apparire oggi come sconfitti. Eppure, probabilmente sarebbe bastato convincere almeno una parte, ma decisiva, di elettori di centrodestra che hanno contribuito al quorum, smascherando la disinformazione sui quesiti, quanto meno per far fallire la consultazione. L'astensione poteva essere l'indicazione di voto più efficace per difendere quelle leggi, ma non l'astensione dalla campagna referendaria (basti ricordare la campagna del mondo cattolico per l'astensione nel 2005: astensione dal voto, non dalla campagna).

Mi spiace, ma questa volta una lettura del voto imperniata sull'"antiberlusconismo" mi sembra riduttiva, irrispettosa nei confronti degli italiani che hanno votato e tutto sommato persino autoassolutoria per il centrodestra, quasi a voler scaricare sul capo tutte le colpe. Invece, qui è in gioco qualcosa che riguarda l'identità stessa della coalizione. Il centrodestra deve interrogarsi profondamente su che cosa vuol essere: perché altrove, ma soprattutto in Italia, o il centrodestra è sinonimo di "meno Stato" o, semplicemente, non è: non ha senso né futuro.

Lungi dal bersi le reciproche strumentalizzazioni dei politici, l'impressione è che gli italiani abbiano votato sul serio sui temi oggetto del referendum. Potremmo prendercela con la disinformazione e con la demagogia, e con la solita manina della Cassazione - avremmo ottimi motivi per farlo, siamo stati i primi e continueremo a denunciarle per quello che sono: truffe. Ma al netto delle truffe, occorre prendere atto - perché in democrazia occorre sforzarsi di mettersi nei panni degli elettori anche quando non si è d'accordo con essi - che in maggioranza gli italiani, anche molti che votano e voteranno centrodestra, restano culturalmente "di sinistra", nel senso che a sentir parlare di privato, mercato e profitti, mettono mano alla pistola. Tra i disprezzati politici e il mercato, scelgono i primi (anche se continueranno a lamentarsene), perché s'illudono che a questo mondo ci sia ancora qualcosa gratis. E non essere riuscito a mutare almeno un po' questa mentalità - anzi, essersi adeguato ad essa - è uno dei tanti fallimenti storici del centrodestra berlusconiano.

L'avversione al nucleare è così radicata nello stomaco degli italiani che non c'è dato di fatto o logica che tenga, ma sui servizi pubblici locali - inutile negarlo - ha prevalso un istinto statalista. Il risultato è un regalo alle 8.000 "caste" locali: salve le 24mila poltrone nei consigli di amministrazione (fonte Corte dei conti), la pacchia delle municipalizzate dove imbucare parenti e amici continuerà con il beneplacito dei cittadini (almeno finché non arriveranno le sanzioni Ue). E' stata sdegnosamente rigettata la remunerazione in bolletta dei capitali investiti, ma adesso o il servizio peggiorerà ancora, o vedremo comunque aumentare le tariffe (già salite del 10% quest'anno), l'Irap e l'addizionale Irpef, come ha fatto Vendola in Puglia. Ci rifiutiamo di remunerare in bolletta gli investimenti privati sul servizio idrico, ma nessuno si scandalizza se - come ricorda Nicola Porro su Il Giornale - per remunerare i privati (privati!) che investono in fotovoltaico ed eolico pagheremo 5 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni. Già quest'anno le nostre bollette dell'elettricità sono aumentate del 3,9 per cento, di cui il 3 per cento per i sussidi (fonte Authority per l'Energia). Basta non saperlo. Se invece dell'acqua fosse stato il pane, avremmo avuto lo stesso risultato: volete voi abrogare la norma per cui il fornaio riceve sul prezzo della pagnotta una remunerazione del 10%? "Sìììììì". Sarebbe andata in modo molto diverso, invece, se il quesito posto fosse stato un altro: avete investito i vostri risparmi in Bot sul servizio idrico, volete voi che il vostro investimento sia remunerato? Per l'italiano medio il profitto altrui è sempre sterco del diavolo, il proprio un diritto inalienabile. La raccomandazione per i figli degli altri una indecorosa parentopoli, per il proprio figlio spazio al merito. Questi siamo e questi resteremo.

Sotto le varie ondate di indignazione per qualsiasi scandalo, dalle lottizzazioni nella sanità alle parentopoli nelle università, su questo blog sono stato sempre chiaro: bando agli sterili moralismi, la scelta, per tutti i servizi pubblici (istruzione, sanità, energia o acqua) è affidarsi allo Stato (quindi ai politici) o al mercato (nel quale possono benissimo operare anche società a controllo prevalentemente pubblico). Una terza via non c'è: se si sceglie lo Stato, bisogna accettare che responsabili dei servizi siano i politici e non lamentarsi troppo di lottizzazioni, parentopoli e clientelismi, che fanno parte del pacchetto. Né bisogna commettere l'errore di pensare che tutto sia gratis, perché o il servizio è scadente, o le tasse sono elevate e il debito pubblico galoppante. Più spesso entrambe le cose. Vorrà dire che mano alla pistola la metterò io quando sentirò il prossimo che se ne lamenta!

Thursday, February 18, 2010

E' la "green economy", bellezza

La notizia che l'amministrazione Obama ha deciso di investire oltre 8 miliardi di dollari per la costruzione di due nuove centrali nucleari dopo 30 anni sembra essere passata quasi inosservata nel nostro Paese, tutto impantanato nel fango dei processi mediatici. Uno stanziamento che parrebbe destinato addirittura a triplicarsi, secondo il Wall Street Journal, che riferisce di fondi per 54 miliardi pronti ad entrare nel prossimo Bilancio federale. E' la "green economy", bellezza. E chi è consapevole che non basta "green", ci vuole anche "economy", cioè sviluppo, sa che il nucleare non può mancare tra i pilastri dell'"economia verde". Quando pensa all'energia pulita, in grado cioè per lo meno di non aggravare l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra, e per chi ci crede il surriscaldamento globale, il presidente Usa ha in mente anche il nucleare, al contrario dei nostri ambientalisti da strapazzo ma anche della nostra sinistra che si proclama "di governo".

«E' un problema bipartisan, non riguarda una parte o l'altra, ma il futuro di un Paese in termini di sviluppo, occupazione e ambiente», spiega il segretario per l'Energia Usa, Steve Chu, al Financial Times. «Non possiamo permettere che le divergenze frenino il progresso», osserva Obama: «Su un tema che condiziona la nostra economia, la nostra sicurezza e il futuro del pianeta non possiamo restare bloccati dall'annoso dibattito tra destra e sinistra, imprenditori e ambientalisti».

Prevale invece da noi un ambientalismo irresponsabile, anticapitalista e antimodernista, direi reazionario e superstizioso. La scelta di Obama metterà senz'altro in imbarazzo il Pd, che ha appena deciso di puntare sul "no" al nucleare in questa campagna per le regionali. In imbarazzo quindi tutti i candidati presidente, come Emma Bonino, chiamati a conciliare il loro tabù antinuclearista con l'ammirazione per Obama. Difficile però che i loro avversari di centrodestra riescano ad approfittarne appieno, visto l'imbarazzo con cui a loro volta hanno accolto i primi decisi passi del governo sulla via del ritorno al nucleare.

Nel Pd il dibattito interno si svolge su tutto tranne che su temi, come il nucleare, su cui dovrebbe svolgersi, quindi è inutile aspettarsi ripercussioni. E' più facile che la sinistra cominci a ripudiare Obama piuttosto che cambi idea sul nucleare.

Friday, May 29, 2009

Tra Usa e Russia, l'Italia rischia la spaccata/2

L'ipotesi di un «complotto internazionale» contro Berlusconi, evocata oggi su Libero da Fausto Carioti, riprendendo il solito confuso editoriale di Lucia Annunziata, a me pare ridicola, per usare un eufemismo. Se ne parlerà pure tra i «fedelissimi» del premier, ma ai miei occhi resta tale. Un «complotto» che nascerebbe negli Usa, e comunque nel mondo anglosassone in generale.

Che alcune nostre politiche, e alcune recenti mosse avventate, infastidiscano i nostri alleati americani è fuor di dubbio. La ricostruzione di Carioti sul fastidio che a Washington provocano le intese tra Eni e Gazprom, l'ultima sul gasdotto South Stream, è ineccepibile. Tuttavia, mi chiedo: la politica dell'Eni sarebbe diversa senza Berlusconi al governo, o addirittura con un governo di centrosinistra? Era forse diversa durante il governo Prodi? A quanto mi risulta, che «l'intesa con la Russia non fosse solo economica, ma - per ammissione dei protagonisti - politica», era evidente anche con il governo di centrosinistra, quando altri «protagonisti», Prodi e D'Alema, parlavano esplicitamente di «partnership strategica» con Mosca.

Non inganni l'ostentata amicizia tra Berlusconi e Putin. E' reale, ma dietro di essa ci sono politiche rigorosamente bipartisan. Non è "l'Eni di Berlusconi" ad accordarsi con Gazprom, ma è "l'Eni italiana" punto. Nei confronti della Russia (come della Cina), al di là del "feeling" tra Berlusconi e Putin esiste una continuità sufficientemente bipartisan della politica italiana da non giustificare da parte di Washington complotti contro Berlusconi.

Sarà anche vero che a livello europeo si voleva tenere in gioco l'Ucraina e che, almeno a parole, si punta sul gasdotto Nabucco che esclude i russi, ma poi mi pare che tranne Gran Bretagna e Francia (meno dipendenti degli altri dal gas russo), gli altri paesi europei trattino con Mosca come fa l'Italia, ciascuno avendo a cuore il proprio particolare.

Mi sembra inoltre esagerato parlare di «appoggio dato da Berlusconi all'operazione militare russa in Georgia». E' vero che nelle prime ore la reazione del governo italiano apparve fin troppo comprensiva nei confronti di Mosca, ma subito dopo il tiro fu corretto. In questo genere di crisi, e in generale quando si creano tensioni tra Washington e Mosca, Berlusconi è sempre andato alla ricerca di visiblità internazionale, vantando un ruolo di mediazione forse sopravvalutato, forse velleitario, ma appunto di mediazione. Durante la crisi georgiana la nostra posizione inizialmente troppo filorussa e la nostra iniziativa di mediazione furono sfumate e riassorbite nell'alveo di un'iniziativa a livello europeo a guida francese.

Infine, sull'Iran, esclusi dal 5+1, vedo nelle mosse italiane maldestri tentativi per recuperare un posto in prima fila nei negoziati, più che una tentazione "doppiogiochista". Nei confronti dell'Iran, di Hezbollah e su tutta la politica mediorientale, il governo Prodi-D'Alema si è mosso in modo molto più ambiguo e tale da suscitare, quello sì, l'irritazione della Casa Bianca.

Vedremo ora quale sarà l'atteggiamento italiano nei confronti del trasferimento di detenuti di Guantanamo in Europa, un altro tema spinoso. Insomma, c'è senz'altro più d'un motivo di tensione e di freddezza nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, ma non vedo aria di «complotti». Tra l'altro, è poco verosimile che a Washington si siano mossi per rimuovere "l'ostacolo Berlusconi" senza prima individuare una valida e praticabile alternativa, cioè un altro leader politico italiano - di centrodestra o di centrosinistra - in grado sia di ottenere il consenso degli italiani sia di ribaltare la politica dell'Eni. E' difficile in Italia trovare un politico fino a tal punto filo-americano. Fini? Tremonti? D'Alema? Non ne vedo.

Sarei invece più portato a pensare che nei rapporti freddi con la nuova amministrazione Usa Berlusconi paghi semmai l'amicizia con George W. Bush, altrettanto solida e ostentata di quella con Putin. E' più verosimile, a mio avviso, che l'amicizia tra Berlusconi e Bush, cementata dalla posizione italiana durante la crisi irachena, abbia supplito in questi anni alla scarsa rilevanza internazionale di fondo del nostro paese, illudendoci di essere alleati preziosi per Washington, addirittura necessari, mentre oggi, con Obama, siamo tornati a contare poco o nulla, è tornata l'Italia «che più di tanto non ha da dare agli Stati Uniti».

Un'analisi perfetta è quella di Daniele Raineri oggi su Il Foglio. I rapporti tra Usa e Russia stanno peggiorando su tutti i fronti (nonostante il bottone di reset offerto da Obama e H. Clinton ai russi): su tutti Iran (i russi si stanno impegnando a minare la credibilità della deterrenza di un raid aereo contro gli impianti nucleari di Teheran, neanche un succoso do-ut-des li ha indotti a desistere) e Afghanistan (Mosca sogna la disfatta Usa e Nato per recuperare influenza sulla regione). Quindi, con Usa e Russia che si allontanano, come ebbi modo di scrivere mesi fa, l'Italia rischia la spaccata: «Il nostro tradizionale ruolo di cerniera, il Cav. con lo Stetson da cowboy e il Cav. con il colbacco in testa, non è più possibile. O da questa o da quella parte. In attesa di capire che cosa faremo, la Casa Bianca non si fa sentire», conclude Raineri.

Ma purtroppo Berlusconi è sentimentalmente legato allo spirito del vertice Nato-Russia di Pratica di Mare, un'era politica ormai lontana anni luce. L'errore di Berlusconi (e di Frattini) è stato non comprenderlo mesi fa, quando cambiare linea gli sarebbe valso qualche bella figura sulla democrazia e i diritti umani e qualche punto "simpatia" con qualsiasi amministrazione Usa, sia che avesse vinto Obama che avesse vinto McCain. Invece, mi sembra che tuttora il Cav. non si sia accorto che tra Washington e Mosca è cambiata aria.

In tutto questo, però, i complotti lasciamoli ai no global e occupiamoci di politica.

Friday, May 22, 2009

Ue-Russia, ancora diffidenza

Come molti avevano previsto, il vertice Ue-Russia di Khabarovsk si è chiuso con un nulla di fatto. Tra Europa e Russia corre ancora troppa diffidenza e l'impressione è che non si diraderà molto presto. A dispetto delle buone intenzioni e della retorica del "partenariato", ancora non è chiaro se l'Ue possa considerare la Russia un futuro partner strategico, o piuttosto una potenza con la quale sì cooperare, ma pur sempre rivale. D'altra parte, anche in Russia il dibattito è aperto tra chi pensa che il paese possa ancora recitare un ruolo da potenza indipendente sullo scenario globale e quanti invece ritengono che dovrebbe andare verso la piena integrazione e interdipendenza nella comunità internazionale e verso una vera partnership con l'Ue. Le complicate relazioni con l'Europa riflettono il dibattito tra queste diverse visioni.

Le aree in cui le divergenze sono più accentuate vanno dalla sicurezza energetica alla politica commerciale, fino alla partnership orientale dell'Ue con sei ex Repubbliche sovietiche (Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Azerbaigian, Armenia e Georgia). Una politica volta ad accelerare le riforme democratiche ed economiche in quei paesi, ma che Mosca vede come un'ingerenza nella sua sfera di influenza: «Non si trasformi in un'alleanza anti-russa», ha avvertito il presidente Medvedev.

Sul fronte della sicurezza energetica, dopo la crisi del gas del gennaio scorso l'Ue si aspettava rassicurazioni circa il non ripetersi di interruzioni nelle forniture attraverso l'Ucraina. Ma la Russia «non ha dato e non darà garanzie», ha avvertito Medvedev. Secondo Mosca, infatti, è Kiev che non ha i soldi per pagare le forniture e lo stoccaggio di 19,5 miliardi di metri cubi, che costano più di 4 miliardi di dollari. «Se l'Ucraina ha i soldi, bene; ma abbiamo dei dubbi». Medvedev si è detto però disposto ad aiutare l'Ucraina con un prestito: «Siamo pronti a dare una mano. I partner aiutano i partner», ma non si deve muovere solo la Russia. Anche l'Ue («quei paesi interessati a forniture affidabili e alla cooperazione energetica») deve prendere «su di sè parte del lavoro».

Posizioni inconciliabili anche sulla Carta europea dell'energia, un trattato sottoscritto nel 1991 da 51 stati (i paesi dell'allora Comunità europea, i paesi dell'Europa orientale e dell'ex Unione sovietica) per la cooperazione economica ed energetica. L'Ue non vuole «rinunciare» alla Carta, ma la Russia non ha alcuna intenzione di ratificarla e propone un trattato sostitutivo. A tutto questo si aggiunga che Mosca non ha ancora rispettato tutti gli obblighi del cessate-il-fuoco in Georgia. Non solo non ha ritirato le truppe portandole ai livelli pre-bellici, ma ha inviato altre guardie di frontiera in Ossezia del Sud e Abkhazia, oltre ad aver siglato con le due province indipendentiste accordi di difesa militare. La recente polemica tra Russia e Nato sulle esercitazioni in Georgia e le espulsioni di alcuni diplomatici russi da Bruxelles, e dei paesi Nato da Mosca, non hanno certo aiutato.

L'Ue dovrebbe essere consapevole di avere molti strumenti di pressione nei confronti del Cremlino. Innanzitutto, conta 500 milioni di cittadini, rispetto ai 140 milioni della Russia. E' molto più ricca e rappresenta uno dei più grandi e attraenti mercati al mondo. Il 70% dei proventi di Gazprom vengono dalle forniture energetiche all'Europa e i paesi Ue acquistano quasi il 60% di tutto l'export russo. L'economia russa, inoltre, è gravemente provata dalla crisi economica: recessione, inflazione elevata, disoccupazione crescente (10,2%) e uscita di capitali (-30% rispetto al 2008).

Monday, December 01, 2008

Più tasse su Sky, mossa tafazziana del governo

Come gli italiani difesero Mediaset dalla scure dei referendum del 1995, così si schiereranno dalla parte di Sky oggi che il governo, riportando l'Iva sugli abbonamenti al 20% dall'attuale 10, decide di cancellare lo sgravio fiscale di cui finora hanno goduto la pay tv di Murdoch ma anche milioni di abbonati. I cittadini hanno sete di varietà nell'offerta televisiva. E come hanno dimostrato di gradire le tv commerciali, che negli anni '80 arrivavano a svecchiare l'ingessato monopolio Rai, così oggi apprezzano Sky, che ha portato un'altra ventata d'aria fresca dopo 20 anni di asfittico duopolio Rai-Mediaset nell'analogico.

Come avrebbe reagito Berlusconi se le sue tv fossero state oggetto di un provvedimento così punitivo? Facile rispondere, perché è già accaduto in passato che le sue tv fossero in pericolo e, giustamente, Berlusconi lanciò una campagna di comunicazione che ebbe i suoi effetti. La stessa cosa farà Sky, sebbene il danno non sia certo paragonabile a quello che i referendum avrebbero inferto a Berlusconi nel '95.

E' incredibile che proprio Berlusconi, che conosce bene l'impatto mediatico che può avere la reazione di una tv ferita, sia incappato in questo doppio errore, che non mancherà di ripercuotersi negativamente sull'immagine del governo, che vedrà calare per la prima volta in modo consistente i consensi sul suo operato. E' una decisione doppiamente sbagliata. Innanzitutto, perché aumentare l'Iva (anche se si tratta di riportarla al livello standard del 20%), significa comunque aumentare la pressione fiscale, ed è sbagliato ancor di più oggi che ci troviamo in un periodo di crisi. A pagare il 10% di Iva in più sul loro abbonamento a Sky saranno 4,6 milioni di famiglie. Tra l'altro, essendo un'imposta indiretta, pagheranno tutte allo stesso modo, senza distinzioni di reddito.

Ma è un errore anche dal punto di vista strettamente politico. Non solo Berlusconi ancora una volta presta il fianco alle accuse di conflitto di interessi - un'arma ormai quasi del tutto spuntata nelle mani di un'opposizione priva di credibilità - ma soprattutto smentisce clamorosamente la promessa elettorale enunciata con maggiore enfasi e chiarezza: il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. E invece, si becca 30 spot al giorno di Sky che dimostrano il contrario, il tutto per circa 210 milioni di euro in più che forse finiranno nelle casse dello stato. Né mi pare che questa misura preluda a una risistemazione del sistema radiotelevisivo, culturale o dell'editoria che elimini distorsioni e privilegi.

Infine, è un errore dal punto di vista comunicativo. Nella delicata opera di comunicazione dei contenuti del pacchetto anti-crisi sarebbe stato meglio puntare sulle misure positive (sì, alcune ce ne sono), piuttosto che rischiare di impantanarsi in un provvedimento tutto sommato minore che porta il volto antipatico dell'esattore.

Ed è proprio facendo leva sull'argomento tasse che inizia a reagire Sky. «A partire dal primo gennaio ogni cliente di Sky avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%», ha annunciato in una nota l'azienda, spiegando che «come qualsiasi aumento dell'Iva, è integralmente a carico del consumatore». Dal punto di vista commerciale, sono convinto che non molti abbonati decideranno di disdire il contratto, ma certo tra i possibili nuovi abbonati, quelli che proprio sotto le feste stanno decidendo se sottoscrivere o regalare un abbonamento, potrebbero essere molti quelli indotti a desistere. Ma tra qualche mese Sky metterà a punto nuove offerte in cui si farà carico anch'essa dell'aumento dell'Iva. Insomma, nessuno qui "piange" per Sky.

Ma intanto, il danno è fatto. Sky sta già mettendo in onda uno spot che recita:
«In una fase di crisi economica, i governi lavorano per trovare una soluzione che aumenti la capacità di spesa dei cittadini e sostenga la crescita delle imprese. Il governo italiano ha annunciato invece una misura che va nella direzione opposta: il raddoppio delle tasse sul vostro abbonamento a Sky, dal 10 al 20%. Un aumento delle tasse per 4 milioni e 600 mila famiglie. Questo, anche se durante la scorsa campagna elettorale il governo aveva promesso di non aumentare le tasse alle famiglie italiane».
Uno spot che ricalca il parere rilasciato al Corriere dall'ad italiano di Sky, Tom Mockridge. Intendiamoci: si tratta di una posizione evidentemente interessata. Ricordarlo è come scoprire l'"acqua calda". Ma considerando in modo obiettivo il merito degli argomenti non si possono avere dubbi: sono tutti efficacissimi. Sky difende i suoi interessi, ma è un fatto che per 4 milioni e 600 mila famiglie aumentino le tasse sull'abbonamento. Un bene non essenziale? Forse, ma non voglio arrendermi alla tipica retorica ridistributiva dei governi socialdemocratici: togliamo ai più ricchi per dare ai più poveri. Laddove i profili di questi "ricchi" e "poveri" lasciano sempre troppi dubbi.

Chi legge questo blog sa che non sono un fanatico dell'ambientalismo, ma un'altra misura, di minore impatto, che il governo poteva risparmiarsi, è la decisione di ridurre gli sgravi fiscali per gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni. La spesa per montare pannelli solari, installare doppi vetri o caldaie più efficienti in casa, poteva essere detratta fino al 55% dalla dichiarazione dei redditi. Il governo ha ridotto il tetto al 36%, fino ad un massimo di 48 mila euro da ripartire in 10 rate annuali. Inoltre, la norma è retroattiva, quindi tutti coloro che hanno già avviato i lavori a casa propria confidando nel 55% si dovranno accontentare di una detrazione del 36%, sempre che venga riconosciuta dall'Agenzia delle Entrate dopo un farraginoso iter burocratico. Anche in questo caso una misura che rischia di deprimere, e non di sostenere la domanda, in un settore tra l'altro tra i più dinamici.

Thursday, September 11, 2008

Molto più di un lapsus, è l'Anschluss russo

Altro che il falso lapsus di Obama, quello dell'autoproclamato presidente sudosseto è molto più di un lapsus. Rivela, per quelli che ancora nutrissero qualche dubbio, le reali intenzioni russe in Georgia e dimostra quanto fosse diverso il caso di Abkhazia e Ossezia del Sud da quello del Kosovo.

«Non vogliamo creare un'Ossezia indipendente. Perché così vuole la storia», aveva affermato Kokoity a un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino a Soci, sul Mar Nero, esprimendo l'aspirazione alla «riunificazione» con l'Ossezia del Nord e, quindi, il desiderio di tornare a far parte della Russia: «Sì, certo, noi diventeremo parte della Russia». Una dichiarazione scomoda persino per il Cremlino. Poco dopo, infatti, la "diplomatica" marcia indietro: «Ovviamente sono stato frainteso».

«A oggi pensiamo che il riconoscimento dell'Ossezia del Sud fosse un passo necessario e sufficiente. Non ci sono altri piani o alternative», si è affrettato a dichiarare il premier russo Putin, mentre il presidente Medvedev ricorre alla minaccia della piccola e militarmente impotente Georgia, occupata in tre soli giorni da poche migliaia di soldati russi, per giustificare un riarmo («si pone tra le più alte priorità dello Stato per i prossimi anni») in corso già da qualche anno.

Intanto, l'ambiguità della posizione italiana durante la crisi russo-georgiana non sembra aver incrinato i rapporti con Washington. Sarà vero? Così parrebbe dalle dichiarazioni ufficiali dopo l'incontro tra il premier Berlusconi e il vicepresidente Usa Dick Cheney. Eppure, oggi il Financial Times offre un'analisi diversa e francamente più convincente:
«... The US delegation, in Italy for five days, had pushed for clear endorsement of its position from Mr Berlusconi. Once a favoured ally rewarded for his support of the US invasion of Iraq, Mr Berlusconi has seriously irritated the Bush administration by his handling of Russia's invasion of Georgia... Concerns grew in Washington that Italy was undermining unity when Franco Frattini, Italy's foreign minister, went to Moscow last Thursday - when Mr Cheney was in Georgia and Ukraine, and ahead of European Union peace efforts by Nicolas Sarkozy, the French president, now among Washington's favourites».
Mentre noi temiamo che Berlusconi subisca il fascino della sua amicizia con Putin, il FT fornisce alla posizione italiana uno straccio di motivazione razionale:
«Bush administration hawks are alarmed by Italy's close energy relationship with Russia, particularly the "strategic partnership" between Moscow's Gazprom and Italy's part state-owned Eni, and the South Stream pipeline they intend to build to take Russian gas across the Black Sea. Gazprom's entry into Libya is being facilitated by an asset-swap with Eni where Gazprom will take half of Eni's take in the Elephant oil field in exchange for Eni taking part of Russia's Arctic Gas».

Friday, April 18, 2008

Berlusconi in bilico tra Washington e Mosca

da L'Opinione

Con il ritorno al governo di Berlusconi la politica estera italiana, di cui non si è parlato affatto durante la campagna elettorale, cambierà in modo rilevante. L'Italia di Berlusconi sarà più in sintonia con gli Stati Uniti e più amica di Israele. Dopo la Germania (con Angela Merkel) e la Francia (con Sarkozy) sarà la terza grande nazione europea a tornare su posizioni più atlantiste. Berlusconi ha sempre privilegiato il rapporto con gli Usa e in Europa giocato al fianco dei migliori amici di Washington. Non c'è motivo di ritenere che non sarà così anche nei prossimi cinque anni. E' probabile, per esempio, che dica sì a un maggior impegno in Afghanistan e che sostenga con Sarkozy la candidatura di Blair alla nuova presidenza dell'Ue.

Ma quale sarà la posizione italiana sui principali dossier che dividono Nato e Russia? Berlusconi, infatti, è anche molto amico del presidente russo uscente, e futuro premier, Vladimir Putin. Lo ha sempre difeso dalle critiche europee e americane, persino sulla guerra in Cecenia e le violazioni dei diritti umani, e ripete che la Russia è ormai parte dell'Occidente. E' giunto persino a criticare apertamente le dichiarazioni di Bush sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato: «La Russia si sente circondata e rischiamo, dopo che si sono fatti tanti sforzi per farla diventare parte dell'Occidente, di rovinare tutto».

Secondo Oksana Pakhlovska, docente di studi ucraini all'Università "La Sapienza" di Roma, l'elezione di Berlusconi «non è una buona notizia» per Kiev, che non potrà contare sul sostegno di Roma per l'accesso al Membership Action Plan della Nato: è un «populista», «non ha convinzioni politiche, per lui l'Europa orientale è solo un mercato». Crediamo invece che Berlusconi si rimetterà all'opinione prevalente all'interno della Nato, limitandosi ad assumere un ruolo di mediazione.

Non solo l'amicizia con Putin, anche l'endemica dipendenza energetica dell'Italia e la necessità di attirare capitali ed esportare "made in Italy" per rivitalizzare la nostra economia suggeriscono a Berlusconi di privilegiare i rapporti con Mosca.

Putin è stato il primo leader che Berlusconi ha incontrato, ieri in Sardegna, dopo le elezioni. Per parlare di un possibile interessamento di Aeroflot ad Alitalia, dei recenti attriti tra Ue e Russia, ma anche di energia. Putin, di ritorno dalla Libia, sta da tempo rafforzando l'intesa con il regime di Gheddafi e l'Algeria per le forniture di gas all'Europa. Gazprom, che a Tripoli ha siglato un accordo di joint venture con la compagnia petrolifera libica, è interessata alla costruzione di un oleodotto sottomarino dalla Libia alla Sicilia. L'Eni, ha ricordato il numero uno Aleksei Miller, è coinvolta nello sviluppo di grandi giacimenti di petrolio e di gas in Libia. «Visti i rapporti tra Gazprom ed Eni per lo scambio di asset, ci aspettiamo che anche noi potremo far parte di questi progetti». «Abbiamo buone possibilità di collaborare in progetti comuni», ha confermato lo stesso Berlusconi ricevendo Putin ad Olbia.

L'Eni sta cooperando con Gazprom ad un gasdotto sul Mar Nero, alternativo a quello europeo del Progetto Nabucco, ideato per rompere la dipendenza energetica dell'Ue dalla Russia. L'amicizia tra Berlusconi e Putin potrebbe ostacolare gli sforzi Ue per una comune politica energetica. Se è innegabile il feeling tra i due, non si deve però dimenticare che il Governo Prodi si è mosso in assoluta continuità con il precedente Governo Berlusconi per quanto riguarda i rapporti con Mosca: di «partnership strategica», sul piano politico, economico, ed energetico, parlò D'Alema al vertice di Bari nel marzo 2007.

Friday, March 14, 2008

Petrolio e gas, due grattacapi per l'Europa e l'Italia

Da Ideazione.com

Sfondata anche la barriera dei 110 dollari al barile. Solo pochi giorni fa, il sorpasso della fatidica “quota 100”, considerata da molti la soglia di sicurezza oltre la quale l’economia mondiale sarebbe collassata. Ma evidentemente oggi il petrolio non è più l’unico motore della produzione, come si credeva anni fa, quando si guardava alla “quota 100” come a una sorta di Colonne d’Ercole. Grano e petrolio rimangono comunque le due materie prime fondamentali, i cui prezzi, in forte aumento negli ultimi mesi, incidono sul costo della vita a livello addirittura globale.La corsa al rialzo del prezzo del petrolio non accenna ad arrestarsi. Picco della produzione o speculazioni? Piuttosto, l'impennata di oggi sembra riflettere per lo più la continua svalutazione della moneta Usa. A preoccupare, però, non dovrebbe essere tanto, o non solo, il prezzo delle risorse energetiche più richieste – gli idrocarburi – ma anche l’uso politico e geostrategico che ne fanno i Paesi produttori, i quali guarda caso controllano in modo assoluto le loro risorse attraverso società interamente di proprietà dello Stato. Occorre infatti, sfatare un primo mito riguardo il petrolio. Si continua a pensare che le grandi multinazionali occidentali siano in grado di controllare il mercato petrolifero. Niente di più falso: la quasi totalità delle riserve di idrocarburi sono sotto il controllo dei governi dei Paesi produttori...
CONTINUA

Friday, November 09, 2007

20 anni dal referendum del no. Nucleare sì: informare per scegliere

I vent'anni dal referendum che ne bandì l'uso in Italia, ma anche l'aumento esponenziale del prezzo del greggio, che in questi giorni ha sfiorato i 100 dollari al barile, fa tornare di attualità la questione dell'energia nucleare e della differenziazione delle fonti energetiche nel nostro paese.

Certo, riguardo la correlazione tra i prezzi e il presunto esaurimento della risorsa, ci sono studi, come il libro "L'era del petrolio", del direttore Strategie e sviluppo dell'Eni, Leonardo Maugeri, citato oggi da Il Foglio, che documenterebbero come «i prezzi di oggi sono frutto della lunga stagione dei bassi prezzi e bassi investimenti che si è protratta fino alla fine degli anni Novanta. E gli alti prezzi sono la premessa di una nuova ondata di investimenti: quando i loro effetti si saranno materializzati, le quotazioni del petrolio scenderanno. Il problema, dunque, più che fisico è politico: le bestia nere dei liberisti americani sono quelle regolamentazioni, spesso di matrice ambientalista, che impediscono l'accesso alle risorse», osserva Il Foglio.

Ma il ripensamento sul nucleare sta finalmente per riprendere slancio. La rivista Formiche ha scelto proprio il giorno del ventesimo anniversario del referendum che mise la parola fine alla produzione di energia nucleare nel nostro paese, per promuovere una giornata di libera informazione a favore dell'opzione atomica.

Una vera e propria maratona trasmessa in streaming audio video sul canale web Sherpa Tv - Live, sabato 10 novembre. Quattro ore di dibattito e approfondimento con i protagonisti del mondo scientifico e istituzionale, in due finestre dalle 11 alle 13 e dalle 16:30 alle 18:30, che vedranno protagonisti parlamentari, docenti universitari, tecnici ed esperti. Interverranno, tra gli altri, Casini, Oscar Giannino, Polito, Tabacci, Chicco Testa, Adolfo Urso e Daniele Capezzone.

«Bisogna riaprire con coraggio il discorso del nucleare», ha dichiarato Capezzone, rendendo noto che il suo ultimo atto da Presidente di Commissione Attività produttive, approvato all'unanimità, è stato «il varo di una indagine conoscitiva sul tema... per ragionare e decidere su come ripartire», e denunciando il «troppo immobilismo, troppo conservatorismo» della politica. «E' il momento di dire no alla cultura dei no». C'è, appunto, il tema del fabbisogno energetico e dell'ambiente e c'è il tema geostrategico, della dipendenza energetica dell'Europa, e dell'Italia in particolare, da paesi poco o nient'affatto democratici, come Russia, Algeria, Iran.

Ieri, intervistato dal Corriere della Sera, l'ex primo ministro francese Michel Rocard affrontava tutte le problematiche sul tappeto e concludeva chiaro e tondo che il no al nucleare dell'87 «fu una scelta tremendamente sbagliata, l'Italia allora non è stata seria. La questione è grave e complessa e non andava affrontata in modo emotivo».

Thursday, October 04, 2007

Yulia contro il nuovo "inciucio" ucraino

Con tempistica per lo meno sospetta, proprio nel momento in cui si stava delineando la vittoria elettorale, seppure di misura, della coppia filo-occidentale Yushenko-Tymoshenko, la Gazprom, il colosso energetico russo controllato dallo Stato, minacciava di chiudere i rubinetti del gas all'Ucraina, se entro un mese Kiev non avesse saldato il debito, che secondo Mosca ammonterebbe a un miliardo e trecentomila dollari. Il colpo si deve essere fatto sentire, se oggi da Mosca sono arrivate rassicurazioni sia sulla disponibilità dell'Ucraina a saldare (anche da Kiev non sono giunte dichiarazioni bellicose), sia sull'assenza di rischi per le forniture in Europa.

Ma «a Mosca sanno che di fronte alla paura dei termosifoni spenti la voglia di sostenere la democrazia viene meno in molte capitali europee», commentava ieri Anna Zafesova su La Stampa. La Commissione Ue ha comunque deciso di riunire gli esperti del gas dei 27 Paesi membri a metà ottobre, per valutare la situazione tra Russia e Ucraina, invitando all'incontro anche i rappresentanti delle aziende energetiche di Mosca e Kiev.

L'affermazione elettorale della coppia Yushenko-Tymoshenko non è tale da far pensare a un immediato superamento della fase di stallo e ingovernabilità che da mesi affligge l'Ucraina. Ne sono il segno evidente le prime dichiarazioni dei due a risultato acquisito. Il presidente Yushenko ha invitato i tre principali partiti, quindi compreso quello filo-russo del premier uscente Yanukovic, ad avviare consultazioni per formare un governo di unità nazionale. Yulia Tymoshenko ha però subito replicato bocciando l'idea del presidente: «Mai in una coalizione con i filorussi. In caso si formasse una coalizione tra Nostra Ucraina [Yushenko, n.d.r.] e il Partito delle Regioni [Yanukovic, n.d.r.] resteremo all'opposizione. Non faremo da tetto politico alla mafia». Parole dure.

I due protagonisti della "rivoluzione arancione" inaugurano nel peggiore dei modi la fase post-elettorale, mostrando di poter ricadere – a meno che non sia in atto un gioco delle parti – nel medesimo errore fatto in passato, quello di dividersi, che ha permesso all'ex premier filo-russo Yanukovic di approfittarne e di inserirsi nelle crepe, e ha causato la disaffezione di molti loro sostenitori.

Yushenko sembra forse più pragmatico. Probabilmente sa che le urne non hanno regalato al fronte filo-occidentale una forza tale da reggere ad un altro prolungato periodo di instabilità e, per di più, sotto le pressioni di Mosca. Così, con realismo, avanza la prospettiva di una coabitazione, certamente difficile, ma forse l'unico modo per responsabilizzare Yanukovic, sottraendolo alla tentazione di giocare al massacro. Un gioco che rischierebbe di travolgere definitivamente le posizioni fin qui acquisite dalla nuova Ucraina. Inoltre, il presidente pensa così di accreditarsi come figura di salvaguardia dell'unità nazionale e poter procedere alla riforma costituzionale necessaria per delineare meglio le prerogative di presidente e premier prima delle presidenziali del 2009.

Yulia, al contrario, può sostenere che la coabitazione è stata già tentata con esiti da dimenticare e che oggi tradirebbe le attese e gli accordi pre-elettorali. Sembra avere le idee più chiare e i principi più saldi, oltre ad essere più in sintonia con l'elettorato. Quindi, rifiuta l'"inciucio", di cui tra l'altro è già rimasta vittima in passato.

Ciò che accade in Ucraina può avere contraccolpi in senso positivo, o negativo, anche sulle altre ex repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Georgia fino a tutto il Caucaso e all'Asia centrale. Putin sa di giocarsi in Ucraina molte delle chance di restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale. Nonostante la centralità strategica dell'Ucraina – per la Russia e, di riflesso, anche per l'Ue, che è ai suoi confini – Bruxelles e le capitali europee sembrano troppo lontane da ciò che accade a Kiev.

Le pressioni russe, che Yushenko e Tymoshenko per primi fanno bene a non drammatizzare, e i pericoli di una nuova fase di instabilità a Kiev, si intrecciano con la notizia che Putin, non potendosi candidare per un terzo mandato presidenziale, ha però trovato l'escamotage per mantenere il controllo del potere: candidandosi alle elezioni legislative di dicembre come capolista del suo partito, Russia Unita, investire un presidente "fantoccio" e farsi nominare primo ministro. In questo modo, grazie al suo prestigio personale, attribuite alla carica di primo ministro l'influenza e l'autorità sufficienti, continuerebbe a indirizzare tutte le scelte del Paese. E nulla gli vieterà, se necessario, di trasferire molti poteri, oggi di competenza presidenziale, al capo del governo.

Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha dichiarato al New York Post di credere al presidente russo quando assicura di non voler cambiare la Costituzione, ma non è rimasta indifferente alla sua ultima manovra: «Ciò che preoccupa della Russia di oggi è la concentrazione di potere nel Cremlino», avverte, perché «è abbastanza ovvio che non ci sono forti contrappesi istituzionali: il Consiglio federativo non lo è. La Duma non lo è, i tribunali non lo sono». Si tratta di «una questione interna russa», invece, per la Commissione europea, anche se poi ha chiesto a Mosca di invitare l'Osce a seguire le elezioni.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non sono più soli di fronte a una Russia che sfida l'Occidente praticamente su tutti i capitoli dell'agenda internazionale. Dal più piccolo al più grande, non manca di reagire tirando la corda dal capo opposto a quello da cui la tirano Usa ed Europa. Per Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, la Rice «ha ragione». Quello di Putin è un «metodo originale» per restare al potere. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha nei confronti di Putin un atteggiamento molto più distaccato e critico rispetto al suo predecessore Schroeder. Le relazioni tra Gran Bretagna e Russia, soprattutto dopo l'omicidio Litvinenko, non hanno forse mai raggiunto un livello così basso. E poi c'è il presidente francese Nicolas Sarkozy – la cui "rupture" con la politica estera chirachiana è ogni giorno più evidente – che è arrivato a denunciare la «brutalità» dei metodi di Mosca.

Di ieri, inoltre, un lungo appello di Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, e Martti Ahtisaari, ex premier finlandese, per una politica estera comune dell'Ue. In un passaggio i due affrontano anche il nodo Putin, osservando che «l'Ue ha sottostimato costantemente la propria forza, esagerando quella del Cremlino di Putin e permettendo a questo paese di farsi sempre più bellicoso». Lentamente, forse troppo lentamente, ma sta cambiando l'atteggiamento europeo nei confronti della Russia di Putin.

P.S. E il Governo italiano? Come del resto anche su tutti gli altri temi più scottanti dell'agenda internazionale – vedi il nucleare iraniano – silenzio assoluto, per interessi commerciali o ben più prosaiche esigenze di coalizione.

Thursday, September 20, 2007

Quale Europa? Federale e liberale, un sogno

Sarà l'Europa a costringerci a liberalizzare il settore dell'energia? C'è da dubitarne, stando a come è stata accolta la proposta della Commissione Ue per la separazione proprietaria effettiva tra l'attività di produzione e quella di trasporto di gas ed elettricità. Sperazione che dovrebbe riguardare tutti gli attori: società pubbliche e private, europee e non europee, che intendano operare nell'Unione. Due le opzioni per realizzare l'unbundling: separazione patrimoniale con la scissione del gruppo in due parti distinte, oppure il mantenimento della nuda proprietà accompagnato però dall'affidamento della gestione della rete a un operatore indipendente, sotto il controllo delle Autorità regolamentari nazionali, indipendenti e con poteri rafforzati.

Né vengono risparmiati i paesi terzi: la Russia di Gazprom come l'Algeria di Sonatrach, per intendersi. Anche ad essi la Commissione vuole che siano applicate esattamente le stesse regole: per poter comprare partecipazioni più o meno consistenti nelle reti di trasporto dell'energia dovranno quindi ottenere una certificazione ad hoc, dimostrando di essere a tutti gli effetti "unbundled", cioè di non cumulare attività di produzione e trasporto di energia. Questi i punti salienti del terzo pacchetto per la liberalizzazione e integrazione del mercato europeo dell'energia presentato ieri a Bruxelles dal presidente della Commissione José Barroso insieme a Andris Piebalgs e Neelie Kroes, responsabili rispettivamente all'Energia e alla Concorrenza.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Ma che probabilità ci sono che la proposta divenga normativa? Scarse. Francia e Germania sono contrari per proteggere i loro presunti campioni nazionali, così come l'Italia dell'Eni. Per non parlare della Russia, da cui sono già giunte minacce di ritorsioni. Vedete, non sembra, nessuno farà questo "link", ma una questione del genere va a toccare il tasto dolente di cosa vuole essere l'Europa, e della sua riforma costituzionale, del rapporto tra i vari poteri. La proposta della Commissione Ue presuppone un'"altra" Europa rispetto a quella che abbiamo oggi.

Cosa vogliamo che sia, in ultima analisi, la Commissione Ue? Un Governo europeo? Allora occorre che venga eletta direttamente dai cittadini europei e che i governi nazionali facciano molti passi indietro. Oppure, solo il braccio amministrativo dei governi nazionali? Allora proposte simili sono del tutto velleitarie. E' la differenza che passa tra un'Europa federale (nel primo caso) e intergovernativa (nel secondo).

Sempre sul Sole 24 Ore troviamo una lucida analisi di Innocenzo Cipolletta. Perché, si chiede, l'Europa non cresce, nonostante ve ne siano le condizioni? «L'Europa dovrebbe essere la molla della crescita mondiale, con consumi elevati e una forte domanda di investimenti, entrambi stimolati dall'innovazione tecnologica, che impone un forte ricambio dei beni disponibili e induce a nuove infrastrutture». Potrebbe - dovrebbe - essere questo il nuovo ruolo dell'Europa nell'economia globale.

«Perché non avviene? Perché in Europa la domanda interna langue e non produce stimoli ai nuovi consumi e ai nuovi investimenti?». L'Europa, osserva Cipolletta, è «l'area caratterizzata dal più elevato tasso di risparmio delle famiglie, a cui si confronta un disavanzo pubblico che lo compensa in larga misura: qui sta la chiave della malattia europea. Una larga parte della domanda interna europea non è decisa dagli individui (famiglie e imprese) con meccanismi di mercato, ma è intermediata dallo Stato (centrale o locale), che finisce per ostacolare modifiche nella struttura dei consumi e degli investimenti, a causa di strutture di offerta, pubbliche o private, ma con una larga influenza sulla politica, che ormai sono cristallizzate nel tempo. Basti pensare ai vasti settori dell'istruzione, della sanità, della distribuzione dell'energia, dei trasporti, fino all'agricoltura...»

I singoli paesi europei continuano a credere in uno sviluppo «trainato dalle esportazioni» in un mondo in cui il loro ruolo «è fondamentalmente cambiato... Per mantenere questo modello, finiscono per proteggere i loro (presunti) campioni nazionali, caricando oneri sui consumatori. Così facendo, deprimono la domanda interna e la cristallizzano in vecchi modelli, facendo venir meno quella spinta all'innovazione e alla crescita che potrebbe assicurare all'Europa un futuro più autonomo e realmente più competitivo, nel senso di capacità di anticipare consumi e tecnologie che sono trainati non tanto da generici investimenti in ricerca, quanto dalla libertà della domanda interna che indirizza e premia le innovazioni».

Da sottoscrivere.

Thursday, September 13, 2007

Putin prepara una presidenza di "congiunzione"

«Siamo tutti esseri umani con i propri piani e visione del futuro. Ovviamente è difficile concentrarsi. Voglio dire che ognuno sentirà una certa incertezza in merito a quanto accadrà in futuro, al sistema di potere e al ruolo del Paese dopo le elezioni». Il presidente russo Putin la chiama «incertezza» e la tinge di umanità, ma non vorremmo che a cose fatte, tra qualche anno, la si debba chiamare in altro modo. La sostituzione del primo ministro Fradkov, alla guida dell'esecutivo dal marzo 2004, con Viktor Subkov, fedelissimo di Putin e cacciatore di oligarchi, apre la lunga fase di transizione che vedrà i russi tornare alle urne il 2 dicembre, per il rinnovo dei 450 deputati della Duma, e nel marzo 2008 per eleggere il nuovo presidente, che secondo l'attuale costituzione non potrà essere di nuovo Putin, giunto al termine del secondo mandato.

Facile pronosticare che il partito del presidente, Russia Unita, si aggiudicherà la maggioranza dei seggi, seguito dai nuovi partiti "approvati" del Cremlino. Il siluramento dell'attuale governo di Fradkov era stato previsto dagli osservatori, rimasti sorpresi invece per l'emergere di un nome vecchio, emerso da dietro le quinte: quello del nuovo primo ministro Subkov, un altro probabile candidato alla successione del presidente, forse proprio quello su cui punterà Putin. «Se riesco a concludere qualcosa come premier, non escludo questa ipotesi», ha dichiarato Subkov.

Ratificata la nomina, il nuovo premier si prepara a licenziare il ministro dell'Economia, il riformista German Gref. Un altro atto della lotta tutta interna al potere russo tra i riformisti dei ministeri economici e i siloviki, che detengono il potere dei "ministeri della forza".

Rispetto ai candidati più noti, i due vice primi ministri Sergej Ivanov e Dmitrij Medvedev, Zubkov (66 anni) è una personalità ancora meno autonoma e meno forte. Una presidenza "debole", di transizione (o, meglio, di "congiunzione"), di ordinaria amministrazione, rassicurante agli occhi dell'opinione pubblica, potrebbe fare al caso di Putin, se il presidente uscente avesse intenzione di riprendersi il Cremlino tra due o tre anni, magari ricorrendo a elezioni presidenziali anticipate.

Impossibile prevedere cosa abbia in mente il presidente russo, ma un'ipotesi possiamo azzardarla. Potrebbe preparare il terreno per il suo ritorno al potere, allestendo una campagna elettorale che veda come concorrenti una serie di candidati uno più dell'altro a lui fedeli, evitando così che uno in particolare di essi ottenga un consenso e una legittimazione popolare tali da presentarsi come nuovo leader in grado, con la sua elezione, di aprire una pagina nuova che possa in qualche modo oscurare la figura di Putin.

Se l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder – oggi per volontà di Putin a capo di una società che ha il compito di costruire il gasdotto del Mar Baltico fra Russia e Germania, aggirando la Polonia e le Repubbliche baltiche – riconosce al presidente russo di aver portato la Federazione «sulla strada della stabilità e dell'affidabilità», non manca chi di Putin non si fida affatto.

«Purtroppo la Russia sta mostrando segni di ripiegamento nell'autoritarismo, nel dispotismo», avverte l'ex commissario europeo alle relazioni esterne Chris Patten. Ricordiamo i recenti gesti del Cremlino ostili nei confronti dell'Occidente: dalla questione dello "scudo antimissile" americano in Europa orientale, alla possibilità evocata dallo stesso Putin che i missili nucleari russi tornino a essere puntati contro città e obiettivi militari europei; dal giallo in Georgia, dove un aereo russo avrebbe sganciato una bomba poi rimasta inesplosa, alle manovre militari coordinate con la Cina; dalla rivendicazione del fondale marino del Polo Nord ai due nuovi missili a lunga gittata "Bulava M" testati dalla flotta russa all'inizio del mese, fino alla ripresa delle ricognizioni permanenti a lungo raggio dei bombardieri strategici. Per non parlare del sistematico uso dell'arma energetica, dell'assistenza e delle forniture di tecnologie nucleari all'Iran, e degli oscuri e inquietanti casi Politovskaja e Litvinenko. E in questi giorni le autorità militari hanno reso noto di aver testato con successo una bomba convenzionale definita come «la più potente del mondo», in grado di sprigionare un'esplosione pari a quella prodotta da un ordigno nucleare.

Ma l'Europa non deve avere paura della Russia: «Dobbiamo resistere alla sua brama di riallargare la sfera di influenza su Georgia e Ucraina. E poi la Russia da qui a vent'anni non sarà più così potente». Cederà il passo a Cina e India. Molta della forza di Putin sull'Europa, spiega Patten, deriva dalla nostra incapacità a elaborare politiche comuni in settori strategici come l'energia. «Se è mancato un coordinamento europeo di fronte alla sfida energetica della Russia, la colpa non è nostra, ma di Francia, Germania e Italia che difendono i loro campioni nazionali, come Gdf Suez e Eni».

Tuesday, March 13, 2007

Russia. Questione energetica e democratica inscindibili

GasdottoLa questione energetica, il «partenariato strategico» di cui si parla tra Eni e Gazprom, è al centro dei colloqui di Prodi e D'Alema con Putin. Curiosa svista [?], oggi, del quotidiano filo-governativo russo Rossiskaja Gazeta, nel pubblicare due pagine di pubblicità commissionate da Eni (pag. 9) ed Enel (pag. 10). Si legge infatti che «Enel insieme con il gruppo italiano Eni e il partner Esn parteciperà» alla vendita di «alcune compagnie di Gazprom, tra le quali Artikgaz e Urengoil». Peccato che al momento queste ultime appartengono a Yukos e verranno messe all'asta tra poche settimane. All'Enel, riporta Apcom, fanno sapere che nel testo inviato alla redazione non era presente la parola "Gazprom".

Sibillini suonano i suggerimenti dello studio legale Amsterdam & Peroff, i difensori di Khodorkovsky, a Eni ed Enel affinché non partecipino all'asta per gli ultimi asset provenienti dalla bancarotta della Yukos, perché «rischiano di trovarsi coinvolte nelle conseguenze di un atto criminoso, su cui presto o tardi verrà fatta piena luce». L'asta non avrebbe alcuna «presupposto di legittimità, in quanto lo stesso smembramento di Yukos è avvenuto in contrasto con la normativa russa». Le aziende che si renderanno complici della «frode» si esporranno a «enormi danni d'immagine di fronte alla comunità internazionale», avvertono gli avvocati.

A parlare di «partenariato strategico tra Eni e Gazprom» è stato stamattina D'Alema, intervenendo al Forum Italia-Russia:
«Permetterà, in prospettiva, una vera e propria integrazione tra il comparto degli idrocarburi italiano e quello russo nel quadro di una crescente interdipendenza e condivisione di responsabilità tra paesi consumatori e paesi produttori di energia».
Obiettivo ambizioso e legittimo, da non demonizzare, per garantire la sicurezza energetica del nostro paese, ma proprio per questo la questione democratica è di particolare importanza. Si parla di «interdipendenza», ci si lega così, mani e piedi, a che tipo di regime? Occorre chiederselo.

A proposito di diritti umani, D'Alema non è stato così ingenuo da non affrontare l'argomento: «Occorre coltivare un comune senso di responsabilità e un impegno comune per costruire un equilibrio internazionale basato sul rispetto dei popoli e dei diritti umani». Quindi, con Mosca «discussioni franche, ma nella logica del dialogo, non del confronto».

Intanto, i radicali non stanno a guardare. I deputati Capezzone, Mellano, Poretti, Turco, D'Elia, e Beltrandi hanno presentato un'interrogazione al presidente del Consiglio Prodi e al ministro degli Esteri D'Alema sui contenuti dei colloqui in programma con il presidente russo, con particolare riferimento ai diritti umani, alla questione cecena, alla nazionalizzazione delle fonti energetiche e agli accordi internazionali sulle forniture di gas.

«Mi auguro - ha osservato Capezzone - che giungano risposte rapide e tempestive. Conteranno le parole, e conteranno anche di più gli eventuali silenzi e corrività. E' molto grave che, in occasione anche di questa visita dell'autocrate russo, quasi tutti siano allineati e coperti. E le dichiarazioni di stamani del ministro degli Esteri ("Dialogo ma non confronto sui diritti umani") non sono affatto positive. Da Antonio Russo alla Politovskaia, dalla Cecenia alla politica energetica, sarebbe intollerabile una linea subalterna rispetto all'uomo di Mosca».

Nel frattempo, è in Italia anche l'ex ministro della Sanità del governo indipendentista ceceno, Umar Khambiev, che chiederà asilo politico. Ad accoglierlo stamattina all'aeroporto di Fiumicino c'erano Bernardini, Mellano e Turco per il Partito Radicale Transnazionale.