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Thursday, July 27, 2017

EnMarche! Sul cadavere dell'Italia

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur

Fine dei giochi, secondo schiaffone all'Italia in tre giorni... Il "liberale" ed "europeista" Macron ha deciso di nazionalizzare STX piuttosto che farla guidare a Fincantieri. Europa? Mercato? Belle parole, poi c'è l'interesse nazionale... "Il nostro obiettivo è difendere gli interessi strategici della Francia", ha spiegato il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire. Non si tratta di cattiveria, ma all'Eliseo evidentemente non si fidano del nostro sistema-Paese. Oppure, sarà colpa del "protezionista" Trump??

Già come Italia non contavamo molto, ma dal 2011, dalla chiamata dello straniero e dai governi di inetti che sono seguiti, ci hanno azzerati completamente, ci stanno massacrando, ma i nostri governi non l'hanno ancora capito e continuano a parlarsi addosso.

O forse l'hanno capito un paio di giorni fa, e sono ancora storditi. Martedì all'Eliseo si sono incontrati i due principali rivali sul futuro della Libia, al-Serraj e Haftar, invitati dal presidente francese Macron, che ha preso in mano le redini del processo dopo aver probabilmente ricevuto via libera da Trump e da Putin (invitati anch'essi a Parigi in rapida successione). Blitz Macron, Italia fuori dai giochi. "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". La storia di come ci siamo di fatto auto-esclusi è ancora da scrivere. Ma si può azzardare qualche ipotesi... Indecisi a tutto, timidi, siamo andati in crisi con al Sisi cadendo nella trappola Regeni, troppi complessi - che Macron non ha avuto - nel parlare con i "cattivoni" Trump e Putin... eccetera...

E ora il presidente francese annuncia anche gli hotspot in Libia (idea poi parzialmente smentita: non subito), di cui si discute, anzi si chiacchiera da anni in Italia ovviamente senza concludere nulla. Mentre il governo italiano si occupava di migranti come una qualsiasi ONG, Macron ha semplicemente fatto politica. Non è un nostro "nemico", fa gli interessi francesi mentre noi quasi ci vergogniamo di averne.

Non provino nemmeno Gentiloni, Alfano e Renzi: non c'è modo per ridimensionare gli schiaffoni presi da Macron. Possono solo tacere e, se possibile, sparire. Per tentare di parare il colpo ora sono pronti a inviare le navi della marina militare in Libia... Dopo che per anni hanno detto che non si poteva e ridicolizzato chi lo proponeva. Pagliacci!

Sarà chiaro adesso cosa significa EnMarche! Il primo cadavere su cui Macron è passato sopra marciando, cantando la Marsigliese e sventolando la bandiera francese, non quella europea, è quello dell'Italia. Macron ha effettivamente "salvato l'Europa", intesa come burocrazia europea, ma si sta muovendo come se l'Ue non esistesse, agisce senza nemmeno avvertirla. E ha ragione: l'Europa sui temi e le crisi internazionali non esiste. Non esiste un interesse europeo. Esistono interessi francesi, tedeschi, italiani (sebbene non ce ne curiamo). Tutti legittimi.

Sunday, June 04, 2017

Toh, gli europei che fanno i "trumpiani" in risposta al protezionismo cinese...

Pubblicato su formiche

E meno male che gli uni e gli altri dovevano essere i nuovi campioni del libero commercio... Europa e Cina non possono dare lezioni di libero commercio, al massimo di ipocrisia...

Le due notizie secondo cui la cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe la nuova leader del mondo libero e il presidente cinese Xi Jinping l'alfiere della globalizzazione e del libero commercio (com'è stato incoronato dopo l'ultimo World Economic Forum di Davos), nonché da qualche giorno anche del clima, sono nella migliore delle ipotesi "fortemente esagerate".

Basti pensare che mentre prendiamo lezioni di libero commercio da Xi Jinping, la Cina non è ancora riconosciuta come economia di mercato. E nell'Indice della libertà economica elaborato ogni anno da Wall Street Journal e Heritage Foundation risulta al 139esimo posto (tra i paesi "non liberi") su 178 paesi. Gli Stati Uniti sono all'undicesimo posto, la Germania è al sedicesimo, la Francia al 73esimo e l'Italia all'80esimo posto. Negli ultimi cinque anni, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto le loro emissioni di CO2 di 270 milioni di tonnellate, la Cina le ha aumentate di oltre un miliardo di tonnellate, e anche se Pechino rispettasse gli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima non vedremmo progressi significativi fino al 2030.

La realtà è che la leadership cinese ha saputo capitalizzare al massimo dal punto di vista propagandistico l'impopolarità del nuovo presidente americano agli occhi dell'ovattato mondo di Davos e la grande stampa occidentale c'è cascata in pieno facendo da cassa di risonanza alla propaganda di Pechino. Non solo gli Stati Uniti, anche l'Europa rifiuta ancora di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. E a ragion veduta. La Cina sostiene a parole il libero commercio, ma nei fatti è lontanissima da ciò che predica.

Poi, nei giorni scorsi, il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima annunciato dal presidente Trump proprio mentre era in corso il vertice Ue-Cina ha offerto ai leader europei e cinesi l'occasione di rivendicare (a parole, come vedremo) una sorta di leadership "morale", politica e commerciale che colmerebbe il presunto vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Insomma, Trump avrebbe contribuito a rilanciare l'asse Ue-Cina e a farne i nuovi campioni del libero commercio e del clima.

Ma le cose stanno molto diversamente. Unione europea e Cina sono tra gli attori politici ed economici più protezionisti del pianeta e il loro vertice è stato un totale fallimento. Nessun accordo, né passi avanti tra Bruxelles e Pechino. Nessuna dichiarazione congiunta, nemmeno per esprimere la sbandierata sintonia sul clima, che infatti nella realtà non va oltre la condivisione della polemica nei confronti di Washington per la decisione di ritirarsi dall'accordo di Parigi ed è servita solo a mascherare il fallimento del vertice. Nessun passo avanti, per esempio, è stato compiuto su uno dei temi in cima all'agenda dei colloqui: l'accesso da parte europea al mercato cinese degli investimenti, oggi ostacolato dalle barriere protezionistiche di Pechino.

Il valore delle acquisizioni di compagnie europee da parte dei cinesi ha raggiunto nel 2016 il valore record di 48 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto al 2015) mentre, a causa delle restrizioni di Pechino nell'accesso ai suoi mercati, quelle europee in Cina sono crollate rispetto al 2013 e nel 2016 si sono fermate intorno al miliardo (dati Dealogic/Wall Street Journal). Secondo stime più caute, il rapporto sarebbe di 4 a 1 (35 miliardi di dollari il valore delle acquisizioni cinesi in Europa, +77% rispetto all'anno precedente, contro gli 8 miliardi da parte europea in Cina, in calo del 23%).

"Il commercio con la Cina dev'essere basato sulla reciprocità". Alle compagnie europee dev'essere garantito un "uguale trattamento". La "sovracapacità" cinese nella produzione di acciaio è un problema. Si tratta degli ultimi tweet del presidente americano Donald Trump? No, delle affermazioni, rispettivamente, del commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, incalzata dal Parlamento europeo, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente della Commissione europea Juncker, all'indirizzo dei leader cinesi.

Tuttavia, nonostante le promesse pubbliche, il regime di Pechino in questi anni ha fatto orecchie da mercante e non solo si rifiuta di garantire alle compagnie europee pieno accesso ai suoi mercati, ma di fatto elude anche ogni tentativo di iniziare una discussione vera in proposito. Anzi, secondo un recente studio, per le imprese europee il sistema economico cinese nel suo complesso è peggiorato nel corso degli ultimi anni. Invece di assistere ad una maggiore liberalizzazione, si aggravano le distorsioni provocate dall'intervento pubblico e le imprese europee si scontrano con una sorta di "età dell'oro" per i grandi gruppi cinesi a partecipazione statale. Gli stessi che riempiti di capitali pubblici vengono poi a fare shopping in Europa. Inoltre, con la scusa della cyber-security e del controllo della Rete, alle autorità governative è garantito accesso a dati industriali sensibili e ai progetti ad alta tecnologia delle imprese che operano in Cina.

Tutto questo sta alimentando una reazione protezionista nei governi e nei parlamenti europei, che stanno chiedendo alla Commissione europea nuovi strumenti di difesa commerciale, per esempio un meccanismo di controllo per vagliare gli investimenti stranieri in Europa. Le pressioni europee per proteggere industrie o settori di rilievo strategico e importanti per gli interessi di sicurezza nazionale si fanno sempre più incalzanti alla luce del vero e proprio shopping compulsivo soprattutto da parte cinese. I governi di Germania, Francia e Italia, cioè gli stessi in prima linea nel bacchettare Trump sul commercio, hanno chiesto alla Commissione europea di considerare un blocco generalizzato delle acquisizioni da parte di investitori non europei di compagnie ad alta innovazione tecnologica. "Siamo preoccupati della mancanza di reciprocità e della possibile svendita delle competenze europee", lamentano i governi di Berlino, Parigi e Roma in una dichiarazione congiunta indirizzata alla Commissione Ue. "Occorre una soluzione europea... una ulteriore protezione". La strategia di Pechino sembra funzionare infatti nell'aiutare le compagnie cinesi a ridurre il gap tecnologico con i concorrenti internazionali e secondo alcuni studi la Cina potrebbe essere in grado di colmare del tutto il gap di innovazione già dal 2020. Sta quindi guadagnando consensi in Europa la proposta di creare una versione europea del "Comitato sugli investimenti stranieri" statunitense, che ha il compito di indagare a fondo sugli investimenti stranieri in settori strategici e sensibili dell'economia.

Insomma, la "nuova via della Seta" annunciata in pompa magna da Pechino per espandere il commercio Europa-Cina, e celebrata dalla grande stampa europea come la definitiva adesione del regime al libero mercato in contrapposizione alle presunte chiusure americane, non è che un bluff che non incanta più nessuno.

Ed esattamente come il presidente Trump nei confronti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, anche l'Unione europea sta agitando la minaccia di un mercato europeo più protetto, più chiuso, per convincere i leader cinesi ad aprire davvero il loro mercato. D'altra parte, se è vero come sostengono Stati Uniti ed Europa che la Cina non può ancora essere considerata un'economia di libero mercato (il che ne dovrebbe mettere in dubbio la stessa adesione al Wto), come può esserci un "fair trade", una competizione leale e corretta? Se si ammette questo, tutto il dibattito sulla globalizzazione e le sue distorsioni prende un'altra piega, facendo apparire un po' meno "liberale" chi la difende a spada tratta e un po' meno "illiberali" coloro che parlano di riequilibrio e reciprocità.

Tuesday, March 21, 2017

Il ritorno della "questione tedesca". E non è un'invenzione di Trump

Pubblicato su formiche

Venerdì scorso si è tenuto a Washington l'atteso primo faccia a faccia tra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a caccia del suo quarto mandato. Ha fatto più notizia il presunto rifiuto di Trump di stringerle la mano davanti ai fotografi nello studio ovale (stretta comunque concessa sia all'arrivo della cancelliera alla Casa Bianca che al termine della conferenza stampa) che il lungo elenco di temi su cui si registrano divergenze tra i due leader. Non sono solo le biografie e lo stile, che non potrebbero essere più agli antipodi, a rendere complicati, ma pure interessanti, i loro rapporti, ma anche e soprattutto grandi questioni politiche: commercio, politica monetaria, Nato, Unione europea, Russia, gli accordi sul clima di Parigi. Questioni oggetto delle schermaglie che per settimane hanno preceduto l'incontro. I due si sono criticati prima, durante e dopo la transizione alla Casa Bianca.

Pur premettendo di nutrire un "profondo rispetto" per la cancelliera tedesca, Trump ha definito "un errore catastrofico" la decisione della Merkel di aprire le porte del suo Paese, e dell'Europa, ai rifugiati, mentre la cancelliera ha criticato l'ordine esecutivo della Casa Bianca che blocca temporaneamente gli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani e bacchettato il neo presidente sul protezionismo, rammentandogli i mutui benefici del libero scambio. Trump ha salutato positivamente la Brexit, convinto che il Regno Unito abbia fatto bene a riprendersi la sua sovranità uscendo da un'Europa ormai dominata da Berlino. E la cancelliera è preoccupata che la Casa Bianca intenda lavorare per indebolire l'Unione europea. Il governo tedesco è tra quegli alleati della Nato criticati da Trump perché non spendono abbastanza per la difesa (solo l'1,2% del Pil, contro l'obiettivo del 2%). Trump ha notato che ci sono troppe Mercedes a New York, e la Merkel replicato che a Monaco si vendono tanti iPhone. L'amministrazione Trump lamenta un surplus commerciale eccessivo a favore della Germania (65 miliardi di dollari), reso possibile a suo avviso da un euro troppo debole (che in realtà sarebbe un "marco travestito", secondo il consigliere al commercio di Trump, Peter Navarro).

L'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti in cima all'agenda dell'amministrazione Trump, che sembra volersi concentrare in particolare sulla concorrenza sleale da parte della Cina. Tuttavia, il Wall Street Journal ha fatto notare che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani potrebbe venire non dalla Cina, bensì dalla Germania, che sembra porre sfide più serie nel lungo termine. "La Cina - scrive il quotidiano - è oggetto della rabbia degli Stati Uniti per il commercio sleale, ma i surplus esteri della Germania sono ora molto più grandi e possono avere maggiore impatto sull'economia degli Stati Uniti e del resto del mondo". Per anni la manodopera a basso costo cinese ha messo sotto pressione i salari del settore manufatturiero americano, ma le industrie tedesche sono in competizione più diretta con quelle americane. "Nove dei maggiori dieci settori tedeschi per export, come macchinari ed elettronica, sono gli stessi della top 10 americana", ha spiegato al WSJ Caroline Freund, del Peterson Institute for International Economics. "L'euro debole - che ha perso circa un quarto del suo valore contro il dollaro negli ultimi tre anni - dà alle imprese tedesche un margine extra sui mercati internazionali".

Insomma, secondo il WSJ, la Germania starebbe abusando del sistema del commercio mondiale in misura molto maggiore di Cina e Messico. Sebbene possa essere stato vero in passato, la Cina non sta più facendo leva sulla svalutazione del renminbi per sostenere le sue esportazioni; semmai, è preoccupata che la sua moneta si svaluti troppo. La Germania invece ha tratto enormi benefici dalla crisi dell'Eurozona. La debolezza delle economie dei Paesi mediterranei infatti - Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - ha reso necessari tassi di interesse bassi e svalutazione dell'euro. Denaro a buon mercato ed esportazioni facili che hanno dato grande spinta all'economia tedesca, il cui surplus commerciale altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con un apprezzamento della moneta, non una svalutazione. Il costo, per la Germania, è stato politico, non economico. La sua popolarità presso gli altri stati membri, soprattutto del Sud Europa, è crollata. L'Unione europea si è indebolita, forse come mai prima nella sua breve storia, mentre la Germania è ancora più forte, tanto che il cosidetto direttorio franco-tedesco è ormai squilibrato.

Il presidente Trump è un pragmatico, un negoziatore d'affari, e la cancelliera Merkel una statista esperta e lungimirante. Non è affatto escluso che i due imparino per necessità a lavorare insieme, ma le divergenze, in campo geopolitico ed economico, sono profonde. In realtà, nonostante il loro sia stato un rapporto sinceramente cordiale, e contraddistinto da una certa sintonia personale, anche tra Obama e la Merkel non sono mancate differenze, come sulla gestione della crisi europea. Anche Obama era preoccupato della debolezza dell'euro e da una stagnazione economica nell'Eurozona che rischiava di frenare la crescita americana e mettere a rischio la sua rielezione. Obama era convinto che per superare la crisi dovessero essere adottati in Europa salvataggi e stimoli fiscali come quelli implementati dalla sua amministrazione in America e ha ripetutamente esortato la Merkel ad abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva, e persino ad accettare una qualche forma di condivisione dei debiti pubblici.

E' così radicato il pregiudizio anti-Trump nei mainstream media che dalle cronache dell'incontro di venerdì alla Casa Bianca la Merkel emerge come nuova leader del mondo libero e portavoce degli interessi dell'Unione europea, ma a Washington si fa strada un punto di vista radicalmente diverso sulla Germania. E' maturata una nuova consapevolezza della crescente egemonia tedesca sul Vecchio Continente (sebbene il tema trasparisse già negli anni di Obama) e delle domande difficili da porsi. Esiste una nuova "questione tedesca", dal momento che nella cornice dell'Unione europea non esistono più contrappesi al potere di Berlino? La Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida all'ordine politico ed economico occidentale? A chiederselo è il politologo Walter Russell Mead in un'analisi pubblicata su "The American Interest".

Parte del problema, a suo avviso, è che le classi dirigenti tedesche non sono nemmeno consapevoli di quanto nazionalista sia diventata la loro politica. Il passaggio dell'Europa orientale da un'epoca di dominio russo all'integrazione in un ordine europeo dominato dalla Germania non è solo una vittoria dello stato di diritto come nella visione di Berlino, ma innanzitutto uno spostamento di potere nel quale la Russia abbandona ogni velleità di recuperare l'influenza perduta con il crollo dell'Unione sovietica, mentre la Germania espande a est la propria, consolidando la sua posizione di stato leader in Europa dagli Urali all'Atlantico. I tedeschi percepiscono la propria politica europea come un modello di europeismo responsabile e disinteressato, motivato dal loro "incrollabile impegno per un'Europa post-nazionalista", in mezzo a partner irresponsabili e ingrati. In realtà, osserva WRM, è "molto più nazionalista di quanto credano". Ritenendo il nazionalismo come qualcosa di "malvagio e distruttivo", i tedeschi pensano di esserne immuni. "Non è malvagio, né fascista", ma la Germania "è ancora una nazione" e i tedeschi perseguono i propri interessi nazionali.

Scrive quindi WRM che "non disposta a riconoscere che persegue una politica commerciale brutalmente mercantilista e che ha sacrificato la solidarietà europea per preservare l'armonia politica interna, la Germania è diventata meno un sostenitore dell'ordine occidentale e più un problema per l'Occidente". Realtà difficile da riconoscere per i tedeschi, e quindi ancor più difficile per i partner da discutere efficacemente con Berlino. Il guaio, osserva, è che "gli altri Paesi europei non hanno più il potere per indurre la Germania a ripensare la sua politica europea". Con il Regno Unito che ha imboccato la via dell'uscita dalla Ue, una Francia scossa dal terrorismo, indebolita economicamente e verso un'elezione presidenziale dall'esito incerto, Italia e Spagna retrocesse dalla crisi, non esistono più contrappesi allo strapotere tedesco. "Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa".

Sia la Russia di Putin che la Turchia di Erdogan stanno cercando di "destabilizzare" l'Ue. Per gli Stati Uniti, ricorda WRM, è sempre stata desiderabile un'Europa in pace, libera da influenze esterne, e coinvolta in un sistema capitalistico aperto a livello mondiale. Su tali presupposti hanno lavorato con Berlino e gli altri alleati europei per espandere Nato e Ue. E queste sono state "le basi" delle relazioni tra Washington e Berlino fin dal 1990, nonché le basi del sostegno da parte dell'amministrazione Bush padre alla riunificazione tedesca "contro i desideri dei russi, dei britannici e dei francesi". Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher ad una "Grande Germania": coniugate al "carattere nazionale" tedesco, dimensioni e posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto provocare un "effetto destabilizzante" sull'Europa. La riunificazione, avvertiva la Thatcher, "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca". Preoccupazioni condivise dall'allora presidente francese Mitterand (la riunificazione farà riemergere i tedeschi "cattivi"). Emblematica la celebre battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due".

Alla fine, la riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue. Ora, avverte WRM a conclusione della sua analisi, l'amministrazione Trump potrebbe essere la prima da decenni a trovarsi di fronte interrogativi difficili, impensabili fino a pochi anni fa per la politica estera americana. Cosa succede "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, a sostegno dei principi dell'ordine liberale, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? E "nella nuova fase di rivalità tra Germania e Russia per il controllo dell'Europa orientale - si chiede - dove stanno gli interessi dell'America?"

"Senza una relazione stretta con Berlino - osserva WRM - è difficile per gli Stati Uniti fare molto riguardo l'attacco di Putin all'ordine post-Guerra Fredda in Europa e in Medio Oriente, ma allo stesso tempo la stabilità tedesca poggia su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa". Le rimostranze per il surplus commerciale tedesco non giungono solo dal "protezionista" Trump, ma trovano inaspettate sponde anche in diverse capitali europee, dove si ritiene che Berlino stia indebolendo la ripresa nell'Eurozona mancando di stimolare la propria domanda interna. L'attuale surplus tedesco viola le regole e "fa male a tutta l'Europa", è la denuncia reiterata dall'ex premier italiano Renzi. In generale, rileva il politologo, si rimprovera alla Germania di avere "un approccio all'euro essenzialmente predatorio", di perseguire, come la Cina, una "politica mercantilista basata sul mantenimento con ogni mezzo" di un surplus commerciale, che in Germania, come in Cina, "assicura la stabilità sociale e la salute dei settori industriali".

Ma questa politica, avverte WRM, "sebbene popolare internamente, sembra insostenibile". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dell'Ue per la leadership tedesca, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato". Secondo il politologo, sono due i temi sui quali venendo incontro alle richieste dell'amministrazione Trump, Berlino potrebbe creare le basi per rinnovare la sua alleanza con Washington: rispettare l'impegno di spesa militare in ambito Nato e affrontare il tema del surplus commerciale. Anche se entrambi questi passi "metterebbero a rischio la pace sociale in Germania". E' possibile che proprio richieste in tal senso si sia sentita avanzare, e in toni abbastanza assertivi, la cancelliera Merkel durante il suo incontro con il presidente Trump alla Casa Bianca. Da qui il clima cordiale, ma freddo del loro primo incontro. Che per la prima volta la Merkel anziché spadroneggiare si sia vista recapitare il conto?

Saturday, December 01, 2012

Sinistra irriformabile: perso il "treno" Renzi

Perso l'ennesimo treno verso democrazia e modernità

Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.

L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.

È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
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Wednesday, September 19, 2012

Romney e la dittatura dei sussidiati

Siamo democraticamente tornati ad essere sudditi?

Spesso si può affermare una verità solo al prezzo dannatamente salato del politicamente scorretto, ma per chi fosse interessato ad approfondire nel merito, e con onestà intellettuale, le parole carpite a Romney dalla telecamera di un cellulare nascosto, il candidato repubblicano ha centrato il tema politico dei nostri tempi, il discrimine che orienta le scelte dei governi, e degli elettori, nelle nostre società. Non sorprende che parlando ad alcuni facoltosi sostenitori durante una cena privata si sia lasciato andare ad un linguaggio molto diretto, estremizzando i suoi concetti per renderli comprensibili, come capita a chiunque.

E' ipocrita imputargli l'imprecisione dei dati statistici o la ruvidezza delle sue generalizzazioni. Considerando il contesto politicamente "amichevole", è ovvio che non abbia calibrato il suo messaggio per un pubblico vasto. Riassumere il senso del suo discorso nella frase "i poveri non mi interessano, tanto votano Obama", o "chi sta con Obama non paga le tasse", è pura mistificazione, spesso inconsapevole, frutto del copia-incolla praticato nelle redazioni dei media più "autorevoli". Può piacere o no, ma il tema posto da Romney è quello della dipendenza di una sempre più rilevante fetta della popolazione americana dai soldi del governo e delle questioni da ciò derivanti: se rappresenti o meno una minaccia per una nazione fondata sulla libertà e la responsabilità individuali e in che modo debba comportarsi in campagna elettorale un candidato alla presidenza portatore di un approccio opposto.
(...)
La cifra del popolo dei "sussidiati" che voteranno comunque per Obama è arbitraria, così come non è affatto scontato che coincida con quel 47% di americani che di fatto non pagano l'imposta sul reddito personale, ma è indubbio che questi elettori non sono molto sensibili alla proposta di abbassare le tasse e che il fenomeno della "dipendenza" dal governo ha una consistenza numerica elettoralmente non trascurabile.

Sono in gioco due concezioni alternative del ruolo del governo: «Crediamo in una società incentrata sul governo che elargisce sempre più benefit, oppure in una società fondata sulla libera iniziativa, in cui le persone hanno la possibilità di inseguire i propri sogni?».

La gaffe sta nel fatto che trattandosi di un video "rubato" Romney non si esprime con precisione nell'analisi e nei termini appropriati, ma è questo ormai il vero discrimine politico, non più le vecchie distinzioni destra/sinistra. Nell'epoca in cui viviamo lo stato ha accresciuto come mai nella storia le sue capacità di intervento nella società. L'incidenza della spesa pubblica sul Pil era del 7,5% negli Stati Uniti all'inizio del secolo scorso ed è progressivamente salita fino al 40% di oggi. Per non parlare dell'Italia, dove siamo passati da un 17,1% dei primi del '900 al 30% degli anni '20, al 40% della fine degli anni '70, fino al 50 e dintorni dal 1986 ad oggi. Ma è una tendenza consolidata in tutti i paesi occidentali: da una media di circa il 12% agli inizi del XX secolo a ben oltre il 40% di oggi, con punte vicine al 50. Ciò significa che gran parte delle nostre economie, imprese e singoli individui, dipendono direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica, dalle risorse elargite dai governi.

Chiedersi che impatto ha tutto ciò sul processo democratico non è ozioso. È noto che in democrazia gruppi e singoli esprimono le proprie preferenze politiche con un occhio o due ai loro interessi particolari. Anzi, è il sistema di governo finora migliore nel garantire alla molteplicità di interessi di esprimersi ma allo stesso tempo di arrivare civilmente ad una sintesi, che per forza di cose accontenta molti ma non tutti, o meglio scontenta in misura accettabile molti, e pochi in modo inaccettabile.

Ma cosa accade se lo stato espande il proprio ruolo, nella misura e negli ambiti, fino al punto di alimentare una vera e propria dipendenza della maggior parte della popolazione dai suoi benefit? Non c'è forse il rischio che i cittadini votino per chi garantisce loro la permanenza, se non l'estensione dei benefit, e che le classi politiche per restare al potere accrescano sempre di più il ruolo del governo e incoraggino la cultura della dipendenza? Insomma, lo spettro che un voto di scambio di massa possa inquinare il processo democratico aleggia.

Forse nessuno meglio di noi italiani può sapere quanto sia fondato questo rischio e quanto sia difficile tornare indietro. Se tutti ormai ammettono che abbiamo esagerato con spesa pubblica e tasse, perché non riusciamo a invertire la rotta? Perché al dunque, quando dalle parole bisognerebbe passare ai fatti, i gruppi di interesse organizzati, così come i singoli elettori nelle urne, non vogliono rinunciare alla propria fetta di torta garantita dallo stato? Se Romney avverte questo rischio per gli Stati Uniti, dove spesa pubblica e pressione fiscale non sono comparabili alle nostre, in Italia potremmo aver oltrepassato una sorta di punto di non ritorno. Che succede quando più o meno la metà dell'economia nazionale dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica? Quante chance ha di prevalere un'agenda politica alternativa? Si può parlare di una "dittatura dei sussidiati", di una volontaria rinuncia alla libertà?

Poco male, si potrebbe obiettare, se lo stato provvede - in modo più o meno efficiente ed efficace a seconda dei paesi - ai nostri bisogni primari (e secondari). Probabilmente pochi di noi hanno piena consapevolezza delle prospettive che ci sono precluse a fronte delle sicurezze statali, di tutte le porte che la vita ci offre e che non apriremo mai, essendo la nostra strada tracciata in partenza da ciò che lo stato ci mette a disposizione.
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Tuesday, September 18, 2012

Non Marchionne, l'Italia deve decidere cosa vuole fare

Anche su L'Opinione

Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.

La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.

L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.

La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.

I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?

Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.

Wednesday, February 29, 2012

Un nuovo pasticcio che mortifica la libera iniziativa

Anche su Notapolitica

Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l'area di esenzione dall'Imu per le attività cosiddette "non commerciali" sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un'altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti. Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell'iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese.

Ci si è accorti che l'Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto no profit, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge. Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d'infanzia. Tutti abbiamo ben presente quale sia l'offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall'imposta), e dunque comprendiamo l'importanza che sia affiancata da realtà private. L'Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l'accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l'occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.

Che fare? Il principio esposto ieri dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l'Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L'imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell'opinione pubblica il fatto che l'Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un'impresa? L'idea è che per rendere socialmente accettabile l'esenzione dall'Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come «concretamente non commerciali», in poche parole no profit. Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all'attività, didattica o di assistenza.

Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell'ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all'atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel "sociale"?

Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza "sociale". Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in no profit, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato. Non sono forse "servizio pubblico" e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch'essi venire esentati dall'Imu? Giustificando con l'assenza di profitto l'esenzione da un'imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.

L'impressione è che imporre l'etichetta no profit, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un'esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto. Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l'Imu. Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com'è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l'ipocrisia no profit non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del "lucro" e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.

Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare. E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un'organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.

Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l'emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l'esenzione sia limitata alla sola «frazione» di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un'auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all'interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post. Le polemiche non finiranno qui.

Monday, January 23, 2012

Un 6- alle liberalizzazioni di Monti

Anche su Notapolitica

Ad una attenta lettura, al netto delle prime impressioni – influenzate positivamente dalla sua ampiezza e dal vantaggio comunicativo di cui ha goduto essendo licenziato nella serata di venerdì, per cui la copertura mediatica è stata fin da subito sapientemente orientata dalla conferenza stampa al termine del Cdm e dalle apparizioni di Monti in tv (8 e mezzo e In Mezz'ora) – il dl liberalizzazioni ottiene a stento la sufficienza (un 6-), cui arriva grazie allo scorporo della rete gas da Eni, mentre su tutto il resto è largamente insufficiente. Corposo sì, e un punto di merito è senz'altro l'essere stati capaci di toccare nello stesso provvedimento una pluralità di categorie, ma sulla sua reale incisività, e in molti settori persino sulla sua natura liberalizzatrice, permangono forti dubbi. Il voto complessivo però vira al negativo o al positivo in funzione dei parametri di giudizio cui ci si attiene. Due, in particolare, portano ad esiti antitetici ma egualmente fondati.

Si può fondatamente argomentare, come fanno Alesina e Giavazzi sul Corriere, che «il governo Monti ha fatto in due mesi ciò che i precedenti governi non avevano fatto dall'introduzione dell'euro». E dunque, se questo è il metro di giudizio, l'operato dei precedenti governi, il dl non può che essere promosso a pieni voti. Troppo facile, obietterebbe qualcuno, fare meglio dei precedessori, le cui performance sono state così gravemente insufficienti. Se invece i metri di giudizio sono la gravità della situazione, il grado di cambiamento, di shock sistemico, di cui l'Italia ha bisogno, e il contesto politico (un governo senza il problema dei consensi e di scadenze elettorali, con il sostegno "politico" del capo dello Stato e della grande stampa, e i partiti alle corde) allora viriamo nell'area dell'insufficienza.

Il difetto principale è nell'impostazione della maggior parte degli interventi. L'intenzione è di promuovere la concorrenza, e attraverso di essa migliorare i servizi abbassandone i costi e aprire ai giovani, ma l'obiettivo viene perseguito a colpi di dirigismo molto più che di vere liberalizzazioni. Di stampo dirigista, per esempio, l'ampliamento "ope legis" delle piante organiche di farmacie e notai, nella presunzione che il numero ottimale di operatori sul mercato per favorire la concorrenza possa essere pianificato dal regolatore. Anche nella moltiplicazione delle authority e nella costituenda Autorità delle Reti, che alle competenze sull'energia e il gas somma quelle su acqua e trasporti, si tocca con mano l'attitudine alla regolazione e alla pianificazione in ogni settore dei servizi. E' forte il rischio – soprattutto nell'accentramento di competenze così eterogenee – di una ulteriore burocratizzazione, di una sorta di ministero parallelo, o peggio ombra. Nelle intenzioni del governo l'obiettivo è chiaramente quello di spoliticizzare alcune questioni spinose demandandole alle authority, ma non è affatto automatico che non resteranno prigioniere di lobbies e partiti, semplicemente più lontano dai riflettori.

Se la concorrenza viene promossa – giustamente – a principio guida sia del dl che della comunicazione del premier, è invece assente una chiara scelta politica e culturale in favore della libertà e della deregulation. Sembra prevalere una logica di contrattazioni separate con i colossi pubblici e le singole lobbies, che porta a risultati difformi da settore a settore e ad uno sforzo piuttosto di ri-regulation (che speriamo non si traduca in over-regulation). Non si rinuncia, insomma, al principio che debba essere lo Stato a programmare l'offerta, anche se da parte di privati, di un certo bene o servizio; e a programmare anche il "quantum" di concorrenza in ciascun settore.

La separazione di Snam rete gas da Eni entro i prossimi sei mesi (anche se l'intero processo durerà molto di più, quindi bisognerà vigilare sulla irreversibilità della scelta) è la portata principale, probabilmente quella che nella sua recente visita a Londra il premier Monti ha anticipato agli operatori della più importante piazza finanziaria europea. Intorno un pulviscolo di snack più o meno appetitosi, alcuni indigesti. Altri due colossi pubblici, Ferrovie e Poste, non vengono sfiorati. Positiva la stretta sugli affidamenti in house dei servizi pubblici locali (possibili fino ad un valore economico di 200 mila euro anziché di 900 mila), ma pur sempre nel solco del decreto Ronchi. Viene infatti lasciata aperta per gli enti locali la possibilità di derogare al regime di gare ad evidenza pubblica, previo parere dell'Antitrust, obbligatorio ma non vincolante. Il rischio è l'aumento del contenzioso e la riapertura di guerre ideologiche sul concetto di bene e servizio pubblico. Si promuove inoltre la fusione tra società, garantendo per cinque anni l'affidamento diretto, nella speranza che si producano economie di scala, anche qui con la presunzione che sia il regolatore e non il mercato a conoscere quale sia la dimensione aziendale ottimale.

Insufficienti le norme sulle professioni. C'è l'abolizione dei tariffari, c'è l'obbligo di preventivo, che dovrebbero favorire il passaggio dagli onorari a tempo ad altri schemi remunerativi, ma manca un vero e proprio abbattimento delle barriere legali e non che intralciano l'ingresso di nuovi attori nel mercato. Non c'è una liberalizzazione del regime ordinistico, con il passaggio ad un sistema di libere associazioni (con riconoscimento pubblico ma che non operino in monopolio). La durata massima del tirocinio per l'accesso alle professioni viene ridotta a 18 mesi e i primi sei potranno essere svolti all'interno delle università, ma solo a seguito di apposite convenzioni con gli ordini professionali. Si pianifica il numero di notai che dovrebbe garantire un sufficiente grado di concorrenza, ma non si riducono i casi in cui sono obbligatorie le loro prestazioni, né viene messa in discussione la loro esclusiva in funzioni che potrebbero essere svolte anche da avvocati e commercialisti. Anche delle farmacie si pretende di conoscere il numero ottimale, continuando quindi a negare il diritto al farmacista abilitato di avviare liberamente un suo esercizio. Liberalizzati turni e orari, ma la remunerazione del farmacista resta proporzionale al prezzo del farmaco, il che non sembra un incentivo a praticare sconti.

Patetici i dietrofront su farmaci di fascia C e liberalizzazione dei saldi, mentre si rinvia il nodo dei taxi. Sul numero e il rilascio delle licenze in ciascuna città decide l'Autorità delle Reti, sentiti Comuni e tassisti. Si prevede una maggiore flessibilità delle tariffe, fermi restando i limiti massimi, e l'extraterritorialità, sebbene con il consenso dei sindaci interessati, ma viene escluso il cumulo delle licenze con l'intento dichiarato di impedire attività di impresa. Di natura dirigista anche gli interventi su banche (conto corrente base e commissioni sui prelievi bancomat fissate per legge) e assicurazioni (non abolito il rapporto di esclusiva degli agenti, che però per la Rc auto hanno l'obbligo di presentare le proposte di due concorrenti). Cancellata la liberalizzazione delle attività di prospezione e ricerca di idrocarburi, nel decreto c'è un discreto sforzo per rendere più efficiente la distribuzione dei caburanti: rimossi i vincoli al self service pre-pay anche durante gli orari di apertura, ma solo per gli impianti al di fuori dei centri abitati; liberalizzata la vendita di prodotti non oil; superamento dei vincoli di esclusiva, solo per le pompe di proprietà del gestore.

Manca la madre di tutte le liberalizzazioni, quella del mercato del lavoro. Qui la scelta del governo è stata fin dall'inizio quella di stralciarla, per poterla trattare separatamente con i sindacati e associarla ad una riforma degli ammortizzatori sociali. Il rischio – avvalorato dalle voci secondo cui il tema dell'art. 18 sarebbe ormai fuori agenda e lo schema Boeri-Garibaldi, tradotto in proposta di legge da Paolo Nerozzi, senatore Pd ex Cgil, quello destinato a prevalere – è che l'esito della concertazione porti ad una restaurazione di rigidità piuttosto che ad una maggiore flessibilità.

Dal punto di vista strettamente politico, se il punto di partenza del pacchetto liberalizzazioni non è particolarmente ambizioso, possiamo immaginarci cosa accadrà nei due mesi che ancora ci separano dalla conversione in legge del dl. Due mesi di negoziazioni selvagge in Parlamento con le varie lobbies, con l'alto rischio di ulteriori compromessi al ribasso. Inquieta anche una certa tendenza all'autocompiacimento e all'esagerazione del governo dei tecnici, che credevamo peculiarità di quelli politici. In particolare, che queste misure possano far crescere il Pil dell'11% nell'arco dei prossimi anni è una grossa sparata propagandistica che non sarebbe stata perdonata a un governo politico, e il segnale che anche per i tecnici l'arte di vendere supera la qualità del prodotto venduto. Quell'11% è il risultato di studi autorevoli, che ipotizzavano però riforme di tutt'altra portata. Come ha sottolineato Alberto Mingardi, dell'Istituto Bruno Leoni, il principale pericolo adesso è che il capitolo liberalizzazioni possa ritenersi chiuso, tornare nel cassetto e restarci a lungo, mentre l'inefficacia delle misure prese rispetto alle aspettative suscitate non farà altro che alimentare la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti del mercato e della concorrenza.

Friday, January 13, 2012

Italia mostly unfree

Anche su Notapolitica

L'Italia continua a precipitare nell'Index of Economic Freedom, l'indice della libertà economica nel mondo, elaborato ogni anno da Heritage Foundation e Wall Street Journal. Un vero e proprio tracollo dal 42° posto nel 2006 al 92° di quest'anno su 179 Paesi esaminati (60° nel 2007, 64° nel 2008, 76° nel 2009, 74° nel 2010 e 87° nel 2011). Ma la notizia del 2012 è che per la prima volta il nostro Paese compare nella fascia dei Paesi definiti «mostly unfree» («essenzialmente non liberi»). Siamo scivolati, infatti, nel punteggio complessivo, al di sotto della soglia 60, al 58,8 (-1,5 rispetto al 60,3 dello scorso anno), mentre da anni, anche se con un punteggio non molto superiore, riuscivamo a restare almeno nella fascia dei Paesi «moderatamente liberi» (tra i 60 e i 69,9 punti). Ormai lontanissimi dal punteggio medio delle economie definite «libere» (84,7), siamo leggermente sotto la media mondiale, che è di 59,5, in compagnia di Gambia, Honduras e Azerbaijan, mentre persino Kirghizistan e Burkina Faso risultano avere economie più libere della nostra. Tra i 43 Paesi della regione europea, il cui punteggio medio è 66,1, ci piazziamo al 36° posto, davanti a Grecia, Serbia, Bosnia, Moldova, Russia, Ucraina e Bielorussia, mentre solo la Grecia fa peggio di noi tra i Paesi Ue. Il ranking peggiora a livelli impressionanti se osserviamo in particolare tre parametri. Per la pressione fiscale siamo al 169° posto su 179 Paesi e per la spesa pubblica al 168°, in questo caso in compagnia di molti Paesi europei. Molto male anche il grado di libertà del mercato del lavoro (153° posto).

Si dirà che si tratta di realtà non comparabili, ma non bisogna confondere questo indicatore con la ricchezza o l'industrializzazione dei Paesi. Il suo obiettivo è misurare il grado di libertà dei sistemi economici. Dunque – almeno per chi crede che più libera è un'economia maggiori sono le sue possibilità di crescere – misura semmai una tendenza alla prosperità. In questo senso va forse letto un altro dato che emerge dalla classifica di quest'anno: l'avanzata dei Paesi asiatici, africani e sudamericani, segno che sempre più Paesi in via di sviluppo individuano nelle politiche di maggiore libertà economica quelle più appropriate per favorire lo sviluppo, mentre tra i Paesi occidentali, anche a causa del ruolo dei governi nella crisi, è in corso il processo inverso e tutti arretrano nel ranking generale. Solo cinque Paesi si situano nella prima fascia, quella dei «liberi»: i primi due sono asiatici (Hong Kong e Singapore), al terzo e quarto posto troviamo i due Paesi più grandi dell'Oceania (Australia e Nuova Zelanda) e al quinto la Svizzera, prima tra gli europei. Per la prima volta in assoluto fa il suo ingresso nella top ten, piazzandosi all'ottavo posto, un Paese dell'Africa sub-sahariana: le Mauritius. Tra i primi dieci anche Canada (6°), Cile (7°), Irlanda (9°) e gli Stati Uniti (10°), che ci rientrano per un soffio, lo 0,1 che li separa dalla Danimarca (11°), molto citata da noi per il suo modello di flexsecurity. Dei 23 Paesi nella fascia degli «essenzialmente liberi» 13 sono europei (tra cui la sorpresa Islanda e 8 dell'area euro), 3 asiatici (Taiwan, Macau e Giappone), 2 nordamericani (Canada e Usa), 2 sudamericani (Cile e l'ormai nota Saint Lucia, che si piazza tra Giappone e Germania!), 2 arabi (Bahrein e Qatar) e uno africano.

Ma è tra i «moderatamente liberi» che si registra l'exploit degli Stati africani, asiatici e mediorientali: new entry Marocco, Ghana e Mongolia. Si confermano migliorando il loro punteggio Uganda, Madagascar, Ruanda, Kazakistan, Thailandia, Malesia, Panama, Costa Rica, Perù e Barbados. Mentre sono ormai vicini a superare la soglia dei 70 punti, quindi ad entrare tra i Paesi «essenzialmente liberi», Corea del Sud, Giordania (primo tra i Paesi arabi non ricchi di petrolio), Botswana ed Emirati Arabi Uniti.

Tornando al giudizio sul nostro Paese, l'ulteriore perdita di posizioni è in particolare dovuta al peggioramento nel controllo della spesa pubblica (-9,2), che ha raggiunto il 51,8% del Pil, nella libertà dalla corruzione (-4) e nella rigidità del mercato del lavoro (-1,4). Il debito continua ad essere troppo elevato così come la pressione fiscale, nel 2011 salita al 43,5% del Pil. Per quanto riguarda lo stato di diritto, diritti di proprietà e contratti sono tutelati, ma i procedimenti giudiziari restano estremamente lenti e l'ordinamento legale è vulnerabile a interferenze politiche. La complessità del quadro normativo e delle procedure amministrative aumenta i costi delle attività produttive, danneggiandone la competitività. La sorpresa è che nonostante il governo punti sulle liberalizzazioni come priorità per la crescita, i punteggi migliori l'Italia li ottiene proprio nel capitolo sull'apertura dei mercati. La libertà di commercio riceve un punteggio di 87,1, il più alto dei parametri considerati, e un buon 75 la libertà di investimento, frenata da una burocrazia complessa, dall'eccessiva arbitrarietà nell'applicazione delle normative e dalle interferenze politiche.

Wednesday, January 11, 2012

Una tattica pericolosa

Anche su Notapolitica

Con il passare delle settimane, e alla luce dell'incontro di oggi con la cancelliera Merkel, si rafforza il sospetto che quella di Monti non sia (o per lo meno non lo sia ancora) una strategia, bensì una tattica. E che la sua tattica consista nel dare dei contentini ai tedeschi - eliminati due dei privilegi, i più odiosi ai loro occhi, di cui godevano gli italiani, ovvero le pensioni d'anzianità e la detassazione della prima casa - per poi presentarsi a Berlino e sperare che il compitino fatto e la sua autorevolezza personale lo aiutino a strappare alla Merkel un ammorbidimento della linea rigorista e un rafforzamento del fondo salva-Stati, e magari una qualche forma di condivisione del debito (come gli eurobond), il che dovrebbe tradursi in una riduzione dei tassi d'interesse sui nostri titoli di Stato.

Se è un modo per farci rifiatare, per comprare il tempo necessario a realizzare le riforme di struttura, dello Stato e dell'economia italiana, allora si tratta di una tattica pericolosa ma che può tradursi in una strategia vincente nel medio periodo. Se invece è un modo per evitare di metter mano davvero al sistema-Italia, sperando che con il tempo gli squilibri vengano assorbiti nel calderone europeo, allora stiamo irresponsabilmente scherzando con il fuoco e il rischio - ammesso e non concesso di convincere i tedeschi, ma soprattutto i mercati, e di evitare la fine della Grecia - è che fra un paio d'anni l'euro, se ci sarà ancora, somigli più alla lira che al marco.

Da una parte Monti mostra di condividere l'approccio tedesco, quando afferma che «non c'è nessuna crisi dell'euro» e che «in molti Stati dell'Eurozona c'è una crisi finanziaria legata al loro indebitamento»; dall'altra, sembra svicolare quando si raccomanda alla Merkel (l'Italia è appena all'inizio del suo cammino di riforma ma già pretende che tocchi agli «altri») e ai mercati, ai quali chiede di riconoscere gli sforzi italiani e quindi di concedere una riduzione dei tassi, oggi a livelli che a suo avviso «non sono più giustificati», come rivendicherebbe chiunque nella sua posizione.

Insomma, non vorremmo che in Monti e nel suo governo prevalesse l'idea impudente che una spremuta di tasse e qualche riforma pro-mercato, più cosmetica che sostanziale, possano bastare per ottenere in cambio tassi inferiori sul debito. E ci auguriamo che quando osserva che il tema della crescita «sale, come è giusto che salga, nell'agenda europea», non abbia in mente un'Europa dispensatrice di stimoli fiscali al posto degli Stati membri, dal momento che questi sono ormai impossibilitati a tentare singolarmente la via della crescita attraverso la spesa.

Dopo una manovra quasi interamente di tasse, il decreto sulle liberalizzazioni, che Monti annuncia «molto ampio», sarà la cartina di tornasole della volontà e del coraggio riformatore del governo dei tecnici. Ci dirà se quella italiana è l'ennesima tattica spregiudicata o se dietro c'è una vera strategia di cambiamento. Come sottolinea Antonio Polito nel suo editoriale di oggi, sul Corriere della Sera, «prima di cercare la pagliuzza nell'occhio dei "piccoli" e dei "privati", bisogna rimuovere la trave in quello dei "grandi" e dei "pubblici". Sono infatti i mercati in cui il soggetto dominante è pubblico quelli dove c'è più grasso da raschiare». Non è un problema di simpatia. Tutt'altro. Esercizi commerciali, farmacie, edicole, benzinai, tassisti: sono tutte categorie che bisogna - per equità ed efficienza - aprire al mercato, senza perdere ulteriore tempo. Ma onestamente quanta spinta alla crescita possiamo aspettarci dai farmaci di fascia C in vendita nei supermercati Coop e dai giornali alle pompe di benzina? Briciole.

Diciamo che valgono come antipasto, ma per soddisfare la fame di crescita del nostro Paese ci vuole l'arrosto. E l'arrosto si cucina liberalizzando il mercato del lavoro, le professioni, i servizi pubblici locali e le reti. Energia, trasporti, banche, assicurazioni, poste sono i settori dalla cui apertura al mercato si può sperare un contributo significativo alla crescita. E se si vuole rilanciare la crescita senza toccare la leva fiscale, affidandosi unicamente alle liberalizzazioni, bisogna che almeno siano di grande impatto, non un'operazione di mera cosmesi. Ascoltare dal sottosegretario Catricalà che la separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas «non è una priorità», vedere il progetto Nerozzi farsi strada a scapito di quello Ichino e assistere al mutismo del governo in tema di privatizzazioni e municipalizzate non lascia ben sperare.

Monday, October 10, 2011

Steve Jobs, genio del capitalismo o criminale?


Tra le molte cose che si sono scritte e dette in questi giorni di Steve Jobs, in particolare mi hanno colpito due riflessioni, non sulla sua morte quanto piuttosto sulle reazioni alla sua morte. Una di Alessandro Campi, «Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita», su Il Foglio; l'altra di Enzo Reale, «La parabola del buon capitalista», sul suo blog 1972. Pur non avendo posseduto nessuno degli oggetti di culto creati da Jobs, e appartenendo al "partito" del Blackberry, faccio parte dei tanti che riconoscono serenamente la grandezza di Jobs nell'averci «cambiato la vita». Probabilmente il giudizio di Campi è condizionato troppo dalle ultime creazioni del "mago" californiano: l'iPod, l'iPhone, l'iPad. Pur essendo questi ultimi gli oggetti che hanno trasformato Apple da ristretta setta di esperti di grafica a «religione pop o light» di livello mondiale, e il suo fondatore in una sorta di guru, tuttavia a mio modesto avviso il maggior impatto sulle nostre vite quotidiane l'hanno avuto i suoi primi prodotti, i primi personal computer e lo sviluppo dell'interfaccia a icone. L'estrema intuitività con cui oggi comandiamo i nostri pc si deve principalmente a lui e senza questo sviluppo non avrebbero avuto la diffusione che hanno avuto tra le mura domestiche e sui posti di lavoro.

C'è un fondo di verità, dunque, nella riflessione del prof. Campi, quando dice che negli ultimi tre prodotti c'è più estetica, più marketing, che una reale «rivoluzione» nelle nostre vite e quando riconosce in Jobs il «capitano d'industria», geniale anche per aver inventato «un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori». Se questo in qualche modo sminuisce la figura di Jobs agli occhi dell'intellettuale conservatore, che con un malcelato pizzico di moralismo denuncia il vuoto e la solitudine del consumismo e sembra liquidarlo come «un inventore con un grande senso per gli affari», è proprio l'aspetto industriale e capitalistico che Enzo Reale ci ammonisce a non nascondere sotto il politically correct. Se, e nella misura in cui Jobs ci ha «cambiato la vita», lo dobbiamo al puro spirito del capitalismo, mentre i giudizi sul guru della Apple sono così favorevoli perché delle sue innovazioni apprezziamo e enfatizziamo il «carattere sociale, ai limiti del filantropismo», quasi vergognandoci del fatto che dovremmo innanzitutto ringraziare il «grande capitalista» Jobs, «il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più».

La storia di Jobs, ma di tanti altri "geni" ancora in vita, è la dimostrazione più lampante che è la ricerca del profitto, «l'avidità», per dirla alla Milton Friedman, a far progredire il mondo, e quindi a cambiare in meglio non solo le vite di chi si arricchisce, ma anche quelle di milioni di persone, spesso dell'intera umanità. «Quella di migliorare e modernizzare la realtà - conclude Reale - è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare».

Senza l'etica capitalista, senza la prospettiva di straripanti ricchezze, non avremmo avuto né Steve Jobs né i suoi prodotti. Dovremmo ricordarcene quando ascoltiamo parole come quelle del regista Ermanno Olmi, in questi giorni nelle sale con il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone», un sermone pauperista e catto-comunista. Secondo il regista, «essere stra-ricchi, sopra un certo livello, è un crimine, perché si sottrae ricchezza a molti». Dunque, Jobs, o Bill Gates o Mark Zuckerberg, sarebbero dei «criminali»? Chiediamoci: hanno sottratto, o piuttosto creato ricchezza, se non altro per i milioni di posti di lavoro che hanno creato, e non solo nelle loro aziende? La risposta è sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dall'invidia sociale o da ideologie oscurantiste e illiberali. Mi ha lasciato francamente l'amaro in bocca che tesi così strampalate dal punto di vista economico - perché i sistemi di libero mercato non sono affatto giochi "a somma zero" - e così "disumane" - sì, disumane per quanto rappresentano la negazione del più genuino spirito dell'uomo - imperversino in questi giorni persino sulla radio di Confindustria.

Tuesday, July 05, 2011

Patrimoniale, il colpo di grazia!

Diciamoci la verità: forse per la prima volta, almeno così platealmente, il governo Berlusconi è venuto meno alla promessa aurea fatta agli italiani, quella di non mettere le mani nelle loro tasche. Balzelli marginali erano stati introdotti anche negli anni di governo precedenti, ma mai una vera e propria tassa patrimoniale. E quella che sta decretando Tremonti con la sua manovra "comunista" - complici un Berlusconi ormai assopito e disinteressato e ministri attenti solo al loro orticello - è la morte politica e culturale del centrodestra per come, almeno a parole, lo abbiamo conosciuto. Non c'è alcun dubbio: il superbollo tremontiano sui depositi titoli equivale al prelievo notte tempo sui conti corrente effettuato da Amato nel '92. E' una patrimoniale a tutti gli effetti e una patrimoniale che colpisce soprattutto i piccoli risparmiatori, chi ha patrimoni modesti e fa scelte di investimento a basso rischio. Una rapina con ben due aggravanti: perché colpisce indistintamente sia chi dai propri titoli ci guadagna sia chi ci perde; e perché i conti corrente sono soldi messi sotto il materasso, mentre punire i possessori di titoli - di Stato e privati - significa scoraggiare l'investimento dei risparmi nel debito pubblico nazionale e nelle attività produttive collocate in Borsa.

Ma siccome Tremonti non fa cose a caso, vediamo chi in particolare viene scoraggiato. Da subito si passa a 120 euro l'anno rispetto ai 34,20 attuali per i depositi di titoli sopra ai mille euro. Ciò significa che 10 mila euro di Bot annuali sono appena sufficienti per coprire il nuovo bollo. Nel caso di 30 mila euro investiti in Bot, 120 euro rappresentano lo 0,4% del capitale e si mangiano un terzo abbondante dei 450 euro di interessi netti assicurati oggi. Dal 2013 un rincaro a 150 euro per chi possiede fino a 50 mila euro di titoli e fino a 380 euro per chi supera la soglia dei 50 mila significa che ai valori attuali il risparmiatore con 10 mila euro sul deposito titoli restituirebbe in bolli tutto il suo rendimento.

«Quel passaggio dagli attuali 34,20 euro ai 150 euro minimi a regime dal 2013 sono equivalenti - calcola Franco Bechis su Libero - per la stragrande maggioranza dei risparmiatori italiani a un aumento della tassazione sui Bot dall'attuale 12,5% al 35%». Con una decisiva differenza, però: un'aliquota del 35% si sarebbe abbattuta in egual misura su tutti gli investitori, grandi e piccoli, mentre con il superbollo Tremonti ha voluto colpire i piccoli e piccolissimi risparmiatori. Non fatevi ingannare dall'enormità della cifra (380 euro) richiesta a chi ha titoli per un valore superiore ai 50 mila euro, a fronte dei 150 richiesti ai possessori di portafogli di valore inferiore a quella soglia. L'impatto del bollo - essendo un importo fisso - decresce al crescere del capitale investito. Per chi supera appena la soglia dei 50 mila euro, infatti, il nuovo bollo significa un esborso pari allo 0,76% del capitale, ma con 300 mila euro il prelievo si riduce a poco più dello 0,1%. Dunque, nonostante i 380 euro sembrano concepiti apposta per far credere che gli investitori più ricchi vengono tassati di più, in realtà è proprio a chi possiede titoli per meno di 50 mila euro che conviene chiudere i conti. Bechis non usa mezzi termini: «La stangata di Tremonti su quel bollo è di fatto una vera e propria patrimoniale sulla ricchezza finanziaria delle famiglie come non aveva mai osato immaginarla nemmeno un Nichi Vendola».

Alla luce anche dell'annunciata «armonizzazione» della tassazione sulle rendite finanziarie, in base alla quale l'aliquota sui conti corrente e i depositi bancari dovrebbe scendere dal 27 al 20%, è chiaro che Tremonti sta spingendo i piccoli e piccolissimi risparmiatori ad uscire dal mercato dei titoli e ad accontentarsi dei depositi vincolati: non vi avventurate nel diabolico e indecifrabile mercato, roba per oscure e ristrette élite. Un approccio paternalistico, forse per evitare che una prossima crisi faccia perdere alle famiglie i pochi risparmi investiti, impoverendole, ma che rivela una profonda sfiducia nel mercato. Già sono pochi coloro che investono i propri risparmi in titoli. Con misure del genere si allontanano ancor di più gli italiani dal mercato azionario e obbligazionario, vissuto con sempre maggiore diffidenza e pregiudizio negativo, ma è ancor più grave che così facendo si incoraggia un utilizzo del risparmio "conservativo" e improduttivo, a scapito della crescita economica già asfittica del nostro Paese.

Ci si dilunga in interessantissimi quanto sterili dibattiti su "rottamazioni" e primarie, sulla svolta di Alfano nuovo segretario del Pdl eccetera, perdendo di vista che nel 2013 gli italiani giudicheranno questa maggioranza sulla base di che cosa avrà fatto e non avrà fatto al governo del Paese, e non su come il Pdl sceglie i propri coordinatori regionali. Certo, le primarie per la selezione dei candidati e della classe dirigente sono ormai imprescindibili, ne sono straconvinto, ma non mi stancherò mai di ripeterlo: il centrodestra - e ovviamente il Pdl - muore o si rilancia a Palazzo Chigi e a Via XX Settembre. E alla luce delle ultime follie tremontiane sarà bene iniziare a scavare la fossa. Questa patrimoniale potrebbe essere il colpo di grazia.

C'è da riconoscere che non è tutta colpa di Tremonti. Ormai tutti ne conoscono le idee. Occorre prendere atto che, come temevo, le critiche e il pressing sul ministro del Tesoro da parte dei suoi colleghi non hanno prodotto alcun sussulto di riforme liberali, sia sulla spesa che sulle tasse. E' disgustoso, ma mentre Giulio inseriva la peggiore delle tasse patrimoniali, gli altri ministri erano troppo preoccupati a difendere i propri portafogli ministeriali. E Berlusconi sembra ormai essersi arreso. Le cronache lo descrivono addirittura assopito. Non solo non credo si ricandiderà nel 2013, ha perso interesse per l'attività di governo e ha mollato l'ultima presa su Tremonti in cambio di un simulacro di «collegialità».

Anche oggi i commentatori vicini al centrodestra, come Giuliano Ferrara, si perdono in chiacchiere sulle magnifiche doti terapeutiche delle «primarie libere e aperte», per riconnettere il Pdl al suo elettorato, ma nel frattempo Tremonti cambia gli ultimi connotati al centrodestra rimuovendo anche le ultime parvenze liberali: non solo di riduzione delle tasse non si parla più, gli eccessi di Equitalia sono ormai tristemente noti a milioni di italiani e ora questa folle patrimoniale. Alfano pensi pure alle primarie, e soprattutto a blindare il bipolarismo con una riforma elettorale maggioritaria, come gli ha suggerito ieri Panebianco sul Corriere, e come più modestamente ripeto da tempo su questo blog, ma è sulla politica economica che va rifondata l'identità del centrodestra e del Pdl in particolare.

Monday, July 04, 2011

Una manovra comunista

E' davvero incomprensibile e autolesionistico "tagliare" le pensioni invece che allungare fin da subito l'età di pensionamento, e magari colpire i politici e i boiardi di Stato che di pensioni ne cumulano due o tre. A parità di impopolarità tra le due misure, la prima è iniqua e predatoria, e tampona solo provvisoriamente l'emorragia della spesa; la seconda è equa e liberale, e strutturale per i conti pubblici. La prima dev'essere fatta ingoiare come una medicina amara, e come tale verrà ricordata; la seconda può essere fatta digerire all'opinione pubblica come un nuovo patto inter-generazionale, dove i padri e le madri si impegnano a lavorare qualche anno in più per non lasciare sulle spalle dei propri figli i debiti derivanti dai loro trent'anni di inattività.

Ma più si entra nei dettagli di questa manovra, più affiorano misure che definire "comuniste" non è un'esagerazione, per il pesante pregiudizio anti mercato e anti ricchezza che tradiscono. Non solo torna alla mente il motto rifondarolo "far piangere i ricchi", ma come sempre capita in questi casi si scopre che a piangere non sono affatto i "ricchi", ma il ceto medio produttivo. La minore rivalutazione delle pensioni è una di queste misure, visto che il governo sembra considerare "ricco" già chi percepisce un assegno tra i 1.428 e i 2.380 euro. E' la stessa mentalità che portava il Pd a proporre un «contributo di solidarietà» una tantum ai "ricchi" che dichiarano al fisco 100 mila euro.

Anche se il risparmio annuo per le casse dello Stato è considerevole (2,2 miliardi di euro per il 2012 e altrettanti nel 2013), la mancata o parziale rivalutazione delle pensioni, come risulta dai conti dell'Inps, vale circa 8 euro all'anno per una pensione di 1.500 euro mensili lordi e 3,8 al mese per una di 2.000 euro. Ma a prescindere dal loro impatto sui singoli, che sembra piuttosto modesto, misure come il superbollo sulle auto potenti (che praticamente colpisce solo chi possiede un jet) o, appunto, l'intervento sulle pensioni, funzionano come un "manifesto" politico, cioè chiariscono agli occhi degli elettori la vera natura e identità politico-culturale di chi li governa. E se l'immagine che ne risulta non è poi così diversa da quella dei governi Prodi-Visco, non dovrà sorprendere se gli elettori che nel 2008 hanno votato per il centrodestra alle prossime occasioni se ne resteranno a casa.

Davvero scandaloso, poi, non solo perché si configura come un vero e proprio esproprio, ma per la sua logica anti economica - un autentico disincentivo ad investire il risparmio nelle attività produttive, e persino nei titoli di Stato - è l'aumento del bollo sui "depositi titoli": da 34,20 a 120 euro, quasi il 400%! Che non colpisce i grandi investitori con capitali di milioni di euro, ma i depositi sopra i mille euro, cioè tutti, anche quelli dei nonni che investono i loro umili risparmi per lasciare una paghetta ai nipotini.

Luigi Zingales ha stimato, sul Sole24Ore, che «tra imposta di bollo ed imposta sostitutiva, un risparmiatore con 10.000 euro in titoli che abbiano un rendimento medio nominale del 3% paga 180 euro all'anno di imposte, pari al 60% del proprio reddito nominale e al 180% del proprio rendimento reale (assumendo un tasso di inflazione pari al 2%)...». Un esproprio non solo «contro la logica economica, ma anche contro quella costituzionale che auspica la tutela del risparmio e la progressività delle imposte». Secondo una stima riportata oggi sul Corriere della Sera, prendendo un investitore medio (con un deposito titoli di 22.500 euro) si tratterebbe dello 0,5% in meno del totale del portafoglio. Al lordo di altre eventuali voci come le commissioni bancarie, per un portafoglio composto quasi essenzialmente dai nuovi Btp si tratterebbe di un rendimento annuo inferiore all'inflazione. E «secondo alcune stime, in base ai rendimenti attuali, per coprire l'onere del nuovo bollo sarebbero necessari i proventi di oltre 7.500 euro di Buoni ordinari del Tesoro annuali».

Oltre al vero e proprio esproprio, dunque, è evidente l'anti-economicità della misura: si punisce, infatti, chi investe i propri risparmi nel debito pubblico nazionale e, soprattutto, nel finanziamento delle attività produttive quotate in Borsa. Demenziale, ben sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese nell'accesso al credito e nell'attrarre investimenti. In poche parole, si scoraggiano gli italiani ad investire sulla crescita economica del loro Paese.

Attenzione, quindi, perché così Alfano o non Alfano, primarie o non primarie, il centrodestra è finito, il Pdl caput. Se fra Berlusconi e Prodi gli italiani non percepiscono differenze apprezzabili, e se fra Tremonti e Visco l'unica differenza è che il primo riesce laddove il secondo ha fallito, cioè nel vampirizzare i portafogli dei cittadini, allora non solo diventa difficile per il centrodestra rivincere le elezioni, ma il rischio oltre a quello di un tracollo elettorale, è un disfacimento culturale. E mentre i nuovi vertici del Pdl si preoccupano di come ripescare l'Udc, un popolo intero sta per rimanere privo di una rappresentanza politica.

Friday, July 01, 2011

Vince il tremontismo

Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra

E' vero che nessuno ci ha mai chiesto il pareggio di bilancio nel 2011, ed è vero che l'entità della manovra per il 2011 e il 2012, se si sommano gli effetti dei provvedimenti assunti negli anni scorsi, è pressocché identica a quella per il 2013 e 2014, quindi l'accusa di aver scaricato sul successivo governo il peso del risanamento è falsa, posta in questi termini. Lo stesso Tremonti, come ricorda Porro su il Giornale, fece nell'estate del 2008 una manovra da quasi 40 miliardi (quella dei cosiddetti «tagli lineari») che proprio in questi anni sta dispiegando i suoi effetti. Nessuna «bomba a orologeria», dunque. E persino il presidente Napolitano, in quella che è sembrata una replica alle critiche delle opposizioni, l'altro ieri certificava che la concentrazione dei sacrifici nel 2013 e 2014 corrisponde alle richieste europee. Ma in realtà, in mancanza di altre grandi riforme "epocali" da poter vantare, un'accelerazione sarebbe stata nell'interesse proprio dell'attuale governo.

Il pareggio di bilancio nel 2013 anziché nel 2014, cioè con un anno di anticipo, avrebbe significato certo fare più di quanto la stessa Europa ci ha chiesto, certamente avrebbe comportato tagli maggiori nel 2011 e nel 2012, ma forse avremmo sorpreso positivamente i mercati, evitando di restare sul filo del rasoio per altri due anni, e sul piano politico la maggioranza uscente si sarebbe potuta presentare agli italiani con un grande, storico obiettivo centrato prima del voto. Anche la legge delega per la riforma del fisco prevede un arco temporale - tre anni - che scavalca il termine di questa legislatura. Un altro obiettivo, dunque, quello della riduzione delle tasse - ammesso che alle tre nuove aliquote corrisponderanno scaglioni di reddito tali da ridurre effettivamente il carico fiscale - che esce dall'orizzonte dell'attuale legislatura, la seconda di questo centrodestra al governo.

La manovra sì, sembra soddisfare le richieste europee e mettere in sicurezza i conti. Contiene anche buone misure, accanto ad altre dal deciso sapore anti mercato. Ma se dal punto di vista contabile è probabile che raggiunga il suo scopo (il pareggio di bilancio nel 2014) - spero che nessuno sotto sotto, per fare dispetto a Berlusconi e a "Voltremont", auspichi per l'Italia la fine della Grecia - dal punto di vista politico sancisce il tramonto della leadership di Berlusconi (che le cronache riportano letteralmente assopito) e l'apice dell'influenza di Tremonti, il quale però sbaglierebbe ad illudersi di aver cambiato paradigma al Paese, come pure crediamo che nel suo intimo si prefiggesse.

Dopo all'incirca otto anni di gestione del Tesoro ciò che il ministro Tremonti è stato capace di presentare agli italiani è una manutenzione, saggia ma da ragioniere, dell'esistente, mentre era lecito aspettarsi, e ce ne sarebbe stato tutto il tempo in questi ultimi tre anni, una rivoluzione copernicana, in senso liberale, dello Stato. Questa manovra invece non rivoluziona la macchina statale, non dice agli italiani la verità su un modello statalista ormai insostenibile, né libera dalla spesa pubblica risorse sufficienti, in modo da rendere possibile, o da prefigurare un nuovo e diverso paradigma economico e sociale. Quel paradigma che a nostro avviso dovrebbe costituire le fondamenta politiche di una coalizione di centrodestra - e cioè che per spendere occorre produrre, per produrre occorre lavorare e non imboscarsi, e che la ricchezza si produce con meno Stato (leggi meno politica), meno tasse e più mercato.

PENSIONI - L'agganciamento automatico dell'età di pensionamento alle speranze di vita poteva partire già dal 2012, mentre è ridicolo il rinvio di due decenni - non al 2014 ma addirittura al 2032 - dell'equiparazione tra l'età pensionabile degli uomini e quella delle donne. Nel 2032 anche nel settore privato le donne dovranno andare in pensione a 65 anni, come gli uomini, ma è altamente probabile che per quella data dovremo tutti andare in pensione a 70 anni. Gran parte della manovra per fortuna graverà sui bilanci di ministeri ed enti locali (giusto che ai Comuni "virtuosi" sia consentito di spendere), ma non mancano misure da Prima Repubblica per fare cassa, come superbolli e ticket sanitario. Nemmeno sfiorato il capitolo province. Abolirle del tutto non si poteva? Tagliarne qualcuna - per esempio quelle che fanno capo alle grandi metropoli - forse sì, e con qualche risparmio non trascurabile.

COSTI DELLA POLITICA - Potevano rappresentare un cambio di paradigma anche i tagli ai costi della politica, ma il rinvio negli anni rende incerto anche questo capitolo. Se il livellamento delle remunerazioni di tutti gli incarichi politici ai corrispondenti europei (dei sei grandi Paesi dell'area Euro), può rappresentare una piccola rivoluzione dal valore non solo simbolico, bisognerà però aspettare la conclusione dei lavori di una commissione ad hoc, con tutte le incognite del caso. Incoraggiante la stretta su auto e aerei blu, e l'ulteriore decurtazione del 10% del finanziamento ai partiti, così come l'accorpamento delle tornate elettorali (esclusi i referendum), ma sugli stipendi dei parlamentari bisognerà fare i conti con le competenze esclusive di Camera e Senato. E questo non lascia ben sperare.

SVILUPPO, SANITA', STATALI - Certo, non mancano buone misure per favorire lo sviluppo, ma anche su questo fronte manca un cambio di paradigma. Le liberalizzazioni, per esempio, si riducono agli orari di apertura dei negozi (solo in alcune città) e ai servizi di collocamento, mentre il capitolo professioni e ordini rimane blindato, tranne rare eccezioni che scommettiamo il Parlamento renderà non più tali. Molto positiva la tassazione di vantaggio (aliquota del 5% per 5 anni) per le imprese create dai giovani fino a 35 anni e per il nuovo modello contrattuale concordato da sindacati e Confindustria, per incentivare contrattazione decentralizzata e premi di produttività; bene la reintroduzione dei ticket circoscritta agli esami specialistici e ai codici bianchi in pronto soccorso, per responsabilizzare un minimo gli utenti, e la proroga del blocco delle assunzioni e degli aumenti contrattuali nel pubblico impiego, così come la stretta sulle assenze, con la "visita fiscale" che potrà scattare fin dal primo giorno della dichiarata malattia.

FISCO - Se pare accantonata la tassa del 35% sulle operazioni finanziarie delle banche, così come il balzello dello 0,15 per cento sulle transazioni finanziarie, viene però aumentata l'Irap a carico di banche, assicurazioni e società finanziarie, e viene aumentato il bollo sul "dossier titoli", misure il cui peso si trasferirà ovviamente sui clienti e che inspiegabilmente vanno a "punire" chi investe nella crescita del Paese. Passa anche il superbollo per le auto di grossa cilindrata (potenza superiore a 225 kw), mentre su questa follia dei Suv giganteschi vedrei con maggiore favore restrizioni e disincentivi a livello comunale, per occupazione di suolo pubblico. La delega sul fisco è una scatola vuota. Le tre aliquote Irpef ok, ma tutto dipenderà dagli scaglioni di reddito che verranno associati ad esse e da quante risorse per finanziare la riforma verranno dalla spesa pubblica corrente. Probabili l'aumento dell'Iva e la cosiddetta «armonizzazione» della tassazione sulle cosiddette "rendite" finanziarie. Unica aliquota fino al 20%, esclusi i titoli di Stato: saliranno le tasse sulle obbligazioni e scenderanno quelle sui depositi bancari, oggi al 27. Ai piani di risparmio, ai fondi pensione e alle forme di assistenza socio-sanitaria complementare si promettono aliquote inferiori al tetto del 20. A parte il fatto che il risparmio investito è già stato abbondantemente tassato alla fonte, sul reddito, l'orientamento sembra quello di "punire" gli investimenti più rischiosi, il finanziamento delle imprese tramite la Borsa, e premiare il semplice deposito o quelli più "conservativi". Demenziale, ben sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese nell'accesso al credito e nell'attrarre investimenti in Borsa.