Pagine

Showing posts with label capitalismo. Show all posts
Showing posts with label capitalismo. Show all posts

Friday, May 24, 2013

I mostri che si aggirano per l'Europa: gli Stati mannari

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La copertina dell'Economist di questa settimana si candida seriamente al premio cover dell'anno. I principali leader europei - Merkel e Hollande in testa, con Draghi, Letta e Samaras alla loro destra e Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla loro sinistra - che incedono con sguardo fiero e fisso sulla linea dell'orizzonte, non curanti del burrone ad un passo dai loro piedi. Titolo: "The sleepwalkers" (i sonnambuli).

E' il sesto trimestre successivo di recessione in Europa, la disoccupazione è oltre il 12%. Si discute di austerity, ma i deficit e i debiti pubblici continuano a correre, e non solo nei paesi cicala, come l'Italia, dove per lo meno il problema è noto e all'attenzione dei severi censori di Bruxelles e Berlino. La crisi ormai non riguarda più soltanto i paesi del Sud Europa, ma tocca da vicino anche i "virtuosi" tedeschi, olandesi e scandinavi. E' un problema comune, nessuno può illudersi che il vagone su cui viaggia non deraglierà insieme al resto del treno.

Perché se la situazione è certamente più drammatica nei paesi più deboli e più indebitati, in crisi - come ebbe modo di spiegare mesi fa Mario Draghi al Wall Street Journal - è il modello sociale europeo in tutte le sue varianti, quelle più efficienti, mittle e nord-europee, e più dissennate, quelle mediterranee. E' insostenibile, drena troppe risorse perché le economie europee riescano ad essere competitive con quelle dei paesi emergenti. Serve a poco preoccuparsi di come redistribuire meglio e in modo più equo, se la torta nel frattempo si restringe. Fa eccezione, per ora, la Germania, ma tra breve anche le sue riforme di un decennio fa si riveleranno insufficienti.

Eppure, i leader europei non sembrano rendersi conto di quanto profondamente la crisi metta in discussione le certezze dell'ultimo mezzo secolo. Di fronte alla realtà, sembra diffondersi il virus italiano: piuttosto che riconoscere che la soluzione passa per riforme dolorose, impopolari, ma necessarie, volte a far recuperare competitività alle nostre economie fiaccate da bilanci pubblici troppo pesanti e famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, il problema che sembra angosciare i governanti europei, senza eccezioni, è come fare cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo.

Dunque, invece di accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, di discutere di come implementare velocemente le riforme strutturali e fiscali in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità dell'ultimo Consiglio europeo, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale, nonostante negli altri grandi paesi europei non sia certo ai livelli italiani. Quando però si va a stringere sulle misure concrete, ci si accorge che va bene lo scambio dei dati, ma più che l'evasione nel mirino c'è la concorrenza fiscale tra i paesi. I "grandi" vorrebbero limitare, se non azzerare, la capacità dei "piccoli" e dei "medi" di attirare aziende e multinazionali con sistemi fiscali più competitivi. Insomma, quei «salti mortali», così si è espresso di recente Ed Miliband parlando di «capitalismo responsabile», che molte grandi e medie aziende (Google, Apple e Amazon sono sotto i riflettori), ma anche persone fisiche, fanno per pagare meno tasse. Più che di evasione, dunque, si tratta di forme elusive legali.

Una volta, quando si parlava dei cosiddetti "paradisi fiscali", ci si riferiva a minuscole isolette, per lo più dei caraibi, praticamente prive di strutture statuali. Oggi però politici e media ne parlano con riferimento a qualsiasi paese che scelga un'imposizione fiscale più leggera e norme meno invasive sui capitali. Così anche Svizzera, Austria, Slovenia, Irlanda, e persino il Regno Unito, vengono considerati alla stregua di "paradisi fiscali". Un'azienda, o una persona fisica, che vi trasferiscano la propria residenza fiscale o parte dei propri profitti, vengono immediatamente bollati come evasori e, quindi, criminali (quanto meno moralmente). Non ci si chiede nemmeno se sia il caso di abbassare le proprie pretese fiscali, non si prende nemmeno in considerazione l'ipotesi che, più semplicemente, sono Italia, Francia e Germania ad essere diventati "inferni fiscali".

Difficile, d'altra parte, ampliare le pretese della riscossione fiscale nel mondo globalizzato di oggi, in cui i capitali si muovono attraverso i continenti in pochi secondi, il commercio è sempre più online e i paesi sono sempre più in competizione tra loro per attirare investimenti. Ma in Europa, soprattutto, dove il mercato è unico, la concorrenza fiscale dovrebbe essere vista come una sfida virtuosa, non un molesto residuo della sovranità nazionale. Emblematico il doppio ruolo che è costretto a giocare il premier britannico Cameron, che fa il duro nei confronti di Bermuda e Isole Cayman, ma poi rivendica il diritto della Gran Bretagna a mantenere «tasse basse sulle imprese per attirare gli investimenti, aumentare i posti di lavoro, ed essere vincenti nella competizione globale».

L'unica cosa che proprio non riescono a immaginare i leader europei è come restringere il perimetro dello Stato, quindi della spesa pubblica e del debito. I paesi virtuosi non si pongono - per il momento - il problema. In quelli meno virtuosi, come l'Italia, sentiamo ripetere la solita litania: non ci sono soldi per rimettere in moto l'economia. Due miliardi di qua, due di là, si spostano da una tassa all'altra. Non ci sono soldi? Ma stiamo scherzando? Un governo che spende (o sperpera?) ogni anno la metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini - e ormai non sono molto lontani da questa soglia gli altri grandi paesi europei - viene a raccontarci che non ci sono soldi? E' un luogo comune ormai tanto radicato - nella politica, tra gli osservatori e nell'opinione pubblica - quanto fa a pugni con la logica.

Il dibattito in Europa è sempre più intrappolato tra le due polarità rigore/spesa, con i paesi del Sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del centro e del nord che tentano di stringere i cordoni della borsa. E una dinamica che rischia di somigliare sempre più a quella dell'Italia post-unitaria: un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso. Una sorta di "italianizzazione" dell'Eurozona non è più una prospettiva inverosimile, se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia e che, come stiamo vedendo, ci sta trascinando tutti nel baratro.

Tuesday, March 05, 2013

Siamo i grillini e proponiamo cose un sacco belle

Il grillismo? Subculture sinistroidi 2.0

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La presentazione - innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano - degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano (qui il video), è stata l'occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l'identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall'altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico. Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi ("Ciao, sono tizio, mi occupo di... potrei contribuire a...").

Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini. Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l'astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di "occuparsi" - non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più - di quella tal materia.

"Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri"; "Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica"; "Sono sommelier, quindi mi occuperò di agricoltura"; "Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l'acqua pubblica"; "Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c'è bisogno anche la sanità"; "Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia"; "Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall'aeroporto a Montecitorio in bicicletta"; "Sono vegano, 'disiscritto' dalla Chiesa cattolica". Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare.

"Mi occupo di" è la frase standard utilizzata per presentarsi. Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non lavorano, non fanno, non sono, ma si "occupano di...". Si "occupano" tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, "vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine". Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone "Un sacco bello", in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l'attività della sua comune:
«Cioè, siamo un gruppo di ragazzi no, che stanno fondando una comunità agricola no, cioè come alternativa all'inquinamento urbano, cioè inteso non soltanto come scorie eccetera, no, cioè inteso anche come inquinamento morale capito in che senso? (...) Cioè allora, mentre le ragazze provvedono alla raccolta dei frutti naturali della terra no, tipo carciofi, ravanelli, insalata, piselli no, tutta robbba vegetale un sacco bbuona no, noi ragazzi invece provvediamo così alla dimensione artigggianale no, cioè tutti lavoretti così in ceramica, in cuoio no, così eccetera no, per sentirci in noi stessi in quanto entità fisico psichica a contatto con gli altri no, cioè in questo mondo cosmico pantistico naturalistico no, cioè un mondo in cui è l'amore che vince e il male che perde no, cioè un modo in cui veramente domina la fratellanza no».
Ovviamente un paragone spiritoso, da non prendere alla lettera, ma il miscuglio di subculture politiche, proposte e teorie strampalate tra l'ingenuo e il complottistico, espresso dall'assemblea grillina rimanda all'idea di un mondo pre-industriale e fortemente comunitario, in piena armonia con la natura, proprio come veniva descritto dal mitico personaggio di Verdone nei lontani anni '80.

L'ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa), l'antimilitarismo, l'animalismo, le energie alternative, il "Nimby", ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, "il sociale" e il "bene comune", la giustizia. E' proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell'ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più "pubblico", quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.

C'è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C'è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall'euro, perché no? C'è il problema di come far ripartire l'economia? Ecco che viene in soccorso la teoria della "decrescita felice". Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati - ce ne rendiamo conto - ma come nei movimenti totalitari della prima metà del '900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l'eco di valori contadini, e dall'altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione - legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell'ambiente - con le quali l'umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi.

Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell'oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole "tasse" e "spesa pubblica", e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

In generale il M5S - guardando agli eletti, non agli elettori - sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global, che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell'ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua "sovrastruttura", democrazia rappresentativa compresa.

Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l'ha voluto e difeso. Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell'educazione e della comunicazione, psicologia. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro.

Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di "Un sacco bello": «Vabbè ma che sete... 'na setta, 'na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire "no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi".

Tuesday, September 18, 2012

Non Marchionne, l'Italia deve decidere cosa vuole fare

Anche su L'Opinione

Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.

La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.

L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.

La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.

I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?

Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.

Monday, October 10, 2011

Steve Jobs, genio del capitalismo o criminale?


Tra le molte cose che si sono scritte e dette in questi giorni di Steve Jobs, in particolare mi hanno colpito due riflessioni, non sulla sua morte quanto piuttosto sulle reazioni alla sua morte. Una di Alessandro Campi, «Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita», su Il Foglio; l'altra di Enzo Reale, «La parabola del buon capitalista», sul suo blog 1972. Pur non avendo posseduto nessuno degli oggetti di culto creati da Jobs, e appartenendo al "partito" del Blackberry, faccio parte dei tanti che riconoscono serenamente la grandezza di Jobs nell'averci «cambiato la vita». Probabilmente il giudizio di Campi è condizionato troppo dalle ultime creazioni del "mago" californiano: l'iPod, l'iPhone, l'iPad. Pur essendo questi ultimi gli oggetti che hanno trasformato Apple da ristretta setta di esperti di grafica a «religione pop o light» di livello mondiale, e il suo fondatore in una sorta di guru, tuttavia a mio modesto avviso il maggior impatto sulle nostre vite quotidiane l'hanno avuto i suoi primi prodotti, i primi personal computer e lo sviluppo dell'interfaccia a icone. L'estrema intuitività con cui oggi comandiamo i nostri pc si deve principalmente a lui e senza questo sviluppo non avrebbero avuto la diffusione che hanno avuto tra le mura domestiche e sui posti di lavoro.

C'è un fondo di verità, dunque, nella riflessione del prof. Campi, quando dice che negli ultimi tre prodotti c'è più estetica, più marketing, che una reale «rivoluzione» nelle nostre vite e quando riconosce in Jobs il «capitano d'industria», geniale anche per aver inventato «un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori». Se questo in qualche modo sminuisce la figura di Jobs agli occhi dell'intellettuale conservatore, che con un malcelato pizzico di moralismo denuncia il vuoto e la solitudine del consumismo e sembra liquidarlo come «un inventore con un grande senso per gli affari», è proprio l'aspetto industriale e capitalistico che Enzo Reale ci ammonisce a non nascondere sotto il politically correct. Se, e nella misura in cui Jobs ci ha «cambiato la vita», lo dobbiamo al puro spirito del capitalismo, mentre i giudizi sul guru della Apple sono così favorevoli perché delle sue innovazioni apprezziamo e enfatizziamo il «carattere sociale, ai limiti del filantropismo», quasi vergognandoci del fatto che dovremmo innanzitutto ringraziare il «grande capitalista» Jobs, «il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più».

La storia di Jobs, ma di tanti altri "geni" ancora in vita, è la dimostrazione più lampante che è la ricerca del profitto, «l'avidità», per dirla alla Milton Friedman, a far progredire il mondo, e quindi a cambiare in meglio non solo le vite di chi si arricchisce, ma anche quelle di milioni di persone, spesso dell'intera umanità. «Quella di migliorare e modernizzare la realtà - conclude Reale - è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare».

Senza l'etica capitalista, senza la prospettiva di straripanti ricchezze, non avremmo avuto né Steve Jobs né i suoi prodotti. Dovremmo ricordarcene quando ascoltiamo parole come quelle del regista Ermanno Olmi, in questi giorni nelle sale con il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone», un sermone pauperista e catto-comunista. Secondo il regista, «essere stra-ricchi, sopra un certo livello, è un crimine, perché si sottrae ricchezza a molti». Dunque, Jobs, o Bill Gates o Mark Zuckerberg, sarebbero dei «criminali»? Chiediamoci: hanno sottratto, o piuttosto creato ricchezza, se non altro per i milioni di posti di lavoro che hanno creato, e non solo nelle loro aziende? La risposta è sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dall'invidia sociale o da ideologie oscurantiste e illiberali. Mi ha lasciato francamente l'amaro in bocca che tesi così strampalate dal punto di vista economico - perché i sistemi di libero mercato non sono affatto giochi "a somma zero" - e così "disumane" - sì, disumane per quanto rappresentano la negazione del più genuino spirito dell'uomo - imperversino in questi giorni persino sulla radio di Confindustria.

Monday, October 18, 2010

Se piangono i ricchi, piangono tutti

Non c'è niente da fare, la tassazione resta un fattore fondamentale di sviluppo o di declino, a seconda se sia contenuta (a partire dai redditi più alti) o eccessiva. L'ennesima conferma arriva da questo dato che ci segnala Michele Boldrin, su noiseFromAmeriKa: in Italia la tassazione totale effettiva sui redditi lordi superiori ai 100 mila dollari (75 mila euro) è la più alta al mondo. Ridurre le tasse sui redditi medio-bassi è senz'altro giusto e opportuno, a patto di non illudersi che ciò basti a rilanciare la domanda interna, ma è l'aliquota marginale più alta, insieme alla fascia di reddito cui si applica, che determina l'effetto del sistema fiscale sull'economia. Più è elevata, e più si accanisce a partire da redditi lordi tutto sommato medi come i nostri 75 mila euro, maggiore sarà l'effetto punitivo nei confronti dell'attività economica e dell'accumulo di capitale che ne è il presupposto.

Può piacere o meno, ma è proprio chi guadagna quelle cifre, dai 75mila euro in su, a far girare l'economia, ad avere le risorse finanziarie, materiali e immateriali per creare impresa, quindi lavoro e crescita. Il nostro sistema fiscale, abbassando la soglia della ricchezza fino al ceto medio, sembra ideato al solo scopo di mettere in fuga questi soggetti o di indurli a nascondersi. Il risultato è che i "ricchi", quelli veri, si godono comunque la loro ricchezza, ci illudiamo di farli piangere, mentre tutti gli altri annaspano. Insomma, la tassazione eccessiva rimane la principale palla al piede del nostro sistema produttivo. Senza ridurla sensibilmente sarà difficile recuperare competitività e produttività.

Monday, January 11, 2010

Perché a Rosarno e non a Treviso

Perfetto l'editoriale di oggi di Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sui vergognosi fatti di Rosarno: «Meno stato più capitalismo, ecco la cura per le infinite miserie del sud».
Mi volete spiegare come mai nell'eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all'altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l'ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell'economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali?
(...)
Non è l'assenza caritatevole dello stato il responsabile del degrado di Rosarno e della sua appendice naturale di violenza, ma la presenza dello stato, invece, nella forma truffaldina dell'assistenza che diventa il brodo di coltura e il bottino della 'ndrangheta, il grande alibi per la generale assenza di libertà e di responsabilità. Solo una ondata distruttiva e creatrice di capitalismo, con i suoi costi e ricavi, può rimettere a posto la società meridionale, che divide con gli ultimi della terra la propria infinita miseria e di tanto in tanto deve subire il dramma della loro rivolta.

Monday, November 16, 2009

Dalla Fao un vero schiaffo alla miseria

Roma deve sopportare per tre giorni questo circo di ipocrisia e vanità messo su da una delle più screditate organizzazioni internazionali che si siano mai viste: la Fao. Invece di chiedersi dove siano finiti, e cosa ne sia stato fatto, tutti i miliardi di dollari che la Fao ha preso e gestito in ben 64 anni di vita, visto che il problema della fame nel mondo non solo non accenna ad attenuarsi, ma si aggrava, assistiamo ai soliti appelli sdegnati, alla solita questua (44 miliardi di dollari per cancellare istantaneamente - vogliono farci credere - l'incubo della fame dalla faccia del pianeta), le solite tirate demagogiche sugli aiuti alle banche e sui consumi nei Paesi ricchi. Si calcola fino all'ultimo centesimo quanta spesa alimentare le famiglie nei Paesi ricchi gettano nella spazzatura, come se quella mozzarella rimasta in frigo per troppi giorni, o quel mezzo piatto di pasta in più potessero essere impacchettati e immediatamente spediti dall'altra parte del mondo (sarebbe bello - e facile!). Ma nessuno che metta sul banco degli imputati la stessa Fao e innanzitutto i governi di quei Paesi in cui si muore di fame nonostante tutti gli aiuti.

L'atto d'accusa nei confronti dell'avidità e del modello capitalistico del mondo ricco serve a nascondere le terribili responsabilità di regimi corrotti e criminali, di capi di Stato che affamano i loro popoli e vengono accolti con tutti gli onori a Roma, ai vertici Fao, per l'ennesima predica. Il vertice di quest'anno sarà ricordato per la passerella delle "lady dittatura": riempiono le prime pagine dei giornali, tra le altre, la signora Ahmadinejad, la signora Mugabe, la signora Ben Alì e la signora Mubarak. Tutta la demagogia e l'ipocrisia possibile e immaginabile, purché non si discutano né l'evidente fallimento di un modello di aiuto ai Paesi poveri, né i privilegi di cui godono i funzionari Fao. Primo tra tutti lo stesso Jacques Diouf, alla guida dell'organizzazione dal 1993, che avrà pure qualche responsabilità nei fallimenti e nelle comprovate inefficienze di questi ultimi sedici anni. In questi vertici la Fao dovrebbe innanzitutto riflettere su se stessa e rendere conto ai suoi contribuenti di quanto e come spende.

UPDATE: Ecco quanto, e come, spende la Fao (da il Velino)

Monday, May 04, 2009

I primi 100 giorni di Obama/5 Ora viene il difficile

Secondo Howard Fineman, di Newsweek, la "parte difficile" per Obama viene adesso: "il test reale saranno i prossimi 100 giorni". Finora Obama si è concentrato su due scopi, secondo Fineman: sul fronte diplomatico, voleva dimostrare la sua visione multilaterale e annunciare una nuova era di coooperazione e buona volontà dopo gli otto anni di unilateralismo di Bush; sul piano interno, in mezzo a questo "spaventoso caos economico", voleva dimostrare di voler fare qualcosa di diverso. "Non sono qui per seppellire il capitalismo, ma per salvarlo. Sì, ci sarà una medicina amara per Wall Street e le banche, ma una medicina, non un veleno".

Questi due approcci secondo Fineman hanno pagato. Il tasso di approvazione dell'operato di Obama "rimane straordinariamente alto" e "il presidente appare in grado di fare significativi progressi su molte questioni nei prossimi mesi". Ma d'ora in poi, per mantenere le aspettative dei primi 100 giorni, Obama "dovrà affrontare, e in alcuni casi scontrarsi con alcuni dei suoi - e nostri - migliori alleati. Ai democratici e ai liberal non piacerà tutto ciò che il presidente vorrà fare, così come non piacerà tutto ad alcuni dei nostri tradizionali alleati internazionali".

Friday, April 03, 2009

Le regole del gioco sono cambiate anche per la Cina

La proposta "shock" lanciata la settimana scorsa dal presidente della Banca centrale cinese, di sostituire in futuro il dollaro come valuta di riserva internazionale con una moneta unica mondiale gestita dal FMI, rappresenta sì una sfida alla centralità degli Stati Uniti nell'ordine economico internazionale, ma rivela anche la preoccupazione e la fragilità di Pechino, come fa notare Paul Krugman: «Il discorso di Mr. Zhou è in realtà un'ammissione di debolezza. In effetti sta dicendo che la Cina è caduta da sola in una sorta di "trappola del dollaro", e che non può né uscirne da sola, né cambiare le politiche che ce l'hanno fatta finire».

Grazie al loro surplus commerciale, e tenendo il valore dello yuan più o meno fisso rispetto al dollaro, i cinesi hanno potuto accumulare miliardi di dollari in Buoni del Tesoro Usa, titoli tra i più sicuri ma anche poco redditizi. Non c'è stata una strategia dietro, secondo Krugman, ma ora i leader cinesi hanno realizzato di avere un problema. «Circa il 70% dei loro asset sono valutati in dollari, quindi ogni futura caduta del valore del dollaro significherebbe una grossa perdita di capitale per la Cina».

Gli "Special Drawing Rights" (SDR), che i cinesi vorrebbero come moneta unica mondiale di riserva al posto del dollaro, sono legati al valore di un "paniere" di monete reali: dollari, euro, sterline e yen. E nulla impedisce ai cinesi di diversificare le loro riserve in modo simile alla composizione degli SDR, se non il fatto che ora, avendo così tanti dollari, non possono venderli senza far cadere il valore del dollaro determinando le perdite che temono.

I leader cinesi, osserva Krugman, non hanno afferrato che le regole del gioco sono cambiate. «Due anni fa vivevamo in un mondo nel quale la Cina poteva risparmiare molto più di quanto investiva... Quel mondo non c'è più». Lasciando Krugman, che è convinto che la crisi durerà ancora anni perché né cinesi, né americani, né europei, né giapponesi hanno ancora capito i terribili cambiamenti che questa crisi globale ci costringe ad affrontare, torniamo alla Cina.

Le regole sono cambiate non solo per l'America e l'occidente, ma anche per la Cina. Ed è probabile che se la crisi pone una sfida all'egemonia americana e occidentale, alla centralità degli Usa nel sistema finanziario internazionale, getta le basi anche per una sfida all'emergente superpotenza cinese. Non è detto che il suo modello di sviluppo, capitalismo senza libertà e democrazia, che secondo alcuni dovrebbe soppiantare quello americano, uscirà indenne - anzi, vincitore e dominante - dalla crisi.

Le regole del gioco sono cambiate anche per la Cina, scrive Krugman. I suoi leader non vogliono che sia democratica perché non riuscirebbero più a governare un modello di sviluppo capitalistico finora basato sul dumping sociale. Peccato che per riequilibrare il sistema che ha portato la Cina nella "trappola del dollaro" di cui parla Krugman (e che in definitiva ci ha portati in questa crisi), Pechino non potrà più permettersi di giocare solo sull'export e sul dumping sociale, ma dovrà accettare le nuove regole del gioco e fare qualcosa che guarda caso ha cercato fino ad oggi di ritardare.

Qualcosa che il presidente della Banca mondiale Zoellick ha descritto molto bene ai leader cinesi: la Cina dovrebbe attuare riforme per «aumentare le protezioni sociali, i salari, l'efficienza del settore dei servizi», in modo da «accrescere i consumi e le importazioni». In particolare, «dovrebbe promuovere il settore bancario locale per servire in modo migliore le piccole e medie imprese». Lo scarso accesso al credito di cui usufruiscono ad oggi le imprese più piccole, infatti, «ritarda la crescita, limita l'occupazione ed esercita una pressione verso il basso sui salari». In poche parole, la Cina deve espandere la sua domanda interna, adottare politiche che mettano i suoi cittadini nelle condizioni di acquistare più prodotti e servizi occidentali, promuovere la libertà di piccola e media impresa.

Non mi pare una sfida da poco per il Partito comunista di Pechino: si tratta di promuovere la libertà economica, di consumi e di impresa, non più solo a beneficio di una cerchia relativamente stretta di uomini d'affari e di establishment, che rimarrebbero sempre grati al regime.

E c'è già chi dall'interno del regime invita la leadership a non commettere il grave errore di concentrarsi solo sui problemi economici accantonando il dibattito per una maggior democrazia. Si tratta dell'opinione di Yu Keping, alto funzionario del Partito comunista e vicedirettore del Central Compilation and Transition Bureau, importante organo di indirizzo del Pc, pubblicata su China Comment, bisettimanale dell'agenzia ufficiale Xinhua. Yu, riporta Asianews, «non contesta la centralità del Pc, né la necessità di ordine, obbedienza e centralizzazione a favore del potere centrale, ma ritiene necessario "un incremento della democrazia con l'introduzione di alcune riforme radicali"». Siamo solo all'inizio.

Thursday, March 26, 2009

La Cina spadroneggia e alza il tiro delle sue pretese/2

Il tema che da qualche mese più appassiona gli analisti è se, e in che misura, il mondo uscirà dalla crisi con un nuovo ordine economico internazionale; e se, e quanto, il potere si sposterà da occidente verso oriente, dagli Stati Uniti alla Cina. Ha fatto molto scalpore quindi la proposta "shock" - tra la boutade e la provocazione - lanciata due giorni fa dal presidente della Banca centrale cinese: sostituire in futuro il dollaro come valuta di riserva internazionale con una moneta unica mondiale gestita dal Fondo monetario internazionale. La relazione del governatore Zhou Xiaochuan, insolitamente pubblicata anche in inglese, dà il segno delle ambizioni di Pechino alla vigilia del G20 che si aprirà a Londra il prossimo 2 aprile. Una proposta ad oggi irrealistica, ma che indica la volontà della Cina di vedersi risconosciuto un peso maggiore all'interno delle istituzioni economiche internazionali come il Fondo monetario, la Banca mondiale e il WTO, oggi ancora troppo americano-centriche rispetto alla accresciuta influenza della Cina sull'economia globale.

«Come se il dollaro non avesse già abbastanza problemi», ha commentato il Wall Street Journal, Geithner ieri «ha abboccato» e ha risposto che è «abbastanza aperto» a considerare la cosa. Immediatamente il dollaro è andato giù portandosi dietro i mercati azionari, prima che il segretario al Tesoro «si riprendesse» dicendo che «il dollaro rimane la valuta di riserva dominante nel mondo. E penso che continuerà ad esserlo a lungo». «Lo status del dollaro come valuta di riserva dà agli Stati Uniti enormi vantaggi - osserva il WSJ - e dovrebbe essere difeso strenuamente. Significa che non dobbiamo ripagare i nostri debiti in valuta straniera e che il nostro costo del denaro è più a buon mercato».

Tuttavia, avverte il quotidiano Usa, «significa anche che gli Stati Uniti non conducono la politica monetaria solo per se stessi, ma anche per molta parte del mondo» e che «quando gli Stati Uniti cadono nella tentazione di svalutare la loro moneta, procurano degli shock all'intero sistema economico globale». Il Tesoro e la Federal Reserve, spiega il WSJ, stanno «inondando» il mondo di dollari per interrompere la recessione. E' ovvio quindi che «il mondo si stia giustamente innervosendo», per il rischio che il dollaro perda troppo valore, impoverendo le riserve soprattutto di chi, come la Cina, ha investito in asset e titoli di Stato americani. La Banca centrale cinese è il primo detentore di T-Bills, i Bot americani, per 750 miliardi di dollari. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Inevitabile quindi che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa sia stata al centro della missione di H. Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro:
«Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».
Ma i cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, il che decurterebbe il valore delle loro riserve. Tuttavia, se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. La crisi infatti spaventa anche Pechino. Di recente la Banca mondiale ha ancora una volta ritoccato al ribasso le sue previsioni sulla crescita cinese nel 2009, fissandole a +6,5 per cento, molto meno dell'obiettivo (+8 per cento) che la leadership di Pechino si è prefissata per prevenire tensioni sociali e disoccupazione. Se quindi gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti, la Cina dipende dai mercati americani, e mondiali, per le sue esportazioni e la sua crescita.

La Cina continuerà a finanziare il debito Usa? Tutto sembra indicare di sì, ma quale sarà il prezzo politico che chiederà all'America? Innanzitutto, dobbiamo aspettarci che non voglia subire passivamente la politica economica del suo principale debitore e che voglia contare di più nella governance globale. Per questo molti analisti e commentatori negli Stati Uniti chiedono al governo di affrontare con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando così spazi di manovra nella politica estera e di sicurezza.

Un'analisi dell'istituto di geopolitica e intelligence Stratfor spiega che in realtà la Cina non ha altre possibilità che investire il proprio surplus commerciale «in asset americani in generale, e nel debito Usa in particolare». La tanto temuta «opzione nucleare» - la possibilità cioè che la Cina schianti l'America abbandonando all'improvviso tutti gli asset - «non è un'opzione». Vendere tutti i Bot americani in massa non è possibile. Il volume è tale che non possono essere scambiati velocemente e, quindi, solo iniziare a farlo comporterebbe il crollo dei titoli in questione, e di conseguenza la distruzione di tutti i risparmi accumulati dai cinesi in questi anni.

Harold James, su Foreign Policy, azzarda invece un suggestivo parallelo tra la Grande Depressione degli anni '30 e la crisi attuale. La Gran Bretagna era la potenza finanziaria dominante nel XIX secolo, ma uscì finanziariamente stremata dalla Prima guerra mondiale e piena di debiti proprio nei confronti degli Stati Uniti. Oggi, gli Stati Uniti sembrano giocare il ruolo della Gran Bretagna degli anni '30 - un'economia altamente indebitata - e la Cina il ruolo di principale creditore come gli Stati Uniti di allora. Nel mezzo dell'attuale crisi finanziaria, la Cina ha di fronte lo stesso «dilemma» americano degli anni '30 nei confronti dell'Europa: «Ingoiare il rospo e aiutare a salvare gli stessi paesi che ci hanno condotti in questa situazione, o guardare ai suoi interessi di breve termine?».

La Cina avrebbe fondati motivi per prendere sia l'una che l'altra strada. Per ora sembra non volersi tirare indietro, anche se chiederà certamente di contare di più nelle istituzioni economiche internazionali, ma secondo Harold James potrebbe anche chiedere al «vecchio mondo» qualcosa di difficile da accettare: «La transizione da un modello americano a un modello cinese di capitalismo, che - come negli anni '30 - non sarebbe un cambiamento facile per noi».

Monday, November 17, 2008

Resistere alle tentazioni del protezionismo

Ci sono due messaggi positivi usciti dal G-20 di questo fine settimana. Il primo è che questi summit a 20 sono destinati a ripetersi presumibilmente andando via via a sostituire l'ormai limitato e datato G-8; il secondo è la rinnovata fiducia nel libero mercato e l'impegno - almeno a parole, vedremo se anche nei fatti - a resistere alle tentazioni protezionistiche, a non creare, bensì ad abbattere, le barriere nel commercio e negli investimenti. «Puntiamo ad un accordo quest'anno sul Doha Round», si legge nel comunicato finale. Mentre Mario Draghi, in qualità di presidente dello Stability Forum, spiega che il «sistema finanziario del futuro dovrà avere più capitale, meno debito, più trasparenza e più regole».

Un vigoroso atto di difesa del libero mercato è stato il discorso pronunciato dal presidente americano ormai uscente George W. Bush, giovedì scorso, a New York. Concetti poi ripetuti nei suoi interventi al summit.

Riconoscendo la necessità di mercati finanziari «più trasparenti e adeguatamente regolati», e di istituzioni come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale più aperte alle nazioni in via di sviluppo, «più trasparenti, responsabili ed efficaci», Bush ha però sottolineato che «l'intervento pubblico non è una cura», ricordando come la storia abbia dimostrato che «la più grande minaccia al benessere economico non è troppo poco intervento del governo nel mercato, ma l'eccessivo intervento», come nel caso di Fannie Mae e Freddie Mac.
«C'è una lezione evidente: il nostro scopo non dovrebbe essere più governo, ma un governo più intelligente. Se le riforme nel settore finanziario sono essenziali, la soluzione a lungo temine ai problemi di oggi è una sostenuta crescita economica. E la via più sicura per quella crescita è il libero mercato... La crisi non è stata un fallimento del libero mercato. E la risposta non è tentare di reinventarlo. E' risolvere i problemi, fare le riforme, e andare avanti con i principi del libero mercato che hanno garantito benessere e speranza ai popoli di tutto il mondo.

Il capitalismo non è perfetto. Ma è di gran lunga il più efficiente e giusto modo di organizzare l'economia. Il capitalismo offre alle persone la possibilità di scegliere dove lavorare e cosa fare, di comprare e vendere i prodotti che desiderano, e la dignità che deriva dal trarre guadagni dal proprio talento e dal duro lavoro. Il libero mercato fornisce gli incentivi per lavorare, innovare, risparmiare, investire e creare lavoro. Il libero mercato offre a un marito e a una moglie la possibilità di avviare una loro attività, a un immigrato di aprire un ristorante, a una madre single di tornare al college e costruirsi una carriera migliore. E' ciò che ha permesso alle imprese nella Silicon Valley di cambiare il modo in cui il mondo vende i prodotti e cerca le informazioni. Che ha trasformato l'America da una frontiera rocciosa a una nazione che ha dato al mondo il battello a vapore e l'aereoplano, il computer e la TAC, internet e l'iPod... Le nazioni che hanno perseguito altri modelli hanno conosciuto esiti devastanti... Le prove sono inequivocabili: se vuoi crescita economica, giustizia sociale e dignità umana, il libero mercato è la strada che fa per te».
Anche Bush si è pronunciato contro il protezionismo, sostenendo che «importante come mantenere il libero mercato all'interno degli stati è mantenere la libera circolazione di beni e servizi tra gli stati».
«Tenere i mercati aperti al commercio e agli investimenti è necessario soprattutto durante periodi di crisi economica. Subito dopo il crack finanziario del 1929, il Congresso approvò la "Smoot-Hawley tariff", una misura protezionistica volta a separare l'economia americana dalla competizione globale. Il risultato non fu la sicurezza economica, ma la rovina. I leader mondiali devono tenere a mente questo esempio e respingere la tentazione del protezionismo».

Monday, October 06, 2008

Il Papa non vedeva l'ora...

«Benedetto Croce aveva torto: se vogliamo vivere liberi e felici, non possiamo dirci cristiani». Oggettivista ci regala un post perfetto che mi risparmia quel paio di paragrafi che avrei voluto scrivere per commentare lo sciacallaggio di Ratzinger sulla crisi finanziaria.

Monday, September 22, 2008

Politiche pubbliche sbagliate, non il mercato, all'origine della crisi

Si sveglia il Wall Street Journal

La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».

E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.

Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.

Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.

Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.

Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.

A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.

Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».

«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».

Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.

Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.

«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».

L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.

Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.

La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.

Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».

Friday, September 19, 2008

Tremonti, tra neo-marxismo e reazione

Quello che ho tentato di dire nei giorni scorsi lo scrive oggi magistralmente Carlo Stagnaro su Il Foglio: la crisi «è il modo con cui il mercato corregge i suoi stessi errori»: «Gli stessi che oggi brindano alla morte della finanza globalizzata, ieri si lamentavano del sovraconsumo e sovraindebitamento causati dal credito facile. Ecco, il mercato sta appunto mettendo una pezza a quegli eccessi. Attraverso le crisi, il mercato sposta risorse dalle mani relativamente meno produttive verso utilizzi più proficui. Dà il benservito ai manager incapaci, distrugge le imprese inefficienti, contribuisce alla ricerca di un nuovo equilibrio. Così come sa premiare straordinariamente bene le intuizioni più geniali, il sistema capitalista è anche implacabile nel sanzionare gli errori».

Come si spiega, però, l'intervento pubblico anche nella patria del libero mercato, negli Stati Uniti? «È chiaro che a volte i costi di aggiustamento possano essere politicamente inaccettabili... Ciò lascia un margine di discrezionalità alla politica nel decidere se e come attutire le cadute. I vari salvataggi che si sono succeduti nel corso dell'estate — da Northern Rock a Bear Sterns, da Fannie e Freddie a Aig — rispondono a questa logica. Ma non rappresentano una sconfitta del mercato in quanto tale — al massimo dimostrano che talvolta il pragmatismo di governo fa premio sulla purezza delle idee».

E' «la fine di un mondo», come sostiene Tremonti? E' la fine della cicala-finanza contrapposta alla formica-industria? Semplicemente, «alcuni strumenti finanziari si sono rivelati patacche: il mercato ha dato il suo responso, come lo dà quando un produttore commercializza una merce scadente. Estremizzando, non c'è differenza sostanziale tra industria e finanza... Entrambe devono stare alle medesime leggi, eterne e immutabili, della domanda e dell'offerta...», spiega Stagnaro.

Ecco risolto l'equivoco, quindi. Se con espressioni tipo «la fine di un mondo», di «un sistema», s'intende dire che «alcuni strumenti finanziari si sono rivelati patacche», ciò è certamente vero. Come è vero che «il compito dello Stato sia fornire delle regole che consentano di operare in un clima di ragionevole certezza e di smorzare i cambiamenti troppo bruschi». Anche le regole, «come i processi produttivi, devono cambiare per essere efficaci». Tuttavia, conclude Stagnaro, «questo non significa né che debbano moltiplicarsi, né che sia utile mutarle troppo spesso».

Quando Tremonti parla dell'«assenza di regole», della «dissociazione tra finanza e regole», del «fallimento dei meccanismi di sorveglianza e di vigilanza» come «radici del male», e della «costruzione di regole» da parte della politica come «cura», non ha tutti i torti. Ma poi si lascia annebbiare dall'ideologia che si è fabbricato, strumentalizza la crisi manifestando quella «voglia di tornare all'arbitrio pubblico» e di «rispolverare la liceità dell'intervento pubblico nei settori "strategici"» di cui ha parlato ieri Innocenzo Cipolletta.

Nuove regole non devono essere accompagnate da «politiche keynesiane». Il «ritorno del pubblico» dev'essere il ritorno di un regolatore, non di un dominus. E' sbagliato, e diffonde un'interpretazione falsa della realtà, contrapporre la concreta «manifattura» all'impalpabile finanza, perché entrambi questi mondi sono complementari e governati dalla legge della domanda e dell'offerta. E' inquietante sentir parlare di «dominio della morale», di «Dio, patria e famiglia»; sa di neo-marxismo, ed è allo stesso tempo reazionaria, l'idea che ci sia «più morale del lavoro in un prodotto industriale che in un prodotto finanziario», che «la ricchezza non si produce a mezzo debito», ma solo «a mezzo lavoro». Che Alan Greenspan sia dopo Bin Laden «l'uomo che ha fatto più male all'America» è un giudizio da esaltati.

Una previsione Tremonti la azzarda, al termine della sua intervista al Corriere della Sera, e a quella a nostro avviso dovremmo inchiodarlo: «La crisi finirà, e l'Italia ne uscirà più forte di prima e più forte di altri Paesi che si dicevano in pista per sorpassarci». L'Italia emergerà «più forte» della Spagna, persino dell'America, perché «le pensioni italiane sono pubbliche» e le banche «non grattacieli presi in affitto». Mi permetto di dubitarne, perché credo che la recessione italiana abbia più a che fare con fattori endogeni che con la crisi finanziaria Usa, come crede Tremonti. Quando la crisi sarà alle spalle e gli altri ricominceranno a correre, l'Italia resterà comunque al palo se non risolverà i suoi problemi.

Wednesday, September 17, 2008

Perché Aig sì e Lehman no?

Perché, ci si potrebbe chiedere, la Fed ha salvato Aig e non Lehman Brothers?

Il fallimento della banca d'affari danneggia facoltosi manager e broker finanziari, e una ristretta cerchia di investitori, che dopo qualche mese torneranno a guadagnare, magari anche più di prima. La bancorotta di Aig avrebbe avuto ripercussioni devastanti sull'economia reale. Bernanke e Paulson hanno mandato un messagguio chiaro a Wall Street e all'economia Usa: non sono disposti a utilizzare i soldi dei contribuenti per salvare tutti, ma sanno discernere con attenzione caso per caso.

Il rischio del fallimento è essenziale per l'efficienza del sistema economico e non può essere azzerato da troppi salvataggi statali, che finirebbero per provocare un effetto domino, anziché prevenirlo. Salvando alcune istituzioni finanziarie e altre no, la Fed e il Tesoro Usa intendono penalizzare i loro comportamenti spericolati e irresponsabili, ma allo stesso tempo cercando il più possibile di proteggere l'economia reale dalle conseguenze dell'instabilità finanziaria. Il governo Usa si muove con l'autorità e il pragmatismo di chi non può certo essere accusato di statalismo. La Fed si è avvalsa, credo per la seconda volta nella sua storia, di una clausola "d'emergenza" prevista dal suo statuto solo in casi eccezionali.

Capita che gli operatori economici e finanziari superino il confine oltre il quale il rischio, fisiologico in ogni attività economica, diventa un azzardo. Queste crisi - passando attraverso salvataggi onerosi per i governi, dunque per i contribuenti, e dolorosi fallimenti - servono al sistema per ritrovare quel confine e darsi nuove e migliori regole.

A parte il fatto che molti vedono nell'America solo il mito negativo del reaganismo, ignorando che dagli anni '30 agli anni '70 i governi Usa hanno fatto un massiccio ricorso all'intervento statale e che nei decenni la Corte Suprema ha avallato interpretazioni espansive dei poteri del governo centrale, a parte questo, sì: la nazionalizzazione di Aig è l'eccezione che conferma la regola, gli Stati Uniti rimangono una nazione liberale e l'economia di mercato funziona (non è per un paio di schiaffoni che un genitore dai metodi delicati diventa un violento); Alitalia compagnia statale rimane uno dei tanti scandali di un'economia solo parzialmente libera.

Toccando il gigante delle assicurazioni la crisi finanziaria partita dai mutui subprime sembra aver raggiunto un secondo, preoccupante, stadio. Se volete un resoconto puntuale di come si è innescata e sviluppata la crisi vi segnalo Nicola Porro, su il Giornale.
«Di fronte a questo scenario ci sono due poli opposti di intervento. Lo Stato (quello americano) si prende in casa i rischi e ne sopporta gli eventuali costi. Oppure lascia fallire gli improvvidi. La via scelta per ora sembra una strada di mezzo. Contribuire al salvataggio del possibile e soprattutto di quelle istituzioni il cui crollo avrebbe maggiori impatti sociali. Aig fa parte di queste ultime».
Andiamo incontro ad un'altra Grande Depressione come quella del 1929? Sembrerebbe di no, ma se fate fatica a tranquillizzarvi vi consiglio Alberto Alesina, su Il Sole24 Ore di oggi, che elenca gli errori da non ripetere.
«I dipendenti di Lehman Brothers che lasciano con gli scatoloni gli uffici ricordano le immagini della crisi del 1929 e i media hanno subito sfruttato l'analogia. Ma il paragone è errato: il crollo finanziario del'29 si tramutò in una tremenda recessione per clamorosi errori di politica economica. Dato che questi sbagli non sembrano ripetersi, la crisi finanziaria di oggi potrà avere sì delle conseguenze sull'economia reale, ma nulla di paragonabile ad allora».

Tuesday, September 16, 2008

Il libero mercato è vivo e in mezzo a noi

Almeno una generazione di italiani ha girato il mondo come se Alitalia non fosse esistita

«Il fallimento, nel libero mercato, è la giusta sanzione che condiziona positivamente la condotta degli attori, e contribuisce a lenire il rischio di comportamenti opportunistici. Che si lasci cadere nell'abisso una grande banca d'affari come Lehman è una prova di maturità, proprio come non lo è, simmetricamente, considerare inconcepibile il fallimento di una compagnia aerea di medie dimensioni. Se, nella tragedia, possa essere un segnale persino incoraggiante, per ristabilire i corretti incentivi di mercato, lo sapremo solo fra un po'». Parole come al solito condivisibili, quelle di Alberto Mingardi su il Riformista di oggi.

I salvataggi a spese dello stato sono sempre un «azzardo», economico prima che «morale». Se gli operatori economici avvertono che «i costi vengono sostenuti dalla collettività», allora «possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi».

C'è chi assistendo alla bancarotta della Lehman Brothers crederà di vedere la fine di un mondo, il fallimento del libero mercato e del capitalismo. "Finalmente", esclamerà tirandosi qualche sega (scusate la volgarità). Altri con un sorrisetto compiaciuto da professorini, alla Tremonti, osserveranno che il mercato da solo non basta, ci vuole l'intervento statale, o in modo più politicamente corretto "la" politica.

Eppure la bancarotta della Lehman Brothers non è il segno del fallimento, bensì del corretto funzionamento del libero mercato in un passaggio di crisi. Gli impiegati della Lehman non si arroccano nei loro uffici chiedendo l'intervento pubblico, come accadrebbe in Italia, ma raccolgono in uno scatolone i loro effetti personali e se ne vanno, pure con una certa fretta, che' nuove opportunità sono dinanzi a loro.

Anche la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo Usa ha galvanizzato politici e commentatori statalisti. Ma quanti sanno, e quanti hanno taciuto, che Fannie Mae e Freddie Mac erano colossi para-statali, e che la loro bancarotta è un fallimento non del libero mercato, bensì proprio di quel po' di interventismo statale e di politica sociale che c'è in America? A chi è capitato di leggere o ascoltare sui mainstream media le considerazioni di Marco Taradash?
«... sono nate da una scelta politica, per favorire la diffusione più ampia possibile della proprietà immobiliare negli Usa, con miliardi di dollari di linee di credito garantite dallo stato, tassi di credito di favore da parte della Fed, esenzione fiscale a livello statale e federale, e soprattutto, una garanzia di fatto assoluta di non fallire. L'effetto di questo sistema è la crisi finanziaria in corso da mesi. Freddie e Fannie sono state gestite irresponsabilmente, hanno diffuso irresponsabilità nell'intero sistema bancario americano, hanno fatto dilagare l'irresponsabilità fra i cittadini americani. Questi due istituti sono stati tenuti in vita artificialmente grazie a un enorme e costosissimo lavorio di lobby, grazie al loro essere una gallina dalle uova d'oro per decine di uomini politici, quasi tutti democratici, in attività o in pensione, e soprattutto, grazie ai falsi in bilancio».
Una versione confermata da Alberto Bisin, tra i pochi a raccontare la vera storia di Fannie Mae e Freddie Mac. Sebbene formalmente società private, si sono comportate come istituti para-statali:
«La loro origine è pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli anni '60, quando è stata privatizzata, e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli anni '70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l'anno. Ma soprattutto, l'origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta "implicita garanzia pubblica". Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti... Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio... Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia».
Ma che c'è di male, allora, a salvare Alitalia? Il fatto è che non si tratta di alcun «salvataggio», a ben vedere. Nazionalizzando i due colossi dei mutui il governo degli Stati Uniti ha di fatto evitato che un danno provocato nel corso dei decenni da sbagliate politiche pubbliche avesse effetti ancor più catastrofici su una crisi finanziaria che proprio la condotta irresponsabile delle para-statali Freddie e Fannie ha contribuito a innescare.

Il fallimento di Alitalia non avrebbe alcun contraccolpo sulla nostra economia. Ogni anno migliaia di lavoratori in Italia perdono il posto senza ricevere le attenzioni che stanno ricevendo i piloti della nostra compagnia di bandierina ed esiste almeno una intera generazione di italiani (diciamo chi ha avuto tra i 20 e i 30 anni negli anni '90 e 2000), che non ha mai neanche lontanamente immaginato di volare con Alitalia. Sarebbe potuta anche non esistere affatto, ma quelle generazioni avrebbero comunque girato l'Europa e il mondo a prezzi bassissimi come nessuna generazione prima di loro. In effetti il governo italiano non sta operando alcun «salvataggio», ma sta piuttosto garantendo «ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza», ha osservato Bisin.

Friday, July 18, 2008

Niente paura, la Cina è ancora lontana

Alla presentazione del nuovo numero di Limes interamente dedicato alla Cina, "Il marchio giallo", oltre al direttore Lucio Caracciolo e al Card. Silvestrini, Prefetto Emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, ha partecipato il ministro degli Esteri Franco Frattini. La tesi esposta nell'editoriale di Caracciolo è che la Cina è sì un colosso del commercio mondiale che invade i mercati esportando merci, ma non è ancora una vera superpotenza, perché non esporta il «marchio giallo», cioè un brand «proprio e universale», che «la distingua e la faccia apprezzare». Il made in China di oggi è altro, tutto quantità senza qualità.

Pechino è lontana, scrive Caracciolo, dallo «stigma delle superpotenze al loro acme», il soft power inteso come potere della seduzione. Ad oggi «spaventa più che attrarre», come quando cade nel «disastro mediatico» della rivolta tibetana nel marzo scorso, dimostrando l'«insicurezza» e il volto violento del suo regime. E' bastato un «pugno di monaci» a rafforzare la sua «cattiva immagine».

L'economia non basta per diventare egemoni, spiega il direttore di Limes. Tra l'altro, Pil e reddito pro capite sono ancora troppo bassi per «aspirare al rango di supergrande». Il «cocktail di autocrazia e capitalismo» porta risultati e conviene a molti leader africani, ma la Cina non offre modelli culturali «appetibili». In America e in Europa «i pregiudizi negativi sul made in China crescono con progressione geometrica rispetto alla penetrazione di merci cinesi». Quanto alla way of life, «il giovane cinese scimmiotta i tic occidentali» e il sistema politico cinese in Occidente è «anatema».

Quindi, quanti prevedono «l'inevitabile sorpasso del Pil cinese ai danni di quello americano entro dieci o vent'anni, dovrebbero tenerne conto»: questa Cina non ha ancora prodotto il suo marchio di successo. L'«irradiamento» del regime di Pechino è «modestissimo». «Su queste basi pretendere al primato mondiale – anche solo alla cogestione sino-americana – è alquanto fantasioso», conclude Caracciolo.

Nel suo intervento il ministro Frattini non si è sottratto a dare almeno una risposta alle tante domande aperte dal nuovo numero di Limes: è la Cina ad essere divenuta «più globale», non il mondo «più cinese». Non c'è area del mondo in cui però non giochi un ruolo forte, ha osservato. In molti casi positivo: dal contributo alla stabilizzazione in Libano ai negoziati sul nucleare con la Corea del Nord; dai rapporti con il Giappone agli sforzi per una zona di libero scambio tra i Paesi dell'Asean. «Bisognerà tener conto della Cina anche per stabilizzare Afghanistan e Pakistan», ha suggerito Frattini.

L'Occidente ha il «dovere di rafforzare il proprio incoraggiamento alla Cina perché sia un attore globale responsabile». Ma su alcuni grandi temi, in particolare, va «stimolata» a fare di più. Il ministro ha auspicato che siano sciolti i dubbi sul rispetto delle regole del WTO e ambientali, e che Pechino intraprenda il «percorso verso standard occidentali sui diritti umani» in modo «risoluto». Del tema dei diritti fanno parte la libertà religiosa e la pena di morte, ha ricordato, così come il dialogo con le minoranze. «Vogliamo che la Cina continui il dialogo con il Dalai Lama». Non per l'indipendenza del Tibet, che è lo stesso Dalai Lama a escludere, come sanno tutti, ma nel rispetto del principio del dialogo.

Riguardo la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, sarà il sottosegretario allo Sport, Rocco Crimi, a rappresentare l'Italia, ha anticipato il ministro, che invece sarà in vacanza. «Altre presenze – ha precisato – saranno valutate individualmente». Sentiti i capi di Stato e di governo europei, Sarkozy ha detto che andrà. «E a noi questo basta. Non c'è una linea di governo in un senso o in un altro, come non c'è una linea dell'Ue».

«Gestire» la Cina è «un'illusione», ha sottolineato Frattini. Occorre «un'agenda comune» su temi come l'ambiente, l'energia, la salute, la cultura, la riforma dell'Onu, il programma nucleare iraniano. E sulla crisi del Darfur Pechino «avrebbe una parola in più da dire». Ma «dalla paura, dal dubbio e dalla diffidenza», dobbiamo passare alla «fiducia» nei rapporti con la Cina; dalla tentazione di difenderci soltanto «al coinvolgimento e alla partnership strategica». Chissà cosa ne penserà il ministro Tremoni.

Per tutto questo, ha concluso il ministro, «ci vuole l'Europa, che ancora non è un attore globale». Rispetto alla promozione dei diritti umani, per esempio, «vorremmo vedere l'Ue impegnata senza se e senza ma». Un G-2 sino-americano, tagliando fuori l'Ue, non avrebbe grande futuro, ma potrebbe un giorno essere una realtà se l'Ue si suicidasse, ha avvertito.

Friday, January 11, 2008

Più che pericolosi, ridicoli

Non l'avevo letta questa carta dei valori del Partito democratico in cui sono impegnati intellettuali del calibro, si fa per dire, di Alfredo Reichlin (di cui avevamo già parlato qualche giorno fa).

Devo dire che nemmeno lo leggerò questo «Manifesto», ché mi bastano gli estratti riportati oggi nell'editoriale di Piero Ostellino, sul Corriere della Sera.

Una marmellata di buonismo, solidarismo, anticaglie marxiste, che dimostra l'ignoranza assoluta dei processi che regolano la vita economica e sociale di una moderna democrazia liberale.

La pretesa e l'ossessione di prevedere e gestire il cammino "provvidenziale" della storia, di assicurare un tipo di libertà «sostanziale», e uno «sviluppo umano della persona», l'"uomo nuovo" dei peggiori stati etici, pare di capire.

Passaggi da brivido, che dopo lo stupore iniziale suscitano una rassegnata tenerezza. Questi qui non capiranno mai. Non potendo più mettere in discussione il capitalismo, l'economia di mercato, i concetti di "dispersione delle conoscenze", alla base della sociologia moderna (Max Weber), dell'individualismo metodologico (Friedrich von Hayek) e della società aperta (Karl Popper), secondo cui gli uomini, nella libertà, producono «inconsapevolmente» benefici pubblici attraverso comportamenti individuali non prevedibili e programmabili, non potendo più confutare tutto ciò che ha reso perdenti le teorie in cui hanno creduto, gli resistono sentimentalmente. Solo quello. Poveretti.

Monday, January 07, 2008

Il Papa no-global. I liberisti ne prendano atto

Sia conservatori che socialdemocratici, comunisti, persone di sinistra non liberale, possono vantare diversi punti di sintonia con Papa Benedetto XVI. Gli uni sui valori morali, gli altri sulla diffidenza, se non l'avversione, della dottrina sociale della Chiesa per il capitalismo, il consumismo, la globalizzazione, il mercato. Coloro che non possono proprio far finta di niente sono i liberali, che su entrambi questi temi non dovrebbero tacere la propria visione.

Che rimarrebbe di quei liberali che riguardo i valori morali sono disponibili a siglare delle tregue e dei compromessi con l'universo conservatore, se cedessero e si autocensurassero anche sul libero mercato? E i conservatori, sono disposti a seguire la dottrina della Chiesa anche in campo economico-sociale?

Non è stata la prima, e non sarà l'ultima volta che il Papa lancia anatemi contro la globalizzazione. Nell'omelia per la messa dell'Epifania, Papa Ratzinger ha sottolineato come il disegno di Dio sia «contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l'umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi».

La globalizzazione è tra queste spinte, come «nebbia fitta avvolge le nazioni e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt'altro. I conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C'è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. Questa grande speranza può essere solo Dio... non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano: il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto. Se c'è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell'ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l'umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un'equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile».

La Chiesa e i cattolici continuino pure a diffidare del denaro, della ricchezza, del capitalismo (non quando sono loro stessi ad avvantaggiarsene, ovviamente), ma evitino di lasciare intendere il falso, cioè che sia la globalizzazione la causa della miseria nel mondo, perché semmai è stata la spinta decisiva per molti che ne sono usciti. Nella sua critica alla globalizzazione il Papa rivela tutta la sua ignoranza del fenomeno economico e sociale su cui pretende di far calare la scure del suo giudizio morale.

Non è affatto vero che la globalizzazione sia governata dalla «sopraffazione». Non è affatto vero che a causa di essa sia aumentato il divario tra ricchi e poveri nel mondo. E' vero che la globalizzazione produce vincenti e perdenti, sia tra paesi che all'interno dei paesi. Ma la globalizzazione ha permesso a molti paesi dell'America Latina, all'India, alla Cina e persino a qualche paese africano, di ridurre il divario con i paesi tradizionalmente più ricchi, di sfidarli apertamente sul piano economico e politico.

Nel complesso i benefici della globalizzazione superano di gran lunga i danni, dovuti per lo più alle barriere che ancora si frappongono al libero mercato. Non è a causa della globalizzazione che molti paesi ancora non hanno conosciuto lo sviluppo, ma spesso per cause endogene, come la mancanza di democrazia, la fragilità della società civile e delle strutture dello Stato, le violenze etniche, la corruzione e, non ultima... la religione, con le tradizioni arretrate ad essa connesse.

Sunday, September 30, 2007

La retorica cattolica ci lavora ai fianchi

«Il capitalismo non va considerato come l'unico modello valido di organizzazione economica»

Abbiamo già commentato le univoche, a nostro avviso, parole di Benedetto XVI sul capitalismo, ma probabilmente Emanuele Severino si spiega meglio.
Il capitalismo è un agire complesso che però, in ogni sua intrapresa, ha come scopo il profitto, non l'amore del prossimo. Da tempo la Chiesa, pur riconoscendo che «il profitto è naturalmente legittimo», lo condanna quando e in quanto esso voglia essere lo scopo della organizzazione economica. Il profitto è «legittimo» se si mantiene «nella giusta misura»: non come scopo di tale organizzazione ma come mezzo con cui questa realizza lo scopo legittimo, ossia il «bene comune». Un mezzo per realizzare la carità cristiana, l'amore del prossimo.
Ma «giusta misura» e «bene comune» sono quei concetti ragionevoli con i quali la retorica cattolica mina alla base qualsiasi attività umana che non voglia essere subordinata alla sua dottrina. Il capitalismo realizza e diffonde il benessere nelle società umane proprio perché lo scopo di tale organizzazione economica non è il «bene comune», ma il profitto indidividuale.
Prescrivendo al capitalismo di avere come scopo il «bene comune» cristianamente inteso, la Chiesa gli prescrive di assumere uno scopo diverso da quello che costituisce l`essenza stessa del capitalismo, ossia di diventare qualcosa di diverso da ciò che esso è... Se il capitalismo nella «giusta misura» assume come scopo non più il profitto ma il «bene comune», allora il capitalismo, dice il pontefice, «è necessario allo sviluppo economico» ma è anche diventato un diverso «modello di organizzazione», che, chiosiamo, del capitalismo e del profitto conserva soltanto il nome.
Prescrivendo al capitalismo di avere come scopo il «bene comune», la Chiesa gli prescrive di non essere più capitalismo. E infatti, il Papa aggiunge che «il capitalismo non va considerato come l'unico modello valido di organizzazione economica». A quale altro capitalismo «valido» si riferisce Papa Ratzinger, si chiede quindi Severino, quando afferma che «il capitalismo non va considerato come l'unico modello valido»?

Ma Benedetto XVI, e la Chiesa cattolica, ragionano in questo modo su tutto: è legittimo ciò che si subordina volentieri alla verità rivelata, e per di più a quella versione specifica tramandata dal cattolicesimo.
Anche riguardo alla democrazia il pontefice potrebbe infatti dire che la libertà «è naturalmente legittima nella giusta misura» ed «è necessaria allo sviluppo» politico (dove però la giusta misura è data da una libertà non separata dalla verità cristianamente intesa). Sì che l'unico modello valido di organizzazione politica è la democrazia che non assume come scopo la libertà senza la verità cristiana ma quella il cui scopo è l'unione di libertà e di tale verità (dove il profitto non avente come scopo il «bene comune» sta alla libertà senza verità, così come il profitto avente quello scopo sta alla libertà unita alla verità).
Dunque, fate attenzione, quando sentite il Papa o le autorità ecclesiastiche parlare di «giusta misura» e «bene comune». Sembrano ragionevoli, ma sotto c'è la sòla. Il tentativo non tanto di abolire il liberalismo o il capitalismo, ma di sottometterli alla propria autorità morale. Che in effetti è operazione ancor più subdola (e comoda) del contestarne direttamente ed esplicitamente la validità.