Pagine

Showing posts with label religione e politica. Show all posts
Showing posts with label religione e politica. Show all posts

Wednesday, July 05, 2017

Il risveglio dell'Arabia Saudita: perché ora e come cambierà (forse) il Regno

Pubblicato su formiche

Cosa c'è dietro le recenti mosse di Riad, dalla rottura con il Qatar all'ascesa del nuovo principe ereditario Mohammed bin Salman

L'Arabia Saudita è storicamente uno degli attori più cauti nel teatro mediorientale e che più ha resistito alle sirene della modernità dalla sua fondazione nel 1932. Da qualche tempo, tuttavia, sembra aver sostituito la sua proverbiale cautela, quasi immobilismo, con un attivismo senza precedenti e non privo di rischi, da cui trapela un senso di urgenza. In tre settimane, i sauditi hanno concertato con altre nazioni arabe l'isolamento del vicino Qatar, posto le basi per nuovi rapporti con Israele, strigliato il Pakistan, alzato il livello del loro confronto con l'Iran e portato avanti una guerra verbale con la Turchia di Erdogan. Nel frattempo, continuano a bombardare lo Yemen a sostegno dei loro alleati locali nella guerra civile che dilania il Paese. Dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 Riad ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam politico radicale. La storica ambivalenza saudita nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista, sulla base delle affinità con il wahabismo, sembra lasciare il posto alla ragion di Stato, dal momento che i piani di califfato di organizzazioni quali Al Qaeda e Isis, e l'ideologia politica dei Fratelli musulmani, che puntano a rovesciare i regimi arabi, rappresentano una minaccia esistenziale per le monarchie del Golfo.

Il recente attivismo saudita non è rivolto solo all'estero ma anche all'interno del Regno. Un altro segnale che l'Arabia Saudita si sta avviando verso un'epoca di grandi cambiamenti è la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, ministro della difesa, al posto del nipote Mohammed bin Nayef, potente ministro dell'interno che per un decennio ha condotto una lotta spietata contro il terrorismo e il dissenso politico, ma indebolito dal tentativo di assassinio subito nel 2009 per mano di al Qaeda. Non solo un grande salto generazionale, soprattutto una decisa rottura con la tradizione, che vuole la linea di successione saudita passare non di padre in figlio ma da un fratello all'altro, di solito non meno che settantenni, dei numerosi figli del fondatore del Regno, Abdulaziz Ibn Saud. E il Concilio Reale, in cui sono rappresentate tutte le discendenze, avrebbe approvato il passaggio a grande maggioranza, 31 a 3.

Ma cosa c'è dietro questo improvviso attivismo saudita? La paura, secondo uno dei maggiori studiosi di politica estera americani, Walter Russell Mead. Per anni proprio la paura ha reso i sauditi cauti, anche perché fiduciosi nella protezione americana. Ma con Obama è iniziata a Riad "l'età dell'insicurezza". L'apertura della precedente amministrazione Usa all'Iran – e la sua intenzione di ignorare l'approccio aggressivo di Teheran nella regione pur di non compromettere l'accordo sul nucleare – ha lasciato nei sauditi la sensazione del tradimento e dell'isolamento. Con l'egemonia iraniana che si espandeva in Iraq, Siria e Libano, i sauditi hanno concluso che la loro sicurezza non era più considerata a Washington come parte dell'interesse nazionale americano. Con la sua svolta l'amministrazione Trump sta cercando di rassicurare i sauditi che la politica filo-iraniana è finita, ma il senso di insicurezza è ormai profondo a Riad, perché la politica estera americana è diventata meno prevedibile e più incostante. In una parola, inaffidabile, per chi ha fondato la sua strategia di sicurezza nazionale sulla stabilità dell'alleanza con gli Stati Uniti.

Poi c'è il tema del petrolio. Con le sue enormi riserve, l'Arabia Saudita ha sempre usato la sua posizione di forza per mantenere il più possibile la stabilità dei prezzi rispetto ai tentativi di produttori più aggressivi che avevano interesse ad alzarli. Un ruolo particolarmente apprezzato a Washington. L'interesse saudita era quello di impegnare i suoi clienti nel lungo termine ed evitare che gli investimenti prendessero la via di fonti energetiche alternative. Ma la "shale revolution" sta cambiando gli equilibri e Washington e Riad non hanno più interessi così allineati nel mercato petrolifero. Gli estrattori americani, che possono rapidamente aumentare o diminuire la produzione al variare dei prezzi, rappresentano una sfida al ruolo dell'Arabia Saudita come produttore leader. Inoltre, i progressi nell'efficienza energetica e le fonti alternative stanno spostando la curva di domanda di lungo termine degli idrocarburi.

La combinazione tra petrolio meno redditizio e pressione demografica mette a rischio il fragile contratto sociale del Regno basato sui proventi petroliferi: Riad teme che l'oro nero non basti più a sostenere il benessere dei suoi sempre più numerosi (e giovani) sudditi. Insomma, temendo di non poter più contare solo sul petrolio per la propria ricchezza e fidarsi ciecamente di Washington per la propria sicurezza, i sauditi si stanno assumendo dei rischi. L'età e il profilo riformatore del nuovo erede al trono, Mohammed bin Salman, sono il segno dell'accelerazione impressa alla vita politica e sociale del Regno. Il giovane Salman crede che le risposte a queste sfide siano una politica estera assertiva, nel contrapporre all'espansionismo iraniano un fronte sunnita compatto e determinato, e un piano di riforme interne per emanciparsi dalla dipendenza dal petrolio. Come ministro della difesa è stato l'architetto della campagna militare nello Yemen contro i ribelli Houthi sostenuti dall'Iran e uno dei sostenitori della linea dura nei confronti del Qatar.

Il principe ereditario non è stato istruito all'estero, è popolare tra i giovani sauditi che chiedono più opportunità economiche e meno restrizioni sociali. Il giovane principe Salman è l'artefice di "Vision 2030", il più ampio e ambizioso programma di riforme mai proposto per diversificare l'economia saudita ed espandere il ruolo dell'impresa privata. Al centro del piano l'aumento della quota privata dell'economia dal 40 al 65% entro il 2030 e la riduzione della dipendenza del governo dai proventi del petrolio, ora al 70%. Tra le misure, la parziale privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco e una maggiore partecipazione delle donne alla forza-lavoro (il diritto alla guida sarebbe solo l'inizio). In un paese dove il 45% della popolazione, di 32 milioni, ha meno di 25 anni sarebbe una spinta decisiva alla crescita economica. Ma il nuovo erede al trono è anche un convinto sostenitore di cambiamenti culturali: concerti dal vivo vengono autorizzati e cinema aperti per la prima volta nel Regno. Il che ha già innescato scontri con il potente establishment religioso wahabita. Per gli standard sauditi un programma rivoluzionario, che implica anche un certo grado di separazione tra politica e religione.

Tutto questo, osserva WRM, indica che l'attuale turbolenza nel Golfo sia destinata a durare. Per riportare la stabilità l'amministrazione Trump "dovrebbe pensare ai problemi economici e di sicurezza dell'Arabia Saudita nel loro complesso, e in modo creativo a come questa alleanza, un pilastro della stabilità del Medio Oriente dalla Seconda Guerra Mondiale, possa essere rinnovata". Un'Arabia Saudita moderata e prospera rafforzerebbe la stabilità nel mondo arabo e sarebbe quindi nell'interesse nazionale degli Stati Uniti.

Thursday, September 20, 2012

La nostra linea rossa

Dopo il "film" (c'è ancora chi lo chiama così, ma il sospetto che si tratti di una montatura aumenta), riecco le vignette. Il settimanale francese Charlie Hebdo è certamente alla ricerca di pubblicità a buon mercato, ma la sensazione è che siamo arrivati ad un punto, nei rapporti con i settori più estremisti del mondo musulmano, in cui la battaglia per la libertà d'espressione va combattuta fino in fondo. Il presidente egiziano Morsi (Fratelli musulmani) la scorsa settimana ha aspettato di essere fuori dal territorio del suo paese per condannare le violenze contro le ambasciate americane, il che ha irritato parecchio anche bambi Obama, ed è ripartito dall'Europa con un miliardo di aiuti ma impartendoci una lezione: Maometto è «la nostra linea rossa», facendoci intendere che oltrepassata quella, dobbiamo aspettarci qualsiasi reazione, da una querela allo sgozzamento.

Ecco, credo sia giunto il momento di tracciare la nostra linea rossa. Se nei paesi musulmani non sono pensabili libertà d'espressione e libertà di culto, che continuino ad esserlo almeno nei nostri paesi civilizzati. E tracciare una linea rossa è ciò che tenta di fare Charlie Hebdo con due vignette che ritraggono Maometto pubblicate nelle sue pagine interne e in quarta di copertina. Stavolta niente di offensivo, scabroso o sconcio. Pura satira sottile. Ma sappiamo che per i musulmani integralisti il solo ritrarre il profeta è blasfemia. E la blasfemia nei loro paesi è punita da qualche anno di carcere fino alla morte. Come la mettiamo?

Subito la comunità islamica francese ha protestato e sono arrivare le minacce. Il governo francese per precauzione, temendo reazioni violente, ha disposto per il venerdì di "preghiera" la chiusura di ambasciate e scuole in una ventina di paesi a maggioranza musulmana. «Siamo in un paese in cui è garantita la libertà d'espressione, anche la libertà di caricatura», ha ricordato il premier Jean-Marc Ayrault. Per le offese... be' per quelle ci sono sempre i tribunali: «Ognuno deve esercitare questa libertà nel rispetto, ma se davvero qualcuno si sente offeso e pensa che ci sia stata una violazione di legge, siamo in uno stato di diritto e può rivolgersi ai tribunali». Perfetto.

Peccato che l'Occidente continui a mostrare pericolosi segnali di cedimento nella difesa dei suoi principi fondanti (dell'amministrazione americana abbiamo parlato qualche giorno fa) e dal mondo arabo continuino ad arrivare messaggi per nulla concilianti: «Queste cose devono finire», ha intimato il segretario della Lega araba. Subito ha trovato un ministro degli esteri pronto ad assecondarlo. Quello francese, Fabius, si è detto pronto a sostenere all'Onu la proposta di far diventare la blasfemia un crimine a livello internazionale. A quel punto ci saremmo consegnati mani e piedi ai nostri nemici, ai nemici della libertà, e che la disponibilità di Fabius sia stata solo un gesto di cortesia senza seguito non consola più di tanto.

Anche il ministro degli esteri italiano Terzi ci ha messo del suo, definendo le vignette «irresponsabili sensazionalismi». Nessuno si deve permettere non solo di offendere, ma nemmeno di «scherzare» sui sentimenti religiosi. Sì, proprio così, nemmeno «scherzare» si può. Terzi non dovrebbe permettersi di rilasciare dichiarazioni su alcunché prima di aver riportato i nostri marò a casa, ma di questo parliamo un'altra volta. Persino l'Osservatore romano bolla le vignette come «benzina sul fuoco» e il portavoce della Casa Bianca contesta l'opportunità della loro pubblicazione, ora che «possono infiammare la protesta».

E' questo il grande alibi dietro cui si nascondono politici e diplomatici: non offrire pretesti. Sono giustamente preoccupati di difendere la popolazione e il personale all'estero da possibili attacchi, quindi giustificano le loro dichiarazioni concilianti e di condanna delle "provocazioni" con la prudenza e il senso di responsabilità. Non si accorgono che così facendo però accettiamo un ricatto potenzialmente illimitato. Dovremo cedere su qualsiasi cosa i musulmani più integralisti si mostrino suscettibili, altrimenti dovremo subire le loro violenze? Questa non è diplomazia, questo è svendere i nostri principi. E la libertà d'espressione non è qualcosa di negoziabile in cambio di "sicurezza". Ci imbavagliamo per non essere aggrediti. Per qualcun altro, invece, mostrare di comprendere la suscettibilità altrui, per quanto assurda, fa molto persone perbene, fa molto tolleranti, saggi, ma il risultato finale è lo stesso e si chiama codardia.

Pubblicare vignette satiriche senza doverci sentire minacciati è una libertà a cui non possiamo rinunciare, per cui i nostri eroi hanno sacrificato la vita, è qualcosa che identifica la nostra civiltà e che vale la pena difendere con la spada se necessario. E' la nostra linea rossa, cordardi!

Friday, October 01, 2010

Tony, ci manchi/6 - Rispettosi verso cosa?

«Di che natura è questa minaccia? Non deriva da qualcosa che abbiamo fatto, l'Occidente non ha assolutamente cercato lo scontro. Questo è un punto di partenza decisivo... L'estremismo di cui abbiamo paura è una distorsione interna all'islam. Va completamente contro i suoi principi, ma non si può negare che i seguaci agiscano facendo riferimento alla religione. Ho la sensazione che troppo spesso siamo restii a dirlo, come se equivalesse a stigmatizzare tutti i musulmani... Se si tratta di distorsione interna all'islam, allora anche la soluzione sta almeno in parte al suo interno. Noi dall'esterno possiamo influenzarne la rimozione, ma è solo l'islam stesso che può eliminarla».
«L'opinione comune è che la posizione Bush-Blair era sbagliata perché, invece di tendere una mano, cercava lo scontro... La nostra politica nei confronti di Israele viene vista allo stesso modo come unilaterale, e questo non fa che alimentare un'immagine dell'Occidente per sua natura nemico dell'islam. Anche il no dell'Unione europea alla Turchia è valutato in modo simile. Il discorso del presidente Obama al Cairo, nel giugno del 2009, brillante esposizione della causa a favore della convivenza pacifica, ha aperto la strada a un nuovo approccio... un discorso calibrato con attenzione. Avrebbe allungato la mano dell'amicizia persino alla Siria e all'Iran. Si trattava di un'apologia e fu interpretata come tale. Il messaggio implicito era: siamo stati arroganti e irrispettosi, ma ora saremo, se non umili, profondamente rispettosi... Il problema è, rispettosi verso cosa, di preciso? Rispettosi com'è giusto verso la religione islamica, direbbe Obama; ma questo non deve significare essere rispettosi anche verso una parte dell'ideologia sottostante che molti, dentro l'islam, esprimono. Ecco il problema alla sua radice: gli estremisti sono pochi numericamente, ma la loro teoria, per cui l'islam sarebbe la vittima di un Occidente sprezzante all'esterno e di una leadership religiosa insufficiente all'interno, trova molti seguaci. E l'infuenza è così forte che gran parte delle autorità si sente costretta a perpetuare questo modo di pensare per timore di perdere consensi».
«E' la loro teoria che bisogna aggredire. Deve essere dichiarata apertamente, riconosciuta e poi sfidata, dentro e fuori dall'islam. Non merita rispetto. Dobbiamo affrontarla, dimostrarci contrari, contestarla sul piano della politica, della religione e della sicurezza. Se combattiamo con fiducia e in modo persuasivo, daremo forza a chi nell'islam sa che questo problema è fondamentale, ma che tuttavia esita perché teme di restare solo».
Tony Blair ("A Journey")

Tuesday, November 03, 2009

Altro che crocefisso, smascherato l'inganno della scuola statale

Levata di scudi praticamente unanime da parte del mondo politico per la sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocefisso nelle aule. Della sentenza non mi scandalizza il merito, che anzi per lo più condivido: è ovvio che dal momento che la scuola è pubblica, l'ambiente educativo dovrebbe essere il più possibile neutro dal punto di vista della religione, come della razza, del sesso, eccetera. D'altra parte, c'è piena libertà di scegliere una scuola non neutra dal punto di vista religioso, optando per una scuola privata cattolica. L'equivoco quindi nasce dalla proprietà statale delle scuole, ma il discorso, più che per il crocefisso (il cui significato sembra davvero a cavallo tra il religioso e il nazional-popolare) dovrebbe valere per l'ora di religione, che al massimo dovrebbe essere storia delle religioni o religioni comparate.

Fin qui rimaniamo nell'ambito della discriminazione religiosa. Ma la sentenza, così come riportata dai siti d'informazione, non mi convince laddove cita il «pluralismo educativo» e «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Qui si apre un vero e proprio vaso di pandora, che ha ancora una volta a che fare con la proprietà e la natura statale della scuola. C'è davvero «pluralismo educativo» nelle nostre scuole statali, o è solo un mito che raccontiamo a noi stessi (o che ci viene inculcato), mentre in realtà viene esercitato un "monopolio educativo" da parte dell'insegnante che ti capita in sorte e che nessuna famiglia ha scelto? I genitori hanno certamente il diritto a educare i figli secondo le proprie convinzioni, ma dal momento che li affidano a una istituzione, in qualche modo accettano di porre dei limiti a quel diritto. Nel caso di una scuola privata, scelgono effettivamente secondo le proprie convinzioni. Nel caso di una scuola statale, vengono illusi dal mito del «pluralismo educativo». Perché - se la mettiamo su questo piano - io genitore dovrei accettare che mio figlio debba studiare storia sul Villari (che dovrei pure comprare con i miei soldi)?

Infine, sono rimasto non poco sorpreso dalla nazionalità dei sette giudici autori della sentenza: un belga, un italiano, ma anche un portoghese, un lituano, un ungherese, un serbo e un turco (!). Un turco che giudica sul crocefisso in Italia sembra un paradosso! E qui si apre una problematica ancora più ampia, quella della legittimazione della giurisdizione delle corti internazionali. Quanto è sopportabile, da un punto di vista liberale, che una simile giurisdizione sia fondata su dei trattati internazionali? Per altro, già la nostra Corte costituzionale si era espressa sul medesimo caso. Posso capire che se un ordinamento non vuole o non può esprimersi a tutela dei diritti dei cittadini (ciò che accade spesso nelle dittature), possa intervenire una corte sovranazionale. Ma rimango convinto che all'interno di un Paese democratico i cittadini debbano essere giudicati, e le controversie risolte, da giudici che derivano la loro autorità dalla comunità cui appartengono. La giurisdizione è una cosa delicata, non basta un trattato internazionale a legittimare un tribunale.

Monday, October 12, 2009

Burqa, la normativa vigente non lo vieta affatto

Su il Velino

Di un intervento legislativo, se si vuole impedire che burqa e niqab siano indossati in pubblico, c'è bisogno, perché la normativa vigente sull'identificazione - la legge 152/1975, a cui spesso si fa riferimento - non vieta affatto di indossarli.
LEGGI TUTTO

Monday, September 21, 2009

Via i burqa dall'Italia

Ci vuole una legge specifica che vieti burqa e niqab (e anche il velo nelle scuole, nelle università e in tutti gli edifici pubblici). La legge cui si è appellata ieri a Milano Daniela Santanchè, quella che vieta di girare in strada con il volto coperto, è inapplicabile al velo islamico, in quanto riconosciuto come «pratica devozionale» da sentenze sia della Cassazione che dei Tar, e da una circolare del Ministero degli Interni. Motivai il mio deciso "no" al burqa, e anche al niqab, quasi tre anni fa in questo articolo.

Che il burqa, o il niqab, sia davvero un simbolo religioso, è discutibile. Ed è ancor più discutibile che esistano donne che volontariamente li indossano. Quelle presunte volontà sono figlie di plagio, condizionamenti culturali, nel migliore dei casi, su persone che neanche sanno cosa significhi esprimere una propria volontà autonoma. A prescindere dalla presunta volontà di chi lo indossa, è un simbolo di segregazione, un modello antropologico di sottomissione della donna e, per questo, un'offesa alla sua dignità. E' incompatibile con i diritti fondamentali e l'uguaglianza dei sessi garantiti dalle costituzioni democratiche. Dietro di esso c'è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam integralista. Seppure in clandestinità o nel privato, verrebbe de facto legittimato l'impianto della sharia, e non saremmo in grado di tutelare i diritti delle donne islamiche che il velo invece non volessero indossarlo e che volessero liberarsi dalla condizione di sottomissione che vivono in famiglia.

Friday, September 04, 2009

La lezione del caso Boffo/2 - poi basta

E' finita come non poteva non finire: con le dimissioni. Quella di Boffo è la fine di ogni "moralizzatore" e non merita che si straccino tutte le vesti che vengono stracciate in queste ore. Il suo piccolo e veniale infortunio giudiziario (mica tanto, poi, dopo l'approvazione della legge sullo stalking), non lo avrebbe costretto alle dimissioni se non avesse preteso di giudicare la vita privata altrui e se il giornale che dirigeva non sostenesse le posizioni che sostiene sull'omosessualità.

L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».

Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.

Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.

Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.

Monday, August 31, 2009

La lezione del caso Boffo

Chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce. Così sembra che Dino Boffo lascerà la direzione di Avvenire, impallinato a dovere da Vittorio Feltri. La "patacca" non è affatto tale, soprattutto per chi sulle "patacche" ha costruito campagne moralistiche, ai cui animatori, si sa, si richiede una condotta irreprensibile e un armadio privo di scheletri. Non era il caso di Boffo, che nonostante tutto in questi mesi ha alzato il ditino rimproverando a Berlusconi i suoi "festini", condannando la politica del governo sull'immigrazione con paragoni - come quello tra il naufragio degli eritrei e la Shoah - impropri quanto mistificanti e offensivi nei confronti delle vittime del nazismo.

Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?

Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.

Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.

Tuesday, June 23, 2009

La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa

Le analisi di Amir Taheri e Reuel Marc Gerecht convergono nell'individuare negli ultimi sviluppi della crisi in Iran un salto di qualità tale da poter parlare di una vera «rivoluzione» in corso. Comunque andrà a finire, e qualsiasi siano le reali intenzioni di Mousavi e del cartello che lo sostiene, l'autorità della Guida Suprema, che è a fondamento dell'intero sistema khomeinista, è entrata in crisi, forse irreversibilmente. Gli iraniani, ma per la prima volta anche pezzi importanti dell'establishment come lo stesso Mousavi, sfidando la parola e gli ordini di Khamenei, hanno messo in dubbio la validità del principio del velayat-e faqih, su cui si fonda la Repubblica islamica. Hanno messo in dubbio, in definitiva, la natura divina della legittimazione del potere della Guida Suprema.

«Poco prima di mezzogiorno di venerdì 19 - scrive Amir Taheri - la Repubblica islamica è morta» e l'Iran si è «trasformato da una Repubblica islamica a un emirato islamico guidato da Khamenei». La sua decisione di «uccidere» la Repubblica islamica «può condurre l'Iran in acque inesplorate». L'establishment è «diviso come mai prima. Tutte le figure autorevoli dell'"opposizione leale", compresi gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, hanno boicottato il sermone di venerdì. Quasi metà dei membri del Parlamento, insieme alla maggior parte del Consiglio degli Esperti, erano assenti». Se Khamenei sperava di «intimidire» i manifestanti, ha dovuto presto ricredersi. «Ha cercato di dividere l'opposizione offrendo rassicurazioni a Rafsanjani», ma non c'è riuscito: Rafsanjani «ancora rifiuta di appoggiare la rielezione di Ahmadinejad». E Mousavi, nonostante l'aut-aut della Guida Suprema, e «virtualmente agli arresti domiciliari», continua a sostenere le proteste.

Khamenei ha ridotto a carta straccia l'autorità di cui è investito, posta dalla rivoluzione islamica al vertice del sistema. «Oggi ci sono due Iran», conclude Taheri:
«Uno pronto a sostenere il tentativo di Khamenei di trasformare la Repubblica in un emirato al servizio della causa islamica. Poi c'è un secondo Iran, desideroso di cessare di essere una causa e che aspira ad essere una nazione normale. Questo Iran non ha ancora trovato i suoi leader definitivi. Per ora, è pronto a scommettere su Mousavi. La lotta per il futuro dell'Iran è solo all'inizio».
Per Reuel Marc Gerecht «una cosa è chiara: siamo testimoni non solo di un'appassionante lotta di potere tra uomini che si sono frequentati intimimamente per 30 anni, ma anche del disfarsi della concezione religiosa che ha dato forma alla crescita del moderno fondamentalismo islamico... la volontà di Dio e la volontà popolare non sono più compatibili». Inoltre, aggiunge, «siamo testimoni» del «collasso delle fondamenta strutturali dell'intero approccio islamico» alla gestione del potere negli stati moderni.
«Dopo 9 anni da quando fu stroncato, il movimento riformista che sosteneva Khatami è diventato solo più forte. Ha portato tra le sue file Mousavi, una volta discepolo prediletto dell'ayatollah Khomeini, che oggi di tutta evidenza non ha alcun riguardo per Ahmadinejad, né per la Guida Suprema. Ciò che può sembrare più sorprendente è che così tanti preminenti rivoluzionari della prima ora si siano schierati con Mousavi. Ci sono molte ragioni, ma tra le principali c'è la crescente consapevolezza che la Repubblica islamica e la rivoluzione sono spacciate a meno che l'Iran non diventi più democratico. Può essere una speranza ingenua (come sembrava ai suoi inizi la glasnost), ma è una potente motivazione per coloro che hanno dato l'anima per rovesciare lo shah».
«Non è chiaro - ammette Gerecht - ciò che Mousavi pensa della democrazia, ma ci sono buone probabilità che voglia affidare al popolo più potere di quanto avesse intenzione Khatami, che malgrado alcune differenze non potrebbe né rompere davvero con i suoi confratelli del clero, né liberarsi della vecchia convinzione islamica secondo cui il fedele ha bisogno della supervisione da parte del clero. E anche se Mousavi non è il tipo ideale di riformatore, è circondato dai migliori e più brillanti iraniani... e anche presso il clero, le migliori menti, come il grande ayatollah Montazeri, hanno preso le distanze da Khamenei». Secondo Gerecht infatti, l'esperienza diretta della teocrazia ha convinto «brillanti chierici» della necessità della «separazione tra chiesa e stato come strumento per salvare la fede dal potere corruttore della politica».

«Che lo volesse o meno, Mousavi ha probabilmente dato inizio al conto alla rovescia finale» per la Repubblica islamica e ciò pone al presidente americano Obama una serie di «complicati problemi», di cui «dovrebbe prendere nota»: «All'interno dell'Iran, la questione nucleare non è ciò per cui la gente sta lottando. Sta lottando per la libertà. Anche se l'ayatollah Khamenei dovesse vincere questo round, il presidente dovrebbe mettersi dalla parte giusta della storia. Non ha nulla da perdere: la Guida Suprema non concederà mai nulla sul nucleare. E più il regime clericale diventerà impresentabile al suo interno, più diventerà impresentabile all'estero. Mousavi è la sola speranza di Obama», conclude Gerecht.

Sul Weekly Standard, lo stesso Gerecht approfondisce il tema: «Ci si è sempre chiesti se l'istituto del velayat-e faqih sarebbe sopravvissuto a Khamenei. Egli stesso ora ha dato abbastanza garanzie che non sopravviverà». «Non importa cosa accade - è convinto Gerecht - la Repubblica islamica come l'abbiamo conosciuta probabilmente è finita». Tutti i regimi, spiega, «hanno bisogno di una qualche legittimazione per sopravvivere, e la Repubblica islamica si reggeva su due pilastri»: la convinzione che gli iraniani continuassero a sostenere la rivoluzione islamica e le basi essenziali del suo sistema politico; l'adozione del clero come strumento di legittimazione della Repubblica. «Se nelle prossime settimane - prevede Gerecht - Khamenei commette l'errore di dare luce verde al massacro dei giovani iraniani nelle strade, probabilmente perderà il sostegno del clero, tutto tranne il più retrogrado, che però non è rappresentativo dell'establishment. Un golpe da parte delle Guardie della Rivoluzione verrebbe visto come un assoluto disastro dalla maggior parte dei mullah, che hanno gelosamente custodito la loro posizione preminente nella società».

E allora, «il più importante esperimento di ideologia islamista dalla nascita della Fratellanza musulmana si rivelerà - agli occhi del suo stesso popolo, dei guardiani della fede, e del mondo intero - un fallimento». A meno che Mousavi non si ritiri e non riporti la calma tra i suoi sostenitori, la rivoluzione islamica, «che fu uno shock per il mondo musulmano 30 anni fa, diventerà o un vero laboratorio di democrazia, o una brutale e violenta dittatura paragonabile per la sua ferocia ai regimi baathisti in Iraq e in Siria». In entrambi i casi non sarà mai più la stessa e, soprattutto, perderà la sua legittimazione religiosa.

Ma perché ci sia «qualche possibilità» che l'Iran «desista» dal nucleare, avverte Gerecht, «Mousavi deve vincere questa battaglia. Se Ahmadinejad e Khamenei trionfano, non cederanno. Per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sono il mezzo per diventare attori globali e la migliore garanzia di restare al potere», non potendo più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. «Anche se Mousavi non è nostro amico - e si rivelasse essere in molti casi nostro nemico - dovremmo tutti augurarci che vinca» e Obama «farebbe bene ad essere più determinato nel difendere la democrazia per un popolo che si è guadagnato il suo rispetto. Gli iraniani - è convinto Gerecht - perdoneranno al presidente l'intromissione».

Friday, March 13, 2009

Un Papa ferito e tradito che dimentica Tocqueville

Oggi facciamo un po' di ingerenza, perché c'è questa lettera del Papa davvero notevole. Una lettera in cui in qualche modo ammette i suoi errori ma appare come un agnellino in mezzo a un branco di lupi («ci si morde e divora», nella Chiesa), situazione nella quale rivela tutta la sua angoscia, l'amarezza e lo sconforto.

«Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica». Il Papa riconosce che bastava consultare internet per chiarirsi le idee («seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema») e aggiunge «ne traggo la lezione che in futuro nella Santa sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie». Non c'è motivo di non credere alla sua buona fede, sul caso Williamson, visto che anche il mondo ebraico sembra aver creduto alle sue spiegazioni.

Chissà, davvero in fondo questo Papa non è che un ingenuo agnellino in mezzo ai lupi. Di certo le contestazioni per la remissione della scomunica ai lefebvriani e per il caso Williamson devono essere state durissime per indurre il Pontefice ad aprire in questo modo il suo cuore. Non credo che nella Curia sia sempre rose e fiori. Anzi, forse il clima di scontro e veleni è più frequente di quanto possiamo immaginare. Ma proprio per questo ha più valore la lettera del Papa, il candore con il quale mette a nudo i suoi sentimenti, sebbene non si possa certo definirli arrendevoli.

Ma Ratzinger parla come colui che si sente tradito. Sembra essere conscio del fatto che il caso Williamson rivela «ferite risalenti al di là del momento»; che quei cattolici che hanno protestato «con un'ostilità pronta all'attacco» si muovono contro di lui animati da un rancore e una disapprovazione generale. Che sia in corso un lavoro di delegittimazione del Papa dall'interno della Chiesa? Può darsi, ma diciamo che il Papa riesce benissimo da sé a delegittimarsi.

Le ragioni della protesta sembra esserci tutte. Il punto è semplice: possibile che un pugno di integralisti sia per lui più importante di milioni di fedeli che si allontanano da una Chiesa rigida, che demonizza la cultura e gli stili di vita moderni, e sempre più incapace di comprensione?

E così torniamo alla missione in cui questo Papa crede di doversi impegnare, che dall'inizio del suo pontificato mi sembra essere quella di preservare intatta la purezza di una dottrina morale e sociale, costi quel che costi in termini di popolarità e di numeri. In un mondo che si allontana da Dio, Ratzinger non crede che compito della Chiesa sia quello di trovare Dio in quel mondo, ma di erigere una fortezza ben difesa dagli attacchi della modernità: meglio un manipolo di duri e puri che un gran numero di credenti dalla fede debole e squassata dai venti delle nuove dottrine. Dai pochi ma buoni si può ripartire per riconquistare il mondo, non da una massa di smidollati. In fondo, è un'ammissione di sconfitta, una ritirata tattica rancorosa che spiega in parte la virulenza degli attacchi e dell'ingerenza politica su quasi tutti i temi, quelli etici come quelli economico-sociali.

Piazza San Pietro ogni domenica appare sempre più vuota rispetto ai tempi di Papa Wojtyla. E non è solo questione di abilità comunicativa. Secondo alcuni calcoli negli ultimi due anni gli incontri pubblici del Papa hanno visto partecipare due milioni di fedeli in meno. Per il secondo anno consecutivo il Vaticano ha chiuso i suoi conti in rosso. Certo che il Papa, la Chiesa ufficiale, non devono piegare i loro valori ai gusti del pubblico del momento; ma neanche possono sottrarsi del tutto dal misurarsi con il sentire della gente comune, della Chiesa comunità.

Non è solo una crisi di immagine, è una crisi di messaggio. Papa Ratzinger sente il dovere di tracciare dei confini di appartenenza al "popolo di Dio" tanto più efficaci, per preservare la Chiesa e le sue verità, quanto più stretti e stringenti. Ma anche i fedeli più umili ormai stanno intuendo che dietro alcune prese di posizione soprendentemente nette, veri e propri anatemi al limite del cinismo, su temi controversi per le coscienze di tutti non c'è alcuna verità di fede o valore "irrinunciabile" da difendere, ma solo l'ostinata difesa di sovrastrutture culturali, se non di vere e proprie rendite di potere.

Se la totale chiusura nell'ambito della morale sessuale e familiare era la cifra anche del pontificato di Wojtyla, la vera differenza è che dai piani alti dei principi oggi si rasentano i bassifondi della politica. Il sempre più accentuato attivismo politico per vedere quei principi trasformati in obblighi e divieti dello stato cui tutti, anche i non credenti, sono chiamati a uniformarsi è fonte di discredito per la Chiesa e confusione tra gli stessi fedeli.

Soprattutto in Italia, Ratzinger rischia di dimenticare la lezione di Tocqueville: legando la propria autorevolezza alle leggi che regolano la convivenza civile, la Chiesa «sacrifica l'avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il suo potere legittimo» sulle anime; «aumenta il suo potere su alcuni uomini, ma perde la speranza di regnare su tutti», di «aspirare all'universalità» e di poter «sfidare il tempo». Quando la religione «vuole appoggiarsi agli interessi mondani, essa diviene fragile come tutte le potenze terrene. Legata a poteri effimeri, segue la loro sorte e cade spesso insieme alle passioni passeggere che li sostengono».

«Una religione che si prende cura dell'anima degli uomini può conquistare i loro cuori, quella che urta le idee generalmente condivise e gli interessi permanenti nella massa si farà molti nemici». La Chiesa cattolica rischia così di dissipare il vantaggio che lo stesso Tocqueville gli ha attribuito nei confronti, per esempio, dell'Islam.
«In questi secoli le religioni devono mantenersi più discretamente nei loro limiti senza cercare di uscirne poiché volendo estendere il loro potere al di fuori del campo strettamente religioso, rischiano di non essere credute in alcun campo. (...) Maometto ha fatto discendere dal cielo e ha messo nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e penali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri».
E' ancora così, o la seconda si avvia a commettere gli stessi errori della prima?

Monday, October 06, 2008

Il Papa non vedeva l'ora...

«Benedetto Croce aveva torto: se vogliamo vivere liberi e felici, non possiamo dirci cristiani». Oggettivista ci regala un post perfetto che mi risparmia quel paio di paragrafi che avrei voluto scrivere per commentare lo sciacallaggio di Ratzinger sulla crisi finanziaria.

Saturday, June 14, 2008

La democrazia perfetta? Senza uomini

Quella di Malvino è una replica che conferma le mie sensazioni sul suo «atto d'accusa». «Se vuoi esportare la democrazia, devi svuotarla di tutto ciò che ci hanno messo dentro le "possibili democrazie", cioè le "oligarchie bene organizzate" occidentali: innanzitutto, ciò che più è ostile alla piena autodeterminazione dell'individuo, cioè il principio trascendente...»

Quindi, se la democrazia non è completamente svuotata di tutto ciò, non è esportabile e, dunque, si conduce nel modo peggiore possibile la lotta al terrorismo. A me pare che gli Stati Uniti siano criticabili per aver commesso dei gravi errori dopo aver deposto i tiranni che governavano in Iraq e Afghanistan. In genere, però, vengono criticati non per aver esportato i «valori giudaico-cristiani», ma per aver esportato solo elezioni (uno dei metodi della democrazia, necessario ma non sufficiente) senza aver determinato in quei posti tutto il corollario di condizioni che la rendono possibile. Una di quelle condizioni è, appunto, una società minimamente secolarizzata, i cui esempi più compiuti si trovano in paesi di tradizioni giudaico-cristiane. Probabilmente nonostante quelle tradizioni, ma è così.

Insomma, a me sembra che si siano limitati a rimuovere gli ostacoli che impedivano ad afghani e iracheni di autodeterminarsi. Dopo di che spetta a loro. Sono "liberi" persino di ricadere sotto una dittatura, oppure di vivere in una «democrazia possibile», imperfetta, dove la sharia avrà chissà per quanto tempo ancora un peso straordinario. Ma che nell'arco di un quinquennio avesse luogo un processo di secolarizzazione, questo davvero non lo si poteva pretendere dagli "esportatori".

Però Malvino intende anche dire che per esportare la democrazia innanzitutto le nostre democrazie dovrebbero essere svuotate di tutto ciò che... eccetera. «La democrazia è metodo, non fonda sistema morale». Siamo d'accordo, ma [teoria] proprio in quanto tale, perché di per sé «non fonda un sistema morale», bisogna arrendersi di fronte al fatto che poi i cittadini che si sono dotati del metodo della democrazia lo utilizzino fino anche a rischiare di sputtanarlo, che conducano il loro pullman dove vogliono, fino anche a schiantarsi. Quando religione e morale, per via legislativa, comprimono oltre un certo limite le libertà individuali, la democrazia cessa di essere tale. Bisogna solo capire quando questo limite viene superato.

Francamente, che gli americani abbiano superato quel limite, sputtanato la loro democrazia, a me non pare. Devo ammettere che l'Italia ci è molto vicina, ma bisogna pur riconoscere che un caso singolo, e delle dimensioni dell'Italia, non potrebbe comunque compromettere l'esportazione della democrazia.

D'altra parte, [pratica] bisogna accettare che la religione e la morale facciano parte della vita degli uomini e che ne influenzino i comportamenti, la loro vita pubblica e il loro modo di vivere in democrazia. Pensare di svuotare la democrazia della religione e della morale equivale a pensare di svuotare di esse gli uomini che vivono in quella democrazia; ed è una pericolosa utopia che sa di ingegneria sociale e antropologica. La democrazia non serve di sicuro a questo. Come puro metodo non esiste, è un concetto astratto verso cui tendere. Sarebbe forse una democrazia perfetta, ma senza uomini ad abitarla. La democrazia è una forma di governo che ha dimostrato di funzionare discretamente, perché è quella che più delle altre permette ai cittadini di vivere per quello che sono: cioè esseri umani influenzati dalla religione, dalla morale e da infiniti altri fattori.

Sostenere che siano stati quei «circoli intellettuali» a «indirizzare in senso illiberale le legislazioni dei loro paesi» mi pare francamente riconoscere loro un peso che non hanno e non hanno avuto. In Italia è la Chiesa che si è trovata in una posizione ideale, in un contesto di debolezza del sistema e del ceto politico, per condizionare la legislazione del nostro paese; Ferrara, con il suo 0,34%, e Pera li ha trattati quasi con fastidio.

Sono preoccupato e molto se «in Italia passa una legge come la 40, ne mettono in discussione una come la 194, rimaniamo indietro rispetto ad ogni paese europeo in quanto a diritti civili», ma non vedo come ciò abbia potuto e possa rendere non esportabile la democrazia. Avrei potuto afferrare il nesso, se almeno in una metà degli stati occidentali fossero accadute cose simili, ma così non è. A Malvino ho contestato l'affermazione di un «ritorno del fenomeno religioso nel *sociale*». Non ho negato la capacità della Chiesa di influenzare in senso illiberale la nostra legislazione, né che Berlusconi (Bush nient'affatto, e neanche nella forma: i presidenti Usa stringono la mano ai Papi) stia «con le labbra attaccate all'anello» del Papa. Ma che tra gli italiani vi sia il cosiddetto «risveglio del sentimento religioso», a me non pare.

Negli Stati Uniti Bush ha perseguito sulle "moral issues" una politica tipicamente conservatrice, in tutto simile ai suoi predecessori, senza intaccare minimamente le libertà individuali degli americani. L'unico provvedimento di rilievo è stato quello di negare i finanziamenti *federali* alla ricerca sulle cellule staminali embrionali (dopo aver finanziato per primo la ricerca su una prima linea di tali cellule). Ciò significa che negli Usa è possibile continuare a fare ricerca su quelle cellule, sia con i soldi privati sia con i soldi pubblici (degli stati che in autonomia decidessero di finanziarla).

Si può essere d'accordo o meno, ma se non si percepisce la differenza tra un divieto (come in Italia) e il disporre da parte di un presidente eletto dei fondi pubblici come meglio crede, allora c'è un problema di fondo.

Mai detto, replica Malvino, che Obama e Veltroni siano più liberali e liberisti di Bush e Berlusconi. Obama, in effetti, ostenta la sua fede religiosa e non si può certo dire che le labbra di Veltroni non siano anch'esse attaccate all'anello del Papa. Allora, forse, Malvino non avrebbe dovuto impostare il suo discorso solo su Bush e Berlusconi, ma in generale sulla scomparsa della parola liberalismo da tutte le bocche (o quasi) della politica statunitense e della politica italiana.

Solo una volta, nei giorni immediatamente dopo l'11 settembre 2001, Bush usò l'espressione «crociata contro il terrorismo» (non contro l'islam), che allarmò molto gli europei. Meno gli americani, forse perché l'avevano già sentita usare quella parola, «crociata». Era il 6 giugno 1944, quando il generale Eisenhower (di lì a poco presidente degli Stati Uniti) rivolse il suo messaggio alle truppe che stavano per sbarcare sulle coste della Normandia: «Soldiers, Sailors and Airmen of the Allied Expeditionary Force! You are about to embark upon a Great Crusade...». «Crociata in Europa» finì per intitolarsi anche un libro di memorie del generale Eisenhower.

La democrazia è stata esportata con successo anche quando l'America era razzista, molto più bigotta e religiosa di oggi! E nonostante i suoi leader evocassero una crociata.

Thursday, June 12, 2008

B & B, e le seducenti proiezioni

Sul suo "lato B" Malvino ha postato «riflessioni su un incontro tra due capi di stato». I due sono Bush e Berlusconi, che si sono visti oggi pomeriggio. Il post è un bilancio-analisi di questi sette anni di risposta al terrorismo, dopo l'11 settembre. Malvino non è un pacifista, quindi non aspettatevi "quel" tipo di post. Anzi, fosse stato per lui su certe capitali islamiche sarebbero cadute «bombe nucleari a basso potenziale», con preavviso per permettere ai civili di mettersi in salvo.

Il discorso, che ha una sua coerenza interna, giunge a delle conclusioni che non mi pare trovino riscontro nella realtà, finendo per smentire le premesse e gli assunti su cui poggia.

Se certi errori che l'occidente avrebbe commesso nella sua risposta al fondamentalismo islamico avrebbero dovuto trasformare «un'operazione di polizia internazionale antiterroristica» in «una guerra di trincea da occidente giudaico-cristiano e mondo islamico in toto»; se quei supposti errori avrebbero dovuto «fare il gioco» dei jihadisti, offrire loro «un argomento in favore della loro tesi propagandistica sulle mire colonialistiche dell'occidente», dare «corpo al fantasma della crociata» e della «colonizzazione politico-culturale», allora bisogna concludere che quegli errori non siano stati commessi, oppure che non abbiano provocato gli effetti di cui parla Malvino.

L'occidente giudaico-cristiano e il mondo islamico «in toto» sono forse in guerra? E' in corso, o forse è alle porte, uno «scontro di civiltà», cioè tra civiltà? Non mi sembra. Dunque, quella che Malvino definisce «la risposta meno efficace di tutte» - cioè «una ripresa di quei valori religiosi che in occidente hanno concepito e ancora concepiscono la globalizzazione come affermazione di una verità assoluta» - non è stata in realtà la risposta dell'occidente.

Tutt'al più, è la risposta che hanno caldeggiato alcuni circoli intellettuali, minoritari negli Usa, quasi inesistenti in Europa, rappresentati in Italia da Il Foglio di Ferrara e da Marcello Pera, e ormai anche qui da noi in riflusso. E' come se Malvino avesse proiettato queste suggestioni sulla politica estera americana, che ne è assolutamente priva. E' in ogni caso impensabile far coincidere le risposte di Bush e Berlusconi con «la risposta dell'occidente», come se questo si esaurisse nella nostra Italietta e nei pur potenti Usa.

Ma anche ammettendo che la politica statunitente potesse rappresentare la risposta dell'occidente, secondo Malvino la «più grande puttanata» fatta da Bush sarebbe stata quella di far «intendere, salvo rettifiche non sempre convincenti, che tutto l'occidente reputasse violento il fondamento dell'islam».

Ma non è affatto così. «Violento il fondamento dell'islam» lo crede, semmai, Papa Benedetto XVI, o almeno così sembrerebbe dalla lezione di Ratisbona e dal dialogo riportato da Padre Fessio in una puntata dello Hugh Hewitt Show, ma è l'esatto contrario di quanto in questi anni si è sforzato di comunicare Bush in persona, la sua amministrazione, e di certo tutti i governi occidentali, che con quasi tutti gli stati islamici, e tutti i cittadini islamici che vivono e lavorano onestamente nei loro paesi, hanno continuato ad avere rapporti più che cordiali. Più volte il presidente Usa ha definito l'islam una «religione di pace» e blasfemi coloro che in nome di Allah procurano morte.

Nei discorsi di politica estera di Bush e nei documenti dell'amministrazione Usa non mi pare di aver mai incontrato espressioni o riferimenti ai «valori giudaico-cristiani» di cui la democrazia esportata secondo Malvino sarebbe stata informata.

Cosa avranno pensato i "resistenti", cioè i jihadisti, non dovrebbe interessarci, dal momento che non solo le masse arabo-islamiche, ma neanche le popolazioni dell'Afghanistan e dell'Iraq si sono unite alla jihad, come veniva profetizzato prima degli attacchi a quei regimi e come si temeva, in conseguenza della risposta dell'America e di Bush all'indomani dell'11 settembre. La generale crescita dell'impopolarità nei confronti degli Usa non ha ingrossato le file dei jihadisti. Anzi, pare che stiano progressivamente perdendo appeal presso le popolazioni islamiche e attualmente lo scontro tra occidente e fondamentalismo islamico stia rientrando in una cornice di confronto ideologico tra stati, in particolare l'Iran, con Al Qaeda sempre minacciosa ma in secondo piano.

Alcuni successi dei fondamentalismi islamici in Medio Oriente, soprattutto in Libano e nei territori palestinesi, vanno attribuiti al supporto vitale, militare e politico, che giunge loro da Iran e Siria, non a una reazione di popolo contro gli americani e l'occidente. I regimi arabi "moderati" hanno retto. Arabia Saudita ed Egitto non sono caduti nelle mani di Al Qaeda. Laddove si svolgono elezioni, per lo più irregolari, i consensi di cui godono gli integralisti si devono all'impopolarità di regimi dittatoriali corrotti e incapaci di far uscire questi paesi dal sottosviluppo.

Parlare di «oligarchie ben organizzate» è un modo per dire che la democrazia esportata in Afghanistan e Iraq è largamente imperfetta? Ci sta, ma attenzione. Se si guarda al processo democratico a valle, con lo sguardo rivolto al dopo elezioni, le democrazie mature possono apparire anch'esse, in definitiva, delle «oligarchie ben organizzate».

Secondo Malvino, «l'ingerenza petulante o arrogante di autorità confessionali nella politica e nell'economia degli stati occidentali pare dover acquistare un peso duraturo». A me pare, invece, che proietta su tutti gli «stati occidentali» un fenomeno che, semmai, rimane circoscritto all'Italia. L'occidente avrebbe colto risultati in Afghanistan e in Iraq «a prezzo della messa in discussione dei principi di laicità dello stato in Europa e in America, a prezzo dell'occupazione della sfera pubblica da parte di chi avanza la pretesa del riconoscimento della sua verità come verità valida per tutti»? Anche qui: il «dazio» casomai lo sta pagando l'Italia, ma non vedo come abbia attinenza con l'esportazione della democrazia.

Se gli Stati Uniti hanno l'ambizione di esportare la democrazia, non subiscono però l'ingerenza di autorità confessionali nella politica, mentre diritti civili e libertà di autodeterminazione avanzano. Se la politica italiana, al contrario, subisce l'influenza della Chiesa cattolica ed è ferma sui diritti civili e le libertà in generale, non mi pare che abbia avuto un ruolo, se non marginale, nell'esportazione della democrazia.

Negli Stati Uniti, osserva Malvino, rimane «salda la distinzione tra governo e chiesa», ma non quella «tra politica e religione». Ma è proprio in ragione della rigida separazione tra stato e chiese, che negli Usa la religione ha sempre potuto giocare un ruolo nella politica, nel bene e nel male. Non è certo questo un aspetto della realtà americana che può essere attribuito a Bush. Dalle bocche di Bush e Berlusconi la parola liberalismo «è scomparsa, al massimo rimane la parola liberismo», ma neanche quella? Può darsi, ma Veltroni e Obama sono più liberali e liberisti? Se neanche loro lo sono, il discorso da fare sarebbe un altro, e dovrebbe riguardare Italia e Usa nel loro insieme.

Il «ritorno del fenomeno religioso nel sociale» è del tutto discutibile. Anzi, suona come una concessione fin troppo generosa, che rischia di riconoscere alla Chiesa un'influenza sulla società ben maggiore di quella reale. Se negli Stati Uniti il fenomeno religioso è stato sempre ben presente nel «sociale», in Europa e persino in Italia esso appare in ritirata. Semmai, e solo in Italia, assistiamo a una Chiesa cattolica che ormai da oltre un decennio assume direttamente l'onere di contrastare il secolarismo e il relativismo, ottenendo però più successi a livello politico e istituzionale, a causa dei noti problemi del nostro sistema politico, che non a livello sociale.

Bisognerebbe a mio avviso fare attenzione a non ingigantire oltre misura, e immeritatamente, i propri "demoni interni" e a non proiettare realtà o minacce a noi vicine su realtà molto distanti da noi e addirittura di livello globale.

Thursday, March 20, 2008

Tremonti come il giovane Anakin

Al libro anti-mercatista di Tremonti, "La paura e la speranza", ha risposto anche Carlo Stagnaro (IBL), con un articolo pubblicato martedì su Il Foglio, contenente anche una piccola punta di ironia niente male sul finale. Spiega che «il maggior limite del suo ragionamento sta nella convinzione che la globalizzazione sia un esperimento di ingegneria sociale, come il comunismo», mentre «il mercato, in quanto istituzione, non può essere programmato»; e che piuttosto «i presunti guasti della mondializzazione dell'economia sono sovente riconducibili all'interventismo pubblico, in assenza del quale i danni potrebbero essere inferiori».

In effetti, come abbiamo avuto modo di osservare, i beni globalizzati sono proprio quelli oggi acquistabili a prezzi generalmente ridotti rispetto a qualche anno fa. Abbigliamento ed elettronica, per esempio. Per questo oggi non soprende una i membri di una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese, quindi ritenuta povera dalle statistiche, possiedano un telefonino. I beni non globalizzati ma protetti invece (guarda un po', quelli alimentari, i più colpevoli del caro-vita lamentato da Tremonti), risentono di un fenomeno inflattivo, certamente dovuto anche, ma non solo, all'emersione dalla povertà di parti importanti di Terzo mondo, che consumano di più e fanno crescere la domanda di materie prime fondamentali come petrolio e grano. Ma perché non apriamo ai prodotti agricoli e alimentari dei Paesi in via di sviluppo?

In realtà, osserva Stagnaro, «l'enfasi di Tremonti sulla necessità di un ritorno allo Stato nega l'orizzonte delle scelte individuali, perché sostituisce l'arbitrio della politica alla libertà del singolo di votare coi piedi e coi soldi».

Poi c'è tutta la parte del libro in cui Tremonti parla di valori e di identità giudaico-cristiana. «Per uscire dal "lato oscuro della globalizzazione" l'ex ministro propone una iniezione di valori, come se la ricchezza ci avesse prosciugato l'anima». Stagnaro si chiede se sia proprio così e fa notare che «il luogo-simbolo della globalizzazione, l'America ricca e consumista, è anche il paese dove il senso religioso è più diffuso, la famiglia è qualcosa di più della reversibilità della pensione, si continuano a fare figli e il valore delle donazioni spontanee raggiunge la mostruosa cifra del 3,5 per cento del reddito. Donazioni, per inciso, attribuibili soprattutto ai molto ricchi e ai molto poveri, non a quel ceto medio spaventato e welfarista a cui si rivolge Tremonti. Su un piano più concreto, Tremonti affianca proposte di grande buonsenso – come la deregulation nell'Ue – a questioni di dubbia efficacia, come la riproposizione del protezionismo (che è una tassa implicita)».

Come già Mingardi su il Riformista, anche Stagnaro coglie l'approccio culturale e lo stato d'animo di Tremonti: la paura, dalla quale è difficile che nasca la speranza: «L'incertezza sul futuro, che è la condizione umana, non dovrebbe portare al panico, perché difficilmente da lì può sorgere la speranza. Come dice Yoda in Guerre Stellari, "la paura è la via che porta al lato oscuro"». Ci vuole ogni tanto un po' di sano... umorismo (?).

Monday, January 07, 2008

Il Papa no-global. I liberisti ne prendano atto

Sia conservatori che socialdemocratici, comunisti, persone di sinistra non liberale, possono vantare diversi punti di sintonia con Papa Benedetto XVI. Gli uni sui valori morali, gli altri sulla diffidenza, se non l'avversione, della dottrina sociale della Chiesa per il capitalismo, il consumismo, la globalizzazione, il mercato. Coloro che non possono proprio far finta di niente sono i liberali, che su entrambi questi temi non dovrebbero tacere la propria visione.

Che rimarrebbe di quei liberali che riguardo i valori morali sono disponibili a siglare delle tregue e dei compromessi con l'universo conservatore, se cedessero e si autocensurassero anche sul libero mercato? E i conservatori, sono disposti a seguire la dottrina della Chiesa anche in campo economico-sociale?

Non è stata la prima, e non sarà l'ultima volta che il Papa lancia anatemi contro la globalizzazione. Nell'omelia per la messa dell'Epifania, Papa Ratzinger ha sottolineato come il disegno di Dio sia «contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l'umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi».

La globalizzazione è tra queste spinte, come «nebbia fitta avvolge le nazioni e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt'altro. I conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C'è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. Questa grande speranza può essere solo Dio... non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano: il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto. Se c'è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell'ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l'umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un'equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile».

La Chiesa e i cattolici continuino pure a diffidare del denaro, della ricchezza, del capitalismo (non quando sono loro stessi ad avvantaggiarsene, ovviamente), ma evitino di lasciare intendere il falso, cioè che sia la globalizzazione la causa della miseria nel mondo, perché semmai è stata la spinta decisiva per molti che ne sono usciti. Nella sua critica alla globalizzazione il Papa rivela tutta la sua ignoranza del fenomeno economico e sociale su cui pretende di far calare la scure del suo giudizio morale.

Non è affatto vero che la globalizzazione sia governata dalla «sopraffazione». Non è affatto vero che a causa di essa sia aumentato il divario tra ricchi e poveri nel mondo. E' vero che la globalizzazione produce vincenti e perdenti, sia tra paesi che all'interno dei paesi. Ma la globalizzazione ha permesso a molti paesi dell'America Latina, all'India, alla Cina e persino a qualche paese africano, di ridurre il divario con i paesi tradizionalmente più ricchi, di sfidarli apertamente sul piano economico e politico.

Nel complesso i benefici della globalizzazione superano di gran lunga i danni, dovuti per lo più alle barriere che ancora si frappongono al libero mercato. Non è a causa della globalizzazione che molti paesi ancora non hanno conosciuto lo sviluppo, ma spesso per cause endogene, come la mancanza di democrazia, la fragilità della società civile e delle strutture dello Stato, le violenze etniche, la corruzione e, non ultima... la religione, con le tradizioni arretrate ad essa connesse.

Thursday, August 23, 2007

Guerrieri di Dio

Da vedere la serie di documentari su religioni e politica di Christiane Amanpour, giornalista ed inviata di guerra della Cnn. God's Warrior andrà in onda in tre puntate. La prima, Jewish Warriors, è già passata ieri. Le altre andranno in onda stasera (Muslim Warriors) e domani (Christian Warriors), entrambe sia alle 13 che alle 19 GMT.

Monday, March 26, 2007

La democrazia di Dio

In God We Trust. Il motto che compare sulla moneta americanaIndispensabile intervista allo storico Emilio Gentile per comprendere la religiosità americana, il rapporto che intercorre tra religione e politica. Professore di Storia Contemporanea all'Università La Sapienza, Gentile è autore del libro "Democrazia di Dio". «Non teocrazia», ha tenuto a precisare nell'intervista, nella quale si sofferma sulla Costituzione democratica e sulle origini religiose dell'America e affronta i temi dell'"eccezionalismo", della "religione civile" americana, fino alla presidenza Bush, al fenomeno della destra religiosa e al «trauma religioso» dell'11 settembre 2001.

Sebbene la guerra al terrorismo sia ben lontana dal poter essere definita una "crociata", Bush gli ha attribuito una valenza religiosa, con la quale però il pubblico americano ha mostrato di non identificarsi.

Un'analisi condivisibile della politica e della società americana, che porta a concludere che l'America ha in sé gli anticorpi contro i propri fondamentalismi e ancora una volta hanno funzionato.

Fonte: Radio Radicale

Monday, October 30, 2006

Il velo è un simbolo di segregazione: va proibito

Velo islamicoUn'opinione che ho maturato nelle ultime settimane e che ho affidato all'VIII numero di LibMagazine, pubblicato proprio oggi e pieno come sempre di altri contributi interessanti

Dopo la Francia e la Gran Bretagna, e alcuni paesi del Maghreb, la battaglia sul velo islamico investe anche l'Italia. A dare fuoco alle polveri un acceso dibattito televisivo tra Daniela Santanchè, deputato di An, e l'imam di Segrate, Ali Abu Shwaima. Sulla questione è intervenuto, con una lettera al Corriere della Sera, il 25 ottobre scorso, Gianfranco Fini, incorrendo tuttavia in una serie di gravi imprecisioni.

Al leader di An, che già su altri temi ha saputo differenziarsi da molti suoi "colonnelli", bisogna riconoscere di aver adottato un approccio liberale al tema del multiculturalismo, affermando che "solo i singoli individui possono essere titolari di diritti, ma mai, in nessun caso, i gruppi o le entità collettive. Perché la concessione di diritti collettivi determinerebbe una sorta di feudalizzazione del nostro diritto positivo". Il problema è applicare questo principio nelle politiche dell'integrazione.

Per quanto riguarda il velo, invece, Fini ha sostenuto che "andare con il volto coperto è già vietato dalle leggi italiane vigenti". Se è proibito andare in giro con il volto coperto, per esempio con un casco o un passamontagna, si direbbe che non è importante quale sia l'oggetto che lo copre. Dunque, anche veli islamici che coprono interamente il viso (il niqab) e il corpo (il burka) dovrebbero essere già proibiti dalla legge italiana in quanto impediscono il riconoscimento della persona.

Tuttavia, se andiamo a prendere il testo della legge in questione, la 152/1975 sulla tutela dell'ordine pubblico, ci accorgiamo che questa sua interpretazione estensiva non regge: "È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico". Il "giustificato motivo" nel caso del velo c'è tutto. Si tratta di motivi religiosi e culturali, come riconosce una sentenza della Cassazione del 2004: "La religione musulmana impone alle credenti di portare il velo".

Il Tar del Friuli Venezia Giulia, il 18 ottobre scorso, ha confermato che la legge 152/1975 è inapplicabile al velo indossato dalle donne musulmane e conclude che "... un generale divieto di circolare in pubblico, indossando tali tipi di coperture, può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi". Anche l'ex ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, il 23 agosto 2004 aveva espresso il medesimo parere sull'inapplicabilità di tale norma al velo.

Dunque, che il Corano ne disponga o meno l'obbligo, il velo è permesso dallo Stato italiano, o quanto meno ha argomenti più che fondati chi sostiene che lo sia.

Con la mal riposta certezza di aver risolto il problema dei veli più radicali, come il niqab o il burqa, Fini chiarisce che a suo avviso "vietare l'ostentazione di simboli religiosi, quali essi siano, è profondamente sbagliato" e richiama l'articolo 18 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, il quale sancisce "la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l'insegnamento, le pratiche, il culto e l'adempimento dei riti".

Ma il velo è davvero un simbolo religioso? La questione è quanto meno controversa, ma si direbbe di no. Solo le più fondamentaliste e recenti visioni dell'islam, che si basano sul rispetto letterale dei testi sacri, ritengono che indossare il velo sia un obbligo prescritto dal Corano, e che sia, quindi, legge immutabile di Dio. Per secoli, come dimostra anche l'iconografia araba medioevale, le donne musulmane, soprattutto del Maghreb e della Persia, hanno vissuto senza velo o, quanto meno, senza l'obbligo di indossarlo. Non è quindi, come fa intendere Fini, la libertà di culto in gioco, né la libertà di vestirsi come si crede.

Di recente Re Mohamed VI sembra aver impresso una svolta "kemalista" al Marocco. Nelle scuole e nelle università, negli uffici pubblici, in polizia e nelle linee aeree, non si potrà più indossare l'hijab, che sparirà anche dalle raffigurazioni dei libri di testo. Il problema è che anche l'hijab, infatti, che copre solo i capelli, sarebbe diventato simbolo di quell'islam politico ed estremista che Mohammad VI tenta di sostituire con una lettura moderna e moderata del Corano. "La faccenda – ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Aboulkacem Samir – non è religiosa, ma politica. L'hijab per le donne è diventato quello che è la barba per gli uomini, un simbolo politico. E noi dobbiamo stare attenti, tra l'altro, che i libri scolastici rispettino l'intera società, non una fazione politica".

Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, si è detta "entusiasta". Sappiamo, ha spiegato ai microfoni di Radio Radicale, che quel velo è portato con violenza, è un velo politico, simbolo di sottomissione, che portato in questo modo non fa parte della tradizione marocchina". Non è più un foulard, come una volta, ma un velo più avvolgente, più pesante e invasivo, fa inoltre notare.

Sempre sul Corriere, il 24 ottobre scorso, Magdi Allam ci ha spiegato la strategia internazionale messa a punto dai Fratelli Musulmani, ufficializzata in un'assemblea del 12 luglio 2004, per la protezione del hijab: sostenere a livello europeo e internazionale la legittimità del velo islamico rivendicando il diritto alla "libertà religiosa", consapevoli che gli occidentali sono ad essa sensibili, e incaricando dei comitati pro-hijab "di istruire i mass media, i politici, gli insegnanti e l'opinione pubblica sulla questione del velo e della libertà religiosa".

Al contrario di quanto afferma l'ex vicepremier sembra proprio che l'integralismo consista nel portare la barba o far indossare il velo come obbligo coranico. Ammesso, e non concesso, che sia anche un simbolo religioso e culturale, il velo è di certo, ad oggi, un simbolo di segregazione. Rappresenta un modello antropologico di sottomissione della donna. Essendo inferiore, la donna non riesce a gestire la sua sessualità e lancia segnali che inducono in tentazione gli uomini. Da qui l'esigenza di coprire il corpo e il volto, in alcune sue parti o completamente. Implicitamente il messaggio che passa, e di cui la donna che indossa il velo si convince per prima, è il suo essere inferiore.

Una sconvolgente prova di questo meccanismo, che porta alla menomazione della libertà di coscienza delle donne, per noi occidentali inafferrabile, inconcepibile, l'abbiamo avuta in una puntata della scorsa settimana a "Porta a Porta", la trasmissione di Bruno Vespa. "E' giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia lapidata?", ha chiesto il conduttore alla giovane musulmana con il velo presente in studio. "Preferisco non rispondere", ha replicato più volte la ragazza. Al di là dei modi bruschi di Vespa, della sua affermazione falsa quando ha fatto notare che "noi da duemilasei anni non lapidiamo più le donne", mentre fino a poco più di un secolo fa tagliavamo le teste e in tempi ancora più recenti tolleravamo il delitto d'onore, al di là dell'incapacità dei presenti di spiegarle che da noi peccato e reato sono cose diverse, il dato più sconcertante è un altro.

Si rimane atterriti nel constatare che una ragazza diciannovenne, la cui scelta di indossare il velo ci era stata presentata come libera, si sia invece dimostrata del tutto incapace di esprimere un "suo" giudizio personale non su un dettaglio, sul velo, o su una questione di costume, ma sulla lapidazione di una donna adultera. Vespa non le stava chiedendo cosa dicesse il Corano in merito, o se fosse giusto disobbedire, ma solo se "secondo lei" era giusta o no la lapidazione.

Sarah sembrava aver abdicato dalla sua libertà di coscienza, bloccata dalla paura di dire qualcosa che contraddicesse il Corano. Il suo insistito rifiuto di rispondere ci ha rivelato un baratro: quella ragazza non sa cosa significhi esercitare il proprio spirito critico, non ha la nozione del suo pensiero come funzione autonoma e distinta dal Corano. Si meravigliava persino di come si potesse stare lì a discutere ciascuno con le proprie opinioni, senza fare riferimento ai testi sacri. "Quella è la legge di Dio e nessuno può intromettersi", tagliava corto, alla fine.

E' venuta fuori tutta la potenza simbolica e culturale del velo, talmente in grado di trasmettere, innanzitutto alle donne, l'idea della loro inferiorità, che le priva persino della consapevolezza di possedere una coscienza in grado di formulare giudizi autonomi. "Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano" (J. S. Mill). Purtroppo, Sarah non è sovrana.

Lo spiega chiaramente il filosofo Raphaël Lellouche: "Se si tira il filo del velo, è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam che affiora". E' sul corpo delle donne, non smette di ricordarci anche Adriano Sofri, che si sta combattendo. E' nella loro condizione la differenza "essenziale fra società islamiche e occidente". La libertà delle donne "non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano". I nemici dell'occidente lo sanno bene, mentre "gli occidentali se ne accorgono meno". Ci stiamo forse scordando, da laici, liberali, radicali, di applicare nei confronti dell'islam europeo altrettanto anticlericalismo intransigente di quanto siamo stati disposti, e siamo disposti ancora, ad applicare nei confronti della Chiesa cattolica per tutelare la libertà di coscienza e il principio di autodeterminazione dell'individuo? Diffondere libertà e democrazia in Medio Oriente è la migliore strategia contro il fondamentalismo, ma tutto sarà vano se non avremo il coraggio e la forza di cominciare qui, in Europa, a porre i musulmani di fronte alla scelta se essere leali al Re o all'Imam-Re. Proprio come il cattolico cent'anni fa si trovò a scegliere se essere leale al Re o al Papa-Re.

Dovremmo liberarci delle timidezze del politically correct. Non possiamo rinunciare, per necessità e dovere morale, alla Riforma per lo meno dell'islam europeo. A convincere i musulmani che vivono in Europa che attenersi al diritto positivo e al principio di separazione fra reato e peccato, fra politica e religione, non è apostasia. La libertà religiosa non c'entra, ma comunque deve conciliarsi con il diritto, per ogni singolo individuo, uomo o donna, di emanciparsi dai riti della propria comunità.

Ebbene, credo che sia il momento di farla quella legge, di proibire burqa e niqab e, solo negli uffici pubblici e nelle scuole, anche l'hijab, che copre solo i capelli. Anni fa fui perplesso quando in Francia fu introdotto il divieto di portare il velo nelle aule scolastiche, ma leggendo il rapporto della Commissione Stasi ebbi chiaro il fenomeno. Il Parlamento italiano dovrebbe istituire una commissione di studio sull'islam in Italia, per verificare quanto siano diffusi abusi, sottomissione, arretratezze, e quanto estesi siano i perimetri di legalità paralleli. Una volta compiuta questa indagine, si potrebbe legiferare avendo di fronte un quadro più preciso. Eventuali norme restrittive dovrebbero essere transitorie e sottoposte a un continuo monitoraggio.

Il velo non è un simbolo religioso, ma di segregazione, e come tale va proibito. Altrimenti arriviamo al paradosso di uno Stato che spende fiumi di denaro pubblico per assicurare servizi che potrebbero benissimo essere offerti da privati, ma non è in grado di tutelare quelle poche libertà fondamentali dei cittadini.

Da liberali, laici, non temiamo di affermare, con Dino Cofrancesco (il Riformista, 26 ottobre) che "per quanti credono che debbano esserci agenzie - lo stato, la comunità dei fedeli, i custodi della sharia - autorizzate a imporre agli individui modelli di vita buona, pur se ripugnanti alla loro natura, non può esserci tolleranza, ma solo strategie di acculturazione". Come per le mutilazioni genitali femminili, anche se apparentemente in modo meno violento, l'obbligo del velo ha a che fare con l'arretratezza, il pregiudizio, l'oppressione, non è un aspetto folcloristico da tollerare di una cultura diversa dalla nostra, ma il simbolo di una condizione da cui le donne musulmane devono potersi emancipare, come avvenuto per le donne italiane negli ultimi decenni.

Credo anche che non ci sia chi più dei radicali, e in particolare di Emma Bonino, possa spendere la propria credibilità liberale in favore di una legislazione restrittiva che dovrebbe impedire all'islam politico e integralista di attecchire e diffondersi anche in Italia. La sconfitta delle visioni fondamentaliste dell'islam passa per la liberazione delle donne musulmane, ma non vorrei che per rincorrere gli ultimi colpi di coda ratzingeriani dell'integralismo cattolico in una società comunque dotata degli anticorpi della secolarizzazione perdessimo di vista un islam che non ha ancora conosciuto i benefici dell'illuminismo.