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Friday, March 23, 2012

Danni collaterali del multiculturalismo

Tre bambini e un genitore ebrei, uccisi davanti a una scuola elementare, e tre militari di origini maghrebine hanno pagato con la vita la sconcertante sottovalutazione da parte delle autorità francesi della jihad combattuta nel cuore dell'Europa. Il loro assassino, Mohamed Merah, si era addestrato nei campi di al Qaeda ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dove si era recato anche l'anno scorso, facendo ritorno in Francia ad ottobre come se niente fosse, come se avesse trascorso le vacanze in una colonia estiva. Aveva scelto la jihad insomma, e i servizi segreti lo conoscevano. Era stato persino arrestato in Afghanistan - non chissà quanti anni fa, ma nel 2010 - e da quel momento era stato inserito nella no fly list americana. Eppure, i servizi francesi non hanno dato peso a tutto questo. Il premier Fillon si è giustificato dicendo che «non c'era alcun elemento» per fermarlo prima che entrasse in azione: «Non abbiamo il diritto in un Paese come il nostro di sorvegliare in modo permanente, senza una decisione giudiziaria, qualcuno che non ha commesso un delitto. Viviamo in uno stato di diritto».

Giusto e sacrosanto, ma dopo i tre omicidi di Mountauban non c'erano tutti gli elementi per sospettare di Merah e impedire la strage di Tolosa? E siamo proprio sicuri che un elemento come Merah non sia il tipico affare da servizi segreti? A che servono, se non ad occuparsi di minacce alla sicurezza extra-giudiziali, cioè che non possono essere affrontate con i normali mezzi investigativi e giudiziari? E siamo proprio sicuri che andarsi ad addestrare nei campi di al Qaeda non sia da considerarsi un reato per le nostre leggi?

Le 7 vittime innocenti di Mountauban e Tolosa sono i danni collaterali della superficialità delle autorità francesi e del politically correct multiculturale. Precisiamo che qui non s'intende mettere in discussione il modello aperto e tollerante delle società occidentali, quel modello grazie al quale persone di razze, culture, religioni e idee diverse possono convivere in modo pacifico e civile. Per multiculturalismo intendiamo quell'ideologia buonista che ci impedisce di riconoscere minacce terroristiche che covano nel seno delle nostre società; per cui culture diverse possono tranquillamente convivere fianco a fianco anche senza integrarsi, senza condividere nemmeno alcuni valori basilari; che vede nell'"Altro", nel diverso culturalmente, sempre e inevitabilmente qualcuno da cui imparare, qualcuno migliore di noi, e mai, in nessun caso, qualcuno che ci odia, che ci considera nemici da massacrare. C'è una cultura diffusa che rifiuta a priori persino di ipotizzare che nell'"Altro" possa annidarsi una minaccia, salvo puntualmente venire smentita dai fatti. Ma guai a pensare il contrario, guai, si finisce per essere tacciati di razzismo.

Quella di Merah «non è una storia di degrado e povertà, il suo non era odio sociale ma ideologico, intriso di propaganda qaedista. Si era addestrato in campi all'estero, aveva scelto la strada della jihad». Parole dell'ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, intervistato dal Corriere. Cercavano il nazista, e il nazista era Merah, un ragazzo maghrebino, nero, di religione islamica.

Friday, November 04, 2011

L'Iran vero banco di prova per Obama


Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik

Un altro pezzo della politica estera del presidente americano Barack Obama si sta sgretolando sotto i duri colpi della realtà. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle agende diplomatiche e militari e si è quindi riaffacciato nelle conferenze stampa dei leader e sulle prime pagine dei giornali. Nei giorni scorsi le notizie di esercitazioni militari congiunte e un articolo del Guardian, secondo cui le forze armate britanniche stanno perfezionando i loro piani di appoggio agli Stati Uniti nel caso di un attacco contro obiettivi nucleari in Iran. Il dossier iraniano è stato al centro dell'incontro di ieri fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il ministro britannico degli Esteri William Hague. Ed è imminente (previsto per l'8 novembre) un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che dovrebbe contenere informazioni allarmanti come mai prima d'ora: il programma atomico e missilistico di Teheran sarebbe in uno stato molto avanzato e il regime iraniano potrebbe essere dotato di un arsenale nucleare entro la fine del 2014. L'Iran avrebbe dimostrato - in verità come molti avevano previsto - una sorprendente resistenza alle sanzioni internazionali. I sabotaggi tramite attacchi cibernetici e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani non avrebbero sortito gli effetti sperati, o quanto meno non sarebbero riusciti a rallentare il programma nucleare secondo le aspettative.

L'amministrazione Usa per il momento si limita allo studio di nuove e più dure sanzioni, e il presidente Obama non vorrebbe prendere in considerazione un attacco prima delle prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, secondo le fonti del Guardian un'accelerazione della Casa Bianca verso l'opzione militare non sarebbe da escludere. Molto dipenderà dal grado di allarme che susciteranno i progressi iraniani. Le obiezioni sono sempre le stesse e riguardano il rapporto costi-benefici: dubbi sulla reale efficacia dello "strike" rispetto ai rischi di rappresaglia iraniana (non va dimenticato infatti che gli Hezbollah in Libano sono pronti in qualsiasi momento a scatenare l'inferno, alla faccia della missione Unifil). Inoltre, c'è chi è convinto che un attacco possa ricompattare il regime, che invece nel tempo che ancora ci separa dall'acquisizione della bomba potrebbe essere dilaniato dalle divisioni e/o travolto da un'ondata rivoluzionaria. Ma se i dubbi si concentrano sull'efficacia dell'attacco nell'azzerare, o arrestare il programma nucleare, è anche vero che più passano i mesi più Teheran avrà il tempo di studiare e attuare le sue contromosse per limitarne i danni. Entro i prossimi 12 mesi, infatti, gli iraniani potrebbero nascondere il loro materiale e le loro armi all'interno di bunker fortificati in grado di resistere alla pur incredibile forza di penetrazione dei missili americani e israeliani. Insomma, la finestra per un attacco potrebbe chiudersi prima di quanto si creda e ciò secondo gli inglesi potrebbe indurre il presidente Obama ad anticipare l'operazione.

In ogni caso, la politica della «mano tesa» verso Teheran inaugurata all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca appare ormai un pallido ricordo. Una svolta che ha avuto la sua sanzione pubblica circa un mese fa, dopo la scoperta del complotto ordito dal governo iraniano che doveva portare all'uccisione dell'ambasciatore saudita a Washington. «Continueremo ad applicare contro l'Iran le più dure sanzioni, perché il Paese venga sempre più isolato», aveva assicurato Obama in quella circostanza, aggiungendo che «nessuna opzione viene esclusa» nei confronti di Teheran. Un'espressione tipica dei "falchi" della precedente amministrazione. Dunque, lo stesso Obama che nel 2009 aveva rinunciato a sostenere l'"onda verde" contro la truffaldina rielezione di Ahmadinejad, riuscendo solo dopo molte incertezze a proferire qualche timida parola contro le violenze e sui diritti del popolo iraniano, nel timore di compromettere fin da subito la sua apertura di credito agli ayatollah, oggi ha cambiato strategia nei confronti del regime iraniano, ma l'ipotesi di un attacco militare mi sembra prematura. Per il momento con Teheran sembra più una guerra di nervi.

Certo è che l'opzione è tornata prepotentemente sul tavolo di Obama, anche perché non vanno sottovalutati i rischi di un'eventuale azione unilaterale da parte israeliana, quindi i piani militari vengono tenuti aggiornati, ma l'impressione è che non si muoverà nulla prima della scadenza del suo mandato nel 2012. Scadenza che conviene aspettare anche al governo israeliano, che a gennaio 2013 potrebbe trovare alla Casa Bianca un interlocutore più sensibile. In Israele intanto il dibattito sull'opzione militare è ancora aperto, nell'opinione pubblica e tra i vertici militari. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak avrebbero ottenuto il via libera della propria maggioranza, ma le indiscrezioni di questi giorni su un attacco dato addirittura per "imminente" vengono interpretate come un'azione di boicottaggio ai danni del processo di costruzione del consenso attorno all'eventuale operazione. Israele infatti scioglierà il suo dilemma, se muoversi o meno in solitudine, solo nel momento in cui apparisse chiaro che gli Usa e i loro alleati non intendono in alcun caso agire, e comunque tempi e modi verranno concordati con Washington.

Strike o non strike, che sia imminente o meno, è degno di nota che il presidente Obama prenda in considerazione l'ipotesi di un attacco preventivo in pieno stile George W. Bush, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto veniva spacciato in Europa durante la crisi irachena, il concetto negli Usa è da sempre bipartisan, non una diavoleria da neocon. Se guardiamo all'architettura legale e militare della guerra al terrorismo (Guantanamo e affini, per intenderci), nient'affatto smantellata; all'Iraq, con la conferma dei piani di ritiro di Bush; all'Afghanistan, con il "surge"; e ai bombardamenti con i droni in Pakistan e in altre zone del mondo, Obama si è rivelato persino tougher than Bush, deludendo le aspettative pacifiste dei liberal e smentendo quanti a destra temevano un presidente incline a disimpegni precipitosi, quindi debole su quanto di più delicato: la sicurezza nazionale.

La politica di Obama in Medio Oriente invece è stata un disastro. Da quel discorso di apertura pronunciato al Cairo e indirizzato nient'affatto ai popoli della regione, ma ai loro regimi autoritari, ai quali assicurava la non interferenza Usa, Obama ci ha messo tre anni per capire di dover quanto meno correggere la sua impostazione. Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik. E l'ha capito a suon di sberle degli eventi. C'è voluta l'"onda verde" di Teheran nel 2009, abbandonata alla brutale repressione del regime, per incrinare le sue certezze; ci sono volute le piazze arabe di questa primavera per obbligarlo a correggere il tiro, imboccando, sia pure in modo opportunistico e maldestro, la via del regime change. Adesso però è giunto il momento della verità. L'abbandono frettoloso e "obtorto collo" di Mubarak al suo destino, senza alcuna garanzia sull'esito democratico del processo politico in corso in Egitto, e il successo contro Gheddafi - della serie "ti piace vincere facile" - non si possono considerare prove sufficienti del cambio di rotta in senso pro-democracy della politica di Obama in Medio Oriente. Il vero banco di prova sono la Siria e l'Iran, i cui regimi sono ben più armati e sanguinari e dove gli interessi di Russia e Cina non rendono agevole velare di multilateralismo le proprie scelte.

Thursday, May 05, 2011

Altro che foto, è il momento di battere il ferro

«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».

Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.

Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».

Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».
Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».
Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.

Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.

Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».
Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.

Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.

Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".

Tuesday, May 03, 2011

I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)

Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).

Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.

Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.

Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.

Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.

I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.

L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Tuesday, October 12, 2010

Il "complesso" militare

Come mai il governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema nel 1999 ha potuto far partecipare i nostri aerei ai bombardamenti contro la Serbia di Milosevic, anche sulla capitale Belgrado, senza neanche informare prima il Parlamento, mentre il ministro La Russa, per una missione sotto l'ombrello dell'Onu, autorizzata e rifinanziata più volte dal Parlamento, si rivolge alle commissioni Difesa per una scelta tecnico-militare come quella di armare (come hanno fatto tutti i nostri alleati) o meno con bombe e missili i nostri aerei già impiegati in Afghanistan?

Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.

Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.

L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.

Monday, October 11, 2010

Armare i nostri aerei. Perché sì

Piuttosto che dell'opzione di armare i nostri caccia bombardieri in Afghanistan, bisognerebbe discutere del perché non lo si è fatto fino ad oggi dal momento che si è deciso di impiegarli. Nella guerra moderna rinunciare alla superiorità aerea è decisamente una follia. E' vero che combattiamo contro quattro straccioni senza aviazione, ma hanno comunque le loro armi letali e la capacità di infliggerci perdite. Le modalità di impiego dei nostri aerei finora è stata del tutto irresponsabile. Anche perché limitarsi all'uso dei cannoncini significa costringere un mezzo costosissimo a passaggi a bassa quota che lo espongono ad essere colpito, mentre sarebbe in grado di operare da altezze tali da essere al riparo da Rpg e simili.

Certo, è ovvio che bombe e missili non possono nulla contro le mine sotto le strade, quindi non bisogna illudersi che ciò basti a proteggere i nostri soldati da attentati come quello di sabato scorso, ma armare i nostri aerei avrebbe anche un duplice significato "politico", con risvolti non trascurabili dal punto di vista militare. Primo, è un messaggio chiaro ai nemici: non ci facciamo intimidire e siamo determinati ad usare mezzi più potenti per sconfiggerli. Secondo, combattere alla pari con i nostri alleati ci porrebbe nella condizione di essere maggiormente ascoltati e di giocare un ruolo più di primo piano sulla scena internazionale. Dalle parole del ministro La Russa traspare tutto il disagio dei nostri militari, che all'evenienza sono costretti a mendicare copertura aerea ai nostri alleati.

Non che ci venga negata, ma indubbiamente è una situazione "scomoda" e frustrante per i nostri e fastidiosa per gli altri, che non si vedono offrire da parte nostra analoga solidarietà in battaglia. Per questo credo che la richiesta di armare i nostri aerei venga innanzitutto dai nostri militari, che legittimamente non vogliono sentirsi inferiori o debitori nei confronti di nessuno. Sapendo che anche i nostri, come gli aerei degli altri, sono a disposizione per garantire copertura a tutte le forze Isaf, sarebbe più agevole chiedere copertura, che siano i nostri aerei o meno a poterla garantire in quel dato momento in cui serve.

Monday, September 20, 2010

Tony, ci manchi/4 - L'obiettivo della missione

«Molti anni dopo, mentre ancora si combatte, la gente osserva la situazione e si chiede: che cosa è andato storto? Ma forse il punto non è che sia andato storto qualcosa, quanto piuttosto che la natura stessa di questa lotta implica una sua evoluzione in un arco di tempo molto lungo».
«I soldati non vengono uccisi perché combattono per la causa sbagliata, e non necessariamente perché combattono male: vengono uccisi perché il nemico vuole annientarci; perché anche per loro la posta in gioco è alta e perché ritengono che, se resistono abbastanza, noi ci scoraggeremo o verremo a patti in qualche modo ingnominioso, rinunciando ai principi fondamentali per cui combattiamo in cambio di un accordo di pace. Allora riemergeranno più forti, assieme all'ideologia che professano».
«Oggi, anni dopo, la gente ci dice: l'obiettivo della missione non è chiaro, è confuso. Non è vero, e non lo era all'epoca. Per noi, allora, e credo sia vero ancora oggi, non esisteva una distinzione netta tra una campagna per esorcizzare al-Qaeda, o per prevenire la rinascita dei talebani, o per costruire la democrazia, o per impiantare un'economia vera e non una narco-economia. Non sono obiettivi che si escludono a vicenda. Se si permette ai talebani di riemergere, se non si costruisce un'autorità di governo, ci si ritroverà con lo stesso Stato fallito e con le stesse conseguenze. Il problema non è che abbiamo cercato di fare troppo: è che serve un impegno totale e prolungato, sostenuto da risorse e forza di volontà su un periodo molto lungo».
Tony Blair ("A Journey")

Thursday, April 15, 2010

Innanzitutto nostri connazionali. Ma Emergency non è neutrale

E' verosimile che si tratti solo di una montatura, così come è verosimile che qualcuno possa essersi fatto prendere la mano dalla sua "simpatia" per la causa di quanti combattono le autorità afghane e gli "occupanti". Nella confusa vicenda dell'arresto dei tre operatori di Emergency in Afghanistan c'è però almeno un punto fermo: si tratta di tre nostri connazionali. Il governo ha dunque dei doveri nei loro confronti. Soprattutto in un Paese che non risplende certo per stato di diritto e trasparenza, deve garantire prima di tutto che siano trattati umanamente e dignitosamente; secondo, che possano difendersi efficacemente dalle accuse loro imputate; terzo, dovrebbe accertarsi oltre ogni ragionevole dubbio, celermente e con fonti proprie (visto che siamo presenti nel Paese non dovrebbe essere troppo difficile), che non si tratti di un complotto.

La storia del ritrovamento di armi e della complicità nel presunto complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand puzza e non è escluso che possa aver pesato in questa vicenda l'oscuro ruolo giocato da Emergency nella liberazione degli ostaggi italiani Mastrogiacomo e Torsello. Sembra verosimile l'accusa secondo cui abbia aiutato i talebani se non a sequestrare i due, quanto meno a ottenere dal loro rilascio lauti riscatti, non collaborando invece con l'intelligence e le autorità militari della coalizione e afghane. Il ministro degli Esteri Frattini ancora una volta non ha certo brillato per tempestività e lucidità. Al minimo sentore che possa trattarsi di una montatura, il governo dovrebbe intimare a Karzai di liberare i nostri connazionali. E' giusto che tutte queste valutazioni vengano fatte nella maggiore riservatezza possibile, ma spero davvero che sia ciò che si sta facendo.

Queste dovrebbero essere le prime preoccupazioni non solo del governo, ma anche di tutti noi, al di là del giudizio di ciascuno sulla guerra, sulla missione in Afghanistan e sul lavoro di Emergency - anche se non fu così nel caso di Quattrocchi e dei suoi sfortunati compagni. Detto questo, non si può tacere un altro aspetto di questa vicenda. Di tutta evidenza Emergency non è un'organizzazione neutrale come pretende di essere considerata. Non ho elementi per non credere a Strada quando dice che nelle loro strutture vengono curati i feriti di tutte le parti in conflitto. Ma il problema non è certo che vengono curati anche i talebani, quanto piuttosto l'atteggiamento innegabilmente ostile di Emergency nei confronti delle forze della coalizione e del governo afghano.

Un atteggiamento che oggettivamente mette in pericolo tutti gli operatori. Non perché giustifichi rappresaglie da parte del governo di Kabul, ma perché può dar luogo a infiltrazioni talebane e a collateralismi che vanno al di là delle intenzioni e delle capacità di controllo di Emergency. La sua posizione ideologica contro la presenza delle truppe straniere e contro il governo instaurato in Afghanistan dopo la guerra del 2002 si presta a strumentalizzazioni di ogni segno. E Gino Strada con la sua arroganza, anche in queste ore, non fa che peggiorare la situazione.

Friday, February 05, 2010

L'errore più grave di Obama

Assolutamente condivisibile quanto scrive oggi Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, di Obama, sottolineando che «la distratta negligenza con cui il presidente ha trattato gli storici alleati europei dell'America nel suo primo anno di governo è stata forse uno dei suoi più gravi errori politici». Certo, gli europei continuano a mancare della «coesione necessaria per parlare al mondo con una sola voce» e «di nerbo quando si tratta di concorrere con l'America a fronteggiare le minacce». E' pur sempre la "vecchia Europa", e pesano senz'altro i no tedeschi e francesi alla richiesta di un maggiore impegno in Afghanistan.

«Nonostante i suoi continui omaggi al multilateralismo, Obama è stato fin qui altrettanto "unilateralista" del suo predecessore Bush. Ha pensato che i vecchi alleati democratici fossero solo un ingombro, non un punto di forza» per l'America. Con la differenza che nonostante il suo "unilateralismo", Bush di amici sinceri in Europa ne aveva molti, anche se non a Parigi, Berlino e Bruxelles.

Perso nella sua visione irenica, inebriato dall'esaltazione che da subito ha avuto intorno, santificato ancor prima di fare miracoli, si è illuso che bastasse la potenza evocativa della sua elezione, il suo ampio sorriso e una mano tesa, come dopo una partita di baseball, non solo per risolvere i motivi di tensione con avversari e nemici degli Usa, ma persino per costituire un nuovo ordine mondiale in cui risultassero annullate le differenze tra sistemi politici diversi tra di loro. Dunque, mentre vagheggiava di stabilire un rapporto privilegiato con la Cina, di "resettare" i rapporti con la Russia, di risolvere con le buone la questione nucleare con Teheran, Obama ha allentato il legame transatlantico, ha inquietato le altre democrazie alleate dell'America nel mondo, soprattutto nel sudest asiatico.

Panebianco cita Robert Kagan, che in un recente articolo ha criticato la visione di Obama, «che, volendo liquidare l'eredità wilsoniana (la tradizione di interventismo democratico che si fa risalire al presidente Woodrow Wilson) in tutte le varianti, assume l'alleanza e il rapporto privilegiato con le democrazie (europee, ma non solo) come non più vitale per gli interessi dell'America». Obama invece ha cercato intese "realistiche", dimostratesi irrealistiche, «con chiunque (persino all'Iran è stata tesa la mano, ed è stata ritirata solo perché gli iraniani l'hanno morsa) sulla base dell'irenico, e sbagliato, presupposto che sia sempre possibile mettersi d'accordo, trovare comunque una convergenza su interessi comuni. Gli esiti non sono stati fin qui brillanti».

E dimostrano che la natura dei regimi è un fattore imprescindibile di cui tenere conto nelle relazioni tra gli stati, che pesa in modo decisivo sulle possibilità di trovare quella convergenza di interessi, e persino un equilibrio per una coesistenza pacifica. La lezione che americani ed europei dovrebbero trarre da questo primo anno dell'"era" Obama è che per raggiungere certi obiettivi - diciamo di fondo e di lungo periodo - devono ricominciare a muoversi sulla scena mondiale come comunità, una comunità di democrazie.

Ci affidiamo quindi alla conclusione di Panebianco:
«La grande forza dell'America, dopo la seconda guerra mondiale, è sempre consistita nel fatto che, pur trattando e negoziando con le tirannie, essa non perdeva di vista l'importanza del suo rapporto privilegiato con le altre democrazie, europee in primo luogo. L'Amministrazione Obama sembra non averlo capito. Per giunta, e nonostante le tante magagne dell'Europa, quale altro vero alleato l'America potrebbe mai trovare per contrastare la minaccia del terrorismo islamico?... Forse il declino della potenza americana è inarrestabile, come molti ritengono, a causa del deterioramento della forza economica che la sosteneva e dell'emergere di altre potenze. Forse, come pensano altri, non c'è nulla di già scritto, di predeterminato, in queste faccende. E' però plausibile aspettarsi un'accelerazione del declino se la dirigenza americana penserà di poter fare a meno di quel rapporto con l'Europa che per tanto tempo ha contribuito ad assicurare a noi la libertà e agli Stati Uniti il primato».

Wednesday, January 20, 2010

Obama anno I, risultati zero

Un anno fa il presidente Obama entrava ufficialmente in carica ed il destino ha voluto che lo scoccare di un anno esatto di presidenza coincidesse con l'elezione di un repubblicano, Scott Brown, al seggio senatoriale lasciato libero dalla morte di Ted Kennedy. Una vittoria dal forte valore simbolico ma anche politico. Simbolico perché quel seggio era stato di Ted Kennedy per 47 anni ininterrotti dal 1962 (e della famiglia Kennedy per 57 anni, dal 1952), e perché il Massachusetts è uno degli stati più di sinistra d'America. L'ultima volta che ha eletto un repubblicano al Senato è stato nel 1972. Politico, perché con l'elezione di Brown ora i repubblicani possono contare su 41 seggi al Senato e quindi ai democratici sfugge quella maggioranza di 60 senatori che per effetto dei regolamenti mette al riparo dall'ostruzionismo dell'opposizione.

Ma a parte l'incauta apparizione di Obama a Boston due giorni prima del voto per sostenere la candidata sconfitta, si tratta del più classico dei campanelli d'allarme per il presidente e il suo partito. Perdere inaspettatamente in uno dei propri feudi più inespugnabili è un segnale inequivocabile a meno di un anno dalle elezioni di medio termine. Ancor di più se si considera che Brown ha focalizzato la sua campagna sulla promessa di essere proprio quel 41esimo senatore che può opporsi alla "ObamaCare". E il paradosso è che in Massachusetts vige un prototipo della riforma Obama approvato nel 2006. I primi in America ad avere avuto quel tipo di sistema sanitario sono stati anche i primi a pronunciarsi contro la sua estensione a livello nazionale.

E' crisi per Obama? Troppo presto per dirlo ma certamente la fiducia che gli americani hanno concesso a Obama, principalmente per la forte promessa di cambiamento e per i tratti altamente simbolici ed evocativi nella sua carta d'identità, non sono disposti a concederla al suo partito, che rischia a novembre prossimo di andare incontro ad una sonora sconfitta. E' comunque tempo di bilanci per Obama ad un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca. Sul fronte interno l'impressione è che la crisi stia facendo il suo corso e che il suo interventismo finora abbia prodotto solo nuove spese e ulteriore deficit. Sulla riforma sanitaria va in scena il solito psicodramma degli americani. Il sogno di un sistema sanitario universale esercita una grande attrazione ben oltre i confini di consenso del partito democratico. Per questo prima delle elezioni presidenziali sembra sempre che quasi tutti gli americani vogliano una riforma sanitaria che garantisca loro una copertura universale; quando si accorgono, dopo le elezioni, quanto costa, e come procede il Congresso, quella maggioranza nel Paese si rompe.

Per quanto riguarda la politica estera, l'unica decisione giusta che ha preso è quella di mandare nuove truppe in Afghanistan e di avallare la strategia di contro-insurrezione del generale McChrystal. Solo che ci ha messo quasi quattro mesi di troppo. Come prevedibile, l'apertura all'Iran non sta funzionando e l'ultimatum implicito del 31 dicembre è trascorso da 20 giorni senza cambiamenti sensibili nell'approccio Usa. Il dibattito su nuove sanzioni con interlocutori difficili come Mosca e Pechino non ci pare nemmeno partito. La porta è ancora aperta, la mano è ancora tesa, al prezzo del mancato appoggio al movimento di opposizione iraniano e con grande rischio di indebolire la credibilità della deterrenza Usa agli occhi degli iraniani.

A prescindere dai diritti umani, che da anni nei rapporti con la Cina sono stati messi in secondo piano, al di là della pur importante retorica ufficiale, l'impressione è che l'amministrazione Obama stia sopravvalutando Pechino (equivocandone intenzioni e obiettivi di lungo termine) come secondo pilastro di una governance globale il cui vertice sia ristretto a due sole superpotenze, e mettendo troppo presto da parte i suoi alleati europei e nel sudest asiatico. Ricordiamo inoltre la sbandata iniziale, poi parzialmente corretta, sulla crisi in Honduras, ma a parte questo non ci pare che gli Stati Uniti abbiano recuperato il terreno perso in America Latina e in Africa. Se l'ondata rossa e antiamericana nel "cortile davanti casa" sembra essersi arrestata lo devono a Micheletti e a Pinera in Cile. In generale, si può dire che tutte le aperture e disponibilità di Obama ad avversari o a nemici dichiarati dell'America non abbiano finora prodotto risultati di rilievo.

Un anno è troppo poco? Può darsi. Siamo qui. Ma se le difficoltà e le ostilità con le quali gli Usa si sono scontrati negli ultimi anni in più parti del mondo non fossero dipese da un loro atteggiamento troppo aggressivo e "imperialistico", e al contrario questo si fosse reso necessario per rispondere alle sfide?

Thursday, December 03, 2009

Obama fa a malincuore la scelta giusta - l'unica sensata

Alla fine, dopo tre mesi di seminari e tentennamenti, Obama ha preso la decisione giusta. Non è stato un discorso esaltante, ma quel che conta, come ha osservato Peter Wehner, è che ha dato a McChrystal i soldati (30 mila americani, più 5 mila dagli alleati) e la strategia (di contro-insurrezione) di cui ha bisogno per vincere. Tre quarti di quelli richiesti ad agosto dal generale, di conseguenza il discorso non poteva che essere buono per tre quarti, fa notare Max Boot. Ma l'importante, oltre ai numeri, è che sia stata respinta l'opzione Biden di un impegno limitato a combattere al Qaeda, disinteressandosi dei talebani e dell'assetto dell'Afghanistan. Al contrario, la strategia scelta si pone l'obiettivo più ambizioso: sconfiggere al Qaeda, fermare l'avanzata talebana, addestrare le forze di sicurezza afghane, rendere sicuri i centri abitati ed evitare che i talebani tornino al potere. Inoltre, contrariamente alle voci della vigilia, le nuove truppe verranno dispiegate rapidamente, nell'arco di sei mesi.

Al di là della retorica usata da Obama, quindi, nella sostanza il piano è identico a quello adottato con successo dal generale Petraeus in Iraq, come ha chiarito il segretario alla Difesa, Robert Gates: «L'essenza del nostro piano civile-militare è ripulire, rimanere, costruire e trasferire. Iniziare a trasferire la responsabilità della sicurezza agli afghani nell'estate del 2011 è vitale - e a mio avviso fattibile». Ma, ha precisato Gates, «avverrà distretto per distretto, provincia per provincia, a seconda delle condizioni sul campo». Il processo sarà «simile» a quello sperimentato in Iraq. Anche dopo l'inizio del trasferimento delle responsabilità e del ritiro della forze da combattimento, gli Stati Uniti «continueranno a sostenere il loro sviluppo come partner di lungo termine». Ancora più esplicito e rassicurante il riferimento di Gates agli «errori» commessi dopo la ritirata sovietica dall'Afghanistan: «Non ripeteremo gli errori del 1989, quando abbandonammo il Paese per poi vederlo cadere nella guerra civile e, infine, nelle mani dei talebani».

Per questo anche i commentatori conservatori hanno giudicato positivamente la nuova strategia, l'unica sensata, annunciata - pazienza se a malincuore - da Obama. Il suo discorso è piaciuto anche a Bill Kristol, ma per lo stesso motivo per cui è stato duramente criticato da Michael Moore: «Ha parlato da "war president", ed è una buona cosa, perché quando siamo in guerra abbiamo bisogno di un presidente di guerra». Criticabile, invece, per Kristol la «pseudo-scadenza al luglio 2011». D'altra parte, tempi e modalità del ritiro sono sottoposti a condizioni, osserva, quindi la «quasi-deadline» non dovrebbe essere troppo dannosa. Ma la cosa importante è che «per la metà del 2010 Obama avrà più che raddoppiato il numero delle truppe in Afghanistan e avrà dato al suo generale Stanley McChrystal i mezzi per combattere la guerra nel modo che ritiene necessario per vincerla». Inoltre, con questa decisione, conclude Kristol, Obama «ha anche riconosciuto che lui e il suo partito si sbagliavano sul "surge" in Iraq nel 2007: dopotutto, la logica del suo surge è identica a quella di Bush».

John Podhoretz definisce il discorso di Obama un «momento di svolta» («dopo aver passato mesi a cercare disperatamente un'altra scelta, una terza via, una bella opzione, Obama alla fine si è arreso alla logica della presidenza») e riconosce il suo «coraggio». Obama, infatti, «sta chiaramente agendo contro i suoi istinti e la sua ideologia», e se la qualità del suo discorso ha lasciato a desiderare è perché «stava cercando di usare un linguaggio con il quale spiegare la sua decisione a persone come lui». Ecco perché non poteva funzionare dal punto di vista della retorica e della persuasione. «Un'occasione persa», conclude Podhoretz: «Ma non importa, è la politica che conta». E anche la scadenza dei 18 mesi «indica la serietà del suo impegno, dal momento che ha solo indicato l'inizio del ritiro, condizionandolo alla situazione sul campo in quel momento».

Su questo è d'accordo anche Wehner: la scadenza dei 18 mesi, «almeno per ora, è meno preoccupante di quanto possa sembrare». Nel suo discorso Obama ha detto che «cominceremo il ritiro delle nostro forze nel luglio del 2011, ma come abbiamo fatto in Iraq, eseguiremo la transizione responsabilmente, prendendo in considerazione le condizioni sul terreno». Un «caveat chiave», secondo Wehner: «Se le condizioni sul campo cambiano, Obama si è lasciato ampio spazio di manovra per rivedere la sua decisione, nulla è scolpito nella roccia». Anche se, avverte Max Boot, questa «deadline», al solo scopo di «placare la base liberal del Partito democratico», rischia di far arrivare ai talebani il messaggio che non devono far altro che aspettare 18 mesi e «gli infedeli saranno fuori dalla porta». Può non essere precisamente così, ma «è ciò che i nostri nemici intenderanno».

L'aspetto negativo del discorso di Obama, osserva Wehner, è che «non sembra vedere questa guerra nel contesto di una grande causa», ma la considera piuttosto come «una sgradita distrazione dalla sua agenda interna». Cosa che alla lunga, tra le polemiche e le vittime Usa in aumento, potrebbe minare la sua determinazione. Di questo si è lamentato anche Peter Beinart, che scrive ancora per The New Republic ma ora è al Council on Foreign Relations. Il "surge" annunciato da Obama è una «buona politica», ma il discorso «mi ha lasciato freddo», lamenta: «Militarmente, ci stiamo coinvolgendo più in profondità in Afghanistan, ma emotivamente ne stiamo uscendo. Non c'è stato nulla nel discorso sul nostro obbligo morale nei confronti del popolo afghano, al quale l'America ha promesso molto e ha consegnato scandalosamente poco».

Se tra i grandi quotidiani Usa c'è chi, come il Washington Post, sostiene che Obama abbia definitivamente fatto sua la guerra in Aghanistan, il Wall Street Journal, pur sostenendo la sua decisione, pensa che questa non sia ancora la guerra di Obama: «Da presidente di guerra Obama dovrà impiegare una quantità maggiore del suo capitale politico per persuadere l'opinione pubblica americana che la campagna afghana vale la pena». Non dovrà, come ha fatto in passato, «pronunciare un solo discorso e poi lasciar cadere l'argomento». Il presidente ha bisogno di un suo "surge" politico.

Friday, October 09, 2009

Un Nobel alle buone intenzioni

Se bastassero le buone intenzioni...

Dopo lo schiaffo della bocciatura di Chicago come sede dei Giochi olimpici 2016, il presidente Obama ha un buon motivo per consolarsi: nove mesi di presidenza sono bastati per vedersi attribuire il Premio Nobel per la Pace. A Gandhi non bastarono cinque nomination. La notizia ha colto tutti di sorpresa. Al di là del consenso e delle grandi aspettative suscitati, anche ai più benevoli e ottimisti la decisione del Comitato per il Nobel è apparsa prematura, se non «ridicola». In Rete le battute si sprecano: «Santo subito!», il primo Nobel «preventivo», «di incoraggiamento», «sulla fiducia» o «sulla parola». Scetticismo anche tra i commentatori: un Nobel «alla speranza», al «grande comunicatore». «Più che un premio, un augurio», una «cambiale in bianco».

L'impressione è che con questa scelta il Comitato abbia toccato la vetta della demagogia a cui pure ci aveva già abituati da tempo. Dopo il terrorista Arafat e l'ambientalista Al Gore, l'ennesimo colpo di teatro, grottesco e patetico, frutto del pregiudizio ideologico. Obama non ha ancora fatto nulla, non foss'altro perché è in carica da nove mesi scarsi. Non ha chiuso Guantanamo; non ha ritirato un sol uomo dall'Iraq; ha raddoppiato il contingente Usa in Afghanistan e sta considerando l'invio di altri 40 mila soldati; nel frattempo, ha intensificato i bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan. Sta muovendo i primi passi di un dialogo con l'Iran dall'esito del tutto incerto. Magari i nordcoreani rinunceranno all'atomica e i generali birmani libereranno Aung San Suu Kyi, chi vivrà vedrà. Il processo di pace tra israeliani e palestinesi è ancora impantanato.

Obama non è il primo presidente americano ad essere insignito del Nobel per la Pace, ma è il primo a vincerlo senza aver fatto ancora nulla. Il presidente Theodore Roosevelt ricevette il premio nel 1906, dopo cinque anni di mandato, e aver contribuito alla pace tra Russia e Giappone. Nel 1919, Woodrow Wilson, da sei anni in carica, per la pace e la nuova architettura mondiale uscita dalla Conferenza di Versailles, dopo la I Guerra Mondiale. Più controverso il Nobel all'ex presidente Jimmy Carter, nel 2002, che però era pur sempre stato l'artefice degli accordi di Camp David che portarono alla pace tra Israele ed Egitto. Obama è stato premiato solo per aver «catturato l'attenzione del mondo e dato alla sua gente la speranza per un futuro migliore» – qualcosa che potrebbe rivendicare anche Ahmadinejad – e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli». E' vero che non sempre il premio è arrivato come riconoscimento di un risultato conseguito. Ma quando si sono voluti premiare gli «sforzi», si è trattato di personalità che da anni, se non per tutta una vita, si erano battuti per la causa della pace e dei diritti umani.

Tra i 205 candidati non mancava chi avesse le carte in regola: il medico congolese Denis Mukwege, fondatore dell'ospedale Panzi, che durante 12 anni di guerra ha salvato oltre 20mila donne dalle violenze delle milizie; la dottoressa Sima Samar, che difende i diritti umani in Afghanistan; il dissidente cinese Hu Jia; il primo ministro dello Zimbabwe Morgan Tsvangirai; il monaco e dissidente vietnamita Tchich Quang Do; l'avvocatessa cecena Lidia Iussupova. Per statuto il Nobel non può essere concesso a persone decedute, il che esclude purtroppo Anna Politkovskaja. Le candidature, inoltre, devono essere presentate entro febbraio, quindi niente da fare per l'Onda verde dei manifestanti di Teheran, né per la presidente del Congresso mondiale degli uiguri, Rebiya Kadeer, che da una vita, come il Dalai Lama, cerca di instaurare il dialogo con Pechino. Speriamo che a Oslo se ne ricordino per il prossimo anno, anche se per il 2009 si sono scordati dei monaci buddisti che lo scorso anno manifestarono pacificamente in Birmania, venendo brutalmente repressi, o dei promotori di Charta '08, il manifesto per la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Cina.

Tra qualche anno, o mese, quando il presidente Usa (e il mondo) sarà di nuovo assalito dalla realtà, il Nobel si potrebbe ritorcere contro lo stesso Obama, suscitando delusione e ironie per scelte che potrebbero contraddire le attese. Forse avrebbe fatto miglior figura declinando e chiedendo di essere riconsiderato fra tre o quattro anni.

UPDATE: anche stampa e commentatori Usa di sinistra "stupiti"

Una decisione «assurda», e «motivo di imbarazzo per il presidente stesso», avverte il britannico The Times nella pagina dei commenti. E infatti è lo stesso presidente Obama a reagire con evidente imbarazzo alla notizia. Si dice «onorato», anche se, confessa, «ad essere onesto non sono sicuro di meritarlo». E dichiara di accettare il premio «come invito all'azione», «non per i risultati ma per gli ideali». «Non è il primo di aprile, vero?», si lascia scappare un membro dello staff della Casa Bianca. L'annuncio, scrive anche il New York Times, ha «stupito», tutti dalla Norvegia alla Casa Bianca. Anche tra i commentatori di sinistra e tra i simpatizzanti di Obama c'è incredulità e non manca chi ritiene la decisione di insignire il presidente Usa del Nobel per la Pace prematura, se non «ridicola».

Come Ruth Marcus, editorialista del Washington Post: «Ridicolo, persino imbarazzante», scrive. «Ammiro il presidente Obama, mi piace, l'ho votato. Ma non è mancanza di rispetto far notare che non ha ancora fatto molto. Certamente non abbastanza da giustificare il premio». Così David Ignatius, anch'egli autorevole editorialista del WP, che definisce la decisione «goffa»: «Anche se sei un fan di Obama, devi ammettere che non ha fatto molto come peacemaker». «Ha vinto, ma per che cosa?», si chiede Jennifer Loven, capo corrispondente dell'AP alla Casa Bianca. Anche su The Huffington Post, uno dei blog di sinistra più celebri e seguiti, c'è chi, come Michael Russnow, reagisce con incredulità e disappunto. «Mi piace Obama, ma questa è una farsa. Non ha fatto nulla per meritarsi il premio», riconosce Peter Beinart, editorialista di The New Republic e studioso del Council on Foreign Relations. Per Mickey Kaus, su Slate, Obama dovrebbe «cortesemente declinare» e spiegare che «è onorato ma che non ha avuto ancora il tempo di realizzare ciò che vorrebbe». Per il blogger di sinistra Glenn Greenwald, su Salon, il Nobel a Obama è «incredibilmente e di tutta evidenza ridicolo».

Prevale il sarcasmo invece tra i commentatori conservatori, che da tempo hanno smesso di prendere sul serio questo tipo di premi. «Il nuovo re del pop accetta il premio Nobel», scrive Greg Hengler. Hugh Hewitt si congratula con il presidente, ma «adesso - gli chiede - usi il momento per salvare il popolo afghano dai talebani e il mondo dai fanatici iraniani». Bill Kristol, direttore del Weekly Standards, si chiede se Obama non sia il «Gorbachev del Liberalismo»: «Non intendo comparare Obama a Gorbachev, che fu, nonostante i suoi fallimenti, una figura davvero storica e coraggiosa». Ma poniamo, ipotizza Kristol, che «tra un anno i Democratici subiscano una dura sconfitta elettorale, e che il Nuovo Liberalismo prenda la via del riformismo comunista. E che, all'inizio del 2013, Obama si ritrovi molto tempo a disposizione per intrattenersi con Gorbachev nel circuito delle celebrità internazionali».

Tuesday, October 06, 2009

Ascoltare i generali, i siluri di Kissinger a Biden e Obama

Con tutto il rispetto per il presidente Obama, che si trova di fronte a un autentico dilemma politico, Henry Kissinger un paio di siluri li lancia nell'analisi comparsa venerdì scorso sul sito di Newsweek, e tradotta ieri da La Stampa. Tre le opzioni in Afghanistan: continuare con il dispiegamento attuale, il che significherebbe però abbandonare la strategia proposta da McChrystal e sostenuta da Petraeus e verrebbe interpretato come il «primo passo del ritiro»; diminuire il contingente optando per una ulteriore nuova strategia, quella sostenuta dal vicepresidente Joe Biden; aumentare le truppe con una strategia che si concentri sulla sicurezza della popolazione. Kissinger è favorevole a questa terza soluzione, ma coinvolgendo diplomaticamente «i potenti vicini» dell'Afghanistan.

Con il primo "siluro" Kissinger ridicolizza le tesi del vicepresidente Biden. La nuova strategia che sostiene «ridurrebbe la missione essenzialmente all'antiterrorismo rinunciando all'impegno anti-guerriglia, con l'argomento che l'obiettivo strategico per l'America è impedire che l'Afghanistan torni a essere una base del terrorismo internazionale. Quindi, la sconfitta di Al Qaeda e della jihad sarebbe una priorità dominante». Dal momento che i talebani rappresenterebbero solo una minaccia locale, e non globale. Alla base c'è la convinzione che i talebani e Al Qaeda abbiano diversi interessi strategici. «Un negoziato con loro isolerebbe Al Qaeda e porterebbe alla sua sconfitta, in cambio non verrebbe sfidata la presa dei talebani sul governo del Paese».

E' una teoria che però a Kissinger sembra «troppo contorta»: «Sono stati proprio i talebani a fornire le basi per Al Qaeda. E' improbabile riuscire a separarli precisamente dal punto di vista geografico. Ciò implicherebbe anche la divisione dell'Afghanistan lungo linee funzionali, poiché è altamente improbabile che le azioni civili su cui si basano le nostre politiche possano essere poste in atto in aree controllate dai talebani. Perfino i cosiddetti realisti, come me, riderebbero di una tacita cooperazione degli Usa con i talebani al governo in Afghanistan».

Non ha preso posizione esplicitamente, ma da quanto ha fatto intendere in un'intervista alla CNN di oggi, neanche il segretario alla Difesa, Robert Gates, sembra d'accordo con le tesi di Biden. Per Gates i destini dei talebani e di al Qaeda sono strettamente legati: se i talebani dovessero prendere il controllo di «vaste porzioni» dell'Afghanistan, ciò offrirebbe «maggiore spazio ad al Qaeda per rafforzarsi. Ma ciò che è più importante, dal mio punto di vista, è il messaggio che sarebbe inviato, l'affermazione dell'autorità» della rete di Osama bin Laden. Se «in questo momento i talebani hanno slancio», è «a causa della nostra incapacità e, francamente, a quella dei nostri alleati, a inviare abbastanza truppe in Afghanistan».

Tra l'altro, il disinteresse di Biden per la stabilizzazione e il futuro politico dell'Afghanistan mi ricorda molto l'errore che le amministrazioni Usa fecero dalla fine dell'occupazione sovietica a tutti gli anni '90. Quando fu deciso di aiutare i mujahidin contro i sovietici, una debacle e il conseguente ritiro di questi ultimi (o addirittura la caduta dell'Urss) era ritenuto un esito talmente remoto che non fu predisposto alcun piano politico sull'Afghanistan. L'obiettivo era logorare e contenere i sovietici, mentre l'unico convinto della possibilità di scacciarli era l'allora direttore della Cia Casey. Del destino dell'Afghanistan agli Usa non importava nulla.

Quando, però, ciò che non si riteneva possibile accadde, il futuro assetto dell'Afghanistan avrebbe dovuto interessare eccome gli Usa, che invece fecero l'errore di lasciare campo libero al progetto coltivato per anni dall'ISI, il servizio segreto pakistano. Oggi Biden vorrebbe abbandonare l'Afghanistan al suo destino per una seconda volta, non comprendendo che il Paese è nell'interesse strategico dell'islamismo radicale dagli anni '80.

Il secondo "siluro" di Kissinger è diretto all'indecisione del presidente e alle sue inconfessabili cause: «I responsabili della catena di comando in Afghanistan, ciascuno con qualifiche eccezionali, sono stati tutti nominati dall'amministrazione di Obama. Respingere i loro consigli significherebbe far trionfare la politica interna sulle valutazioni strategiche».

C'è da chiedersi, infine, come mai tra «i potenti vicini» dell'Afghanistan - Pakistan, India, Cina, Russia, Iran - nessuno fino ad ora si sia davvero impegnato per la sua stabilizzazione. Kissinger chiede un impegno diplomatico nei confronti di questi Paesi. Ma se Cina, India e Russia sembrerebbero in effetti avere tutto l'interesse a una sconfitta dell'islamismo radicale (pur avendo anche l'interesse a mantenere il più possibile sotto pressione e bisognosi del proprio aiuto gli Usa e la Nato), lo stesso non si può dire del Pakistan e dell'Iran.

Monday, October 05, 2009

Rinforzi e subito, ascoltare il generale

Aumenta la pressione sul presidente Obama per una rapida decisione sui rinforzi in Afghanistan (dai 30 ai 40 mila soldati in più) chiesti dal generale Stanley McChrystal, comandante della missione. Domenica, intervistato dal programma Face the Nation, in onda sulla CBS, anche il generale Anthony Zinni, ex comandante in capo del CentCom, le cui responsabilità includono l'Afghanistan, ha esortato il presidente a prendere in breve tempo una decisione favorevole, inviando le truppe di cui McChrystal dice di aver bisogno: «Ritengo che dobbiamo fare attenzione a quanto tempo prende» la riflessione di Obama, ha osservato Zinni. «Potrebbe essere interpretata non solo nella regione, ma anche dai nostri alleati, e dal nemico, per insicurezza, per incapacità a prendere una decisione».

«Abbiamo il generale - ha aggiunto Zinni - che è probabilmente il più qualificato che potremmo avere che ci sta dicendo di cosa abbiamo bisogno sul terreno per avere la sicurezza e il tempo che ci vogliono per realizzare le cose "non militari". Non capisco proprio perché ci stiamo interrogando su questa valutazione. Spero che non vada avanti per molto», ha spiegato al programma della CBS. Zinni, noto per la sua opposizione all'invasione dell'Iraq e per le sue taglienti critiche in passato nei confronti dei neoconservatori, non è facilmente collocabile politicamente.

E nei giorni scorsi un'altra autorevole voce si è aggiunta a quella di McChrystal nel sottolineare l'esigenza di più truppe in Afghanistan. Il generale David Richards, dallo scorso agosto comandante in capo delle forze armate britanniche, ha dichiarato al Sunday Telegraph che una forza Nato con un maggior numero di soldati renderebbe più semplice sconfiggere i talebani e raggiungere gli obiettivi della comunità internazionale: «Se si dispiegano più truppe sarà possibile raggiungere gli obiettivi che ci sono stati chiesti con maggior rapidità e meno perdite».

L'obiettivo più importante nella strategia controinsurrezionale è «vincere la battaglia psicologica», ha spiegato il generale Richards: «Abbiamo bisogno di dimostrare che noi, la Nato e il governo afghano, offriamo un futuro molto più luminoso che è inoltre più sicuro, con posti di lavoro e migliore istruzione e migliore assistenza sanitaria». Una sconfitta della Nato avrebbe un «effetto inebriante» sugli estremisti, ha avvertito, con «immense» implicazioni geostrategiche. «Se al Qaeda e i talebani ritenessero di averci sconfitto, che cosa accadrebbe dopo? Si limiterebbero all'Afghanistan?», si è chiesto il capo delle forze armate britanniche.

All'interno dell'amministrazione Obama il fronte di chi si oppone all'invio di ulteriori rinforzi è guidato dal vicepresidente Joe Biden, il quale sostiene sia meglio concentrare gli sforzi nel colpire al Qaeda nelle regioni al confine tra Pakistan e Afghanistan, usando droni e corpi speciali. Una diversa strategia che si basa sulla convinzione che i talebani e al Qaeda non avrebbero gli stessi interessi strategici.

Tuesday, September 22, 2009

Il presidente degli appelli tentenna sull'Afghanistan

Sogni di realpolitik

Appelli, appelli, appelli. Appelli per il clima; per la pace in Medio Oriente; per il dialogo con l'Iran. Barack Obama è il presidente degli appelli, ma anche se non si può certo trarre un bilancio, nemmeno parziale, della sua politica estera, non si può non notare come fino ad oggi abbia raccolto pochissimo, direi quasi nulla, dalle aperture che ha disseminato per il mondo, al prezzo di qualche incrinatura nei rapporti con gli storici alleati dell'America, dall'Estremo Oriente all'Europa dell'Est, passando per Israele.

Ma è in particolare sull'Afghanistan che la sua credibilità come comandante in capo è messa a dura prova in questi giorni, soprattutto dopo la rivelazione del rapporto del generale McChrystal. Un rapporto pronto dal 30 agosto, ma che l'amministrazione - qualcuno pensa per motivi di politica interna - ha deciso di non prendere in esame fino a pochi giorni fa. Un rapporto nel quale si avverte senza mezzi termini che senza ulteriori rinforzi in Afghanistan si va incontro al fallimento. Obama dice che prima di mandare altri uomini vuole avere chiara la strategia; certo, la strategia conta, ma le truppe combattenti ad oggi impegnate sono talmente esigue che a mio avviso si può iniziare a parlare di strategia solo dopo aver riconsiderato i numeri.

Oggi il Washington Post (a Woodward si deve lo scoop - l'ennesimo - del rapporto McChrystal) è uscito allo scoperto accusando esplicitamente il presidente di essere troppo «esitante» e «dubbioso» sull'Afghanistan in un «momento cruciale» per la campagna. Un editoriale lo rimprovera di «aver dimenticato le sue stesse parole a favore di una campagna contro l'insurrezione», come «se avesse un ripensamento» rispetto a quanto affermava soltanto cinque mesi fa: «Che cosa è cambiato dallo scorso marzo?», si chiede il WP. E le innumerevoli apparizioni tv di Obama in questi giorni rischiano di trasformarsi in un boomerang, perché le sue risposte rafforzano l'impressione della sua indecisione su un fondamentale tema di sicurezza nazionale come l'Afghanistan.

Tra l'altro, ad aggravare la situazione c'è anche la denuncia nient'affatto sorprendente del generale McChrystal, che nel suo rapporto, rivela oggi il Los Angeles Times, accusa i servizi segreti pakistani e iraniani di sostenere i talebani. Un'accusa molto verosimile. «L'insorgenza afghana è chiaramente sostenuta dal Pakistan», scrive il generale. I leader talebani «sono assistiti da alcuni elementi dell'Isi», mentre per quanto riguarda l'Iran, «le forze al Quds stanno addestrando combattenti per alcuni gruppi talebani e fornendo altre forme di assistenza militare agli insorti».

Della rinuncia allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica ceca ho già scritto - e c'è davvero da sperare che Obama abbia ricevuto almeno qualcosa in cambio dai russi, almeno un "sì" a nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran - ma anche quella decisione, almeno nel modo in cui è stata gestita, questa settimana viene criticata su Newsweek da Fareed Zakaria, proprio per il significato politico che ormai lo scudo aveva assunto per russi, polacchi e cechi. «Di questi tempi - ha commentato il Wall Street Journal - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che l'America sta lavorando sodo per creare avversari laddove in precedenza aveva amici».

E così non posso che condividere l'analisi di Christian Rocca, qualche giorno fa su Il Foglio, secondo cui in questo momento «l'approccio» di Obama sembra «costellato da una serie di mosse azzardate senza la certezza di contropartite valide e da un'assenza di visione strategica globale che denota la difficoltà di formulare un'alternativa multilaterale seria ed efficace, dotata di un linguaggio chiaro e coerente, da contrapporre alla chiarezza morale dell'unilateralismo di George W. Bush». Cosa farà Obama se iraniani, russi e nordcoreani respingeranno le sue aperture? C'è da cominciare a temere che esiterà sul da farsi come sull'Afghanistan, invece di riconoscere che l'atteggiamento ostile dei nemici degli Stati Uniti non era provocato dall'"unilateralismo" di Bush, ma da deliberate scelte politiche di quei regimi che nessuna mano tesa e realpolitik può ammorbidire. E se a un certo punto bisognerà riconoscere che non era Bush il "cattivo", e che l'"Asse del Male" esiste per davvero? Verrà il tempo di smettere di sognare a occhi aperti e mani tese?

Friday, September 18, 2009

Le guerre o si combattono o si subiscono

Ogni volta che uno dei nostri valorosi soldati muore o si ferisce in Afghanistan o altrove, qui in Italia si comincia a voler ridiscutere tutta la missione. Le chiacchiere, le ipocrisie e le dotte analisi militari e geopolitiche stanno a zero. La verità potrebbe essere molto più semplice. Sarò ingenuo, ma a me pare che la durata di una guerra sia inversamente proporzionale al numero di forze impiegate e all'intensità dei combattimenti (e, purtroppo, al numero di perdite). Minori sono i rischi che si accettano di correre e le risorse che si decidono di impiegare, maggiore sarà il tempo necessario per avere ragione del nemico. Ma al di sotto di una certa soglia di impegno, e oltre un certo numero di anni, il rischio è che senza neanche accorgersene non solo i tempi si dilatano e l'obiettivo si vede sfumare all'orizzonte, ma che non si riesca neanche più a contenere il nemico che prende coraggio dalla propria capacità di resistenza. Mi pare sia ciò che sta accadendo in Afghanistan.

Tanto che negli stessi Stati Uniti da tempo si dubita dei reali obiettivi della missione. Non è sufficientemente chiaro, rimproverano molti, se lo scopo ultimo sia la sconfitta totale e definitiva dei talebani e di al Qaeda, e il successo dell'operazione di nation building, cioè di rafforzamento delle nuove istituzioni afghane, o se la missione possa considerarsi conclusa anche in presenza di una certa attività di insorgenza da parte talebana, accontentandosi di avere a Kabul un governo "amico", seppure non in grado di controllare tutto il territorio. Senza la necessaria chiarezza sullo scopo ultimo della missione è difficile valutare i progressi e prendere decisioni sui mezzi da impiegare per raggiungerlo.

La sensazione è che finora gli Stati Uniti e gli altri Paesi Nato si siano accontentati di tenere impegnati i talebani e di braccare al Qaeda per impedirgli di organizzare attacchi in Occidente, ma non abbiano davvero cercato di distruggerli. Nei giorni scorsi l'amministrazione Obama ha mostrato ad alcuni senatori un documento in cui si chiariscono obiettivi e parametri per valutare i progressi della missione. Sembrano quelli più ambiziosi (e quindi potrebbero preludere all'invio di nuove truppe), anche se rimangono ancora un po' troppo generici.

Tra uno sforzo più concentrato nel tempo e di maggiore intensità ma più traumatico (in termini di vite umane) per le opinioni pubbliche, e uno più dilatato ma meno sanguinoso, la politica sembra aver scelto il secondo, ma le è davvero convenuto? Se da un lato una guerra ad alta intensità sarebbe risultata meno digeribile per il fronte interno, dall'altro le motivazioni sarebbero apparse più fresche e attuali di quanto lo siano oggi, mentre ora affiora una certa stanchezza, il successo è lontano e l'opinione pubblica si è scordata perché siamo in Afghanistan. Adesso ci troviamo in un vicolo cieco: lasciare è impossibile, perché tornerebbero al potere i talebani e ben presto al Qaeda ricomincerebbe a progettare attacchi contro l'Occidente; ma continuando così rischiamo un nuovo Vietnam.

Dunque, l'unica strada praticabile sembra quella di intensificare lo sforzo militare, ma se l'avessimo fatto dall'inizio ci saremmo almeno risparmiati questi 8 anni e le opinioni pubbliche sarebbero state meno stanche. Insomma, ciò che abbiamo voluto evitare all'inizio non possiamo più evitarlo: combattere sul serio. Tra l'altro, si tratta di una guerra asimmetrica, del tutto diversa da quelle classiche. Non ci troviamo di fronte un esercito appartenente ad un'entità statuale, quindi non c'è alcuna possibilità che il nostro nemico dichiari la sua capitolazione. I talebani e al Qaeda si batteranno finché non morirà l'ultimo di loro. In pratica, dovremo ucciderli tutti e non sottovalutare il fatto che dispongono di una lunghissima retrovia lungo i confini con il Pakistan.

P.S. Sarebbe bene anche abbandonare un'altra ipocrisia: finché l'uso della forza rimarrà "proporzionato" è difficile che l'equilibrio cambi a nostro favore; è con l'uso "sproporzionato" della forza che si vincono le guerre.

Thursday, September 17, 2009

Grazie ragazzi! Non ci arrenderemo

Tenente Andrea Fortunato, 35 anni (Potenza); sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni (Napoli); caporal maggiore Matteo Mureddu, 26 anni (Oristano); primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, 26 anni (Santa Maria di Leuca); primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, 28 anni (Orvieto); primo caporal maggiore Massimiliano Randino, 32 anni (Salerno).

Wednesday, September 16, 2009

Afghanistan, finalmente Obama chiarisce gli obiettivi

Che sembrano quelli più ambiziosi (e quindi potrebbero preludere all'invio di nuove truppe), anche se rimangono un po' generici.

Su il Velino

L'amministrazione Obama ha mostrato oggi ad alcuni senatori, in un briefing a porte chiuse che si è svolto al Campidoglio, una bozza di tre pagine contenente la sua strategia per l'Afghanistan e il Pakistan. Il documento, marcato come "bozza" ma non secretato, contiene gli obiettivi e le priorità della missione e i parametri attraverso i quali l'amministrazione Usa intende valutare i progressi nella regione, dettagli di cui il Congresso aveva da tempo chiesto di venire a conoscenza. Elementi essenziali per assumere qualsiasi decisione sull'impiego o meno di ulteriori mezzi e truppe. Tra oggi e domani il Congresso acquisirà le valutazioni del generale Stanley McChrystal, comandante delle forze americane in Afghanistan, che rimaranno riservate, e qualsiasi richiesta di nuove truppe arriverà nelle prossime una o due settimane, ipotizza il presidente della Commissione Forze armate del Senato Usa, Carl Levin, uno dei senatori presenti all'incontro.

Oggi, incontrando alla Casa Bianca il premier canadese Stephen Harper, il presidente Barack Obama ha spiegato che non ci sarà alcuna «decisione immediata» sull'invio di nuove truppe in Afghanistan. Ribadendo la sua «determinazione a prendere la decisione giusta», Obama ha detto che deciderà dopo un «processo molto ponderato». Una delle critiche che molti analisti e commentatori hanno sempre mosso alle amministrazioni Usa - sia quella di Bush jr sia quella Obama - nella loro conduzione della guerra in Afghanistan, riguarda la mancanza di chiarezza sugli obiettivi della missione. Non è ancora sufficientemente chiaro se l'obiettivo finale sia la sconfitta totale e definitiva dei talebani, e il successo dell'operazione di nation building, cioè di rafforzamento delle nuove istituzioni statali afghane, o se la missione possa considerarsi conclusa anche in presenza di una certa attività di insorgenza da parte talebana, accontentandosi di avere a Kabul un governo "amico", seppure non in grado di controllare tutto il territorio.

Senza la necessaria chiarezza sullo scopo ultimo della missione, è difficile valutare i progressi e prendere decisioni sui mezzi da impiegare per raggiungerlo. Ma nella bozza che alcuni funzionari di alto livello dell'amministrazione hanno presentato oggi ai senatori, e che Foreign Policy ha ottenuto, vengono finalmente indicati tre obiettivi: «distruggere, smantellare e sconfiggere al Qaeda tra Afghanistan e Pakistan, e impedire il suo ritorno in quei Paesi in futuro»; lavorare per stabilizzare il Pakistan e per raggiungere «una molteplicità di obiettivi politici e civici» in Afghanistan. Ciascun obiettivo è corredato di parametri per valutare i progressi compiuti.
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Friday, August 21, 2009

Afghanistan e Iraq, le indecisioni strategiche si pagano

La democrazia dovrà vedersela ancora una volta a mani - anzi, dita - nude contro le bombe. Le forze Nato schierate contro la guerriglia talebana in Afghanistan restano naturalmente indispensabili, ma in definitiva sarà la voglia di normalità degli afghani a fare da ago della bilancia. Se verrà meno, non basteranno gli eserciti a far uscire il paese dal caos e a salvarlo dai talebani. Epperò, anche i successi contro i talebani possono dare speranze alla popolazione.

L'esito della giornata elettorale di ieri è confortante anche se non entusiasmante. Insomma, poteva andar peggio. Sembra infatti che nonostante i kamikaze, i razzi, e le intimidazioni che ci sono stati anche ieri (oltre 70 attacchi e una trentina di morti in 15 province su 34), un numero di seggi maggiore delle attese sia stato aperto e l'affluenza al voto sia stata buona, addirittura il 50%, anche se non paragonabile a quella delle presidenziali del 2004, quando votò il 70% degli aventi diritto. Un ottimismo, quello espresso dalla Nato e dall'Onu sul voto in Afghanistan, motivato più che altro dalle basse aspettative della vigilia. I talebani infatti da alcune settimane hanno ripreso l'iniziativa e in pochi giorni hanno dimostrato alla popolazione quanto scarsi ed effimeri siano i progressi compiuti in quattro anni dalle nuove istituzioni afghane.

L'affluenza in calo indica comunque che la sfiducia degli afghani nelle nuove istituzioni aumenta e se dovesse scendere sotto una certa soglia, non ci sarebbe aiuto internazionale in grado di fare argine: tornerebbero i talebani. La colpa di questa situazione è certamente di Karzai, la cui rielezione non è scontata e che non gode neanche più del favore degli Usa, pronti ad accogliere positivamente un'affermazione di Abdullah. Ma sulla situazione afghana continua a pesare anche un'ambiguità strategica che né il presidente americano Obama, né tanto meno gli altri paesi della Nato impegnati hanno ancora risolto. Non è ancora chiaro se l'obiettivo sia sconfiggere definitivamente i talebani, o solo contenerli, accontentandosi di impedirgli di lanciare nuovi attacchi terroristici contro gli Usa e che il governo legittimo controlli la maggior parte, anche se non tutto, il territorio. Finché un giorno, inevitabilmente, non verrà deciso il ritiro dei contingenti. E allora saranno dolori.

Attualmente gli uomini impiegati in Afghanistan sono circa 100 mila, in un paese in cui per controllare il territorio garantendo un minimo di sicurezza alla popolazione civile ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanti. Figuriamoci poi se c'è anche da combattere per respingere le offensive talebane o per bonificare intere aree dalla loro presenza. Un'altra ambiguità che indebolisce la forza multinazionale è che non tutti i paesi condividono le stesse responsabilità. La maggior parte dei contingenti, e tra questi quello italiano e quello tedesco, possono difendersi se attaccati, ma non sono autorizzati a partecipare a operazioni di combattimento al di fuori della loro area. Dei 100 mila uomini, 62 mila sono americani - solo la metà all'incirca truppe combattenti - e al loro fianco combattono attivamente solo i contingenti inglese, canadese e olandese.

Anche l'Iraq da alcune settimane a questa parte sembra essere ripiombato nel terrore. I terroristi hanno portato il loro attacco fino al cuore delle nuove istituzioni irachene come probabilmente non erano mai riusciti in questi anni. I camion-bomba contro il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Finanze e il palazzo del governo provinciale di Baghdad, hanno causato circa un centinaio di morti e oltre 600 feriti. Una delle esplosioni ha persino fatto venir giù un pezzo di viadotto, uccidendo gli ignari automobilisti che lo stavano attraversando. Poi i colpi di mortaio che hanno raggiunto la blindatissima "zona verde" e altre bombe contro obiettivi minori, un mercato in una zona sciita e due posti di blocco.

Per trovare un attentato di simili proporzioni a Baghdad bisogna risalire al primo febbraio del 2008, quando morirono 99 persone. Ma allora furono delle donne kamikaze a fare strage in diversi mercati, mentre questa volta sono state colpite al cuore le istituzioni civili, per dimostrarne la vulnerabilità. Considerando la potenza di fuoco, la capacità organizzativa e l'importanza strategica degli obiettivi, dietro c'è senz'altro la mano di al Qaeda, forse con l'aiuto - ma solo marginalmente - di qualche frangia ex baathista non ancora rassegnata, mentre la Siria continua a offrire ospitalità e supporto logistico ai terroristi per dimostrare, contribuendo a destabilizzare l'Iraq, di essere ancora un attore influente nella regione con il quale scendere a patti. La pazienza americana nei confronti di Damasco resta davvero un mistero.

Dopo il calo delle vittime di violenze negli ultimi due anni, grazie ai successi della nuova strategia americana voluta da Bush e praticata sul campo dal generale Petraeus, l'intensificarsi degli attacchi dalla primavera di quest'anno non può non essere messo in relazione con il ritiro, prima annunciato e poi avvenuto, il 30 giugno scorso, delle truppe americane dalle città e la consegna della responsabilità della sicurezza alle autorità irachene. Il 23 aprile 84 morti a Baquba in tre attentati suicidi in un giorno. Il 20 maggio 40 morti per un'autobomba a Baghdad. Il 20 giugno 72 morti per un camion-bomba a sud di Kirkuk, nel nord del paese. Il 24 giugno 62 morti nel quartiere sciita di Baghdad. Il 30 giugno le truppe americane lasciano le aree urbane e si ritirano nelle basi lontane dai centri abitati. Il 28 luglio 8 morti e 13 feriti per una moto-bomba a Baghdad. Il 31 luglio alcune esplosioni fuori da una moschea sciita fanno 31 morti. Sempre a Baghdad. Il 7 agosto un'autobomba uccide 38 persone appena escono da una moschera sciita fuori Mosul, nel nord, e sei pellegrini sciiti muoiono in una serie di esplosioni a Baghdad. E' un crescendo. Il 10 agosto due camion-bomba uccidono 30 persone e ne feriscono 155 in un villaggio sciita a est di Mosul. E di nuovo a Baghdad, un'autobomba uccide 7 lavoratori in un'area a maggioranza sciita. Il 16 agosto, sempre in un'area sciita di Baghdad, 8 morti e 21 feriti.

E pensare che appena tre settimane fa, ricorda il New York Times, il premier iracheno al Maliki aveva dato ordine di rimuovere le barriere anti-bomba in cemento armato dalle vie di Baghdad, convinto da un alto ufficiale dell'esercito a lui vicino che ormai la sicurezza non fosse più un "problema". A dargli una lezione ci ha pensato al Qaeda. Ma è una ulteriore sfida anche per il presidente Obama, cui molti ora chiedono di rallentare il piano di ritiro delle truppe Usa dall'Iraq. Ci sono diverse possibilità di un'«inversione di tendenza» in Iraq rispetto ai recenti progressi, avverte l'esperto Stephen Biddle, del Council on Foreign Relations, che individua ben quattro scenari nei quali il paese potrebbe «allontanarsi da una prospettiva di pace e stabilità a breve e medio termine». Una «vigorosa strategia preventiva, nella forma di un rallentamento del ritiro Usa dall'Iraq, sarebbe meno costosa, sia politicamente che militarmente, nel lungo termine».