Pubblicato su formiche
Il ritorno dell’America nel gioco siriano pone la Russia di fronte a un dilemma sul partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti?
La decisione dell’amministrazione Trump, rivelata nei giorni scorsi dal Washington Post, di porre termine al programma segreto della Cia di sostegno militare ai ribelli anti-Assad "moderati", voluto e preparato da Obama (e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton), tra il 2012 e 2013, non è una mossa imprevista. Non solo indiscrezioni in tal senso erano già uscite tra febbraio e aprile, ma anche in campagna elettorale Trump lo aveva lasciato intendere accusando la sua avversaria e l’allora presidente Obama di aiutare i terroristi in Siria. E non segna il definitivo successo della strategia russa, come il Washington Post, uno dei giornaloni Usa impegnati nella campagna anti-Trump, lascia dire al solito funzionario anonimo ("Putin won in Syria"). Anzi, nonostante le vittorie militari contro l’Isis e il puntellamento del regime di Assad, sul piano diplomatico il coinvolgimento russo in Siria è più vicino al pantano che al successo. Proveremo a spiegare perché.
Ma innanzitutto, qualche precisazione sul programma della Cia di cui stiamo parlando. Delle due l’una: o serviva a sostenere gruppi di ribelli "moderati", e allora era militarmente irrilevante e, dunque, poco più che simbolica la sua cancellazione; o ad essere "segretamente" armati e addestrati erano anche gruppi ben più radicali, e allora era qualcosa di imbarazzante la cui chiusura era d’obbligo. L’esistenza di questo programma è divenuta di dominio pubblico un paio d’anni fa, quando è emerso che i 500 milioni di dollari stanziati erano serviti in realtà a formare circa 60 miliziani ritenuti sufficientemente "moderati", ridotti a cinque perché nel frattempo gli altri si erano uniti ai gruppi jihadisti (Isis compreso).
Ad ammettere il fallimento del programma, che prevedeva l’addestramento di 15 mila combattenti in tre anni, il generale Lloyd J. Austin, comandante del Centcom, il comando militare americano delle operazioni in Siria e Iraq, di fronte alla Commissione Forze armate del Senato. L’insuccesso del programma si spiega anche con i paletti posti dal presidente Obama, che non voleva rischiare di armare gruppi jihadisti (saggiamente), né di essere trascinato in un conflitto con la Russia, né di irritare gli iraniani compromettendo l’accordo sul nucleare. Ai ribelli anti-Assad infatti si chiedeva di limitarsi a combattere l’Isis, in pratica di non essere "ribelli". E questo ha probabilmente portato molti di essi a unirsi alle milizie islamiste. Come può la chiusura di un programma ritenuto fino a ieri un fiasco, già morto e sepolto, diventare improvvisamente un "errore strategico" o un "regalo a Putin"? Forse perché a chiuderlo formalmente è il presidente Trump?
In realtà, il "game changer", il punto di svolta in Siria potrebbe rivelarsi il primo cessate-il-fuoco – sebbene molto parziale, limitato all’angolo sud-occidentale del paese – a firma Usa-Russia, scaturito dal primo faccia-a-faccia Trump-Putin a margine del G20 di Amburgo lo scorso 7 luglio. Il ministro degli affari esteri russo Lavrov ha poi spiegato che Russia, Stati Uniti e Giordania istituiranno ad Amman un centro per coordinare tutti i dettagli. Ancora prima, però, le "quattro zone di de-escalation" approvate ad Astana lo scorso maggio da Russia, Turchia e Iran erano state discusse durante una telefonata tra il presidente russo Putin e il presidente americano Trump, quindi in pratica pre-approvate da Washington. Insomma, se sul lato Ucraina nessun "disgelo", è sulla crisi siriana che Usa e Russia sembrano compiere progressi dimostrando di parlarsi e di voler cooperare dove possibile. Se da una parte gli Stati Uniti entrano in qualche modo nello schema guidato dal Cremlino, che con il processo di Astana ha soppiantato i colloqui di Ginevra, dall’altra proprio il ritorno dell’America nel dossier siriano, che Putin non ha potuto impedire, rende fragile il processo di Astana. Tant’è vero che l’ultimo round di negoziati in Kazakhistan, alla vigilia dell’incontro Trump-Putin, non ha registrato progressi sulle "de-escalation zone".
Nonostante l’Isis sia vicino alla sconfitta e il regime di Assad ad una insperata sopravvivenza, il mosaico russo è lungi dall’essere completato e rischia ancora di frantumarsi, proprio per il ruolo guida nel processo politico che Mosca ha assunto su più tavoli, bilaterali e multilaterali, dove siedono potenze ostili tra di loro con interessi divergenti e spesso inconciliabili. Da una parte ha investito molto nel processo di Astana, in una transizione politica in Siria capace di preservare l’influenza di ciascuna delle potenze coinvolte - Russia, Iran e Turchia - nelle aree ritenute vitali per i propri interessi nazionali. Ma per riuscire deve portare Teheran e Ankara a raggiungere un compromesso. Non facile, perché gli iraniani considerano prioritaria la sconfitta di ogni gruppo ribelle rispetto all’inizio di una transizione politica, mentre i turchi puntano ad usare proprio i ribelli e i territori da loro controllati come risorsa nei futuri colloqui politici.
Dall’altra, ha siglato con gli Usa l’accordo sul cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese per scongiurare il rischio di una escalation con Washington e i suoi alleati. Non va dimenticato infatti che in Siria i russi si trovano pur sempre circondati da alleati dell’America: i curdi a nord, ma soprattutto Israele e Giordania a sud. Se con il cessate-il-fuoco gli Stati Uniti hanno di fatto riconosciuto il ruolo guida della Russia nel processo di pace in Siria, dal canto loro i russi – se pensiamo anche alla "deconfliction zone" che circonda la base Usa di al Tanf al confine con l’Iraq – hanno mostrato la volontà di riconoscere agli americani una zona di influenza nel sud della Siria, decisiva per la partita che Washington intende giocare per contenere Teheran, nonché di mantenere buoni rapporti con Israele, preoccupato della presenza di milizie iraniane ai suoi confini.
Non dimentichiamo qual era la posizione americana in Siria al termine della presidenza Obama: inesistente. Ora gli Stati Uniti sono rientrati in gioco. L’amministrazione Trump ha impresso una svolta decisiva alle operazioni anti-Isis, stringendo ancora di più la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG, per liberare Raqqa. Anche al prezzo di far irritare, e non poco, il presidente turco Erdogan, che li considera terroristi. E infatti l’artiglieria turca ha preso a martellare le postazioni delle YPG nell’enclave di Afrin. Ha riconosciuto un dato di fatto, ovvero che la fuoriuscita di Assad non è la priorità, ma ha anche chiarito di considerarla inevitabile nel medio-lungo termine e dimostrato di non tollerare che il regime siriano oltrepassi la "linea rossa" dell’uso di armi chimiche. E infine, sta trasformando la Siria in un fronte di contenimento dell’Iran, di intesa con gli alleati arabi sunniti e Israele.
Lungi da una vittoria piena di Mosca, la safe zone riconosciuta agli Stati Uniti nel sud della Siria sembra un primo passo verso il riconoscimento di diverse zone di influenza tra potenze regionali e globali, un po’ come avvenne nel ‘45 in Germania e a Berlino. Dunque, la difficilissima composizione di tutti gli interessi in gioco, spesso divergenti, tra attori ostili, rende il successo dell’iniziativa russa tutt’altro che scontato e il rischio pantano più vicino di quanto possa apparire.
Proprio il ritorno americano, con cui Putin ha dovuto fare i conti, rende più difficile, forse impossibile, il pieno successo della cooperazione con l’Iran, che fino a ieri, fino all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, era stata il pilastro della politica russa in Siria. I tre principali obiettivi di Teheran in Siria, infatti – mantenere al potere Assad e l’integrità territoriale del paese, garantirsi un collegamento terrestre con Hezbollah in Libano – confliggono apertamente con gli interessi dell’America e dei suoi alleati. La divisione del paese in zone di influenza per preservare gli interessi di tutti gli attori coinvolti contraddice il principio dell’integrità territoriale siriana. Il premier israeliano Netanyahu si è detto contrario al cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese, perché sebbene tenga le milizie iraniane lontane dai suoi confini, tuttavia rischia di rendere permanente la presenza militare iraniana in Siria. E infatti, come hanno fatto notare gli esponenti di Hezbollah dopo l’annuncio della tregua, la distanza dalle alture del Golan non gli impedisce di lanciare attacchi contro Israele, visto che i missili in loro possesso sono in grado di colpire il territorio israeliano dalla Siria senza bisogno di una presenza fisica nelle zone di confine.
Ciò che invece infastidisce Hezbollah (e Teheran) del cessate-il-fuoco siglato da Trump e Putin, è che di fatto riconosce una presenza militare americana sul terreno in Siria. Sarà una coincidenza, ma proprio all'indomani dell'accordo sono spuntate due nuove basi Usa a cavallo del confine siro-giordano, una in Giordania e l'altra nel deserto siriano. E nelle scorse settimane forze americane hanno bombardato alcune milizie pro-Assad sostenute dall'Iran mentre avanzavano verso la base Usa di al Tanf, al confine tra Siria, Iraq e Giordania. Al Congresso il segretario alla difesa James Mattis ha spiegato che si è trattato di semplice autodifesa, a protezione dei militari americani che si trovano in quella zona. La missione in Siria è mirata esclusivamente a combattere l'Isis, ha ripetuto. Peccato che, guarda caso, l'avamposto di al Tanf si trovi esattamente sulla via di collegamento terrestre tra l'Iran e il Libano, passando per Iraq e Siria.
Per ora la Russia non ha alcuna intenzione di esercitare pressioni su Hezbollah, che con migliaia di combattenti schierati in Siria gioca un ruolo di fanteria ancora essenziale per i russi. Irritare Hezbollah significa irritare gli iraniani e rischiare di perdere Teheran nel processo di Astana.
Tuttavia, questi attriti sono ormai nelle cose con il ritorno degli Stati Uniti nel gioco siriano, che pone sempre di più la Russia di fronte al dilemma di dover decidere su chi puntare come partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti? E’ uno dei risultati delle mosse dell’amministrazione Trump, la cui nuova politica in Medio Oriente, come abbiamo scritto in altri articoli per Formiche, ha come obiettivo principale quello di isolare e contenere l’Iran e, quindi, in Siria, di allontanare Mosca da Teheran. "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili – come Siria e Iran – e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Ecco il vero test per Putin, nelle parole pronunciate dal presidente Trump a Varsavia.
Certo, le nuove sanzioni non aiutano l'amministrazione Trump. Putin potrebbe decidere che la cooperazione con gli Usa in Siria non vale il sacrificio delle partnership regionali con Iran e Turchia su cui molto ha investito negli ultimi anni.
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Tuesday, July 25, 2017
Thursday, December 15, 2016
20 gennaio, faster please!
Non ci mancherai Barack, sore loser in chief
Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.
E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.
La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.
Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".
Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".
E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).
Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.
E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.
La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.
Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".
Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".
E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).
Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Want to recognize Russia as an enemy? Want Congress to do a thoroughgoing investigation of all its espionage and meddling in our country, including efforts to influence election outcomes? Want to hold Trump’s feet to the fire because you’re worried that he and some of his subordinates seem oddly well-disposed toward Putin, a murderous, anti-American dictator? By all means, let’s do it. It’s way past time.
But let’s not pretend the "Russia hacked the election" farce is anything other than what it is: a scheme by the Democrat-media complex to rationalize a do-over - to persuade the Electoral College that it is not bound by the election results. The spectacle we’re watching has nothing to do with Russia.
Thursday, May 05, 2011
Altro che foto, è il momento di battere il ferro
«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».
Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.
Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».
Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.
Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.
Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.
Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.
Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".
Tuesday, May 03, 2011
I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)
Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).
Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.
Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.
Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.
Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.
I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.
L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.
Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.
Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.
Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.
Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.
I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.
L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.
Thursday, November 05, 2009
Le procure in guerra contro la guerra al terrorismo
Su il Velino
Delusione e disappunto hanno espresso il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Ian Kelly, e un portavoce del Pentagono, per la condanna di 22 agenti della Cia e di un colonnello dell'aviazione Usa per il "rapimento" su territorio italiano del sospetto terrorista Hassan Mustafa Osama Nasr (Abu Omar). Una reazione che rivela il malcontento dell'amministrazione Usa, ma cauta, nella consapevolezza che il potere giudiziario in Italia è indipendente dal governo. Nessun danno, quindi, nei rapporti politici tra Roma e Washington, ma con ogni probabilità, anche se i condannati non sconteranno neanche un giorno di carcere, un colpo inferto alla cooperazione tra i due Paesi nella lotta al terrorismo. Duramente critico nei confronti della sentenza, per quanto riguarda questo aspetto, il Wall Street Journal. In uno dei suoi editoriali, dal titolo emblematico «La guerra contro la guerra al terrorismo», ricordando che il procuratore Armando Spataro «si è fatto le ossa dando la caccia alle Brigate rosse», definisce la condanna in contumacia degli agenti Cia «un'altra discutibile pietra miliare nella guerra giudiziaria contro la guerra al terrorismo».
(...) «a prescindere dai particolari, sarebbe un errore per le anime belle d'Europa rallegrarsi per le condanne di ieri». Infatti, «se gli agenti di intelligence americani non possono cooperare con le controparti europee senza temere di venire arrestati - avverte il WSJ - allora sia l'America che l'Europa sono meno sicure»... «Persone innocenti rischiano alla fine di pagare per la "vittoria" di Spataro».
LEGGI TUTTO
Delusione e disappunto hanno espresso il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Ian Kelly, e un portavoce del Pentagono, per la condanna di 22 agenti della Cia e di un colonnello dell'aviazione Usa per il "rapimento" su territorio italiano del sospetto terrorista Hassan Mustafa Osama Nasr (Abu Omar). Una reazione che rivela il malcontento dell'amministrazione Usa, ma cauta, nella consapevolezza che il potere giudiziario in Italia è indipendente dal governo. Nessun danno, quindi, nei rapporti politici tra Roma e Washington, ma con ogni probabilità, anche se i condannati non sconteranno neanche un giorno di carcere, un colpo inferto alla cooperazione tra i due Paesi nella lotta al terrorismo. Duramente critico nei confronti della sentenza, per quanto riguarda questo aspetto, il Wall Street Journal. In uno dei suoi editoriali, dal titolo emblematico «La guerra contro la guerra al terrorismo», ricordando che il procuratore Armando Spataro «si è fatto le ossa dando la caccia alle Brigate rosse», definisce la condanna in contumacia degli agenti Cia «un'altra discutibile pietra miliare nella guerra giudiziaria contro la guerra al terrorismo».
(...) «a prescindere dai particolari, sarebbe un errore per le anime belle d'Europa rallegrarsi per le condanne di ieri». Infatti, «se gli agenti di intelligence americani non possono cooperare con le controparti europee senza temere di venire arrestati - avverte il WSJ - allora sia l'America che l'Europa sono meno sicure»... «Persone innocenti rischiano alla fine di pagare per la "vittoria" di Spataro».
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Tuesday, August 25, 2009
Obama scivola sulla sicurezza
Obama aveva promesso che nessuno sarebbe stato processato per aver praticato le tecniche di interrogatorio autorizzate dalla precedente amministrazione. Adesso la decisione del ministro della Giustizia Eric Holder di nominare un «procuratore speciale» per indagare su una dozzina di casi di presunte torture praticate da agenti Cia - che comunque la si pensi non facevano altro che servire la nazione - appare per quella che è: una mossa demagogica per soddisfare gli appetiti vendicativi e la furia ideologica dell'ala sinistra del partito. E rischia di rivelarsi un boomerang per Obama, come spiega il Wall Street Journal. Si tratta infatti di quel tipo di decisioni che convincono gli americani del fatto che il Partito democratico è propenso a prendere decisioni con un occhio più alla lotta politica interna che non alla sicurezza della nazione. Per non parlare della frattura che questa decisione avrà certamente provocato all'interno dell'amministrazione, e in particolare tra chi si occupa di sicurezza nazionale.
Il rischio, infatti, come ha ben spiegato il solo Maurizio Molinari, su La Stampa, è di «una sollevazione interna capace di paralizzare le numerose operazioni quotidiane di lotta ad al Qaeda: il numero dei super-agenti a disposizione di Langley non è molto esteso e incriminarne alcuni significherebbe creare uno scompiglio tale nei ranghi da mettere in pericolo le numerose missioni ad alto rischio in corso in Iraq, Afghanistan e altrove. Quando un solo agente è minacciato di processo per aver fatto ciò che gli è stato chiesto l'intera Cia è a rischio: per questo Robert Baer, ex capo del Medio Oriente, assicura "ho lavorato per ventun anni e nessuno ha mai praticato alcun tipo di tortura"».
UPDATE 26 agosto: L'articolo di Rocca sulla vicenda.
Il rischio, infatti, come ha ben spiegato il solo Maurizio Molinari, su La Stampa, è di «una sollevazione interna capace di paralizzare le numerose operazioni quotidiane di lotta ad al Qaeda: il numero dei super-agenti a disposizione di Langley non è molto esteso e incriminarne alcuni significherebbe creare uno scompiglio tale nei ranghi da mettere in pericolo le numerose missioni ad alto rischio in corso in Iraq, Afghanistan e altrove. Quando un solo agente è minacciato di processo per aver fatto ciò che gli è stato chiesto l'intera Cia è a rischio: per questo Robert Baer, ex capo del Medio Oriente, assicura "ho lavorato per ventun anni e nessuno ha mai praticato alcun tipo di tortura"».
UPDATE 26 agosto: L'articolo di Rocca sulla vicenda.
Tuesday, July 14, 2009
I piani Cia scoperta dell'acqua calda
Questo piano della Cia tenuto nascosto al Congresso per ordine del vicepresidente Cheney mi sembra la scoperta dell'acqua calda: l'invio di team di forze speciali all'estero per l'uccisione di alti esponenti di al Qaeda (nei casi in cui la cattura avesse comportato troppi rischi per gli uomini dell'intelligence). Tutti noi, credo, abbiamo sempre pensato a qualcosa del genere interrogandoci sui vari mezzi che gli Usa avrebbero dovuto utilizzare per combattere al Qaeda: operazioni mirate per catturare o uccidere i capi meglio dei bombardamenti sulle popolazioni, si è sempre detto. La sorpresa, semmai, è che il piano non diventò mai operativo, almeno secondo le fonti citate oggi dal New York Times, a causa della «miriade di ostacoli logistici, legali e diplomatici: come nascondere il ruolo americano? Che fare se gli agenti della Cia o loro collaboratori stranieri fossero stati catturati? Avvertire o meno i paesi alleati?». L'uso delle forze speciali per uccidere i capi di al Qaeda a me sembra più chirurgico e mirato dei missili sparati da aerei senza pilota, con tutti i conseguenti e inevitabili "effetti collaterali".
Il caso comunque rischia di imbarazzare soprattutto l'amministrazione Obama. I liberal del suo partito infatti (tra cui i presidenti delle commissioni sui servizi segreti del Senato e della Camera), fomentati dalla campagna di stampa del NYT, spingono per un'inchiesta sull'amministrazione Bush e sono delusi dagli scarsi cambiamenti di linea introdotti da Obama nella politica anti-terrorismo. Ma Obama non alcun interesse ad aprire questo nido di vespe, sia perché ha promesso che rispetto alla strategia anti-terrorismo dell'era Bush avrebbe «guardato al futuro», sia perché con un'inchiesta del genere avallerebbe implicitamente un'interpretazione riduttiva dei poteri dell'esecutivo - cosa che essendo lui ora il presidente non gli conviene - sia perché rischierebbe di intimidire gli agenti nello svolgimento di operazioni spesso necessariamente al limite della legalità, nonché quindi di delegittimare e indebolire la Cia in un momento in cui non è il caso di abbassare la guardia.
Il caso comunque rischia di imbarazzare soprattutto l'amministrazione Obama. I liberal del suo partito infatti (tra cui i presidenti delle commissioni sui servizi segreti del Senato e della Camera), fomentati dalla campagna di stampa del NYT, spingono per un'inchiesta sull'amministrazione Bush e sono delusi dagli scarsi cambiamenti di linea introdotti da Obama nella politica anti-terrorismo. Ma Obama non alcun interesse ad aprire questo nido di vespe, sia perché ha promesso che rispetto alla strategia anti-terrorismo dell'era Bush avrebbe «guardato al futuro», sia perché con un'inchiesta del genere avallerebbe implicitamente un'interpretazione riduttiva dei poteri dell'esecutivo - cosa che essendo lui ora il presidente non gli conviene - sia perché rischierebbe di intimidire gli agenti nello svolgimento di operazioni spesso necessariamente al limite della legalità, nonché quindi di delegittimare e indebolire la Cia in un momento in cui non è il caso di abbassare la guardia.
Monday, May 25, 2009
L'antiterrorismo di Obama/3 Le politiche di Bush ma infiocchettate meglio
Secondo David Brooks, del New York Times, Obama e Cheney sono stati «complici nell'alimentare un mito». E' solo un «mito», infatti, «che abbiamo vissuto un periodo di otto anni delle politiche anti-terrorismo Bush-Cheney e che ora siamo entrati nel periodo totalmente diverso della politica anti-terrorismo Obama-Biden». Si tratta di «una completa distorsione della realtà». La realtà è che dopo l'11 settembre «siamo entrati in un periodo di due o tre anni che si può chiamare Bush-Cheney». Il paese è stato «colto alle spalle». L'intelligence «non sapeva quasi nulla delle minacce rivolte contro di noi». L'amministrazione Bush «ha tentato di tutto per scoprire e prevenire le minacce». I funzionari «credevano di operare nella legalità, ma hanno fatto cose che ora molti di noi trovano moralmente inaccettabili e controproducenti».
Se tutto questo è vero, tuttavia il periodo Bush-Cheney «durò forse tre anni». Dal 2005 circa è cominciato il «periodo Bush-Rice-Hadley. Gradualmente, alcuni funzionari dell'amministrazione tentarono di fermare gli eccessi del periodo Bush-Cheney. Non l'hanno sempre spuntata, sono stati spronati dalle decisioni dei tribunali e dalla pubblica indignazione, ma la graduale evoluzione della politica è stata evidente», sottolinea Brooks.
Anche secondo Charles Krauthammer nella sostanza Obama sta adottando le tanto vituperate politiche di Bush, ma a differenza di Brooks e di Goldsmith, per Krauthammer ciò ha a che fare con l'ipocrisia di Obama mentre i meriti sono di Bush.
«Cosa dimostra tutto ciò?», si chiede Krauthammer.
Obama sta «correggendo qui e là le politiche dell'amministrazione Bush e sta cercando di fornire ad esse un più solido fondamento legale», osserva anche Clive Crook, oggi sul Financial Times. «Questa ricalibratura è significativa e saggia, ma in nessun modo si tratta dell'approccio interamente nuovo» che tutti si aspettavano. Secondo Crook, Obama «è nel giusto, ma deve ai suoi sostenitori delle scuse per averli fuorviati. E deve delle scuse anche a George W. Bush per aver detto che l'approccio della precedente amministrazione era un'offesa ai valori americani, mentre le sue politiche sarebbero state del tutto consonanti con essi». Una volta entrato in carica, Obama «ha scoperto che il problema è molto più complicato». Che il terrorismo «non è un'ordinaria impresa criminale» e sconfiggerlo richiede «misure straordinarie». «Di fatto - conclude Crook - Obama ha ammesso che su questo l'amministrazione Bush aveva ragione».
Probabilmente tra un anno il presidente Obama riuscirà a mantenere la promessa di chiudere Guantanamo, ma il fatto che per i 241 terroristi ancora detenuti abbia annunciato le stesse soluzioni giuridiche già individuate e tutte praticate dall'amministrazione Bush è la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra; e che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan, e magari trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.
Se tutto questo è vero, tuttavia il periodo Bush-Cheney «durò forse tre anni». Dal 2005 circa è cominciato il «periodo Bush-Rice-Hadley. Gradualmente, alcuni funzionari dell'amministrazione tentarono di fermare gli eccessi del periodo Bush-Cheney. Non l'hanno sempre spuntata, sono stati spronati dalle decisioni dei tribunali e dalla pubblica indignazione, ma la graduale evoluzione della politica è stata evidente», sottolinea Brooks.
«Durante il secondo mandato di Bush, i funzionari stavano cercando di chiudere Guantanamo, implorando i governi stranieri di prendersi alcuni prigionieri, supplicando i senatori di permettere il trasferimento di alcuni su territorio americano. Ma non potevano annunciare la chiusura di Guantanamo prima di capire cosa fare con i prigionieri».Cheney e Obama «possono far finta del contrario, ma non è stata la presidenza Obama a fermare il waterboarding». Sono stati i direttori della CIA che si sono succeduti dal marzo 2003, persino prima di un «devastante» rapporto dell'ispettorato generale nel 2004.
«Quando Cheney denuncia il cambiamento nella politica di sicurezza, in realtà non sta attaccando Obama, ma la seconda amministrazione Bush. Nel suo discorso pubblico all'AEI ha ripetuto molti degli argomenti usati alla Casa Bianca mentre le politiche dell'amministrazione stavano prendendo un'altra piega. L'insediamento di Obama non ha segnato uno spostamento nella sostanza della politica anti-terrorismo, ma un cambiamento nella credibilità pubblica di quella politica».Una conferma di questa lettura viene da Jack Goldsmith, ex consulente legale dell'amministrazione Bush, nell'articolo su The New Republic intitolato "The Cheney Fallacy". Goldsmith elenca una serie di politiche - Guantanamo, la sospensione dell'habeas corpus, le commissioni militari, le cosiddette rendition, gli interrogatori e così via - mostrando come nella maggior parte dei casi, la politica di Obama sia in continuità o rappresenti una graduale evoluzione rispetto alla politica dell'ultimo Bush.
«La differenza fondamentale tra le amministrazioni Obama e Bush riguarda non la sostanza della politica anti-terrorismo, quanto piuttosto la sua presentazione. L'amministrazione Bush si è data a lungo la zappa sui piedi, a detrimento della legittimazione e dell'efficacia delle sue politiche, disinteressandosi delle procedure e della presentazione. L'amministrazione Obama, al contrario, è seriamente concentrata su di esse».Obama, conclude quindi David Brooks, «ha ripreso molto delle politiche che lo stesso Bush aveva abbandonato, le ha rese credibili agli occhi del paese e del mondo. Le ha mantenute e riformate in modo intelligente. Le ha inserite in un contesto più convincente. Facendo ciò non ci ha resi meno sicuri, ma più sicuri. Nel suo discorso Obama ha spiegato le sue decisioni in modo dettagliato e coerente. Ha ammesso che alcuni problemi sono difficili e non sono di facile soluzione. Ha trattato gli americani da adulti, e ha avuto il loro rispetto». Certo, ammette Brooks, magari sarebbe potuto essere più riconoscente e onesto con i funzionari dell'amministrazione Bush delle cui politiche si sta ancora avvalendo.
Anche secondo Charles Krauthammer nella sostanza Obama sta adottando le tanto vituperate politiche di Bush, ma a differenza di Brooks e di Goldsmith, per Krauthammer ciò ha a che fare con l'ipocrisia di Obama mentre i meriti sono di Bush.
«Se l'ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù, allora le inversioni di rotta su misure anti-terrorismo in passato denunciate sono il tributo che Obama paga a George W. Bush. In 125 giorni Obama ha adottato con modifiche solo marginali un'ampia parte dell'intero programma di Bush accusato di essere illegale».L'ultima "inversione di rotta" è la riesumazione delle commissioni militari. Obama le aveva sospese dopo il suo giuramento, ma ora sono tornate. Naturalmente, non ammetterà mai a parole ciò che ha fatto nella realtà. Lo schema è quello solito, in tre mosse:
«(a) condannare la politica di Bush, (b) annunciare ostentatamente cambiamenti solo cosmetici, (c) infine, adottare la politica di Bush».Su Guantanamo, sono i «compagni democratici di Obama che hanno ben presto scoperto la sensatezza della scelta di Bush». I senatori democratici non sono in linea di principio contrari, ma si oppongono alla chiusura «finché il presidente non chiarisce dove intende mettere i detenuti». Secondo alcuni, in ogni caso non sul suolo americano. E ciò non lascia aperte molte altre possibilità.
«I paesi di origine non li vogliono. Gli europei sono recalcitranti. L'isola di Sant'Elena dovrebbe essere rimessa a posto. L'Elba non ha funzionato molto bene la prima volta. E "l'isola del diavolo" ora è una meta turistica. Guantanamo sta ricominciando a sembrare una buona scelta».«Osservatori di tutte le parti politiche sono sbalorditi da quanta parte della politica di sicurezza nazionale di Bush sta per essere adottata da questo nuovo governo democratico». Victor Davis Hanson (su National Review) fa un elenco parziale: il Patriot Act, le intercettazioni telefoniche e di e-mail, le commissioni militari, gli attacchi dei droni, Iraq e Afghanistan, e ora Guantanamo. Jack Goldsmith (su The New Republic) aggiunge: le cosiddette rendition; il segreto di stato; la sospensione dell'habeas corpus - e la prigione di Bagram, in Afghanistan, «non è diversa dal punto di vista concettuale e morale da Guantanamo».
«Cosa dimostra tutto ciò?», si chiede Krauthammer.
«La demagogia e l'ipocrisia dei democratici? Certo, ma a Washington, l'opportunismo e il cinismo non fanno notizia. C'è qualcosa di più grande in gioco - un innegabile, irresistibile, interesse nazionale che, alla fine, al di là della cattiva politica, si afferma da sé. La genialità della democrazia è che l'alternanza al potere obbliga l'opposizione a diventare responsabile quando va al governo. Quando i "nuovi ragazzi", portati al potere dalla volontà popolare, adottano le politiche dei "vecchi ragazzi", si creano un nuovo consenso nazionale e una nuova legittimazione. E' ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Le politiche di Bush nella guerra al terrore non dovranno aspettare gli storici per ottenere giustizia. Obama la sta già facendo giorno dopo giorno».Le sue smentite «non significano nulla». Contano i fatti.
Obama sta «correggendo qui e là le politiche dell'amministrazione Bush e sta cercando di fornire ad esse un più solido fondamento legale», osserva anche Clive Crook, oggi sul Financial Times. «Questa ricalibratura è significativa e saggia, ma in nessun modo si tratta dell'approccio interamente nuovo» che tutti si aspettavano. Secondo Crook, Obama «è nel giusto, ma deve ai suoi sostenitori delle scuse per averli fuorviati. E deve delle scuse anche a George W. Bush per aver detto che l'approccio della precedente amministrazione era un'offesa ai valori americani, mentre le sue politiche sarebbero state del tutto consonanti con essi». Una volta entrato in carica, Obama «ha scoperto che il problema è molto più complicato». Che il terrorismo «non è un'ordinaria impresa criminale» e sconfiggerlo richiede «misure straordinarie». «Di fatto - conclude Crook - Obama ha ammesso che su questo l'amministrazione Bush aveva ragione».
Probabilmente tra un anno il presidente Obama riuscirà a mantenere la promessa di chiudere Guantanamo, ma il fatto che per i 241 terroristi ancora detenuti abbia annunciato le stesse soluzioni giuridiche già individuate e tutte praticate dall'amministrazione Bush è la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra; e che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan, e magari trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.
L'antiterrorismo di Obama/2 Mezze misure, mezza sicurezza
La Brookings Institution cerca di spiegare in cosa si differenzia l'approccio di Obama sia da quello dell'amministrazione precedente che dalle richieste più radicali della sinistra e delle organizzazioni per i diritti umani:
Ma è «intellettualmente disonesto equiparare la vergogna di Abu Ghraib al lavoro legale, professionale, e del tutto onorevole, del personale della CIA addestrato a trattare con pochi uomini malvagi». Tra l'altro, «in numerose occasioni, autorevoli membri del Congresso, compresa l'attuale speaker della Camera, sono stati informati del programma e dei metodi». Alcuni «li hanno sostenuti in privato, ma si sono dileguati al primo segnale di controversia».
Cheney inoltre ha criticato Obama per aver rivelato come venivano condotti gli interrogatori ai terroristi. Ora però, gli chiede, «usi il suo potere di desecretazione in modo che il popolo americano possa rendersi conto delle informazioni di intelligence che abbiamo ottenuto, delle cose che abbiamo imparato, e delle conseguenze per la sicurezza nazionale». «Nella mia lunga esperienza a Washington - si sfoga Cheney - poche questioni hanno sollevato un'indignazione e un moraleggiare così ipocrita come i metodi di interrogatorio praticati su pochi terroristi. Chi ha costantemente distorto la verità in questo modo - ha concluso Cheney - non è nella posizione di impartire lezioni sui valori».
Per Gerald Seib, Obama e Cheney hanno pronunciato in realtà quattro discorsi diversi. Uno l'ha pronunciato Cheney, «un feroce attacco a coloro che hanno criticato i metodi di interrogatorio e di detenzione dei terroristi autorizzati dall'amministrazione Bush. Ha messo in dubbio la loro integrità e la loro saggezza, incluso l'attuale presidente, che avrebbe revocato le politiche che hanno mantenuto al sicuro l'America per oltre sette anni dall'11 settembre». Obama ha pronunciato «tre discorsi intrecciati in uno». Il primo, per rispondere alle critiche da destra, secondo cui è diventato «morbido» nei confronti del terrorismo e la chiusura di Guantanamo porterà pericolosi estremisti sul suolo americano. Il secondo, per rispondere alle critiche da sinistra, secondo cui è rimasto troppo vicino alle politiche di Bush, come dimostrano la decisione di mantenere i tribunali militari per alcuni sospetti, il rifiuto a pubblicare le immagini sul trattamento dei detenuti, e il suo annuncio di voler continuare a detenere a tempo indefinito alcuni sospetti senza processarli.
Il terzo discorso era rivolto «agli americani nel mezzo», ai quali Obama ha assicurato che «sta cercando un sensato punto d'equilibrio che tenga fuori gioco i sospetti terroristi pur continuando ad onorare i valori americani». La «fondamentale differenza» tra i discorsi di Obama e Cheney, osserva Seib, riguarda «la possibilità stessa che esista una via di mezzo nella lotta contro gli islamisti radicali». Obama «ha descritto la ricerca di una strategia appropriata come un dibattito tra chi a sinistra non fa sconti riguardo le sfide uniche poste dal terrorismo e chi a destra sostiene che qualsiasi cosa va fatta per combatterlo». E secondo Obama «entrambe le parti sono in buona fede dal loro punto di vista, ma nessuna delle due ha ragione».
Per Cheney, Obama e i democratici «possono essere confortati dalle critiche che provengono da entrambe le estremità dello spettro politico. Se a sinistra sono scontenti di alcune decisioni, e i conservatori di altre, può sembrar loro di essere sulla via di un compromesso appropriato. Ma nella lotta contro il terrorismo, non c'è via di mezzo, e le mezze misure equivalgono a una mezza sicurezza. La triangolazione è una strategia politica, non una strategia di sicurezza nazionale».
«L'amministrazione precedente ha deciso che poteva scrivere le regole per la detenzione preventiva da sola, evitando il coinvolgimento del Congresso e cercando di marginalizzare i tribunali. La sinistra e la comunità dei diritti umani, al contrario, pretendono che la detenzione preventiva sia illegittima e che il governo non dovrebbe in alcun caso detenere qualcuno che non possa essere processato».Quella intrapresa da Obama sarebbe quindi una saggia via di mezzo. Ma una via di mezzo sulla sicurezza, secondo l'ex vicepresidente Cheney, non sarebbe possibile. Cheney nel suo discorso all'AEI ha innanzitutto difeso i metodi di interrogatorio autorizzati sotto Bush: erano «giusti, legittimi ed efficaci»; usati solo in casi estremi, su pochi terroristi, hanno sventato una serie di attacchi. Ha tenuto a distinguere tra i metodi di interrogatorio della CIA e ciò che è accaduto ad Abu Ghraib, dove «un pugno di carcerieri sadici ha abusato dei detenuti in volazione della legge americana, delle regole militari e del semplice senso della decenza».
Ma è «intellettualmente disonesto equiparare la vergogna di Abu Ghraib al lavoro legale, professionale, e del tutto onorevole, del personale della CIA addestrato a trattare con pochi uomini malvagi». Tra l'altro, «in numerose occasioni, autorevoli membri del Congresso, compresa l'attuale speaker della Camera, sono stati informati del programma e dei metodi». Alcuni «li hanno sostenuti in privato, ma si sono dileguati al primo segnale di controversia».
Cheney inoltre ha criticato Obama per aver rivelato come venivano condotti gli interrogatori ai terroristi. Ora però, gli chiede, «usi il suo potere di desecretazione in modo che il popolo americano possa rendersi conto delle informazioni di intelligence che abbiamo ottenuto, delle cose che abbiamo imparato, e delle conseguenze per la sicurezza nazionale». «Nella mia lunga esperienza a Washington - si sfoga Cheney - poche questioni hanno sollevato un'indignazione e un moraleggiare così ipocrita come i metodi di interrogatorio praticati su pochi terroristi. Chi ha costantemente distorto la verità in questo modo - ha concluso Cheney - non è nella posizione di impartire lezioni sui valori».
Per Gerald Seib, Obama e Cheney hanno pronunciato in realtà quattro discorsi diversi. Uno l'ha pronunciato Cheney, «un feroce attacco a coloro che hanno criticato i metodi di interrogatorio e di detenzione dei terroristi autorizzati dall'amministrazione Bush. Ha messo in dubbio la loro integrità e la loro saggezza, incluso l'attuale presidente, che avrebbe revocato le politiche che hanno mantenuto al sicuro l'America per oltre sette anni dall'11 settembre». Obama ha pronunciato «tre discorsi intrecciati in uno». Il primo, per rispondere alle critiche da destra, secondo cui è diventato «morbido» nei confronti del terrorismo e la chiusura di Guantanamo porterà pericolosi estremisti sul suolo americano. Il secondo, per rispondere alle critiche da sinistra, secondo cui è rimasto troppo vicino alle politiche di Bush, come dimostrano la decisione di mantenere i tribunali militari per alcuni sospetti, il rifiuto a pubblicare le immagini sul trattamento dei detenuti, e il suo annuncio di voler continuare a detenere a tempo indefinito alcuni sospetti senza processarli.
Il terzo discorso era rivolto «agli americani nel mezzo», ai quali Obama ha assicurato che «sta cercando un sensato punto d'equilibrio che tenga fuori gioco i sospetti terroristi pur continuando ad onorare i valori americani». La «fondamentale differenza» tra i discorsi di Obama e Cheney, osserva Seib, riguarda «la possibilità stessa che esista una via di mezzo nella lotta contro gli islamisti radicali». Obama «ha descritto la ricerca di una strategia appropriata come un dibattito tra chi a sinistra non fa sconti riguardo le sfide uniche poste dal terrorismo e chi a destra sostiene che qualsiasi cosa va fatta per combatterlo». E secondo Obama «entrambe le parti sono in buona fede dal loro punto di vista, ma nessuna delle due ha ragione».
Per Cheney, Obama e i democratici «possono essere confortati dalle critiche che provengono da entrambe le estremità dello spettro politico. Se a sinistra sono scontenti di alcune decisioni, e i conservatori di altre, può sembrar loro di essere sulla via di un compromesso appropriato. Ma nella lotta contro il terrorismo, non c'è via di mezzo, e le mezze misure equivalgono a una mezza sicurezza. La triangolazione è una strategia politica, non una strategia di sicurezza nazionale».
L'antiterrorismo di Obama/1 La riabilitazione dei sette anni di Bush
In America si è riacceso il dibattito su Guantanamo, sulla detenzione dei terroristi e sui metodi di interrogatorio della Cia, e in generale sulle politiche anti-terrorismo e la sicurezza nazionale. La settimana scorsa il Senato Usa ha negato a Obama i fondi richiesti per chiudere Guantanamo e trasferire alcuni dei più pericolosi detenuti in prigioni americane. In un discorso pronunciato giovedì scorso il presidente ha cercato di spiegare cosa intende fare. Dopo pochi minuti, intervenendo a un incontro promosso dal think tank neoconservatore American Enterprise Institute, l'ex vicepresidente Dick Cheney ha replicato, difendendo l'operato dell'amministrazione Bush e attaccando le scelte di Obama sulla sicurezza nazionale. Praticamente i due si sono confrontati in diretta tv, sia pure indirettamente, uno dietro l'altro.
Obama ha spiegato di voler mantenere la sua promessa di chiudere Guantanamo, anche se rimane aperto il problema di dove trasferire i 241 terroristi ancora detenuti. Quelli che hanno organizzato o partecipato ad attentati, saranno giudicati da tribunali federali e detenuti in penitenziari di massima sicurezza. Gli altri saranno divisi in diverse categorie: alcuni verranno processati da tribunali militari «perché hanno violato le leggi di guerra»; alcuni saranno rilasciati; e una cinquantina «saranno consegnati ad altri paesi».
Ci sono poi i casi più difficili da risolvere, come ha ammesso Obama, di coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Il presidente ha assicurato che non verranno rilasciati, aggiungendo solo che l'amministrazione lavorerà con il Congresso per elaborare un appropriato regime legale. Nei confronti di essi si prospetta comunque una detenzione a tempo indeterminato senza processo, cioè uno status per lo meno molto simile a quello vigente a Guantanamo.
Ma tutti questi diversi sbocchi giuridici per le varie tipologie di detenuti sono gli stessi già individuati e praticati dall'amministrazione Bush. E' la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra, che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan e trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.
Se Obama ha rivendicato una «nuova direzione rispetto agli otto anni precedenti», e se c'è chi lo accusa, come Cheney, di mettere in pericolo la nazione, c'è anche chi, invece, dice che nella sostanza le sue politiche non sono molto diverse da quelle di Bush.
Così la pensa, per esempio, il Wall Street Journal:
Riguardo i 50 da trasferire in altri paesi (un decimo di quanti ne trasferì Bush), «gli europei che hanno contrastato così veementemente Guantanamo negli anni di Bush si sono improvvisamente accorti che questi detenuti sono pericolosi. Altri paesi non sono in grado di impedire ai terroristi di tornare sui campi di battaglia». Rimangono coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Sono i casi «più difficili che abbiamo di fronte», ha ammesso Obama, non dicendo però come intende risolverli. Ha assicurato solo che non verranno rilasciati e che sarà studiata una soluzione legale.
«Il che - conclude il WSJ - ci riporta a Guantanamo. E' un fatto - sottolinea il quotidiano - che negli oltre sette anni in cui è stata operativa, il territorio americano non è stato attaccato». E secondo un rapporto del Pentagono, citato dal New York Times, «non meno di un settimo dei detenuti rilasciati da Guantanamo sono tornati alla jihad». Il «vero caos» non è quello che Obama dice di aver ereditato, ma quello creato da lui, annunciando la chiusura di Guantanamo «senza avere un piano su cosa fare dei detenuti più pericolosi, e dove metterli».
Obama ha spiegato di voler mantenere la sua promessa di chiudere Guantanamo, anche se rimane aperto il problema di dove trasferire i 241 terroristi ancora detenuti. Quelli che hanno organizzato o partecipato ad attentati, saranno giudicati da tribunali federali e detenuti in penitenziari di massima sicurezza. Gli altri saranno divisi in diverse categorie: alcuni verranno processati da tribunali militari «perché hanno violato le leggi di guerra»; alcuni saranno rilasciati; e una cinquantina «saranno consegnati ad altri paesi».
Ci sono poi i casi più difficili da risolvere, come ha ammesso Obama, di coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Il presidente ha assicurato che non verranno rilasciati, aggiungendo solo che l'amministrazione lavorerà con il Congresso per elaborare un appropriato regime legale. Nei confronti di essi si prospetta comunque una detenzione a tempo indeterminato senza processo, cioè uno status per lo meno molto simile a quello vigente a Guantanamo.
Ma tutti questi diversi sbocchi giuridici per le varie tipologie di detenuti sono gli stessi già individuati e praticati dall'amministrazione Bush. E' la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra, che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan e trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.
Se Obama ha rivendicato una «nuova direzione rispetto agli otto anni precedenti», e se c'è chi lo accusa, come Cheney, di mettere in pericolo la nazione, c'è anche chi, invece, dice che nella sostanza le sue politiche non sono molto diverse da quelle di Bush.
Così la pensa, per esempio, il Wall Street Journal:
«Nella retorica, il suo discorso si sforzava di dichiarare una direzione morale nettamente nuova. Nella sostanza, tuttavia, insieme agli altri eventi della settimana, è sembrato più una riabilitazione dei sette anni trascorsi».Riguardo i detenuti che dovrebbero essere trasferiti negli Usa, il WSJ ricorda che lo stesso direttore dell'FBI, Mueller, ha riferito al Congresso che trasferire dei detenuti in prigioni americane «solleva serie preoccupazioni», di natura finanziaria ma anche legate all'eventualità di potenziali attacchi di singoli individui negli Stati Uniti. Per altri detenuti, osserva il WSJ, il presidente «rimane fermo alle commissioni militari del suo predecessore, sia pure aggiungendo alcuni abbellimenti procedurali come copertura politica per giustificare la sua opposizione in passato». Ma in pratica, riconoscendo che è «difficile processarli davanti a tribunali civili, perché molte delle prove contro di loro o sono segretate per motivi di sicurezza nazionale o non sono state prese all'epoca sui campi di battaglia».
Riguardo i 50 da trasferire in altri paesi (un decimo di quanti ne trasferì Bush), «gli europei che hanno contrastato così veementemente Guantanamo negli anni di Bush si sono improvvisamente accorti che questi detenuti sono pericolosi. Altri paesi non sono in grado di impedire ai terroristi di tornare sui campi di battaglia». Rimangono coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Sono i casi «più difficili che abbiamo di fronte», ha ammesso Obama, non dicendo però come intende risolverli. Ha assicurato solo che non verranno rilasciati e che sarà studiata una soluzione legale.
«Il che - conclude il WSJ - ci riporta a Guantanamo. E' un fatto - sottolinea il quotidiano - che negli oltre sette anni in cui è stata operativa, il territorio americano non è stato attaccato». E secondo un rapporto del Pentagono, citato dal New York Times, «non meno di un settimo dei detenuti rilasciati da Guantanamo sono tornati alla jihad». Il «vero caos» non è quello che Obama dice di aver ereditato, ma quello creato da lui, annunciando la chiusura di Guantanamo «senza avere un piano su cosa fare dei detenuti più pericolosi, e dove metterli».
«Ora ha scoperto che i suoi alleati della prima ora al Congresso e gli europei non vogliono avere nulla a che fare con essi. Ci spieghi ancora perché Guantanamo dovrebbe essere chiusa?»
Monday, January 26, 2009
Primi passi di Obama, in attesa di una sua "dottrina"
Con i suoi primi ordini esecutivi Barack Obama ha mantenuto le sue promesse elettorali. Il nuovo presidente ha deciso di chiudere entro un anno il carcere di Guantanamo e le prigioni segrete della Cia; ha sospeso i processi in corso dinanzi alle corti militari istituite da Bush; e ha vietato i metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati nei manuali del Pentagono. Tuttavia, ha anche deciso di formare due "task force" che in sostanza, nei prossimi sei mesi, dovranno valutare se e quali eccezioni tollerare per esigenze di sicurezza nazionale.
Una mossa abile, perché da una parte Obama lancia un segnale di rottura rispetto a Bush; dall'altra, si tiene comunque aperte tutte (o quasi) le opzioni, in attesa di elaborare una sua dottrina antiterrorismo, una volta acquisiti tutti gli elementi di conoscenza necessari. Se dall'Unione europea giunge la disponibilità a collaborare, anche se non c'è accordo sul trattamento da riservare ai terroristi che verrebbero trasferiti nel Vecchio Continente, il New York Times riferisce che decine degli oltre 500 detenuti di Guantanamo rimessi in libertà da Bush sono già tornati a combattere.
Interpretati come un definitivo cambio di rotta rispetto alla normativa e alla strategia antiterrorismo della precedente amministrazione, e salutati con entusiasmo dagli attivisti per i diritti umani e dai più critici della presidenza Bush, in realtà i provvedimenti di Obama – spiega in una lunga analisi Benjamin Wittes, del think tank clintoniano Brookings Institution – sono molto diversi nelle loro conseguenze.
L'ordine di chiusura di Guantanamo è molto meno significativo di quanto si creda. Non risolve nessuno dei nodi giuridici riguardanti la detenzione dei terroristi. Semplicemente si limita ad avviare un processo che durerà un anno e si concluderà con la chiusura della prigione sull'isola di Cuba. Ma non stabilisce cosa accadrà ai 242 detenuti ancora nella struttura.
L'ordine è «attento a tenere aperte tutte le opzioni per ciascun detenuto», spiega Wittes: «Non prevede il trasferimento o il rilascio di alcuno. Né che i detenuti vengano proccessati. Né preclude l'eventuale utilizzo di corti militari, o di qualche altra sede di giudizio alternativa. E, soprattutto, non preclude il proseguimento della detenzione di certi – forse molti – detenuti». Una sola cosa è chiara (che era stata promessa anche dal concorrente di Obama per la presidenza, John McCain): la chiusura del campo di prigionia a Guantanamo. Ma le detenzioni potrebbero continuare.
Ogni detenuto – si legge nell'ordine – «dovrà essere reimpatriato, rilasciato, trasferito in un paese terzo, o in un'altro centro di detenzione degli Stati Uniti in modo conforme alle leggi, alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti». Da ciò emerge chiaramente che il reimpatrio, il trasferimento a un paese terzo, il rilascio, o il processo non sono le uniche opzioni, perché si riconosce che in alcuni casi potrebbero non essere compatibili con le esigenze di sicurezza nazionale. Se le detenzioni continueranno – e in che in forma – dipenderà dalle valutazioni di una task force che in sei mesi dovrà rivedere la posizione di ciascun detenuto. Per quei detenuti per i quali non si potrà provvedere al processo, al rilascio, o al trasferimento, la task force «dovrà individuare mezzi legali, conformi alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti».
Ciò significa che alcuni o molti dei 242 detenuti potrebbero rimanere sotto la custodia americana, senza processo, anche dopo la chiusura di Guantanamo, forse in nuovi centri di detenzione su territorio americano. In questo caso la politica di Obama si differenzierebbe da quella di Bush solo per il luogo fisico della detenzione. Ma è anche possibile che Obama chieda l'appoggio del Congresso per protrarre la detenzione in presenza di talune particolari circostanze. Insomma, «l'ordine non decide nulla che non fosse già stato deciso molto tempo fa. Semplicemente dà avvio al processo di chiusura di Guantanamo, ma cautamente tiene tutte le opzioni sul tavolo e dà alla nuova amministrazione ampio margine di manovra», conclude Wittes.
Al contrario, l'ordine presidenziale sui centri di detenzione e i metodi di interrogatorio della CIA fa molto di più. Revoca gran parte dell'architettura legale messa in piedi da Bush, vietando alla Cia metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati dal Manuale di battaglia delle Forze armate e ordinando all'agenzia di «chiudere il più velocemente possibile ogni centro di detenzione attualmente operativo». La CIA dovrà attenersi ad un insieme specifico di tecniche di interrogatorio approvate, alle quali le forze armate sono già tenute per legge. «Non solo, quindi, l'ordine toglie alla CIA la possibilità di condurre interrogatori con metodi altamente coercitivi», vicini alla tortura, ma «vieta anche di usare tecniche che, pur essendo indubitabilmente legali, non siano previste dal Manuale dell'esercito». Tuttavia, se l'ordine di Obama è «inflessibile» nella sua opposizione ai metodi coercitivi di interrogatorio, accenna alla possibilità che la CIA abbia bisogno di ricorrere a tecniche a cui le Forze armate non sono autorizzate. Anche in questo caso, sarà una «task force» speciale a definire le eccezioni.
Una mossa abile, perché da una parte Obama lancia un segnale di rottura rispetto a Bush; dall'altra, si tiene comunque aperte tutte (o quasi) le opzioni, in attesa di elaborare una sua dottrina antiterrorismo, una volta acquisiti tutti gli elementi di conoscenza necessari. Se dall'Unione europea giunge la disponibilità a collaborare, anche se non c'è accordo sul trattamento da riservare ai terroristi che verrebbero trasferiti nel Vecchio Continente, il New York Times riferisce che decine degli oltre 500 detenuti di Guantanamo rimessi in libertà da Bush sono già tornati a combattere.
Interpretati come un definitivo cambio di rotta rispetto alla normativa e alla strategia antiterrorismo della precedente amministrazione, e salutati con entusiasmo dagli attivisti per i diritti umani e dai più critici della presidenza Bush, in realtà i provvedimenti di Obama – spiega in una lunga analisi Benjamin Wittes, del think tank clintoniano Brookings Institution – sono molto diversi nelle loro conseguenze.
L'ordine di chiusura di Guantanamo è molto meno significativo di quanto si creda. Non risolve nessuno dei nodi giuridici riguardanti la detenzione dei terroristi. Semplicemente si limita ad avviare un processo che durerà un anno e si concluderà con la chiusura della prigione sull'isola di Cuba. Ma non stabilisce cosa accadrà ai 242 detenuti ancora nella struttura.
L'ordine è «attento a tenere aperte tutte le opzioni per ciascun detenuto», spiega Wittes: «Non prevede il trasferimento o il rilascio di alcuno. Né che i detenuti vengano proccessati. Né preclude l'eventuale utilizzo di corti militari, o di qualche altra sede di giudizio alternativa. E, soprattutto, non preclude il proseguimento della detenzione di certi – forse molti – detenuti». Una sola cosa è chiara (che era stata promessa anche dal concorrente di Obama per la presidenza, John McCain): la chiusura del campo di prigionia a Guantanamo. Ma le detenzioni potrebbero continuare.
Ogni detenuto – si legge nell'ordine – «dovrà essere reimpatriato, rilasciato, trasferito in un paese terzo, o in un'altro centro di detenzione degli Stati Uniti in modo conforme alle leggi, alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti». Da ciò emerge chiaramente che il reimpatrio, il trasferimento a un paese terzo, il rilascio, o il processo non sono le uniche opzioni, perché si riconosce che in alcuni casi potrebbero non essere compatibili con le esigenze di sicurezza nazionale. Se le detenzioni continueranno – e in che in forma – dipenderà dalle valutazioni di una task force che in sei mesi dovrà rivedere la posizione di ciascun detenuto. Per quei detenuti per i quali non si potrà provvedere al processo, al rilascio, o al trasferimento, la task force «dovrà individuare mezzi legali, conformi alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti».
Ciò significa che alcuni o molti dei 242 detenuti potrebbero rimanere sotto la custodia americana, senza processo, anche dopo la chiusura di Guantanamo, forse in nuovi centri di detenzione su territorio americano. In questo caso la politica di Obama si differenzierebbe da quella di Bush solo per il luogo fisico della detenzione. Ma è anche possibile che Obama chieda l'appoggio del Congresso per protrarre la detenzione in presenza di talune particolari circostanze. Insomma, «l'ordine non decide nulla che non fosse già stato deciso molto tempo fa. Semplicemente dà avvio al processo di chiusura di Guantanamo, ma cautamente tiene tutte le opzioni sul tavolo e dà alla nuova amministrazione ampio margine di manovra», conclude Wittes.
Al contrario, l'ordine presidenziale sui centri di detenzione e i metodi di interrogatorio della CIA fa molto di più. Revoca gran parte dell'architettura legale messa in piedi da Bush, vietando alla Cia metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati dal Manuale di battaglia delle Forze armate e ordinando all'agenzia di «chiudere il più velocemente possibile ogni centro di detenzione attualmente operativo». La CIA dovrà attenersi ad un insieme specifico di tecniche di interrogatorio approvate, alle quali le forze armate sono già tenute per legge. «Non solo, quindi, l'ordine toglie alla CIA la possibilità di condurre interrogatori con metodi altamente coercitivi», vicini alla tortura, ma «vieta anche di usare tecniche che, pur essendo indubitabilmente legali, non siano previste dal Manuale dell'esercito». Tuttavia, se l'ordine di Obama è «inflessibile» nella sua opposizione ai metodi coercitivi di interrogatorio, accenna alla possibilità che la CIA abbia bisogno di ricorrere a tecniche a cui le Forze armate non sono autorizzate. Anche in questo caso, sarà una «task force» speciale a definire le eccezioni.
Thursday, December 06, 2007
Minaccia posticipata, quasi sempre aggravata
Perché Bush ha reso pubblico un rapporto della Cia secondo il quale l'Iran avrebbe sì avuto - tenendolo nascosto alla comunità internazionale - un programma nucleare militare, ma l'avrebbe bloccato nel 2003, confermando così da una parte l'inaffidabilità di Teheran, ma dall'altra anche il fatto che attualmente il programma è sospeso?
Oggi Maurizio Molinari, su La Stampa, e Christian Rocca, su Il Foglio, di solito i meglio informati, avanzano un'ipotesi. Dietro «potrebbe esserci un baratto iracheno fra Washington e Teheran... l'ipotesi di uno scambio fra le intelligence nemiche: Teheran ha bloccato l'aiuto alla guerriglia e in cambio Washington ha bloccato il conto alla rovescia verso l'attacco militare contro gli impianti nucleari», scrive Molinari.
«La tesi è che i contatti diplomatici tra americani e iraniani avviati sulla vicenda irachena abbiano portato se non al "grand bargain" – il "grande patto" auspicato dagli esperti di scuola realista – perlomeno a un più ridotto compromesso di non interferenza iraniana in Iraq, in cambio di un rallentamento della pressione americana sul nucleare», scrive Rocca.
Sia Molinari sia Rocca ricordano come a suggerire che l'Iraq avrebbe potuto essere il terreno d'incontro fra gli interessi di Washington e Teheran siano stati l'ex segretario di Stato James Baker e il democratico Lee Hamilton, presentando il rapporto di approccio realista dell'Iraq Study Group, che consigliava alla Casa Bianca di coinvolgere l'Iran per stabilizzare l'Iraq e il Medio Oriente. Quei consigli sarebbero stati accolti dalla Rice, che avrebbe quindi autorizzato il dialogo «con un robusto bastone in mano», la minaccia della rappresaglia sui siti nucleari.
Tutti ora sembrano avere qualcosa da guadagnarci. Bush può dedicarsi alla pace tra israeliani e palestinesi; i candidati repubblicani alle presidenziali possono sfilare ai democratici la «carta irachena»; Ahmadinejad può per ora «cantare vittoria», procedendo nell'arricchimento dell'uranio.
Se l'ipotesi della "tregua armata" si dimostrasse fondata, si tratterebbe in ogni caso di «un equilibrio del terrore», che non risolve, ma si limita a posticipare la minaccia, forse aggravandola.
Oggi Maurizio Molinari, su La Stampa, e Christian Rocca, su Il Foglio, di solito i meglio informati, avanzano un'ipotesi. Dietro «potrebbe esserci un baratto iracheno fra Washington e Teheran... l'ipotesi di uno scambio fra le intelligence nemiche: Teheran ha bloccato l'aiuto alla guerriglia e in cambio Washington ha bloccato il conto alla rovescia verso l'attacco militare contro gli impianti nucleari», scrive Molinari.
«La tesi è che i contatti diplomatici tra americani e iraniani avviati sulla vicenda irachena abbiano portato se non al "grand bargain" – il "grande patto" auspicato dagli esperti di scuola realista – perlomeno a un più ridotto compromesso di non interferenza iraniana in Iraq, in cambio di un rallentamento della pressione americana sul nucleare», scrive Rocca.
Sia Molinari sia Rocca ricordano come a suggerire che l'Iraq avrebbe potuto essere il terreno d'incontro fra gli interessi di Washington e Teheran siano stati l'ex segretario di Stato James Baker e il democratico Lee Hamilton, presentando il rapporto di approccio realista dell'Iraq Study Group, che consigliava alla Casa Bianca di coinvolgere l'Iran per stabilizzare l'Iraq e il Medio Oriente. Quei consigli sarebbero stati accolti dalla Rice, che avrebbe quindi autorizzato il dialogo «con un robusto bastone in mano», la minaccia della rappresaglia sui siti nucleari.
Tutti ora sembrano avere qualcosa da guadagnarci. Bush può dedicarsi alla pace tra israeliani e palestinesi; i candidati repubblicani alle presidenziali possono sfilare ai democratici la «carta irachena»; Ahmadinejad può per ora «cantare vittoria», procedendo nell'arricchimento dell'uranio.
Se l'ipotesi della "tregua armata" si dimostrasse fondata, si tratterebbe in ogni caso di «un equilibrio del terrore», che non risolve, ma si limita a posticipare la minaccia, forse aggravandola.
Monday, February 26, 2007
Atto ostile
La decisione di incriminare per il rapimento di Abu Omar agenti della Cia e altri funzionari americani è «un atto ostile contro gli Stati Uniti». Lo afferma il Wall Street Journal: «L'Italia e gli Stati Uniti sono alleati nella Nato, ma un'alleanza del genere è senza significato se gli "alleati" prendono l'abitudine di indagare l'uno sull'altro per aver cooperato contro una minaccia comune. La sceneggiata politica dell'Italia sta mettendo in pericolo la Nato, così come le vite di milioni di persone su entrambe le sponde dell'Atlantico».
E' impensabile ritenere che gli agenti della Cia abbiano agito a Milano senza «l'esplicita conoscenza e partecipazione da parte dei servizi di sicurezza italiani». Per questo, averli incriminati è da considerare «un atto ostile contro gli Stati Uniti», perché le pratiche legali internazionali normalmente offrono immunità per questo tipo di attività sul suolo straniero.
E' impensabile ritenere che gli agenti della Cia abbiano agito a Milano senza «l'esplicita conoscenza e partecipazione da parte dei servizi di sicurezza italiani». Per questo, averli incriminati è da considerare «un atto ostile contro gli Stati Uniti», perché le pratiche legali internazionali normalmente offrono immunità per questo tipo di attività sul suolo straniero.
«Se gli agenti della Cia hanno fatto qualcosa di sbagliato tocca alle autorità americane deciderlo. Spataro, un procuratore indipendente, può incriminare tutti gli italiani che vuole. L'aver deciso di perseguire personale del governo degli Stati Uniti, tuttavia, fa di lui un mascalzone».La procura di Milano, inoltre, ha messo in pericolo la vita degli agenti diffondendo le loro identità. Il Governo Prodi avrebbe dovuto respingere in modo netto le richieste di estradizione. Se riceverà il voto di fiducia, «avrà una seconda possibilità di far fronte finalmente ai propri obblighi nei confronti dell'alleanza con gli Usa e di rigettare l'estradizione».
Thursday, February 15, 2007
L'Europa del "lasciateci in pace"
E' l'Europa del "lasciateci in pace, siamo anti-americani", quella che ieri, al Parlamento europeo, ha approvato a larga maggioranza il rapporto Fava sulle "extraordinary renditions" e in generale sull'attività anti-terrorismo della Cia nei paesi dell'Ue. Cantor sulla questione ci segnala la testimonianza di Jas Gawronsky, che racconta su La Stampa la sua esperienza all'interno della commissione parlamentare europea che per un anno ha indagato sull'«uso dei paesi europei da parte della Cia per il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri». Ieri, inoltre, Gawronsky è stato anche intervistato da Radio Radicale.Si parla di voli e prigioni segreti della Cia in Europa. Ci auguriamo che il rapporto steso dalla Commissione indichi con precisione quando, dove e come questi voli hanno avuto luogo e l'esatta ubicazione di queste prigioni. E, inoltre, che sia in grado di provare che questi voli e prigioni segreti non rientrino in accordi bilaterali di collaborazione nella lotta al terrorismo che i governi europei abbiano ritenuto di sottoscrivere con gli Stati Uniti e di "coprire" per motivi di sicurezza nazionale secondo le loro legittime prerogative.
Se il rapporto non risponde con precisione a tali quesiti, di che cosa stiamo parlando? Di un manifesto ideologico? Di un'operazione politica per indicare negli Stati Uniti i principali violatori dei diritti umani?
«Quando i terroristi sono ricercati per la violazione di leggi Usa e si trovano all'estero, il loro rientro dovrà essere una materia prioritaria e l'argomento centrale nelle relazioni bilaterali con qualsiasi paese che li ospiti o li assista: nel caso in cui stessimo richiedendo l'estradizione di un terrorista e lo stato che lo ospita non fornisse un adeguato supporto, allora adotteremo le misure più appropriate per ottenere la collaborazione necessaria. In ogni caso il rientro forzato dei sospetti può essere effettuato senza la cooperazione del governo che li ospita applicando le procedure previste dal National Security Directive n.77 che rimangono in vigore».
Firmato George W. Bush? No, Bill J. Clinton, il 21 giugno 1995. Il «rientro forzato dei sospetti» è regolato dalla Direttiva 77, emanata da George Bush padre nel gennaio 1993.
Altro che legislazione emergenzialista post-11 settembre. Una misura bipartisan diretta conseguenza del primo attacco del terrorismo islamico sul suolo americano: l'esplosione di una bomba nei sotterranei del WTC, che avrebbe potuto provocare il crollo dei due grattacieli con otto anni di anticipo.
Il dispositivo legale delle "extraordinary renditions" fu fornito dal Procuratore generale degli Stati Uniti fin dal 1989, su richiesta dell'Fbi. Il parere, che ha valore normativo, conferisce all'Fbi il compito «di indagare e arrestare soggetti che abbiano violato le leggi statunitensi anche se le azioni condotte dall'Fbi dovessero risultare in contrasto con le leggi internazionali. Le attività da condurre all'estero, qualora debitamente autorizzate dalle leggi nazionali statunitensi, non possono essere bloccate nel caso violino trattati non ratificati o già in vigore come l'articolo 2 della Carta delle Nazioni unite. Un arresto effettuato in contrasto con la legge internazionale o di un paese estero non viola il quarto emendamento» (della Costituzione Usa).
Se si citano le pronunce della Corte suprema Usa, occorrerà notare che non hanno come oggetto la chiusura o meno delle cosiddette prigioni segrete, né di Guantanamo, ma lo status giuridico del prigioniero, vero rompicapo giuridico da risolvere in una guerra senza divise e senza stati ma su cui gli europei preferiscono chiudere gli occhi: più comodo emettere proclami di moralistico sdegno, e per i governi più pratico combattere il terrorismo con l'intelligence ma quasi vergognandosene.
Ben più del rapporto Fava, quindi, per comprendere esattamente di cosa si sta parlando, bisogna guardare all'inchiesta sulla "extraordinary rendition" italiana, quella sul caso Abu Omar. Il Governo ha accusato la Procura di Milano di aver violato il segreto di stato su una questione di sicurezza. Lo ha spiegato al Parlamento non Berlusconi, ma il vicepresidente del Consiglio Rutelli, rendendo noto che nei confronti di questa violazione il governo ha aperto un conflitto di con la procura milanese presso la Corte costituzionale.
Spetta alla Consulta adesso stabilire se sia prevalente l'interesse alla sicurezza nazionale tutelato dal lavoro "in copertura" dei servizi segreti, sotto la responsabilità dei governi, o all'accertamento di ipotesi di reato.
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