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Tuesday, July 04, 2017

Perché gli Stati Uniti di Trump preferiscono l'Arabia Saudita all'Iran

Pubblicato su formiche

Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama

Nelle analisi sul Medio Oriente un fattore abusato, e spesso addirittura fuorviante, è quello dello storico conflitto tra sunniti e sciiti. Come prova anche la crisi tra il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, interessi economici e geopolitici pesano spesso di più e, come vedremo, il mondo sunnita è a sua volta diviso molto più di quanto si pensi.

Su Formiche abbiamo già parlato della svolta a 180 gradi impressa dall'amministrazione Trump alla politica americana in Medio Oriente rispetto agli otto anni di presidenza Obama. Dal non disturbare l'Iran nei suoi disegni egemonici al ritorno al fianco dei tradizionali alleati nella regione, Israele e i Paesi arabi sunniti, per contenere e isolare il regime degli ayatollah.

L'ex presidente Obama ha pensato che facendo uscire Teheran dal suo isolamento, con un accordo sul nucleare che prevedesse il progressivo alleggerimento delle sanzioni occidentali, di fatto riconoscendo il suo status di potenza regionale, l'Iran potesse trasformarsi in un fattore di stabilità e gli Stati Uniti avrebbero potuto finalmente ridurre il loro dispendioso impegno in Medio Oriente. Per non pregiudicare quella storica intesa, Obama ha chiuso più di un occhio sull'endemico ruolo destabilizzante degli iraniani nella regione, persino accettando che fosse travolta la sua "linea rossa" sull'uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad.

Ma l'idea che i problemi del Medio Oriente si potessero risolvere riammettendo Teheran nel gioco tra le potenze regionali si è rivelata una pericolosa illusione, come dimostra il passato e presente comportamento degli iraniani. Al contrario, il tentativo di "appeasement" ha incoraggiato Teheran a perseguire con maggiore spregiudicatezza i suoi disegni egemonici, dall'Iraq e la Siria allo Yemen, passando per il Libano. E come una scintilla nella polveriera ha infiammato le tensioni regionali: i tradizionali alleati arabi sunniti, sentendosi traditi da Washington e spaventati, hanno reagito anche flirtando con i gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

La realtà è che non ci sono partner ideali in Medio Oriente. Nessun regime nella regione ha interessi, tanto meno valori, identici a quelli americani e occidentali. Premesso che gli Stati Uniti (e l'Occidente) non possono permettersi di non avere una politica in Medio Oriente, e che la disastrosa situazione ereditata nella regione non offre molte altre scelte, si tratta di scegliere tra il male e il peggio. E allora perché, in questo conflitto per procura in corso tra l'Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti del Golfo da una parte e l'Iran sciita e alcuni alleati (come il regime di Assad e Hezbollah in Siria, gli Houthi in Yemen) dall'altra, gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i primi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama?

L'aspetto decisivo è che al contrario degli iraniani, i sauditi fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine caratterizzato dalla leadership americana, mentre Teheran intende sfidarla e sostituirsi ad essa, esportare la rivoluzione khomeinista ed estirpare Israele dalle mappe del Medio Oriente. Per il regime degli ayatollah il terrorismo è parte integrante dell'arte del governo e della sua politica estera. Fu il primo in Libano, negli anni '80, a sperimentare con successo le missioni suicide, facendo scuola dai gruppi palestinesi fino ad Al Qaeda e all'Isis. E quando c'è un nemico comune da abbattere anche il dissidio con i sunniti passa in secondo piano. Noto il sostegno iraniano ad Hamas (movimento sunnita della Fratellanza musulmana) contro Israele. Così come il permesso concesso ad Al Qaeda di attraversare il territorio iraniano come strategica via di collegamento tra l'Afghanistan, a est, e l'Iraq, a ovest. Tra gli stati, l'Iran è ancora oggi il principale sponsor del terrorismo al mondo.

L'obiezione è che anche l'Arabia Saudita è un regime dispotico la cui religione ufficiale è una delle versioni più fondamentaliste dell'islam, il wahabismo (che a suon di petrodollari i sauditi si sforzano di diffondere, anche in Europa, attraverso moschee e scuole coraniche), e che la loro condotta nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista presenta ancora troppe ambiguità. Nonostante tutte le sei monarchie del Golfo abbiano sottoscritto nel 2014 la Dichiarazione di Jeddah, in cui si impegnano a non tollerare finanziamenti ai gruppi terroristici e a "ripudiare la loro ideologia d'odio", ci sono ancora delle omissioni nelle liste delle organizzazioni bandite e nel perseguire i finanziatori privati sul loro territorio.

Tuttavia, dal 2003 al 2006 la monarchia saudita ha combattuto duramente per sedare una ribellione interna di Al Qaeda e dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam radicale, mentre il Qatar offriva il suo generoso sostegno ai movimenti politici e militari della Fratellanza musulmana (tra cui Morsi in Egitto e Hamas a Gaza) in tutto il mondo arabo, nel tentativo di sfidare l'ordine esistente. Ed è proprio questo uno dei motivi fondamentali della rottura con Doha.

Oltre al conflitto con gli sciiti, infatti, c'è uno scontro per l'identità e la leadership politica dell'islam sunnita che vede Arabia Saudita e Qatar su fronti contrapposti. Entrambe le famiglie regnanti si ritengono i veri discendenti del fondatore del wahabismo, quindi dal punto di vista dottrinario si richiamano alle origini dell'islam, ma con intenzioni e implicazioni molto diverse dal punto di vista politico. Per i sauditi il vero islam, la versione wahabita, si deve rafforzare e diffondere preservando le realtà statuali arabe formatesi negli ultimi cento anni, mentre per i Fratelli musulmani (di cui fa parte anche il partito di Erdogan) che i qatarini sostengono è necessario abbattere i regimi esistenti per unificare le nazioni arabe sotto la stessa guida islamica.

Questo spiega l'ambivalenza di Riad. Dal punto di vista strettamente teologico l'Isis, Al Qaeda e la galassia dei gruppi jihadisti si richiamano evidentemente al wahabismo saudita, ma dal punto di vista dell'ideologia politica, derivata dai Fratelli musulmani, rappresentano una minaccia esistenziale per il Regno dei Saud, dal momento che puntano a una qualche forma di califfato, di unificazione della "umma", la comunità musulmana sunnita, e muovono guerra all'Occidente, non solo agli sciiti.

Negli ultimi anni sembra però che a Riad la ragion di Stato stia prevalendo sulle affinità religiose. Se moschee e centri culturali sia del wahabismo saudita che dei Fratelli musulmani, in competizione tra loro, pullulano anche in Europa ed è un nostro problema limitare, anzi respingere, sia gli uni che gli altri, in quanto portatori di una versione dell'islam incompatibile con i valori occidentali, dal punto di vista geopolitico i recenti sviluppi inducono a propendere verso l'alleanza con i sauditi. Le monarchie del Golfo durante il summit di Riad con il presidente Trump hanno risposto positivamente alla richiesta americana di fare di più per sradicare l'estremismo e il terrorismo islamista.

Le ultime mosse suggeriscono anche che il Regno, uno dei regimi più dispotici e retrivi del mondo islamico, sia alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti, socio-economici e culturali, che potrebbero far entrare il paese nella modernità, fino ad oggi respinta, spingendo gli altri paesi arabi sunniti a seguire lo stesso percorso. E in tal senso va letta la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, giovane e riformatore, sostenitore del piano di riforme "Vision 2030" per diversificare l'economia saudita, ma anche di cambiamenti culturali, che implicano un certo grado di separazione tra politica e religione. Vedremo alla prova dei fatti il riformismo saudita, ma finora quello iraniano incarnato dal presidente Rouhani, che aveva suscitato forse eccessive aspettative nelle capitali occidentali, si è rivelato inconsistente, solo retorico e cosmetico.

Wednesday, August 28, 2013

Qualche missile per coprire i suoi fallimenti

Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie

Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.

Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.

Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".

Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?

Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?

Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.

Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.

Wednesday, May 15, 2013

Tre Watergate per Obama

Anche su Rightnation.it

Tre scandali ciascuno dei quali, preso singolarmente, somiglia terribilmente ad un Watergate per il presidente Obama. A differenza di Nixon, manca (ancora) la "pistola fumante" che lo collega personalmente ai misfatti della sua amministrazione, ma politicamente ne è comunque responsabile: il "cover up" (l'insabbiamento) dell'attentato al consolato americano di Bengasi; la condotta persecutoria dell'Irs (l'agenzia delle entrate Usa) nei confronti dei suoi avversari politici; lo spionaggio ai danni dell'agenzia di stampa Ap. Ma le polemiche infuocate che oltreoceano si stanno abbattendo su Obama in Italia vengono relegate nelle ultime pagine dei giornali, o in fondo alle homepage dei siti internet, e solo accennate nei notiziari tv e radio, mentre si è letto di tutto, e viene discusso ogni singolo aspetto, della decisione di Angelina Jolie di farsi asportare i seni per "prevenire" il tumore. L'effetto è quello di una gigantesca operazione di distrazione di massa, che non sarebbe riuscita così bene se fosse stata orchestrata, mentre è solo il frutto del conformismo dei mainstream media.

SPIONAGGIO AP - Per due mesi (aprile-maggio 2012) il Dipartimento di Giustizia ha tenuto sotto controllo 20 utenze telefoniche dell'Associated Press, intercettando a loro insaputa le conversazioni di un centinaio di giornalisti, a caccia della talpa che dall'interno dell'amministrazione passava informazioni riservate all'agenzia di stampa. Un'azione così prolungata e invasiva, per altro non autorizzata dal procuratore generale in persona, Eric Holder, come da regolamento, ma dal suo vice Jim Cole, è senza precedenti. Che funzionari del governo abbiano messo sotto controllo un centinaio fra reporter, caporedattori e direzione, in pratica l'intera redazione centrale della maggiore agenzia di stampa Usa, ha il sapore del Watergate.

Se Hunt e Liddy erano i cosiddetti "plumbers" del presidente Nixon, un team ristretto incaricato di dare la caccia alle talpe interne all'amministrazione, Obama ha usato a questo scopo il Dipartimento di Giustizia, deputato a questo tipo di indagini. Peccato però che abbia fatto ricorso a metodi sporchi, a rischio di incostituzionalità, tanto da suscitare la vibrante indignazione anche del leggendario reporter del caso Watergate Carl Bernstein: «E' vergognoso, pericoloso, non ci sono scuse». Un «evento nucleare», l'ha definito Bernstein, secondo cui il vero scopo dell'indagine era intimidire chi parla con i giornalisti. Ed è irrilevante che la Casa Bianca non ne fosse al corrente, dal momento che scovare e punire le talpe è una politica centrale della presidenza Obama: ne ha perseguite penalmente già sei, più di tutti i predecessori messi insieme. Stavolta anche la stampa amica del presidente, dal Washington Post al New York Times, non ha potuto far altro che esprimere forti preoccupazioni e biasimare i metodi dell'amministrazione, che rischia di trovarsi in violazione del I emendamento (che tutela la libertà di stampa) e del IV (che garantisce i cittadini contro indebite violazioni della sfera personale). Niente di lontanamente paragonabile al caso dell'agente Valerie Plame per cui fu messo in croce Bush.

CASO IRS - E sa di Watergate anche il caso dell'Irs, l'agenzia delle entrate Usa, che ha preso intenzionalmente di mira, trattandole come sospetti evasori, associazioni di destra, del movimento anti-tasse o che proclamano di voler difendere la Costituzione, ossia i più acerrimi nemici dell'amministrazione Obama, per la sola presenza di parole come "tea party" o "patriot" nel loro nome. Le loro pratiche per l'esenzione dal pagamento delle tasse hanno subito un deliberato ostruzionismo da parte dell'Irs (ritardi e controlli non necessari). Per oltre 18 mesi dal 2010, afferma un rapporto del Dipartimento del Tesoro citato dalla Cnn, l'Irs ha sviluppato e applicato una politica scorretta per determinare se i richiedenti fossero o meno coinvolti in attività politiche.

Condotta «inappropriata», ha ammesso il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «No, usare per il piatto principale la forchetta per l'insalata è inappropriato. Usare l'Irs per scopi politici è un reato», ha osservato l'editorialista del WaPost George Will, che parla di «echi di Watergate». Ecco quanto si legge, infatti, tra gli articoli per l'impeachment contro Nixon, adottati nel 1974 dalla Commissione giudiziaria della Camera. «He (Nixon, ndr) has, acting personally and through his subordinates and agents, endeavored to... cause, in violation of the constitutional rights of citizens, income tax audits or other income tax investigations to be initiated or conducted in a discriminatory manner».

BUGIE SU BENGASI - Amministrazione Obama sotto accusa anche per la gestione dell'attentato al consolato di Bengasi dell'11 settembre scorso. Dalle audizioni del Congresso sta emergendo che non solo c'è stata una vera e propria operazione di insabbiamento della natura dell'attacco e della ricostruzione degli eventi, ma che si poteva fare molto di più per salvare la vita dell'ambasciatore e delle altre tre vittime americane. La testimonianza dell'ex vice ambasciatore Gregory Hicks, secondo cui le forze speciali americane sarebbero potute intervenire ma avrebbero ricevuto l'ordine di non muoversi, contraddice quanto detto in precedenza dall'amministrazione, e in particolare dall'ex segretario di Stato Hillary Clinton. La matrice terrorista dell'attacco al consolato, inoltre, fu chiara fin dai primi momenti e a Washington ne erano perfettamente al corrente, ma giorni dopo ancora si sosteneva la versione delle proteste per un video amatoriale su Maometto.

Le e-mail scambiate durante e dopo la crisi fra Dipartimento di Stato, Cia, direttore dell'intelligente e Casa Bianca, e consegnate al Congresso, avvalorano la tesi di Hicks. L'ufficio sicurezza del Dipartimento comprese subito, ad assalto in corso, che si trattava di jihadisti. Il primo rapporto della Cia parlava di «estremisti di Al Qaeda», alcuni «legati ad Ansar al Sharia», ma queste frasi vennero fatte sparire nelle versioni successive su richiesta di una portavoce del segretario di Stato Clinton. Nell'ultima, al posto di «attacco» si parla di «violente dimostrazioni», e ogni riferimento ad Al Qaeda è sostituito da un generico «estremisti». Non solo, dunque, un insabbiamento mediatico nei giorni immediatamente successivi all'attacco e - ricordiamo - vicinissimi al voto per le presidenziali, ma anche un insabbiamento, dinanzi al Congresso, degli errori commessi dall'amministrazione.

Nessun altro presidente americano, probabilmente, ha beneficiato come Obama di una narrazione, e di conseguenza di una copertura mediatica, così positiva. Si può dire che sia addirittura diventato presidente grazie a quella narrazione così carica di passione e speranza. Ora però pesantissimi dubbi si stanno addensando sui metodi con cui Obama e la sua amministrazione "curano" la narrazione degli eventi e si occupano degli avversari politici: manipolazione, intimidazione e violazione dei diritti costituzionali.

Thursday, October 11, 2012

Il Bengasi-Gate di Obama

Anche su Rightnation.it

Si mette male per Obama mentre ci si avvicina al secondo dibattito televisivo, che verterà anche sulla politica estera. E oggi sarà il turno dei candidati vice sfidarsi in tv. Un video rubato può distrarre l'attenzione del pubblico per qualche giorno, ma le responsabilità, quando ci sono, tendono a venire a galla. Erano già emerse da un'approfondita inchiesta del Wall Street Journal di qualche giorno fa, ma ora arrivano conferme anche da vie più ufficiali. In poche ore, davanti ad una Commissione d'inchiesta del Congresso (qui il video) sull'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi, le deposizioni di alcuni funzionari impegnati sul campo inchiodano l'amministrazione alle sue responsabilità: la sicurezza al consolato di Bengasi era «debole e in peggioramento». Nonostante gli attacchi in aumento, nei mesi precedenti, a Bengasi e nel resto della Libia, e le minacce specifiche contro l'ambasciatore Stevens, le richieste di rinforzi sono cadute nel vuoto. Anzi, la sicurezza sarebbe stata ulteriormente ridotta. Perché si voleva dare l'idea della «normalizzazione», è la tesi dei congressmen dell'opposizione repubblicana. Ma una cosa appare certa: l'amministrazione Obama ha sollevato un polverone sulla natura dell'attacco per non ammettere, in piena campagna elettorale, il successo militare di al Qaeda o dei suoi affiliati.

Alcuni punti fermi sono emersi con chiarezza, scrive il Wall Street Journal:
1) Non c'è stata alcuna manifestazione contro il famigerato film su Maometto, eppure per oltre una settimana funzionari dell'amministrazione Obama, compresa la rappresentante all'Onu, Susan Rice, hanno continuato a legare l'accaduto alla "rabbia" contro il film. Ma già entro le prime 24 ore era chiara, e nota all'amministrazione, la natura terroristica dell'attacco, come confermato dall'ex capo della sicurezza a Tripoli, Andrew Wood: gli attacchi erano «immediatamente riconoscibili come terroristici» e «quasi me l'aspettavo l'attacco, era questione di tempo».

2) Il Dipartimento di Stato ha rigettato ripetute richieste di aumentare la sicurezza della missione in Libia, in particolare la richiesta di tenere un DC-3 di appoggio nel paese. Anzi, l'ha ulteriormente ridotta nei mesi immediatamente precedenti l'attacco. Nonostante la Gran Bretagna e la Croce Rossa, dopo gli attacchi subiti (l'11 giugno il convoglio dell'ambasciatore britannico era stato colpito da una granata da lanciarazzi), avessero deciso addirittura di andarsene da Bengasi. E nessuna misura di sicurezza speciale è stata presa in occasione dell'anniversario dell'11 settembre. Eric Nordstrom, funzionario del Dipartimento di Stato deputato alla sicurezza in Libia fino al luglio scorso, ha ammesso di essersi sentito «frustrato» per la «completa e totale assenza di programmazione» per la sicurezza. L'amministrazione si è affidata completamente al governo libico, che era palesemente «sopraffatto e non in grado di garantire la nostra sicurezza».

3) Inoltre, ad attacco in corso la Casa Bianca non ha mai seriamente considerato l'ipotesi di intervenire militarmente a Bengasi, scegliendo invece di rivolgersi solo alla sicurezza libica (che per altro è riuscita a scongiurare un numero di vittime molto superiore). L'ipotesi venne scartata, perché avrebbe costituito una violazione della sovranità libica.

Tuesday, September 25, 2012

Nessuno tocchi Obama

Un ambasciatore e altri tre funzionari americani vengono uccisi da estremisti islamici mentre l'amministrazione Obama è impegnata a scusarsi per un presunto film su Maometto? I media Usa si accaniscono su Romney che avrebbe strumentalizzato il tragico accaduto pur di attaccare Obama (anche se il comunicato incriminato precede l'uccisione dell'ambasciatore). Il caso rischia comunque di tenere banco mettendo in imbarazzo il presidente? Ecco che spunta il video-gaffe di Romney sul 47% degli americani "poveri" che votano comunque Obama e quindi non interessano.

La Cnn, dunque non esattamente un covo di repubblicani, trova un diario su cui l'ambasciatore Stevens aveva annotato a mano le sue preoccupazioni per l'aumento, negli ultimi mesi, dell'estremismo islamico a Bengasi, e di temere di essere finito nel mirino di al Qaeda, contenuti che avvalorerebbero l'ipotesi della matrice terroristica dell'attacco, mettendo in imbarazzo l'amministrazione per essersi fatta cogliere di sorpresa nell'anniversario dell'11 settembre. Ed ecco che il Dipartimento di Stato monta una polemica-diversivo accusando la Cnn di scorrettezza per non aver restituito subito il diario di Stevens alla famiglia, come promesso.

L'emittente però rilancia la scomoda domanda, che fin dal primo giorno su questo blog abbiamo posto: «Ciò che emerge da queste pagine pone l'interrogativo sul perché il Dipartimento di Stato non ha fatto di più per proteggere l'ambasciatore e il personale americano». Già, perché il consolato, e l'ambasciatore Stevens, in una delle zone più calde e instabili del Medio Oriente, erano praticamente indifesi alla vigilia dell'anniversario dell'11 settembre?

Thursday, September 13, 2012

Basta scuse, su la testa

L'amministrazione Obama sta davvero scadendo nel grottesco. Il segretario di Stato Hillary Clinton continua a dissociarsi da un video amatoriale che nessuno ha visto, nessuno è davvero in grado di dire chi lo abbia prodotto e di che nazionalità sia (il mistero è fitto), né se la traduzione in arabo nel trailer è corretta. Insomma, c'è puzza di montatura lontano un miglio, tanto che il video sarebbe comparso su internet a luglio ma guarda caso solo alla vigilia dell'11 settembre qualcuno s'è preso la briga di tagliare un trailer e tradurlo in arabo.

Ebbene, la Clinton continua a condannare questo ridicolo video amatoriale, quando ormai è appurato che l'attacco al consolato di Bengasi non c'entra nulla (si è trattato di un assalto militare pianificato da tempo come rappresaglia alle operazioni Usa contro gli estremisti in Libia), mentre dovrebbe rivendicare la piena libertà d'espressione garantita in America (si brucia la bandiera nazionale, non si può girare un video su Maometto?) e piuttosto chiedere conto dei cristiani quotidianamente trucidati e perseguitati nei Paesi musulmani.

A leggere l'analisi di Maurizio Molinari sulla «pista che porta ad al Qaeda», su La Stampa, e la ricostruzione di Daniele Raineri, su Il Foglio, sembra emergere una grave sottovalutazione da parte delle autorità americane della possibilità di attacchi, soprattutto in Libia. Da maggio-giugno i droni americani stanno bombardando gli estremisti islamici nell'area di Bengasi. Da uno di questi attacchi, nel giugno scorso, è stato ucciso Abu Yahia al Libi, influente capo di al Qaeda. Sempre a giugno un primo attacco al consolato americano e un attentato con lanciarazzi all'ambasciatore britannico. Insomma, i rischi di ritorsione, di rappresaglia, erano elevatissimi (in particolare in concomitanza con l'anniversario dell'11 settembre), eppure uno degli obiettivi più sensibili era praticamente indifeso. Per tentare di salvare i funzionari del consolato sono dovuti partire in aereo da Tripoli, dopo l'attacco, 8 militari, i quali senza l'aiuto dei poliziotti libici avrebbero potuto ben poco e i morti ora sarebbero 25.

Liz Cheney, oggi sul Wall Street Journal, indica con precisione chirurgica il problema di fondo: con la politica estera di Obama in troppe parti del mondo gli Stati Uniti non sono più sufficientemente affidabili per gli alleati, né sufficientemente temibili per i nemici. Ed elenca tutti i messaggi sbagliati partiti dalla Casa Bianca e gli atti che hanno indebolito l'America:
«Apologizing for America, appeasing our enemies, abandoning our allies and slashing our military are the hallmarks of Mr. Obama's foreign policy».
Certo, tra un mese e mezzo ci sono le presidenziali, ora un colpo Obama è costretto a spararlo per non mostrarsi debole. Ma dove? Verso chi?

E questo film ridicolo, che potrebbe anche essere tutta una montatura, lo continuiamo ad offrire come pretesto agli integralisti islamici, in una rincorsa folle e senza fine alle loro paranoie e alla loro malafede. Non solo l'America, tutto l'Occidente ha un grosso problema di mancanza di autostima, roba da psicoanalisi di massa.

Friday, March 23, 2012

Danni collaterali del multiculturalismo

Tre bambini e un genitore ebrei, uccisi davanti a una scuola elementare, e tre militari di origini maghrebine hanno pagato con la vita la sconcertante sottovalutazione da parte delle autorità francesi della jihad combattuta nel cuore dell'Europa. Il loro assassino, Mohamed Merah, si era addestrato nei campi di al Qaeda ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dove si era recato anche l'anno scorso, facendo ritorno in Francia ad ottobre come se niente fosse, come se avesse trascorso le vacanze in una colonia estiva. Aveva scelto la jihad insomma, e i servizi segreti lo conoscevano. Era stato persino arrestato in Afghanistan - non chissà quanti anni fa, ma nel 2010 - e da quel momento era stato inserito nella no fly list americana. Eppure, i servizi francesi non hanno dato peso a tutto questo. Il premier Fillon si è giustificato dicendo che «non c'era alcun elemento» per fermarlo prima che entrasse in azione: «Non abbiamo il diritto in un Paese come il nostro di sorvegliare in modo permanente, senza una decisione giudiziaria, qualcuno che non ha commesso un delitto. Viviamo in uno stato di diritto».

Giusto e sacrosanto, ma dopo i tre omicidi di Mountauban non c'erano tutti gli elementi per sospettare di Merah e impedire la strage di Tolosa? E siamo proprio sicuri che un elemento come Merah non sia il tipico affare da servizi segreti? A che servono, se non ad occuparsi di minacce alla sicurezza extra-giudiziali, cioè che non possono essere affrontate con i normali mezzi investigativi e giudiziari? E siamo proprio sicuri che andarsi ad addestrare nei campi di al Qaeda non sia da considerarsi un reato per le nostre leggi?

Le 7 vittime innocenti di Mountauban e Tolosa sono i danni collaterali della superficialità delle autorità francesi e del politically correct multiculturale. Precisiamo che qui non s'intende mettere in discussione il modello aperto e tollerante delle società occidentali, quel modello grazie al quale persone di razze, culture, religioni e idee diverse possono convivere in modo pacifico e civile. Per multiculturalismo intendiamo quell'ideologia buonista che ci impedisce di riconoscere minacce terroristiche che covano nel seno delle nostre società; per cui culture diverse possono tranquillamente convivere fianco a fianco anche senza integrarsi, senza condividere nemmeno alcuni valori basilari; che vede nell'"Altro", nel diverso culturalmente, sempre e inevitabilmente qualcuno da cui imparare, qualcuno migliore di noi, e mai, in nessun caso, qualcuno che ci odia, che ci considera nemici da massacrare. C'è una cultura diffusa che rifiuta a priori persino di ipotizzare che nell'"Altro" possa annidarsi una minaccia, salvo puntualmente venire smentita dai fatti. Ma guai a pensare il contrario, guai, si finisce per essere tacciati di razzismo.

Quella di Merah «non è una storia di degrado e povertà, il suo non era odio sociale ma ideologico, intriso di propaganda qaedista. Si era addestrato in campi all'estero, aveva scelto la strada della jihad». Parole dell'ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, intervistato dal Corriere. Cercavano il nazista, e il nazista era Merah, un ragazzo maghrebino, nero, di religione islamica.

Sunday, September 11, 2011

10 anni dopo, l'Occidente al bivio

«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
Tony Blair

Oggi sono trascorsi dieci anni esatti. C'è una generazione 11 settembre che conserva con assoluta nitidezza la comprensione emotiva di quell'evento, ma nella gran parte della gente e degli uomini di potere è subentrata la «calma» di cui parla Blair nelle sue memorie, che non sempre è il risultato di analisi più razionali. Sapevamo fin dall'inizio che non si sarebbe trattato di una guerra convenzionale, con stati ed eserciti schierati l'uno contro l'altro. Non basta uccidere Hitler, devastare la Germania e il Giappone, per porre fine alle ostilità. Bin Laden è stato ucciso, al Qaeda indebolita, ma la lotta tra l'aspirazione alla libertà e la tirannia del fondamentalismo islamico è ancora in corso, perché è una guerra prima di tutto ideologica, che si combatte, certo, anche nelle nostre società (ed è vitale non abbassare la guardia e riaffermare i nostri valori), ma il cui esito dipenderà dall'evoluzione delle società islamiche. E' in corso in modo decisivo in Medio Oriente, dove i moti di questo 2011 sono stati generati da quell'aspirazione, ma rischiano di essere travolti dall'estremismo. Ne abbiamo avuta vivida dimostrazione l'altro ieri al Cairo.

I successi sul campo sono indubbi. Due dittature sanguinarie non ci sono più (in Afghanistan e in Iraq), esperimenti e primi vagiti democratici sono in corso, anche se non ancora irreversibili. Il fallimento di Bin Laden è sotto gli occhi almeno dei musulmani non del tutto accecati dal fanatismo: la presenza militare americana nei Paesi islamici è aumentata e le masse arabe si sono ribellate non agli Usa, non ai loro governanti "riformisti", ma ai loro tiranni, anche laddove tutto sembrava calmo e piatto: in Egitto, in Libia, persino in Siria e in Iran. Anche un presidente "realista" come Barack Obama si è dovuto piegare all'evidenza della storia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Come ha ricordato Christian Rocca in questi giorni, Obama non ha smantellato né in patria né all'estero l'architettura della guerra al terrorismo messa in piedi dal suo predecessore, nonostante avesse promesso di farlo in campagna elettorale, e in Medio Oriente è dovuto venire a patti con l'unica strategia che resta valida, quella elaborata all'indomani dell'11 settembre dagli odiati Bush e Blair: «Sostituire lo status quo con la promozione della democrazia». Si possono affinare i metodi e calibrare i tempi, ma quella è.

Dopo dieci anni dall'11 settembre, l'Occidente non se la passa bene, afflitto da una crisi economica e politica forse senza precedenti, ma le società che si ispirano ai principi islamici appaiono in una crisi profonda (l'unica area del mondo non occidentale a non aver agganciato il tumultuoso sviluppo di Cina, India e Brasile), e l'islamizzazione è una risposta che non sembra convincere le masse, anche se la partita è ancora aperta.

C'è la tendenza a spiegare il momento di crisi degli Stati Uniti e dell'Occidente con la reazione eccessiva e troppo costosa, militarmente ed economicamente, all'11 settembre, ma Charles Krauthammer ha brillantemente respinto queste teorie:
«Our current difficulties and gloom are almost entirely economic in origin, the bitter fruit of misguided fiscal, regulatory and monetary policies that had nothing to do with 9/11. America's current demoralization is not a result of the war on terror. On the contrary. The denigration of the war on terror is the result of our current demoralization, of retroactively reading today's malaise into the real - and successful - history of our 9/11 response».
L'unico motivo di pessimismo in questo decimo anniversario è proprio lo stato di torpore e sfiducia in se stesso in cui sembra essere piombato l'Occidente. Che non sembra più credere nei valori che lo hanno reso grande, dominante, e che si riassumono nelle sei killer application descritte da Niall Ferguson nel suo "Civilization". E' dentro di noi in quanto individui e in quanto società ciò che può farci perdere la guerra al fondamentalismo islamico e che può condannarci al declino dinanzi all'ascesa dei giganti asiatici. Abbiamo ingabbiato noi stessi la vitalità dei nostri sistemi politici ed economici, cedendo alle lusinghe dello statalismo, alle false sicurezze «dalla culla alla tomba». Chi più chi meno, in Europa e negli Stati Uniti, tutti condividiamo le stesse storture: spesa pubblica eccessiva, debiti insostenibili, politica monetaria facile, rigidità dei mercati, politici incapaci di prendere decisioni. Ciò significa un'allocazione inefficiente e distorta delle risorse umane e materiali, corruzione e sprechi, immobilismo. In questo modo non riusciamo più a sfruttare al meglio le killer apps che noi stessi abbiamo inventato.

Dieci anni dopo l'11 settembre, l'Occidente è al bivio, ma non sotto i colpi dei terroristi. O si lascia alle spalle il Novecento e riesce ad autoriformarsi, ritrovando se stesso, o è perduto.

Concludo quindi questo post-anniversario con un pensiero alle vittime, ai loro famigliari, e a tutti coloro che in questi dieci anni hanno dedicato e talvolta sacrificato le loro vite nella guerra al terrorismo, e ancora con le parole di uno di loro, Tony Blair:
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritengo che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».

Thursday, May 05, 2011

Altro che foto, è il momento di battere il ferro

«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».

Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.

Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».

Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».
Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».
Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.

Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.

Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».
Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.

Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.

Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".

Wednesday, May 04, 2011

Foto o non foto

E' ormai un caso dei nostri tempi: i mainstream media (soprattutto italiani) che danno credito alle più strampalate tesi complottiste sulle versioni ufficiali dei governi americani (di qualsiasi colore politico) e che invece si bevono e rilanciano sui loro siti e sulle prime pagine la propaganda utile agli islamisti dei più oscuri e inaffidabili servizi segreti.

Dopo le due foto da fonti pachistane - evidentemente false, eppure schiaffate in prima pagina - di Bin Laden morto, l'ultimo esempio questa mattina. La figlia: "Preso vivo, poi assassinato", si legge su tutti i siti, come se fosse stata interpellata direttamente. Ma quanti lettori andranno a leggersi che in realtà è la tv satellitare araba Al Arabiya a riportare che una fonte anonima dei servizi di sicurezza pakistani (gli stessi che per anni hanno chiuso entrambi gli occhi sul nascondiglio di Bin Laden) ha riferito che la figlia dodicenne di Bin Laden sostiene che... eccetera eccetera?

I migliori servizi si leggono su La Stampa, come questo di Molinari (ma anche di Mastrolilli), per il resto tranne le solite eccezioni di nicchia ci sarebbe da piangere (gli editoriali in prima del Corriere sono ancor più raccapriccianti di qualsiasi foto di Osama).

In realtà, per avere la conferma che sia stato davvero ucciso, non serve l'immagine truculenta del corpo di Bin Laden, che tanto non fermerebbe le speculazioni e le teorie della cospirazione, anzi ne solleverebbe di nuove. Come prova potrebbe persino bastare questa splendida foto che per la prima volta ritrae il presidente degli Stati Uniti e il suo staff mentre chiusi nella Situation Room della Casa Bianca assistono in diretta tv ad una missione segreta. Parlano gli sguardi tesi di Obama, di Hillary Clinton, dei generali e dei funzionari. Ma non si tratta di "credere" e "affidarsi", bensì di usare semplicemente le informazioni che abbiamo e la pura logica, senza pregiudizi.

Pubblicare o meno una foto di Bin Laden trucidato non è questione di poco conto, non è una decisione che può essere presa alla leggera, anche se ai più sembrerà banale. Di certo nulla può avere a che fare con l'esigenza di "provare" che Bin Laden sia stato davvero ucciso. Se non fosse così il leader di Al Qaeda potrebbe facilmente smentire Obama e segnare un clamoroso punto a suo favore. Il problema, delicatissimo, è quello degli effetti di breve e lungo termine che può provocare la pubblicazione di immagini. Potrebbero fomentare il desiderio di vendetta dei terroristi, ma anche offendere la sensibilità di larghi strati di popolazioni islamiche nient'affatto estremiste. Invece che una prova definitiva che metta un freno alle dietrologie, potrebbe rivelarsi uno strumento di propaganda in mano ai nemici dell'America e dell'Occidente. E nel caso di un video c'è persino il rischio di rivelare importanti dettagli del modo in cui operano le forze speciali. Tutte cose che attengono alla sicurezza non solo degli americani, ma dell'intero mondo occidentale.

«A me piacerebbe vedere la foto di Bin Laden che si nasconde dietro una donna, usandola come scudo - osserva per esempio Edward Luttwack, intervistato da Mastrolilli su La Stampa - invece preferirei evitare un'immagine del suo corpo tipo quella del cadavere di Che Guevara, che diventò un'arma nelle mani della propaganda antiamericana». Per l'ex segretario di Stato Lawrence Eagleburger, «la decenza è una delle differenze principali tra noi e i terroristi che siamo costretti a combattere: non ci serve usare le immagini di un grande successo, per fare altra propaganda». Al contrario delle teste mozzate che Al Qaeda ci ha imposto di vedere negli ultimi anni.

Prima o poi le immagini arriveranno, ma non c'è alcuna fretta. L'amministrazione Usa non deve provare nulla ai cospirazionisti di professione. Il successo della missione è dalla sua parte. Al momento opportuno, quando gli animi si saranno calmati, ci sarà spazio anche per le prove documentali. Una soluzione per adesso sarebbe farle visionare ai deputati e ai senatori Usa, ai rappresentanti del popolo americano.

Tuesday, May 03, 2011

I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)

Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).

Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.

Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.

Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.

Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.

I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.

L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Wednesday, December 01, 2010

A chi giovano i Wikileaks

Elliott Abrams spiega sul Wall Street Journal perché i cables pubblicati da Wikileaks rischiano di causare molti danni soprattutto «agli alleati più deboli e non-democratici degli Usa», quindi alle politiche mediorientali dell'amministrazione americana. I governi autoritari della regione - per esempio del Bahrain, dello Yemen, dell'Arabia saudita o dell'Egitto - parlano liberamente e collaborano con gli Usa sui nemici comuni (l'Iran e i gruppi terroristici islamici), ma hanno bisogno di mantenere segreto questo dialogo e questa collaborazione, sia per non esporsi alle loro ritorsioni, sia per mantenere il controllo di popolazioni in gran parte indottrinate all'islamismo e all'antiamericanismo.
Dictators and authoritarians don't tell their people the truths they tell us; their public speeches are meant to manipulate, not to inform. Instead of educating their citizens, as one might have to do in a democracy, they posture and preen on state-owned television stations and in state-controlled newspapers. Their approach is striking: Tell the truth to foreigners but not to your own population.
Ed ecco perché l'operazione Wikileaks è un regalo enorme e inaspettato ai peggiori e ai più pericolosi nemici non solo dell'Occidente, ma dell'intero genere umano. Possiamo anche deplorare la mancanza di democrazia e dibattito pubblico in quei Paesi, ma se consideriamo chi sono i nemici comuni...
We can easily denounce the gap between private and public discourse in such countries, and the lack of real public debate on key security issues. But when we consider the identities of some of the people they fear - the ayatollahs in Tehran, terrorists in Hamas and Hezbollah, al Qaeda itself - we see that the WikiLeaks disclosures are less likely to promote more open government than to give aid and comfort to the enemy.

Monday, September 20, 2010

Tony, ci manchi/4 - L'obiettivo della missione

«Molti anni dopo, mentre ancora si combatte, la gente osserva la situazione e si chiede: che cosa è andato storto? Ma forse il punto non è che sia andato storto qualcosa, quanto piuttosto che la natura stessa di questa lotta implica una sua evoluzione in un arco di tempo molto lungo».
«I soldati non vengono uccisi perché combattono per la causa sbagliata, e non necessariamente perché combattono male: vengono uccisi perché il nemico vuole annientarci; perché anche per loro la posta in gioco è alta e perché ritengono che, se resistono abbastanza, noi ci scoraggeremo o verremo a patti in qualche modo ingnominioso, rinunciando ai principi fondamentali per cui combattiamo in cambio di un accordo di pace. Allora riemergeranno più forti, assieme all'ideologia che professano».
«Oggi, anni dopo, la gente ci dice: l'obiettivo della missione non è chiaro, è confuso. Non è vero, e non lo era all'epoca. Per noi, allora, e credo sia vero ancora oggi, non esisteva una distinzione netta tra una campagna per esorcizzare al-Qaeda, o per prevenire la rinascita dei talebani, o per costruire la democrazia, o per impiantare un'economia vera e non una narco-economia. Non sono obiettivi che si escludono a vicenda. Se si permette ai talebani di riemergere, se non si costruisce un'autorità di governo, ci si ritroverà con lo stesso Stato fallito e con le stesse conseguenze. Il problema non è che abbiamo cercato di fare troppo: è che serve un impegno totale e prolungato, sostenuto da risorse e forza di volontà su un periodo molto lungo».
Tony Blair ("A Journey")

Tuesday, March 09, 2010

La storia comincia a vendicare Bush

La notizia è che la democrazia, o almeno qualcosa che ci si avvicina il più possibile dato il contesto di quel Paese, è stata "esportata". Ed usiamo consapevolmente in modo provocatorio questo termine anche se non è il più appropriato. Già alle scorse elezioni in realtà gli iracheni avevano dimostrato di saper mettere la sordina alle esplosioni degli attentati terroristici con i loro voti, di non esserne intimiditi. Nel 2005, in piena era Bush e quando il Paese sembrava allo sbando, in preda agli insorti e ad al Qaeda, alle prime elezioni dopo la caduta della dittatura votò il 13 per cento in più degli iracheni rispetto al 62,4 per cento di questa volta, che è comunque oltre il 10 per cento in più delle provinciali dell'anno scorso.

Insomma, anche se i mainstream media sembrano essersene accorti solo ora, è dalla fine di Saddam che gli iracheni rispondono alle bombe a suon di voti. Solo che prima c'era Bush, non Obama, e non bisognava trasmettere all'opinione pubblica la speranza - almeno quella - di un Iraq democratico, ma l'immagine di un Paese sprofondato a causa dell'intervento americano in un girone infernale di violenza senza fine e senza voglia di riscatto. Ma alle elezioni di domenica scorsa è accaduto qualcosa in più, hanno votato per la prima volta in massa gli iracheni delle province sunnite, segno che la riconciliazione è davvero partita e il Paese si sta abituando al compromesso politico come prassi.

Anche se a Obama va dato il merito di non aver assunto decisioni irresponsabili sull'Iraq, nonostante la sua contrarietà alla guerra, oggi un discorso intellettualmente onesto non può prescindere dal riconoscere i meriti di George W. Bush, senz'altro superiori agli errori commessi (e poi rimediati con il coraggioso "surge"), e di quanti hanno sempre sostenuto la politica del regime change, anche per via militare, come possibilità di espansione - certo non automatica e irreversibile - della lbertà e della democrazia anche nel mondo arabo.

Oggi non manca nel campo dei realisti doc chi, come Richard Haass del Council on Foreign Relations, in ragione del fallimento della politica di engagement nei confronti di Teheran, comincia a prendere in considerazione il regime change anche per l'Iran, seppure ovviamente da perseguire dall'interno. Né manca chi, come Fareed Zakaria di Newsweek, comincia davvero a credere che l'esempio iracheno possa ridisegnare il Medio Oriente.

E oggi, sentito dal Corriere della Sera, l'editorialista del più famoso quotidiano liberal, Thomas Friedman, ricorda che l'Iraq è «riuscito a tenere due libere elezioni in cinque anni, sicuramente macchiate da violenze, ma sempre libere elezioni», e ammonisce che «non dobbiamo mai e poi mai sottovalutare l'importanza di questo fatto, nel contesto della storia del Paese e della regione. È un fatto enorme, fisicamente e simbolicamente». E inoltre, aggiunge, «non ci dobbiamo illudere neppure per un secondo che ciò che sta accadendo in Iraq non sia importante» per l'Iran. «Gli sciiti persiani dell'Iran guardano con senso di superiorità» ai loro vicini, ma ora «vedono gli sciiti iracheni tenere libere elezioni, mentre loro hanno dovuto scegliere da una lista predigerita di candidati. È un esempio dall'impatto potenziale immenso. Che siamo stati pro o contro la guerra in Iraq, credo sia tempo di concentrarsi su ciò che conta».

Le elezioni democratiche in Iraq si svolgono mentre Hollywood premia con sei oscar un film, come The Hurt Locker, che come ha scritto giustamente Maurizio Molinari, su La Stampa, «riconcilia l'America con gli eroi delle guerre del nuovo secolo». E premia «la volontà di informare sulla guerra rispetto al giudizio sulla guerra stessa». Una riconciliazione paragonabile, seppure in scala minore, a quella sul Vietnam con i film Il Cacciatore, di Michael Cimino, e Vittime di Guerra, di Brian De Palma. «Loro sono lì per noi. E noi siamo qui per loro», sono state le parole rivolte nella sua dedica dalla regista Kathryn Bigelow ai soldati in Iraq e Afghanistan, mostrando di essere consapevole di quanto vale il fronte interno («noi siamo qui per loro»). Una vittoria - e parole - impensabili qualche anno fa sul palcoscenico degli Oscar.

E con la sconfitta di Avatar, inoltre, osserva Il Foglio, a perdere sono anche un ecologismo e un pacifismo tanto ingenui al punto di apparire disumani, con il loro pregiudizio secondo cui a scatenare le guerre sono sempre gli americani – o gli occidentali – per sottrarre le ricchezze a popoli pacifici che vorrebbero solo vivere in armonia con la natura. Più umana la guerra rappresentata dalla Bigelow: un affare sporco e confuso, a volte necessaria e persino eroica.

Thursday, December 03, 2009

Obama fa a malincuore la scelta giusta - l'unica sensata

Alla fine, dopo tre mesi di seminari e tentennamenti, Obama ha preso la decisione giusta. Non è stato un discorso esaltante, ma quel che conta, come ha osservato Peter Wehner, è che ha dato a McChrystal i soldati (30 mila americani, più 5 mila dagli alleati) e la strategia (di contro-insurrezione) di cui ha bisogno per vincere. Tre quarti di quelli richiesti ad agosto dal generale, di conseguenza il discorso non poteva che essere buono per tre quarti, fa notare Max Boot. Ma l'importante, oltre ai numeri, è che sia stata respinta l'opzione Biden di un impegno limitato a combattere al Qaeda, disinteressandosi dei talebani e dell'assetto dell'Afghanistan. Al contrario, la strategia scelta si pone l'obiettivo più ambizioso: sconfiggere al Qaeda, fermare l'avanzata talebana, addestrare le forze di sicurezza afghane, rendere sicuri i centri abitati ed evitare che i talebani tornino al potere. Inoltre, contrariamente alle voci della vigilia, le nuove truppe verranno dispiegate rapidamente, nell'arco di sei mesi.

Al di là della retorica usata da Obama, quindi, nella sostanza il piano è identico a quello adottato con successo dal generale Petraeus in Iraq, come ha chiarito il segretario alla Difesa, Robert Gates: «L'essenza del nostro piano civile-militare è ripulire, rimanere, costruire e trasferire. Iniziare a trasferire la responsabilità della sicurezza agli afghani nell'estate del 2011 è vitale - e a mio avviso fattibile». Ma, ha precisato Gates, «avverrà distretto per distretto, provincia per provincia, a seconda delle condizioni sul campo». Il processo sarà «simile» a quello sperimentato in Iraq. Anche dopo l'inizio del trasferimento delle responsabilità e del ritiro della forze da combattimento, gli Stati Uniti «continueranno a sostenere il loro sviluppo come partner di lungo termine». Ancora più esplicito e rassicurante il riferimento di Gates agli «errori» commessi dopo la ritirata sovietica dall'Afghanistan: «Non ripeteremo gli errori del 1989, quando abbandonammo il Paese per poi vederlo cadere nella guerra civile e, infine, nelle mani dei talebani».

Per questo anche i commentatori conservatori hanno giudicato positivamente la nuova strategia, l'unica sensata, annunciata - pazienza se a malincuore - da Obama. Il suo discorso è piaciuto anche a Bill Kristol, ma per lo stesso motivo per cui è stato duramente criticato da Michael Moore: «Ha parlato da "war president", ed è una buona cosa, perché quando siamo in guerra abbiamo bisogno di un presidente di guerra». Criticabile, invece, per Kristol la «pseudo-scadenza al luglio 2011». D'altra parte, tempi e modalità del ritiro sono sottoposti a condizioni, osserva, quindi la «quasi-deadline» non dovrebbe essere troppo dannosa. Ma la cosa importante è che «per la metà del 2010 Obama avrà più che raddoppiato il numero delle truppe in Afghanistan e avrà dato al suo generale Stanley McChrystal i mezzi per combattere la guerra nel modo che ritiene necessario per vincerla». Inoltre, con questa decisione, conclude Kristol, Obama «ha anche riconosciuto che lui e il suo partito si sbagliavano sul "surge" in Iraq nel 2007: dopotutto, la logica del suo surge è identica a quella di Bush».

John Podhoretz definisce il discorso di Obama un «momento di svolta» («dopo aver passato mesi a cercare disperatamente un'altra scelta, una terza via, una bella opzione, Obama alla fine si è arreso alla logica della presidenza») e riconosce il suo «coraggio». Obama, infatti, «sta chiaramente agendo contro i suoi istinti e la sua ideologia», e se la qualità del suo discorso ha lasciato a desiderare è perché «stava cercando di usare un linguaggio con il quale spiegare la sua decisione a persone come lui». Ecco perché non poteva funzionare dal punto di vista della retorica e della persuasione. «Un'occasione persa», conclude Podhoretz: «Ma non importa, è la politica che conta». E anche la scadenza dei 18 mesi «indica la serietà del suo impegno, dal momento che ha solo indicato l'inizio del ritiro, condizionandolo alla situazione sul campo in quel momento».

Su questo è d'accordo anche Wehner: la scadenza dei 18 mesi, «almeno per ora, è meno preoccupante di quanto possa sembrare». Nel suo discorso Obama ha detto che «cominceremo il ritiro delle nostro forze nel luglio del 2011, ma come abbiamo fatto in Iraq, eseguiremo la transizione responsabilmente, prendendo in considerazione le condizioni sul terreno». Un «caveat chiave», secondo Wehner: «Se le condizioni sul campo cambiano, Obama si è lasciato ampio spazio di manovra per rivedere la sua decisione, nulla è scolpito nella roccia». Anche se, avverte Max Boot, questa «deadline», al solo scopo di «placare la base liberal del Partito democratico», rischia di far arrivare ai talebani il messaggio che non devono far altro che aspettare 18 mesi e «gli infedeli saranno fuori dalla porta». Può non essere precisamente così, ma «è ciò che i nostri nemici intenderanno».

L'aspetto negativo del discorso di Obama, osserva Wehner, è che «non sembra vedere questa guerra nel contesto di una grande causa», ma la considera piuttosto come «una sgradita distrazione dalla sua agenda interna». Cosa che alla lunga, tra le polemiche e le vittime Usa in aumento, potrebbe minare la sua determinazione. Di questo si è lamentato anche Peter Beinart, che scrive ancora per The New Republic ma ora è al Council on Foreign Relations. Il "surge" annunciato da Obama è una «buona politica», ma il discorso «mi ha lasciato freddo», lamenta: «Militarmente, ci stiamo coinvolgendo più in profondità in Afghanistan, ma emotivamente ne stiamo uscendo. Non c'è stato nulla nel discorso sul nostro obbligo morale nei confronti del popolo afghano, al quale l'America ha promesso molto e ha consegnato scandalosamente poco».

Se tra i grandi quotidiani Usa c'è chi, come il Washington Post, sostiene che Obama abbia definitivamente fatto sua la guerra in Aghanistan, il Wall Street Journal, pur sostenendo la sua decisione, pensa che questa non sia ancora la guerra di Obama: «Da presidente di guerra Obama dovrà impiegare una quantità maggiore del suo capitale politico per persuadere l'opinione pubblica americana che la campagna afghana vale la pena». Non dovrà, come ha fatto in passato, «pronunciare un solo discorso e poi lasciar cadere l'argomento». Il presidente ha bisogno di un suo "surge" politico.

Tuesday, October 06, 2009

Ascoltare i generali, i siluri di Kissinger a Biden e Obama

Con tutto il rispetto per il presidente Obama, che si trova di fronte a un autentico dilemma politico, Henry Kissinger un paio di siluri li lancia nell'analisi comparsa venerdì scorso sul sito di Newsweek, e tradotta ieri da La Stampa. Tre le opzioni in Afghanistan: continuare con il dispiegamento attuale, il che significherebbe però abbandonare la strategia proposta da McChrystal e sostenuta da Petraeus e verrebbe interpretato come il «primo passo del ritiro»; diminuire il contingente optando per una ulteriore nuova strategia, quella sostenuta dal vicepresidente Joe Biden; aumentare le truppe con una strategia che si concentri sulla sicurezza della popolazione. Kissinger è favorevole a questa terza soluzione, ma coinvolgendo diplomaticamente «i potenti vicini» dell'Afghanistan.

Con il primo "siluro" Kissinger ridicolizza le tesi del vicepresidente Biden. La nuova strategia che sostiene «ridurrebbe la missione essenzialmente all'antiterrorismo rinunciando all'impegno anti-guerriglia, con l'argomento che l'obiettivo strategico per l'America è impedire che l'Afghanistan torni a essere una base del terrorismo internazionale. Quindi, la sconfitta di Al Qaeda e della jihad sarebbe una priorità dominante». Dal momento che i talebani rappresenterebbero solo una minaccia locale, e non globale. Alla base c'è la convinzione che i talebani e Al Qaeda abbiano diversi interessi strategici. «Un negoziato con loro isolerebbe Al Qaeda e porterebbe alla sua sconfitta, in cambio non verrebbe sfidata la presa dei talebani sul governo del Paese».

E' una teoria che però a Kissinger sembra «troppo contorta»: «Sono stati proprio i talebani a fornire le basi per Al Qaeda. E' improbabile riuscire a separarli precisamente dal punto di vista geografico. Ciò implicherebbe anche la divisione dell'Afghanistan lungo linee funzionali, poiché è altamente improbabile che le azioni civili su cui si basano le nostre politiche possano essere poste in atto in aree controllate dai talebani. Perfino i cosiddetti realisti, come me, riderebbero di una tacita cooperazione degli Usa con i talebani al governo in Afghanistan».

Non ha preso posizione esplicitamente, ma da quanto ha fatto intendere in un'intervista alla CNN di oggi, neanche il segretario alla Difesa, Robert Gates, sembra d'accordo con le tesi di Biden. Per Gates i destini dei talebani e di al Qaeda sono strettamente legati: se i talebani dovessero prendere il controllo di «vaste porzioni» dell'Afghanistan, ciò offrirebbe «maggiore spazio ad al Qaeda per rafforzarsi. Ma ciò che è più importante, dal mio punto di vista, è il messaggio che sarebbe inviato, l'affermazione dell'autorità» della rete di Osama bin Laden. Se «in questo momento i talebani hanno slancio», è «a causa della nostra incapacità e, francamente, a quella dei nostri alleati, a inviare abbastanza truppe in Afghanistan».

Tra l'altro, il disinteresse di Biden per la stabilizzazione e il futuro politico dell'Afghanistan mi ricorda molto l'errore che le amministrazioni Usa fecero dalla fine dell'occupazione sovietica a tutti gli anni '90. Quando fu deciso di aiutare i mujahidin contro i sovietici, una debacle e il conseguente ritiro di questi ultimi (o addirittura la caduta dell'Urss) era ritenuto un esito talmente remoto che non fu predisposto alcun piano politico sull'Afghanistan. L'obiettivo era logorare e contenere i sovietici, mentre l'unico convinto della possibilità di scacciarli era l'allora direttore della Cia Casey. Del destino dell'Afghanistan agli Usa non importava nulla.

Quando, però, ciò che non si riteneva possibile accadde, il futuro assetto dell'Afghanistan avrebbe dovuto interessare eccome gli Usa, che invece fecero l'errore di lasciare campo libero al progetto coltivato per anni dall'ISI, il servizio segreto pakistano. Oggi Biden vorrebbe abbandonare l'Afghanistan al suo destino per una seconda volta, non comprendendo che il Paese è nell'interesse strategico dell'islamismo radicale dagli anni '80.

Il secondo "siluro" di Kissinger è diretto all'indecisione del presidente e alle sue inconfessabili cause: «I responsabili della catena di comando in Afghanistan, ciascuno con qualifiche eccezionali, sono stati tutti nominati dall'amministrazione di Obama. Respingere i loro consigli significherebbe far trionfare la politica interna sulle valutazioni strategiche».

C'è da chiedersi, infine, come mai tra «i potenti vicini» dell'Afghanistan - Pakistan, India, Cina, Russia, Iran - nessuno fino ad ora si sia davvero impegnato per la sua stabilizzazione. Kissinger chiede un impegno diplomatico nei confronti di questi Paesi. Ma se Cina, India e Russia sembrerebbero in effetti avere tutto l'interesse a una sconfitta dell'islamismo radicale (pur avendo anche l'interesse a mantenere il più possibile sotto pressione e bisognosi del proprio aiuto gli Usa e la Nato), lo stesso non si può dire del Pakistan e dell'Iran.

Monday, October 05, 2009

Rinforzi e subito, ascoltare il generale

Aumenta la pressione sul presidente Obama per una rapida decisione sui rinforzi in Afghanistan (dai 30 ai 40 mila soldati in più) chiesti dal generale Stanley McChrystal, comandante della missione. Domenica, intervistato dal programma Face the Nation, in onda sulla CBS, anche il generale Anthony Zinni, ex comandante in capo del CentCom, le cui responsabilità includono l'Afghanistan, ha esortato il presidente a prendere in breve tempo una decisione favorevole, inviando le truppe di cui McChrystal dice di aver bisogno: «Ritengo che dobbiamo fare attenzione a quanto tempo prende» la riflessione di Obama, ha osservato Zinni. «Potrebbe essere interpretata non solo nella regione, ma anche dai nostri alleati, e dal nemico, per insicurezza, per incapacità a prendere una decisione».

«Abbiamo il generale - ha aggiunto Zinni - che è probabilmente il più qualificato che potremmo avere che ci sta dicendo di cosa abbiamo bisogno sul terreno per avere la sicurezza e il tempo che ci vogliono per realizzare le cose "non militari". Non capisco proprio perché ci stiamo interrogando su questa valutazione. Spero che non vada avanti per molto», ha spiegato al programma della CBS. Zinni, noto per la sua opposizione all'invasione dell'Iraq e per le sue taglienti critiche in passato nei confronti dei neoconservatori, non è facilmente collocabile politicamente.

E nei giorni scorsi un'altra autorevole voce si è aggiunta a quella di McChrystal nel sottolineare l'esigenza di più truppe in Afghanistan. Il generale David Richards, dallo scorso agosto comandante in capo delle forze armate britanniche, ha dichiarato al Sunday Telegraph che una forza Nato con un maggior numero di soldati renderebbe più semplice sconfiggere i talebani e raggiungere gli obiettivi della comunità internazionale: «Se si dispiegano più truppe sarà possibile raggiungere gli obiettivi che ci sono stati chiesti con maggior rapidità e meno perdite».

L'obiettivo più importante nella strategia controinsurrezionale è «vincere la battaglia psicologica», ha spiegato il generale Richards: «Abbiamo bisogno di dimostrare che noi, la Nato e il governo afghano, offriamo un futuro molto più luminoso che è inoltre più sicuro, con posti di lavoro e migliore istruzione e migliore assistenza sanitaria». Una sconfitta della Nato avrebbe un «effetto inebriante» sugli estremisti, ha avvertito, con «immense» implicazioni geostrategiche. «Se al Qaeda e i talebani ritenessero di averci sconfitto, che cosa accadrebbe dopo? Si limiterebbero all'Afghanistan?», si è chiesto il capo delle forze armate britanniche.

All'interno dell'amministrazione Obama il fronte di chi si oppone all'invio di ulteriori rinforzi è guidato dal vicepresidente Joe Biden, il quale sostiene sia meglio concentrare gli sforzi nel colpire al Qaeda nelle regioni al confine tra Pakistan e Afghanistan, usando droni e corpi speciali. Una diversa strategia che si basa sulla convinzione che i talebani e al Qaeda non avrebbero gli stessi interessi strategici.

Tuesday, September 22, 2009

Il presidente degli appelli tentenna sull'Afghanistan

Sogni di realpolitik

Appelli, appelli, appelli. Appelli per il clima; per la pace in Medio Oriente; per il dialogo con l'Iran. Barack Obama è il presidente degli appelli, ma anche se non si può certo trarre un bilancio, nemmeno parziale, della sua politica estera, non si può non notare come fino ad oggi abbia raccolto pochissimo, direi quasi nulla, dalle aperture che ha disseminato per il mondo, al prezzo di qualche incrinatura nei rapporti con gli storici alleati dell'America, dall'Estremo Oriente all'Europa dell'Est, passando per Israele.

Ma è in particolare sull'Afghanistan che la sua credibilità come comandante in capo è messa a dura prova in questi giorni, soprattutto dopo la rivelazione del rapporto del generale McChrystal. Un rapporto pronto dal 30 agosto, ma che l'amministrazione - qualcuno pensa per motivi di politica interna - ha deciso di non prendere in esame fino a pochi giorni fa. Un rapporto nel quale si avverte senza mezzi termini che senza ulteriori rinforzi in Afghanistan si va incontro al fallimento. Obama dice che prima di mandare altri uomini vuole avere chiara la strategia; certo, la strategia conta, ma le truppe combattenti ad oggi impegnate sono talmente esigue che a mio avviso si può iniziare a parlare di strategia solo dopo aver riconsiderato i numeri.

Oggi il Washington Post (a Woodward si deve lo scoop - l'ennesimo - del rapporto McChrystal) è uscito allo scoperto accusando esplicitamente il presidente di essere troppo «esitante» e «dubbioso» sull'Afghanistan in un «momento cruciale» per la campagna. Un editoriale lo rimprovera di «aver dimenticato le sue stesse parole a favore di una campagna contro l'insurrezione», come «se avesse un ripensamento» rispetto a quanto affermava soltanto cinque mesi fa: «Che cosa è cambiato dallo scorso marzo?», si chiede il WP. E le innumerevoli apparizioni tv di Obama in questi giorni rischiano di trasformarsi in un boomerang, perché le sue risposte rafforzano l'impressione della sua indecisione su un fondamentale tema di sicurezza nazionale come l'Afghanistan.

Tra l'altro, ad aggravare la situazione c'è anche la denuncia nient'affatto sorprendente del generale McChrystal, che nel suo rapporto, rivela oggi il Los Angeles Times, accusa i servizi segreti pakistani e iraniani di sostenere i talebani. Un'accusa molto verosimile. «L'insorgenza afghana è chiaramente sostenuta dal Pakistan», scrive il generale. I leader talebani «sono assistiti da alcuni elementi dell'Isi», mentre per quanto riguarda l'Iran, «le forze al Quds stanno addestrando combattenti per alcuni gruppi talebani e fornendo altre forme di assistenza militare agli insorti».

Della rinuncia allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica ceca ho già scritto - e c'è davvero da sperare che Obama abbia ricevuto almeno qualcosa in cambio dai russi, almeno un "sì" a nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran - ma anche quella decisione, almeno nel modo in cui è stata gestita, questa settimana viene criticata su Newsweek da Fareed Zakaria, proprio per il significato politico che ormai lo scudo aveva assunto per russi, polacchi e cechi. «Di questi tempi - ha commentato il Wall Street Journal - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che l'America sta lavorando sodo per creare avversari laddove in precedenza aveva amici».

E così non posso che condividere l'analisi di Christian Rocca, qualche giorno fa su Il Foglio, secondo cui in questo momento «l'approccio» di Obama sembra «costellato da una serie di mosse azzardate senza la certezza di contropartite valide e da un'assenza di visione strategica globale che denota la difficoltà di formulare un'alternativa multilaterale seria ed efficace, dotata di un linguaggio chiaro e coerente, da contrapporre alla chiarezza morale dell'unilateralismo di George W. Bush». Cosa farà Obama se iraniani, russi e nordcoreani respingeranno le sue aperture? C'è da cominciare a temere che esiterà sul da farsi come sull'Afghanistan, invece di riconoscere che l'atteggiamento ostile dei nemici degli Stati Uniti non era provocato dall'"unilateralismo" di Bush, ma da deliberate scelte politiche di quei regimi che nessuna mano tesa e realpolitik può ammorbidire. E se a un certo punto bisognerà riconoscere che non era Bush il "cattivo", e che l'"Asse del Male" esiste per davvero? Verrà il tempo di smettere di sognare a occhi aperti e mani tese?