Anche su Notapolitica
Non saranno le dimissioni, annunciate ieri alla Camera, a scagionare l'ormai ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi dalle sue responsabilità per la disastrosa gestione della vicenda dei marò sequestrati dalle autorità indiane. Tranne i due nostri militari, infatti, nessuno degli uomini di governo coinvolti può pensare di uscire a testa alta, con dignità, da questa storia: non Terzi, ma nemmeno gli altri che non si dimettono. Per quanto tardive, per quanto «irrituali», e per quanto "paracule", senza ammettere i propri errori, pur sempre di dimissioni si tratta. Anche se avrebbe dovuto farlo giorni fa (e forse mesi fa), invece di rilasciare a la Repubblica un'intervista surreale, sprezzante del ridicolo, nel tentativo di presentare come un successo diplomatico la doppia giravolta, almeno Terzi si è dimesso. Il ministro Di Paola, pur non dimettendosi, ha però rivolto le sue scuse ai marò, al Parlamento e agli italiani. E gli altri? Il premier Mario Monti? il patetico De Mistura? State sicuri che non si sottrarranno al rito dello scaricabarile avviato da Terzi. E' possibile credere davvero che la decisione di trattenere i nostri marò in Italia, scatenando l'ira indiana, e dopo pochi giorni quella di rispedirli indietro, non siano state assunte collegialmente, quindi avallate entrambe dalla presidenza del Consiglio? Ed è credibile la versione che Terzi ha presentato di sé alla Camera, ministro con la schiena dritta che non voleva mollare di fronte alla prepotenza indiana, mentre dall’inizio di questa vicenda è sempre sembrato a proprio agio nel rappresentare una linea che definire morbida è un eufemismo?
A quanto pare, però, siccome le sue dimissioni, inaspettate e in dissenso con la decisione del governo di far rientrare i marò in India, avvantaggiano indirettamente Berlusconi e il Pdl nella loro polemica contro Monti e i "tecnici", e siccome disturbano anche la quiete del Colle, allora in questo caso, improvvisamente, diventano persino motivo di supremo biasimo. Ci lamentiamo sempre, noi italiani, che non si dimette mai nessuno per i disastri che combina, chiedere le dimissioni è una specie di sport nazionale, eppure stavolta no: Terzi non doveva dimettersi, almeno non ora, non così. Ok, è stato scorretto, ma invece di perderci nei dettagli, di chiederci chi ci guadagna e chi ci perde politicamente, alludendo a chissà quali calcoli, e se avesse dovuto rassegnarle prima (certo che sì) e nelle mani del presidente del Consiglio piuttosto che annunciarle davanti al Parlamento (forse), dovremmo pretendere che ne seguano altre di dimissioni. Non si tratta di difendere Terzi: è inaccettabile il suo scaricabarile, ma lo è anche che il suo comportamento diventi un alibi per insabbiare le responsabilità altrettanto gravi di tutti gli altri, Monti in testa, nella fallimentare gestione di questa crisi.
Andrebbe innanzitutto fatta chiarezza sulla ricostruzione fornita da Terzi alla Camera, secondo cui è «maturata in modo pienamente collegiale la decisione di ricorrere all'arbitrato e di trattenere i marò in Italia» e, da ministro, aveva posto «serie riserve alla repentina decisione di un loro ritrasferimento in India», dovendo però constatare che la sua voce è rimasta «inascoltata». In particolare, sembra emergere che la decisione di farli rientrare in India sarebbe arrivata proprio sul più bello, cioè quando secondo Terzi lo "strappo", trattenerli in Italia, ci stava finalmente per mettere in una posizione di vantaggio rispetto all'India, mentre stavamo acquisendo sostegno internazionale sia sulla richiesta di arbitrato che contro la rappresaglia indiana. «Avevamo finalmente da noi, in patria, i due fucilieri di marina in una cornice legale che consolidava la giurisdizione del nostro Paese e la consolidava in modo inequivocabile. L'azione diplomatica con i nostri principali partners aveva acquisito forti consensi e ancor più dopo la revoca dell'immunità al nostro ambasciatore. E la coerenza della linea intrapresa dal Governo nella tutela dei valori fondamentali per il Paese, per le Forze armate, dei nostri interessi economici e dei nostri connazionali espatriati, attirava nella comunità internazionale ampio e crescente sostegno». Proprio in quel momento così promettente, sostiene Terzi, il governo ha deciso di rimandare indietro marò dietro assicurazioni da parte indiana ritenute «idonee» (da De Mistura).
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio. E' stata sottovalutata la fermezza della posizione indiana: ci veniva spiegato dai conoscitori di quella realtà che si trattava di strumentalizzazioni politiche interne che si sarebbero in breve tempo sgonfiate. Basso profilo, dunque, riservatezza, rispetto. Più appariva evidente che si trattava di una questione politica, di interesse e dignità nazionale, più si negava, tentando di venirne a capo con una miope linea tecnico-giuridica, e ritardando il coinvolgimento di organismi internazionali, mai preteso con la necessaria convinzione. Fino al vero e proprio pasticcio finale. La decisione di trattenere i marò ci ha esposti ad una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma per quanto discutibile, almeno i marò erano a casa e i reiterati inganni degli indiani in qualche modo costituivano un'attenuante.
Peccato che la svolta è stata eseguita in modo così maldestro e dilettantesco, senza adeguata preparazione, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico, tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, senza alleati al nostro fianco. Ma una volta intrapresa quella strada, e soprattutto dopo la plateale violazione da parte indiana della convenzione di Vienna sulla intangibilità degli ambasciatori, calarsi le brache è stata una toppa peggiore del buco, come quell'arbitro che per riparare un torto commette un errore ancora più eclatante. Una prova di incompetenza, cinismo e meschinità senza pari.
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Wednesday, March 27, 2013
Friday, March 22, 2013
Scandalo marò, l'ultima infamia del governo Monti
Anche su L'Opinione
Inaccettabile, indecorosa, oscena. Sono solo alcuni degli aggettivi che ci vengono in mente per descrivere la vera e propria catastrofe diplomatica del nostro governo sul caso dei marò, costretti a tornare in India alla fine di un balletto che ci ha ridicolizzati davanti agli occhi di tutto il mondo.
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio, come abbiamo più volte sottolineato, ma nessuno si sarebbe meravigliato se, come accaduto a Natale, i nostri marò fossero tornati in India al termine della licenza concessa loro dal governo indiano, questa volta per votare. Invece, per bocca del ministro Terzi, qualche giorno fa il nostro governo annunciava che questa volta non sarebbero tornati, sarebbero rimasti in Italia, perché l'India viola «gli obblighi di diritto internazionale», scatenando l'ira di Nuova Delhi. Una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma almeno i marò erano salvi.
Una svolta che si è dimostrata scellerata, però, quando è apparso evidente che non era stata adeguatamente preparata, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico. Tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, che non hanno esitato a violare l'immunità diplomatica del nostro ambasciatore a Nuova Delhi (roba che neanche durante la Guerra Fredda!). Nemmeno l'Unione europea - a riprova della sua totale nullità politica - ha preso posizione a nostro favore tramite l'insignificante e patetica baronessa Catherine Ashton, né ci siamo preoccupati di avere al nostro fianco qualche potenza nel prevedibile braccio di ferro con l'India che ne sarebbe seguito. Temendo l'isolamento e una grave rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Nuova Delhi, il governo italiano alla fine si è di nuovo calato le brache, tornando sulla propria decisione e ordinando ai marò di tornare in India, dove è facile immaginare che troveranno un clima molto più ostile e autorità molto meno ben disposte nei loro confronti dopo lo scherzetto di questi giorni. Insomma, se prima dell'incidente potevamo confidare in un giudizio positivo sulla giurisdizione, ora difficilmente la Corte suprema indiana mollerà l'osso.
Ma questo non è solo uno smacco senza precedenti per l'immagine e lo status internazionale del nostro paese. Non abbiamo solo perso una prova di forza a cui era prevedibile che gli indiani ci avrebbero sottoposti. E' una prova di incompetenza - non la prima - e di viltà tali da parte di un governo che si definisce "tecnico" da lasciarci semplicemente sbigottiti e infuriati. Surreali e ai limiti della volgarità e dell'insulto alla nostra intelligenza le interviste di Terzi e De Mistura sulle rassicurazioni indiane: no, tranquilli, i nostri marò non rischiano la pena di morte, ma solo un processo ingiusto da uno Stato che non ha giurisdizione su di loro, che li ha tratti in arresto con l'inganno e ha violato l'immunità diplomatica. Nulla di cui preoccuparsi, insomma.
Ne abbiamo viste di tutti i colori, si può dire tutto il peggio dei governi precedenti, ma probabilmente mai il cinismo e la meschinità di cui hanno dato prova il premier Monti, il ministro Terzi e tutti gli altri responsabili di questa vergognosa vicenda. Dovrebbero tutti dimettersi subito da ogni incarico: da Monti a Terzi fino all'ultimo dei ministri, dei funzionari e dei diplomatici coinvolti, passando per De Mistura. Una commissione parlamentare di inchiesta andrebbe istituita per far luce su circostanze e responsabilità di tutta la vicenda, fin dal suo inizio. Ha disonorato la Repubblica, umiliato gli italiani, giocato con la vita dei due marò: per questo Monti dovrebbe dimettersi anche da senatore a vita.
Inaccettabile, indecorosa, oscena. Sono solo alcuni degli aggettivi che ci vengono in mente per descrivere la vera e propria catastrofe diplomatica del nostro governo sul caso dei marò, costretti a tornare in India alla fine di un balletto che ci ha ridicolizzati davanti agli occhi di tutto il mondo.
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio, come abbiamo più volte sottolineato, ma nessuno si sarebbe meravigliato se, come accaduto a Natale, i nostri marò fossero tornati in India al termine della licenza concessa loro dal governo indiano, questa volta per votare. Invece, per bocca del ministro Terzi, qualche giorno fa il nostro governo annunciava che questa volta non sarebbero tornati, sarebbero rimasti in Italia, perché l'India viola «gli obblighi di diritto internazionale», scatenando l'ira di Nuova Delhi. Una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma almeno i marò erano salvi.
Una svolta che si è dimostrata scellerata, però, quando è apparso evidente che non era stata adeguatamente preparata, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico. Tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, che non hanno esitato a violare l'immunità diplomatica del nostro ambasciatore a Nuova Delhi (roba che neanche durante la Guerra Fredda!). Nemmeno l'Unione europea - a riprova della sua totale nullità politica - ha preso posizione a nostro favore tramite l'insignificante e patetica baronessa Catherine Ashton, né ci siamo preoccupati di avere al nostro fianco qualche potenza nel prevedibile braccio di ferro con l'India che ne sarebbe seguito. Temendo l'isolamento e una grave rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Nuova Delhi, il governo italiano alla fine si è di nuovo calato le brache, tornando sulla propria decisione e ordinando ai marò di tornare in India, dove è facile immaginare che troveranno un clima molto più ostile e autorità molto meno ben disposte nei loro confronti dopo lo scherzetto di questi giorni. Insomma, se prima dell'incidente potevamo confidare in un giudizio positivo sulla giurisdizione, ora difficilmente la Corte suprema indiana mollerà l'osso.
Ma questo non è solo uno smacco senza precedenti per l'immagine e lo status internazionale del nostro paese. Non abbiamo solo perso una prova di forza a cui era prevedibile che gli indiani ci avrebbero sottoposti. E' una prova di incompetenza - non la prima - e di viltà tali da parte di un governo che si definisce "tecnico" da lasciarci semplicemente sbigottiti e infuriati. Surreali e ai limiti della volgarità e dell'insulto alla nostra intelligenza le interviste di Terzi e De Mistura sulle rassicurazioni indiane: no, tranquilli, i nostri marò non rischiano la pena di morte, ma solo un processo ingiusto da uno Stato che non ha giurisdizione su di loro, che li ha tratti in arresto con l'inganno e ha violato l'immunità diplomatica. Nulla di cui preoccuparsi, insomma.
Ne abbiamo viste di tutti i colori, si può dire tutto il peggio dei governi precedenti, ma probabilmente mai il cinismo e la meschinità di cui hanno dato prova il premier Monti, il ministro Terzi e tutti gli altri responsabili di questa vergognosa vicenda. Dovrebbero tutti dimettersi subito da ogni incarico: da Monti a Terzi fino all'ultimo dei ministri, dei funzionari e dei diplomatici coinvolti, passando per De Mistura. Una commissione parlamentare di inchiesta andrebbe istituita per far luce su circostanze e responsabilità di tutta la vicenda, fin dal suo inizio. Ha disonorato la Repubblica, umiliato gli italiani, giocato con la vita dei due marò: per questo Monti dovrebbe dimettersi anche da senatore a vita.
Friday, February 15, 2013
Una Repubblica fondata sull'ipocrisia
«Quando la praticano gli americani [ma aggiungerei gli inglesi, i francesi, i tedeschi...], si chiama lobby; quando la fanno gli altri [ma direi, noi italiani] diventa corruzione». Questa la significativa battuta che Jagdish Bhagwati, del Council on Foreign Relations, ha rilasciato a La Stampa sul caso Finmeccanica, spiegata così:
Certo, il reato esiste, la convenzione internazionale anche. La magistratura fa il suo dovere. Ma se vogliamo ragionare sui fatti laicamente e conservando un minimo di contatto con la realtà, ci sono almeno un paio di pesanti "però".
Il primo riguarda il fatto che le commissioni pagate da Finmeccanica devono ancora essere giudicate come reato, quindi come tangenti, a seguito di un reale processo. Insomma, si tratta ancora di una tesi dell'accusa. Se qualcuno di quei 50 milioni è tornato indietro, nelle tasche di Orsi o di qualche politico, sarebbe un fatto gravissimo, che però va dimostrato e per ora mi pare ci siano solo illazioni a mezzo stampa. Se invece quei soldi sono serviti a corrompere solo qualche politico o funzionario indiano, allora c'è da augurarsi che la procura abbia in mente qualche nome indiano, ma pare di capire di no. Perché resta difficile provare la corruzione se non si conosce nemmeno il nome di chi si è fatto corrompere. Nonostante quindi la corruzione sia ben lungi dall'essere provata, l'azione della procura di Busto Arsizio ha già determinato a Finmeccanica e al suo indotto un danno di 550 milioni di euro e la perdita di milioni di ore di lavoro.
Una grande responsabilità, ammetterete. E' accettabile un simile danno patrimoniale ed economico per inseguire quello che è, ad oggi, un indizio, una pista d'indagine? Assumiamo che sì, abbiamo una visione massimalista della giustizia per cui al minimo sospetto non si guarda in faccia a nulla, in totale spregio del rischio di sbagliarci e dell'entità dei danni provocati dal nostro eventuale errore. Questa grave responsabilità si può affidare ai pm di Busto Arsizio, dove a stento si potrebbe giustificare che abbia sede una procura?? O non richiederebbe, semmai, di essere in capo a magistrati di ben altra esperienza e responsabilità? Chi risarcirà a Finmeccanica e ai suoi lavoratori un danno di 550 milioni di euro se la procura si sbaglia? Se, come tutti, anche i magistrati fossero chiamati a rispondere dei loro errori professionali, in termini sia di carriera che patrimoniali, ci sarebbero tanti più scrupoli e verifiche prima di avviare l'azione penale quanto più alta è la posta in gioco. E si ridurrebbero sensibilmente le possibilità d'errore. La sensazione, francamente, è che la magistratura spesso spari nel mucchio, preoccupandosi solo in un secondo momento - a danno ormai provocato - di procurarsi delle prove. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sì, l'irresponsabilità e l'arbitrarietà, solo alla ricerca del clamore e della fama personale, costi quel che costi, no, non è accettabile.
Il timing delle manette, poi, per inchieste che duravano da mesi, se non anni, fa pensare ad un uso spettacolare della giustizia, ad una deriva verso il «populismo giudiziario», come la definisce Antonio Polito sul Corriere: una giustizia anch'essa lenta e impotente come la politica, e quindi alla ricerca della condanna mediatica. Le prove, il processo, diventano dettagli di cui preoccuparsi anni dopo.
C'è, poi, l'aspetto politico ed economico. Se Finmeccanica ha violato la legge, benissimo: che paghi. Se così fan tutti, però, e a tagliarci i cosiddetti siamo solo noi italiani, be' la questione esce dai confini strettamente giudiziari e coinvolge l'interesse generale: la nostra industria, la nostra economia, quindi il benessere di tutti noi. Senza moralismi, dobbiamo preoccuparcene e addivenire a soluzioni un poco più elastiche. Nel mondo reale non ci sono feticci, né soluzioni perfette. E' evidente che estremizzando il concetto di "tangente", bisognerebbe per coerenza concludere che il lobbismo interno, per esempio dei sindacati, o l'intera diplomazia commerciale tra Stati, e forse la diplomazia tout court, è un immenso intreccio di corruzione e scambio di favori più o meno nobili. E non credo neanche che nella vicenda Finmeccanica c'entri la governance influenzata dalla politica, come per Mps: fosse stata privata, la presunta tangente per aggiudicarsi la preziosa commessa indiana l'avrebbe versata comunque.
A proposito, oggi è trascorso esattamente un anno dal "sequestro" dei nostri marò proprio da parte delle autorità indiane: «Un anno di inerzia, silenzi e gaffe internazionali», come ricorda Pautasso. Se non ricordo male lo Stato italiano versò, o era disposto a versare, centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei pescatori indiani uccisi, prim'ancora che iniziasse il processo per stabilire la responsabilità dei due marò, ma evidentemente come gesto di amicizia e generosità volto a migliorare la posizione dei nostri soldati. Non è forse anche questa una forma di tangente?
«Supponiamo che un Paese importante mandi una delegazione in India guidata dal capo del governo, e prometta alle autorità di nuova Delhi di aiutarle in Kashmir, in cambio di una grande commessa a cui tiene. Non si spostano soldi, non ci sono tangenti, ma arriva sostegno politico a livello internazionale e magari qualche fornitura di armi. Come la chiamate, questa? Oppure si costruiscono scuole, ospedali, strade, in cambio dello sfruttamento di un giacimento [non era proprio questo che tutti i nostri governi hanno fatto per decenni con Gheddafi?]. I più sofisticati si comportano così e sono inattaccabili, quasi generosi. Gli altri, un livello più sotto, pagano le tangenti, e finiscono nel mirino dei procuratori».Piaccia o meno, il ragionamento non è molto distante da quello di Berlusconi, che ovviamente ha destato un ipocrita polverone di indignazione.
Certo, il reato esiste, la convenzione internazionale anche. La magistratura fa il suo dovere. Ma se vogliamo ragionare sui fatti laicamente e conservando un minimo di contatto con la realtà, ci sono almeno un paio di pesanti "però".
Il primo riguarda il fatto che le commissioni pagate da Finmeccanica devono ancora essere giudicate come reato, quindi come tangenti, a seguito di un reale processo. Insomma, si tratta ancora di una tesi dell'accusa. Se qualcuno di quei 50 milioni è tornato indietro, nelle tasche di Orsi o di qualche politico, sarebbe un fatto gravissimo, che però va dimostrato e per ora mi pare ci siano solo illazioni a mezzo stampa. Se invece quei soldi sono serviti a corrompere solo qualche politico o funzionario indiano, allora c'è da augurarsi che la procura abbia in mente qualche nome indiano, ma pare di capire di no. Perché resta difficile provare la corruzione se non si conosce nemmeno il nome di chi si è fatto corrompere. Nonostante quindi la corruzione sia ben lungi dall'essere provata, l'azione della procura di Busto Arsizio ha già determinato a Finmeccanica e al suo indotto un danno di 550 milioni di euro e la perdita di milioni di ore di lavoro.
Una grande responsabilità, ammetterete. E' accettabile un simile danno patrimoniale ed economico per inseguire quello che è, ad oggi, un indizio, una pista d'indagine? Assumiamo che sì, abbiamo una visione massimalista della giustizia per cui al minimo sospetto non si guarda in faccia a nulla, in totale spregio del rischio di sbagliarci e dell'entità dei danni provocati dal nostro eventuale errore. Questa grave responsabilità si può affidare ai pm di Busto Arsizio, dove a stento si potrebbe giustificare che abbia sede una procura?? O non richiederebbe, semmai, di essere in capo a magistrati di ben altra esperienza e responsabilità? Chi risarcirà a Finmeccanica e ai suoi lavoratori un danno di 550 milioni di euro se la procura si sbaglia? Se, come tutti, anche i magistrati fossero chiamati a rispondere dei loro errori professionali, in termini sia di carriera che patrimoniali, ci sarebbero tanti più scrupoli e verifiche prima di avviare l'azione penale quanto più alta è la posta in gioco. E si ridurrebbero sensibilmente le possibilità d'errore. La sensazione, francamente, è che la magistratura spesso spari nel mucchio, preoccupandosi solo in un secondo momento - a danno ormai provocato - di procurarsi delle prove. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sì, l'irresponsabilità e l'arbitrarietà, solo alla ricerca del clamore e della fama personale, costi quel che costi, no, non è accettabile.
Il timing delle manette, poi, per inchieste che duravano da mesi, se non anni, fa pensare ad un uso spettacolare della giustizia, ad una deriva verso il «populismo giudiziario», come la definisce Antonio Polito sul Corriere: una giustizia anch'essa lenta e impotente come la politica, e quindi alla ricerca della condanna mediatica. Le prove, il processo, diventano dettagli di cui preoccuparsi anni dopo.
C'è, poi, l'aspetto politico ed economico. Se Finmeccanica ha violato la legge, benissimo: che paghi. Se così fan tutti, però, e a tagliarci i cosiddetti siamo solo noi italiani, be' la questione esce dai confini strettamente giudiziari e coinvolge l'interesse generale: la nostra industria, la nostra economia, quindi il benessere di tutti noi. Senza moralismi, dobbiamo preoccuparcene e addivenire a soluzioni un poco più elastiche. Nel mondo reale non ci sono feticci, né soluzioni perfette. E' evidente che estremizzando il concetto di "tangente", bisognerebbe per coerenza concludere che il lobbismo interno, per esempio dei sindacati, o l'intera diplomazia commerciale tra Stati, e forse la diplomazia tout court, è un immenso intreccio di corruzione e scambio di favori più o meno nobili. E non credo neanche che nella vicenda Finmeccanica c'entri la governance influenzata dalla politica, come per Mps: fosse stata privata, la presunta tangente per aggiudicarsi la preziosa commessa indiana l'avrebbe versata comunque.
A proposito, oggi è trascorso esattamente un anno dal "sequestro" dei nostri marò proprio da parte delle autorità indiane: «Un anno di inerzia, silenzi e gaffe internazionali», come ricorda Pautasso. Se non ricordo male lo Stato italiano versò, o era disposto a versare, centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei pescatori indiani uccisi, prim'ancora che iniziasse il processo per stabilire la responsabilità dei due marò, ma evidentemente come gesto di amicizia e generosità volto a migliorare la posizione dei nostri soldati. Non è forse anche questa una forma di tangente?
Thursday, March 15, 2012
Come ci siamo arresi alla trappola indiana
Una ricostruzione, quella finalmente fornita dal ministro Terzi in Parlamento, che scagiona la Farnesina in merito alla "consegna" dei nostri marò alle autorità indiane (si è trattato di un vero e proprio arresto, al quale la nostra diplomazia ha tentato di opporsi); che chiama in causa – quanto meno per ingenuità – la Difesa; ma che soprattutto porta alla luce per la prima volta in tutta la sua gravità il comportamento indiano, rendendo così ancor più evidente l'inadeguatezza della risposta del governo italiano.Sono due i dettagli emersi rispetto a quanto già sapevamo, ma di grande rilevanza. La vera natura dell'«azione coercitiva» messa in atto dalle autorità indiane nei confronti dei nostri marò: sono stati costretti a scendere dalla Enrica Lexie, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sotto la minaccia delle armi. E l'ingenuità dei comandi della Difesa e della Farnesina, che non hanno avanzato obiezioni rispetto all'intenzione del comandante della nave e dell'armatore di accogliere la finta richiesta di collaborazione da parte indiana.
Non sembra da escludere, inoltre, che l'«azione coercitiva» abbia avuto inizio già in acque internazionali, anche se all'insaputa dell'equipaggio e del nucleo della Marina militare a bordo. L'armatore, infatti, tramite il suo legale riferisce che dopo la finta richiesta di collaborazione inoltrata dalle autorità indiane un elicottero ha cominciato a sorvolare la Enrica Lexie, mentre il radar segnalava la presenza di due motovedette ai suoi lati.
Ora sappiamo che da parte indiana ci fu malafede, un'imboscata, una vera e propria aggressione militare ai nostri marò. A maggior ragione, proprio per la gravità di tale comportamento, e per il manifesto e attuale pericolo di vita che i nostri uomini stavano correndo – «in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell'intero Stato del Kerala», riconosce lo stesso ministro Terzi – la reazione del nostro governo appare oggi ancor più inadeguata, molle, di quanto non sia apparsa in queste settimane. Avrebbe dovuto essere molto più dura, fino a prendere in considerazione l'ipotesi di una missione di recupero.
La maggior parte dei parlamentari e degli osservatori punta l'indice sulle norme che regolano l'impiego di militari sui nostri mercantili in funzione di scorta anti-pirateria, in particolare sul fatto che si trovano sottoposti alle decisioni del comandante della nave. Alla luce di quanto emerso, norme e convenzioni possono certamente essere migliorate, e forse basterebbe perfezionare le comunicazioni tra il comandante da una parte e Difesa e Farnesina dall'altra, ma nel valutare la vicenda non si possono tacere due elementi chiave: l'ingenuità con cui le autorità italiane, e in particolare la Difesa, sono cadute nella trappola indiana; e l'inadeguatezza della risposta iniziale messa in campo dal nostro governo, assolutamente non commisurata alla gravità del comportamento indiano, equiparabile ad un atto di aggressione armata.
ARTICOLO INTEGRALE su Notapolitica
Wednesday, March 14, 2012
Imboscata indiana, ingenuità italiana
Mentre raffredda - e fa bene - la polemica con Londra per il ritardo nella comunicazione del fallito blitz in Nigeria, finalmente il ministro degli Affari esteri Giulio Terzi chiarisce in Parlamento come sono andate le cose nella vicenda dei nostri due marò prigionieri in India. Ci voleva tanto? In realtà crediamo di capire il perché della reticenza del ministro. I particolari sono di una gravità inaudita, e rivelati ufficialmente nelle prime ore avrebbero destato certamente un moto di indignazione molto più forte dall'Italia. Non si sarebbe trattato di una consegna, infatti, ma di un vero e proprio arresto sotto la minaccia delle armi. Ma a maggior ragione, proprio per la gravità del comportamento indiano, e per il manifesto e attuale pericolo di vita che i nostri uomini stavano correndo, «in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell'intero Stato del Kerala», la reazione del nostro governo doveva essere molto più dura, fino a prendere in considerazione l'ipotesi di una missione di recupero.
Ma andiamo con ordine. Stando a quanto riferito da Terzi, gli "allocchi" starebbero alla Difesa, e non agli Esteri come pensavamo. L'ingenuità dell'armatore si può perdonare, ma dei comandi militari, che non hanno fiutato la trappola, molto meno. L'ingresso del mercantile Enrica Lexie nelle acque territoriali indiane e quindi in porto è stato ottenuto con «un sotterfugio della polizia locale, in particolare del centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay, che aveva richiesto al comandante della nave di dirigersi verso il porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati».
Il comandante della nave ha deciso di accogliere la richiesta, ovviamente su autorizzazione dell'armatore, ma con colpevole ingenuità «il comandante della squadra navale e il Centro operativo interforze della Difesa non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane». «Da ministro degli Affari esteri - si giustifica Terzi - non avevo titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante» della nave. Forse, invece, se avessero esercitato pressioni congiunte in questo senso, Esteri e Difesa avrebbero potuto convincere l'armatore a cambiare idea.
Ma di chi è stata, abbiamo chiesto più volte in queste settimane, la decisione di far scendere i marò a terra? Ebbene, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sono stati costretti a scendere dalla nave da «un'azione coercitiva portata a compimento da oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana, saliti a bordo per prelevarli e portarli a terra sotto la custodia della polizia locale». Un particolare fin qui inedito: gli indiani sono effettivamente saliti a bordo ad arrestare i nostri militari, un'azione di forza di una gravità inaudita che avrebbe meritato ben altra reazione da parte nostra.
Questa è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso e si svolgeranno le elezioni locali che condizionerebbero, irrigidendolo, l'atteggiamento delle autorità indiane. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Ma andiamo con ordine. Stando a quanto riferito da Terzi, gli "allocchi" starebbero alla Difesa, e non agli Esteri come pensavamo. L'ingenuità dell'armatore si può perdonare, ma dei comandi militari, che non hanno fiutato la trappola, molto meno. L'ingresso del mercantile Enrica Lexie nelle acque territoriali indiane e quindi in porto è stato ottenuto con «un sotterfugio della polizia locale, in particolare del centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay, che aveva richiesto al comandante della nave di dirigersi verso il porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati».
Il comandante della nave ha deciso di accogliere la richiesta, ovviamente su autorizzazione dell'armatore, ma con colpevole ingenuità «il comandante della squadra navale e il Centro operativo interforze della Difesa non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane». «Da ministro degli Affari esteri - si giustifica Terzi - non avevo titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante» della nave. Forse, invece, se avessero esercitato pressioni congiunte in questo senso, Esteri e Difesa avrebbero potuto convincere l'armatore a cambiare idea.
Ma di chi è stata, abbiamo chiesto più volte in queste settimane, la decisione di far scendere i marò a terra? Ebbene, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sono stati costretti a scendere dalla nave da «un'azione coercitiva portata a compimento da oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana, saliti a bordo per prelevarli e portarli a terra sotto la custodia della polizia locale». Un particolare fin qui inedito: gli indiani sono effettivamente saliti a bordo ad arrestare i nostri militari, un'azione di forza di una gravità inaudita che avrebbe meritato ben altra reazione da parte nostra.
Questa è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso e si svolgeranno le elezioni locali che condizionerebbero, irrigidendolo, l'atteggiamento delle autorità indiane. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Monday, March 12, 2012
Terzi parla ma interrogativi restano
Finalmente il ministro degli Esteri Giulio Terzi abbandona la reticenza cui si è attenuto fino ad oggi sulle circostanze che hanno portato all'incarcerazione dei nostri due marò in India. Il riserbo sulla vicenda, infatti, deve riguardare i negoziati per la loro liberazione, non i fatti e le responsabilità.
Peccato però che il ministro cominci a fornire i primi chiarimenti a mezzo social media e Corriere della Sera, e non nelle aule parlamentari. Sul suo profilo Twitter fa sapere che «in nessun caso la nave» italiana «doveva entrare in acque indiane» e che «le polemiche sulle responsabilità le lascio ad altri. Io lavoro per riportarli a casa». Che stia lavorando sodo per riportarli a casa ne siamo certi, ma purtroppo non basta. Quando si è ministri contano i risultati, l'efficacia della propria azione, e le «responsabilità» non sono dettagli da «lasciare ad altri».
Una rivelazione importante però arriva, da parte del ministro Terzi, sull'ingresso della Enrica Lexie in acque territoriali indiane e sulla decisione di far sbarcare i marò:
E' un bene che il ministro abbia cominciato a rispondere, sia pure a mezzo stampa e non in Parlamento, ma sono ancora molti gli interrogativi sulla vicenda, e resta la sensazione che i due marò siano soprattutto vittime di decisioni sbagliate dello Stato per il quale operano.
Quella che si apre è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Peccato però che il ministro cominci a fornire i primi chiarimenti a mezzo social media e Corriere della Sera, e non nelle aule parlamentari. Sul suo profilo Twitter fa sapere che «in nessun caso la nave» italiana «doveva entrare in acque indiane» e che «le polemiche sulle responsabilità le lascio ad altri. Io lavoro per riportarli a casa». Che stia lavorando sodo per riportarli a casa ne siamo certi, ma purtroppo non basta. Quando si è ministri contano i risultati, l'efficacia della propria azione, e le «responsabilità» non sono dettagli da «lasciare ad altri».
Una rivelazione importante però arriva, da parte del ministro Terzi, sull'ingresso della Enrica Lexie in acque territoriali indiane e sulla decisione di far sbarcare i marò:
«Ho dato parere negativo all'avvicinamento della nave in territorio indiano nonostante tale decisione non fosse di competenza del ministro degli Esteri e ho continuato a oppormi formalmente al trasferimento dei nostri marò a terra, cosa che è avvenuta solo a seguito di un'azione coercitiva della polizia indiana» (lettera al Corriere)Per la prima volta, dunque, il ministro nega responsabilità della Farnesina su entrambe le questioni, ma gli interrogativi restano e Terzi non chiarisce fino in fondo: se non era degli Esteri, di chi era competenza la decisione di far avvicinare o meno la nave alle acque territoriali indiane? Se era dell'armatore, vorremmo che il governo lo dicesse ufficialmente. Ma soprattutto, il ministro dice di essersi opposto - «formalmente» è l'avverbio che usa - allo sbarco dei due marò. Ma allora, siccome anche la Marina militare si sarebbe opposta, e tendendo ad escludere che i marò abbiano agito di testa loro decidendo di consegnarsi, chi ha deciso quello che nelle prime ore è stato definito da fonti ufficiali come un nostro «atto di cortesia» nei confronti delle autorità indiane? E quando il ministro parla di «azione coercitiva» da parte della polizia indiana, intende che sono saliti a bordo degli agenti per prelevare i nostri militari? Se sì, perché non li hanno arrestati tutti ma solo due? E se no, se non sono saliti a bordo, chi ha deciso di farli scendere a terra?
E' un bene che il ministro abbia cominciato a rispondere, sia pure a mezzo stampa e non in Parlamento, ma sono ancora molti gli interrogativi sulla vicenda, e resta la sensazione che i due marò siano soprattutto vittime di decisioni sbagliate dello Stato per il quale operano.
Quella che si apre è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Friday, March 09, 2012
Subalterni per scelta
La morte di Franco Lamolinara è ben più tragica della situazione in cui si trovano i nostri due marò prigionieri in India, richiederebbe altrettanto riserbo, ma in questo caso le autorità italiane non hanno rinunciato ad alzare i toni della polemica con Londra, nonostante nella vicenda gli inglesi non fossero controparte ma alleati. Persino il capo dello Stato Napolitano è intervenuto severamente, bollando come «inspiegabile il comportamento del governo inglese». Ma sono giustificate le rimostranze italiane? E soprattutto, sono opportune? Sì e no. Innanzitutto, le due versioni non sono poi così contrastanti. Il ministro degli Esteri britannico Hague ha ammesso che Roma è stata avvertita «ad operazione in corso», perché la situazione venutasi a creare sul terreno imponeva una decisione in tempi troppo ristretti per poter illustrare i dettagli e aspettare il via libera italiano. Una giustificazione che si può presupporre fondata, veritiera, dal momento che è stato addirittura deciso di condurre il blitz in pieno giorno, quando è noto che in condizioni di normale pianificazione queste operazioni si conducono di notte.
Se l'Italia non è stata avvertita dell'avvio del blitz, è però ragionevole presumere - in assenza di lamentele sulla comunicazione tra i due Paesi nei giorni e mesi precedenti - che fosse al corrente degli ultimi sviluppi (l'individuazione del luogo della prigionia e il rischio di "vendita" o uccisione degli ostaggi) e, quindi, del fatto che l'esito della vicenda, a giorni, se non ad ore, sarebbe stato proprio quello del blitz, a maggior ragione considerando la politica britannica in questi casi, in generale più incline all'azione di forza che al compromesso con i terroristi. Da quanto sta emergendo da varie fonti, l'accelerazione sarebbe stata causata dall'arresto, lunedì scorso, di un capo locale e di altri quattro membri di Boko Haram, la setta terroristica islamista responsabile del sequestro, che ha sì permesso di individuare l'edificio dove erano rinchiusi gli ostaggi ma che ha inevitabilmente messo in allarme i rapitori.
Ma la polemica innescata da Roma rischia di trasformarsi in un boomerang per l'Italia. Se davvero gli inglesi hanno condiviso le informazioni fino all'ultimo da maggio scorso, cioè dall'inizio del sequestro, il ritardo di pochi minuti nella comunicazione di un blitz sul quale comunque il nostro governo non avrebbe potuto opporre alcun veto, perché uno degli ostaggi era cittadino britannico, a maggior ragione se verrà confermata la massima urgenza imposta dalla situazione, poteva tranquillamente essere sdrammatizzato. Anche per non sottolineare che la nostra posizione nella vicenda - in termini militari, di intelligence e diplomatici - è stata del tutto secondaria, se non passiva. Quali iniziative, e con quale esito, hanno intrapreso i nostri servizi per la positiva risoluzione del sequestro?
Il governo, probabilmente scottato dal caso dei marò, stavolta ha subito fatto la voce grossa, ma alla prova dei fatti la reazione potrebbe dimostrarsi sproporzionata (ancor di più se paragonata all'acquiescenza con gli indiani). A sottolineare l'irrilevanza italiana, infatti, non è tanto il ritardo con il quale ci è stato comunicato il blitz, ma il fatto che non eravamo al centro dell'azione, e che non ci saremmo stati in ogni caso, blitz o non blitz. Solo pochi giorni fa i mainstream media avevano trionfalmente celebrato il ritorno dell'Italia, per merito del governo Monti, tra i Paesi che contano. La tragica sorte di Lamolinara e quella dei due marò (per non parlare del caso Urru, dove probabilmente ci stiamo facendo taglieggiare da finti mediatori) mostrano entrambe, sia pure per aspetti molto diversi, che non è così facile. L'amara realtà è che il nostro status di media potenza, di serie B se non C, dipende non solo da fattori economici, militari e geopolitici, ma anche da una serie di scelte, di comportamenti e approcci radicatissimi e bipartisan, al dunque condivisi anche dall'opinione pubblica.
Nel primo caso, è la nostra politica sui rapimenti all'estero, che praticamente esclude il ricorso all'uso della forza ed è invece incline al pagamento del riscatto, o a qualsiasi altro tipo di compromesso con terroristi o banditi vari, a metterci in una posizione di subalternità, se non del tutto fuori gioco, soprattutto quando tra gli ostaggi c'è un cittadino americano o britannico. Dovremmo chiederci come mai nei casi di sequestro in Italia c'è una legge specifica che vieta ai famigliari di pagare il riscatto, e mi pare che abbia ben funzionato, mentre all'estero siamo pronti a presentarci valigetta in mano. E' fuor di dubbio che pagando i riscatti, o cedendo alle richieste dei terroristi, si alimenta il "business" dei rapimenti. Si salvano - forse - le vite in pericolo in quel momento, ma se ne mettono in pericolo altre centinaia.
Nel secondo caso, invece, paghiamo lo scotto di un corpaccione diplomatico annoiato, addormentato, che chiamato improvvisamente all'opera si dimostra impreparato: si attiva tardivamente e commette errori imperdonabili. La figuraccia con l'India l'abbiamo già fatta quando qualcuno ha assunto, o avallato, la decisione di consegnare i marò, assumendosi il rischio di una rinuncia di fatto alla nostra giurisdizione sul caso. Fatta la frittata, avremmo potuto rimediare, appena constatata la malafede indiana, con una missione di salvataggio, ma non l'abbiamo nemmeno preso in considerazione. E ora la nostra sovranità, e dignità, è nelle mani di un giudice a Kollam. Ma siamo vittime innanzitutto di noi stessi.
Se l'Italia non è stata avvertita dell'avvio del blitz, è però ragionevole presumere - in assenza di lamentele sulla comunicazione tra i due Paesi nei giorni e mesi precedenti - che fosse al corrente degli ultimi sviluppi (l'individuazione del luogo della prigionia e il rischio di "vendita" o uccisione degli ostaggi) e, quindi, del fatto che l'esito della vicenda, a giorni, se non ad ore, sarebbe stato proprio quello del blitz, a maggior ragione considerando la politica britannica in questi casi, in generale più incline all'azione di forza che al compromesso con i terroristi. Da quanto sta emergendo da varie fonti, l'accelerazione sarebbe stata causata dall'arresto, lunedì scorso, di un capo locale e di altri quattro membri di Boko Haram, la setta terroristica islamista responsabile del sequestro, che ha sì permesso di individuare l'edificio dove erano rinchiusi gli ostaggi ma che ha inevitabilmente messo in allarme i rapitori.
Ma la polemica innescata da Roma rischia di trasformarsi in un boomerang per l'Italia. Se davvero gli inglesi hanno condiviso le informazioni fino all'ultimo da maggio scorso, cioè dall'inizio del sequestro, il ritardo di pochi minuti nella comunicazione di un blitz sul quale comunque il nostro governo non avrebbe potuto opporre alcun veto, perché uno degli ostaggi era cittadino britannico, a maggior ragione se verrà confermata la massima urgenza imposta dalla situazione, poteva tranquillamente essere sdrammatizzato. Anche per non sottolineare che la nostra posizione nella vicenda - in termini militari, di intelligence e diplomatici - è stata del tutto secondaria, se non passiva. Quali iniziative, e con quale esito, hanno intrapreso i nostri servizi per la positiva risoluzione del sequestro?
Il governo, probabilmente scottato dal caso dei marò, stavolta ha subito fatto la voce grossa, ma alla prova dei fatti la reazione potrebbe dimostrarsi sproporzionata (ancor di più se paragonata all'acquiescenza con gli indiani). A sottolineare l'irrilevanza italiana, infatti, non è tanto il ritardo con il quale ci è stato comunicato il blitz, ma il fatto che non eravamo al centro dell'azione, e che non ci saremmo stati in ogni caso, blitz o non blitz. Solo pochi giorni fa i mainstream media avevano trionfalmente celebrato il ritorno dell'Italia, per merito del governo Monti, tra i Paesi che contano. La tragica sorte di Lamolinara e quella dei due marò (per non parlare del caso Urru, dove probabilmente ci stiamo facendo taglieggiare da finti mediatori) mostrano entrambe, sia pure per aspetti molto diversi, che non è così facile. L'amara realtà è che il nostro status di media potenza, di serie B se non C, dipende non solo da fattori economici, militari e geopolitici, ma anche da una serie di scelte, di comportamenti e approcci radicatissimi e bipartisan, al dunque condivisi anche dall'opinione pubblica.
Nel primo caso, è la nostra politica sui rapimenti all'estero, che praticamente esclude il ricorso all'uso della forza ed è invece incline al pagamento del riscatto, o a qualsiasi altro tipo di compromesso con terroristi o banditi vari, a metterci in una posizione di subalternità, se non del tutto fuori gioco, soprattutto quando tra gli ostaggi c'è un cittadino americano o britannico. Dovremmo chiederci come mai nei casi di sequestro in Italia c'è una legge specifica che vieta ai famigliari di pagare il riscatto, e mi pare che abbia ben funzionato, mentre all'estero siamo pronti a presentarci valigetta in mano. E' fuor di dubbio che pagando i riscatti, o cedendo alle richieste dei terroristi, si alimenta il "business" dei rapimenti. Si salvano - forse - le vite in pericolo in quel momento, ma se ne mettono in pericolo altre centinaia.
Nel secondo caso, invece, paghiamo lo scotto di un corpaccione diplomatico annoiato, addormentato, che chiamato improvvisamente all'opera si dimostra impreparato: si attiva tardivamente e commette errori imperdonabili. La figuraccia con l'India l'abbiamo già fatta quando qualcuno ha assunto, o avallato, la decisione di consegnare i marò, assumendosi il rischio di una rinuncia di fatto alla nostra giurisdizione sul caso. Fatta la frittata, avremmo potuto rimediare, appena constatata la malafede indiana, con una missione di salvataggio, ma non l'abbiamo nemmeno preso in considerazione. E ora la nostra sovranità, e dignità, è nelle mani di un giudice a Kollam. Ma siamo vittime innanzitutto di noi stessi.
Monday, March 05, 2012
Schiaffoni da tutti, dal Brasile all'India
La situazione dei due marò prigionieri in India per il caso della Enrica Lexie sta peggiorando: la Corte di Kerala ha disposto il trasferimento in carcere per tre mesi, pur concedendo a polizia e direttore delle carceri di studiare una sistemazione diversa. Resta il fatto che a prescindere dalla comodità dell'alloggio, formalmente sono da considerarsi incarcerati. E l'unica cosa che riesce a fare la Farnesina è mandare il segretario generale Massolo a chiedere ad un anonimo incaricato d'affari indiano a Roma che «ogni sforzo venga fatto per reperire prontamente per i nostri militari strutture e condizioni di permanenza idonee». Si esprime «vivissima preoccupazione» (vivissima?), si definiscono «inaccettabili» le misure assunte dalle autorità indiane, ma invece di intimare l'immediata liberazione dei nostri militari, si auspica per loro un letto comodo, «cibo conforme alla loro dieta», ovviamente «procurato e pagato» dalle nostre «autorità consolari». Non pervenute finora dichiarazioni del premier Monti e del ministro degli Esteri Terzi.
E' ovvio che non basta chiedere l'immediata liberazione dei nostri militari, men che meno se a farlo è un oscuro burocrate della Farnesina, perché gli indiani ci accontentino. Ma è quella la richiesta che in ogni sede, pubblica e privata, va avanzata. Niente di meno. Ed è grave che fino ad oggi il governo non abbia ritenuto di compiere alcun passo formale per portare il caso presso le competenti sedi internazionali.
Fin dall'inizio della vicenda gli «atti di cortesia» della nostra diplomazia si sono trasformati in colpevoli autogol sulla pelle dei due nostri militari. Con la scusa del riserbo necessario al buon esito delle trattative con le autorità indiane, il governo non ha mai rivelato chi, e perché, abbia scavalcato la Marina militare nella decisione infausta di consegnare i nostri militari agli indiani. E' arrivato il momento di rompere il silenzio e chiedere a gran voce che chi ha sbagliato paghi, ma il Parlamento è ormai un simulacro di se stesso, solo la camera di compensazione di partiti moribondi, e la grande stampa è così ossequiosa che a prendere in mano un giornale c'è il rischio che si sciolga come un gelato.
Insomma, l'Italia è uno zerbino internazionale. Il Brasile si tiene un terrorista italiano condannato per omicidio come fosse un rifugiato politico; l'India sequestra due nostri militari in acque internazionali; la cooperante Rossella Urru passa di mano in mano, tra aguzzini e finti mediatori. E noi subiamo, mostriamo sorrisi, al più paghiamo i riscatti, nemmeno ci sfiora l'idea di riaffermare la nostra sovranità e dignità nei modi, anche estremi, che possiamo immaginare.
E' ovvio che non basta chiedere l'immediata liberazione dei nostri militari, men che meno se a farlo è un oscuro burocrate della Farnesina, perché gli indiani ci accontentino. Ma è quella la richiesta che in ogni sede, pubblica e privata, va avanzata. Niente di meno. Ed è grave che fino ad oggi il governo non abbia ritenuto di compiere alcun passo formale per portare il caso presso le competenti sedi internazionali.
Fin dall'inizio della vicenda gli «atti di cortesia» della nostra diplomazia si sono trasformati in colpevoli autogol sulla pelle dei due nostri militari. Con la scusa del riserbo necessario al buon esito delle trattative con le autorità indiane, il governo non ha mai rivelato chi, e perché, abbia scavalcato la Marina militare nella decisione infausta di consegnare i nostri militari agli indiani. E' arrivato il momento di rompere il silenzio e chiedere a gran voce che chi ha sbagliato paghi, ma il Parlamento è ormai un simulacro di se stesso, solo la camera di compensazione di partiti moribondi, e la grande stampa è così ossequiosa che a prendere in mano un giornale c'è il rischio che si sciolga come un gelato.
Insomma, l'Italia è uno zerbino internazionale. Il Brasile si tiene un terrorista italiano condannato per omicidio come fosse un rifugiato politico; l'India sequestra due nostri militari in acque internazionali; la cooperante Rossella Urru passa di mano in mano, tra aguzzini e finti mediatori. E noi subiamo, mostriamo sorrisi, al più paghiamo i riscatti, nemmeno ci sfiora l'idea di riaffermare la nostra sovranità e dignità nei modi, anche estremi, che possiamo immaginare.
Wednesday, February 22, 2012
Pasticcio diplomatico
Si stanno impegnando, «ogni minuto» e con il «massimo sforzo», usando tutti i «canali» a disposizione. Lo ha assicurato oggi il premier Monti, come ieri il ministro Terzi alle Commissioni Affari esteri di Camera e Senato. Nessuno può dubitarne e per non turbare i delicati negoziati in corso ha certamente senso l'appello al riserbo, alla riservatezza, a moderare i toni e a non dividerci in polemiche che servirebbero ben poco a riportare a casa i nostri due marò imprigionati in India.
Il governo quindi non ha riferito alle Camere, né il ministro degli Esteri ha offerto una ricostruzione dei fatti alle commissioni competenti. E i parlamentari hanno tutti rispettato la consegna del silenzio. Ok, silenzio. Oggi niente polemiche perché la priorità è «riportare a casa i nostri ragazzi». Quando saranno tornati - speriamo presto - porre certe scomode domande non avrà più senso e il caso verrà archiviato tra le lacrime delle famiglie che potranno riabbracciarli e i complimenti per il successo della nostra diplomazia (dietro riscatto economico, come al solito).
Non sapremo mai, insomma, quale autorità italiana ha ordinato ai nostri militari di scendere dalla Enrica Lexie e di consegnarsi alle autorità indiane; se qualche autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera di uscire dalle acque internazionali, contro il parere della Marina militare; né a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise. Il caso viene trattato mediaticamente come un qualsiasi caso di sequestro, con tanto di gigantografie in Campidoglio; i politici cercano di fare bella figura con ansiosi e patriottici comunicati pieni di ovvietà sull'imperativo di «riportare a casa i nostri ragazzi».
Tutti sembrano aver già perso il bandolo della matassa. L'amara realtà è che questo caso non può essere rubricato alla voce nostri connazionali caduti nelle mani dei pirati somali o di organizzazioni terroristiche, ma alla voce sono proprio tonti questi italiani. Primo, i nostri due militari sono stati consegnati alle autorità indiane, un fatto, credo, senza precedenti nella storia militare recente, e come sia stato possibile non è dato saperlo, nessuno lo dice e nessuno lo chiede; secondo, l'India è un Paese amico, cui vengono riconosciuti dalla comunità internazionale gli standard della democrazia e dello stato di diritto. Insomma, alla base non c'è l'atto criminale di un'entità nemica, ma un nostro «atto di imbecillità».
Uno dei riflessi condizionati della politica in questi casi è di andare alla ricerca della legge sbagliata, che non funziona. Serve una nuova legge, è la risposta istintiva di un "sistema" che sa ragionare solo in termini burocratici. Non ci si chiede nemmeno se il difetto sta davvero nelle norme o se per caso qualcuno ha semplicemente agito male, con leggerezza. Mentre politici e commentatori cominciano a mettere in discussione la legge che regola la presenza di militari a bordo delle navi mercantili con funzioni di scorta anti-pirateria (i pirati ringraziano), nessuno pone un paio di domande elementari: il comandante della Lexie ha preso in assoluta solitudine la decisione di entrare in acque territoriali indiane? E una volta dentro, chi ha ordinato ai militari italiani di consegnarsi? Già il fatto che siano due e non tutti quelli presenti a bordo fa supporre l'esistenza di una trattativa della primissima ora con le autorità indiane. Condotta da chi?
In assenza di ricostruzioni ufficiali dei fatti, ripropongo la mia ipotesi: qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori, in patria e agli occhi degli amici indiani. E a Roma la Farnesina deve aver avallato tale soluzione apparendo così saggia e amichevole. D'altronde, sul modo in cui viene selezionato il nostro corpo diplomatico è lecito sollevare più di qualche dubbio dopo il caso del console fascio-rock Vattani. No, meglio non fare troppe domane. Potremmo scoprire che le vite dei nostri militari all'estero sono nelle mani di qualche console raccomandato.
Il governo quindi non ha riferito alle Camere, né il ministro degli Esteri ha offerto una ricostruzione dei fatti alle commissioni competenti. E i parlamentari hanno tutti rispettato la consegna del silenzio. Ok, silenzio. Oggi niente polemiche perché la priorità è «riportare a casa i nostri ragazzi». Quando saranno tornati - speriamo presto - porre certe scomode domande non avrà più senso e il caso verrà archiviato tra le lacrime delle famiglie che potranno riabbracciarli e i complimenti per il successo della nostra diplomazia (dietro riscatto economico, come al solito).
Non sapremo mai, insomma, quale autorità italiana ha ordinato ai nostri militari di scendere dalla Enrica Lexie e di consegnarsi alle autorità indiane; se qualche autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera di uscire dalle acque internazionali, contro il parere della Marina militare; né a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise. Il caso viene trattato mediaticamente come un qualsiasi caso di sequestro, con tanto di gigantografie in Campidoglio; i politici cercano di fare bella figura con ansiosi e patriottici comunicati pieni di ovvietà sull'imperativo di «riportare a casa i nostri ragazzi».
Tutti sembrano aver già perso il bandolo della matassa. L'amara realtà è che questo caso non può essere rubricato alla voce nostri connazionali caduti nelle mani dei pirati somali o di organizzazioni terroristiche, ma alla voce sono proprio tonti questi italiani. Primo, i nostri due militari sono stati consegnati alle autorità indiane, un fatto, credo, senza precedenti nella storia militare recente, e come sia stato possibile non è dato saperlo, nessuno lo dice e nessuno lo chiede; secondo, l'India è un Paese amico, cui vengono riconosciuti dalla comunità internazionale gli standard della democrazia e dello stato di diritto. Insomma, alla base non c'è l'atto criminale di un'entità nemica, ma un nostro «atto di imbecillità».
Uno dei riflessi condizionati della politica in questi casi è di andare alla ricerca della legge sbagliata, che non funziona. Serve una nuova legge, è la risposta istintiva di un "sistema" che sa ragionare solo in termini burocratici. Non ci si chiede nemmeno se il difetto sta davvero nelle norme o se per caso qualcuno ha semplicemente agito male, con leggerezza. Mentre politici e commentatori cominciano a mettere in discussione la legge che regola la presenza di militari a bordo delle navi mercantili con funzioni di scorta anti-pirateria (i pirati ringraziano), nessuno pone un paio di domande elementari: il comandante della Lexie ha preso in assoluta solitudine la decisione di entrare in acque territoriali indiane? E una volta dentro, chi ha ordinato ai militari italiani di consegnarsi? Già il fatto che siano due e non tutti quelli presenti a bordo fa supporre l'esistenza di una trattativa della primissima ora con le autorità indiane. Condotta da chi?
In assenza di ricostruzioni ufficiali dei fatti, ripropongo la mia ipotesi: qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori, in patria e agli occhi degli amici indiani. E a Roma la Farnesina deve aver avallato tale soluzione apparendo così saggia e amichevole. D'altronde, sul modo in cui viene selezionato il nostro corpo diplomatico è lecito sollevare più di qualche dubbio dopo il caso del console fascio-rock Vattani. No, meglio non fare troppe domane. Potremmo scoprire che le vite dei nostri militari all'estero sono nelle mani di qualche console raccomandato.
Tuesday, February 21, 2012
La malafede indiana e l'indecenza della Farnesina
Una vicenda, quella dei due marò fatti prigionieri in India, che più che «ingarbugliata», come commenta il presidente Napolitano, appare scandalosa, ed emblematica dello scarso rispetto delle istituzioni per la vita dei nostri militari, giocata come carta diplomatica. Scandalosi innanzitutto il comportamento pusillanime e la reticenza delle autorità italiane e della stampa nazionale. Ci fosse stato Frattini a capo della Farnesina, sarebbe stato letteralmente bersagliato di accuse e domande, mentre il ministro Terzi gode dell'innamoramento dei grandi giornali per il governo dei tecnici. Non è pensabile che i due militari italiani abbiano deciso di testa propria, dunque quale autorità italiana ha ordinato loro di scendere a terra e consegnarsi? Quale autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera Enrica Lexie di entrare nel porto di Kochi, contro il parere della Marina militare? E a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise?
La Farnesina parla di «azioni unilaterali» della polizia indiana. Cosa significa? La polizia indiana è salita a bordo della Lexie per prelevarli, o i due marò sono scesi a terra e si sono consegnati? Non è stata la stessa Farnesina, in precedenza, a definire la nostra collaborazione un «semplice atto di cortesia» nei confronti del governo indiano? Domande inevase fino ad oggi e addirittua mai poste dalla stampa mainstream, ma solo da Notapolitca e Il Foglio. In assenza di una ricostruzione precisa e ufficiale degli eventi da parte della Farnesina, e nel totale - e molto sospetto - rifiuto delle autorità indiane di esibire persino le prove più basilari, non ci rimane che pensar male.
Primo: più che un «atto di cortesia» si è trattato di un «atto di imbecillità». Qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello con l'India sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori. Difficilmente la decisione di collaborare con le autorità indiane, e quindi di consegnare i militari, apparentemente così saggia e amichevole, non è stata avallata anche da Roma, dalla Farnesina, in contrasto con la Difesa.
Secondo: se le autorità indiane si rifiutano di esibire il peschereccio bucherellato di colpi, i cadaveri dei pescatori, l'esito dell'autopsia e i proiettili, è d'obbligo dubitare dell'intera versione. Dunque, dove sono questi presunti "pescatori"? Possibile che anche le nostre autorità e la nostra stampa invece di attenersi alla versione dei nostri militari insistano a parlare di «pescatori indiani» di cui finora non s'è vista nemmeno l'ombra? Per quanto ci riguarda, e fino a prova contraria, c'è stato un tentato atto di pirateria ai danni di un'imbarcazione battente bandiera italiana. E gli autori potrebbero essere gli stessi che poche ore dopo hanno tentato di attaccare un cargo greco. Insomma, qui di sicuro ci sono solo due attacchi di pirateria, altro che pescatori. E chi ci dice che non siano proprio loro i pirati? D'altra parte, è sufficiente gettare le armi in mare per trasformarsi da pirati in innocui pescatori.
Dunque, la questione andrebbe posta in altri termini con l'India: com'è possibile che i pirati operino indisturbati a 20 miglia dalle coste indiane? Godono per caso di qualche copertura da parte delle autorità costiere? Non è forse che con l'arresto dei due marò le autorità indiane stanno cercando di insabbiare il fatto che al largo delle loro coste si verificano attacchi di pirateria? O peggio: non riesco proprio a pensare a nessun altro incidente che i pirati, in combutta con le autorità costiere, potrebbero escogitare per dissuadere gli Stati dall'assegnare forze militari a protezione delle navi mercantili.
La Farnesina parla di «azioni unilaterali» della polizia indiana. Cosa significa? La polizia indiana è salita a bordo della Lexie per prelevarli, o i due marò sono scesi a terra e si sono consegnati? Non è stata la stessa Farnesina, in precedenza, a definire la nostra collaborazione un «semplice atto di cortesia» nei confronti del governo indiano? Domande inevase fino ad oggi e addirittua mai poste dalla stampa mainstream, ma solo da Notapolitca e Il Foglio. In assenza di una ricostruzione precisa e ufficiale degli eventi da parte della Farnesina, e nel totale - e molto sospetto - rifiuto delle autorità indiane di esibire persino le prove più basilari, non ci rimane che pensar male.
Primo: più che un «atto di cortesia» si è trattato di un «atto di imbecillità». Qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello con l'India sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori. Difficilmente la decisione di collaborare con le autorità indiane, e quindi di consegnare i militari, apparentemente così saggia e amichevole, non è stata avallata anche da Roma, dalla Farnesina, in contrasto con la Difesa.
Secondo: se le autorità indiane si rifiutano di esibire il peschereccio bucherellato di colpi, i cadaveri dei pescatori, l'esito dell'autopsia e i proiettili, è d'obbligo dubitare dell'intera versione. Dunque, dove sono questi presunti "pescatori"? Possibile che anche le nostre autorità e la nostra stampa invece di attenersi alla versione dei nostri militari insistano a parlare di «pescatori indiani» di cui finora non s'è vista nemmeno l'ombra? Per quanto ci riguarda, e fino a prova contraria, c'è stato un tentato atto di pirateria ai danni di un'imbarcazione battente bandiera italiana. E gli autori potrebbero essere gli stessi che poche ore dopo hanno tentato di attaccare un cargo greco. Insomma, qui di sicuro ci sono solo due attacchi di pirateria, altro che pescatori. E chi ci dice che non siano proprio loro i pirati? D'altra parte, è sufficiente gettare le armi in mare per trasformarsi da pirati in innocui pescatori.
Dunque, la questione andrebbe posta in altri termini con l'India: com'è possibile che i pirati operino indisturbati a 20 miglia dalle coste indiane? Godono per caso di qualche copertura da parte delle autorità costiere? Non è forse che con l'arresto dei due marò le autorità indiane stanno cercando di insabbiare il fatto che al largo delle loro coste si verificano attacchi di pirateria? O peggio: non riesco proprio a pensare a nessun altro incidente che i pirati, in combutta con le autorità costiere, potrebbero escogitare per dissuadere gli Stati dall'assegnare forze militari a protezione delle navi mercantili.
Wednesday, December 01, 2010
A chi giovano i Wikileaks
Elliott Abrams spiega sul Wall Street Journal perché i cables pubblicati da Wikileaks rischiano di causare molti danni soprattutto «agli alleati più deboli e non-democratici degli Usa», quindi alle politiche mediorientali dell'amministrazione americana. I governi autoritari della regione - per esempio del Bahrain, dello Yemen, dell'Arabia saudita o dell'Egitto - parlano liberamente e collaborano con gli Usa sui nemici comuni (l'Iran e i gruppi terroristici islamici), ma hanno bisogno di mantenere segreto questo dialogo e questa collaborazione, sia per non esporsi alle loro ritorsioni, sia per mantenere il controllo di popolazioni in gran parte indottrinate all'islamismo e all'antiamericanismo.
Dictators and authoritarians don't tell their people the truths they tell us; their public speeches are meant to manipulate, not to inform. Instead of educating their citizens, as one might have to do in a democracy, they posture and preen on state-owned television stations and in state-controlled newspapers. Their approach is striking: Tell the truth to foreigners but not to your own population.Ed ecco perché l'operazione Wikileaks è un regalo enorme e inaspettato ai peggiori e ai più pericolosi nemici non solo dell'Occidente, ma dell'intero genere umano. Possiamo anche deplorare la mancanza di democrazia e dibattito pubblico in quei Paesi, ma se consideriamo chi sono i nemici comuni...
We can easily denounce the gap between private and public discourse in such countries, and the lack of real public debate on key security issues. But when we consider the identities of some of the people they fear - the ayatollahs in Tehran, terrorists in Hamas and Hezbollah, al Qaeda itself - we see that the WikiLeaks disclosures are less likely to promote more open government than to give aid and comfort to the enemy.
Monday, November 29, 2010
La sbronza globale per Wikiflop
... e il solito assist alle dittature
I Paesi arabi che fremono per un attacco militare contro l'Iran per fermare il programma nucleare; il governo cinese dietro gli attacchi cibernetici; la corruzione in Afghanistan e l'ansia per il controllo delle testate nucleari pakistane; la Russia «virtualmente uno Stato della mafia» o «un'oligarchia nelle mani dei servizi di sicurezza»; le offerte in denaro per convincere alcuni Paesi ad ospitare i detenuti di Guantanamo; la rinuncia allo scudo antimissile servita a ottenere la collaborazione russa nel dossier iraniano; i missili passati dalla Corea del Nord all'Iran; le armi dalla Siria ad Hezbollah e i sauditi che finanziano al Qaeda. Questi i non-segreti, anzi le cose arcinote che emergono dai cables trafugati da Wikileaks e passati alle principali testate planetarie (snobbati Corriere e Repubblica!).
Anche sui leader una serie di non-notizie e di sentito dire. E allora ecco le bizzarrie di Gheddafi, ecco che Ahmadinejad, Chavez e Mugabe sono definiti «pazzi», la salute di Khamenei è compromessa, Assad e Netanyahu non mantengono le promesse, Erdogan è influenzato da collaboratori e media islamisti, Sarkozy è permaloso e Berlusconi festaiolo. Fonti di terz'ordine, diplomatici e funzionari la cui principale attività notoriamente è di leggere i giornali (e in Italia c'è di che leggere su Berlusconi, non c'è dubbio), giudizi poco qualificati, parziali, incompleti, non definitivi, che non rappresentano le valutazioni, e ancor meno le linee politiche di Washington, ma che vengono elevati di rango, presentati come chissà quali "segreti", con il rischio concreto di gettare nel caos i rapporti tra alleati e non.
Nulla che già non sapessimo, o non avessimo comunque intuito usando la logica, ma i media tutti a fare il gioco di quel furbetto di Assange. Ma se nei contenuti il danno è piuttosto limitato, e l'evento di Wikileaks da questo punto di vista somiglia a un flop, seria è invece la turbativa politico-diplomatica, che potrebbe vanificare gli sforzi per la stabilità in varie aree del mondo, e quindi minacciare la sicurezza; è di per sé dannosa e destabilizzante la sensazione di vulnerabilità degli Stati Uniti rispetto ai loro interlocutori e avversari autocratici; ma soprattutto è grave culturalmente il malinteso su cui si basa l'intera operazione Wikileaks, ovvero uno splendido esempio di come manipolare i principi della democrazia contro di essa, che culmina con l'accusa lanciata oggi da Assange all'amministrazione Obama di essere un «regime che non crede nella libertà di stampa».
Questa non è libertà di stampa, è puro e semplice spionaggio, da cui occorre difendersi, perché mette a repentaglio la nostra sicurezza. Un conto è denunciare una malefatta governativa come lo scandalo Watergate, altra cosa è violare la necessaria riservatezza in cui opera normalmente (e a cui ha diritto, come un individuo) qualsiasi istituzione - la diplomazia, ma anche un'azienda o una procura durante un'indagine - con il rischio (o l'intenzione?) di sabotarne l'azione. Nessuna istituzione - che sia uno Stato o una normalissima famiglia - può sopravvivere alla trasparenza totale (o, piuttosto, al suo mito) senza che il sospetto e le incomprensioni ne compromettano irremediabilmente il corretto funzionamento.
Se l'11 settembre ha dimostrato che nel mondo di oggi non solo gli Stati, ma anche organizzazioni non statuali hanno capacità distruttive di massa, così Wikileaks dimostra che lo spionaggio non è più prerogativa esclusiva degli Stati. Invece di celebrare la libertà di stampa, bisognerebbe chiedersi a chi giova questa immensa operazione di spionaggio, come mai coinvolge solo gli Stati Uniti, mentre non si pretende la medesima "apertura" da regimi come Cina, Russia e Iran, solo per citarne alcuni.
Senza girarci troppo intorno, non credo che Assange sia al soldo di qualche potente dittatura, ma certo il suo è un regalo enorme alle dittature, rivela un'idea distorta - complottistica e infantile al tempo stesso - del potere, che purtroppo sembra avere sempre più presa sui media e sull'opinione pubblica, e in nome della quale rischiamo di disarmare le nostre democrazie; nonché la solita preoccupante visione che vuole gli Stati Uniti, e le democrazie occidentali, sempre su una sorta di banco degli imputati planetario. Spinti dall'irresistibile fascino dell'ignoto che circonda il 'Potere', viene naturale andare a cercare nei meandri degli Stati - solo di quelli democratici ovviamente, approfittando delle libertà che solo le democrazie garantiscono, persino contro loro stesse - la prova delle magagne, salvo poi mostrare al mondo la banalità di un potere nient'affatto inaccessibile, e nient'affatto intento ad intessere chissà quali inconfessabili piani. Insomma, è tutto qui? Dov'è questa diabolica America?
Per quanto riguarda l'Italia, dai file di Wikileaks emergono la trasparenza dell'Eni sui suoi affari in Iran e i rapporti tra il nostro Paese e la Russia, e tra Berlusconi e Putin, che non sono certo un mistero. A prescindere dal giudizio di merito, da sempre, a dispetto di analisi e retroscena che si leggono sui giornali, ritengo che non rappresentino un serio motivo di tensione tra Roma e Washington. Ovvio che gli americani siano sensibili su questo punto e cerchino di "informarsi" su cosa combinano Berlusconi e Putin, o Berlusconi e Gheddafi, ma non è un tema che mette a rischio le buone relazioni tra i due Paesi (tutt'al più Berlusconi potrebbe essere chiamato a riferire alle commissioni affari esteri, non certo al Copasir).
Gli interessi italiani sono alla luce del sole e piuttosto, come ricorda oggi Edward Luttvak al Corriere della Sera, sono stati ben altri, e ben più gravi in passato i motivi di disaccordo e sospetto degli Usa nei nostri confronti: «In Medio Oriente e in Libia con Andreotti, con Craxi in Somalia e nella vicenda dell'Achille Lauro, con il rilascio clandestino del terrorista Abu Abbas. E poi, ancora, con Dini...», o in piena Guerra Fredda con gli investimenti della Fiat in Urss. «Berlusconi parla chiaro: l'alleanza con gli Stati Uniti è strategica per lui; Libia e Russia solo tattica, in difesa degli interessi nazionali, primo tra tutti l'approvvigionamento di gas con l'Eni». Gli alleati «non sono schiavi», osserva Luttvak, capita che per certi interessi nazionali si abbiano pareri diversi. «Gli Stati Uniti - ribadisce a Cnr Media - hanno i loro interessi, l'Italia i suoi, è normale. Possiamo non esserne contenti, e infatti non lo siamo, ma non ci sentiamo traditi. Perché sono cose che l'Italia fa apertamente. Una volta, invece, c'erano tanti sorrisi e poi di nascosto gli italiani facevano i furbi. Andreotti faceva il furbo con gli arabi, Craxi tradiva. Oggi questo non succede».
E comunque sono stati gli Usa e il Regno Unito a sdoganare Gheddafi; è stato proprio Obama a voler inaugurare con la Russia una nuova fase dopo le tensioni durante il secondo mandato di Bush; e comunque nella crisi più acuta dell'ultimo decennio, quella irachena, Berlusconi è stato al fianco dell'America quando sarebbe stato più comodo e politicamente corretto accodarsi al fronte anti-guerra Francia-Germania-Russia; e comunque in Afghanistan siamo tra i pochi alleati ad accrescere il nostro sforzo; e comunque in South Stream entreranno anche i francesi, in North Stream ci sono già tedeschi e francesi, mentre il progetto concorrente, il Nabucco, sponsorizzato da Usa e Ue è di più complessa realizzazione.
I Paesi arabi che fremono per un attacco militare contro l'Iran per fermare il programma nucleare; il governo cinese dietro gli attacchi cibernetici; la corruzione in Afghanistan e l'ansia per il controllo delle testate nucleari pakistane; la Russia «virtualmente uno Stato della mafia» o «un'oligarchia nelle mani dei servizi di sicurezza»; le offerte in denaro per convincere alcuni Paesi ad ospitare i detenuti di Guantanamo; la rinuncia allo scudo antimissile servita a ottenere la collaborazione russa nel dossier iraniano; i missili passati dalla Corea del Nord all'Iran; le armi dalla Siria ad Hezbollah e i sauditi che finanziano al Qaeda. Questi i non-segreti, anzi le cose arcinote che emergono dai cables trafugati da Wikileaks e passati alle principali testate planetarie (snobbati Corriere e Repubblica!).
Anche sui leader una serie di non-notizie e di sentito dire. E allora ecco le bizzarrie di Gheddafi, ecco che Ahmadinejad, Chavez e Mugabe sono definiti «pazzi», la salute di Khamenei è compromessa, Assad e Netanyahu non mantengono le promesse, Erdogan è influenzato da collaboratori e media islamisti, Sarkozy è permaloso e Berlusconi festaiolo. Fonti di terz'ordine, diplomatici e funzionari la cui principale attività notoriamente è di leggere i giornali (e in Italia c'è di che leggere su Berlusconi, non c'è dubbio), giudizi poco qualificati, parziali, incompleti, non definitivi, che non rappresentano le valutazioni, e ancor meno le linee politiche di Washington, ma che vengono elevati di rango, presentati come chissà quali "segreti", con il rischio concreto di gettare nel caos i rapporti tra alleati e non.
Nulla che già non sapessimo, o non avessimo comunque intuito usando la logica, ma i media tutti a fare il gioco di quel furbetto di Assange. Ma se nei contenuti il danno è piuttosto limitato, e l'evento di Wikileaks da questo punto di vista somiglia a un flop, seria è invece la turbativa politico-diplomatica, che potrebbe vanificare gli sforzi per la stabilità in varie aree del mondo, e quindi minacciare la sicurezza; è di per sé dannosa e destabilizzante la sensazione di vulnerabilità degli Stati Uniti rispetto ai loro interlocutori e avversari autocratici; ma soprattutto è grave culturalmente il malinteso su cui si basa l'intera operazione Wikileaks, ovvero uno splendido esempio di come manipolare i principi della democrazia contro di essa, che culmina con l'accusa lanciata oggi da Assange all'amministrazione Obama di essere un «regime che non crede nella libertà di stampa».
Questa non è libertà di stampa, è puro e semplice spionaggio, da cui occorre difendersi, perché mette a repentaglio la nostra sicurezza. Un conto è denunciare una malefatta governativa come lo scandalo Watergate, altra cosa è violare la necessaria riservatezza in cui opera normalmente (e a cui ha diritto, come un individuo) qualsiasi istituzione - la diplomazia, ma anche un'azienda o una procura durante un'indagine - con il rischio (o l'intenzione?) di sabotarne l'azione. Nessuna istituzione - che sia uno Stato o una normalissima famiglia - può sopravvivere alla trasparenza totale (o, piuttosto, al suo mito) senza che il sospetto e le incomprensioni ne compromettano irremediabilmente il corretto funzionamento.
Se l'11 settembre ha dimostrato che nel mondo di oggi non solo gli Stati, ma anche organizzazioni non statuali hanno capacità distruttive di massa, così Wikileaks dimostra che lo spionaggio non è più prerogativa esclusiva degli Stati. Invece di celebrare la libertà di stampa, bisognerebbe chiedersi a chi giova questa immensa operazione di spionaggio, come mai coinvolge solo gli Stati Uniti, mentre non si pretende la medesima "apertura" da regimi come Cina, Russia e Iran, solo per citarne alcuni.
Senza girarci troppo intorno, non credo che Assange sia al soldo di qualche potente dittatura, ma certo il suo è un regalo enorme alle dittature, rivela un'idea distorta - complottistica e infantile al tempo stesso - del potere, che purtroppo sembra avere sempre più presa sui media e sull'opinione pubblica, e in nome della quale rischiamo di disarmare le nostre democrazie; nonché la solita preoccupante visione che vuole gli Stati Uniti, e le democrazie occidentali, sempre su una sorta di banco degli imputati planetario. Spinti dall'irresistibile fascino dell'ignoto che circonda il 'Potere', viene naturale andare a cercare nei meandri degli Stati - solo di quelli democratici ovviamente, approfittando delle libertà che solo le democrazie garantiscono, persino contro loro stesse - la prova delle magagne, salvo poi mostrare al mondo la banalità di un potere nient'affatto inaccessibile, e nient'affatto intento ad intessere chissà quali inconfessabili piani. Insomma, è tutto qui? Dov'è questa diabolica America?
Per quanto riguarda l'Italia, dai file di Wikileaks emergono la trasparenza dell'Eni sui suoi affari in Iran e i rapporti tra il nostro Paese e la Russia, e tra Berlusconi e Putin, che non sono certo un mistero. A prescindere dal giudizio di merito, da sempre, a dispetto di analisi e retroscena che si leggono sui giornali, ritengo che non rappresentino un serio motivo di tensione tra Roma e Washington. Ovvio che gli americani siano sensibili su questo punto e cerchino di "informarsi" su cosa combinano Berlusconi e Putin, o Berlusconi e Gheddafi, ma non è un tema che mette a rischio le buone relazioni tra i due Paesi (tutt'al più Berlusconi potrebbe essere chiamato a riferire alle commissioni affari esteri, non certo al Copasir).
Gli interessi italiani sono alla luce del sole e piuttosto, come ricorda oggi Edward Luttvak al Corriere della Sera, sono stati ben altri, e ben più gravi in passato i motivi di disaccordo e sospetto degli Usa nei nostri confronti: «In Medio Oriente e in Libia con Andreotti, con Craxi in Somalia e nella vicenda dell'Achille Lauro, con il rilascio clandestino del terrorista Abu Abbas. E poi, ancora, con Dini...», o in piena Guerra Fredda con gli investimenti della Fiat in Urss. «Berlusconi parla chiaro: l'alleanza con gli Stati Uniti è strategica per lui; Libia e Russia solo tattica, in difesa degli interessi nazionali, primo tra tutti l'approvvigionamento di gas con l'Eni». Gli alleati «non sono schiavi», osserva Luttvak, capita che per certi interessi nazionali si abbiano pareri diversi. «Gli Stati Uniti - ribadisce a Cnr Media - hanno i loro interessi, l'Italia i suoi, è normale. Possiamo non esserne contenti, e infatti non lo siamo, ma non ci sentiamo traditi. Perché sono cose che l'Italia fa apertamente. Una volta, invece, c'erano tanti sorrisi e poi di nascosto gli italiani facevano i furbi. Andreotti faceva il furbo con gli arabi, Craxi tradiva. Oggi questo non succede».
E comunque sono stati gli Usa e il Regno Unito a sdoganare Gheddafi; è stato proprio Obama a voler inaugurare con la Russia una nuova fase dopo le tensioni durante il secondo mandato di Bush; e comunque nella crisi più acuta dell'ultimo decennio, quella irachena, Berlusconi è stato al fianco dell'America quando sarebbe stato più comodo e politicamente corretto accodarsi al fronte anti-guerra Francia-Germania-Russia; e comunque in Afghanistan siamo tra i pochi alleati ad accrescere il nostro sforzo; e comunque in South Stream entreranno anche i francesi, in North Stream ci sono già tedeschi e francesi, mentre il progetto concorrente, il Nabucco, sponsorizzato da Usa e Ue è di più complessa realizzazione.
Friday, August 14, 2009
Diplomazia senza politica
Tutto qui? Se davvero le nuove sanzioni minacciate ai danni della giunta militare birmana per la condanna del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi si riducono, come sembra, a colpire i quattro giudici responsabili del verdetto, aggiunti nella lista delle persone indesiderate, e i loro beni congelati, l'Unione europea si copre di ridicolo. Tanto tuonò che non piovve. Né ha avuto gran forza la reazione americana, ma vedremo quali risultati porterà a casa il senatore Usa Jim Webb, stretto collaboratore del presidente Obama - almeno così pare - in visita in Birmania per incontrarsi con la giunta. Per non parlare del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, organo ormai del tutto ininfluente che non fa che esprimere "preoccupazioni".
Tutto questo circo diplomatico viene preso di mira da Claudia Rosett, che coglie il lato tragi-comico di una diplomazia ormai fine a se stessa, che accompagna una non-politica, con le sue parole vuote, rituali, senza alcun seguito, come i vari "concerned", disappointed", "unacceptable":
Tutto questo circo diplomatico viene preso di mira da Claudia Rosett, che coglie il lato tragi-comico di una diplomazia ormai fine a se stessa, che accompagna una non-politica, con le sue parole vuote, rituali, senza alcun seguito, come i vari "concerned", disappointed", "unacceptable":
«There's a comic side to this, as over-use and misuse combine to empty this already vacuous jargon of any real meaning».Qui non s'intende contestare le espressioni diplomatiche in sé, a volte la loro inevitabile inafferrabilità, ma il fatto che dietro di esse si nasconda molto spesso un vuoto politico.
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