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Thursday, December 15, 2016

20 gennaio, faster please!

Non ci mancherai Barack, sore loser in chief

Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.

E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.

La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.

Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".

Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".

E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).

Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Want to recognize Russia as an enemy? Want Congress to do a thoroughgoing investigation of all its espionage and meddling in our country, including efforts to influence election outcomes? Want to hold Trump’s feet to the fire because you’re worried that he and some of his subordinates seem oddly well-disposed toward Putin, a murderous, anti-American dictator? By all means, let’s do it. It’s way past time.

But let’s not pretend the "Russia hacked the election" farce is anything other than what it is: a scheme by the Democrat-media complex to rationalize a do-over - to persuade the Electoral College that it is not bound by the election results. The spectacle we’re watching has nothing to do with Russia.

Tuesday, December 13, 2016

Un "dealmaker" al Dipartimento di Stato

Pubblicato su Ofcs Report

Il "petroliere". Il ceo di Exxon Tillerson è la scelta di Trump come segretario di Stato: diffidare da chi lo liquida come amico (e quindi "servo") di Putin

Nella formazione della sua squadra di governo il presidente eletto Donald Trump continua a stupire con scelte all'insegna non dell'ideologia, ma del pragmatismo, della competenza e della coerenza con le priorità indicate in campagna elettorale. Scelte di altissimo profilo, che indicano la sua intenzione di circondarsi delle menti e delle carriere più brillanti del Paese nei vari ambiti di governo. Dopo tre generali - James Mattis alla Difesa, John Kelly alla Sicurezza interna e Michael Flynn come consigliere alla Sicurezza nazionale - è finalmente arrivata la scelta per la casella più importante e influente della sua amministrazione, la carica di segretario di Stato. Trump ha scelto Rex Wayne Tillerson, presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ha superato di slancio i "due litiganti", il favorito dell'establishment del Partito repubblicano Mitt Romney, candidato alla Casa Bianca di quattro anni fa, e l'ex procuratore ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, fedelissimo della prima ora di Trump, che però nei giorni scorsi si era ritirato dalla corsa. Ad affiancare Tillerson nel ruolo di vicesegretario dovrebbe essere l'ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, John Bolton.

"It's the economy...", anzi "il petrolio...", direbbe con occhi sbarrati il personaggio interpretato da Robert Redford nel celebre film di Sidney Pollack "I tre giorni del Condor". E nel mercato del petrolio la geopolitica è pane quotidiano. Almeno un paio di cose ce le dice sulle intenzioni di Trump questa scelta destinata a destare molte polemiche e perplessità. Primo, che per il neo presidente anche in politica estera la vera priorità è l'economia. Secondo, che pensa di dover concludere molti accordi, se vuole accanto a sé come segretario di Stato un uomo d'affari abituato a siglare accordi ad altissimo livello con enormi poste in gioco. Tillerson è infatti il "dealmaker" per eccellenza, un maestro di geopolitica. E non è un mistero che in cima all'agenda di Trump, dichiarate in campagna elettorale, ci sono due "mission impossible": una maggiore cooperazione con la Russia (il "reset" con Mosca fu mancato persino da Hillary Clinton e Obama all'inizio dei loro mandati) e un duro confronto con la Cina sul commercio, la politica monetaria e le questioni di sicurezza. Roba da far tremare i polsi a chiunque, un po' meno forse a chi è abituato a negoziare accordi da miliardi di dollari.

Lo stesso Trump ha spiegato di averlo scelto per il suo bagaglio di conoscenze globali e le sue abilità da manager. "La cosa che mi piace di più di Rex Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare con successo con tutti i tipi di governi stranieri", "è un giocatore di calibro mondiale... conosce molti dei giocatori e li conosce bene". "La sua tenacia, la sua ampia esperienza e profonda comprensione della geopolitica lo rendono un'eccellente scelta", ha aggiunto il presidente eletto, anticipando che il futuro segretario di Stato "promuoverà la stabilità regionale e si concentrerà sui principali interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Rex sa come si gestisce un'impresa globale, il che è cruciale per guidare con successo il Dipartimento di Stato, e le sue relazioni con i leader di tutto il mondo non sono seconde a nessuno". Anche le multinazionali hanno una loro politica estera, la cui priorità di solito è la stabilità. Ma per quanto siano "globali", gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli di un Paese come gli Stati Uniti. E' solo una delle perplessità che Tillerson dovrà dissipare.

Destano preoccupazioni, inoltre, e saranno motivo di una resistenza probabilmente bipartisan in Senato alla ratifica della sua nomina, i suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. In Russia Tillerson ha concluso per Exxon importanti accordi, così come in un'altra cinquantina di Paesi, molti dei quali retti da governi altrettanto autoritari (se non sanguinari) e tra i più corrotti (Ciad, Venezuela, Libia, Iraq, Angola, Guinea equatoriale). Nel 2011 ha negoziato con le autorità russe un gigantesco accordo che consente alla Exxon di esplorare i giacimenti dell'Artico, permettendo in cambio alla compagnia petrolifera russa Rosneft di investire nelle concessioni Exxon nel mondo. Nel 2012 è stato insignito da Putin (insieme al nostro Paolo Scaroni, ex ad di Eni) dell'Ordine dell'Amicizia, onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che più hanno contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Inoltre, si è detto contrario alle sanzioni occidentali contro Mosca (che definisce "ineffective", inefficaci).

Tillerson è stato quindi sbrigativamente "bollinato" dalla solita stampa mainstream, dall'"inviato collettivo", e da alcuni commentatori come "l'amico di Putin". Analisi che tuttavia rischiano di rivelarsi superficiali, come d'altronde siamo ormai abituati a notare quando si parla di Trump. Che senso ha parlare di "amicizia" nel mondo degli affari e, ora, in politica estera? In questi ambiti il concetto di amicizia dev'essere quanto meno contestualizzato e relativizzato. Ci può essere stima, rispetto reciproco. Ci possono essere buoni e persino ottimi rapporti. Ma a certi livelli, quando sono in gioco da una parte affari per miliardi di dollari e dall'altra le ambizioni geopolitiche di un Paese come la Russia, non esiste "amicizia". Esistono gli interessi e l'intelligenza, l'abilità dei giocatori di concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, "win-win". Se questa è amicizia, ben venga anche fra avversari in politica internazionale. Così come è difficile immaginare che Tillerson abbia per "amicizia" anteposto gli interessi di Putin a quelli della Exxon, perché dovrebbe anteporli a quelli degli Stati Uniti che ora èchiamato a rappresentare? E detto tra parentesi, è curioso come gli stessi che oggi, prim'ancora che metta piede alla Casa Bianca, accusano Trump di voler favorire la Russia non abbiano emesso un fiato in questi otto anni, mentre le incertezze e i pasticci di Obama e di Hillary Clinton spianavano davvero la strada a Putin regalando alla Russia i maggiori successi geopolitici - dall'Ucraina al Medio Oriente - degli ultimi decenni, di cui oggi probabilmente non resta che prendere atto con realismo.

A raccomandare Tillerson al transition team di Trump, niente meno che James Baker, stimato segretario di Stato (di scuola realista) durante la presidenza di Bush padre, l'ex segretario alla difesa ed ex direttore della Cia Robert Gates e l'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, esponenti di spicco delle amministrazioni di George W. Bush. E tutte autorevoli personalità "di governo", che godono di una stima bipartisan nella comunità degli affari esteri statunitense. Non esattamente le referenze di un "tirapiedi" di Putin. L'amicizia di Tillerson con Putin è "una narrazione completamente falsa", avverte Bob Gates intervistato dalla Pbs. "Penso sia un errore pensare che siccome Rex Tillerson ha fatto con successo affari in Russia, allora lui sia il migliore amico di Putin". "Ampia conoscenza, esperienza e successo nel trattare con dozzine di governi e leader in ogni angolo del mondo", è il valore aggiunto che Tillerson porterà al Dipartimento di Stato secondo Gates, che lo definisce "una persona di grande integrità, il cui unico obiettivo in carica sarebbe quello di tutelare e far avanzare gli interessi degli Stati Uniti... Sarà un campione globale dei migliori valori del nostro Paese". Dello stesso tenore la dichiarazione di supporto della Rice, secondo cui porterà al Dipartimento di Stato la sua "ampia e straordinaria esperienza internazionale, una profonda comprensione dell'economia globale e la sua ferma convinzione nello speciale ruolo dell'America nel mondo". Lo definisce "uomo d'affari di successo e patriota", che "rappresenterà gli interessi e i valori degli Stati Uniti con impegno e risolutezza".

Ma nella biografia di Tillerson emergono anche particolari interessanti: boy scout in gioventù, tra il 2010 e il 2012 è stato il capo di tutti gli scout d'America, sostenendo la decisione di ammettere anche ragazzi e ragazze dichiaratamente omosessuali. E' un patito di Abraham Lincoln e uno dei suoi libri preferiti è "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand, pietra miliare del pensiero libertario.

Che la promozione attiva della democrazia, il "nation-building", l'interventismo come imperativo morale non saranno i principi-guida della politica estera dell'amministrazione Trump lo sapevamo già e la scelta di una figura come Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato ne è la conferma. Questo non significa tuttavia che Trump o Tillerson agiranno da "fantocci" di Putin e che gli interessi degli Stati Uniti saranno svenduti alla Russia. Nel 2008, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Tillerson ha bacchettato Mosca sullo stato di diritto: "Non c'è rispetto per la legge, nella Russia di oggi", deve "migliorare il funzionamento del sistema giudiziario e della magistratura". "Non condivido tutto ciò che Putin sta facendo - ha spiegato, a febbraio, agli studenti dell'Università del Texas - Non condivido tutto ciò che molti leader stanno facendo. Ma Putin comprende che sono un uomo d'affari. E ho investito molti soldi, la nostra compagnia ha investito molti soldi in Russia, con molto successo". Affari o amicizia?

Sunday, December 11, 2016

Quali profughi? Il grande inganno dell'accoglienza

Corriere di oggi, pagina 25, andatevi a leggere quanto pesano i profughi siriani sull'ondata migratoria che arriva in Italia (dati 9 dicembre 2016)... Come? Sì, avete letto bene, la Siria non figura nemmeno tra le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco... Poi rileggetevi le recenti dichiarazioni del commissario europeo Avramopoulos ("Se confrontiamo Italia e Grecia vediamo che fino all'80% dei migranti che attraversano il Mar Egeo sono profughi, mentre la maggioranza di quelli che arrivano in Italia dal Mediterraneo centrale, anche in questo caso l'80%, sono irregolari"), incrociatele con il dato sulle espulsioni dall'Italia (sempre Corriere di oggi, "espulso solo uno su dieci"), e capirete perché l'emergenza immigrazione in Italia è tutta nostra, non c'entra nulla il "dovere morale" di accogliere i profughi ma dipende dalle assurde politiche dei nostri governi, e questo spiega perché sul tema siamo completamente isolati in Europa.

Immigrazione senza fondo che, insieme alla stagnazione economica, è anche la principale causa della caduta di consensi al Governo Renzi (e, quindi, della sconfitta referendaria che gli è costata Palazzo Chigi). La Merkel l'ha capito e si è ricandidata per un quarto mandato non senza aver cambiato musica proprio sull'immigrazione.

UPDATE 16 dicembre
Il Financial Times ha preso visione di un documento di Frontex, l'agenzia europea per i confini esterni, in cui si accusano le ong che operano nel Mediterraneo di collusione con gli scafisti... Ma del primo complice, il governo italiano, ancora non si sono accorti... Per ora.

Tutti gli errori di Renzi e il fattore 40%

Gli errori di Renzi da una parte, le incertezze sulla reale motivazione degli elettori del No dall'altra. Hanno prevalso i primi. L'aspetto positivo dell'esito del voto referendario del 4 dicembre è che una pessima riforma costituzionale è stata bocciata. Quello negativo è che per chissà quanti anni nessuna maggioranza si azzarderà a toccare una delle Costituzioni più brutte, illiberali e disfunzionali tra le democrazie occidentali (e se lo farà, la riforma sarà il frutto di un compromesso ancora più al ribasso e andrà incontro al medesimo esito). Sul piano politico, l'aspetto positivo è che se ne va a casa un governo che in modo quasi criminale ha sprecato tre preziosissimi anni in cui, tra flessibilità sui conti concessa dalla Commissione europea e quantitive easing di Draghi, si erano create condizioni irripetibili per rilanciare l'economia del nostro Paese. E li ha sprecati buttando dalla finestra miliardi di euro (conto che ci ritroviamo ogni anno nelle clausole di salvaguardia) in mance elettorali e spesa pubblica improduttiva. L'aspetto negativo è che i governi futuri saranno molto probabilmente peggiori.

I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).

Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...

Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.

Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.

IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.

Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.

Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.

Friday, December 02, 2016

Ancora qualche speranza per il Sì e le deboli ragioni di un voto inutile

Nessuna previsione sull'esito del voto di domenica, solo alcuni "indizi" in un senso o nell'altro...
Da una parte gli errori di Renzi (nella riforma, troppo debole, e nell'azione di governo), dall'altra qualche dubbio sul netto vantaggio dei No nei sondaggi (forse sopravvalutati, perché forse in realtà sono meno motivati) e l'antirenzismo.

Renzi ha commesso, tra i tanti, almeno due errori che potrebbero essergli fatali.
Nella riforma non c'è una sola idea forte che possa mobilitare un voto d'opinione per il Sì (ne avrebbe avuto bisogno, avendo contro tutte le altre forze politiche), se non una generica voglia di cambiamento, qualunque esso sia. Ha commesso il tipico errore dei riformisti con molte ambizioni e poche convinzioni: non volendo scontentare nessuno, tanto meno scandalizzare i sacerdoti della Carta, e inseguendo compromessi sempre più al ribasso con la sua minoranza interna, il premier si ritrova con un testo senz'anima, scritto male, per cui è difficile votare con entusiasmo nel merito, senza nemmeno essere riuscito né a garantirsi un ampio sostegno in Parlamento né a tenere unito il suo partito.

Un altro errore fatale ha a che fare invece con l'azione di governo. Pensando di fare bella figura a buon mercato ha insistito con una politica sull'immigrazione letteralmente suicida, che è a mio avviso non l'unica ma la principale causa della caduta di consensi rispetto al 40% preso alle europee. E ciò che è più grave, proprio tra gli elettori dei ceti medio-bassi e di centro e centrodestra che orfani del berlusconismo gli avevano aperto una linea di credito e senza i quali - avrebbe dovuto pensarci prima - domenica sarà difficilissimo superare il 50%+1.

Dunque, come registrano le ultime corse clandestine, la strada per il Sì è molto in salita. Ma alcuni elementi lasciano aperto qualche spiraglio...
Se è vero che il No è forte soprattutto tra i giovanissimi e al Sud, è anche vero che si tratta in entrambi i casi di elettori a forte rischio astensionismo dell'ultima ora. Non mi sembra, inoltre, che il fronte del No si sia troppo sforzato di spiegare che questa volta non è previsto alcun quorum perché il referendum sia valido, mentre molti elettori sono ormai abituati a pensare che basti non partecipare per far fallire un referendum. Infine, l'antirenzismo, il "tutti contro Renzi", somiglia sempre più all'antiberlusconismo. Nel caso di Berlusconi per molti anni gli elettori hanno continuato a simpatizzare nel segreto dell'urna per l'"eroe mascariato" e demonizzato. Potrebbe scattare per Renzi lo stesso meccanismo? Votare No solo per farlo fuori per quanti elettori può essere un motivo sufficiente?

Nelle analisi della stampa sia italiana che estera la vittoria del No in Italia sarebbe coerente con il vento di "populismo" globale che avrebbe fatto prevalere la "Brexit" nel Regno Unito e portato Trump alla Casa Bianca. In entrambi i casi a nulla sono valse le minacce di catastrofi su cui hanno tentato di far leva i loro avversari, rilanciate in modo compatto dai mainstream media e dalle principali istituzioni politiche e finanziarie (catastrofi che puntualmente non si sono realizzate, anzi...). Tuttavia, il contesto italiano è molto più complesso. Innanzitutto, pezzi di establishment e di vecchia politica sono presenti e protagonisti in entrambi i fronti referendari. Inoltre, qui gli elettori, al contrario di quelli inglesi e americani, considerando i fondamentali dell'economia italiana hanno qualche ragione in più per temere l'instabilità politica che si aprirebbe dopo una sconfitta di Renzi e l'avvento dell'ennesimo governo tecnico, con cui si sono troppe volte scottati.

Sì o no, dunque? Volendo decidere nel merito, la riforma fa schifo. Anche se non c'è un rischio di deriva autoritaria (la sinistra controlla da 25 anni la presidenza della Repubblica, continuerà con o senza riforma: vi siete mai chiesti come mai nonostante i due governi più longevi siano quelli Berlusconi non sia mai capitata l'elezione del presidente con una maggioranza di centrodestra in Parlamento? Solo un caso?). C'è semmai il rischio di una deriva "confusionaria", ma quella è già in corso da tempo...

Un motivo per il Sì potreste trovarlo nel voler comunque infrangere il tabù di una Costituzione intoccabile, nella certezza che questa riforma richiederà correzioni e nella speranza (illusione?) che prima o poi qualcuno avrà le palle per proporre al Paese una vera riforma. Dovesse vincere il No, va considerata molto seriamente l'ipotesi che il capitolo riforme costituzionali si chiuda per almeno un altro decennio.

E infine, c'è il Sì o il No "politico": no, per mandare a casa il Governo Renzi. Sì, per rottamare opposizioni che non offrono nessuna seria alternativa a Matteo Renzi. Attenzione però: se vince il No si cestina la riforma ma è altamente improbabile che Renzi si ritiri a vita privata. Anzi, lontano dal governo, meglio ancora se per un anno e mezzo, potrebbe recuperare slancio, si ritroverebbe la campagna elettorale (gli alibi?) già scritta ("l'Italia stava ripartendo ma non mi hanno fatto finire le riforme") e con milioni di Sì (quasi il 50%) tutti suoi, mentre per i suoi avversari l'eventuale maggioranza del No al referendum si tradurrebbe, alle elezioni politiche, in molteplici minoranze difficilmente coalizzabili per candidarsi al governo del Paese. In ogni caso, state sereni: che vinca il sì o che vinca il no, questo sfortunato Paese è ormai irrimediabilmente destinato al declino e al soffocamento fiscale e burocratico.

Tuesday, November 22, 2016

La "transizione" Trump: verso una presidenza pragmatica?

Pubblicato su Ofcs Report

I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo

La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.

L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?

Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?

Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.

Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.

Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.

Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?

Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.

E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.

La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.

Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.

Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.

Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.

Saturday, November 12, 2016

C'è un po' di Reagan nella vittoria di Trump che ha riportato a casa i "Reagan Democrats"

Pubblicato su L'Intraprendente

Una delle certezze spacciate dai mainstream media americani (e copiate dai nostri anche al di qua dell'Atlantico) durante questa campagna per la Casa Bianca è che in ogni caso Trump avrebbe irrimediabilmente fatto a pezzi il Gop. Il suo populismo, le volgarità, l'impreparazione inconciliabili con la serietà e la rispettabilità dei candidati del partito. I suoi messaggi antitetici ai principi conservatori, e lui definito addirittura un pericoloso fascista. Molte le defezioni dell'establishment repubblicano, dai neoconservatori alla famiglia Bush. Tra gaffe e approssimazione, la sua campagna è stata ridicolizzata dai commentatori. Eppure, in poche ore quella che doveva essere una crisi esistenziale del Gop si è trasformata in una irresistibile ondata repubblicana.

Come è stato possibile? Innanzitutto, mettendo in secondo piano il problema del suo carattere, gli elettori repubblicani (al 90%) e la maggioranza del partito hanno riconosciuto che l'agenda Trump era essenzialmente conservatrice su quasi tutti i temi (immigrazione, tasse, law and order, aborto, secondo emendamento, Corte suprema, spesa militare, sanità, energia), discostandosi dalle posizioni tradizionali degli ultimi decenni solo su politica estera, commercio internazionale e Wall Street. I primi dati sui flussi elettorali mostrano che Trump ha conquistato una percentuale maggiore di voti rispetto a Romney nel 2012 tra gli elettori afroamericani, latini, asiatici, e anche tra le donne bianche, nonostante le sue uscite, bollate come razziste e sessiste, avrebbero dovuto danneggiarlo in modo irreparabile proprio presso questi gruppi di elettori. Dunque, si è rivelato "unamedicina piuttosto che un veleno" per il Gop.

Ma ciò che è stato più sottovalutato è lo straordinario valore aggiunto che Trump ha portato alla campagna con il suo appello ad un elettorato trasversale, in particolare alla working class bianca delusa, che ha gli ha permesso di strappare ai democratici gli stati della "Rust Belt", operazione non riuscita quattro anni prima a Mitt Romney e impensabile senza il coraggio di messaggi "eretici" rispetto alle tradizionali posizioni repubblicane sul commercio internazionale, sui posti di lavoro persi nell'industria e su Wall Street. Non si è verificato il pronosticato esodo di elettori repubblicani "never Trump" verso Hillary (solo il 7%). Al contrario, secondo gli exit poll della Cnn Trump ha conquistato il 9% del voto democratico.

E' così scandaloso alla luce di questi dati un paragone fra Donald Trump e Ronald Reagan? Anche Reagan nel 1980 ha vinto a sorpresa, ribaltando i pronostici della vigilia che vedevano favorito il democratico Carter. Anche Reagan era accusato dagli avversari e dai commentatori di essere rozzo, impreparato e pericoloso, nonostante fosse stato per due mandati governatore della California. Anche Reagan era un ex democratico ed era poco amato da importanti settori dell'establishment del partito che infatti contrastarono la sua candidatura. Sembrano fermarsi qui le analogie fra Trump e Reagan, ma in realtà ciò che più li avvicina, politicamente, è il voto dei "Reagan Democrats".

Grazie alla sua insistenza su un commercio internazionale che sia giusto oltre che libero, sul rispetto delle leggi sull'immigrazione, e alla promessa di riportare negli Usa i posti di lavoro persi a favore di Messico e Cina, Trump ha riportato a casa i "Reagan Democrats", vincendo i grandi stati (ex) industriali (Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Ohio), che tutti insieme non votavano per un presidente repubblicano dal 1984, cioè proprio l'anno della rielezione "landslide" di Ronald Reagan.

Chi sono i "Reagan Democrats"? Sono elettori della working class, bianchi non laureati, si definiscono cristiani ma distanti dalla destra religiosa. Elettori che avevano abbandonato il Partito democratico per votare Reagan nel 1980, e ancora di più nel 1984. Oggi sono in gran parte elettori indipendenti, che si sentono liberal sui temi sociali e conservatori in campo economico e fiscale. Trump ha conquistato il 48% dei loro voti contro il 42% della Clinton, secondo gli exit poll della Cnn, mentre il sondaggio finale IBD/TIPP attribuiva a Trump un vantaggio addirittura di 10 punti (48% a 38%) sulla Clinton negli stati del Midwest. E il Washington Post ha calcolato che su 700 contee che hanno votato per due volte Obama, un terzo (molte delle quali proprio nel Midwest) è passato a Trump. Tra gli elettori bianchi non laureati Trump ha prevalso di 41 punti percentuali, contro i 26 di Romney quattro anni prima. Nel 2012 Obama aveva vinto la rurale Monroe County, nella "coal belt" dell'Ohio, con 8 punti di vantaggio, ha ricordato Laura Meckler del WSJ, mentre Trump quest'anno l'ha fatta sua per 47 punti. Nella Luzerne County delle "tute blu", in Pennsylvania, Obama aveva prevalso di 5 punti, Trump l'ha vinta con 19 punti di distacco.

Insomma, con le sue incursioni a sinistra su industria e commercio Trump potrebbe aver ricostituito (o almeno posto le basi per ricostituire) la "Reagan Majority", la coalizione che ha garantito a Ronald Reagan due mandati, seguiti dal mandato di Bush senior.

La somma di elettori repubblicani, working class bianca e indipendenti ha portato il Gop alla conquista della Casa Bianca e alla conferma delle maggioranze sia alla Camera che al Senato per la prima volta dagli anni '20 del secolo scorso. Lungi dall'affondare il Partito repubblicano, pare che Trump l'abbia salvato. Difficile immaginare come un diverso candidato, che sarebbe rimasto nella "comfort zone" del partito, probabilmente scontrandosi con il problema della coperta troppo corta come Mitt Romney quattro anni prima, avrebbe potuto battere la Clinton e garantire ai Repubblicani una posizione più forte. Posizione di forza che ora rappresenta una grande opportunità. Sarebbe un errore imperdonabile sprecarla in guerre intestine e incomprensioni tra la presidenza e la leadership del partito che controlla Camera e Senato. Alcune iniziative chiave, come sanità e riforma fiscale, in grado di rilanciare l'economia, potrebbero consolidare il consenso e porre le basi per una più solida maggioranza nel Paese. Come Reagan, Trump verrà giudicato non sulle pretestuose polemiche della sinistra, ma sulla capacità di rendere l'America di nuovo grande.

Lo sconfitto innominabile: Barack H. Obama

Pubblicato su L'Intraprendente

L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...

I media hanno raccontato queste elezioni come un referendum su Trump, enfatizzando le divisioni all'interno del Gop sulla sua candidatura con l'intento di danneggiarlo. E se invece l'8 novembre un referendum si fosse tenuto, ma su Barack Obama? "L'arma segreta di Trump? Obama", ha scritto Kimberly Strassel sul WSJ, un presidente che "ha imposto una legislazione impopolare e governato attraverso ordini esecutivi e una regolazione extralegale". Non lo ammetteranno mai giornali e tv mainstream, non solo americani, che in questi otto anni hanno riposto in cantina il loro spirito critico pur di celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, sia in campo economico che in politica estera, ma alla vittoria di Trump potrebbe aver contribuito il ripudio da parte degli elettori dell'operato e delle politiche del presidente uscente.

Sollevare un simile interrogativo equivale a una lesa maestà. Eppure, la sua eredità non era forse "nelle urne", come lo stesso Obama aveva detto a settembre? Alla luce dei risultati, la principale eredità di Obama sembra essere il "tracollo del Partito democratico", ha scritto Rich Lowry sul NYPost. Alcuni dati. Il suo partito è uscito devastato dai suoi due mandati. Nel 2009, primo anno della presidenza Obama, i Democratici controllavano entrambi i rami del Congresso (con una quasi-supermaggioranza al Senato), e nel 2010 60 assemblee legislative statali su 99. Ben 29 governatori (contro 22) erano democratici. Già nel 2010 comincia a cambiare il vento: perdono il controllo della Camera e nel 2014 del Senato. Oggi sono solo 15 i governatori democratici (contro 34) e controllano 30 assemblee legislative statali. Nel 2017 i repubblicani potrebbero raggiungere il record di 34 stati sotto il loro controllo. Non succede dal 1922, sotto la presidenza di Warren Harding il cui slogan, guarda caso, era "America First". Tutta colpa di Hillary Clinton? O magari c'entra qualcosa l'inquilino della Casa Bianca?

Dopo che i suoi eccessi legislativi sono costati al partito le maggioranze al Congresso, Obama non ha battuto ciglio, è andato avanti per la sua strada a colpi di ordini esecutivi, soprattutto nella regolazione ambientale e l'immigrazione. Anche i dati economici parlano di una crescita striminzita (l'unico presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato), di posti di lavoro insufficienti, sia per quantità che per qualità. E ancora, il fallimento dell'ObamaCare, dai costi insostenibili, 20 trilioni di dollari di debito pubblico, caos in Medio Oriente, la Russia di Putin che spadroneggia in Siria e ai confini dell'Europa, il reset con Mosca fallito, il discorso del Cairo, le "linee rosse" non mantenute, l'accordo sul nucleare iraniano, il sostegno al movimento "Black Lives Matter movement"...

Secondo lo storico Victor Davis Hanson, il Partito democratico che lascia Obama non è né un partito centrista né di coalizione, ma un partito "di sinistra radicale ed elite progressista". Non solo Obama ha lasciato ai democratici "detriti ideologici e politici", ma anche una coalizione elettorale fondata sulla sua personale carta d'identità, "non trasferibile" ad altri candidati. Non appena, infatti, i Democratici hanno basato la campagna elettorale sull'"agenda Obama" senza Obama come candidato, hanno fallito. Senza il suo carisma, senza l'appeal del primo presidente di colore, le sue posizioni di estrema sinistra sui temi sociali, la redistribuzione, l'immigrazione, la spesa pubblica condannano alla sconfitta qualsiasi candidato diverso da lui. Ed è ciò che è accaduto a Hillary, che a causa della sua impopolarità non avrebbe potuto correre sulle posizioni centriste che fecero la fortuna di suo marito Bill - probabilmente non avrebbe nemmeno ottenuto la nomination, pur avendo chance maggiori di arrivare alla Casa Bianca. Non ha potuto far altro che offrire un "terzo mandato" di Obama, ovvero il mantenimento dello status quo.

Al suo primo test su un altro candidato, la "coalizione Obama" (minoranze, millennials, ceti istruiti) si è sfaldata. La politica identitaria su cui Obama ha costruito i suoi successi, che punta a mobilitare le minoranze sulla base dell'identità di ciascuna di esse, si è dimostrata inutilizzabile da altri candidati. Ed era forse prevedibile che gli elettori delle minoranze che si erano mobilitati per Obama per il colore della sua pelle non si sarebbero così facilmente mobilitati per un'anziana donna bianca multimilionaria. Erano così convinti i Democratici che le tendenze demografiche gli avrebbero comunque garantito la vittoria, che hanno ignorato, se non allontanato o addirittura "provocato" la working-class bianca, che quindi si è rivolta altrove. Quanto più la Clinton giocava la carta della politica identitaria, tanto più perdeva terreno e regalava elettori a Trump. Il multiculturalismo non è più in cima all'agenda degli americani.

Friday, November 11, 2016

L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca

Pubblicato su The Right Nation

A poche ore dalla vittoria di Donald Trump qualche considerazione possiamo annotarla sul nostro taccuino, in attesa di dati e analisi più precise. Dopo l'esito del referendum sulla Brexit, un'altra sberla ha fatto girare la testa alle elites occidentali, sempre più cieche e sorde, ai mainstream media "militonti" e ai sedicenti "esperti".

Trump ha vinto soprattutto perché non era Hillary, ma l'impresa non sarebbe riuscita a chiunque. Ci voleva qualcuno che rappresentasse una diversità irriducibile rispetto alla candidata democratica. Gli altri candidati Gop erano privi di carisma e troppo interni al "sistema". Da totale outsider ha pagato in termini di voti la sua palese impreparazione e la sua rozzezza, ma contro Hillary ha potuto giocare fino in fondo, senza scrupoli, la carta dell'anti-establishment, dell'anti-sistema. E forse, considerando l'impopolarità e gli scheletri nell'armadio dell'ex segretario di Stato era la carta più importante da giocare per arrivare alla Casa Bianca. Gli altri candidati Gop ci sarebbero andati forse vicini, ma avrebbero condotto una campagna più "di testa" che "di pancia", sarebbero rimasti nella "comfort zone" del loro partito, probabilmente scontrandosi con il problema della coperta troppo corta come Mitt Romney quattro anni prima.

E' stato un voto non solo contro Hillary, ma contro il sistema mediatico, che agli occhi degli americani ha ormai raggiunto un grado di credibilità prossimo allo zero. I 57 endorsement per la Clinton contro i 3 di Trump non hanno spostato un voto. Anzi, la faziosità senza precedenti con cui giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e demonizzato Trump ha semmai avvantaggiato quest'ultimo, secondo lo schema per cui se al centro della storia metti l'"eroe" aggredito da tutti, anche se "cattivo", alla fine i lettori simpatizzeranno per lui. I media (figuriamoci quelli italiani, desiderosi di guadagnare punti agli occhi di una probabile amministrazione Clinton...) non si sono minimamente sforzati di capire il fenomeno Trump, ma solo di tifare in modo sfrenato per Hillary. Non dimenticheremo i dibattiti tv vinti 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial sono stati gli ingredienti di una catastrofe senza precedenti dei media. Mesi a cercare di incastrare Trump con questa o quella gaffe (vera o pretestuosa), mentre il tycoon faceva arrivare efficacemente i suoi messaggi a un elettorato trasversale. Tutti a fare da comparse del suo reality...

Altri due elementi chiave della sua vittoria, che in pochi ci eravamo permessi di evocare quasi clandestinamente mesi fa. La riconquista della "Rust Belt", che non votava repubblicano dal 1984: in stati dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di "identità industriale" il suo appello alla working class bianca ha funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella ribellione contro il politicamente corretto che aveva già caratterizzato il successo della Brexit.

Sfidando su ogni aspetto il complesso di superiorità antropologica della sinistra, Trump è riuscito a tenere insieme il blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane del Sud e del Midwest. Ma allo stesso tempo è stato capace di andare oltre la "grande tenda" del Gop: non sarebbe bastato infatti strappare la Florida, già di per sé un'impresa. I suoi messaggi "eretici" rispetto alle tradizionali posizioni repubblicane su Wall Street, commercio internazionale, industria, posti di lavoro persi, gli hanno permesso di strappare ai democratici tutti i principali stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio, Wisconsin, Pennsylvania e forse anche Michigan. Dunque, stati agricoli e stati industriali. A portare Trump alla Casa Bianca è stata insomma l'America del "fare", della (una volta grande) manifattura, di chi lavora (o lavorava) la terra (i "redneck") e nelle fabbriche (i "blue-collar"), la working class bianca del Paese, l'America lontana dalle metropoli glamour. L'America dei Walt Kowalski, il protagonista del fortunato film di Clint Eastwood che dopo una vita da operaio della Ford si è potuto permettere una Gran Torino del 1972, custodita gelosamente. Vedremo se un risveglio, o solo un colpo di coda della "vecchia America"...

Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo, un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la via europea, ma la liberazione degli "animal spirits" affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi da sé il proprio benessere.

L'altro fattore è la ribellione contro il politicamente corretto. La democrazia americana ha dato un segnale di straordinaria vitalità: milioni di elettori, quelli definiti "deplorables" (miserabili) dalla Clinton, hanno resistito alla pressione della condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli, quindi se lo appoggi non sei una persona degna, devi vergognarti") esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; la stampa americana e internazionale; Wall Street; gli opinion leader, il mondo accademico e lo star system; persino parte dell'establishment repubblicano. Al di là di qualsiasi giudizio di merito su Trump, una democrazia in salute, i cui elettori si sono mostrati in gran parte immuni al virus di quel "conformismo democratico" paventato da Alexis de Tocqueville.

Gli elettori non hanno dato peso alle sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari. Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi (figuriamoci votare...). Il vendicatore di un elettorato bianco "nativo" (contrariamente alle aspettative anche femminile) per anni indicato come privilegiato e responsabile delle peggiori discriminazioni, passate e presenti, espulso dal discorso pubblico e da un'agenda politica ormai rivolta quasi esclusivamente all'integrazione di ogni genere di minoranza.

C'è una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto alla base del risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump, ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall. "L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio" per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson, secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit: "E' la reazione di una fetta importante della società - ha spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di combattere tale progetto".