Thursday, November 19, 2009

Volti anonimi per un'Europa senz'anima

Scelte di bassissimo profilo da parte dei capi di Stato e di governo dell'Ue per le cariche, introdotte con il Trattato di Lisbona, di presidente permanente del Consiglio europeo e rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue: il premier belga Herman Van Rompuy, che non rischierà certo di oscurare con la sua personalità e il suo carisma gli altri leader europei, che potranno continuare indisturbati a offrire l'immagine di un'Europa vuota e divisa, senz'anima; e la semi-sconosciuta Cathrine Ashton, che non ha alcuna esperienza di politica estera (si è occupata di welfare), e pochissima di politica tout court, essendo stata solo sottosegretario all'Istruzione, per un anno leader dei laburisti alla Camera dei Lord, prima di essere catapultata a Bruxelles, poco più di un anno fa, come commissaria al commercio.

E' evidentemente prevalsa la logica "euroburocratica" (con in mano il manuale Cencelli e un occhio alle "quote rosa") di non attribuire peso politico alle due nuove cariche. Oggi a Bruxelles non sono stati nominati un presidente e un ministro degli Esteri, quanto piuttosto un segretario e una portavoce. Peccato che i leader europei non abbiano compreso quanto potesse contare essere rappresentanti nel mondo da una figura riconoscibile e di una certa statura politica. Possiamo sempre consolarci per aver evitato D'Alema. Quella sì sarebbe stata una beffa, oltre al danno di non vedere Blair presidente.

Wednesday, November 18, 2009

Obama si fa ingabbiare dai cinesi

Tanta "cooperazione" e toni adulatori, ma sui temi caldi (Iran e politica monetaria) il presidente Obama torna a mani vuote, mentre la buona retorica su diritti umani, Internet e Tibet non arriva a chi dovrebbe arrivare. Il Wall Street Journal vede il rischio che la politica monetaria e di bilancio americana provochi bolle finanziarie in Asia che avrebbero pesanti ripercussioni in tutto il mondo, alimentando svalutazioni e protezionismi, fino a rappresaglie politiche, mentre Martin Wolf, sul Financial Times, punta l'indice sul «protezionismo valutario cinese» e rimprovera semmai a Obama di non aver parlato al presidente Hu Jintao «in termini tanto crudi» quanto avrebbe dovuto.

Su il Velino

Nella visita in Cina del presidente americano, Barack Obama, il Washington Post vede un «forte contrasto con il passato». Un «contrasto», rispetto alle visite dei suoi predecessori, che tuttavia a giudizio del quotidiano Usa non riflette tanto un cambiamento di approccio da parte di una nuova amministrazione, quanto «un incredibile, e molto più grande cambiamento» negli equilibri di potere, soprattutto in economia, durante l'ultimo decennio. Un cambiamento che ha fatto da «sottofondo» all'intera visita. Nella sua analisi il WashPost sottolinea che «non ci sono stati grandi passi avanti su temi importanti quali il programma nucleare iraniano o la moneta cinese. Eppure, dopo due giorni di colloqui con il più grande creditore degli Stati Uniti, l'amministrazione ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono importanti come non mai». Sebbene un piccolo progresso sia emerso in vista della conferenza del prossimo mese a Copenhagen sui cambiamenti climatici, è «relativamente poco per un nuovo presidente che in campagna elettorale ha promesso che avrebbe realizzato cambiamenti di vasta portata nelle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti».

«Se c'è stato un cambiamento significativo durante questo viaggio - osserva il WashPost - è stato il tono conciliante e a volte persino elogiativo» nei confronti del governo Pechino. «Con gli Stati Uniti indebitati con la Cina per oltre mille miliardi di dollari e inondati da merci cinesi», quella tra Obama e il presidente Hu Jintao è stata una conferenza stampa in «stile cinese». «Ciascuno ha letto il suo discorso preparato, guardando l'altro in silenzio. E nessuna domanda». Stati Uniti e Cina «non sono mai stati così vicini», ma «con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi», sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che «il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine».

Anche l'incontro stile "town-hall" di Obama con 500 studenti a Shanghai - dove il presidente ha toccato il tema dei diritti umani, definiti «valori universali», e della libertà d'espressione, dicendosi contrario alla censura di Internet - che la Casa Bianca aveva sperato potesse permettere al presidente di raggiungere i cinesi comuni, «è stato privato di spontaneità dalla coreografia scritta dalle autorità di Pechino». Un'analisi simile quella di ieri del Wall Street Journal, secondo cui allo scopo di non far esprimere il potenziale del carisma di Obama, i leader cinesi lo hanno ingabbiato «in una visita tra le più strettamente controllate che si ricordino, senza concedergli alcuna opportunità, data invece ai suoi predecessori, di arrivare direttamente al grande pubblico cinese». Totale assenza di contatto diretto con il pubblico, come dimostra l'incontro di Shanghai con 500 studenti, accuratamente selezionati - e persino «addestrati» - dal regime tra i quadri giovanili del partito, e non trasmesso in televisione.

Anche l'itinerario della visita, secondo fonti sia cinesi che americane, riferisce il WSJ, «è stato aspramente conteso da ambo le parti». La Casa Bianca avrebbe voluto un'occasione «per far brillare la personalità telegenica di Obama» e ha chiesto maggiori libertà, ma le autorità cinesi hanno resistito, temendo il paragone con la classe politica cinese. Durante la visita in Cina del 1998, il presidente Clinton, ricorda il WSJ, ebbe quattro occasioni per parlare direttamente ai cinesi, tra cui un'intervista in diretta tv senza censure e discorsi agli studenti. Anche George W. Bush, nel 2002, parlò di libertà politica e religiosa agli studenti cinesi, ma al contrario di questa volta l'incontro fu trasmesso sulla televisione nazionale.
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Tuesday, November 17, 2009

Commissariare la democrazia? Si può, secondo Ingroia e Scarpinato

Su il Velino

«Quella di Palermo è una procura normale, o una sorta di tribunale supremo della rivoluzione giudiziaria permanente?». Se lo chiede oggi Maurizio Crippa su Il Foglio. Purtroppo non è un interrogativo retorico o capzioso, considerando certe tesi, recenti e passate, di alcuni suoi procuratori e i processi che hanno condotto o stanno conducendo. In un recente convegno organizzato dall'Italia dei Valori, il procuratore aggiunto di Palermo Antono Ingroia ha attaccato le annunciate riforme del governo in materia di giustizia, sostenendo che nel nostro Paese c'è «un'emergenza democratica», che da decenni l'Italia sarebbe governata da chi fa affari con la mafia, da chi ha gli stessi obiettivi della mafia, cerca l'impunità come la mafia e vuole abbattere lo stato di diritto, depotenziando i pm con leggi come quella sulle intercettazioni, e che contro tutto questo occorra «ribaltare il corso degli eventi». Una frase estrapolata dal suo contesto, si è difeso il pm.

Ma è lo stesso Ingroia che insieme ad un altro procuratore di Palermo, Roberto Scarpinato (il pm del processo a Giulio Andreotti), firmava un articolo dal titolo "Un programma per la lotta alla mafia", pubblicato sulla rivista MicroMega n. 1/2003 (numero che raccoglieva in tutti gli ambiti programmi di governo alternativi al governo Berlusconi), in cui sosteneva la necessità di «un'istanza politica superiore» che in determinate circostanze - di «collegamenti» con la mafia, o «condizionamento» da parte di essa, di elementi di un governo eletto - avesse il compito «di sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza».
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P.S. Significative - e inquietanti - anche le tesi espresse più di recente in questo convegno organizzato da Magistratura Democratica.

Monday, November 16, 2009

Dalla Fao un vero schiaffo alla miseria

Roma deve sopportare per tre giorni questo circo di ipocrisia e vanità messo su da una delle più screditate organizzazioni internazionali che si siano mai viste: la Fao. Invece di chiedersi dove siano finiti, e cosa ne sia stato fatto, tutti i miliardi di dollari che la Fao ha preso e gestito in ben 64 anni di vita, visto che il problema della fame nel mondo non solo non accenna ad attenuarsi, ma si aggrava, assistiamo ai soliti appelli sdegnati, alla solita questua (44 miliardi di dollari per cancellare istantaneamente - vogliono farci credere - l'incubo della fame dalla faccia del pianeta), le solite tirate demagogiche sugli aiuti alle banche e sui consumi nei Paesi ricchi. Si calcola fino all'ultimo centesimo quanta spesa alimentare le famiglie nei Paesi ricchi gettano nella spazzatura, come se quella mozzarella rimasta in frigo per troppi giorni, o quel mezzo piatto di pasta in più potessero essere impacchettati e immediatamente spediti dall'altra parte del mondo (sarebbe bello - e facile!). Ma nessuno che metta sul banco degli imputati la stessa Fao e innanzitutto i governi di quei Paesi in cui si muore di fame nonostante tutti gli aiuti.

L'atto d'accusa nei confronti dell'avidità e del modello capitalistico del mondo ricco serve a nascondere le terribili responsabilità di regimi corrotti e criminali, di capi di Stato che affamano i loro popoli e vengono accolti con tutti gli onori a Roma, ai vertici Fao, per l'ennesima predica. Il vertice di quest'anno sarà ricordato per la passerella delle "lady dittatura": riempiono le prime pagine dei giornali, tra le altre, la signora Ahmadinejad, la signora Mugabe, la signora Ben Alì e la signora Mubarak. Tutta la demagogia e l'ipocrisia possibile e immaginabile, purché non si discutano né l'evidente fallimento di un modello di aiuto ai Paesi poveri, né i privilegi di cui godono i funzionari Fao. Primo tra tutti lo stesso Jacques Diouf, alla guida dell'organizzazione dal 1993, che avrà pure qualche responsabilità nei fallimenti e nelle comprovate inefficienze di questi ultimi sedici anni. In questi vertici la Fao dovrebbe innanzitutto riflettere su se stessa e rendere conto ai suoi contribuenti di quanto e come spende.

UPDATE: Ecco quanto, e come, spende la Fao (da il Velino)

Wednesday, November 11, 2009

Quanto ci costa l'"ingiustizia" italiana

I nostri pm ci costano il doppio che ai francesi. E le sentenze? Un miraggio

Su il Velino

Mentre la maggioranza si appresta a presentare in Senato il disegno di legge per il processo breve, che dovrebbe prevedere una durata massima dei processi di sei anni fino al terzo grado di giudizio, la giustizia sembra essere al centro delle cronache e del dibattito politico come problema personale del premier, e non per la crisi in cui versa nel nostro Paese. Crisi i cui emblemi sono lo spropositato numero, quasi 9 milioni, di procedimenti pendenti (5.425.000 civili e 3.262.000 penali) e la loro durata media (960 giorni per il primo grado e 1509 giorni per il giudizio di appello nel civile; 426 giorni per il primo grado e 730 per il grado di appello nel penale). Sono questi alcuni dei dati più impressionanti forniti dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, nell'ultima relazione al Parlamento sullo stato della giustizia.

Eppure, come vedremo, le lievi differenze nell'entità della spesa pubblica destinata alla giustizia, nel numero dei tribunali, dei giudici, dei procuratori, e del personale non togato e tecnico-amministrativo, rispetto agli altri grandi Paesi europei paragonabili all'Italia per ricchezza, popolazione e cultura giuridica, non giustificano un divario così abissale nel numero dei procedimenti pendenti e nella loro durata. Anzi, per molti aspetti impieghiamo anche molte più risorse degli altri, ma la "produttività" del sistema è lontana anni luce.
(...)
Da molte parti si lamenta la scarsità di risorse, ma come dimostrano i dati, relativi all'anno 2006, del secondo rapporto CEPEJ (European Commission for the Efficiency of Justice) sul funzionamento e la valutazione comparata dei sistemi giudiziari europei, l'Italia non si discosta dagli altri grandi Paesi membri dell'Ue per il numero di risorse umane e materiali impiegate dallo Stato per l'amministrazione della giustizia. Anzi, per la pubblica accusa spende di più... Secondo la stima del rapporto CEPEJ, spendiamo per il nostro sistema giudiziario 4,08 miliardi di euro, contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna. Spendono più di noi, in valore assoluto, Germania (8,73 miliardi) e Gran Bretagna (6,07 miliardi). In queste spese però sono inclusi i fondi per il patricinio legale gratuito, per il quale spendiamo meno di tutti. Solo 86,5 milioni l'anno. La Germania spende oltre 6 volte di più, la Francia quasi quattro volte di più e la Spagna il doppio di noi. Per non parlare della Gran Bretagna, che dedica all'assistenza legale oltre la metà del suo budget per la giustizia (3,35 miliardi su 6,07).

Tolta la spesa per il patrocinio gratuito, emerge quindi che l'Italia spende meno solo della Germania. Ma scorporando le varie destinazioni della spesa tra corti, pubblica accusa e patrocinio gratuito, emerge anche che ai procuratori italiani va una spesa di 1,33 miliardi di euro, il doppio rispetto ai 670 milioni che spende la Francia per i suoi pm.
LEGGI TUTTO (articolo molto lungo)

Tuesday, November 10, 2009

Obama come un disco rotto con l'Iran

Come un disco rotto la Casa Bianca continua a chiedere a Teheran una risposta in tempi brevi (nel frattempo sono passate quasi due settimane) alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. L'aspetto surreale, e un po' patetico, della vicenda è che una risposta, anche se negativa, gli iraniani l'hanno già data, a tutti i livelli, ma da quest'altra parte fanno finta di non aver sentito/capito. Può non piacere, ma la risposta è un "no". Più precisamente, l'Iran offre controproposte che nella sostanza rifiutano di concedere ciò che l'Occidente sperava di ottenere con la proposta dell'arricchimento all'estero: privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per, se ulteriormente arricchito, fabbricare una bomba atomica. Si trattava di prendersi un anno di tempo per cercare, poi, un accordo complessivo. Questo retroscena del New York Times descrive piuttosto lo stato di negazione che impedisce all'amministrazione Obama di prendere la risposta iraniana per quella che è.

Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.

Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.

Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.

Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.

Perché sperare ancora contro Max

Ieri, nel primo pomeriggio, una vecchia conoscenza, il "capò" Martin Schulz, piazzava una mossa furba, dichiarando alle agenzie di stampa che ormai il gruppo dei Socialisti e dei Democratici considerava «definitiva» l'indisponibilità di David Miliband, facendo così decollare le quotazioni di Massimo D'Alema per il posto di ministro degli Esteri Ue. Non era così, nel senso che il gruppo può pensarla come crede, ma Miliband non si era affatto ritirato dalla corsa. Forse non ci è ancora mai entrato, ma è tutt'altra cosa. In tarda serata arrivava infatti la doccia fredda. Il primo ministro britannico, Gordon Brown, durante la cena dei leader europei riuniti a Berlino per le celebrazioni del ventennale della caduta del Muro, fa il nome del suo ministro degli Esteri. Lo stesso Miliband, contraddicendo quanto diffuso poche ore prima da Schulz, avrebbe spiegato di non essersi mai ritirato ma di considerarsi in «stand-by».

In realtà, i nomi di Blair per la presidenza o, in alternativa, di Miliband per gli Esteri, rimangono ancora sul tavolo. Brown punta ancora su Tony Blair («il premier sostiene ancora al 100 per cento la candidatura di Blair», ha ribadito il suo portavoce), sostenendo, di fronte all'opposizione dei socialisti europei, che la scelta spetta ai governi e non ai partiti. La candidatura dell'ex premier britannico alla presidenza quindi non è ancora tramontata del tutto, ecco perché Miliband rimane al coperto. Berlusconi durante la cena ha sì sostenuto la candidatura di D'Alema, ma in seconda battuta, se tornasse l'ipotesi Blair per la presidenza, agli Esteri sarebbe pronto ad avanzare quella di Franco Frattini (in quota Ppe).

La mia sensazione/speranza - che appunto mi fa sperare ancora di non vedere D'Alema rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue - è che per una serie di ragioni uno tra presidente e ministro degli Esteri Ue debba essere un inglese. Non perché è Londra a pretenderlo, ma perché è l'Ue che non può permettersi un doppio schiaffo alla Gran Bretagna. A maggior ragione considerando scontata la vittoria dei conservatori alle elezioni della primavera prossima, ancor più euroscettici dei laburisti, a Bruxelles c'è bisogno di qualcuno che sappia trattare con Londra, che riesca a tenere dentro il sistema la Gran Bretagna.

Monday, November 09, 2009

1989-2009. Venti di libertà

Ma non fu una vittoria di tutti

No, non so dirvi dove fossi, o cosa facessi quel 9 novembre del 1989, quando il Muro venne giù. Posso dirvi che ricordo quelle immagini in tv, che ero ancora piccolo ma non così piccolo da non capire cosa stava succedendo. E poiché alcune semplici idee su ciò che accadeva là fuori, nel mondo, anche a migliaia di chilometri di distanza dalla mia vita quotidiana, le avevo maturate, compresi che stavamo vincendo. Noi, non loro. Noi, non tutti. Perché il più grande errore che si può fare, e che comprensibilmente si fa ancora oggi, parlando della caduta del Muro, è non ricordare che c'erano un Noi e un Loro. E allora erano già concetti ben presenti nella mia mente, oltre che nel mio stomaco. Noi stavamo vincendo, loro stavano perdendo. Noi eravamo quelli che credevano nel mondo libero, negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale, e nel modello politico ed economico che ancora oggi rappresentano. Loro - molti di quali anche in mezzo a noi - credevano nella sua negazione, nell'antitesi di tutto questo.

E quando ripenso a quel giorno, quando rivedo quelle immagini, mi tornano alla mente due dei più bei discorsi mai pronunciati in tutto il secolo scorso. E alcuni passaggi molto noti in particolare. Quando il 26 giugno 1963 il presidente John F. Kennedy disse «Oggi, nel mondo libero, il più grande vanto è dire Ich bin ein Berliner», ma anche il meno ricordato «La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri - per impedirgli di andarsene». E quando il 12 giugno 1987 il presidente Ronald Reagan diede voce a tutti i cittadini tedeschi esclamando «Mr. Gorbachev, tear down this wall!». Al di là della loro forza simbolica, si tratta di due discorsi particolarmente significativi dal punto di vista politico, perché non esprimono la voglia di distensione, di convivenza pacifica con la tirannia, né una strategia di contenimento e deterrenza. No, da essi traspira la convinzione - che fu di pochi soprattutto nei primi anni '80 - che fosse possibile prevalere nella sfida contro l'Unione sovietica senza sparare un colpo o quasi.

L'improvvisa caduta del Muro colse molti – quasi tutti – di sorpresa, e quasi nessuno si aspettava che di lì a poco quel muro si sarebbe portato dietro quel che rimaneva dell'intero impero sovietico e che l'Urss si sarebbe addirittura disciolta come neve al primo sole della primavera. Ma è ciò che accadde, e anche se all'epoca i leader americani non poterono dirlo - per non irritare Mosca, con il rischio di far prevalere l'ala dura e scatenare una reazione violenta a quegli eventi - la Guerra Fredda non finì per caso, o per scelta da parte dei sovietici, ma si concluse con una vittoria completa di una parte sull'altra. Oggi questa "lezione" rischia di essere completamente dimenticata nei confronti di regimi ben più deboli di quanto fosse allora l'Urss. E' questo ciò che mi sta più a cuore sottolineare a vent'anni dal 9 novembre del 1989: ci fu una parte che uscì sconfitta e ci furono alcuni leader, al di là delle famiglie politiche di appartenenza, che si fecero guidare dalla visione giusta. Ma fu Reagan, negli anni '80, l'unico a perseguire lucidamente la fine dell'Unione sovietica, anche contro il parere dominante nell'establishment.

Purtroppo non vedremo partecipare alle celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro il primo presidente americano nero, Barack Obama, che giorni fa ha giustificato la sua assenza con i preparativi per la partenza - solo due giorni dopo, l'11 novembre - alla volta dell'Asia per un'importante missione. Dobbiamo pensare che alla Casa Bianca non ci sia nessuno che possa fargli i bagagli...? Battute a parte, il presidente che ha trovato il tempo di andare a Copenhagen a sostenere la candidatura della sua città, Chicago, per le Olimpiadi del 2016; e che andrà di persona ad Oslo a ricevere quel Premio Nobel per la Pace che a molti è sembrato a dir poco prematuro; ma soprattutto il presidente che in qualche modo incarna l'essenza dei valori americani contrapposti a tutto ciò che il Muro di Berlino rappresentava, non ci sarà. E' vero, ormai ci siamo così tanto abituati, soprattutto i più giovani, a vedere la Germania, e Berlino, unite, che ci sembra quasi impossibile che sia esistito un tempo lungo quasi quarantacinque anni in cui sono state divise. Ma in definitiva no, l'assenza di Obama è ingiustificabile e va sottolineata. Quale reale impedimento può far mancare il presidente della nazione leader del mondo libero ad una ricorrenza ancora oggi così ricca di significato?

Il '900 non è stato solo un secolo pieno di incubi, ma Obama sembra comportarsi come se la storia fosse iniziata dal 2000. Perché non sembra interessato a celebrare una vittoria che appartiene al suo Paese almeno quanto ai tedeschi? Una vittoria che in definitiva non è solo una vittoria di Reagan o di qualche "falco" conservatore, ma anche di democratici come J. F. Kennedy e Harry Truman? Obama si è già recato una volta a Berlino, durante la campagna elettorale, ma per sedurre gli europei, per parlare di sé, non del Muro o dei valori che hanno trionfato con la sua caduta. Andando a Berlino e pronunciando la famosa frase "Ich bin ein Berliner", Kennedy disse tutto ciò che c'era da sapere su di sé e la sua amministrazione. Il sospetto è che anche Obama, con la sua assenza oggi a Berlino, ci stia dicendo tutto sulla sua.