Friday, February 03, 2012

Meglio soli che male accompagnati


Un colpo di reni del ministro Fornero, che al tavolo di oggi con le parti sociali sulla riforma del lavoro chiarisce le intenzioni del governo: dialogo sì, ma la riforma s'ha da fare (ce lo ha ricordato anche la cancelliera Merkel la scorsa settimana) e il governo la farà «nel volgere di poche settimane», anche senza l'accordo con sindacati e Confindustria.

I messaggi lanciati ieri dal premier Mario Monti durante le sue apparizioni sulle reti Mediaset, prima al Tg5 poi a Matrix, confermano che l'articolo 18 è sul tavolo: «Non è un tabù» e «può essere pernicioso per lo sviluppo in certi contesti», quali l'Italia, ha fatto capire. Da sempre sull'articolo 18 si scontrano due visioni diametralmente opposte: chi lo ritiene una tutela fondamentale, il baluardo dei diritti sociali; e chi invece un potente feticcio che frena le assunzioni e ostacola la crescita dimensionale delle imprese. In questa chiave bisogna leggere il proposito, annunciato ieri sera dal premier, di «ridurre il terribile apartheid che esiste nel mercato del lavoro tra chi è già dentro e chi fa fatica a entrare o entra in condizioni precarie». Siccome è impossibile obbligare le imprese ad assumere a tempo indeterminato – al limite, se si aboliscono tutte le altre tipologie di contratto, non assumeranno affatto – l'unico modo per rimuovere o per lo meno ridurre l'apartheid è rendere meno inamovibili gli insider, così che gli outsider possano beneficiare della maggiore mobilità.

Confindustria ha preso la palla al balzo. La presidente Marcegaglia si è detta «d'accordo» sul fatto che la riforma vada fatta e trova «ragionevole» che il governo vada avanti, anche perché «non è un accordo sindacale, su un contratto che deve vedere le parti sociali assolutamente coinvolte». Mercati ed Europa sono alla finestra, «aspettano di vedere come faremo questa riforma, che dimostrerà la capacità di cambiamento del Paese». Gli industriali sembrano finalmente aver preso coraggio nel sostenere anche il superamento dell'articolo 18: «Siamo totalmente d'accordo che non deve essere più un tabù, crea una dicotomia drammatica, pesantissima all'interno del mercato del lavoro. Quindi il tema è sul tavolo e noi lo sosteniamo». In particolare sul tavolo il ministro Fornero avrebbe portato lo stop al reintegro dei lavoratori licenziati per motivi economici nei casi di crisi aziendale.

Ma su un altro punto fondamentale della riforma, il passaggio dal sistema di ammortizzatori attuale, che tutela il posto di lavoro, anche se improduttivo, ad uno universale che tuteli il singolo lavoratore, in qualsiasi settore sia impiegato, che favorirebbe una più rapida ristrutturazione delle aziende o riallocazione degli investimenti produttivi, Confindustria mostra una certa resistenza, condivisa dai sindacati.

Sull'articolo 18 i sindacati sono pronti alla levata di scudi ma sono cauti nelle loro reazioni per non danneggiare la trattativa in corso. «Confindustria si fa prendere un po' la mano sulla scorciatoia dei licenziamenti», è la battuta della segretaria della Cgil Camusso, la quale piuttosto che i toni ultimativi di oggi preferisce «apprezzare, pur usando i condizionali d'obbligo, la dichiarazione del governo secondo cui l'intento è di lavorare per raggiungere un accordo». Bonanni della Cisl si augura che «in una situazione così nessuno si metta in testa in modo così pervicace la questione della flessibilità in uscita» e vede nell'articolo 18 un modo «per coprire le reticenze del sistema, un ballon d'essai per coprire altro». Ma il suo è un invito alla cautela: «Non daremo l'esca a nessun estremista che aizzi allo scontro. Il governo faccia lo stesso», suggerisce Bonanni.

Un tema, quello dell'articolo 18, che promette di diventare dilaniante all'interno del Pd, dove si scontrano la linea largamente maggioritaria, impersonata dall'ex ministro Damiano e dal responsabile economico Fassina, allineata a quella dei sindacati, e quella invece “liberale” di Ichino e dei 50 senatori che hanno sottoscritto la sua proposta. In mezzo Bersani, che dovrà sostenere le scelte del governo Monti, anche nel caso di un boccone amaro sull'art. 18.

Come prevedibile però la polemica si è scatenata in particolare su un'affermazione del premier Monti, quando ieri sera, ospite a Matrix, ha bollato come «monotono» il posto fisso. Apriti cielo! Dal Pd reazioni tra l'irritazione e lo scandalizzato, mentre Bersani tenta di gettare acqua sul fuoco (il pensiero di Monti, «ed io un po' lo conosco, è un po' più articolato» di quella battuta). Nel Pdl Sacconi e Gelmini danno ragione al premier, mentre Casini considera la sua una provocazione efficace, che non può scandalizzare, e Della Vedova una battuta infelice. L'intenzione del professore era quella di offrire un momento di verità nel dibattito spesso pieno di ipocrisie sulla precarietà. Monotono o meno, il posto fisso non esiste più, o esiste sempre meno, dunque sarebbe sbagliato indicarlo ancora oggi ai giovani come modello, come punto d'arrivo. L'unico modo per rendere meno precari i nuovi lavoratori, senza irrigidire il mercato peggiorando così il nostro gap competitivo, è rendere un po' meno inamovibili i vecchi.

Tuesday, January 31, 2012

The Iron Lady, un film sorprendentemente politico

Anche su Notapolitica

La sorpresa è che "The Iron Lady" è un film molto più politico di quanto ci si potesse aspettare dalle anticipazioni. Certamente non è politico nel senso che approva o condanna un partito, una ricetta di politica economica o una storia politica. In questi termini il giudizio è sospeso, anzi non c'è nemmeno lo sforzo di fornire allo spettatore gli elementi fattuali minimi per potersi formare un'idea precisa. Non c'è un tentativo di ricostruzione storica o politica degli eventi, né di spiegare il contesto in cui furono prese le decisioni. Non ci si poteva aspettare questo dalla regista Phillida Loyd, sarebbe stato probabilmente un disastro. E' però fortemente politico perché è un film sulla leadership politica. Su una leadership fondata sui principi contrapposti alle convenienze come bussola dell'azione politica. E' un ritratto del thatcherismo – al di là delle singole policies, sulle quali si può dissentire – come modello di leadership, di cui il film ci presenta in modo obiettivo punti di forza e di debolezza, mescolando sapientemente lato pubblico e privato del leader.

Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. «We will stand on principle, or we will not stand at all» («Staremo in piedi sui principi, o non staremo in piedi affatto»), si sente ammonire dalla Thatcher il segretario di Stato Usa Alexander Haig, recatosi al numero 10 di Downing Street per cercare di ammorbidire la posizione della Lady di ferro nella crisi con l'Argentina «fascista» per le isole Falkland. Forse la frase più emblematica del film, un monito che risuona all'indirizzo anche di tutti i leader politici di oggi. Ed è proprio di leadership fondate sui principi ciò di cui forse oggi i cittadini avvertono più l'esigenza.

E' in frasi chiave come questa dunque, disseminate in tutto il film, anche nelle scene in cui Lady T appare vecchia e malata, che emerge con forza il carattere positivo della sua leadership. La scelta di fare un film sulla Thatcher ancora in vita, per di più in preda all'Alzheimer, è e resterà controversa, soprattutto, comprensibilmente, agli occhi della famiglia. Ma persino le scene che la ritraggono fragile e confusa non sono mai irrispettose, o volte a strappare qualche lacrima facile. Pur con qualche evidente forzatura per motivi narrativi, come nella scena iniziale quando esce a comprare il latte al negozietto all'angolo eludendo la sicurezza, sono sempre funzionali alla descrizione del suo carattere e ad evocare i ricordi.

Come in ogni storia di potere, ci sono anche il volto seducente dell'ambizione, le imperfezioni e l'egocentrismo del leader. All'epilogo di una vita vissuta con straordinaria intensità MT fa i conti con la propria coscienza, impersonata dal marito Dennis nelle sue frequenti allucinazioni. E si può toccare quasi con mano il dolore, il rimorso, per aver sottratto tempo e attenzioni agli affetti famigliari mentre era presa nella sfrenata corsa al "potere", a riempire la propria vita di un «significato» che andasse oltre ciò che la società prevedeva allora per una donna piccolo borghese: stirare e preparare il tè.

Non sembra mai la storia di una qualsiasi signora vecchia e ormai demente, ma di una leader politica che ha davvero cambiato il volto della storia. Di quella del suo partito, del suo Paese, e della politica occidentale. Se è vero che la vecchiaia e la malattia occupano molta parte del film, non mancano anche in queste scene momenti di lucidità in cui lo spirito di Lady T emerge al suo meglio. Per esempio, quando seduta sul lettino davanti al suo medico impartisce una lezione sullo stretto legame tra pensieri e azioni, e tra carattere e destino; o quando irritata, dopo ripetuti squilli, invita lo stesso medico a rispondere al telefono perché qualcuno potrebbe aver bisogno del suo aiuto. E mostra grande lucidità quando, nient'affatto irretita da una sua ammiratrice, emette una sentenza straordinariamente vivida sulla politica dei nostri giorni: «Una volta si trattava di tentare di fare qualcosa. Ora si tratta di diventare qualcuno».

Da ammiratori di Margaret Thatcher abbiamo visto il film – consapevoli dell'ideologia dominante a Hollywood e che nella pellicola si dava un gran peso all'Alzheimer – temendo che potesse dare l'idea che l'unico leader di destra buono è quello vecchio e malato. Non è così. Giustamente pretendiamo da Hollywood ritratti non intrisi di pregiudizio politico, ma a parte il fatto che di Hollywood c'è molto poco nella produzione (franco-britannica) e nel cast del film (solo Meryl Streep – davvero superba, da Oscar), bisognerebbe guardarlo a nostra volta senza pregiudizi.

Come ne esce, dunque, Maggie? Ne esce bene. Soprattutto considerando che la sua immagine è stata letteralmente fatta a pezzi e disumanizzata dalla propaganda politica di sinistra e dalla cultura statalista dominante, fino ad essere identificata con la cattiveria e la disumanità del potere. Ebbene, il film rende giustizia alla Thatcher: non la rende simpatica, ma senza sposare le sue idee la umanizza, restituendoci una leader sì inflessibile nel combattere gli "smidollati" che si ritrova intorno e i suoi nemici, ma anche il «primo premier anche madre», sgomenta e affranta per le vittime nella guerra delle Falkland. Ma il film va molto oltre l'umanizzazione di Lady T. Ne esce fuori un modello senz'altro positivo di leadership. Nessuno più di una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica di allora sa cosa vuol dire lottare «ogni santo giorno della propria vita» e andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti in politica. Chi ne esce male nel film non è certo la Thatcher, piuttosto i colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione (ai quali MT risponde «la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno... ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni») e un'opposizione laburista pregiudiziale e incline al tanto peggio tanto meglio, guidata da un livido Michael Foot.

Non c'è nemmeno alcuna caricatura delle idee liberiste, che anzi vengono declinate non con arroganza accademica o dalle vette privilegiate dell'alta finanza, ma attraverso il buon senso del bottegaio. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. E il lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.

Monday, January 30, 2012

Al Consiglio Ue con un messaggio pericoloso

Anche su Notapolitica

Inizia oggi l’ennesimo decisivo Consiglio europeo e il premier Mario Monti si presenta forte di una posizione condivisa da tutto l’arco costituzionale. Il messaggio lanciato all’Ue (a Berlino) e alla nostra opinione pubblica da qualche settimana, sempre con maggiore intensità, sia da Monti in persona, nelle sue interviste come nelle sue recenti audizioni al Senato e alla Camera, sia da tutti i partiti, anche quelli non di maggioranza, formalmente con le mozioni sulla politica europea, è stato univoco: l’Italia ha fatto i suoi “compiti a casa”, adesso tocca all’Unione europea (sottinteso: alla Germania) aiutarci a placare il dio spread.

Tutta la stampa nazionale ha sottolineato favorevolmente l’inedito passaggio parlamentare da clima di unità nazionale tra le forze politiche, almeno per quanto riguarda l’Europa. Litigano su tutto i nostri politici, ma quando si tratta di difendere la spesa pubblica ai livelli attuali, cioè il loro potere di intermediazione nell’economia, perché ciò significa sostenere oggi che l’Italia ha fatto i suoi “compiti”, sanno parlare con una voce sola. E’ senz’altro un segnale di grande compattezza, che rafforzerà il governo Monti nei decisivi negoziati che lo aspettano a Bruxelles su fiscal compact, quindi sulle modalità e i tempi del rientro dal debito, ed ESM, cioè il fondo salva-Stati. Una posizione, quella di cui si farà portavoce il nostro premier, che tra l’altro è sostenuta anche da Barack Obama, come evidenzia il Financial Times.

Quando Monti dice che l’Italia «non chiede denaro alla Germania o ad altri», ma che siano «riconosciuti i progressi nel risanamento», e quindi che la governance dell’Eurozona sappia assumere decisioni in grado di portare ad «una ragionevole diminuzione dei tassi di interesse» sui nostri titoli di Stato, allude a forme di tutela e/o di condivisione del debito, e di fatto sta proprio chiedendo soldi agli altri. Le misure in cui l’Italia spera per ottenere uno sconto sul debito, e che vengono citate esplicitamente anche nelle mozioni parlamentari della settimana scorsa, sono l’aumento di disponibilità del fondo salva-Stati (ESM) da 500 a 750 o 1.000 miliardi (la cui copertura sarebbe costituita essenzialmente da soldi tedeschi) e gli eurobond, cioè una forma di condivisione del debito di cui sarebbe la solidità tedesca, in pratica, ad essere garante. Può darsi che sia inevitabile, che sia l’unica soluzione alla crisi, o che sia giusto così, ma non è molto diverso dal chiedere soldi.

La Germania verserà più soldi nell’ESM solo se gli altri Paesi faranno i “compiti a casa” (e noi siamo appena all’inizio); l’America darà più soldi al Fmi solo se l’Europa farà la sua parte. Insomma, nel suo anno elettorale Obama non può permettersi una crisi dell’euro e punta su Monti per allargare i cordoni della borsa della Merkel, la quale a sua volta prossima alle elezioni deve far vedere ai tedeschi che non stanno pagando per i debiti altrui. Monti, che il problema elettorale non ce l’ha, ha due strade: o gattopardescamente cambiare tutto perché nulla cambi, sperando che sia il contesto esterno a cambiare in modo favorevole (soluzione del problema greco e do ut des con Berlino); oppure riformare sul serio il Paese, ma per fare ciò dovrebbe intervenire sugli stock di debito e di spesa pubblica senza temporeggiare.

E’ ovvio che il messaggio “abbiamo fatto i nostri compiti a casa” sembra più funzionale alla prima strategia. Non si può negare che possa servire a strappare condizioni non troppo punitive per il nostro Paese, ma sarebbe un successo dalle gambe troppo corte. Ed è un messaggio pericoloso e inquietante sul fronte interno. Pericoloso perché convincersi, da parte delle forze politiche, e convincere l’opinione pubblica, che i nostri “compiti” si siano esauriti con la manovra quasi tutta tasse di dicembre e le timide liberalizzazioni della settimana scorsa può indebolire in modo decisivo la determinazione della politica ad implementare le riforme strutturali necessarie ad avvicinare la nostra competitività a quella tedesca e la propensione dei cittadini ad accettarle. Ce lo ha ricordato senza sconti la cancelliera tedesca Angela Merkel nell’intervista concessa a sei quotidiani europei (tra cui La Stampa) venerdì scorso. Mentre da noi è appena iniziata, con il piede sbagliato, la trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro, Merkel avverte: la riforma s’ha da fare, se vogliamo in cambio che l’Ue ci aiuti a far calare il costo del nostro debito. E d’altra parte, ricorda con una punta di malizia, «altri Paesi, la Germania o l’Europa dell’Est, ad esempio, hanno già alle loro spalle difficili riforme del mercato del lavoro». Per promuovere la crescita, osserva inoltre Merkel nell’intervista, ci sono modi diversi dai costosi pacchetti di spesa, che «non costano praticamente denaro»: più flessibilità nella legislazione sul lavoro; eliminare le «barriere» nelle professioni e nei servizi; «più privatizzazioni». Ecco servito chi rimprovera a Berlino di pensare solo all’austerity.

La realtà è ben diversa: l’Italia s’è appena seduta al suo banco e ha appena aperto il quaderno. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra. Ha reintrodotto la tassa sulla prima casa, abolito le pensioni d’anzianità, in questo accontentando i tedeschi che hanno sempre malvisto – con qualche ragione – i privilegi degli italiani in questi due ambiti, e infine assunto la decisione dello scorporo tra Snam rete gas ed Eni (le altre misure sono di contorno e alcune nemmeno possono essere definite liberalizzazioni). Tuttavia, nell’emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove tasse sempre più recessive – piuttosto che aggredendone lo stock; dunque di farsi riconoscere gli sforzi compiuti per ammorbidire il rigore tedesco, agire sul contesto esterno, quello europeo, più che su quello interno. Ma senza un piano di abbattimento di spesa pubblica e pressione fiscale di 10 punti di Pil in dieci anni, come ha fatto la Germania, non se ne esce.

Berlino ribadisce che discuterà di eurobond «solo quando l’Europa avrà raggiunto un’integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi», perché significherebbe promettere più soldi senza combatterne le vere cause. Ammesso che i tedeschi prima o poi cedano, e ammorbidiscano la loro linea, e i mercati approvino, il rischio è di ritrovarci nel medio-lungo periodo con un euro più simile alla lira che al marco.

Friday, January 27, 2012

Monti ha due strade

La Germania verserà più soldi nell'ESM solo se gli altri Paesi faranno i "compiti a casa" (e noi siamo appena all'inizio); l'America darà più soldi al Fmi solo se l'Europa farà la sua parte. Insomma, nel suo anno elettorale Obama non può permettersi una crisi dell'euro e punta su Monti (come osserva oggi il Financial Times) per allargare i cordoni della borsa della Merkel, la quale a sua volta prossima alle elezioni deve far vedere ai tedeschi che non stanno pagando per i debiti altrui. Monti, che il problema elettorale non ce l'ha, ha due strade: o gattopardescamente cambiare tutto perché nulla cambi, sperando che sia il contesto esterno a cambiare in modo favorevole (soluzione del problema greco e do ut des con Berlino); oppure riformare sul serio il Paese, ma per fare ciò bisogna intervenire sugli stock di debito e di spesa pubblica senza temporeggiare.

Merkel non fa sconti, la riforma del lavoro s'ha da fare

Nell'intervista concessa a ben sei quotidiani europei (Le Monde, Suddeutsche Zeitung, El Paìs, The Guardian, Gazeta e l'italiano La Stampa) la cancelliera tedesca Angela Merkel non fa sconti, non solo sulle misure di austerity, per le quali il rigore tedesco è ormai noto, ma anche sulle riforme per la crescita e l'occupazione: «Altri Paesi, la Germania o l'Europa dell'Est, ad esempio, - fa notare sommessamente Merkel - hanno già alle loro spalle difficili riforme del mercato del lavoro». Un messaggio chiaro e sferzante agli altri Paesi, su tutti Spagna e Italia. Da noi è appena iniziata, con il piede sbagliato, la trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Una riforma che s'ha da fare, avverte la cancelliera tedesca, se vogliamo in cambio che la governance europea ci aiuti a far calare il costo del nostro debito.

Per promuovere la crescita ci sono modi diversi, spiega Merkel nell'intervista, che «non costano praticamente denaro», rispetto a costosi pacchetti di stimolo: «La legislazione sul lavoro deve diventare più flessibile soprattutto laddove vengono erette barriere troppo alte per i giovani. Non è accettabile che interi comparti professionali siano accessibili solo a un gruppo ristretto di persone. Il settore dei servizi può venire potenziato molto rapidamente. Abbiamo bisogno di più privatizzazione. Vi sono molte possibilità di allentare i freni alla crescita tramite riforme strutturali di questo genere». Avanti con liberalizzazioni e privatizzazioni, dunque.

La cancelliera tedesca ammette implicitamente che all'inizio la crisi è stata sottovalutata dalla leadership europea: si è pensato che «fossimo semplicemente solo le vittime dei cosiddetti speculatori». Poi «abbiamo scoperto le radici dei nostri problemi». «Nell'ultimo anno e mezzo, molti Paesi - riconosce - hanno compiuto sforzi incredibili e riforme dolorose, per le quali hanno tutta la mia stima. Penso che complessivamente abbiamo un buon equilibrio di solidarietà europea e responsabilità nazionale». Altro che speculatori, che nell'arco di minuti vendono e comprano, le preoccupazioni degli investitori sul futuro dell'Ue sono fondate: «E' evidente che i mercati testano la nostra volontà di coesione. Gli investitori di lungo periodo, che investono il denaro di tanta gente, vogliono sapere quale sarà la condizione dell'Europa fra venti anni. La Germania, con le sue trasformazioni demografiche, sarà ancora competitiva? Saremo aperti alle innovazioni?».

Angela Merkel ha parlato chiaramente anche sulla solidarietà tedesca che molti invocano: «Noi aiutiamo i nostri partner europei con l'aspettativa che loro stessi compiano tutti gli sforzi possibili per migliorare la loro situazione... questo è quanto facciamo con l'Esm». «Nessun Paese può farsi carico dei debiti dell'altro», ricorda citando i trattati europei. E poi «non ha senso - avverte - promettere sempre più soldi, senza combattere contro le cause della crisi». Anche perché «con tutti gli aiuti miliardari ed i meccanismi salva-Stati, noi in Germania dobbiamo fare attenzione che alla fine non vengano a mancare anche a noi le forze, perché neanche le nostre possibilità sono infinite, e questo non servirebbe a nessuno in Europa... sono gli altri Paesi - sottolinea infine la cancelliera tedesca - che devono aumentare di nuovo la loro competitività e non la Germania che deve diventare più debole».

Dunque, Merkel ribadisce che «gli eurobond non sono una soluzione», si potrà riflettere su una maggiore condivisione delle responsabilità «solo quando l'Europa avrà raggiunto un'integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi». In questo senso la strada obbligata per la cancelliera è quella «dell'Unione politica»: «L'Europa è politica interna», conclude.

Thursday, January 26, 2012

Meglio nessuna riforma che una cattiva riforma

Anche su Notapolitica

Tempo di primi bilanci. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra: in soli due mesi ha praticamente abolito le pensioni d'anzianità, ha deciso lo scorporo tra Snam rete gas ed Eni (unica misura di peso del dl liberalizzazioni, per il resto deludente) e qualche sorpresa positiva potrebbe riservarla il dl semplificazione in esame oggi. Tuttavia, nell'emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove e sempre più recessive tasse – piuttosto che aggredendone lo stock con un massiccio programma di dismissioni.

Un tema centrale per la crescita sarà in cima all'agenda del governo nelle prossime settimane: la riforma del mercato del lavoro, madre di tutte le liberalizzazioni. Nella lettera di intenti all'Ue il governo italiano si è impegnato ad attuare «entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato», in ottemperenza a quanto chiesto dalla Bce nella lettera riservata di agosto: maggiore flessibilità in uscita a fronte di un sistema di assicurazione dalla disoccupazione diverso dalla cassa integrazione (che tra l'altro copre una minima parte dei lavoratori), che faciliti la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi.

La concertazione tra il ministro del lavoro Elsa Fornero e le parti sociali è partita col piede sbagliato e rischia di portarci nella direzione esattamente opposta – più rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica – ossia verso la Grecia. «L'unico risultato positivo dell'incontro – ha dichiarato il segretario Cisl Raffaele Bonanni – è stata la convergenza e le posizioni sostanzialmente comuni di tutti i sindacati e di tutte le associazioni datoriali. (...) Se tutte le parti sociali difendono l'attuale modello, che ha funzionato e funziona bene, non si capisce proprio perché bisognerebbe mettere tutto in discussione». Revisione dell'articolo18 e cancellazione della cassa integrazione straordinaria sono «temi fuori agenda», ha intimato Bersani. Le dichiarazioni degli industriali, in particolare della presidente Marcegaglia e di uno dei candidati alla successione, Giorgio Squinzi, sembrano dello stesso tenore. A chiedere la riforma, superando l'art. 18, addirittura «per decreto» è Maurizio Sacconi. Richiesta strumentale ad inguaiare il Pd e pulpito poco credibile, dal momento che da ministro del Welfare solo due anni fa, nel 2009, Sacconi teorizzava che «in tempo di crisi non possono essere all'ordine del giorno né riforme degli ammortizzatori sociali, né dell'articolo 18 né dellle pensioni». Insieme a Tremonti uno dei principali responsabili dell'immobilismo del precedente governo e della crisi d'identità del Pdl.

Sindacati e Confindustria mostrano quindi di volersi attestare su una linea di difesa dello status quo, confermandosi entrambi, al dunque, fattori di conservatorismo sociale ed economico. Nel presunto interesse dei loro iscritti, rischiano però di danneggiare l'intero Paese. Hanno il diritto di bloccare le riforme in un settore di cui si sentono attori esclusivi ma che di fatto ha un valore strategico per l'intera nazione? Oppure forse il governo ha il dovere di superare queste resistenze con le buone o con le cattive?

Se poi nemmeno il governo ha intenzione di toccare l'art. 18 e la cassa integrazione, allora sarebbe più onesto richiudere il capitolo e ammettere che non vogliamo ottemperare agli impegni assunti con l'Ue, che non vogliamo fare i cosiddetti "compiti a casa", che invece in tutte le occasioni il premier Monti e i suoi ministri, i partiti e i media spacciano per fatti.

Non c'è chiarezza su quale sia la base di partenza del governo e quale la sua linea del Piave. Qualsiasi concessione nel senso di maggiori rigidità rispetto al modello di flexsecurity proposto da Pietro Ichino (che supera sia l'art. 18 sia la cassa integrazione) sarebbe un fallimento, mentre il ddl Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi, sarebbe il disastro: contratto unico con triennio d'inserimento, dopo di ché articolo 18 per tutti (anche sotto i 15 dipendenti). Sul fronte degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione andrebbe superata a favore di un sussidio di disoccupazione che tuteli il lavoratore, e non il posto di lavoro, favorendo quindi la sua riallocazione e una rapida ristrutturazione dell'azienda. E' il progetto Ichino a prevederlo, anche se forse troppo generosamente per entità dell'assegno e durata. Ben diverso sarebbe il reddito minimo garantito o di cittadinanza, che rischia di disincentivare l'occupazione, dando vita a forme di puro assistenzialismo e ad abusi di ogni tipo, e di dissestare le casse pubbliche.

Non esiste riforma del lavoro nella direzione auspicata dall'Ue e dalla Bce senza eliminare l'articolo 18 (nei licenzialmenti per motivi economici) e rivedere gli ammortizzatori sociali. Meglio nessuna riforma piuttosto che un annacquamento o, addirittura, una restaurazione di rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica, perché si chiuderebbe il capitolo per chissà quanti anni perdendo un'occasione forse irripetibile.

Tuesday, January 24, 2012

Sfigati e truffati

Anche su Notapolitica

Può essere stata una battuta infelice, ma non fingiamo di non capire cosa volesse dire il viceministro Michel Martone solo per amor di polemica o di battuta, non giochiamo a equivocare su temi così importanti. E facciamo attenzione a non cadere vittime della cattiva informazione di agenzie e siti internet che estrapolano singole frasi ad effetto guardandosi bene dal riportare i ragionamenti in cui sono inserite.

Il tema posto da Martone è quello dei tempi di laurea, dei troppi studenti indolenti "parcheggiati" negli atenei e della truffa dell'università per tutti. «Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari ai giovani». Ecco, forse il giovane professore – uno dei pochi figli di papà bene introdotti che è anche competente – ha sbagliato a non mandare un messaggio chiaro anche al mondo accademico e alla politica. L'età media dei laureati italiani è drammaticamente più alta rispetto a quella dei giovani europei e americani, un clamoroso svantaggio competitivo, e ciò deriva in parte dalla pigrizia di molti studenti, ma principalmente da un'idea totalmente sbagliata che abbiamo in Italia dell'istruzione universitaria.

Gli studenti che per un motivo o per l'altro finiscono per vivere l'università come un parcheggio sono molti, è innegabile, forse addirittura la maggioranza degli iscritti. C'è il figlio di papà che non ha alcuna fretta di laurearsi perché gode di un'ampia disponibilità economica e sa di poter contare su un futuro certo, o nel settore pubblico grazie alle conoscenze dei genitori, o seguendo la loro strada nell'impresa o nella professione di famiglia. Può dunque attardarsi e godersi la bella vita da universitario. Più preoccupante è il caso dei milioni di giovani che senza avere tali opportunità vengono letteralmente ingannati dall'ideologia dominante. Il mito dell'università per tutti, gratis o quasi, porta il figlio dell'operaio o dell'impiegato, e soprattutto la sua famiglia, a ritenere la laurea uno sbocco quasi obbligato, e il pezzo di carta, non importa se conseguito a 25 o 30 anni, ciò che serve per garantirsi uno status sociale più elevato di quello di partenza.

Così dovrebbe essere, in effetti, ma non è. Proprio per come è concepita e quindi organizzata l'università italiana, quel pezzo di carta vale quasi zero nel mercato del lavoro, quello aperto e competitivo dove si ritroverà chi non ha la strada spianata dalle conoscenze e/o imprese di famiglia. Il giovane o meno giovane laureato scopre che il suo primo impiego non corrisponde – né per reddito né per qualifica – al livello dell'istruzione ricevuta, o che presume di aver ricevuto, o addirittura fatica a trovarlo, mentre suoi coetanei non laureati, o laureati in altri Paesi, hanno nel frattempo accumulato esperienze e reddito. Ed ecco che comincia ad avvertire la sensazione di aver perso tempo e che cominciano a emergere i costi nascosti: a fronte di rette molto contenute (ma di costi enormi scaricati sulla fiscalità generale), un titolo di scarso valore e anni e anni di mancato reddito.

Laurearsi ha senso se ci si riesce in tempi relativamente brevi e se il titolo apre la strada ad un percorso lavorativo altamente qualificato e remunerato. Ma proprio perché ci si illude che l'università sia un diritto da garantire a tutti (in entrata), non è organizzata a tale scopo: né nella didattica, né nelle strutture, né dal punto di vista dello status giuridico e dei sistemi di finanziamento, che, anzi, generano inefficienze, sprechi e illusioni. E inseguendo questo mito abbiamo colpevolmente trascurato (anzitutto culturalmente) l'istruzione tecnica e professionale. Un sistema universitario onesto è quello che o ti fa laureare in tempi brevi, offrendo una preparazione di qualità e spendibile, o ti costringe a percorrere altre strade, che non sono affatto un disonore.

Può sembrare brutale, ma certo le rette di oggi non trasmettono il senso dell'urgenza agli studenti e alle loro famiglie e forniscono agli atenei un alibi implicito per la scarsa qualità dell'offerta formativa. Il modo di aiutare lo studente non abbiente e meritevole c'è, ma quello che ci siamo illusi di aver trovato in Italia è solo una truffa. E' un sistema che non può essere riformato, va smantellato.

Monday, January 23, 2012

Un 6- alle liberalizzazioni di Monti

Anche su Notapolitica

Ad una attenta lettura, al netto delle prime impressioni – influenzate positivamente dalla sua ampiezza e dal vantaggio comunicativo di cui ha goduto essendo licenziato nella serata di venerdì, per cui la copertura mediatica è stata fin da subito sapientemente orientata dalla conferenza stampa al termine del Cdm e dalle apparizioni di Monti in tv (8 e mezzo e In Mezz'ora) – il dl liberalizzazioni ottiene a stento la sufficienza (un 6-), cui arriva grazie allo scorporo della rete gas da Eni, mentre su tutto il resto è largamente insufficiente. Corposo sì, e un punto di merito è senz'altro l'essere stati capaci di toccare nello stesso provvedimento una pluralità di categorie, ma sulla sua reale incisività, e in molti settori persino sulla sua natura liberalizzatrice, permangono forti dubbi. Il voto complessivo però vira al negativo o al positivo in funzione dei parametri di giudizio cui ci si attiene. Due, in particolare, portano ad esiti antitetici ma egualmente fondati.

Si può fondatamente argomentare, come fanno Alesina e Giavazzi sul Corriere, che «il governo Monti ha fatto in due mesi ciò che i precedenti governi non avevano fatto dall'introduzione dell'euro». E dunque, se questo è il metro di giudizio, l'operato dei precedenti governi, il dl non può che essere promosso a pieni voti. Troppo facile, obietterebbe qualcuno, fare meglio dei precedessori, le cui performance sono state così gravemente insufficienti. Se invece i metri di giudizio sono la gravità della situazione, il grado di cambiamento, di shock sistemico, di cui l'Italia ha bisogno, e il contesto politico (un governo senza il problema dei consensi e di scadenze elettorali, con il sostegno "politico" del capo dello Stato e della grande stampa, e i partiti alle corde) allora viriamo nell'area dell'insufficienza.

Il difetto principale è nell'impostazione della maggior parte degli interventi. L'intenzione è di promuovere la concorrenza, e attraverso di essa migliorare i servizi abbassandone i costi e aprire ai giovani, ma l'obiettivo viene perseguito a colpi di dirigismo molto più che di vere liberalizzazioni. Di stampo dirigista, per esempio, l'ampliamento "ope legis" delle piante organiche di farmacie e notai, nella presunzione che il numero ottimale di operatori sul mercato per favorire la concorrenza possa essere pianificato dal regolatore. Anche nella moltiplicazione delle authority e nella costituenda Autorità delle Reti, che alle competenze sull'energia e il gas somma quelle su acqua e trasporti, si tocca con mano l'attitudine alla regolazione e alla pianificazione in ogni settore dei servizi. E' forte il rischio – soprattutto nell'accentramento di competenze così eterogenee – di una ulteriore burocratizzazione, di una sorta di ministero parallelo, o peggio ombra. Nelle intenzioni del governo l'obiettivo è chiaramente quello di spoliticizzare alcune questioni spinose demandandole alle authority, ma non è affatto automatico che non resteranno prigioniere di lobbies e partiti, semplicemente più lontano dai riflettori.

Se la concorrenza viene promossa – giustamente – a principio guida sia del dl che della comunicazione del premier, è invece assente una chiara scelta politica e culturale in favore della libertà e della deregulation. Sembra prevalere una logica di contrattazioni separate con i colossi pubblici e le singole lobbies, che porta a risultati difformi da settore a settore e ad uno sforzo piuttosto di ri-regulation (che speriamo non si traduca in over-regulation). Non si rinuncia, insomma, al principio che debba essere lo Stato a programmare l'offerta, anche se da parte di privati, di un certo bene o servizio; e a programmare anche il "quantum" di concorrenza in ciascun settore.

La separazione di Snam rete gas da Eni entro i prossimi sei mesi (anche se l'intero processo durerà molto di più, quindi bisognerà vigilare sulla irreversibilità della scelta) è la portata principale, probabilmente quella che nella sua recente visita a Londra il premier Monti ha anticipato agli operatori della più importante piazza finanziaria europea. Intorno un pulviscolo di snack più o meno appetitosi, alcuni indigesti. Altri due colossi pubblici, Ferrovie e Poste, non vengono sfiorati. Positiva la stretta sugli affidamenti in house dei servizi pubblici locali (possibili fino ad un valore economico di 200 mila euro anziché di 900 mila), ma pur sempre nel solco del decreto Ronchi. Viene infatti lasciata aperta per gli enti locali la possibilità di derogare al regime di gare ad evidenza pubblica, previo parere dell'Antitrust, obbligatorio ma non vincolante. Il rischio è l'aumento del contenzioso e la riapertura di guerre ideologiche sul concetto di bene e servizio pubblico. Si promuove inoltre la fusione tra società, garantendo per cinque anni l'affidamento diretto, nella speranza che si producano economie di scala, anche qui con la presunzione che sia il regolatore e non il mercato a conoscere quale sia la dimensione aziendale ottimale.

Insufficienti le norme sulle professioni. C'è l'abolizione dei tariffari, c'è l'obbligo di preventivo, che dovrebbero favorire il passaggio dagli onorari a tempo ad altri schemi remunerativi, ma manca un vero e proprio abbattimento delle barriere legali e non che intralciano l'ingresso di nuovi attori nel mercato. Non c'è una liberalizzazione del regime ordinistico, con il passaggio ad un sistema di libere associazioni (con riconoscimento pubblico ma che non operino in monopolio). La durata massima del tirocinio per l'accesso alle professioni viene ridotta a 18 mesi e i primi sei potranno essere svolti all'interno delle università, ma solo a seguito di apposite convenzioni con gli ordini professionali. Si pianifica il numero di notai che dovrebbe garantire un sufficiente grado di concorrenza, ma non si riducono i casi in cui sono obbligatorie le loro prestazioni, né viene messa in discussione la loro esclusiva in funzioni che potrebbero essere svolte anche da avvocati e commercialisti. Anche delle farmacie si pretende di conoscere il numero ottimale, continuando quindi a negare il diritto al farmacista abilitato di avviare liberamente un suo esercizio. Liberalizzati turni e orari, ma la remunerazione del farmacista resta proporzionale al prezzo del farmaco, il che non sembra un incentivo a praticare sconti.

Patetici i dietrofront su farmaci di fascia C e liberalizzazione dei saldi, mentre si rinvia il nodo dei taxi. Sul numero e il rilascio delle licenze in ciascuna città decide l'Autorità delle Reti, sentiti Comuni e tassisti. Si prevede una maggiore flessibilità delle tariffe, fermi restando i limiti massimi, e l'extraterritorialità, sebbene con il consenso dei sindaci interessati, ma viene escluso il cumulo delle licenze con l'intento dichiarato di impedire attività di impresa. Di natura dirigista anche gli interventi su banche (conto corrente base e commissioni sui prelievi bancomat fissate per legge) e assicurazioni (non abolito il rapporto di esclusiva degli agenti, che però per la Rc auto hanno l'obbligo di presentare le proposte di due concorrenti). Cancellata la liberalizzazione delle attività di prospezione e ricerca di idrocarburi, nel decreto c'è un discreto sforzo per rendere più efficiente la distribuzione dei caburanti: rimossi i vincoli al self service pre-pay anche durante gli orari di apertura, ma solo per gli impianti al di fuori dei centri abitati; liberalizzata la vendita di prodotti non oil; superamento dei vincoli di esclusiva, solo per le pompe di proprietà del gestore.

Manca la madre di tutte le liberalizzazioni, quella del mercato del lavoro. Qui la scelta del governo è stata fin dall'inizio quella di stralciarla, per poterla trattare separatamente con i sindacati e associarla ad una riforma degli ammortizzatori sociali. Il rischio – avvalorato dalle voci secondo cui il tema dell'art. 18 sarebbe ormai fuori agenda e lo schema Boeri-Garibaldi, tradotto in proposta di legge da Paolo Nerozzi, senatore Pd ex Cgil, quello destinato a prevalere – è che l'esito della concertazione porti ad una restaurazione di rigidità piuttosto che ad una maggiore flessibilità.

Dal punto di vista strettamente politico, se il punto di partenza del pacchetto liberalizzazioni non è particolarmente ambizioso, possiamo immaginarci cosa accadrà nei due mesi che ancora ci separano dalla conversione in legge del dl. Due mesi di negoziazioni selvagge in Parlamento con le varie lobbies, con l'alto rischio di ulteriori compromessi al ribasso. Inquieta anche una certa tendenza all'autocompiacimento e all'esagerazione del governo dei tecnici, che credevamo peculiarità di quelli politici. In particolare, che queste misure possano far crescere il Pil dell'11% nell'arco dei prossimi anni è una grossa sparata propagandistica che non sarebbe stata perdonata a un governo politico, e il segnale che anche per i tecnici l'arte di vendere supera la qualità del prodotto venduto. Quell'11% è il risultato di studi autorevoli, che ipotizzavano però riforme di tutt'altra portata. Come ha sottolineato Alberto Mingardi, dell'Istituto Bruno Leoni, il principale pericolo adesso è che il capitolo liberalizzazioni possa ritenersi chiuso, tornare nel cassetto e restarci a lungo, mentre l'inefficacia delle misure prese rispetto alle aspettative suscitate non farà altro che alimentare la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti del mercato e della concorrenza.