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Thursday, July 27, 2017

EnMarche! Sul cadavere dell'Italia

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur

Fine dei giochi, secondo schiaffone all'Italia in tre giorni... Il "liberale" ed "europeista" Macron ha deciso di nazionalizzare STX piuttosto che farla guidare a Fincantieri. Europa? Mercato? Belle parole, poi c'è l'interesse nazionale... "Il nostro obiettivo è difendere gli interessi strategici della Francia", ha spiegato il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire. Non si tratta di cattiveria, ma all'Eliseo evidentemente non si fidano del nostro sistema-Paese. Oppure, sarà colpa del "protezionista" Trump??

Già come Italia non contavamo molto, ma dal 2011, dalla chiamata dello straniero e dai governi di inetti che sono seguiti, ci hanno azzerati completamente, ci stanno massacrando, ma i nostri governi non l'hanno ancora capito e continuano a parlarsi addosso.

O forse l'hanno capito un paio di giorni fa, e sono ancora storditi. Martedì all'Eliseo si sono incontrati i due principali rivali sul futuro della Libia, al-Serraj e Haftar, invitati dal presidente francese Macron, che ha preso in mano le redini del processo dopo aver probabilmente ricevuto via libera da Trump e da Putin (invitati anch'essi a Parigi in rapida successione). Blitz Macron, Italia fuori dai giochi. "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". La storia di come ci siamo di fatto auto-esclusi è ancora da scrivere. Ma si può azzardare qualche ipotesi... Indecisi a tutto, timidi, siamo andati in crisi con al Sisi cadendo nella trappola Regeni, troppi complessi - che Macron non ha avuto - nel parlare con i "cattivoni" Trump e Putin... eccetera...

E ora il presidente francese annuncia anche gli hotspot in Libia (idea poi parzialmente smentita: non subito), di cui si discute, anzi si chiacchiera da anni in Italia ovviamente senza concludere nulla. Mentre il governo italiano si occupava di migranti come una qualsiasi ONG, Macron ha semplicemente fatto politica. Non è un nostro "nemico", fa gli interessi francesi mentre noi quasi ci vergogniamo di averne.

Non provino nemmeno Gentiloni, Alfano e Renzi: non c'è modo per ridimensionare gli schiaffoni presi da Macron. Possono solo tacere e, se possibile, sparire. Per tentare di parare il colpo ora sono pronti a inviare le navi della marina militare in Libia... Dopo che per anni hanno detto che non si poteva e ridicolizzato chi lo proponeva. Pagliacci!

Sarà chiaro adesso cosa significa EnMarche! Il primo cadavere su cui Macron è passato sopra marciando, cantando la Marsigliese e sventolando la bandiera francese, non quella europea, è quello dell'Italia. Macron ha effettivamente "salvato l'Europa", intesa come burocrazia europea, ma si sta muovendo come se l'Ue non esistesse, agisce senza nemmeno avvertirla. E ha ragione: l'Europa sui temi e le crisi internazionali non esiste. Non esiste un interesse europeo. Esistono interessi francesi, tedeschi, italiani (sebbene non ce ne curiamo). Tutti legittimi.

Sunday, July 16, 2017

Dal G20 di Amburgo agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees

Pubblicato su formiche

Dal G20 di Amburgo (una sconfitta casalinga per la Merkel) agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees (manovre di accerchiamento della Germania?), passando per il discorso di Trump a Varsavia in difesa dell'Occidente, snobbato dai media, e l'incontro con Putin, che hanno seppellito i falsi miti su Trump

Con il presidente americano Trump ai Campi Elisi, Parigi, invitato dal presidente francese Macron alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia, si chiudono dieci giorni densi di avvenimenti sulla scena internazionale. E si moltiplicano gli indizi che ci inducono a intravedere tempi non facili per la locomotiva tedesca, e quindi per la macchinista, la cancelliera Angela Merkel. Le manovre di accerchiamento sono cominciate, vedremo se assumeranno le sembianze di un vero e proprio assedio a Berlino perché si decida a modificare le sue politiche europee e commerciali.

Forte della sua ambizione e di una solida maggioranza parlamentare, Macron è determinato a riequilibrare il motore franco-tedesco prima che vada fuori giri. Ed è pronto a giocare di sponda con Trump, sfidando persino l'impopolarità del presidente Usa, invitato a cena sulla Tour Eiffel e alle celebrazioni del 14 luglio (con i militari americani ad aprire la parata ai Campi Elisi). Serve luce verde da Washington inoltre per i suoi sogni di "grandeur": la guida della difesa europea e la supremazia francese nel Mediterraneo. Per Londra è addirittura una necessità rivolgersi al di là dell'Atlantico e cercare nell'Anglosfera una prospettiva post-Brexit.

Macron è una buona carta anche per gli Stati Uniti, che hanno sempre sostenuto il progetto europeo, ma non sono contenti della piega germano-centrica che sta prendendo. L'Ue serve a garantire stabilità e benessere agli europei. Gli attuali squilibri, accentuati dalle politiche e dal primato di Berlino, potrebbero non essere sostenibili nel medio periodo e rischiano di compromettere sia stabilità che benessere dell'Europa, indebolendo l'Occidente. Una Germania europea, non un'Europa tedesca avevano in mente gli americani quando hanno sostenuto la riunificazione nel contesto dell'integrazione europea.

Poi c'è la Russia, che preme ai confini orientali dell'Europa. A difesa dei paesi dell'Est, un mercato prezioso per Berlino, non ci sono certo le truppe della cancelliera, ma la Nato, ovvero l'arsenale americano. E nel pieno della crisi con Mosca per l'Ucraina, nonostante il regime di sanzioni, con le sue scelte di politica energetica, tra cui il raddoppio del gasdotto North Stream, la Germania (e l'Ue con essa) ha accresciuto anziché ridurre la dipendenza dal gas russo. Una prospettiva che non può far piacere a Washington.

Ma facciamo un passo indietro. Il G20 di Amburgo si prestava come palcoscenico ideale per l'esordio sulla scena internazionale della "nuova leader del mondo libero" (e liberal), la cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia, già alla vigilia si era compreso che qualcosa non tornava, se per far apparire isolata l'America di Trump sul clima aveva dovuto ostentare l'appoggio di Russia e Cina, non esattamente due fari del liberalismo (e ovviamente Putin e Xi non si sono lasciati pregare...), ma soprattutto se la cancelliera, che così meticolosamente in questi mesi ha coltivato il ruolo di Berlino come alfiere del libero commercio e della globalizzazione contro le minacce protezionistiche trumpiane, si era trovata sulla scrivania la seguente storia di copertina dell'Economist: "Il problema tedesco. Perché il surplus commerciale della Germania fa male all'economia mondiale". Ma come, l'organo "ufficiale" dell'intellighentzia "global", dell'ordine economico liberale, che rilancia la stessa identica critica sollevata dall'amministrazione Trump all'indirizzo di Berlino?

Se poi, a leggere la dichiarazione finale del G20 di Amburgo, sulla falsa riga di quella sottoscritta a Taormina, gli echi trumpiani sembrano addirittura dare il tono all'intero documento, non è esagerato parlare di una brutta sconfitta casalinga per la Merkel.

Né i leader del G7 riuniti a Taormina, né quelli del G20 ad Amburgo vedono più la globalizzazione come un fenomeno dalle magnifiche sorti e progressive, anzi ammettono che non tutti ci hanno guadagnato, ci sono dei "perdenti", dei "dimenticati" – quei dimenticati che hanno portato Trump alla Casa Bianca – e riconoscono che "rimangono delle sfide per realizzare una globalizzazione inclusiva, corretta e sostenibile", servono politiche di aggiustamento per mitigarne gli effetti distorsivi.

Ribadito l'impegno per il libero commercio e a "tenere i mercati aperti", tuttavia di fronte "alle pratiche commerciali scorrette" si riconosce "l'uso di strumenti legittimi di difesa commerciale". Strumenti che come abbiamo già scritto per Formiche non fanno solo parte dell'arsenale negoziale del presidente americano, ma sempre più sono invocati anche dai principali soci del club Ue – Francia, Italia e la stessa Germania – per rispondere alle "scorrettezze" cinesi. Nero su bianco, nel documento troviamo le doglianze americane ed europee nei confronti di Pechino sia sul tema dell'acciaio, per la sua eccessiva capacità produttiva, che per il dumping sul costo del lavoro, essendo il mercato cinese ancora lontanissimo dai nostri standard sociali, ambientali e di diritti umani.

A ben vedere nemmeno sul clima la cancelliera tedesca può contare un punto inequivocabilmente a suo favore. Ammesso e non concesso di poter isolare gli Stati Uniti su un tema come il clima, che certo non è alla base dei rapporti transatlantici, l'accordo di Parigi viene sì definito "irreversibile", ma nella dichiarazione si legge anche che verrà applicato "con differenziate responsabilità e rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali". Insomma, una sorta di "liberi tutti", ognuno lo interpreti come vuole... E il presidente turco Erdogan ha già fatto sapere che se non arriva il bonifico dai paesi ricchi la Turchia è anch'essa pronta a uscire dall'accordo.

Sull'immigrazione infine, viene confermato l'approccio già uscito da Taormina: i leader del G20 sottolineano "il diritto sovrano degli stati di controllare e difendere i propri confini e perseguire politiche nel proprio interesse nazionale e per la propria sicurezza nazionale".

Dichiarazione del G20 a parte, a rubare la scena alla Merkel sono stati il discorso di Trump in Polonia e il primo faccia a faccia tra il presidente americano e quello russo, dal quale (doveva durare mezz'ora, senza un'agenda prefissata, ma è durato due ore) è scaturito il primo cessate-il-fuoco a firma Usa-Russia in Siria, sebbene parziale. Certo, le cronache della stampa mainstream vi hanno raccontato altro, ma è comprensibile: il discorso di Varsavia e il primo confronto Trump-Putin hanno contraddetto la narrazione del giornalista collettivo sul nuovo inquilino della Casa Bianca in almeno due aspetti fondamentali. Trump non è il "puppet" di Putin. E l'America di Trump è tutt'altro che isolazionista. "America First" non significa "America alone", come hanno spiegato di recente sul WSJ i consiglieri del presidente McMaster e Cohn. Semmai, vuol dire che l'America è tornata.

Monday, May 08, 2017

Tre illusioni con le quali evitare di coccolarsi dopo la vittoria di Macron

Pubblicato su formiche

Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".

Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".

Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.

Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.

Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.

Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.

E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.

Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.

La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.

Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).

Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.

Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.

Monday, April 24, 2017

Le vendette di Hollande dietro il successo di Macron e l'azzardo di aver rimosso l'argine gollista al lepenismo

Pubblicato su formiche

La disfatta è meno amara se condivisa con i propri avversari

A urne chiuse, ora che tutti i puntini sono uniti fra di loro, il volto ghignante che si staglia dietro il "fenomeno Macron" è quello di un redivivo François Hollande. La sua presidenza è stata catastrofica, ha fatto crollare ai minimi storici i consensi del Partito socialista e non ha potuto presentarsi per un secondo mandato talmente a picco era colato il suo indice di fiducia. Eppure, il sicuro grande sconfitto della vigilia ha saputo cucinarsi una vendetta servita ancora calda, assicurandosi con ragionevole certezza l'insediamento del suo ex ministro dell'economia come suo successore all'Eliseo, ma soprattutto condividendo la disfatta con i suoi acerrimi avversari, esterni ed interni. Che abbia o meno un ruolo pubblico in futuro, o preferisca ritagliarsene uno dietro le quinte, sarà meno amaro per Hollande lasciare l'Eliseo sapendo che anche la destra gollista è andata incontro a una cocente disfatta, non riuscendo a portare al ballottaggio un suo candidato nonostante la crisi dei socialisti, e che coloro che gli hanno sfilato di mano il partito si ritrovano intorno nient'altro che macerie.

Questo il duplice esito di una spregiudicata e brillante operazione politica condotta con l'aiuto dei magistrati, le cui preferenze politiche anche in Francia non sono un mistero, dei media "amici" e del 24% degli elettori (in gran parte di fede socialista). Uno dopo l'altro, gli ostacoli sulla strada di Macron sono stati brutalmente rimossi e le impronte di Hollande sono dappertutto. Fallimentare come presidente, si è confermato un maestro di tattica politica.

Senza nulla togliere alle abilità e alla freschezza di Emmanuel Macron, che in poche settimane ha messo su un movimento, una sua "start-up" politica, centrando il ballottaggio da vincitore del primo turno, ma l'azzoppatura per via mediatico-giudiziaria del candidato della destra gollista, l'ex premier François Fillon è stata decisiva. Altrimenti - come d'altronde indicavano tutti i sondaggi precedenti alle inchieste ad orologeria che l'hanno colpito (guarda caso solo dopo la vittoria alle primarie...) - le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Ed è difficile credere che l'affermazione di Macron sia stata possibile in così poco tempo senza la mobilitazione attiva in suo favore di pezzi importanti dell'elettorato socialista, e quindi il concomitante sabotaggio della candidatura ufficiale di Hamon. Il Partito socialista ha fatto la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici della presidenza Hollande, mentre gli elettori socialisti venivano "prestati" per un'operazione di maquillage giovanilista nel tentativo di salvare lo status quo (e restituire l'onore a Hollande).

Ma sia Hollande sia l'establishment (francese ed europeo), che in funzione anti Le Pen hanno preferito un maquillage giovanilista dei socialisti, facendo fuori per via mediatico-giudiziaria il collaudato argine gollista, si sono assunti un grosso rischio. Non gli resta che augurarsi di aver azzeccato il calcolo... Perché se da una parte la strada di Macron appare ormai in discesa grazie al ricostituirsi del "fronte repubblicano" contro il lepenismo, la sua capacità di attrazione di elettori di sinistra che lo ritengono di destra e di elettori della destra repubblicana in libera uscita, per la prima volta non rappresentati al ballottaggio, potrebbe essersi esaurita o quasi nel suo stupefacente 24%. Insomma, siamo in un territorio ignoto: sarà anche un'ipotesi remota ma rimosso l'argine gollista Marine Le Pen potrebbe trovare una prateria a destra, e qualche inaspettato sostegno dall'estrema sinistra.

Se, come probabile, Macron dovesse vincere, l'Unione europea si salverebbe da una crisi rapida e al buio, quindi drammatica, ma non basterà, come molti si illudono, per invertire la tendenza a un lento declino... Ammesso e non concesso che trovino sostegno parlamentare, le politiche omeopatiche di Macron, in totale continuità con quelle di Hollande, non riusciranno a guarire l'economia e la società francese, e quindi ad alleviarne le tensioni. Né, quindi, potranno rendere la Francia una parte della soluzione alla crisi dell'Ue. Il conto con la realtà, al giro successivo, potrebbe essere salatissimo. In un'intervista al Corriere lo scrittore francese Michel Houellebecq ha fatto riferimento a una "nevrosi". I francesi "sono ancora più a destra rispetto al 2012", Macron "non ha colpe", anche se "molto migliore di Hollande può portare a una catastrofe" perché quando "la realtà politica non corrisponde alla società, è una situazione da nevrosi".

Macron supera l'esame ma Ue e renziani hanno poco da brindare

Macron ha superato l'ostacolo più grande, quello della credibilità, ora la sua strada per l'Eliseo è in discesa. È lui l'eroe del "racconto" elettorale, la sorpresa che si afferma, la storia vincente di cui molti vorranno far parte al secondo turno ("io l'ho votato", "io c'ero")... e difficilmente la Le Pen potrà farci qualcosa. Però deve stare attento all'abbraccio dei vecchi partiti e dell'establishment europeo. Se è così nuovo, giovane, e così "rivoluzionario", perché tutti i "vecchi" si sentono rassicurati da una sua vittoria?

E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".

La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.

Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.

Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...

Tuesday, March 22, 2016

Tre scomode verità che ci ostiniamo a non riconoscere

Prima o poi doveva accadere. Come nessuno dei precedenti attacchi, quelli di oggi all'aeroporto e alle stazioni centrali della metropolitana di Bruxelles (video subito dopo l'esplosione), cuore delle istituzioni europee, sono emblematici del fallimento e della totale inadeguatezza, sproporzione per difetto, delle nostre politiche di sicurezza, di intelligence, e di contrasto anche culturale del terrorismo islamico.

Tre sono le scomode verità che ci ostiniamo a non voler riconoscere ma che attacco dopo attacco appaiono sempre più evidenti.

La prima ha a che fare con quella che semplificando possiamo chiamare la "questione Guantanamo", ovvero la questione dello status giuridico dei terroristi islamici. Si tratta senz'altro di combattenti che compiono atti di guerra e crimini contro l'umanità, all'estero come nel cuore delle nostre città. Ma non appartengono all'esercito regolare di uno Stato che ci ha dichiarato guerra. Quindi non abbiamo una controparte con la quale organizzare uno scambio di prigionieri, né avremo mai una data ufficiale di fine del conflitto dopo la quale poterli liberare senza pericolo. I nostri nemici rapiscono e tagliano gole. Noi europei quando ne arrestiamo uno non siamo nemmeno in grado di farci dare informazioni sufficienti a sventare un attentato imminente. Se c'è una peculiarità degli attacchi di Bruxelles rispetto ai precedenti, infatti, è che sono avvenuti nonostante uno dei terroristi del gruppo, Salah Abdeslam, già organizzatore ed esecutore degli attacchi di Parigi solo quattro mesi prima, fosse già agli arresti, da venerdì scorso. Molto difficile credere che Salah non fosse a conoscenza dei piani di questa mattina. E infatti ci è stato detto che stava "collaborando" e che lunedì l'intelligence belga aveva allertato le autorità di Bruxelles su un attacco terroristico imminente, senza però saperne indicare con precisione il luogo, la data e le modalità (fonte: BFM TV). Quindi, c'è la possibilità più che concreta che le autorità belghe non siano riuscite a farsi dire da Salah tutto quello che avrebbero dovuto farsi dire... E può succedere, quando si pretende di combattere il terrorismo islamico come criminalità comune.

La sensazione, il sospetto più che fondato, è che possiamo trovarci di fronte ad un caso di scuola paventato da molti in questi anni: al terrorista non viene torto un capello, per carità, ma quello si prende gioco di tutti e non si riesce a impedire l'attentato. E magari ora si starà facendo grasse risate... Mi sembra di vederle le scene degli interrogatori di garanzia con il magistrato di turno e dei colloqui con l'avvocato d'ufficio, magari anche l'interrogatorio con l'intelligence in cui finge di collaborare omettendo l'essenziale. Ore e giorni preziosi persi... Possibile, accettabile, avere tra le mani per 72 ore uno dei terroristi, sapere con certezza che è uno di loro, e non riuscire a sventare l'attacco imminente?

Siamo, insomma, in un territorio completamente sconosciuto, per cui è necessario elaborare ex novo, dal nulla, uno status giuridico e degli standard di trattamento. Ma una cosa è certa: il terrorismo non si può combattere con le armi della giustizia ordinaria, con i tempi sia pure accelerati di tribunali, interrogatori di garanzia, colloqui con avvocati, richieste di estradizione. Gli Stati Uniti hanno faticosamente trovato un punto d'equilibrio, un compromesso, per quanto precario e coperto da un velo di ipocrisia. Noi europei non ci siamo ancora nemmeno posti il problema, lo scansiamo sdegnosamente.

La seconda verità scomoda è che i terroristi islamici godono di un ampio supporto da parte delle comunità musulmane europee. Supporto che va dall'omertà e dalla copertura alla vera e propria complicità attiva. Nonostante dopo gli attacchi di Parigi fossero braccati dai servizi di sicurezza di mezza Europa, non solo Salah Abdeslam e Najim Laachraoui sono riusciti a fuggire, a nascondersi per quattro mesi a Molenbeek, in un quartiere islamico alle porte di Bruxelles. Sono riusciti persino a pianificare altri attacchi e non possiamo escludere che persino l'arresto di Salah fosse parte del piano... Tutto questo è impossibile, inimmaginabile, senza la complicità sia passiva che attiva di centinaia, forse migliaia di appartenenti alle comunità musulmane francesi e belghe. Bisogna fare i conti con vere e proprie roccaforti di jihadismo all'interno delle nostre capitali, enclave rispetto alle quali parlare di islamizzazione dell'Europa non può essere liquidato come esagerazione populistica. Non ho la soluzione in tasca, ma è certo che aprire gli occhi, esserne consapevoli, smetterla di farsi intimidire dal politicamente corretto e dal timore di passare per razzisti, è solo il primo passo.

Terza scomoda verità: l'immigrazione c'entra eccome, anche se non nel senso banale che i terroristi si infiltrano tra gli immigrati e i rifugiati. Non si può escludere che avvenga, ma non è questo il punto. Nei confronti del fenomeno degli "homegrown terrorists", che si muovono con passaporti europei, parlano perfettamente francese o inglese, spesso sembrano "integrati" da generazioni, sono protetti dalle loro famiglie e nei loro quartieri, noi siamo più disarmati e loro logisticamente avvantaggiati. Paesi europei dove vivono milioni di musulmani naturalizzati in forza di una consolidata storia coloniale non possono farci niente, devono combattere il fenomeno per quello che già è. Ma in altri Paesi il fenomeno si può ancora arginare e temi quali l'immigrazione e la cittadinanza diventano il fronte, la prima linea. Bisogna affrontare questi temi con la consapevolezza che ad oggi l'islam, essendo non solo religione ma soprattutto politica, e ideologia totalitaria, è incompatibile con i valori fondamentali alla base della convivenza nei nostri Paesi. Ne deriva che milioni di immigrati sono culturalmente inintegrabili, ammesso che lo siano economicamente e socialmente... Più immigrati di cultura islamica entrano oggi nei nostri Paesi e vengono magari anche naturalizzati, più jihadisti ci saranno domani, forse non tra di loro ma di sicuro tra i loro figli: e saranno centinaia, forse migliaia. E' un fatto demografico e statistico ed è solo una questione di tempo, così come un fatto sarebbe l'arretramento del livello medio di cultura civile nella popolazione, passi indietro di decenni, per esempio, sulla libertà d'espressione e sul ruolo della donna.

Purtroppo temo che anche questa volta tutto finirà in nastrini di commemorazione, avatar di solidarietà su Facebook e retorica a buon mercato... e in più stringenti misure di sicurezza... Certo, possiamo schierare l'esercito nelle strade, spostare i metal detector all'entrata di aeroporti e stazioni, ma ci sarà sempre da qualche parte una fila in mezzo alla quale i terroristi potranno farsi esplodere. Di fronte a noi abbiamo un bivio: o accettare di assistere periodicamente, e con sempre maggiore frequenza, a giornate come questa, consolandoci di contare decine e non centinaia di morti; oppure riconoscere queste tre verità e agire di conseguenza, invece di scappare via in lacrime come la Mogherini.

Friday, January 09, 2015

Processo all’islam e al multiculturalismo

Dopo fiumi, inondazioni di inchiostro e di retorica a buon a mercato, resterà stavolta una vera consapevolezza della minaccia islamica? Ricordate la brutale uccisione del regista Theo Van Gogh? Era il 2004, 10 (dieci!) anni fa. E l'ondata di violenza scatenata, nel 2005, dalle vignette su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten? E quanti attentati e sgozzamenti da allora? Il rischio è che riempirsi la bocca, e riempire piazze - reali e virtuali - di "je suis", "siamo tutti" e slogan simili, serva solo a sollevare la propria coscienza, e agli ipocriti per mascherarsi, ma vera consapevolezza zero. E la strage di Boko Haram in Nigeria? "Siamo tutti nigeriani", naturalmente... Arriveremo al punto in cui non ci basterà uno slogan al giorno.

Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
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Friday, May 24, 2013

I mostri che si aggirano per l'Europa: gli Stati mannari

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La copertina dell'Economist di questa settimana si candida seriamente al premio cover dell'anno. I principali leader europei - Merkel e Hollande in testa, con Draghi, Letta e Samaras alla loro destra e Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla loro sinistra - che incedono con sguardo fiero e fisso sulla linea dell'orizzonte, non curanti del burrone ad un passo dai loro piedi. Titolo: "The sleepwalkers" (i sonnambuli).

E' il sesto trimestre successivo di recessione in Europa, la disoccupazione è oltre il 12%. Si discute di austerity, ma i deficit e i debiti pubblici continuano a correre, e non solo nei paesi cicala, come l'Italia, dove per lo meno il problema è noto e all'attenzione dei severi censori di Bruxelles e Berlino. La crisi ormai non riguarda più soltanto i paesi del Sud Europa, ma tocca da vicino anche i "virtuosi" tedeschi, olandesi e scandinavi. E' un problema comune, nessuno può illudersi che il vagone su cui viaggia non deraglierà insieme al resto del treno.

Perché se la situazione è certamente più drammatica nei paesi più deboli e più indebitati, in crisi - come ebbe modo di spiegare mesi fa Mario Draghi al Wall Street Journal - è il modello sociale europeo in tutte le sue varianti, quelle più efficienti, mittle e nord-europee, e più dissennate, quelle mediterranee. E' insostenibile, drena troppe risorse perché le economie europee riescano ad essere competitive con quelle dei paesi emergenti. Serve a poco preoccuparsi di come redistribuire meglio e in modo più equo, se la torta nel frattempo si restringe. Fa eccezione, per ora, la Germania, ma tra breve anche le sue riforme di un decennio fa si riveleranno insufficienti.

Eppure, i leader europei non sembrano rendersi conto di quanto profondamente la crisi metta in discussione le certezze dell'ultimo mezzo secolo. Di fronte alla realtà, sembra diffondersi il virus italiano: piuttosto che riconoscere che la soluzione passa per riforme dolorose, impopolari, ma necessarie, volte a far recuperare competitività alle nostre economie fiaccate da bilanci pubblici troppo pesanti e famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, il problema che sembra angosciare i governanti europei, senza eccezioni, è come fare cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo.

Dunque, invece di accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, di discutere di come implementare velocemente le riforme strutturali e fiscali in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità dell'ultimo Consiglio europeo, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale, nonostante negli altri grandi paesi europei non sia certo ai livelli italiani. Quando però si va a stringere sulle misure concrete, ci si accorge che va bene lo scambio dei dati, ma più che l'evasione nel mirino c'è la concorrenza fiscale tra i paesi. I "grandi" vorrebbero limitare, se non azzerare, la capacità dei "piccoli" e dei "medi" di attirare aziende e multinazionali con sistemi fiscali più competitivi. Insomma, quei «salti mortali», così si è espresso di recente Ed Miliband parlando di «capitalismo responsabile», che molte grandi e medie aziende (Google, Apple e Amazon sono sotto i riflettori), ma anche persone fisiche, fanno per pagare meno tasse. Più che di evasione, dunque, si tratta di forme elusive legali.

Una volta, quando si parlava dei cosiddetti "paradisi fiscali", ci si riferiva a minuscole isolette, per lo più dei caraibi, praticamente prive di strutture statuali. Oggi però politici e media ne parlano con riferimento a qualsiasi paese che scelga un'imposizione fiscale più leggera e norme meno invasive sui capitali. Così anche Svizzera, Austria, Slovenia, Irlanda, e persino il Regno Unito, vengono considerati alla stregua di "paradisi fiscali". Un'azienda, o una persona fisica, che vi trasferiscano la propria residenza fiscale o parte dei propri profitti, vengono immediatamente bollati come evasori e, quindi, criminali (quanto meno moralmente). Non ci si chiede nemmeno se sia il caso di abbassare le proprie pretese fiscali, non si prende nemmeno in considerazione l'ipotesi che, più semplicemente, sono Italia, Francia e Germania ad essere diventati "inferni fiscali".

Difficile, d'altra parte, ampliare le pretese della riscossione fiscale nel mondo globalizzato di oggi, in cui i capitali si muovono attraverso i continenti in pochi secondi, il commercio è sempre più online e i paesi sono sempre più in competizione tra loro per attirare investimenti. Ma in Europa, soprattutto, dove il mercato è unico, la concorrenza fiscale dovrebbe essere vista come una sfida virtuosa, non un molesto residuo della sovranità nazionale. Emblematico il doppio ruolo che è costretto a giocare il premier britannico Cameron, che fa il duro nei confronti di Bermuda e Isole Cayman, ma poi rivendica il diritto della Gran Bretagna a mantenere «tasse basse sulle imprese per attirare gli investimenti, aumentare i posti di lavoro, ed essere vincenti nella competizione globale».

L'unica cosa che proprio non riescono a immaginare i leader europei è come restringere il perimetro dello Stato, quindi della spesa pubblica e del debito. I paesi virtuosi non si pongono - per il momento - il problema. In quelli meno virtuosi, come l'Italia, sentiamo ripetere la solita litania: non ci sono soldi per rimettere in moto l'economia. Due miliardi di qua, due di là, si spostano da una tassa all'altra. Non ci sono soldi? Ma stiamo scherzando? Un governo che spende (o sperpera?) ogni anno la metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini - e ormai non sono molto lontani da questa soglia gli altri grandi paesi europei - viene a raccontarci che non ci sono soldi? E' un luogo comune ormai tanto radicato - nella politica, tra gli osservatori e nell'opinione pubblica - quanto fa a pugni con la logica.

Il dibattito in Europa è sempre più intrappolato tra le due polarità rigore/spesa, con i paesi del Sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del centro e del nord che tentano di stringere i cordoni della borsa. E una dinamica che rischia di somigliare sempre più a quella dell'Italia post-unitaria: un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso. Una sorta di "italianizzazione" dell'Eurozona non è più una prospettiva inverosimile, se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia e che, come stiamo vedendo, ci sta trascinando tutti nel baratro.

Wednesday, November 07, 2012

Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti

A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.

L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.

Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Thursday, September 20, 2012

La nostra linea rossa

Dopo il "film" (c'è ancora chi lo chiama così, ma il sospetto che si tratti di una montatura aumenta), riecco le vignette. Il settimanale francese Charlie Hebdo è certamente alla ricerca di pubblicità a buon mercato, ma la sensazione è che siamo arrivati ad un punto, nei rapporti con i settori più estremisti del mondo musulmano, in cui la battaglia per la libertà d'espressione va combattuta fino in fondo. Il presidente egiziano Morsi (Fratelli musulmani) la scorsa settimana ha aspettato di essere fuori dal territorio del suo paese per condannare le violenze contro le ambasciate americane, il che ha irritato parecchio anche bambi Obama, ed è ripartito dall'Europa con un miliardo di aiuti ma impartendoci una lezione: Maometto è «la nostra linea rossa», facendoci intendere che oltrepassata quella, dobbiamo aspettarci qualsiasi reazione, da una querela allo sgozzamento.

Ecco, credo sia giunto il momento di tracciare la nostra linea rossa. Se nei paesi musulmani non sono pensabili libertà d'espressione e libertà di culto, che continuino ad esserlo almeno nei nostri paesi civilizzati. E tracciare una linea rossa è ciò che tenta di fare Charlie Hebdo con due vignette che ritraggono Maometto pubblicate nelle sue pagine interne e in quarta di copertina. Stavolta niente di offensivo, scabroso o sconcio. Pura satira sottile. Ma sappiamo che per i musulmani integralisti il solo ritrarre il profeta è blasfemia. E la blasfemia nei loro paesi è punita da qualche anno di carcere fino alla morte. Come la mettiamo?

Subito la comunità islamica francese ha protestato e sono arrivare le minacce. Il governo francese per precauzione, temendo reazioni violente, ha disposto per il venerdì di "preghiera" la chiusura di ambasciate e scuole in una ventina di paesi a maggioranza musulmana. «Siamo in un paese in cui è garantita la libertà d'espressione, anche la libertà di caricatura», ha ricordato il premier Jean-Marc Ayrault. Per le offese... be' per quelle ci sono sempre i tribunali: «Ognuno deve esercitare questa libertà nel rispetto, ma se davvero qualcuno si sente offeso e pensa che ci sia stata una violazione di legge, siamo in uno stato di diritto e può rivolgersi ai tribunali». Perfetto.

Peccato che l'Occidente continui a mostrare pericolosi segnali di cedimento nella difesa dei suoi principi fondanti (dell'amministrazione americana abbiamo parlato qualche giorno fa) e dal mondo arabo continuino ad arrivare messaggi per nulla concilianti: «Queste cose devono finire», ha intimato il segretario della Lega araba. Subito ha trovato un ministro degli esteri pronto ad assecondarlo. Quello francese, Fabius, si è detto pronto a sostenere all'Onu la proposta di far diventare la blasfemia un crimine a livello internazionale. A quel punto ci saremmo consegnati mani e piedi ai nostri nemici, ai nemici della libertà, e che la disponibilità di Fabius sia stata solo un gesto di cortesia senza seguito non consola più di tanto.

Anche il ministro degli esteri italiano Terzi ci ha messo del suo, definendo le vignette «irresponsabili sensazionalismi». Nessuno si deve permettere non solo di offendere, ma nemmeno di «scherzare» sui sentimenti religiosi. Sì, proprio così, nemmeno «scherzare» si può. Terzi non dovrebbe permettersi di rilasciare dichiarazioni su alcunché prima di aver riportato i nostri marò a casa, ma di questo parliamo un'altra volta. Persino l'Osservatore romano bolla le vignette come «benzina sul fuoco» e il portavoce della Casa Bianca contesta l'opportunità della loro pubblicazione, ora che «possono infiammare la protesta».

E' questo il grande alibi dietro cui si nascondono politici e diplomatici: non offrire pretesti. Sono giustamente preoccupati di difendere la popolazione e il personale all'estero da possibili attacchi, quindi giustificano le loro dichiarazioni concilianti e di condanna delle "provocazioni" con la prudenza e il senso di responsabilità. Non si accorgono che così facendo però accettiamo un ricatto potenzialmente illimitato. Dovremo cedere su qualsiasi cosa i musulmani più integralisti si mostrino suscettibili, altrimenti dovremo subire le loro violenze? Questa non è diplomazia, questo è svendere i nostri principi. E la libertà d'espressione non è qualcosa di negoziabile in cambio di "sicurezza". Ci imbavagliamo per non essere aggrediti. Per qualcun altro, invece, mostrare di comprendere la suscettibilità altrui, per quanto assurda, fa molto persone perbene, fa molto tolleranti, saggi, ma il risultato finale è lo stesso e si chiama codardia.

Pubblicare vignette satiriche senza doverci sentire minacciati è una libertà a cui non possiamo rinunciare, per cui i nostri eroi hanno sacrificato la vita, è qualcosa che identifica la nostra civiltà e che vale la pena difendere con la spada se necessario. E' la nostra linea rossa, cordardi!

Wednesday, September 12, 2012

Istruzione: il guaio è che spendiamo male

Anche quest'anno il rapporto Ocse Education at Glance (su dati 2009) suggerisce che il problema del sistema educativo italiano non è legato tanto alla quantità della spesa, quanto alla sua qualità ed efficienza, smentendo così i soliti luoghi comuni statalisti. La nostra spesa è troppo squilibrata, da un lato a favore di scuole primarie e secondarie inferiori, mentre soffrono licei e università, dall'altro sulla spesa corrente (salari) a danno degli investimenti (edilizia e strumenti). In Italia gli insegnanti vengono pagati molto meno dei loro colleghi ma sono uno ogni 11,3 alunni nella scuola primaria (media Ocse 15,8, Francia 18,7 e Germania 16,7) e uno ogni 12 nelle secondarie (media Ocse 13,8, Francia 12,3 e Germania 14,4). Le famiglie fanno la loro parte, semmai è quasi trascurabile il contributo di enti privati, che non sono incentivati ad investire nell'istruzione né da vantaggi fiscali né da una governance aperta e trasparente. E a fronte di una spesa che rispetto al Pil pro-capite è in linea con le medie Ocse e Ue, e con quella dei paesi europei più simili al nostro, sforniamo pochi laureati e i nostri studenti sono mediamente meno preparati. Ma scendiamo nel dettaglio.
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Wednesday, September 05, 2012

Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni

L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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Friday, June 15, 2012

Dialogo tra sordi. Perché hanno ragione i tedeschi

Sottovalutazione, errori, miopia, interessi di corto respiro, hanno contraddistinto la prima fallimentare risposta europea alla crisi del debito. E non c'è dubbio che Germania e Francia portino il peso delle responsabilità maggiori: delle risposte inadeguate, non della crisi. Ma adesso le questioni sono più chiaramente sul tavolo. E c'è da sperare - anche se non m'illudo - che dopo l'intervento del presidente della Bundesbank Weidmann, oggi sul Corriere, e gli interventi ormai quotidiani della Merkel, sapremo aprire gli occhi e abbandonare questo demagogico coro anti-tedesco che domina il nostro dibattito sulla crisi. Weidmann indica un bivio:
«... rientrare nel quadro normativo di Maastricht, basato sulla responsabilità individuale di ogni Paese per la politica fiscale nazionale. Oppure compiere un "balzo in avanti" riguardo a una maggiore integrazione. Perché non possiamo dire, da un lato, che ci fondiamo sulle politiche fiscali nazionali, e, dall'altro lato, mettere progressivamente in comune i rischi senza controllo, minando con questo il quadro legale esistente. Alla fine è sempre una questione di equilibrio fra il debito comune e il controllo».

«Secondo me bisogna essere realistici riguardo alle soluzioni. E distoglie l'attenzione se si parla soltanto di Eurobond senza parlare anche di un controllo centralizzato. Il governo tedesco sta spingendo per un'unione fiscale, un sistema comune di politiche di bilancio, cercando di trovare una soluzione. E apprezzerei molto se il presidente Hollande aprisse il dibattito e discutesse sia del debito comune, sia di cessioni di sovranità e della via comune verso questa nuova unione politica. Ma chiedere soltanto gli Eurobond non ci porta da nessuna parte».
Poi un paradosso indicativo: il 58% dei tedeschi si dichiara favorevole ad un'integrazione politica maggiore, mentre più negative sono le opinioni pubbliche di quei Paesi «che richiedono con maggiore forza una mutualizzazione dei rischi e del debito, come Francia, Italia, o Spagna».

La Germania ha una visione politica-istituzionale, nel senso di una maggiore integrazione, come soluzione - certo di lungo termine, e ovviamente più difficile e faticosa - della crisi. Mentre altri, come la Francia (e in misura minore anche l'Italia), hanno pronti piani anti-crisi di "paccate" di miliardi, velleitari perché nulla indica che nel frattempo verrebbero risolti i problemi delle economie nazionali. Parlano di Eurobond e Bce come la Fed, ma tacciono quando i tedeschi rispondono - giustamente - che se si vogliono "federalizzare" i debiti e condividere i rischi, allora ci devono essere più controlli, più vincoli economici e politici, insomma una ulteriore cessione di sovranità e una vera unione fiscale, politiche di bilancio comuni. Altrimenti, si sta semplicemente chiedendo ai contribuenti tedeschi di garantire i debiti altrui.

Chiedono gli Eurobond, i "federalisti" del debito, ma sulla cessione di sovranità e l'unione fiscale e politica che dovrebbero accompagnarli, anzi precederli, fanno orecchie da mercanti. I tedeschi vogliono più Europa, gli altri solo più soldi per evitare dolorose riforme. A Berlino bluffano perché sanno che i francesi non cederanno mai altra sovranità? Può darsi, ma chi vuole "mutualizzare" i debiti, se non è in malafede, non può non andare a vedere le carte. Si può essere d'accordo o meno con una maggiore integrazione, con maggiori vincoli - io, per esempio, la temo - ma se si è contro non si possono certo pretendere Eurobond e altre forme di condivisione dei rischi dietro garanzia tedesca.

Friday, June 01, 2012

Il semipresidenzialismo c'è già e Re Giorgio dovrebbe saperlo bene

È neutro e imparziale un presidente arrivato, sia pure spinto da circostanze eccezionali, a scegliersi un premier, o che si schiera apertamente contro una delle ipotesi di riforma dello Stato in campo? Proprio quest'ultimo settennato insegna che non bisogna confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo. D'altra parte, quello che non si dice è che i nostri costituenti hanno concepito una figura di capo dello stato tutt'altro che neutra e imparziale. L'hanno anzi dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dai messaggi formali previsti dalla Costituzione.

Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo esiste già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Ne abbiamo avuta ampia dimostrazione negli ultimi 17 anni: il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
(...)
Perché, dunque, non completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare, come avviene in Francia?
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Friday, May 25, 2012

Il Pdl prova ad uscire dall'angolo

Non sarà «la più grande novità della politica italiana», ma dalla conferenza stampa di Berlusconi e Alfano alcune piccole novità sono uscite. Non è nuova la predilezione del Pdl per il presidenzialismo - anche se negli ultimi anni sempre più sbiadita insieme alle altre bandiere del '94 - ma per la prima volta c'è un'apertura a quel sistema elettorale che Ds prima e Pd poi hanno sempre ritenuto a loro più congeniale: il doppio turno. Esiste un problema di credibilità di chi avanza le proposte, ed è fuor di dubbio che ai cittadini e agli elettori del Pdl sarebbe interessata di più una "grande novità" di politica economica, magari accompagnata da un esplicito mea culpa per le promesse tradite.

L'annuncio quindi sapeva di minestra riscaldata, e lapsus e imbarazzi non hanno aiutato. Ma ironie e facili battute a parte, il Pdl ha messo sul tavolo il modello francese e lanciato alcuni precisi messaggi ai suoi interlocutori d'area. Come sempre, in questi casi, c'è un solo modo per smascherare il bluff, se si ha il sospetto che di questo si tratti: andare a vedere le carte. Il Pdl viene accusato di voler buttare la palla in tribuna per non fare le riforme istituzionali e per non cambiare il porcellum. Ma a ben vedere lo stesso si potrebbe pensare del Pd se, come sembra, opponesse un rifiuto a prescindere, senza verificare le reali intenzioni della controparte.
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Su Eurobond confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia

Prima l'unione fiscale o prima la condivisione del debito? Quello sugli Eurobond è un confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia. Per Hollande la mutualizzazione di una parte del debito è un punto di partenza, perché è attraverso l'indebitamento che si stimola la crescita e se è comune i tassi di interesse sono più ragionevoli. Per la Germania invece è un punto di arrivo («ci sono dieci passi da fare prima di arrivare agli Eurobond», avverte la cancelliera Merkel). Prima occorre l'unione fiscale, cioè un'armonizzazione delle politiche di bilancio, altrimenti alcuni paesi si troverebbero di fatto a pagare per garantire i debiti altrui. Gli Eurobond per i tedeschi non risolverebbero il problema degli eccessivi debiti nazionali e della scarsa competitività, che è all'origine dell'incapacità di crescere di alcuni paesi. Monti sembra situarsi a metà strada. Non adesso, né alla fine del processo di integrazione, ma «quando i tempi saranno maturi, non fra moltissimo», secondo il premier italiano.

Il punto è che da una parte si vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma dall'altra, sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, si è appena cominciato, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. È più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti. Il rischio è che Eurobond e investimenti in infrastrutture servano da specchietti per le allodole per non ridurre il peso dello stato e per aggirare le riforme strutturali necessarie a superare un modello sociale ormai insostenibile.
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Thursday, May 24, 2012

La giornata: chiuse le casse nazionali, parte l'assalto alla cassa comune europea

Monti promette 8 miliardi ai giovani (dai fondi europei ancora inutilizzati), che funzioneranno per la crescita e l'occupazione come le decine di miliardi degli anni scorsi.

Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.

Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.

Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).

Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.

Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.

La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.

«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).

Wednesday, May 23, 2012

L'assedio keynesiano alla Merkel

Com'era prevedibile, al G8 di Camp David ha ufficialmente avuto inizio l'assedio "keynesiano" alla Merkel, che proseguirà al vertice europeo di oggi e poi di giugno. Obama nel ruolo di regista della manovra avvolgente. La crisi europea infatti rischia di frenare la crescita globale, quindi anche quella americana, il che costituirebbe una minaccia alla sua rielezione. Dunque il presidente Usa è un attore molto interessato e per scongiurare il peggio non può che sposare le posizioni che sente più affini ideologicamente: è stata la spesa in deficit la sua ricetta anti-crisi per l'America. Non sorprende, dunque, che spinga per la stessa ricetta anche per l'Europa. A proposito, sarebbe interessante capire che ruolo gioca l'esplosione del debito pubblico americano, che qualcuno dovrà pur finanziare, nel processo di disinvestimento dai debiti pubblici europei. Nonostante le rassicurazioni alla Merkel, quindi, non è certo la disciplina di bilancio che sta a cuore a Obama.

Nella squadra keynesiana Hollande gioca da prima punta e annuncia che al prossimo Consiglio europeo metterà sul tavolo gli Eurobond. Monti si mostra più equilibrato, il suo linguaggio è più cauto, parla di «evoluzione verso gli Eurobond». Ma che posizione di gioco ricoprirà il premier italiano? Con Obama ha uno stretto rapporto, quasi da consulente economico, e tra i leader è quello che al momento può vantare la migliore capacità di dialogo con Berlino.

Non passa giorno senza che i tedeschi ribadiscano il loro fermo no agli Eurobond. Il neo presidente francese non può far vedere di rinunciare in partenza alle richieste sbandierate in campagna elettorale, ma ha anche bisogno di un accordo su un corposo pacchetto crescita per partire con il piede giusto e non con una clamorosa rottura. Al premier italiano - che per coprire i suoi fallimenti in casa (solo tasse, tagli risibili e zero riforme) ha scelto di puntare sulla politica europea per rianimare l'economia italiana - interessa la "golden rule", cioè scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli investimenti "buoni", quelli produttivi (da individuare in sede Ue). Insomma, la sensazione è che gli Eurobond servano più che altro per mettere pressione alla Germania, per rafforzare la propria posizione negoziale, per indurre la Merkel a concedere di più su altri fronti: project-bond, magari da presentare come l'inizio di un percorso che porterà agli Eurobond; rafforzamento del capitale della Bei; reimpiego dei fondi strutturali non utilizzati; una qualche forma di "golden rule", il che però significherebbe esattamente rivedere il "fiscal compact".

Queste le «piste concrete» cui si riferiva Monti? «Non basta aspettare che le virtuosità derivanti da riforme strutturali e riduzione dei disavanzi generino per spontanea virtù la crescita», ha avvertito l'altro giorno. Anche perché queste riforme in Italia non si sono ancora viste, nonostante l'enfasi su «carte in regola» e «compiti a casa fatti».

Ed è proprio questo il punto: è pieno di sedicenti "federalisti" che vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. E' più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti.

Forme di condivisione anche parziale del debito come gli Eurobond rischiano di far ripartire l'azzardo morale dei Paesi fiscalmente irresponsabili, che d'altronde non hanno saputo approfittare degli anni in cui il loro debito costava come quello tedesco (perché dovrebbero sentirsi "responsabilizzati" ora con gli Eurobond?); di indebolire la già fiacca determinazione nell'attuare costose (a livello politico) riforme strutturali; e inoltre non scongiurerebbero nemmeno il rischio che a quel punto i mercati comincino a far decollare i rendimenti sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Per non parlare del rischio di compromettere definitivamente la solidità dell'euro: emettere titoli di debito comuni quando le situazioni dei bilanci sono così diverse, vanno addirittura dalla piena sostenibilità al vero e proprio fallimento, e quando i gap di produttività sono così elevati, potrebbe significare da un giorno all'altro ritrovarsi in tasca, di fatto, lire e non euro. Ammesso e non concesso che possa andare bene a noi, di certo non andrebbe bene agli altri.

Quando sento Obama, Hollande, e i nostri politici - quelli che ci hanno portati a questo punto con più spesa e più tasse - parlare di "crescita", che per loro non ha mai voluto dire altro che spesa pubblica, allora nonostante gli errori, la miopia e gli interessi nazionali, istintivamente mi viene davvero voglia di sperare che la Merkel resista.

Gli Eurobond, la demonizzazione del rigore, l'invocare investimenti in infrastrutture come ricetta anti-crisi, sono tutti specchietti per le allodole che non annulleranno di colpo i profondi squilibri tra i Paesi dell'Eurozona, che negli anni anziché ridursi hanno continuato ad accentuarsi (e certo non per colpa dei tedeschi), e di cui con la crisi greca i mercati hanno ormai assunto definitiva consapevolezza.

Come osservano Alesina e Giavazzi anche oggi sul Corriere della Sera, «dobbiamo cominciare con l'ammettere che il nostro modello sociale non è più sostenibile».
«Non si può crescere con livelli di spesa pubblica (e quindi di tassazione) che superano la metà del reddito nazionale. (...) Non possiamo più permetterci di lavorare in pochi per sostenere i tanti che non partecipano alla forza lavoro. Di fronte a questa realtà di portata epocale, l'idea che per far crescere l'Europa servano più infrastrutture fisiche è sinceramente risibile. La scarsità di strade, treni e aeroporti non è il primo problema dell'Europa. I nostri politici parlano di infrastrutture perché è un modo per non parlare dei veri problemi: il peso dello Stato sull'economia, le difficili riforme del mercato del lavoro e dei servizi. E' venuto il momento che i leader europei si chiedano se davvero vogliono salvare l'euro. Se lo vogliono, è giunta l'ora che facciano qualcosa, ma, per favore, non ferrovie e autostrade».

Tuesday, May 15, 2012

La giornata: psicodramma Euro, Pd-Pdl più a sinistra di Hollande, Pil smentisce stime del governo

Nuova puntata dello psicodramma europeo. In Grecia è fallito l'estremo tentativo di formare un governo tecnico, quindi si torna al voto (praticamente un referendum sull'euro, dentro/fuori) e l'uscita di Atene dalla moneta unica non è più solo un'ipotesi di scuola, ma a questo punto una prospettiva a cui guardare con realismo (e preoccupazione). La direttrice del Fmi Lagarde auspica che la Grecia non lasci l'Eurozona, «ma - ha avvertito - dobbiamo essere tecnicamente preparati a ogni eventualità». I mercati ovviamente hanno reagito male: spread a 450 (rendimento al 6%), Piazza affari perde il 2,5% (ormai a 13.300 punti), euro sotto 1,28 sul dollaro.

Tutto a causa dell'incertezza greca, come in quella terribile settimana del novembre scorso in cui lo spread, schizzato in alto dopo l'annuncio da Atene di un referendum sulle misure europee, disarcionò il governo Berlusconi. Non manca ovviamente chi parla di «dittatura dello spread», ma stavolta commentatori e politici scoprono ciò che non vollero riconoscere allora, e cioè che "la soluzione della crisi passa per l'Europa". Insomma, se l'Italia non è ancora riuscita a sganciarsi dalla forza gravitazionale del buco nero greco stavolta non è perché il governo non ha fatto tutto quello che doveva. Addirittura Casini se la prende con le agenzie di rating per aver declassato 26 banche italiane, denunciando un «disegno criminale», quando solo pochi mesi fa il problema era la credibilità del governo.

Intanto, fulmini permettendo, il presidente francese Hollande, insediatosi oggi all'Eliseo, incontrerà la cancelliera Merkel. Un primo incontro da cui entrambi cercheranno di uscire millantando un successo. Ci sarà molta retorica sulla «crescita», ma molta ambiguità su come fare per stimolarla. Mentre per Hollande ci vuole più spesa pubblica, per la Merkel ci vogliono le riforme strutturali di cui parla Draghi. E' probabile che il presidente francese non partirà all'attacco con le proposte più esplosive, golden rule ed Eurobond, ma si accontenti di iniziare con il passo giusto la sua presidenza, cioè potendo proclamare una prima vittoria, portando a casa un'intesa generica per un «patto per la crescita» da affiancare al rigore, che più avanti prenderà le forme di investimenti con fondi Ue e al massimo project bond.

Sulle proposte più esplosive (golden rule ed Eurobond, appunto), che nemmeno Hollande oserà chiedere alla Merkel, il Pdl mostra di pensarla come Fassina e contro la maggior parte del Ppe, il che purtroppo spiega una delle anomalie politiche del nostro Paese, fino ad oggi condannato ad essere guidato da due sinistre.

Anche Monti, incapace di realizzare vere riforme in Italia e di tagliare la spesa, ormai punta tutte le sue carte nella politica europea per vedere di strappare un ammorbidimento del fiscal compact, tramite deroghe che permettano di scomputare dal rapporto deficit/Pil le spese per investimenti «produttivi». Se giocando di sponda con Hollande e Barroso saprà superare le resistenze tedesche, sarà comunque un processo lungo, mentre la recessione sta mordendo e sta già mettendo in discussione le ottimistiche previsioni del governo.

A contraddirle, proprio oggi, le stime preliminari dell'Istat sul Pil nel I trimestre 2012, praticamente oscurate dai media: un impietoso -0,8% sul trimestre precedente e -1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. E crescita acquisita per il 2012 pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%). E devono ancora svilupparsi gli effetti recessivi dell'Imu e dell'aumento dell'Iva a ottobre. Evidentemente una stima non in linea con le previsioni del governo, ma con lo scenario del Fmi, che prevede nel 2012 un calo del Pil del 2%. Se così fosse, addio pareggio di bilancio nel 2013.

Tanto è tutta colpa dei "dominatori" tedeschi, del loro cieco rigore, è il coro unanime che si leva dalla politica e dalla stampa nostrane, anche di centrodestra, e guai a far notare che un'austerità così recessiva, solo tasse e niente tagli alla spesa né vere riforme per la crescita, ce la siamo imposti da soli, cioè ce l'hanno imposta non Berlino né la Bce, ma i nostri governi - di sinistra, di destra e "tecnici".

Wednesday, May 09, 2012

La giornata: spread a 400 ma ormai assuefatti e Monti ricorda che siamo il Paese delle millederoghe

Grecia e Spagna allarmano i mercati e spread oltre 400 (ha toccato i 425 punti), ma ormai ci siamo assuefatti, non fa più notizia. Il fiscal compact non è ancora entrato in vigore e Monti in pieno italian style pensa già alle deroghe, mentre i partiti si preoccupano della legge elettorale e di Grillo. E' pacifico per tutti che la finestra delle riforme si è chiusa definitivamente con le amministrative e non rimane che chiedere un po' di soldi in Europa. Certo, per importanti investimenti. Come quelli con cui per mezzo secolo abbiamo cercato di risollevare il Mezzogiorno d'Italia.

Il governo spagnolo starebbe preparando una parziale nazionalizzazione di Bankia, il 45% massimo del capitale, mentre il premier greco incaricato, Tsipras, leader della sinistra comunista, prim'ancora di sapere se ha o no una maggioranza (probabilmente no) ha già fatto danni, spedendo una lettera al presidente dell'Ue Van Rompuy e al governatore della Bce Draghi in cui annuncia che gli «accordi presi dal precedente governo sull'austerity non sono più validi». Al che il ministro delle finanze tedesco Schaeuble non ha potuto che commentare: «Se la Grecia decide di uscire dall'euro, non possiamo costringerla». E se intendesse rinegoziare gli aiuti farebbe precipitare l'Eurozona in una «incertezza catastrofica». Insomma, proprio un bella torta di compleanno per l'Ue.

Intanto, continuano le mosse di posizionamento nel dibattito europeo su crescita e rigore alla luce dell'esito delle elezioni francesi. La cancelliera Merkel un giorno sì e l'altro pure fissa preventivamente i paletti ad Hollande: tutti i Paesi che hanno firmato il fiscal compact devono rispettarlo e «non esiste nessun conflitto tra crescita e misure di austerità». Insomma, non venite a dirmi che per rilanciare la crescita bisogna allentare il rigore.

Monti cerca di rafforzare il suo ruolo di mediatore. Da una parte rassicura la cancelliera tedesca, la quale «sa che non deve temere le proposte italiane» per il rilancio della crescita, perché non passeranno dallo «scardinamento» dei principi della disciplina di bilancio, ma birichino ipotizza che la stessa Merkel «da domenica è ancora più interessata a trovare vie di crescita che non scardinino quei principi». Come dire, concedi qualcosa se no ti toccano le richieste "scardinanti" di Hollande.

Dall'altra, il premier italiano propone alcune deroghe al fiscal compact, cioè di esentare una parte della spesa per gli investimenti dai vincoli di bilancio. Certo, chiedere di esentare tutta la spesa per investimenti sarebbe «troppo audace», ma concordare in sede europea «cosa ammettere come investimento positivo e cosa no», con «criteri di misurazione rigidi» - per esempio si potrebbero scontare dai vincoli «gli investimenti per la broad band e l'agenda digitale per i prossimi tre anni» - non sarebbe «niente di elusivo», l'impatto sarebbe «minimo». L'Italia ne sta parlando «in questi giorni» con i partner europei. «Se un Paese ha un rapporto debito/Pil al 120%, è questa l'unica cosa che conta o conta anche cosa ha fatto quel governo negli anni con i soldi che si è fatto prestare? Io - è il ragionamento del premier - sarei contento di vivere in un Paese che ha usato il debito per finanziare infrastrutture, piuttosto che diperdere quel denaro nel consumo pubblico».Ma Monti scarica sull'Ue anche la questione dei debiti della PA nei confronti delle imprese, chiedendo che anche queste spese vengano scontate dai vincoli di bilancio. Non si tratta in questo caso però di mero «consumo pubblico»?
Una risposta indiretta sia a Hollande che a Monti arriva da Schaeuble, secondo cui «è sbagliato pensare che le politiche per la crescita abbiano bisogno di soldi».

Dopo la meschina battuta di ieri il professore oggi ha cercato di rimediare e dai governi che dovevano «riflettere» sulle «conseguenze umane» della crisi che hanno provocato, si passa ad un fin troppo generoso «il governo precedente e i suoi predecessori hanno fatto significative riforme strutturali e noi le stiamo doverosamente intensificando».