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Thursday, July 04, 2013

Letta brinda ma non ci serve più spesa

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Altro che brindisi! Sarà un successo forse per il governo Letta, e per l'ex premier Monti, ma per l'Italia è una beffa, l'ennesima occasione sprecata. Cerco di spiegare perché. L'apertura del presidente della Commissione europea Barroso ad una maggiore flessibilità di bilancio (ma sempre al di sotto del tetto del 3%) per quei paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo sembra una buona notizia, ma al di là delle apparenze è la conferma del dramma continentale che stiamo vivendo. Un'Europa che impone ai paesi in crisi un'austerità cieca, perché incapace di distinguere, ferma restando la necessità di consolidamento dei conti pubblici, tra diverse politiche economiche, tra i diversi percorsi al risanamento, più o meno recessivi, che esistono e che vengono indicati anche dal presidente della Bce Draghi.

In questo senso, le parole di Barroso sono sintomatiche di un'Europa che non sa immaginare politiche per la crescita se non all'interno della cornice della spesa pubblica: più spesa, più crescita, è l'unica equazione che sembrano conoscere non solo a Roma, ma anche a Bruxelles. Ma leggiamole attentamente le dichiarazioni di Barroso: «Quando la Commissione valuterà i bilanci nazionali per il 2014 e i risultati di bilancio del 2013, deciderà caso per caso se permettere, sempre nel pieno rispetto del Patto di stabilità, deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso gli obiettivi di medio termine fissati nelle raccomandazioni specifiche per Paese». Tali "deviazioni", cioè la maggiore flessibilità di bilancio concessa, ha precisato Barroso, «dovranno essere collegate alla spesa nazionale su progetti cofinanziati dall'Ue nell'ambito della politica di coesione, delle reti transeuropee Ten o di Connecting Europe, con un effetto sul bilancio positivo, diretto, verificabile e di lungo termine».

Innanzitutto, nulla di nuovo: sapevamo già che come premio per l'uscita dalla procedura di deficit eccessivo ci sarebbe stato concesso di discostarci dagli obiettivi di medio termine per il pareggio di bilancio, ma sempre restando al di sotto del tetto del 3% imposto dal Patto di stabilità. Il che in termini concreti per noi significa - se le previsioni del Pil e del fabbisogno pubblico saranno rispettate, e se il mercato dei nostri titoli di Stato non subirà scossoni - che avremo nel 2014, tra il deficit previsto al 2,4% e il tetto del 3%, comunque da rispettare, un margine di manovra di circa lo 0,5% del Pil, ossia 7-8 miliardi.

Dove sta la beffa, dunque? Ci viene sì concesso un margine di manovra, ma ci viene anche detto come dobbiamo utilizzarlo: non per la riduzione delle tasse di cui la nostra economia ha disperato bisogno, ma per fantomatici «investimenti produttivi». E il principale criterio per attribuirgli o meno questa patente di "produttività" sarà l'essere "agganciati" a progetti cofinanziati dall'Ue, nell'ambito della politica di coesione e delle reti. Ma se gli investimenti pubblici di cui si parla fossero davvero produttivi, in quest'ultimo decennio di programmi europei il nostro Pil sarebbe schizzato alle stelle.

L'Italia ha certamente bisogno di investimenti, ma non dei cosiddetti «investimenti pubblici produttivi», che alla fin dei conti non si sono mai rivelati tali. Sia per la lentezza nell'avvio di questi progetti, e per le note difficoltà dell'Italia a spendere i fondi europei, sia perché gli "investimenti" finiscono il più delle volte ai soliti attori economici, che o sono inefficienti o non ne avrebbero bisogno. Per richiamare investimenti privati, e perché siano davvero produttivi, lo Stato deve alleggerire il suo peso sull'economia, deve abbassare le sue pretese fiscali e burocratiche. Non ci sono scorciatoie.

A parte il fatto che stiamo festeggiando, ma quel margine dobbiamo ancora conquistarcelo (ed è a rischio se la stima del Pil dovesse peggiorare ancora), oggi il premier Letta brinda, insieme ai ministri del Pdl, perché l'Ue ci concede di spendere di più quando l'Italia sta morendo proprio di questo, di troppa spesa, quindi dovrebbe esigere dall'Europa di poter utilizzare qualsiasi flessibilità di bilancio dovesse manifestarsi per ridurre la pressione fiscale, per esempio il costo del lavoro. E il Pdl non sembra accorgersi che proprio alle direttive di Barroso farà ricorso Letta per spiegare che i ristrettissimi margini che ci saranno nel 2014 non potranno essere usati per tagliare le tasse.

Friday, June 28, 2013

Governo di larghi acconti e lunghi rinvii

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.

Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.

La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.

Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?

Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.

Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.

Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.

Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.

Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!

Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.

Wednesday, June 19, 2013

Sforare il tetto, ma per tagliare tasse e spesa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ma di che stiamo parlando? Al di là del merito della questione - si può essere a favore o contro lo sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil imposto dall'Ue - è esattamente questa la richiesta italiana a Bruxelles. Non è una provocazione di Berlusconi: il partito dello sforamento del 3% è non solo bipartisan, ma trasversale nella società italiana. Come lo è, purtroppo, il partito della spesa.

Quando si chiede all'Europa la "golden rule", cioè lo scorporo dal calcolo del deficit dei cosidddetti «investimenti pubblici produttivi» - ed è una richiesta che sembra mettere d'accordo proprio tutti: partiti, organizzazioni imprenditoriali e sindacali, economisti da salotto tv, i giornaloni voce dell'establishment così come i fogli d'opinione di centrodestra e di sinistra - non si sta forse chiedendo il permesso di sforare il 3%?

Il ministro per gli affari europei Moavero ha spiegato alcuni giorni fa alle commissioni parlamentari competenti cosa si impegnerà ad ottenere il governo Letta dalla Commissione Ue e dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno: non solo di poter utilizzare il margine che si aprirà nel 2014 tra il rapporto deficit/Pil previsto (2,4%) e il tetto del 3% (quindi uno 0,5%), ma anche di dedurre dal deficit i 12 miliardi di cofinanziamenti nazionali ai 31 circa dei fondi strutturali europei ancora da spendere entro il 2015. Di sforare il tetto del 3%, insomma, come ha suggerito Berlusconi. Anzi, se Letta è sveglio i toni dell'ex premier potrebbero fargli gioco con i partner europei: "Vedete? Se non mi venite incontro, il malcontento nei confronti dell'Europa potrebbe crescere e l'alternativa al mio governo sarebbe meno affidabile".

Tanto più che il suggerimento dell'ex premier sembra riprendere quello che non più di un mese fa, il 17 maggio scorso, compariva sulla prima pagina del Corriere della Sera a firma Alesina-Giavazzi: «Quel 3% non sia un tabù». Per i due economisti non vale la pena impiccarsi alla soglia del 3%, perché dal momento che quest'anno saremo sotto d'un soffio, non ci saranno comunque margini per ridurre le imposte. La chiusura della procedura di infrazione da parte della Commissione Ue avrà un effetto quasi solo simbolico: «A parte una questione di orgoglio, non ne guadagneremmo sostanzialmente nulla. Non si riduce la disoccupazione con l'orgoglio».

Quindi suggeriscono al ministro Saccomanni di «puntare alto, non perdersi con i decimali». In pratica, di dire a Bruxelles: noi sforiamo, ma per attuare un piano, da voi verificabile, di tagli alle tasse (50 miliardi: sufficienti per abolire l'Imu sulla prima casa, evitare l'aumento Iva e a cancellare l'Irap) e alla spesa (un punto di Pil all'anno per tre anni). Certo, la Commissione non chiuderebbe la procedura di sorveglianza, dovrebbe approvare il piano e verificarne l'effettiva attuazione, ma sarebbe il "nostro" piano e, soprattutto, ben più di una speranza di tornare a crescere. «Di questo Saccomanni dovrebbe discutere a Bruxelles, non della seconda cifra decimale del rapporto deficit/Pil».

Dunque, sforare il tetto del 3% non è di per sé un peccato mortale né un'eresia. Dipende: per fare cosa? Per una pioggerellina di investimenti pubblici che gli euro-burocrati e i politici italiani ritengono «produttivi» e che hanno già dimostrato in passato di non funzionare, come grandi opere difficili da avviare o una miriade di contributi e bandi per progetti inutili? E' proprio questo, purtroppo, che il governo Letta si prepara a chiedere e l'Europa, forse, a concedere. No, grazie, abbiamo dato. Sforare, invece, ha senso solo per tagliare le tasse a cittadini e imprese.

Tuesday, June 11, 2013

Il governo del dire e non dire

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta ormai consolidando a Palazzo Chigi il vezzo di dare un titolo mediaticamente spendibile ai provvedimenti. Patetici tentativi di supplire all'inadeguatezza, all'insufficienza di contenuti dell'atto che si sta varando con un efficace "spin" comunicativo, enfatizzando effetti taumaturgici che non si verificheranno. Così come non è bastato al governo Monti ribattezzare i suoi decreti "salva-Italia" e "cresci-Italia" per salvare davvero, o far crescere l'Italia, non basterà al governo Letta chiamare il suo prossimo provvedimento "decreto del fare" per convincerci che sta facendo qualcosa di epocale, o che sta aiutando gli italiani a riavviare le attività produttive - quelle del "fare", appunto.

Il voto delle amministrative rafforza il governo Letta, è la lettura "politicista" prevalente, perché non punisce il Pd per essersi piegato alle "larghe intese" con il caimano, anzi sembra premiarlo (ma allora bisognerebbe concludere che per lo stesso motivo punisce severamente il Pdl), e perché bastonando il centrodestra ne raffredda i bollenti spiriti, dissuadendo Berlusconi dal mettere a rischio la tenuta dell'esecutivo. In realtà, il governo Letta può sperare di durare solo se fa, se agisce. E' come andare in bicicletta: se sta fermo, cade. Ma per fare cose davvero utili al paese non basta attribuire l'appellativo "del fare" ad un decreto.

Fino ad oggi, è stato piuttosto il governo del dire e non dire. Tranne la proroga degli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni, su nessun tema - dall'Imu all'aumento dell'Iva, e in generale sulle tasse, passando per la revisione della spesa e la questione del debito pubblico - ha proferito una parola chiara, definitiva, sulla direzione che intende intraprendere. E la sensazione è che tutto si riduca ad un pressing bipartisan (Pd-Pdl) su Bruxelles per ottenere un po' di caro, vecchio deficit spending, senza mettere davvero mano al dissestato "sistema Italia".

Ben vengano, intendiamoci, misure di liberalizzazione, di semplificazione, di defiscalizzazione delle nuove assunzioni, così come il superamento delle rigidità in ingresso sciaguratamente introdotte dalla riforma Fornero sul lavoro. Ma i dati di questi giorni obbligano la politica, il governo e i partiti che lo sostengono, a scelte ben più coraggiose, ad un vero e proprio cambio di passo e di paradigma, innanzitutto in campo fiscale.

La produzione industriale in calo del 4,6% rispetto ad aprile 2012; il Pil nel I trimestre 2013 di un ulteriore 0,6%, con una perdita già acquisita per quest'anno dell'1,6%, ben peggiore delle stime del governo; il total tax rate sulle nostre imprese al 68,3%, oltre 20 punti sopra la soglia media che grava sulle imprese europee concorrenti; una pressione fiscale effettiva del 53,4% del Pil (paghiamo 38 miliardi di tasse in più rispetto ai partner europei!).

Questi dati impietosi testimoniano che non stiamo affatto uscendo dalla crisi, che la nostra economia è nel bel mezzo di un avvitamento, e quindi che non possiamo permetterci di procedere per rinvii di tre o sei mesi, aspettando di intervenire più a fondo con la legge di stabilità del 2014. Bisognerebbe invertire al più presto questa inerzia con un vero e proprio shock, ma purtroppo i provvedimenti ipotizzati al vertice governo-maggioranza di questa mattina, o che filtrano dalle indiscrezioni di stampa, non solo non sembrano contenere cure e terapie adeguate al male italiano, ma non raggiungono nemmeno lo status di aspirine. Somigliano piuttosto a delle semplici tisane.

Non si tratta di dare 3-400 milioni, uno o due miliardi da una parte, magari togliendoli dall'altra. Serve una grande, coraggiosa, operazione di politica fiscale che alleggerisca il carico su tutti i fronti: Iva, Imu, Irap. Tagliando la spesa, dismettendo asset pubblici, e anche - a questo scopo sì, avrebbe senso - ammorbidendo i vincoli europei.

Friday, May 17, 2013

Governo, andamento troppo lento

Anche su Notapolitica

Il Consiglio dei ministri di oggi non ha partorito alcun provvedimento degno di nota. Più che altro simbolica l'eliminazione degli stipendi di ministri, viceministri e sottosegretari che siano anche membri del Parlamento. Poi solo sospensioni (l'Imu sulla prima casa fino al 16 settembre), annunci (la riforma complessiva delle tasse sugli immobili, a settembre), e proroghe (i precari della pubblica amministrazione). Rifinanziata la Cig in deroga, perpetuando così uno strumento assistenziale che non aiuta né il sistema produttivo a ristrutturarsi né i lavoratori a cercarsi una nuova occupazione. Di una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali – una delle urgenze del paese – nemmeno si parla. Solo una revisione dei criteri di concessione della Cig in deroga, previo il solito «dialogo» concertativo con le parti sociali, che da decenni produce solo dannose e confusionarie controriforme.

L'unica decisione di rilievo è il cambio ai vertici della Ragioneria generale dello Stato. Fuori Canzio, dentro Daniele Franco, direttore centrale dell'area ricerca economica e relazioni internazionali della Banca d'Italia. Di buono c'è che è finalmente smantellata la struttura tremontiana, molto probabilmente corresponsabile dell'immobilismo dell'ultimo ventennio. Una mossa, quindi, che da sola potrebbe valere più di una riforma, ma tutta da verificare. Dipenderà tutto da quanto il dottor Franco vorrà, e saprà, aprire un nuovo corso, rivoluzionare la Ragioneria generale, che se da un lato è irrinunciabile guardiano dei conti, dall'altra in questi anni non ha certo brillato per trasparenza, esercitando un potere d'interdizione quasi sacerdotale, basato sul ricatto di una conoscenza senza pari del bilancio pubblico. Troppo spesso le sue valutazioni sono apparse a numerosi ministri e parlamentari molto poco tecniche, anzi veri e propri giudizi politici in funzione di un approccio conservativo sul bilancio pubblico.

L'unica chance di rianimare, ma a questo punto diremmo quasi risuscitare, la nostra economia, è quella indicata sul Corriere della Sera da Alesina e Giavazzi, ed è basata su un vero e proprio shock fiscale e una profonda revisione del bilancio pubblico: meno tasse e meno spesa pubblica per 50 miliardi di euro in 3 anni:
«Proporre all'Ue un piano di riduzione immediata delle imposte: l'Imu, ma soprattutto le imposte sul lavoro. Diciamo per un ammontare dell'ordine di 50 miliardi che abbasserebbe la pressione fiscale di circa tre punti, contribuendo alla ripresa dell'economia. Contemporaneamente adottare un piano di riduzione graduale ma permanente delle spese: un punto di Pil di tagli all'anno per tre anni».
E' la via coraggiosa che i due economisti suggeriscono al premier Letta e al ministro Saccomanni di intraprendere, invece di perdersi nei decimali di punto che ci separano dal tetto deficit/Pil del 3% imposto dall'Ue. Ma implica una scelta filosofico-strategica che non sembra essere nelle corde di questo governo. Sia culturalmente, sia per la mancanza di coraggio, dal momento che significherebbe scommettere sulla crescita, quindi sulle riforme, anziché su una mera manutenzione della finanza pubblica. Credere, cioè, che si possa rientrare nella soglia del 3%, e arrivare al pareggio strutturale, attraverso la crescita del Pil e non la riduzione del numeratore.

L'esito piuttosto sterile, anche negli obiettivi annunciati, del primo Consiglio dei ministri rafforza il sospetto che l'orizzonte temporale del governo Letta sia al momento piuttosto ristretto: superare l'estate, sembra per ora l'obiettivo che si sono posti il governo e le principali forze politiche che lo sostengono, rimandando a settembre la verifica sulle reali ambizioni della "strana" grande coalizione.

Thursday, November 29, 2012

Con Monti abbiamo solo guadagnato tempo, ma non basta

Le stime diffuse dall'Ocse delineano una prospettiva nient'affatto incoraggiante per la nostra economia. Nel 2012 il calo del Pil sarà del 2,2%. Tutto sommato un dato a cui ci eravamo abituati dopo le stime del governo e di altre autorevoli istituzioni, tutte intorno al -2,4%. Ciò che preoccupa è che l'Ocse prevede una cospicua contrazione del Pil anche nel 2013 (-1%), ancor più grave sia perché tra il 2008 e il 2012 si è già contratto molto – alla fine di quest'anno il nostro Pil tornerà ai livelli del 2001 – sia perché a dispetto di una serie di misure che secondo l'esecutivo avrebbero dovuto invertire il trend e rimettere il nostro paese sul sentiero della crescita, seppur flebile. Oltre all'effetto negativo sulla disoccupazione, che nel 2013 salirebbe all'11,4%, restare in una recessione così marcata avrebbe effetti disastrosi sul deficit, che l'Ocse prevede al 2,9% nel 2013 e al 3,4% nel 2014, e che richiederebbe quindi un'ulteriore «stretta di bilancio» nel 2014 per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito. Insomma, i sacrifici chiesti agli italiani in questo biennio sarebbero completamente vanificati.

Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.

Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.

Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
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Wednesday, November 07, 2012

Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti

A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.

L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.

Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Monday, November 05, 2012

Se i partiti rischiano di peggiorare la manovra-bluff di Monti

Anche su L'Opinione

Il panorama sul 2013 che i dati Istat hanno aperto ai nostri occhi è piuttosto desolante ma non sorprendente: mentre volge al termine un 2012 in cui sembra acquisito un calo del Pil del 2,3-2,4%, nemmeno il prossimo anno torneremo a crescere, come invece prevede ottimisticamente il governo. Nonostante un moderato recupero nel secondo semestre, infatti, la variazione media annua sarà ancora negativa (-0,5%), prevede l'Istat in sintonia con l'Fmi. Una stima tra l'altro suscettibile di revisione al ribasso, in caso di peggioramento delle prospettive mondiali e di eventuali perturbazioni sui mercati finanziari. Nel 2013 il tasso di disoccupazione continuerebbe a salire fino all'11,4% (dal 10,6 di quest'anno) e i consumi delle famiglie continuerebbero a scendere, di un altro 0,7% dopo il -3,2% di quest'anno.

Tutto, insomma, sembra confermare che le politiche attuate da Monti nel suo anno di governo hanno evitato – per ora – al nostro paese la morte traumatica, per infarto, che rischiava nel novembre scorso, ma non scongiurato una morte lenta, per dissanguamento delle attività economiche. Sappiamo più o meno in cosa è consistita la ricetta Monti, e sappiamo quindi che nel prossimo biennio non basterà. Come interpretare il continuo riferimento, nel dibattito politico, all'"agenda" Monti? Se s'intende la linea di politica economica che abbiamo visto all'opera già quest'anno, c'è da preoccuparsi; se invece il professore ha una sua "agenda" segreta per i prossimi anni, è questo il momento di illustrarla al paese, agli elettori.

Anche perché la legge di stabilità all'esame delle Camere sembra abbandonata alle smanie elettoralistiche dei partiti di maggioranza, ciascuno ansioso di mostrare al proprio elettorato la capacità di influenzare le scelte dell'esecutivo. Il primo risultato ottenuto dall'azione combinata dei relatori – Brunetta per il Pdl e Baretta per il Pd – è la rinuncia del governo allo scambio Irpef-Iva. Dunque, niente riduzione delle aliquote Irpef da una parte, niente aumento Iva sull'aliquota agevolata (quella al 10%) e niente tagli a deduzioni e detrazioni fiscali dall'altra. Ma come decideranno di utilizzare le risorse in questo modo liberate, che dovrebbero aggirarsi sui 6,7 miliardi in tre anni?

Nonostante le buone intenzioni sbandierate un po' da tutti, cioè usare quei soldi per ridurre il cuneo fiscale (agendo su salari di produttività e Irap), il rischio concreto è che il mini-taglio dell'Irpef non venga sostituito da una misura altrettanto tangibile e significativa, e che le risorse vengano disperse in troppi rivoli. La lista dei desideri è già piuttosto lunga: il Pd vuole meno rigore per i Comuni, meno tagli alla scuola («basta schiaffi», ripete Bersani) e 1 miliardo «per il sociale» (in cui rientrano gli "esodati"); l'Udc invoca l'aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e famigliari a carico; nel Pdl monta il pressing per salvaguardare il comparto sicurezza e Brunetta promette l'abolizione dell'Imu sulla prima casa in tre anni.

Se la riduzione dell'Irpef sarebbe scattata già dal 2013, il "tesoretto" diventa corposo solo nel 2014-2015 (3,1 e 2,5 miliardi), mentre è minimo il prossimo anno (1,1 miliardi). Insomma, può darsi che fosse un bluff, una mossa di Monti per appropriarsi del «cavallo di battaglia» del Pdl, come sostiene Brunetta, ma al momento non è chiaro cosa guadagneranno gli italiani al suo posto.

Thursday, September 27, 2012

Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti

Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.

Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.

Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Saturday, September 22, 2012

Perché la rotta Monti non basta, servono nuove coordinate

E' passato quasi inosservato l'aggiornamento del Def - documento di economia e finanza - adottato dal Consiglio dei ministri, ma qualsiasi governo politico non l'avrebbe passata così liscia. Si può perdonare a un governo di tecnici, con un economista presidente del Consiglio e uno al Tesoro, di sbagliare così platealmente le previsioni macroeconomiche del paese, sottovalutando addirittura della metà il calo del Pil nell'anno in corso, e nonostante autorevoli istituzioni internazionali avessero indicato per tempo stime più corrette?

Come volevasi dimostrare, le stime governative si sono dovute allineare alle previsioni più realistiche di Confindustria, solo due mesi fa bollate sdegnosamente come pessimistiche e addirittura accusate di minare la credibilità dell'esecutivo all'estero. Quest'anno, dunque, il Pil dovrebbe calare del 2,4% e non dell'1,2, come previsto nel Def non un secolo fa, ma il 18 aprile scorso.
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Monday, September 10, 2012

Il Monti-bis e i partiti alle misere manovre

Gli ultimi dati Istat indicano che il nostro Pil quest'anno sta precipitando verso un rovinoso -3%. Il calo nel II trimestre è stato dello 0,8%, -2,6% se confrontato con il II trimestre 2011. Nel 2012 abbiamo già acquisito una perdita del 2,1%. Per mantenerci entro il -2,5% la caduta dovrebbe quasi arrestarsi nei prossimi due semestri, ma nulla fa pensare che sarà così. I dati dei consumi parlano chiaro: la spesa delle famiglie italiane nel II trimestre è scesa del 3,5% (-10,1% gli acquisti di beni durevoli, -3,5% i non durevoli, -1,1% i servizi). Solo cinque mesi fa il governo stimava un calo del Pil annuo dell'1,2%. Delle due l'una: o ha colpevolmente sottovalutato gli effetti depressivi delle sue politiche, oppure ha consapevolmente tentato di nascondere la realtà.

Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.

Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.

Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.

Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.

Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.

Monday, July 30, 2012

Spazzate via le stime ultra-ottimistiche di Monti

«Lo scenario globale è ulteriormente peggiorato. E in Italia la diminuzione del Pil proseguirà» anche nella seconda metà del 2012, seppure con «qualche timido segnale di rallentamento della flessione a partire dall'estate inoltrata». Ma nessuna ripresa entro l'anno. Lapidarie le conclusioni dell'analisi mensile del Centro studi di Confindustria. Quello prospettato è uno scenario coerente con la previsione sul Pil annuo che l'associazione degli industriali ha già diffuso e che tanto ha fatto discutere: quel -2,4% che ha contribuito all'irritazione di Palazzo Chigi per le uscite del numero uno di Viale dell'Astronomia, Giorgio Squinzi. In netto contrasto, infatti, con le stime contenute nel Def di aprile. Il calo dell'1,2% e la ripresa nel 2013 (+0,5%) previsti dal governo sono ormai le stime di gran lunga più ottimistiche rimaste in circolazione, vere e proprie chimere. Sarebbe già incoraggiante se la riduzione del Pil quest'anno si fermasse alle stime indicate da Banca d'Italia e Fmi (-1,9%). Perché si realizzi questa ipotesi la riduzione del prodotto nel II e nel III trimestre dell'anno dovrebbe essere inferiore a quella del I, cioè non andare oltre lo 0,5 e lo 0,4%, e arrestarsi del tutto nel IV (0,0).

Anche dall'andamento del Pil dipende il raggiungimento o meno degli obiettivi di bilancio. Con una perdita dell'1,9%, prevede l'Fmi, il deficit passerebbe dal 2,4% del 2012 all'1,5% nel 2013. Niente pareggio di bilancio nel 2013, dunque, come invece prevede il governo. E il debito, anziché cominciare a calare, continuerebbe a salire: dal 123,4% di quest'anno al 123,8% del prossimo, riuscendo a scendere sotto quota 120 solo nel 2017.

Sembra ormai non più a portata di mano l'ipotesi Monti. Perché si verifichi, infatti, già nel II trimestre il calo del Pil dovrebbe quasi arrestarsi, per poi diventare positivo già dal III (-0,2 +0,3 +0,3). Dati peggiori di -0,2% nel II trimestre sarebbero incompatibili con un -1,2% annuo. L'ottimismo delle stime governative si deve a due fondamentali errori di valutazione: aver sottovalutato l'impatto recessivo di una politica di rigore concentrata su aumenti di tasse piuttosto che su tagli alla spesa; e l'aver sopravvalutato sia l'effetto delle misure per la crescita e delle riforme – scarse le prime e troppo timide le seconde – sia la benevolenza dei mercati. I tassi d'interesse, infatti, continuano ad essere troppo alti per poter favorire una ripresa. Il calo dello spread che mesi fa ha convinto il premier a sbilanciarsi in giudizi troppo ottimistici (crisi «quasi superata»), era dovuto alle operazioni di prestito della Bce. In realtà, la sfiducia sul sistema Italia e sul sistema euro era pressoché immutata, come si è visto nelle ultime settimane, e d'altra parte era irragionevole ipotizzare che la fiducia potesse tornare in così breve tempo, a fronte di riforme strutturali insufficienti, quando non del tutto assenti.

Del tutto fondato, quindi, il pessimismo di Confindustria, e di quanti, tra cui chi scrive, si spingono ad ipotizzare nel 2012 un calo del Pil più vicino al 3%. Perché si realizzi il -2,4% di Confindustria è sufficiente che in tutti e tre i rimanenti trimestri si registri un calo simile a quello del I (-0,8% -0,7% -0,7%). Il 7 agosto il giorno del giudizio, quando l'Istat renderà nota la stima preliminare sul II trimestre. Se inferiore al -0,8% del I trimestre, sarà compatibile con le stime Fmi/Banca d'Italia (-1,9%); se sarà uguale o superiore, vorrà dire che ci avviamo verso l'ipotesi di Confindustria o peggio (-2,4%/-3%).
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Tuesday, July 10, 2012

Né con Monti né con Squinzi

La dura polemica dello scorso week end tra Monti e Squinzi è uno specchio della farsa italiana, di cui i due si dimostrano interpreti all'altezza. Da una parte, abbiamo un numero uno di Confindustria che anziché difendere i primi, timidi tagli alla spesa pubblica, parla come il leader della Cgil. Peggio ancora, si contraddice pur di accattivarsi le simpatie di una platea di sindacalisti e della segretaria Camusso.
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Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.

Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
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Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.

In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?

Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
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Wednesday, June 13, 2012

Italia nel mirino anche perché Monti ha deluso mercati

Il governo sembra aver sottovalutato gli effetti recessivi degli aumenti delle tasse, probabilmente nella speranza che nel frattempo un'attenuazione della pressione dei mercati sul debito pubblico, per effetto delle azioni intraprese in sede europea, favorisse un alleggerimento della stretta creditizia, così da far respirare l'economia reale. Fatto sta che lo spread viaggia ancora abbondantemente al di sopra dei 400 punti, quota nel medio-lungo termine insostenibile, perché richiederebbe sforzi immani, e ulteriormente recessivi, per proseguire nel consolidamento di bilancio.
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I dati Istat del Pil nel I trimestre 2012 (-0,8% rispetto al trimestre precedente e -1,4% su base annua) spostano le stime governative contenute nel Def (calo del Pil dell'1,2% nel 2012 e +0,5% nel 2013)  nel campo dell'ottimismo. Le previsioni di Citigroup sono ancora peggiori: -2,4% nel 2012 e -2% nel 2013 (in teoria l'anno della ripresina).
(...)
Affrontata l'emergenza di novembre-dicembre aumentando le tasse, nei mesi successivi il governo non è stato in grado, o non ha voluto, avviare un piano pluriennale per l'inversione di rotta, non solo il mero contenimento, della finanza pubblica, né ha messo in cantiere riforme strutturali incisive. Ancora niente tagli alla spesa (l'obiettivo di risparmio della spending review è molto modesto: non più di 4-5 miliardi, lo 0,57% della spesa corrente); nessun programma di dismissioni (anche Snam, separata da Eni, verrà venduta ad un altro ente dello stato, la Cdp); riforme parziali e insufficienti. I mercati e i media di riferimento del business internazionale se ne sono accorti e la delusione rispetto alle enormi, esagerate aspettative generate dalla nomina di Monti si sta rapidamente diffondendo.

Dopo il Financial Times, anche il Wall Street Journal si è accorto che il premier non è in grado di portare avanti le riforme promesse. «La nomina di Monti aveva aiutato a restaurare la fiducia nell'Italia. Ma ora il paese è in profonda recessione e lo slancio riformatore sta svanendo. Riformare l'Italia potrebbe semplicemente essere troppo per un solo uomo, anche se questo uomo si chiama Monti». Il Wsj ricorda come la ricetta per curare la cronica scarsa crescita italiana l'aveva indicata un anno fa Mario Draghi: tagliare la spesa pubblica, così come le tasse sul lavoro e l'impresa. E migliorare la produttività riformando la giustizia civile, il sistema educativo e il mercato dei servizi, mentre la riforma del mercato del lavoro doveva servire a favorire l'occupazione e la crescita dimensionale delle imprese. Dopo un anno (di cui 7 mesi di governo tecnico), poco o nulla è stato fatto. Il Wsj si sofferma sulla riforma del lavoro, un «passo chiave», che però è stata «annacquata»: in alcuni casi i giudici hanno ancora l'ultima parola sui licenziamenti per motivi economici. E molto ancora potrebbe essere fatto, come osserva il Fmi, decentrando più di quanto fatto finora la contrattazione collettiva.

Il risanamento, osserva ancora il Wsj, si è basato sull'aumento delle tasse più che sui tagli alla spesa e «una profonda recessione - avverte - riaccenderà i timori per la sostenibilità del debito». «Monti - conclude il quotidiano - deve usare il suo restante capitale politico per rinvigorire immediatamente il suo programma di riforme, piuttosto che aspettare che la sua mano sia forzata da un'altra crisi». Insomma, il bluff dell'Italia è definitivamente smascherato. Il premier che se la prende con i "poteri forti" di cui aveva persino negato l'esistenza, i decreti che non escono, l'ostruzionismo della Ragioneria dello stato, lo scontro nell'esecutivo tra chi vorrebbe qualche euro in più per la crescita e chi si erge a custode del rigore, il ministro Fornero intimidito sulla questione "esodati". Un film già visto, quello della progressiva paralisi del governo Berlusconi, che ha contribuito non poco alla sfiducia dei mercati finanziari.

Ma quel che è peggio è che non si può dire che l'opera riformatrice di Monti si sia scontrata più di tanto con le resistenze dei partiti. Il premier non ci ha nemmeno provato, non ha forzato la mano neanche quando avrebbe avuto la forza politica per imporre i tagli e le riforme più radicali. Tutto è stato smontato e annacquato ancor prima di arrivare in Parlamento. Semplicemente perché la sua strategia era, ed è, un'altra: salvare l'apparato statale più o meno così com'è, correggendo il minimo indispensabile con la riforma delle pensioni e la patrimoniale immobiliare e poi risolvendo la crisi in Europa, con la stessa operazione di Ciampi-Prodi, cioè convincendo i tedeschi a fidarsi.
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Thursday, May 31, 2012

La giornata: Buffon fulminato e i messaggi di Visco-Draghi a Monti

Che si tratti di un avvertimento o di una ritorsione, lo stile è quello "mafioso". Il tempismo è davvero troppo sospetto. E' passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, ed ecco che il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». La vicenda dovrebbe essere vecchia e già chiusa. Il fatto che Buffon non risulti indagato, nonostante l'informativa risalga al 2011 e i fatti al 2010, significa che le procure di Torino e Cremona non l'hanno ritenuta rilevante penalmente, o che il caso è stato chiarito. Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali.

Al di là del merito, che Buffon abbia o meno scommesso (e quindi commesso un illecito sportivo), l'intento gogna mediatica è chiaro. E vergognoso. Com'era? L'anomalia era Berlusconi? Uscito di scena lui tutto sarebbe tornato a posto, ognuno al suo ruolo? Berlusconi passa, ma il cancro procure-media ce lo teniamo. Dovrebbe intervenire il presidente Napolitano, che come presidente del Csm è responsabile di come certi documenti escono dalle procure e arrivino alla stampa così "ad orologeria".

VISCO-DRAGHI - Intanto, mentre lo spread è stabile a livelli da allarme rosso (oggi a 467 punti), Monti mette in guardia sul «rischio contagio» e si appella alla Merkel chiedendole di «riflettere profondamente, ma anche rapidamente su questo» aspetto. L'alto debito è colpa dei governi del «passato» e lo spread resta elevato per «la mancanza di una linea precisa per la crescita».

Ma c'è qualcosa nelle parole di oggi di Draghi e del governatore della Banca d'Italia Visco che chiama direttamente in causa anche le scelte chiave del governo Monti: solo tasse, zero tagli alla spesa e niente dismissioni. Il problema è una politica fiscale sbagliata, ma continuiamo diabolicamente a perseverare.

Visco ha avvertito che un calo del Pil dell'1,5% nel 2012 corrisponde ad uno «scenario non troppo sfavorevole» e che la pressione fiscale è «a livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta». «L'inasprimento non può che essere temporaneo», è ora che «la sfida si sposti» sui tagli alla spesa: «Occorre trovare, oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale». E smentisce che anche tagliare la spesa avrebbe effetti recessivi: «Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, i tagli non comprometteranno la crescita e potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell'azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi». Dal governatore della Banca d'Italia arriva anche un caldo invito a «utilizzare pienamente i margini disponibili per ridurre il debito con la dismissione di attività in mano pubblica». Insomma, il messaggio a Monti è chiaro: è ora di tagliare spesa e tasse e di abbattere lo stock di debito con le dismissioni.

Draghi avverte che la Bce «non può sostituirsi ai governi nel fronteggiare la crisi, nella quale il debito di alcuni Paesi non è più percepito come sostenibile». La Bce ha fatto già tutto quello che poteva nell'ambito dei suoi compiti e «non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei, né per quanto riguarda le politiche di bilancio, né per le riforme strutturali, né in altri campi». Anche qui il messaggio è chiaro: devono agire i leader, su bilanci e riforme.

Il governatore della Bce avverte poi che per i mercati «è importante chiarire la visione per l'euro nei prossimi dieci anni», ma anche questo spetta ai leader degli Stati membri, come fecero nel 1988 con il rapporto del Consiglio europeo che poneva l'obiettivo dell'unione monetaria. Un nuovo obiettivo di questo genere, per esempio per l'unione politica, ha lasciato intendere Draghi, farebbe «diradare la nebbia» sull'altra riva del fiume che stiamo attraversando, e che oggi non è ancora visibile. «Prima verrà presentata questa visione e meglio sarà». Sulla stessa linea europeista Visco, che ha chiesto «un percorso che abbia nell'unione politica il traguardo finale». Percorso che ad oggi «non c'è» e ciò «rende alla lunga l'unione monetaria più difficile da sostenere».

LAVORO E PRESIDENZIALISMO - La riforma del lavoro Monti-Fornero (Pd-Cgil) intanto ottiene il via libera del Senato, ma nonostante i miglioramenti resta una riforma sbagliata, come insistono a dire Sacconi e Cazzola. Chiude per molti anni il capitolo articolo 18 mentre rischia di essere controproducente sulla flessibilità in entrata. Sul piano politico, dal Pd si registrano delle aperture alla proposta presidenzialista del Pdl. I favorevoli al modello francese escono allo scoperto: cinque senatori, tra cui Morando e Tonini, chiedono a Bersani di aprire un confronto sul semipresidenzialismo, insomma di andare a vedere le carte di Alfano, Parisi propone di incalzare il Pdl e il senatore e costituzionalista Ceccanti invita a non nascondersi «dietro la tecnica», perché volendo una soluzione sarebbe già «pronta e matura».

Wednesday, May 16, 2012

Il Pil contraddice le stime ottimistiche di Monti

Ai tempi del governo Berlusconi un dato Istat come quello diffuso ieri non sarebbe passato quasi inosservato. L'andamento del Pil nel primo trimestre 2012 sembra smentire le stime appena inserite dal governo Monti nel Def, il documento di economia e finanza. Se non le smentisce, perché in fin dei conti si tratta dei primi tre mesi e ne mancano nove alla fine dell'anno, le fa per lo meno apparire eccessivamente ottimistiche. Secondo la stima preliminare dell'Istat, infatti, nel I trimestre 2012 il Pil è diminuito dello 0,8% sul trimestre precedente e dell'1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. La crescita acquisita per il 2012 sarebbe pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%).
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Tuesday, May 15, 2012

La giornata: psicodramma Euro, Pd-Pdl più a sinistra di Hollande, Pil smentisce stime del governo

Nuova puntata dello psicodramma europeo. In Grecia è fallito l'estremo tentativo di formare un governo tecnico, quindi si torna al voto (praticamente un referendum sull'euro, dentro/fuori) e l'uscita di Atene dalla moneta unica non è più solo un'ipotesi di scuola, ma a questo punto una prospettiva a cui guardare con realismo (e preoccupazione). La direttrice del Fmi Lagarde auspica che la Grecia non lasci l'Eurozona, «ma - ha avvertito - dobbiamo essere tecnicamente preparati a ogni eventualità». I mercati ovviamente hanno reagito male: spread a 450 (rendimento al 6%), Piazza affari perde il 2,5% (ormai a 13.300 punti), euro sotto 1,28 sul dollaro.

Tutto a causa dell'incertezza greca, come in quella terribile settimana del novembre scorso in cui lo spread, schizzato in alto dopo l'annuncio da Atene di un referendum sulle misure europee, disarcionò il governo Berlusconi. Non manca ovviamente chi parla di «dittatura dello spread», ma stavolta commentatori e politici scoprono ciò che non vollero riconoscere allora, e cioè che "la soluzione della crisi passa per l'Europa". Insomma, se l'Italia non è ancora riuscita a sganciarsi dalla forza gravitazionale del buco nero greco stavolta non è perché il governo non ha fatto tutto quello che doveva. Addirittura Casini se la prende con le agenzie di rating per aver declassato 26 banche italiane, denunciando un «disegno criminale», quando solo pochi mesi fa il problema era la credibilità del governo.

Intanto, fulmini permettendo, il presidente francese Hollande, insediatosi oggi all'Eliseo, incontrerà la cancelliera Merkel. Un primo incontro da cui entrambi cercheranno di uscire millantando un successo. Ci sarà molta retorica sulla «crescita», ma molta ambiguità su come fare per stimolarla. Mentre per Hollande ci vuole più spesa pubblica, per la Merkel ci vogliono le riforme strutturali di cui parla Draghi. E' probabile che il presidente francese non partirà all'attacco con le proposte più esplosive, golden rule ed Eurobond, ma si accontenti di iniziare con il passo giusto la sua presidenza, cioè potendo proclamare una prima vittoria, portando a casa un'intesa generica per un «patto per la crescita» da affiancare al rigore, che più avanti prenderà le forme di investimenti con fondi Ue e al massimo project bond.

Sulle proposte più esplosive (golden rule ed Eurobond, appunto), che nemmeno Hollande oserà chiedere alla Merkel, il Pdl mostra di pensarla come Fassina e contro la maggior parte del Ppe, il che purtroppo spiega una delle anomalie politiche del nostro Paese, fino ad oggi condannato ad essere guidato da due sinistre.

Anche Monti, incapace di realizzare vere riforme in Italia e di tagliare la spesa, ormai punta tutte le sue carte nella politica europea per vedere di strappare un ammorbidimento del fiscal compact, tramite deroghe che permettano di scomputare dal rapporto deficit/Pil le spese per investimenti «produttivi». Se giocando di sponda con Hollande e Barroso saprà superare le resistenze tedesche, sarà comunque un processo lungo, mentre la recessione sta mordendo e sta già mettendo in discussione le ottimistiche previsioni del governo.

A contraddirle, proprio oggi, le stime preliminari dell'Istat sul Pil nel I trimestre 2012, praticamente oscurate dai media: un impietoso -0,8% sul trimestre precedente e -1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. E crescita acquisita per il 2012 pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%). E devono ancora svilupparsi gli effetti recessivi dell'Imu e dell'aumento dell'Iva a ottobre. Evidentemente una stima non in linea con le previsioni del governo, ma con lo scenario del Fmi, che prevede nel 2012 un calo del Pil del 2%. Se così fosse, addio pareggio di bilancio nel 2013.

Tanto è tutta colpa dei "dominatori" tedeschi, del loro cieco rigore, è il coro unanime che si leva dalla politica e dalla stampa nostrane, anche di centrodestra, e guai a far notare che un'austerità così recessiva, solo tasse e niente tagli alla spesa né vere riforme per la crescita, ce la siamo imposti da soli, cioè ce l'hanno imposta non Berlino né la Bce, ma i nostri governi - di sinistra, di destra e "tecnici".

Thursday, May 10, 2012

La giornata: Merkel tiene duro e Monti spera in un po' di spesa targata Ue

Nei confronti della Grecia non è dura solo la Germania, ma anche il meno austero presidente della Commissione Ue Barroso (favorevole ai project bond): rispetto per la democrazia greca sì, ma anche per gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma di salvataggio. L'Ue è come un club, «se un membro non rispetta le regole è meglio che se ne vada, vale per qualsiasi organizzazione, istituzione, o progetto».

Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.

Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.

Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».

Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.

Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.

Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).

E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.

Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.

E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.

Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.

Friday, April 20, 2012

Quel macabro “spread” sui suicidi

A rischio di venire accusati di essere nostalgici del berlusconismo - e non lo siamo, certo non dell'ultima fase - non possiamo però far a meno di notare che stime ottimistiche sui conti pubblici come quelle presentate con un certo compiacimento dal premier Mario Monti non sarebbero state perdonate al Cavaliere. Così come non sarebbe stata perdonata quella caduta di stile (non è la prima, a dire il vero) che il sobrio premier si è concesso citando il numero esatto (1.725) dei suicidi in Grecia, proprio nei giorni in cui le nostre cronache sono piene della triste contabilità sugli italiani, imprenditori e non, che dall'inizio dell'anno si sono tolti la vita, per lo più per crediti non estinti dalla pubblica amministrazione e per vessazioni fiscali e bancarie. D'accordo, professor Monti, dobbiamo a Lei e al suo governo il merito di non averci fatto fare la «drammatica» fine della Grecia, ma ci auguriamo che per convincerci non arrivi ad evocare implicitamente un nuovo tipo di spread, ben più macabro di quello sui rendimenti dei titoli di Stato.
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Thursday, April 19, 2012

La giornata: cresce lo scetticismo sulla ricetta Monti, e intanto Casini sale sul suo predellino

Le stime fin troppo ottimistiche sui conti pubblici (con tanto di nuovo spread Italia-Grecia sui suicidi) non bastano. Ormai lo scetticismo sull'operato del governo dei tecnici si diffonde, all'estero come all'interno. Il Wall Street Journal non abbocca e titola che «l'Italia viene meno all'impegno» del pareggio di bilancio nel 2013. Ovvio, il quotidiano Usa ignora il «benchmark» tutto politico di pareggio di bilancio su cui si sono accordati i Paesi Ue. Più generosi i grandi giornali di casa nostra, con un'eccezione: La Stampa, con un duro editoriale di Luca Ricolfi, che si dice colpito dalla «completa mancanza di concretezza» della conferenza stampa di ieri, da «un linguaggio "ottativo" che meriterebbe di essere studiato già solo per l'audacia con cui ibrida due mostri del nostro tempo, il paludato gergo della burocrazia europea e i manifesti elettorali dei partiti». E con un'intera pagina di critiche da parte di economisti di diverso orientamento.

Le statistiche, d'altra parte, anche quelle di oggi sugli ordinativi industriali – a febbraio -2,5% sul mese precedente e -13,2% su base annua – continuano a prefigurare una recessione ben più acuta di quella stimata dal nostro governo (-1,2%), più vicina alle previsioni del Fmi (-1,9%). Nel frattempo Piazza affari perde un altro 2% e lo spread torna a 400.

E' questo scetticismo che si sta diffondendo la causa della debolezza politica di Monti, le cui tirate d'orecchie ai partiti non sembrano sortire grandi effetti.

C'è grande fermento - si fa per dire ovviamente - sul piano politico. Nonostante la benedizione del professore, le quotazioni della Grande Coalizione sono molto in ribasso. Guarda caso appena Giuliano Ferrara ha ufficialmente sposato «l'unità nazionale» (si scherza). La formula "ABC" «non credo che sia assolutamente una prospettiva politica» per il 2013, dice Bersani a Radio anch'io. Parole molto meno significative di quanto possano apparire. Il senso è che alle politiche ognuno andrà per conto suo - questo è ovvio - ma dopo il voto non c'è una chiusura esplicita.

Per il Pdl la luna di miele con Monti è finita da un pezzo. Il partito è all'offensiva sulle tasse (con i "ya basta!" di Alfano): ottenuta la rateizzazione dell'Imu riesce a far accogliere dal governo un odg per renderla anche "una tantum", ma con la formula «il governo si impegna a valutare l'opportunità di...». «Si impegnerà per trovare risorse alternative e noi lo aiuteremo, evitando buchi di bilancio», assicura Alfano. Poco più di un contentino insomma. Ma i dati economici non confortanti spingono il Pdl a smuovere le acque in cerca di recuperare il rapporto con i propri elettori. All'attivismo del Pdl risponde Casini: ieri a Ottoemezzo ha sparigliato sul finanziamento pubblico ai partiti (facendo sua la proposta Capaldo) e lanciato il "Partito della Nazione" (o come si chiamerà), al cui interno ci sarà anche qualche ministro tecnico, fa sapere sibillino.

Oggi dalle parole ai fatti: ha dato il via all'azzeramento dei vertici dell'Udc in vista della nuova formazione politica, che manco a dirlo si pone l'obiettivo di riunire il campo dei moderati. La mossa provoca subito uno smottamento, da tempo atteso, nel Pdl: Pisanu con 27 senatori, tra cui Dini (il nuovo che avanza), chiede di andare «oltre il Pdl», per partecipare ad «un nuovo movimento liberaldemocratico, laico e cattolico».

Insomma, abbiamo capito che bisogna «unire i moderati», ora bisogna solo decidere chi si intesta la guida dell'operazione, chi ingloba chi. E qui c'è la ressa tra Casini e il Pdl. Ma nessuno sembra ancora aver capito che i cosiddetti "moderati", o meglio il centrodestra non si unisce con operazioni tra apparati; legge elettorale permettendo, si unisce, o si divide, nelle urne, convincendo gli elettori. Il Pdl s'era appena rimesso a parlare - persino con qualche successo - di lavoro, tasse, crescita, insomma ad occuparsi davvero dell'"arrosto", che subito i tre amigos (Casini con i due zombie Fini e Rutelli) e Pisanu hanno tirato il fumogeno. Il momento sembra propizio per dare l'ultima spallata al vecchio centrodestra: la Lega alle corde, Formigoni ha altri problemi, c'è da disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica.

E' una dura lotta per la sopravvivenza quella dei vecchi ceti politici, che rischiano di essere spazzati via da nuove offerte. Casini resta il più furbo (il che non significa il vincente): ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico pensa di giocare una sua partita personale, quindi cerca di preparare un partito nuovo di zecca, ovviamente grancoalizionista, erede dell'esperienza montiana, pronto ad accogliere tutti. Ma proprio tutti, l'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso (al ribasso, per carità). E poi su al Quirinale.

Ma siamo sicuri che i ministri tecnici interessati, o Montezemolo, che i tre amigos del Terzo polo corteggiano da sempre, se e quando scenderanno in campo vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli? Che li vorranno come "padrini" politici?