Anche su Notapolitica e L'Opinione
Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell'economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L'aumento dell'Iva sembra diventato inevitabile, perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c'è fretta. E le dismissioni? Prima il "road show" (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l'aumento dell'Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.
Il giochetto è chiarissimo: dietro l'alibi dei conti pubblici, della "responsabilità", dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c'è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza, della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell'economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l'anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l'una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l'aumento dell'Iva) dai loro bilanci.
Le fantastiche 7 proposte di Brunetta - tra anticipi, rinvii e una tantum - danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure "spot" e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d'oro può valere da un miliardo, nell'ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell'ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d'oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review "zero-based", l'adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.
I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l'aumento dell'Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l'Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all'opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della "responsabilità", della "stabilità" e dei vincoli europei. La "stabilità" dell'attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché - si dice - non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l'indicare nell'evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.
Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review "dal basso", per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività.
Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all'origine dell'improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato persino a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E' avvenuto subito dopo l'incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle "larghe intese" sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l'aumento dell'Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri "punti" dopo l'Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.
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Tuesday, September 24, 2013
Tuesday, August 06, 2013
L'unica via di Berlusconi per una rivincita è la politica
Tasse e presidenzialismo: l'unica "agibilità politica" che il Cav può recuperare
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Berlusconi e gli esponenti del suo partito dovrebbero essere i primi a mostrarsi convinti della fondatezza delle loro denunce sullo strapotere delle toghe. Viviamo davvero in una "Repubblica delle Procure". Dopo una lunga sfilza di atti di resa della politica dal 1992 ad oggi - varchi aperti innanzitutto dalla sinistra, bisognosa di concedere ai magistrati spazi e poteri necessari per abbattere per via giudiziaria i nemici che non riusciva a battere politicamente - si sono impossessate del potere di cassare la classe politica selezionata da colui che, in teoria, secondo la nostra Costituzione è ancora sovrano: il popolo. Il nostro, dunque, è di fatto un sistema misto, una democrazia sotto tutela giudiziaria, o mutilata.
Se così stanno le cose, Berlusconi dovrebbe prendere atto che non può vincere la sua battaglia sul piano giudiziario. Non ci si può realisticamente aspettare che il presidente Napolitano restituisca al leader del Pdl l'"agibilità politica" revocatagli dai giudici. A cosa serve parlare di grazia, o evocare altre fantasiose formule, se comunque altre condanne sono dietro l'angolo, e se la legge Severino ha praticamente consegnato i requisiti di eleggibilità nelle mani della magistratura?
Maldestra è stata la salita al Colle, con armi del tutto spuntate, dei capigruppo Brunetta e Schifani. Non è nella disponibilità di Berlusconi nemmeno la decisione di farsi la galera vera e propria, dal momento che i giudici non gli faranno questo "regalo" politico. Potrà scegliere tra i domiciliari e i servizi sociali, e dovrebbe soppesare molto attentamente, e pragmaticamente, quale delle due situazioni gli lascerebbe maggiori spazi e tempi di interazione con la sua famiglia e il suo partito, e di comunicazione con l'opinione pubblica.
Berlusconi e i suoi dovrebbero al più presto convincersi - ma avrebbero dovuto convincersene anni fa - che l'unica vittoria cui possono ambire è sul piano morale e politico. E lottare, dunque, per essa, dato che margini di manovra ancora ci sono. Dovrebbero smetterla di agire come se una linea politica o l'altra potesse influenzare l'esito delle vicende giudiziarie, ottenendo a conti fatti solo il contrario, e cioè che le vicende giudiziarie influenzano - e negativamente - il loro agire politico. Non c'è mossa o atteggiamento politico che possa salvare Berlusconi dalle sentenze: né un sostegno passivo al governo né la sua caduta, né una resa né una rottura, insomma né la linea delle cosiddette colombe né quella dei cosiddetti falchi possono salvarlo giudiziariamente. Ma ci sono scelte e comportamenti politici che possono ancora farlo vincere politicamente.
Una gran parte degli elettori, ovviamente di centrodestra, hanno capito che il Cav è stato ed è oggetto di un accanimento giudiziario, una vera e propria persecuzione, da quando è sceso in campo, ma non si appassionano per le polemiche sulla giustizia, tanto meno per la grazia e l'amnistia. Come hanno sempre fatto, concedono o revocano la loro fiducia a Berlusconi sulla base di considerazioni politiche, dei loro interessi. La rimonta alle elezioni di quest'anno è stata possibile, nonostante un'immagine devastata dal caso Ruby e una deludente stagione di governo, perché Berlusconi ha messo al centro della sua campagna l'economia, e in particolare l'oppressione fiscale, mantenendo il più possibile lontane le sue vicende giudiziarie e le polemiche con la magistratura.
E il consenso di cui secondo gli ultimi sondaggi dispone oggi il Pdl deriva sì dall'assenza di alternative - l'operazione Monti si è rivelata inconsistente, e i grillini incompetenti - ma anche dall'atteggiamento responsabile di Berlusconi, che ha reso possibile la nascita del governo Letta, anzi ne è stato uno dei promotori, anteponendo gli interessi del paese a quelli di parte. Facendo cadere ora il governo Letta, come rappresaglia per la sentenza della Cassazione, Berlusconi e il Pdl farebbero un grande regalo ai loro nemici, finendo per avvalorare le accuse di irresponsabilità e disperdendo quindi il patrimonio di consensi ritrovato. Viceversa, la rottura con il governo Letta dovrebbe eventualmente consumarsi su questioni di governo che interessano gli elettori, quando fosse conclamato il suo immobilismo.
L'unica "agibilità politica" che Berlusconi può recuperare dipende da lui: porsi - e porre alle sue controparti - obiettivi politici. Se l'unica vittoria a cui può aspirare è politica, sono i risultati politici che può e deve pretendere dal governo Letta. Se questo si dimostrasse incapace di produrre risultati - per esempio, ridurre le tasse e varare finalmente un vera riforma costituzionale - allora sì, maturerebbero le condizioni per porre fine anche a questa esperienza. E la "deadline", il momento della verità, non può che essere l'autunno prossimo. La domanda politica che il Pdl deve porsi, e porre, pretendendo una risposta dai suoi alleati di governo e anche dal capo dello Stato, in qualità di padrino dell'attuale esecutivo, è la seguente: il Pd ha intenzioni serie? E' pronto ad assumersi la responsabilità, e sopportarne i costi politici, di riformare le istituzioni insieme a un partito il cui leader è stato appena condannato, oppure sta semplicemente prendendo tempo per riorganizzarsi, mentre la magistratura porta a termine il lavoro sporco di togliere di mezzo il suo unico avversario politico? Ciò che Berlusconi e i suoi possono pretendere da Napolitano non è la grazia, o la riforma della giustizia, ma una garanzia su questo punto: che costringa il Pd a realizzare le riforme costituzionali insieme al Pdl.
Se condannando Berlusconi la magistratura si è dichiarata indisponibile a quell'atto di pacificazione le cui premesse sembravano essere poste dalla nascita del governo di "larghe intese", ora bisogna capire se il Pd è almeno disponibile ad un atto di pacificazione sul piano politico, che può consistere unicamente nel realizzare insieme al suo nemico storico, seppure condannato, le riforme costituzionali a lungo attese. Il percorso, per come è stato incardinato dal ministro Quagliariello e dalle Commissioni Affari costituzionali, rischia di essere troppo lento rispetto agli sviluppi extra-politici. Serve un segnale subito, già alla ripresa delle attività parlamentari a settembre. Se c'è la volontà politica, un accordo per una nuova forma di governo e una conseguente nuova legge elettorale si può chiudere domattina. Se non c'è, non ha più senso un governo di "larghe intese".
Come abbiamo già osservato, con la sentenza della Cassazione le possibilità di una riforma della giustizia, già ridotte ai minimi termini, si sono del tutto azzerate, e il richiamarla nella sua nota di giovedì sera è stato da parte del presidente Napolitano tra il velleitario e l'ipocrita. Mai una riforma della giustizia è stata così lontana dal nostro orizzonte politico come lo è oggi. Come ha giustamente osservato Panebianco sul Corriere della Sera, ormai «la magistratura è l'unico "potere forte" oggi esistente in questo Paese e lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli. Non permetterà mai al potere debole, al potere politico, di riformarla». Forse qualche correttivo per introdurre un po' di efficienza sì, ma scordatevi una riforma dell'ordinamento giudiziario, come quella abbozzata nella legge delega Castelli nel 2005.
Berlusconi e il Pdl dovrebbero evitare di porla come condizione, dal momento che sarebbe del tutto velleitario. Ha di nuovo ragione Panebianco: se gli «attacchi frontali» si sono risolti in massacri per gli attaccanti, serve una «strategia indiretta», «il problema va aggredito da un'altra prospettiva», passando cioè per il «rafforzamento della politica». E c'è una sola via diretta per rafforzare la politica: il presidenzialismo. Un capo dello Stato eletto direttamente dal popolo potrebbe modificare "dall'alto" gli equilibri di potere in quelle istituzioni-chiave che si oppongono a qualsiasi riforma della giustizia. L'incandidabilità di Berlusconi dovrebbe, diciamo, facilitare le cose, togliendo al Pd un comodo alibi per dire no ad una riforma che ormai piace anche gli elettori di sinistra.
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Berlusconi e gli esponenti del suo partito dovrebbero essere i primi a mostrarsi convinti della fondatezza delle loro denunce sullo strapotere delle toghe. Viviamo davvero in una "Repubblica delle Procure". Dopo una lunga sfilza di atti di resa della politica dal 1992 ad oggi - varchi aperti innanzitutto dalla sinistra, bisognosa di concedere ai magistrati spazi e poteri necessari per abbattere per via giudiziaria i nemici che non riusciva a battere politicamente - si sono impossessate del potere di cassare la classe politica selezionata da colui che, in teoria, secondo la nostra Costituzione è ancora sovrano: il popolo. Il nostro, dunque, è di fatto un sistema misto, una democrazia sotto tutela giudiziaria, o mutilata.
Se così stanno le cose, Berlusconi dovrebbe prendere atto che non può vincere la sua battaglia sul piano giudiziario. Non ci si può realisticamente aspettare che il presidente Napolitano restituisca al leader del Pdl l'"agibilità politica" revocatagli dai giudici. A cosa serve parlare di grazia, o evocare altre fantasiose formule, se comunque altre condanne sono dietro l'angolo, e se la legge Severino ha praticamente consegnato i requisiti di eleggibilità nelle mani della magistratura?
Maldestra è stata la salita al Colle, con armi del tutto spuntate, dei capigruppo Brunetta e Schifani. Non è nella disponibilità di Berlusconi nemmeno la decisione di farsi la galera vera e propria, dal momento che i giudici non gli faranno questo "regalo" politico. Potrà scegliere tra i domiciliari e i servizi sociali, e dovrebbe soppesare molto attentamente, e pragmaticamente, quale delle due situazioni gli lascerebbe maggiori spazi e tempi di interazione con la sua famiglia e il suo partito, e di comunicazione con l'opinione pubblica.
Berlusconi e i suoi dovrebbero al più presto convincersi - ma avrebbero dovuto convincersene anni fa - che l'unica vittoria cui possono ambire è sul piano morale e politico. E lottare, dunque, per essa, dato che margini di manovra ancora ci sono. Dovrebbero smetterla di agire come se una linea politica o l'altra potesse influenzare l'esito delle vicende giudiziarie, ottenendo a conti fatti solo il contrario, e cioè che le vicende giudiziarie influenzano - e negativamente - il loro agire politico. Non c'è mossa o atteggiamento politico che possa salvare Berlusconi dalle sentenze: né un sostegno passivo al governo né la sua caduta, né una resa né una rottura, insomma né la linea delle cosiddette colombe né quella dei cosiddetti falchi possono salvarlo giudiziariamente. Ma ci sono scelte e comportamenti politici che possono ancora farlo vincere politicamente.
Una gran parte degli elettori, ovviamente di centrodestra, hanno capito che il Cav è stato ed è oggetto di un accanimento giudiziario, una vera e propria persecuzione, da quando è sceso in campo, ma non si appassionano per le polemiche sulla giustizia, tanto meno per la grazia e l'amnistia. Come hanno sempre fatto, concedono o revocano la loro fiducia a Berlusconi sulla base di considerazioni politiche, dei loro interessi. La rimonta alle elezioni di quest'anno è stata possibile, nonostante un'immagine devastata dal caso Ruby e una deludente stagione di governo, perché Berlusconi ha messo al centro della sua campagna l'economia, e in particolare l'oppressione fiscale, mantenendo il più possibile lontane le sue vicende giudiziarie e le polemiche con la magistratura.
E il consenso di cui secondo gli ultimi sondaggi dispone oggi il Pdl deriva sì dall'assenza di alternative - l'operazione Monti si è rivelata inconsistente, e i grillini incompetenti - ma anche dall'atteggiamento responsabile di Berlusconi, che ha reso possibile la nascita del governo Letta, anzi ne è stato uno dei promotori, anteponendo gli interessi del paese a quelli di parte. Facendo cadere ora il governo Letta, come rappresaglia per la sentenza della Cassazione, Berlusconi e il Pdl farebbero un grande regalo ai loro nemici, finendo per avvalorare le accuse di irresponsabilità e disperdendo quindi il patrimonio di consensi ritrovato. Viceversa, la rottura con il governo Letta dovrebbe eventualmente consumarsi su questioni di governo che interessano gli elettori, quando fosse conclamato il suo immobilismo.
L'unica "agibilità politica" che Berlusconi può recuperare dipende da lui: porsi - e porre alle sue controparti - obiettivi politici. Se l'unica vittoria a cui può aspirare è politica, sono i risultati politici che può e deve pretendere dal governo Letta. Se questo si dimostrasse incapace di produrre risultati - per esempio, ridurre le tasse e varare finalmente un vera riforma costituzionale - allora sì, maturerebbero le condizioni per porre fine anche a questa esperienza. E la "deadline", il momento della verità, non può che essere l'autunno prossimo. La domanda politica che il Pdl deve porsi, e porre, pretendendo una risposta dai suoi alleati di governo e anche dal capo dello Stato, in qualità di padrino dell'attuale esecutivo, è la seguente: il Pd ha intenzioni serie? E' pronto ad assumersi la responsabilità, e sopportarne i costi politici, di riformare le istituzioni insieme a un partito il cui leader è stato appena condannato, oppure sta semplicemente prendendo tempo per riorganizzarsi, mentre la magistratura porta a termine il lavoro sporco di togliere di mezzo il suo unico avversario politico? Ciò che Berlusconi e i suoi possono pretendere da Napolitano non è la grazia, o la riforma della giustizia, ma una garanzia su questo punto: che costringa il Pd a realizzare le riforme costituzionali insieme al Pdl.
Se condannando Berlusconi la magistratura si è dichiarata indisponibile a quell'atto di pacificazione le cui premesse sembravano essere poste dalla nascita del governo di "larghe intese", ora bisogna capire se il Pd è almeno disponibile ad un atto di pacificazione sul piano politico, che può consistere unicamente nel realizzare insieme al suo nemico storico, seppure condannato, le riforme costituzionali a lungo attese. Il percorso, per come è stato incardinato dal ministro Quagliariello e dalle Commissioni Affari costituzionali, rischia di essere troppo lento rispetto agli sviluppi extra-politici. Serve un segnale subito, già alla ripresa delle attività parlamentari a settembre. Se c'è la volontà politica, un accordo per una nuova forma di governo e una conseguente nuova legge elettorale si può chiudere domattina. Se non c'è, non ha più senso un governo di "larghe intese".
Come abbiamo già osservato, con la sentenza della Cassazione le possibilità di una riforma della giustizia, già ridotte ai minimi termini, si sono del tutto azzerate, e il richiamarla nella sua nota di giovedì sera è stato da parte del presidente Napolitano tra il velleitario e l'ipocrita. Mai una riforma della giustizia è stata così lontana dal nostro orizzonte politico come lo è oggi. Come ha giustamente osservato Panebianco sul Corriere della Sera, ormai «la magistratura è l'unico "potere forte" oggi esistente in questo Paese e lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli. Non permetterà mai al potere debole, al potere politico, di riformarla». Forse qualche correttivo per introdurre un po' di efficienza sì, ma scordatevi una riforma dell'ordinamento giudiziario, come quella abbozzata nella legge delega Castelli nel 2005.
Berlusconi e il Pdl dovrebbero evitare di porla come condizione, dal momento che sarebbe del tutto velleitario. Ha di nuovo ragione Panebianco: se gli «attacchi frontali» si sono risolti in massacri per gli attaccanti, serve una «strategia indiretta», «il problema va aggredito da un'altra prospettiva», passando cioè per il «rafforzamento della politica». E c'è una sola via diretta per rafforzare la politica: il presidenzialismo. Un capo dello Stato eletto direttamente dal popolo potrebbe modificare "dall'alto" gli equilibri di potere in quelle istituzioni-chiave che si oppongono a qualsiasi riforma della giustizia. L'incandidabilità di Berlusconi dovrebbe, diciamo, facilitare le cose, togliendo al Pd un comodo alibi per dire no ad una riforma che ormai piace anche gli elettori di sinistra.
Tuesday, July 30, 2013
La piccola mistificazione del Sole sull'Imu
Anche su Notapolitica e L'Opinione
I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.
Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).
Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.
Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.
Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.
I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.
Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).
Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.
Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.
Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.
Wednesday, July 03, 2013
L'euroassistenzialismo non ci salverà
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Ha ragione il senatore Mario Monti quando ricorda al premier Letta che con i «piccoli passi» non si va avanti. E lui può parlare per esperienza diretta... I passi sono piccoli, impercettibili, ma il governo pretende che ora "altri" facciano la propria parte. E' questo il messaggio recapitato al mondo delle imprese. Sia da parte del premier in persona, quando al termine del vertice europeo della scorsa settimana, dopo aver ottenuto dall'Ue 1 miliardo di fondi per il lavoro in due anni, ha fin troppo euforicamente detto che «ora le imprese non hanno più alibi» (nemmeno quello del total tax rate al 70%, caso unico al mondo?), sia da parte del ministro del lavoro Giovannini, che al convegno di Confindustria ha spiegato che non può essere solo il governo a creare «opportunità» per i giovani, serve «l'impegno dell'intero paese, comprese le imprese». Analisi corretta a metà. E' senz'altro vero che il governo non può "creare" posti di lavoro (anche se poi, dalle misure varate si direbbe che nell'esecutivo sia piuttosto diffusa la convinzione opposta), ma riesce benissimo ad ostacolarne la creazione. Dire alle imprese che ora sta a loro impegnarsi è come incoraggiare un prigioniero a liberarsi dopo avergli dato un bicchiere d'acqua... ma è ancora incatenato! Puro sadismo.
Non è «il peso dei 2,2 milioni di "neet" (giovani che non lavorano, non studiano né si stanno formando, ndr)» che «ci porterà a fondo». Il ministro Giovannini confonde uno dei sintomi della crisi con la causa: a portarci a fondo è il peso dello Stato. Da ex presidente dell'Istat dovrebbe almeno far bene di conto, eppure come ha calcolato Tito Boeri, dagli sgravi sulle nuove assunzioni si possono ottenere nella migliore delle ipotesi 28.846 posti di lavoro (la cifra che risulta dividendo i 225 milioni l'anno stanziati per 7.800 euro, lo sgravio concesso per 12 mesi), un numero ben lontano dai 100 mila evocati dal ministro.
Ma il punto è che i pochi e temporanei sgravi, così come il miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Ue nei prossimi due anni, stanziato senza nemmeno sapere come concretamente verrà speso, possono ben poco se le imprese non vedono una prospettiva di aumento della produzione che le induca ad assumere. «Gli sgravi andranno per lo più alle imprese che avrebbero comunque fatto assunzioni», conclude Boeri.
La realtà è che in queste settimane, riempiendosi la bocca della parola "lavoro", il governo italiano e i governi degli altri paesi europei riuniti a Bruxelles hanno messo in scena un'enorme operazione propagandistica. Per una ripresa vera, che non sia solo uno 0,3-0,4% trainato dall'export, l'Italia ha bisogno di un radicale shock fiscale e di riforme vere del mercato del lavoro. Invece, con i sussidi temporanei, che non hanno mai funzionato, l'Europa conferma la propria essenza: un carrozzone che sa solo spendere soldi, ma non attuare politiche per la crescita.
Il nostro premier ha festeggiato per quel miliardo e mezzo come avrebbe festeggiato un politico meridionale all'ennesimo stanziamento di fondi a pioggia da Roma. Con il vertice Ue di venerdì siamo entrati a pieno titolo nell'era dell'euroassistenzialismo. Entrare nell'Euro avrebbe aiutato l'Italia a diventare "più europea", si diceva e si dice ancora. Sta accadendo il contrario: è l'Europa che si sta "italianizzando". Si sta ripiegando su se stessa, chiusa in un dibattito tra i paesi del sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del nord e la Germania che tengono stretti i cordoni della borsa. Una dinamica che ricorda molto quella italiana sulla "questione meridionale": un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso.
Piuttosto che accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, e riconoscere la necessità di riforme strutturali e fiscali volte a far recuperare competitività alle nostre economie appesantite da bilanci pubblici famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, e di discutere come implementarle velocemente in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità negli ultimi vertici Ue, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale: il problema che sembra angosciare i governanti europei come quelli italiani, senza eccezioni, è come far cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Come i miliardi appena stanziati a Bruxelles, in modo generico, "per il lavoro". Le stesse cure che lo Stato unitario ha "somministrato" per oltre un secolo al nostro sud, oggi diventano le concessioni di Berlino e degli altri stati membri del nord ai paesi dell'Europa mediterranea.
Ha ragione il senatore Mario Monti quando ricorda al premier Letta che con i «piccoli passi» non si va avanti. E lui può parlare per esperienza diretta... I passi sono piccoli, impercettibili, ma il governo pretende che ora "altri" facciano la propria parte. E' questo il messaggio recapitato al mondo delle imprese. Sia da parte del premier in persona, quando al termine del vertice europeo della scorsa settimana, dopo aver ottenuto dall'Ue 1 miliardo di fondi per il lavoro in due anni, ha fin troppo euforicamente detto che «ora le imprese non hanno più alibi» (nemmeno quello del total tax rate al 70%, caso unico al mondo?), sia da parte del ministro del lavoro Giovannini, che al convegno di Confindustria ha spiegato che non può essere solo il governo a creare «opportunità» per i giovani, serve «l'impegno dell'intero paese, comprese le imprese». Analisi corretta a metà. E' senz'altro vero che il governo non può "creare" posti di lavoro (anche se poi, dalle misure varate si direbbe che nell'esecutivo sia piuttosto diffusa la convinzione opposta), ma riesce benissimo ad ostacolarne la creazione. Dire alle imprese che ora sta a loro impegnarsi è come incoraggiare un prigioniero a liberarsi dopo avergli dato un bicchiere d'acqua... ma è ancora incatenato! Puro sadismo.
Non è «il peso dei 2,2 milioni di "neet" (giovani che non lavorano, non studiano né si stanno formando, ndr)» che «ci porterà a fondo». Il ministro Giovannini confonde uno dei sintomi della crisi con la causa: a portarci a fondo è il peso dello Stato. Da ex presidente dell'Istat dovrebbe almeno far bene di conto, eppure come ha calcolato Tito Boeri, dagli sgravi sulle nuove assunzioni si possono ottenere nella migliore delle ipotesi 28.846 posti di lavoro (la cifra che risulta dividendo i 225 milioni l'anno stanziati per 7.800 euro, lo sgravio concesso per 12 mesi), un numero ben lontano dai 100 mila evocati dal ministro.
Ma il punto è che i pochi e temporanei sgravi, così come il miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Ue nei prossimi due anni, stanziato senza nemmeno sapere come concretamente verrà speso, possono ben poco se le imprese non vedono una prospettiva di aumento della produzione che le induca ad assumere. «Gli sgravi andranno per lo più alle imprese che avrebbero comunque fatto assunzioni», conclude Boeri.
La realtà è che in queste settimane, riempiendosi la bocca della parola "lavoro", il governo italiano e i governi degli altri paesi europei riuniti a Bruxelles hanno messo in scena un'enorme operazione propagandistica. Per una ripresa vera, che non sia solo uno 0,3-0,4% trainato dall'export, l'Italia ha bisogno di un radicale shock fiscale e di riforme vere del mercato del lavoro. Invece, con i sussidi temporanei, che non hanno mai funzionato, l'Europa conferma la propria essenza: un carrozzone che sa solo spendere soldi, ma non attuare politiche per la crescita.
Il nostro premier ha festeggiato per quel miliardo e mezzo come avrebbe festeggiato un politico meridionale all'ennesimo stanziamento di fondi a pioggia da Roma. Con il vertice Ue di venerdì siamo entrati a pieno titolo nell'era dell'euroassistenzialismo. Entrare nell'Euro avrebbe aiutato l'Italia a diventare "più europea", si diceva e si dice ancora. Sta accadendo il contrario: è l'Europa che si sta "italianizzando". Si sta ripiegando su se stessa, chiusa in un dibattito tra i paesi del sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del nord e la Germania che tengono stretti i cordoni della borsa. Una dinamica che ricorda molto quella italiana sulla "questione meridionale": un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso.
Piuttosto che accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, e riconoscere la necessità di riforme strutturali e fiscali volte a far recuperare competitività alle nostre economie appesantite da bilanci pubblici famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, e di discutere come implementarle velocemente in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità negli ultimi vertici Ue, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale: il problema che sembra angosciare i governanti europei come quelli italiani, senza eccezioni, è come far cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Come i miliardi appena stanziati a Bruxelles, in modo generico, "per il lavoro". Le stesse cure che lo Stato unitario ha "somministrato" per oltre un secolo al nostro sud, oggi diventano le concessioni di Berlino e degli altri stati membri del nord ai paesi dell'Europa mediterranea.
Friday, June 28, 2013
Governo di larghi acconti e lunghi rinvii
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.
Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.
La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.
Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?
Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.
Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.
Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.
Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.
Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!
Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.
Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.
Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.
La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.
Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?
Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.
Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.
Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.
Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.
Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!
Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.
Friday, June 14, 2013
"Non rinvenibile" è solo la volontà politica
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.
Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.
Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?
Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.
Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.
Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.
Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.
Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.
Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?
Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.
Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
«L'Imu, se dovesse essere eliminata definitivamente, comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi all'anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l'Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità, che al momento attuale non sono rinvenibili».Queste le parole esatte del ministro Saccomanni. La risorse per scongiurare l'aumento dell'Iva «non sono rinvenibili»? O piuttosto, a non essere «rinvenibile» è la volontà politica di cominciare davvero, non per finta, a tagliare la spesa pubblica?
Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.
Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
«Le aziende assumono se hanno bisogno di aumentare la produzione, ma se c'è crisi dei consumi e nessuno, in Italia, vende più alcunché, come fanno ad assumere? Non parlo di Prada, noi andiamo benissimo (...) Ma tutte le altre imprese, piccole e medie, che in Italia sono la stragrande maggioranza e che hanno fatturati in forte calo, come fanno ad assumere?».Il problema è la mancanza di potere d'acquisto degli italiani, legata ai salari effettivi erosi dalle pretese fiscali dello Stato:
«Non esiste altro paese in Europa e forse al mondo con una differenza così alta tra quello che un lavoratore costa a un'azienda e quello che il lavoratore percepisce in busta paga... Lo Stato deve ridurre del 10% il prelievo sullo stipendio lordo».Il che rilancia come priorità tutti quegli interventi che possono aumentare il potere d'acquisto: il taglio del cuneo fiscale, ovviamente, ma anche dell'Imu e dell'Iva.
Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.
Wednesday, May 08, 2013
Tagliare Imu o Irap? Un falso dilemma
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.
Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.
Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?
Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.
Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).
Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.
Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.
Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.
Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.
Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?
Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.
Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).
Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.
Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.
Monday, April 29, 2013
L'enciclopedia Letta, non l'agenda
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all'indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile - per superare l'impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino - quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa "road map": cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.
Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio, associato all'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.
Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l'emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l'Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed "esodati", defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l'abolizione dell'Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c'è spazio per essere troppo "choosy": che sia Imu o Irap, l'importante è cominciare a tagliare. Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa.
Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l'operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento.
Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione - proprio nessuna! - sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo». Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il "porcellum", ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l'ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza.
Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» - e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d'altra parte, le circostanze che l'hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) - Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso "di legislatura", a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi. L'orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati.
Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c'erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l'Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all'aumento dell'Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola "Equitalia" non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni. Ma anche delle delicate questioni Cig ed "esodati", di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari.
Ma al di là dei contenuti, l'obiettivo politico dell'esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo «vent'anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l'invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.
Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E' qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l'ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo - 18 mesi! - per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti?
La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l'esecutivo abbia pagato a caro prezzo l'esigenza di rinnovamento e ringiovanimento. Il Pd da una parte e Berlusconi dall'altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.
Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all'indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile - per superare l'impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino - quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa "road map": cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.
Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio, associato all'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.
Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l'emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l'Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed "esodati", defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l'abolizione dell'Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c'è spazio per essere troppo "choosy": che sia Imu o Irap, l'importante è cominciare a tagliare. Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa.
Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l'operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento.
Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione - proprio nessuna! - sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo». Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il "porcellum", ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l'ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza.
Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» - e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d'altra parte, le circostanze che l'hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) - Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso "di legislatura", a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi. L'orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati.
Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c'erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l'Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all'aumento dell'Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola "Equitalia" non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni. Ma anche delle delicate questioni Cig ed "esodati", di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari.
Ma al di là dei contenuti, l'obiettivo politico dell'esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo «vent'anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l'invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.
Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E' qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l'ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo - 18 mesi! - per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti?
La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l'esecutivo abbia pagato a caro prezzo l'esigenza di rinnovamento e ringiovanimento. Il Pd da una parte e Berlusconi dall'altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.
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Tuesday, March 05, 2013
Siamo i grillini e proponiamo cose un sacco belle
Il grillismo? Subculture sinistroidi 2.0
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La presentazione - innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano - degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano (qui il video), è stata l'occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l'identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall'altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico. Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi ("Ciao, sono tizio, mi occupo di... potrei contribuire a...").
Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini. Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l'astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di "occuparsi" - non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più - di quella tal materia.
"Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri"; "Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica"; "Sono sommelier, quindi mi occuperò di agricoltura"; "Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l'acqua pubblica"; "Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c'è bisogno anche la sanità"; "Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia"; "Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall'aeroporto a Montecitorio in bicicletta"; "Sono vegano, 'disiscritto' dalla Chiesa cattolica". Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare.
"Mi occupo di" è la frase standard utilizzata per presentarsi. Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non lavorano, non fanno, non sono, ma si "occupano di...". Si "occupano" tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, "vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine". Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone "Un sacco bello", in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l'attività della sua comune:
L'ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa), l'antimilitarismo, l'animalismo, le energie alternative, il "Nimby", ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, "il sociale" e il "bene comune", la giustizia. E' proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell'ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più "pubblico", quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
C'è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C'è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall'euro, perché no? C'è il problema di come far ripartire l'economia? Ecco che viene in soccorso la teoria della "decrescita felice". Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati - ce ne rendiamo conto - ma come nei movimenti totalitari della prima metà del '900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l'eco di valori contadini, e dall'altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione - legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell'ambiente - con le quali l'umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi.
Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell'oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole "tasse" e "spesa pubblica", e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
In generale il M5S - guardando agli eletti, non agli elettori - sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global, che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell'ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua "sovrastruttura", democrazia rappresentativa compresa.
Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l'ha voluto e difeso. Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell'educazione e della comunicazione, psicologia. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro.
Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di "Un sacco bello": «Vabbè ma che sete... 'na setta, 'na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire "no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi".
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La presentazione - innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano - degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano (qui il video), è stata l'occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l'identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall'altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico. Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi ("Ciao, sono tizio, mi occupo di... potrei contribuire a...").
Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini. Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l'astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di "occuparsi" - non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più - di quella tal materia.
"Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri"; "Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica"; "Sono sommelier, quindi mi occuperò di agricoltura"; "Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l'acqua pubblica"; "Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c'è bisogno anche la sanità"; "Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia"; "Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall'aeroporto a Montecitorio in bicicletta"; "Sono vegano, 'disiscritto' dalla Chiesa cattolica". Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare.
"Mi occupo di" è la frase standard utilizzata per presentarsi. Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non lavorano, non fanno, non sono, ma si "occupano di...". Si "occupano" tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, "vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine". Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone "Un sacco bello", in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l'attività della sua comune:
«Cioè, siamo un gruppo di ragazzi no, che stanno fondando una comunità agricola no, cioè come alternativa all'inquinamento urbano, cioè inteso non soltanto come scorie eccetera, no, cioè inteso anche come inquinamento morale capito in che senso? (...) Cioè allora, mentre le ragazze provvedono alla raccolta dei frutti naturali della terra no, tipo carciofi, ravanelli, insalata, piselli no, tutta robbba vegetale un sacco bbuona no, noi ragazzi invece provvediamo così alla dimensione artigggianale no, cioè tutti lavoretti così in ceramica, in cuoio no, così eccetera no, per sentirci in noi stessi in quanto entità fisico psichica a contatto con gli altri no, cioè in questo mondo cosmico pantistico naturalistico no, cioè un mondo in cui è l'amore che vince e il male che perde no, cioè un modo in cui veramente domina la fratellanza no».Ovviamente un paragone spiritoso, da non prendere alla lettera, ma il miscuglio di subculture politiche, proposte e teorie strampalate tra l'ingenuo e il complottistico, espresso dall'assemblea grillina rimanda all'idea di un mondo pre-industriale e fortemente comunitario, in piena armonia con la natura, proprio come veniva descritto dal mitico personaggio di Verdone nei lontani anni '80.
L'ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa), l'antimilitarismo, l'animalismo, le energie alternative, il "Nimby", ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, "il sociale" e il "bene comune", la giustizia. E' proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell'ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più "pubblico", quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
C'è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C'è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall'euro, perché no? C'è il problema di come far ripartire l'economia? Ecco che viene in soccorso la teoria della "decrescita felice". Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati - ce ne rendiamo conto - ma come nei movimenti totalitari della prima metà del '900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l'eco di valori contadini, e dall'altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione - legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell'ambiente - con le quali l'umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi.
Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell'oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole "tasse" e "spesa pubblica", e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
In generale il M5S - guardando agli eletti, non agli elettori - sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global, che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell'ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua "sovrastruttura", democrazia rappresentativa compresa.
Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l'ha voluto e difeso. Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell'educazione e della comunicazione, psicologia. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro.
Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di "Un sacco bello": «Vabbè ma che sete... 'na setta, 'na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire "no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi".
Thursday, February 14, 2013
Fallito il tentativo di minimizzare la stangata Imu
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.
Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.
Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.
Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.
Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.
Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.
Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.
Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.
Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.
Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.
Tuesday, February 05, 2013
C'è una Corte che chiede meno Stato
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
LEGGI TUTTO su Notapolitica
Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Wednesday, January 16, 2013
Sullo stato di polizia fiscale nessuno è senza macchia
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro, l'ultima follia burocratica degna di un romanzo orwelliano o kafkiano (a seconda dei vostri gusti), ci sono ben in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell'attuale. Ogni tentativo di negarlo è senza vergogna, indecente.
Concepito dal governo Berlusconi, con il DL 78 del luglio 2010, articolo 22, lo strumento è stato elaborato e affinato, e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. E' vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell'Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza». In pratica, uno "studio di settore" per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell'Istat o altri enti statistici. Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l'onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati.
E' anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell'ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un'ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni. E volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo. Ha avuto ben 13 mesi per rendersi conto del mostro che stava prendendo forma, e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. Un insulto all'intelligenza degli italiani e un esempio della peggiore politica che non sa assumersi le proprie responsabilità.
La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l'unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche. Prima ha raddoppiato il gettito dell'Imu prevista dal governo Berlusconi, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe "da pazzi" pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre.
Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere starebbe lavorando in gran segreto ad un'"agenda 2". Dev'essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. In serata è previsto un incontro con Befera: chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremmo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un "altrocolpista" in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.
Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro, l'ultima follia burocratica degna di un romanzo orwelliano o kafkiano (a seconda dei vostri gusti), ci sono ben in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell'attuale. Ogni tentativo di negarlo è senza vergogna, indecente.
Concepito dal governo Berlusconi, con il DL 78 del luglio 2010, articolo 22, lo strumento è stato elaborato e affinato, e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. E' vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell'Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza». In pratica, uno "studio di settore" per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell'Istat o altri enti statistici. Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l'onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati.
E' anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell'ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un'ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni. E volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo. Ha avuto ben 13 mesi per rendersi conto del mostro che stava prendendo forma, e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. Un insulto all'intelligenza degli italiani e un esempio della peggiore politica che non sa assumersi le proprie responsabilità.
La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l'unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche. Prima ha raddoppiato il gettito dell'Imu prevista dal governo Berlusconi, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe "da pazzi" pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre.
Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere starebbe lavorando in gran segreto ad un'"agenda 2". Dev'essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. In serata è previsto un incontro con Befera: chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremmo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un "altrocolpista" in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.
Tuesday, January 15, 2013
Il pifferaio magico e il grande bluff
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.
Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.
Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.
Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.
Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.
Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?
Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.
Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.
Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.
Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.
Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.
Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?
Tuesday, January 08, 2013
Apologia delle promesse elettorali
Anche su Notapolitica
Siamo arrivati al punto che qualsiasi proposta di riduzione delle tasse, si tratti di Imu, Irpef o Irap, viene additata come irresponsabile demagogia, becero populismo. Ogni proposta viene irrisa o snobbata: e meno è generica, più è corredata di numeri, peggio è. I conti non lo permettono, l'Europa non lo permette, la Merkel non lo permette. In parte il discredito generato dal fallimento del precedente governo di centrodestra nel mantenere le sue promesse in tema fiscale ha contribuito ad alimentare questo clima nel dibattito pubblico, rendendo difficile per chiunque raccogliere il testimone della battaglia per la riduzione delle imposte. Dal momento che i politici non le mantengono, rifiutarsi di fare promesse è diventato sinonimo di serietà e quindi un tratto distintivo del profilo del premier dimissionario Mario Monti, e per il segretario del Pd Bersani un pulpito dal quale denunciare il populismo di Berlusconi e differenziarsi dal suo stile politico.
Le promesse elettorali sono state in qualche modo bandite, messe fuori legge, al di fuori della sfera della rispettabilità politica. In effetti, le promesse sembrano fatte apposta per non essere mantenute. In ogni ambito della vita, figuriamoci in politica. Forse sarebbe meglio parlare di impegni. Chiamateli come volete, forse il problema non sta nelle promesse o negli impegni, bensì nel mantenerli una volta assunti. Ma in politica non se ne può fare a meno. E' poi sulla capacità di onorarli che si dovrebbe misurare la credibilità di un politico. Serio e affidabile non è il politico che non fa promesse o non prende impegni. Costui semplicemente non è un politico. Serio e affidabile è il politico che si assume degli impegni, anche rischiando, mettendoci la faccia, e li onora.
Sembra accorgersene piano piano anche Mario Monti, il cui difetto principale di questo inizio di campagna elettorale è di evitare qualsiasi allusione che possa suonare come promessa per preservare la sua immagine di tecnico, non politico, serio e affidabile, rischiando però di non comunicare altro che grigiore all'opinione pubblica. Nelle sue ultime apparizioni televisive, anche Monti sembra aver capito che la propria autorevolezza personale non può bastare agli elettori come garanzia di una prospettiva di miglioramento delle loro condizioni di vita. Occorre esporsi: l'Imu va rivista, l'Irpef ridotta di un punto, e nella sua agenda è apparso persino un «reddito minimo di sostentamento» che a occhio e croce dovrebbe costare diversi miliardi di euro. Dove li trova i soldi? E' lo stesso Monti che diceva che abolire l'Imu sulla prima casa è da demagoghi irresponsabili?
Certo, la pressione fiscale è eccessiva, occorre ridurla, concedono più o meno tutti, politici e opinionisti, ma «non appena le condizioni generali lo consentiranno», o con i proventi della lotta all'evasione fiscale, o quando i ricchi pagheranno il giusto. Sono queste le espressioni che suonano come "responsabili", ma dietro cui in realtà si nasconde l'inganno, o semplicemente la mancanza della volontà di agire.
Ridurre le tasse non solo è possibile in modo responsabile, cioè tagliando la spesa e il debito, ma doveroso dal punto di vista etico e l'unica speranza per tornare a crescere dal punto di vista economico. Il problema non sta nelle proposte in tal senso, ma nella credibilità di chi le avanza. L'Imu sulla prima casa vale 4 miliardi. Si può ritenere opportuna o meno la sua abolizione, ma non si può sostenere che non si possono trovare le coperture necessarie. Per ridurre la pressione fiscale di un punto percentuale l'anno per cinque anni occorrono circa 16 miliardi l'anno. L'impresa è ardua ma non impossibile, a patto di ridurre spesa corrente e interessi sul debito (quindi abbattendo anche lo stock del debito), che ammontano annualmente a 800 miliardi. E a patto, ovviamente, di avere la volontà politica di farlo, il che significa anche saper individuare i capitoli di spesa da tagliare e non raccontare balle. Soprattutto in tema fiscale nessuno può rivendicare copyright. Tutte le proposte e varianti possibili e immaginabili sono sul tavolo da anni. Il punto è capire chi è più credibile nel farle proprie oggi. Le promesse sono il sale della politica; il problema è mantenerle, non evitare di farne.
Siamo arrivati al punto che qualsiasi proposta di riduzione delle tasse, si tratti di Imu, Irpef o Irap, viene additata come irresponsabile demagogia, becero populismo. Ogni proposta viene irrisa o snobbata: e meno è generica, più è corredata di numeri, peggio è. I conti non lo permettono, l'Europa non lo permette, la Merkel non lo permette. In parte il discredito generato dal fallimento del precedente governo di centrodestra nel mantenere le sue promesse in tema fiscale ha contribuito ad alimentare questo clima nel dibattito pubblico, rendendo difficile per chiunque raccogliere il testimone della battaglia per la riduzione delle imposte. Dal momento che i politici non le mantengono, rifiutarsi di fare promesse è diventato sinonimo di serietà e quindi un tratto distintivo del profilo del premier dimissionario Mario Monti, e per il segretario del Pd Bersani un pulpito dal quale denunciare il populismo di Berlusconi e differenziarsi dal suo stile politico.
Le promesse elettorali sono state in qualche modo bandite, messe fuori legge, al di fuori della sfera della rispettabilità politica. In effetti, le promesse sembrano fatte apposta per non essere mantenute. In ogni ambito della vita, figuriamoci in politica. Forse sarebbe meglio parlare di impegni. Chiamateli come volete, forse il problema non sta nelle promesse o negli impegni, bensì nel mantenerli una volta assunti. Ma in politica non se ne può fare a meno. E' poi sulla capacità di onorarli che si dovrebbe misurare la credibilità di un politico. Serio e affidabile non è il politico che non fa promesse o non prende impegni. Costui semplicemente non è un politico. Serio e affidabile è il politico che si assume degli impegni, anche rischiando, mettendoci la faccia, e li onora.
Sembra accorgersene piano piano anche Mario Monti, il cui difetto principale di questo inizio di campagna elettorale è di evitare qualsiasi allusione che possa suonare come promessa per preservare la sua immagine di tecnico, non politico, serio e affidabile, rischiando però di non comunicare altro che grigiore all'opinione pubblica. Nelle sue ultime apparizioni televisive, anche Monti sembra aver capito che la propria autorevolezza personale non può bastare agli elettori come garanzia di una prospettiva di miglioramento delle loro condizioni di vita. Occorre esporsi: l'Imu va rivista, l'Irpef ridotta di un punto, e nella sua agenda è apparso persino un «reddito minimo di sostentamento» che a occhio e croce dovrebbe costare diversi miliardi di euro. Dove li trova i soldi? E' lo stesso Monti che diceva che abolire l'Imu sulla prima casa è da demagoghi irresponsabili?
Certo, la pressione fiscale è eccessiva, occorre ridurla, concedono più o meno tutti, politici e opinionisti, ma «non appena le condizioni generali lo consentiranno», o con i proventi della lotta all'evasione fiscale, o quando i ricchi pagheranno il giusto. Sono queste le espressioni che suonano come "responsabili", ma dietro cui in realtà si nasconde l'inganno, o semplicemente la mancanza della volontà di agire.
Ridurre le tasse non solo è possibile in modo responsabile, cioè tagliando la spesa e il debito, ma doveroso dal punto di vista etico e l'unica speranza per tornare a crescere dal punto di vista economico. Il problema non sta nelle proposte in tal senso, ma nella credibilità di chi le avanza. L'Imu sulla prima casa vale 4 miliardi. Si può ritenere opportuna o meno la sua abolizione, ma non si può sostenere che non si possono trovare le coperture necessarie. Per ridurre la pressione fiscale di un punto percentuale l'anno per cinque anni occorrono circa 16 miliardi l'anno. L'impresa è ardua ma non impossibile, a patto di ridurre spesa corrente e interessi sul debito (quindi abbattendo anche lo stock del debito), che ammontano annualmente a 800 miliardi. E a patto, ovviamente, di avere la volontà politica di farlo, il che significa anche saper individuare i capitoli di spesa da tagliare e non raccontare balle. Soprattutto in tema fiscale nessuno può rivendicare copyright. Tutte le proposte e varianti possibili e immaginabili sono sul tavolo da anni. Il punto è capire chi è più credibile nel farle proprie oggi. Le promesse sono il sale della politica; il problema è mantenerle, non evitare di farne.
Thursday, November 29, 2012
Bersani asfaltato in tv, ma lo salveranno regole e terrore di cambiare
Con ogni probabilità le vincerà Bersani le primarie del centrosinistra. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconiano"); e perché le regole (doversi impegnare a votare il centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto sarebbe servito a Renzi. Fondamentalmente il popolo "de sinistra" è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra, preferisce restare nel proprio rassicurante recinto, anche se minoritario.
Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.
Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.
Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.
Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».
Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).
Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.
Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.
Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).
«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».
Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».
Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.
Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.
Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.
Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».
Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).
Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.
Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.
Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).
«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».
Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».
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Thursday, November 22, 2012
La guerra di Befera sempre più psicologica e ideologica
Anche su L'Opinione
Nella migliore delle ipotesi il "redditest" è inutile, quindi uno spreco di soldi pubblici. «Non cerchiamo la piccola evasione o l'errore materiale», rassicura il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Dunque, il software non è rivolto ai contribuenti onesti, i quali possono incappare al massimo in qualche errore di dichiarazione. «Non deve terrorizzare chi già paga le tasse – spiega – ma dovrebbe essere usato da chi evade». Ma cosa se ne fa chi evade consapevolmente e sistematicamente, e quindi sa già che le sue spese non sono in linea con il reddito dichiarato? Al massimo lo utilizzerà per carpire criteri e misure usati dal fisco per circoscrivere l'area della sospetta evasione, al fine di affinare le proprie tecniche evasive, o anche solo verificare fino a che soglia può spendere il reddito evaso senza correre il rischio di insospettire troppo. Insomma, un software che paradossalmente rischia di aiutare l'evasore, piuttosto che indurlo all'adempimento spontaneo.
Il contribuente onesto, invece, che riscontrasse una "non coerenza" tra le proprie spese e il reddito dichiarato ne ricaverebbe solo ansia e allarme. Non sarebbe portato a dichiarare reddito che non ha percepito, ma potrebbe essere indotto a moderare in ogni caso le sue spese per non rischiare di finire tra i "sospetti".
Ma il redditest è solo l'antipasto del redditometro, al via dal gennaio prossimo. L'Agenzia delle Entrate potrà calcolare il reddito che le famiglie dovrebbero dichiarare alla luce delle spese sostenute, invertendo sul contribuente l'onere di provare che la spesa eccedente non è il frutto di reddito non dichiarato. L'accertamento scatta quando lo scostamento supera la soglia di tolleranza del 20%, anche se «nella prima fase saremo molto cauti», assicura Befera.
Intendiamoci: giusto concentrarsi non solo là dove il reddito viene prodotto, ma anche sulle spese incoerenti con il reddito dichiarato, per verificare che non siano frutto di evasione. Ma "assolutizzare" su una platea di 25 milioni di famiglie il concetto che le spese debbano corrispondere al reddito dichiarato per non destare sospetti è puro delirio di onnipotenza statalista.
Soprattutto in tempi di crisi, infatti, le famiglie possono sostenere i loro consumi quotidiani o spese eccezionali ricorrendo al risparmio, al credito o all'aiuto dei parenti. I mezzi più che leciti attraverso i quali con un reddito medio ci si può permettere un auto da 30 mila euro, una vacanza da sogno, una ristrutturazione di casa o l'acquisto di una seconda casa, possono essere i più disparati: risparmi accumulati in una vita, il tfr, redditi esenti, un aiuto dei genitori ai figli o viceversa, vincite ed eredità. E siccome prima di avviare l'accertamento l'agenzia è comunque obbligata ad un contraddittorio preliminare, il rischio è che milioni di contribuenti siano chiamati a spiegare casi banalissimi, con una enorme perdita di tempo e di denaro da parte di tutti, fisco in primis. Inoltre, se dal possesso e dalle spese di gestione, anche presunte, di certi beni mobili e immobili si può dedurre un certo reddito, presumendo anche i consumi quotidiani, per esempio utenze e generi alimentari, sulla base di medie Istat, senza riscontri oggettivi, si rischia di incorrere in errori clamorosi, perché tra famiglie del tutto simili e in uno stesso territorio le abitudini possono differire enormemente, determinando livelli di spesa molto diversi da quelli presunti dal fisco.
La stima secondo cui una famiglia su cinque, secondo i criteri utilizzati dal redditest, sosterrebbe spese «non coerenti» con i redditi dichiarati dai propri componenti, dimostra la fallacia del sistema e l'allarme sociale che può provocare: che farà Befera, chiamerà in contraddittorio 5 milioni di famiglie? Il direttore si raccomanda di non attribuire a questi strumenti un effetto depressivo sui consumi, ma è la logica a suggerirlo. Se passa il concetto che sostenendo spese superiori al proprio reddito si rientra automaticamente in un'area di sospetta evasione, e si può incorrere quindi nelle verifiche del caso – che possono sì avere esito negativo ma sono comunque motivo di angoscia – rischiamo che all'occultamento del reddito si aggiungano diminuzione, occultamento o delocalizzazione dei consumi.
In questo periodo di crisi e di scarsa fiducia le fasce di popolazione più benestanti possono permettersi di continuare a sostenere i consumi, la produzione e quindi l'economia. Ma se queste famiglie, la maggior parte delle quali dobbiamo presumere oneste, si convincono che spendere può procurargli fastidiose noie o un marchio d'infamia, saranno indotte o a spendere meno o, chi può permetterselo, a "delocalizzare" i propri consumi e il godimento dei propri beni. Se per recuperare una manciata di miliardi, perché tanto finora ha prodotto l'inasprimento della lotta all'evasione, perdiamo altrettanto gettito e distruggiamo posti di lavoro e interi comparti, come quello del lusso, possiamo avere la coscienza a posto ma stiamo impoverendo il paese, non gli evasori.
Nella migliore delle ipotesi il "redditest" è inutile, quindi uno spreco di soldi pubblici. «Non cerchiamo la piccola evasione o l'errore materiale», rassicura il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Dunque, il software non è rivolto ai contribuenti onesti, i quali possono incappare al massimo in qualche errore di dichiarazione. «Non deve terrorizzare chi già paga le tasse – spiega – ma dovrebbe essere usato da chi evade». Ma cosa se ne fa chi evade consapevolmente e sistematicamente, e quindi sa già che le sue spese non sono in linea con il reddito dichiarato? Al massimo lo utilizzerà per carpire criteri e misure usati dal fisco per circoscrivere l'area della sospetta evasione, al fine di affinare le proprie tecniche evasive, o anche solo verificare fino a che soglia può spendere il reddito evaso senza correre il rischio di insospettire troppo. Insomma, un software che paradossalmente rischia di aiutare l'evasore, piuttosto che indurlo all'adempimento spontaneo.
Il contribuente onesto, invece, che riscontrasse una "non coerenza" tra le proprie spese e il reddito dichiarato ne ricaverebbe solo ansia e allarme. Non sarebbe portato a dichiarare reddito che non ha percepito, ma potrebbe essere indotto a moderare in ogni caso le sue spese per non rischiare di finire tra i "sospetti".
Ma il redditest è solo l'antipasto del redditometro, al via dal gennaio prossimo. L'Agenzia delle Entrate potrà calcolare il reddito che le famiglie dovrebbero dichiarare alla luce delle spese sostenute, invertendo sul contribuente l'onere di provare che la spesa eccedente non è il frutto di reddito non dichiarato. L'accertamento scatta quando lo scostamento supera la soglia di tolleranza del 20%, anche se «nella prima fase saremo molto cauti», assicura Befera.
Intendiamoci: giusto concentrarsi non solo là dove il reddito viene prodotto, ma anche sulle spese incoerenti con il reddito dichiarato, per verificare che non siano frutto di evasione. Ma "assolutizzare" su una platea di 25 milioni di famiglie il concetto che le spese debbano corrispondere al reddito dichiarato per non destare sospetti è puro delirio di onnipotenza statalista.
Soprattutto in tempi di crisi, infatti, le famiglie possono sostenere i loro consumi quotidiani o spese eccezionali ricorrendo al risparmio, al credito o all'aiuto dei parenti. I mezzi più che leciti attraverso i quali con un reddito medio ci si può permettere un auto da 30 mila euro, una vacanza da sogno, una ristrutturazione di casa o l'acquisto di una seconda casa, possono essere i più disparati: risparmi accumulati in una vita, il tfr, redditi esenti, un aiuto dei genitori ai figli o viceversa, vincite ed eredità. E siccome prima di avviare l'accertamento l'agenzia è comunque obbligata ad un contraddittorio preliminare, il rischio è che milioni di contribuenti siano chiamati a spiegare casi banalissimi, con una enorme perdita di tempo e di denaro da parte di tutti, fisco in primis. Inoltre, se dal possesso e dalle spese di gestione, anche presunte, di certi beni mobili e immobili si può dedurre un certo reddito, presumendo anche i consumi quotidiani, per esempio utenze e generi alimentari, sulla base di medie Istat, senza riscontri oggettivi, si rischia di incorrere in errori clamorosi, perché tra famiglie del tutto simili e in uno stesso territorio le abitudini possono differire enormemente, determinando livelli di spesa molto diversi da quelli presunti dal fisco.
La stima secondo cui una famiglia su cinque, secondo i criteri utilizzati dal redditest, sosterrebbe spese «non coerenti» con i redditi dichiarati dai propri componenti, dimostra la fallacia del sistema e l'allarme sociale che può provocare: che farà Befera, chiamerà in contraddittorio 5 milioni di famiglie? Il direttore si raccomanda di non attribuire a questi strumenti un effetto depressivo sui consumi, ma è la logica a suggerirlo. Se passa il concetto che sostenendo spese superiori al proprio reddito si rientra automaticamente in un'area di sospetta evasione, e si può incorrere quindi nelle verifiche del caso – che possono sì avere esito negativo ma sono comunque motivo di angoscia – rischiamo che all'occultamento del reddito si aggiungano diminuzione, occultamento o delocalizzazione dei consumi.
In questo periodo di crisi e di scarsa fiducia le fasce di popolazione più benestanti possono permettersi di continuare a sostenere i consumi, la produzione e quindi l'economia. Ma se queste famiglie, la maggior parte delle quali dobbiamo presumere oneste, si convincono che spendere può procurargli fastidiose noie o un marchio d'infamia, saranno indotte o a spendere meno o, chi può permetterselo, a "delocalizzare" i propri consumi e il godimento dei propri beni. Se per recuperare una manciata di miliardi, perché tanto finora ha prodotto l'inasprimento della lotta all'evasione, perdiamo altrettanto gettito e distruggiamo posti di lavoro e interi comparti, come quello del lusso, possiamo avere la coscienza a posto ma stiamo impoverendo il paese, non gli evasori.
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