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Friday, July 21, 2017

Senza pudore

Per anni i migranti (non aventi diritto ad alcun asilo) ce li siamo andati a prendere davanti alle coste libiche in barba a qualsiasi regola e buon senso, praticamente un'invasione autoinflitta. Ora pretendiamo che se li accollino quota parte anche gli altri paesi europei e siccome si rifiutano, in nome dell'interesse nazionale ma anche soprattutto europeo, li minacciamo con la "proposta Bonino-Soros" dei 200mila visti... Poi non lamentiamoci dei luoghi comuni sugli italiani eh!

La pretesa italiana di "relocation" anche dei migranti illegali che si è messa in casa da sola è surreale. È contro ogni regola, logica e interesse non solo nazionale ma della stessa Unione europea che rischia la disgregazione. E anziché coltivare buoni rapporti con i Paesi dell'Est, per non subire troppo l'asse franco-tedesco, rompiamo... Resteremo i valletti di Parigi e Berlino.

Che poi, il direttore dell'INPS un po' di pudore dovrebbe averlo a sbandierare che i contributi di oggi servono a pagare le pensioni di oggi. Sappiamo tutti che è così, non solo per i contributi degli stranieri. Ma saperlo è un conto, che il direttore dell'INPS quasi se ne vanti... soprattutto nei confronti di lavoratori stranieri che probabilmente non vedranno mai una pensione, è come vantarsi di una rapina... Bella considerazione degli immigrati che hanno questi professorini...

Wednesday, July 03, 2013

L'euroassistenzialismo non ci salverà

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ha ragione il senatore Mario Monti quando ricorda al premier Letta che con i «piccoli passi» non si va avanti. E lui può parlare per esperienza diretta... I passi sono piccoli, impercettibili, ma il governo pretende che ora "altri" facciano la propria parte. E' questo il messaggio recapitato al mondo delle imprese. Sia da parte del premier in persona, quando al termine del vertice europeo della scorsa settimana, dopo aver ottenuto dall'Ue 1 miliardo di fondi per il lavoro in due anni, ha fin troppo euforicamente detto che «ora le imprese non hanno più alibi» (nemmeno quello del total tax rate al 70%, caso unico al mondo?), sia da parte del ministro del lavoro Giovannini, che al convegno di Confindustria ha spiegato che non può essere solo il governo a creare «opportunità» per i giovani, serve «l'impegno dell'intero paese, comprese le imprese». Analisi corretta a metà. E' senz'altro vero che il governo non può "creare" posti di lavoro (anche se poi, dalle misure varate si direbbe che nell'esecutivo sia piuttosto diffusa la convinzione opposta), ma riesce benissimo ad ostacolarne la creazione. Dire alle imprese che ora sta a loro impegnarsi è come incoraggiare un prigioniero a liberarsi dopo avergli dato un bicchiere d'acqua... ma è ancora incatenato! Puro sadismo.

Non è «il peso dei 2,2 milioni di "neet" (giovani che non lavorano, non studiano né si stanno formando, ndr)» che «ci porterà a fondo». Il ministro Giovannini confonde uno dei sintomi della crisi con la causa: a portarci a fondo è il peso dello Stato. Da ex presidente dell'Istat dovrebbe almeno far bene di conto, eppure come ha calcolato Tito Boeri, dagli sgravi sulle nuove assunzioni si possono ottenere nella migliore delle ipotesi 28.846 posti di lavoro (la cifra che risulta dividendo i 225 milioni l'anno stanziati per 7.800 euro, lo sgravio concesso per 12 mesi), un numero ben lontano dai 100 mila evocati dal ministro.

Ma il punto è che i pochi e temporanei sgravi, così come il miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Ue nei prossimi due anni, stanziato senza nemmeno sapere come concretamente verrà speso, possono ben poco se le imprese non vedono una prospettiva di aumento della produzione che le induca ad assumere. «Gli sgravi andranno per lo più alle imprese che avrebbero comunque fatto assunzioni», conclude Boeri.

La realtà è che in queste settimane, riempiendosi la bocca della parola "lavoro", il governo italiano e i governi degli altri paesi europei riuniti a Bruxelles hanno messo in scena un'enorme operazione propagandistica. Per una ripresa vera, che non sia solo uno 0,3-0,4% trainato dall'export, l'Italia ha bisogno di un radicale shock fiscale e di riforme vere del mercato del lavoro. Invece, con i sussidi temporanei, che non hanno mai funzionato, l'Europa conferma la propria essenza: un carrozzone che sa solo spendere soldi, ma non attuare politiche per la crescita.

Il nostro premier ha festeggiato per quel miliardo e mezzo come avrebbe festeggiato un politico meridionale all'ennesimo stanziamento di fondi a pioggia da Roma. Con il vertice Ue di venerdì siamo entrati a pieno titolo nell'era dell'euroassistenzialismo. Entrare nell'Euro avrebbe aiutato l'Italia a diventare "più europea", si diceva e si dice ancora. Sta accadendo il contrario: è l'Europa che si sta "italianizzando". Si sta ripiegando su se stessa, chiusa in un dibattito tra i paesi del sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del nord e la Germania che tengono stretti i cordoni della borsa. Una dinamica che ricorda molto quella italiana sulla "questione meridionale": un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso.

Piuttosto che accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, e riconoscere la necessità di riforme strutturali e fiscali volte a far recuperare competitività alle nostre economie appesantite da bilanci pubblici famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, e di discutere come implementarle velocemente in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità negli ultimi vertici Ue, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale: il problema che sembra angosciare i governanti europei come quelli italiani, senza eccezioni, è come far cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Come i miliardi appena stanziati a Bruxelles, in modo generico, "per il lavoro". Le stesse cure che lo Stato unitario ha "somministrato" per oltre un secolo al nostro sud, oggi diventano le concessioni di Berlino e degli altri stati membri del nord ai paesi dell'Europa mediterranea.

Monday, December 22, 2008

Più poveri ma meno soli

Strana la vita. Rifondazione comunista è fuori dal Parlamento ma le sue idee sono persino al governo

Non è un buon momento per il ministro Sacconi, che prima si fa convincere dai suoi sottosegretari ad emettere una nota d'indirizzo insostenibile sul caso Englaro, poi sulla sua materia, il lavoro, recupera un vecchio cavallo di battaglia nientemeno che di Rifondazione comunista: "Lavorare meno, lavorare tutti". E non a caso, significativo, ad apprezzare la proposta del ministro è il segretario del partito comunista Paolo Ferrero: «Mi sembra una ottima idea perché mantiene il rapporto di lavoro, riduce a tutti l'orario ed evita l'emarginazione e i licenziamenti perché nessuno deve essere lasciato solo». E pazienza se tanti lavoratori saranno un po' più poveri. Si ritroveranno meno soli. Mal comune, mezzo gaudio.

I comunisti d'accordo con il governo Berlusconi? No, fa giustamente notare Ferrero, «è lui che è d'accordo con noi perché Rifondazione ha sempre sostenuto la riduzione dell'orario di lavoro».

«Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti», è lo slogan con cui lo stesso Sacconi ha sintetizzato il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Si tratta di «spalmare un minor carico di lavoro su più persone», portando la settimana lavorativa a 4 giorni. Però, ammette Sacconi, «vuol dire anche meno salario».

A parte la politica palesemente contraddittoria - come ha osservato Tito Boeri - di un governo che prima detassa il lavoro in più, le ore straordinarie, e ora sostiene l'orario di lavoro ridotto, bisogna dire che in pratica alcuni lavoratori saranno costretti a rinunciare a una parte del loro salario per evitare che alcuni loro colleghi entrino in cassa integrazione a zero ore. Una strana forma di solidarietà, "obbligatoria".
«Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori».
L'effetto sarebbe quello di aumentare il numero di lavoratori colpiti dalla crisi. Invece di sostenere i nuovi disoccupati, mentre si adottano politiche per il rilancio dell'economia, il governo abbatte il reddito disponibile di una platea ben più vasta, deprimendo anziché stimolare la domanda. E' la difesa del posto a tutti i costi, a scapito del reddito e di una più veloce ricollocazione di chi perde il lavoro in attività più produttive. Auguri.

Friday, December 12, 2008

La recessione non si supera aumentando la pressione fiscale

A proposito della politica economica di Tremonti - ambigua e attendista e inadeguata a sostenere la domanda in tempi di crisi - mi sembrano osservazioni condivisibili quelle di Tito Boeri, in un suo recente editoriale su Lavoce.info. E' «sorprendente», infatti, che il decreto anti-crisi, oltre a prestare giustamente attenzione ai conti pubblici, riveli addirittura un saldo netto in positivo di 390 milioni. Non solo non c'è una riduzione della pressione fiscale, ma l'attivo è reso possibile proprio dall'incremento netto delle entrate, in gran parte tributarie.
«In un contesto come quello attuale, sarebbe stato fondamentale aumentare la spesa pubblica o ridurre la pressione fiscale per rilanciare l'economia. Certo, tutto questo andava fatto con prudenza, dato il livello del nostro debito pubblico. E mettendo subito in atto piani che ci portassero, quando la crisi sarà finita, a finanziare stabilmente le minori entrate (o maggiori spese) decise oggi con riduzioni permanenti della spesa, come quelle che stiamo proponendo sulle varie missioni del bilancio pubblico. Il decreto anticrisi, invece, finanzia le maggiori spese con maggiori entrate, innalzando ancora di più la pressione fiscale. C'è da chiedersi come reagiranno gli altri governi del G20 e il Fondo monetario, che da tempo chiedono una forte azione di stimolo fiscale coordinata tra i diversi paesi, cui anche l'Italia è chiamata a dare un contributo».
Naturalmente avremmo preferito la seconda delle due opzioni indicate da Boeri, cioè ridurre la pressione fiscale, finanziando le minori entrate nel breve-medio periodo con ulteriori riduzioni permanenti della spesa, agendo per esempio sul fronte della riforma delle pensioni. In misura notevolmente inferiore di quanto fatto da Prodi con le sue due finanziarie, la manovra mira quasi esclusivamente a redistribuire risorse, attraverso la «social card» e i bonus, ma non aiuta l'economia a creare ricchezza. Vediamo se almeno le infrastrutture su cui sono stati investiti 16 miliardi vedranno la luce in tempi ragionevoli.

Che la prudenza contabile di Tremonti valga la pena è tutto da vedere, perché in fasi di crisi come questa, spiega Boeri, i conti tendono a peggiorare comunque «e l'unico modo per migliorarli è far ripartire al più presto l'economia, creando le condizioni per cui i tagli alle tasse e le nuove spese decise oggi siano sostenibili, possano durare nel tempo». Si accentua, però, il timore che Tremonti sia particolarmente parsimonioso perché non si sente in grado di valutare con esattezza l'impatto che avrà il federalismo fiscale sulle casse dello stato.

Tuesday, July 01, 2008

Sotto la Robin Hood tax un iceberg di tagli

Tito Boeri è stato insieme a Giavazzi tra i più implacabili economisti di sinistra nel criticare la politica economica del precedente governo. E' comprensibile che oggi, nei confronti di Tremonti, non voglia essere da meno, ma a nostro avviso incorre in un eccesso di zelo. Ieri, nel suo intervento su la Repubblica, definiva la Robin Hood tax «un'operazione di marketing dell'ennesimo incremento della pressione fiscale». A noi la Robin Hood tax non piace affatto, l'abbiamo scritto subito, proprio perché anche noi pensiamo che i petrolieri compenseranno i minori guadagni percepiti attraverso aumenti dei prezzi dei carburanti di cui i consumatori non avranno neanche la percezione.

Mettere però sullo stesso piano i due governi, Prodi e Berlusconi, per quanto riguarda la tendenza all'aumento della pressione fiscale, mi sembra davvero troppo. Innanzitutto, perché la manovra prevede comunque un taglio dell'Iva sui carburanti, in caso di aumento dei prezzi. Poi bisognerebbe per lo meno ricordarsi dell'abolizione dell'Ici sulla prima casa e della detassazione degli straordinari.

«Ma perché nessun governo prova a risanare i conti pubblici tagliando le spese, anziché aumentando le tasse?». Qui Boeri fa il birichino, finge di non vedere che la Robin Hood tax è la punta sotto cui si nasconde un iceberg di tagli alla spesa che il precedente governo Prodi non si è mai azzardato neanche solo di immaginare. Da liberisti avremmo voluto vedere un programma di tagli fiscali già nella manovra triennale presentata, ma se non ci sono è proprio perché Tremonti ha preferito non rischiare e acquisire prima di tutto i tagli alla spesa. Si può contestare al ministro l'assenza di uno «shock», come ha fatto giorni fa Alberto Mingardi, ma non che non ci sia il tentativo di tagliare la spesa.

E rispetto alle premesse colbertiste e "no global" del bestseller elettorale tremontiano, ci saremmo potuti aspettare di peggio. Invece troviamo, per esempio, le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, una bella spinta per liberarci del "socialismo municipale" e aggredire la spesa pubblica laddove tende a nascondersi, cioè negli enti locali.

Bisogna ipotizzare che Boeri di questi tempi si sia distratto. Fa bene a ricordare che «la spesa per studente in Italia è la quarta più alta tra i paesi Ocse» e che «ciononostante i rendimenti dell'istruzione sono da noi molto più bassi che altrove». Dimentica però le linee programmatiche del ministro Gelmini, che vuole tagliare 150 mila dei 990 mila operatori della scuola (tra insegnanti, amministrativi e bidelli) e introdurre il merito e la competizione tra istituti, basata su una stringente valutazione dei risultati; così come dimentica l'agguerrito Brunetta, che vuole riformare la pubblica amministrazione e il pubblico impiego, che ha fatto inserire nella manovra la privatizzazione delle case popolari.

Siamo ancora all'esposizione dei programmi, nulla di fatto, ma proprio non si può affermare che il governo non abbia annunciato tagli alla spesa e non si possono ignorare impegni mai presi finora da nessun governo in delicati settori come pubblico impiego, scuola, sanità e giustizia. I propositi fin qui espressi da ministri come Brunetta, Gelmini e Sacconi non li ho mai sentiti da nessun altro ministro. L'importante è che quelle cose si realizzino. Ora viene il difficile.

Monday, March 17, 2008

Alitalia, accettare l'offerta... al volo

Sorprende che Air France, nonostante l'insostenibile lunghezza dell'operazione, sia rimasta in corsa fino all'ultimo, perché Alitalia è un'azienda decotta, sull'orlo del fallimento. Politici e sindacalisti che cincischiano, cercano di mandarla per le lunghe, magari sperando in cuor loro di far saltare tutto, o ignorano quale sia la situazione o hanno da lucrarci politicamente qualcosa. In entrambi i casi non è un bel vedere. E' nostro interesse accettare al volo l'offerta franco-olandese, perché Alitalia di giorno in giorno perde valore e il prossimo governo rischia di poter solo portare i libri in Tribunale. Come stanno le cose lo scrive oggi Tito Boeri, su La Stampa.

«Alitalia ha distrutto negli ultimi 15 anni circa 15 miliardi di euro, poco meno di due volte le risorse mobilizzate dall'ultima manovra finanziaria. Si tratta di 270 euro per italiano, neonati compresi. E' un bene che qualcuno oggi voglia investire, di tasca propria, per il rilancio della compagnia ed Air France-Klm, una volta acquisito il controllo di Alitalia, avrà tutto l'interesse a rinnovare la flotta e a migliorare un servizio che sta, giorno per giorno, diventando sempre più scadente... l'unica alternativa possibile all'offerta di Air France-Klm è quella di rimettere le mani nelle tasche degli italiani. Chi vuole far fallire la trattativa si deve oggi prendere questa responsabilità: deve dire agli italiani che intende varare una manovra finanziaria per far sopravvivere l'italianità (o, meglio, la statalità) di Alitalia».

E questo pur sapendo che Alitalia in mano pubblica non potrà mai tornare ad essere autosufficiente.
«L'offerta Air France-Klm impegna non solo l'attuale governo, ma anche le principali forze dell'attuale opposizione. Si chiede a queste un impegno entro il 31 marzo. Comprensibile perché non si vuole che il prossimo governo metta i bastoni fra le ruote. Per certi aspetti questa vicenda ci darà la prova della coesione interna dei due principali schieramenti che oggi si presentano alla prova del voto. Sarà come un mini-test di governo. E' forse ancora più difficile fare i conti con la realtà per il sindacato quando ci sono tagli all'occupazione. Sono comunque meno di quelli paventati anche solo qualche giorno fa: si tratta di circa 1600 esuberi, meno del 15 per cento del personale di Az flight, quando l'unica vera alternativa alla cessione, è il fallimento della compagnia. Se si vogliono spendere bene i soldi dei contribuenti meglio utilizzarli per riformare davvero i nostri ammortizzatori sociali, offrire coperture non solo ai lavoratori coinvolti dagli esuberi Alitalia, ma anche alle centinaia di migliaia di lavoratori delle piccole imprese che in Italia perdono il lavoro ogni anno senza poter accedere a un'assicurazione contro la disoccupazione degna di questo nome solo perché non hanno santi in paradiso che perorino la loro causa».

Sunday, November 04, 2007

Generazione di perdenti

In piena sintonia con le preoccupazioni sui salari espresse giorni fa dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, è l'ultimo libro, "Contro i giovani", di Tito Boeri, economista del lavoro dell'Università Bocconi e animatore del think tank lavoce.info, che definisce gli under 40 una generazione di perdenti, destinata ad avere una vita più difficile di quella dei padri.
«Entrano nel mondo del lavoro in modo svantaggiato. Fino a venti anni fa, la maggiore istruzione e lo sviluppo del sistema produttivo facevano sì che il salario di ingresso dei giovani fosse maggiore di quelle medio. Oggi è esattamente il contrario. Inoltre, la progressione salariale, basata solo sull'anzianità, intrappola i giovani di oggi a una carriera lavorativa e a retribuzioni inferiori rispetto a quelle dei padri. L'ingresso nel mondo del lavoro a tempo indeterminato è inoltre più difficile e lungo e dunque rende più lenta l'accumulazione dell'anzianità. Un circolo vizioso».
L'idea per spezzare questo circolo sarebbe quella di un «contratto unico, in cui il livello della garanzia sale con l'anzianità. All'inizio della propria carriera lavorativa si può dunque essere licenziati con indennità basse, che crescono con il tempo».

Altra misura per far crescere i salari sarebbe quella di legarli alla produttività, ma significherebbe superare la logica del contratto collettivo nazionale, da cui deriva la maggior parte dello strapotere sindacale, a favore di una contrattazione a livello aziendale, in cui sia più facile verificare gli incrementi di produttività dell'impresa e, all'interno di essa, dei vari settori e dei singoli lavoratori.

Monday, October 01, 2007

Finanziaria da rassegnazione

Impietosa bocciatura della Legge Finanziaria varata dal Governo Prodi da parte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi (lavoce.info): «Il complesso della manovra di bilancio per il 2007 e 2008 peggiorerà i conti pubblici, rispetto a quanto avverrebbe in sua assenza. Si tratta di mezzo punto di Pil di deficit in più. Dal punto di vista dell'equilibrio di bilancio e degli impegni europei sarebbe meglio fare a meno di decreto fiscale e Legge Finanziaria. Una fetta consistente del peggioramento dei saldi è dovuta a maggiori spese e non a riduzioni di tasse. Quindi non si può neanche sostenere che si tratta della restituzione agli italiani dell'extragettito. E' invece una rinuncia a investire nel futuro».

Da notare che Boeri e Garibaldi sono due tra gli studiosi di cui si starebbe circondando Veltroni per elaborare il suo programma economico.

Thursday, September 20, 2007

La rupture di Sarkozy tenta Veltroni

«Ogni giorno che passa diventa più chiaro a tutti - credo anche a Veltroni – che la mancanza di risposte reali, durature e ambiziose ai problemi diventa una palla al piede. Sarebbe autolesionistico. La scommessa di Veltroni si gioca sull'autenticità del suo riformismo. Quanto più sceglie obiettivi difficili, soluzioni coraggiose, tanto più potrebbe farcela».

Ne è convinto Nicola Rossi, che ha affidato queste considerazioni a Il Foglio. Sarà il tempo a dirci se Veltroni imboccherà con decisione la strada che intravede Rossi. Certo, è in salita. Serve una rottura totale con l'attuale governo, che però ad oggi Veltroni non può permettersi. E questo rende difficile l'eventualità che si vada alle urne subito, se Prodi dovesse cadere. Il nuovo leader del Pd avrebbe bisogno di molto tempo per convincere gli italiani che il suo nuovo partito e il centrosinistra - ci auguriamo di «nuovo conio» - non hanno più nulla a che fare con il prodismo.

Tuttavia, anche Il Foglio offre al riformismo di Veltroni un certo credito, ed è un'attenzione a mio avviso giustificata. E tra l'altro il sindaco sa bene che su quel fronte ha anche il fiato sul collo di Rutelli. «Prove di sarkosismo», le chiama: «Veltronomics». Attenzione soprattutto alla rete di rapporti, ai legami con gli studiosi del sito lavoce.info. Marco Causi, economista dei beni culturali, lo stesso Nicola Rossi, Enrico Morando (sulla parte fiscale), Tiziano Treu, Tito Boeri e Pietro Garibaldi.

Si cominciano a delineare le prime proposte fiscali, dopo l'inversione dello slogan in "Pagare meno, pagare tutti", e l'altro giorno è stata presentata quella sul contratto unico, «parente del contratto unico di Sarkozy»: un contratto a tempo indeterminato sin dall'inizio, ma con tutele progressive, cioè la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il lavoratore nei primi tempi. Una proposta che può coniugare «una ragionevole flessibilità in uscita – senza evocare lo spettro dell'articolo 18 – e una semplificazione della complessa articolazione dei contratti prevista dalla legge Biagi».

Intanto, Sarkozy prosegue con la sua rupture, che in questo caso riguarda la pubblica amministrazione. Fino ad oggi ha giocato un ruolo di «ostacolo al cambiamento», ma «il malessere è ovunque», «lo Stato non cessa di estendersi per diventare tentacolare». Occorre quindi un «nuovo patto tra funzionari e cittadini», una «rivoluzione culturale», «ricostruire da zero la funzione pubblica, rifondare lo Stato». Intenzioni bellicose. Si annunciano mesi caldissimi di scontro con i sindacati del settore e la lobby burocratica, in Francia forse più potenti che da noi.

Meno impiegati, meglio pagati e con migliori prospettive di carriera, ma secondo merito e con più mobilità tra le diverse strutture. L'obiettivo è di introdurre la «cultura del risultato» anche nell'apparato dello Stato, uscendo «dall'approccio ugualitarista e anonimo», quello dell'avanzamento di carriera uguale per tutti indipendentemente dai risultati.

Dunque, stipendio sulla base del merito invece che dell'anzianità, valutazioni non più affidate ai sindacati, formazione continua, ma - soprattutto - «l'individualizzazione della remunerazione per tenere conto delle capacità e dei risultati» e la libertà per ogni nuovo assunto di scegliere «tra lo statuto di funzionario e un contratto di diritto privato negoziato individualmente». Insomma, l'inizio della fine della contrattazione collettiva. Autunno caldo per Sarkozy. E per Veltroni, se vorrà, e saprà, stargli al passo.