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Thursday, January 26, 2012

Meglio nessuna riforma che una cattiva riforma

Anche su Notapolitica

Tempo di primi bilanci. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra: in soli due mesi ha praticamente abolito le pensioni d'anzianità, ha deciso lo scorporo tra Snam rete gas ed Eni (unica misura di peso del dl liberalizzazioni, per il resto deludente) e qualche sorpresa positiva potrebbe riservarla il dl semplificazione in esame oggi. Tuttavia, nell'emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove e sempre più recessive tasse – piuttosto che aggredendone lo stock con un massiccio programma di dismissioni.

Un tema centrale per la crescita sarà in cima all'agenda del governo nelle prossime settimane: la riforma del mercato del lavoro, madre di tutte le liberalizzazioni. Nella lettera di intenti all'Ue il governo italiano si è impegnato ad attuare «entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato», in ottemperenza a quanto chiesto dalla Bce nella lettera riservata di agosto: maggiore flessibilità in uscita a fronte di un sistema di assicurazione dalla disoccupazione diverso dalla cassa integrazione (che tra l'altro copre una minima parte dei lavoratori), che faciliti la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi.

La concertazione tra il ministro del lavoro Elsa Fornero e le parti sociali è partita col piede sbagliato e rischia di portarci nella direzione esattamente opposta – più rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica – ossia verso la Grecia. «L'unico risultato positivo dell'incontro – ha dichiarato il segretario Cisl Raffaele Bonanni – è stata la convergenza e le posizioni sostanzialmente comuni di tutti i sindacati e di tutte le associazioni datoriali. (...) Se tutte le parti sociali difendono l'attuale modello, che ha funzionato e funziona bene, non si capisce proprio perché bisognerebbe mettere tutto in discussione». Revisione dell'articolo18 e cancellazione della cassa integrazione straordinaria sono «temi fuori agenda», ha intimato Bersani. Le dichiarazioni degli industriali, in particolare della presidente Marcegaglia e di uno dei candidati alla successione, Giorgio Squinzi, sembrano dello stesso tenore. A chiedere la riforma, superando l'art. 18, addirittura «per decreto» è Maurizio Sacconi. Richiesta strumentale ad inguaiare il Pd e pulpito poco credibile, dal momento che da ministro del Welfare solo due anni fa, nel 2009, Sacconi teorizzava che «in tempo di crisi non possono essere all'ordine del giorno né riforme degli ammortizzatori sociali, né dell'articolo 18 né dellle pensioni». Insieme a Tremonti uno dei principali responsabili dell'immobilismo del precedente governo e della crisi d'identità del Pdl.

Sindacati e Confindustria mostrano quindi di volersi attestare su una linea di difesa dello status quo, confermandosi entrambi, al dunque, fattori di conservatorismo sociale ed economico. Nel presunto interesse dei loro iscritti, rischiano però di danneggiare l'intero Paese. Hanno il diritto di bloccare le riforme in un settore di cui si sentono attori esclusivi ma che di fatto ha un valore strategico per l'intera nazione? Oppure forse il governo ha il dovere di superare queste resistenze con le buone o con le cattive?

Se poi nemmeno il governo ha intenzione di toccare l'art. 18 e la cassa integrazione, allora sarebbe più onesto richiudere il capitolo e ammettere che non vogliamo ottemperare agli impegni assunti con l'Ue, che non vogliamo fare i cosiddetti "compiti a casa", che invece in tutte le occasioni il premier Monti e i suoi ministri, i partiti e i media spacciano per fatti.

Non c'è chiarezza su quale sia la base di partenza del governo e quale la sua linea del Piave. Qualsiasi concessione nel senso di maggiori rigidità rispetto al modello di flexsecurity proposto da Pietro Ichino (che supera sia l'art. 18 sia la cassa integrazione) sarebbe un fallimento, mentre il ddl Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi, sarebbe il disastro: contratto unico con triennio d'inserimento, dopo di ché articolo 18 per tutti (anche sotto i 15 dipendenti). Sul fronte degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione andrebbe superata a favore di un sussidio di disoccupazione che tuteli il lavoratore, e non il posto di lavoro, favorendo quindi la sua riallocazione e una rapida ristrutturazione dell'azienda. E' il progetto Ichino a prevederlo, anche se forse troppo generosamente per entità dell'assegno e durata. Ben diverso sarebbe il reddito minimo garantito o di cittadinanza, che rischia di disincentivare l'occupazione, dando vita a forme di puro assistenzialismo e ad abusi di ogni tipo, e di dissestare le casse pubbliche.

Non esiste riforma del lavoro nella direzione auspicata dall'Ue e dalla Bce senza eliminare l'articolo 18 (nei licenzialmenti per motivi economici) e rivedere gli ammortizzatori sociali. Meglio nessuna riforma piuttosto che un annacquamento o, addirittura, una restaurazione di rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica, perché si chiuderebbe il capitolo per chissà quanti anni perdendo un'occasione forse irripetibile.

Monday, October 03, 2011

Marchionne smaschera Confindustria

Con la lettera di oggi, in cui annuncia l'uscita della Fiat da Confindustria, Marchionne di fatto cestina il manifesto presentato venerdì scorso dalla Marcegaglia, che pur contenendo tante proposte condivisibili, rischia soltanto di fungere da cavallo di troia per la patrimoniale.

A prescindere dal giudizio che si può avere della Fiat del passato come azienda assistita, oggi bisogna guardare a Marchionne come ad un vero innovatore, che mostra di non temere il conflitto anche radicale con le forze della conservazione, mentre gli industriali italiani e la loro associazione tendono storicamente ad evitarlo accontentandosi dei dividendi della "pax corporativa". Le sue potrebbero essere le parole e le considerazioni di un qualsiasi manager di una qualsiasi multinazionale straniera che vorrebbe investire in Italia ma teme che il suo investimento non sia economicamente sostenibile. Ecco perché dovremmo dargli ascolto. Non solo per mantenere in Italia gli investimenti Fiat, ma perché quella via potrebbe portarne molti altri.

E agli occhi dell'ad di Fiat Confindustria non fa gli interessi della sua azienda nel momento in cui da una parte elabora manifesti politici (anche in molta parte condivisibili), ma dall'altra si prepara a sabotare nei fatti, con l'accordo del 21 settembre, l'accordo interconfederale del 28 giugno scorso e le norme contenute nell'articolo 8 - quelle sì tra le poche della manovra finanziaria di agosto davvero in linea con quanto richiesto dalla Bce - che prevedono «importanti strumenti di flessibilità» e sanciscono la validità delle intese già raggiunte per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Norme che di conseguenza permetterebbero «a tutte le imprese italiane di affrontare la competizione internazionale in condizioni meno sfavorevoli rispetto a quelle dei concorrenti». Insomma, Confindustria predica bene ma razzola male, mostrandosi in questo non diversa dalle altre forze politiche e sociali del nostro Paese, al dunque più interessata a mantenere le proprie quote di potere corporativo, senza quindi scegliere fino in fondo le logiche della contrattazione decentrata e un quadro di certezze nei rapporti sindacali.

Tre giorni dopo il manifesto riformatore di Emma, l'uscita della Fiat di Marchionne mostra il vero volto di Confindustria.

Wednesday, July 13, 2011

Abbassa la cresta, caro Giulio

Hai ragione, «sono stati persi tre anni». Da voi.

Pur dimesso nel tono della voce, il ministro Tremonti ha proferito all'assemblea dell'Abi la sua lezione sulla crisi. Se l'è presa con gli strumenti finanziari, con il deficit di governance nell'Ue («è in discussione l'idea stessa di Europa»), con il debito degli Stati, appesantito perché con i salvataggi si è accollato i debiti privati, con il balzo degli spread che è un problema «non del singolo Stato, ma della struttura complessiva». Tutto vero, verissimo, ma abbassa la cresta, caro Giulio, un po' d'autocritica, please, perché la tua manovra ha fallito, va riscritta e rischia di farci perdere molti soldi.

«Sono stati persi tre anni» e «nulla è stato fatto di quello che andava fatto», recrimina Tremonti. Ma se questo è vero a livello europeo e globale, è ancor più vero per quanto riguarda l'Italia, caro Giulio! Chi è che teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme? Il nostro debito alto non deriva dai salvataggi delle banche, ma da tre decenni di spesa incontrollata, e la crescita anemica dura da almeno un decennio. Malattie del nostro Paese che precedevano la crisi, con cui la crisi non c'entra nulla, che andavano curate indipendentemente dalla crisi e che stanno sopravvivendo alla crisi per l'immobilismo del governo e del suo ministro del Tesoro.

E l'ennesima manovra, quella che doveva evitare all'Italia di entrare a far parte del gruppo dei Paesi dell'euro a rischio default, ha fallito. Oltre a essere illiberale, si è rivelata insufficiente, perché indugia in una serie di misure ragionieristiche e di balzelli da Prima Repubblica, rinviando all'«anno del mai» i risparmi e le riforme strutturali, nonché la questione della crescita. In pratica, rinvia le scelte, non "governa". I mercati se ne sono accorti benissimo, e infatti hanno aspettato la pubblicazione del decreto prima di includere anche l'Italia nel moto di sfiducia che sta colpendo il ventre molle dell'area euro.

Di questo fallimento sono responsabili in primo luogo Tremonti, artefice dell'impianto e della "filosofia" della manovra, dominus della politica economica del governo, che fino ad ora aveva avuto per lo meno il merito di aver resistito alle sirene pro spesa interne ed esterne all'Esecutivo, ma che oggi palesa tutti i suoi limiti di visione politica e culturale; e in secondo luogo, Berlusconi e gli altri ministri, che hanno lasciato carta bianca a Tremonti e, anzi, avrebbero voluto una manovra ancor più annacquata. Errori grossolani, per mancanza totale di consapevolezza della gravità del momento ma soprattutto - ancor più grave - per mancanza di ambizione politica.

L'azzeramento del deficit, infatti, dovrebbe rappresentare - ancor di più agli occhi di un governo di centrodestra - un risultato epocale per l'Italia, da rivendicare con fierezza dinanzi all'opinione pubblica, e non da far passare come imposizione che viene dall'esterno, da rinviare il più possibile e di cui scusarsi con il cappello in mano di fronte ai cittadini. Certo è che se ci si muove con la destrezza di ladri che si aggirano notte tempo nelle tasche degli italiani, allora è ovvio che venga vissuta in questo modo. E' questo deficit direi culturale, l'incapacità di individuare e far propri nell'azione di governo obiettivi di cambiamento ambiziosi, il fallimento più grande.

E se il centrodestra, il Pdl in particolare, in futuro vorrà rinascere dalle ceneri di oggi, dovrà fare piazza pulita della cultura politica del duo Tremonti-Sacconi, che durante la crisi ripetevano che nulla si dovesse toccare, e che ancora oggi solo la sveglia dei mercati induce a muovere alcuni timidi passi. Pare infatti che il governo sarà costretto a far rientrare dalla finestra ciò che aveva inopinatamente fatto uscire dal proprio orizzonte politico di questi anni e, di conseguenza, anche dalla manovra: Tremonti ha confermato, intervenendo all'assemblea Abi, che privatizzazioni (vendita di aziende di Stato e municipalizzate) e liberalizzazioni entrano nella manovra. Un suicidio politico, un esercizio di tafazzismo, farsi imporre dall'Ue e dai mercati qualcosa che tra l'altro faceva parte dei propri programmi elettorali del 2008 e delle elezioni precedenti.

Privatizzare, privatizzare, privatizzare, dunque. Se si vuole davvero aggredire il debito, lo sanno tutti, è condizione necessaria (ma non sufficiente), come indicano anche Perotti e Zingales, oggi sul Sole 24 Ore, nel loro "programma" per il pareggio di bilancio. Una vera e propria dichiarazione di guerra ai "poteri forti" e parassitari del Paese: aziende di Stato, fondazioni bancarie (il presidente dell'Abi ha già replicato stizzito), municipalizzate, politici, burocrazia. Se entro sei mesi dal confronto tra il governo e le associazioni non usciranno regole ed eccezioni, scatteranno per tutti i settori automaticamente le liberalizzazioni.

Pare, inoltre, che Tremonti si sia deciso a presentare in Cdm un disegno di legge, promesso da mesi, per inserire nella Costituzione i vincoli Ue sul debito. Benissimo, ma allo stesso tempo bisogna inserire anche un tetto alla pressione fiscale, altrimenti il solo vincolo di bilancio rischia di tradursi in una spremuta di tasse senza fine. Ma la vera rivoluzione sarebbe quella (invocata da sempre dal solo Giannino, a quanto mi risulta) di passare dalle manovre fatte sugli aumenti tendenziali della spesa, per cui in termini reali la spesa corrente cresce sempre, e con essa le entrate, al cosiddetto "zero-based budgeting", in cui è l'intero budget di ciascun ente di spesa ad essere rivisto. «Se non si incide anche su altre voci di spesa - ha avvertito Draghi oggi all'assemblea Abi - il ricorso alla delega fiscale e assistenziale per completare la manovra nel 2013-2014 non potrà evitare un aumento delle imposte». Cioè, quella delega concepita originariamente per mantenere la promessa di ridurre le tasse, rischia di trasformarsi nell'occasione per un salasso.

E' deprimente, infatti, che i soli soldi veri che entreranno di sicuro nella manovra siano i 15 miliardi della cosiddetta "clausola di salvaguardia", il taglio del 15% su tutte le agevolazioni fiscali che scatterà in automatico dal 2013 nel caso non si desse corso alla delega fiscale che prevede il riordino delle prestazioni assistenziali per lo stesso importo (in pratica, aumenti Irpef tramite eliminazione di deduzioni e detrazioni), e che l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel privato subirà, pare, un ritocco solo cosmetico, rimanendo previsto a regime entro una data semplicemente ridicola (il 2029). In tutto questo, il contributo alla manovra da parte delle opposizioni (preoccupate delle indicizzazioni delle pensioni, della progressività del bollo sui depositi titoli e della norma sull'ammortamento per le società concessionarie) conferma l'assenza di alternative credibili in termini di austerità e crescita.

Tuesday, July 12, 2011

Agire in poche ore o perire

Quello che non hanno ancora capito è che la manovra è già superata dai fatti. Non basta più approvarla subito, bisogna tagliare di più e non a partire dal 2020 per il 2030. Annunciare subito: tutti in pensione a 65 anni dal 2012, a 67 dal 2018 (e invece c'è un ministro irresponsabile che ancora ieri si vantava che l'aumento dell'età pensionabile delle donne nel privato era rinviato «all'anno del mai»); che dal 2012 la spesa non crescerà di un solo euro, ma in termini "reali" e non tendenziali; privatizzazioni per un paio di punti di Pil per abbattere il debito; e subito detassazione lavoro-capitale, perché davvero (ma davvero davvero) i mercati non guardano solo al rigore, che dev'esserci con misure strutturali, ma anche alle prospettive di crescita: se non cresci il debito come lo paghi? Sarà banale, ma anche tremendamente vero che il rigore senza crescita non risolve nulla, perché se il Pil aumenta, ogni anno, meno degli interessi, il rapporto debito/Pil aumenta.

No, invece, fermamente no a nuove patrimoniali, misure una tantum che non incidono sulla spesa pubblica, non mutano l'attitudine dei politici a spendere, e le cui entrate vengono sperperate nell'arco di pochi anni in nuove spese. Il segnale forte, come suggerivano giorni fa Perotti e Zingales, dev'essere «il pareggio di bilancio nell'arco diciamo di un anno». Su questo blog è dal giorno di presentazione della manovra che ripeto quanto sia opportuno anticiparlo al 2013 rispetto alle richieste europee (2014). Come? Se lo fai con le entrate, ammazzi l'economia, la crescita, quindi non raggiungi il pareggio e sei daccapo.

È vero che i fondamentali economici del nostro Paese - sia di finanza pubblica (in questi anni abbiamo fatto meno deficit di tutti, se si esclude la Germania; le banche italiane non hanno avuto bisogno di salvataggi pubblici), che di bassa crescita (attorno all'1%) - non sono mutati nelle ultime settimane; è vero che Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna stanno peggio di noi. Cosa, allora, può giustificare un attacco simile? Prendersela con gli speculatori è l'alibi preferito dei politici. Sullo sfondo c'è il contesto europeo e internazionale: la Grecia fallirà e questo rende maggiore il rischio economico sui nostri titoli di Stato e su quelli degli altri "Pigs", rendendo incerte persino le prospettive dell'euro, anche per le indecisioni europee e, soprattutto, tedesche sul da farsi in sua difesa. A ciò si aggiunga il baratro del debito Usa che si sta aprendo e l'interesse di molti, dunque, ad accanirsi sulle debolezze europee.

Se è vero che altri stanno peggio di noi, è anche vero che il valore assoluto del nostro debito è incomparabile al loro, e quindi molto più rischioso per l'intero sistema. Pesano ovviamente anche i fattori nazionali: se si vive per anni sul bordo del precipizio - debito alto e bassa crescita - non importa quanto si possa apparire stabili, capaci equilibristi, prima o poi si può iniziare a scivolare verso il basso anche per uno spiffero d'aria. L'incertezza politica di un governo diviso al suo interno, di un'opposizione irresponsabile che non offre alternative credibili in termini di austerità e crescita, e delle inchieste che lambiscono il ministro del Tesoro fanno il resto, ma sono tutto sommato aspetti marginali.

Effettivamente, i nostri conti pubblici durante la crisi del 2008-2009 sono rimasti in ordine, principalmente per merito di Tremonti che ha resistito sia alle sirene interne di parecchi ministri, sia a quelle di Bersani che chiedeva più soldi - «freschi» - per stimolare l'economia. E tenere i conti in ordine durante la crisi era condizione indispensabile per non finire come la Grecia, ma non sufficiente per ripartire col piede giusto e per restare fuori dalla crisi del debito che ha colpito l'area euro. L'Italia ce l'avrebbe fatta solo a patto di approfittare di questa finestra temporale, di questa maschera ad ossigeno, per realizzare vere riforme. Ciò che il governo - e soprattutto il duo socialista Tremonti-Sacconi, che dall'inizio ha avuto in mano la politica economica teorizzando che durante la crisi non si dovesse toccare nulla - non si è mai convinto a fare, illudendosi invece di poter vivacchiare con correzioni ragionieristiche.

La manovra tanto attesa era l'ultima spiaggia per evitare i colpi che probabilmente i mercati avevano già in canna, ma ha già fallito, perché rinvia i tagli strutturali di vent'anni, continua a botte di patrimoniali e mancano vere "frustate" per la crescita. Ora i nodi stanno venendo al pettine, il Paese sta pagando e continuerà a pagare a caro prezzo l'immobilismo del governo in tema di riforme, che subito dal 2008 abbiamo denunciato, e il tempo è (quasi) scaduto.

Friday, September 03, 2010

Una seria politica industriale. Sì, ma quale?

Siccome nel suo intervento di ieri il presidente Napolitano ha sottolineato la necessità di una politica industriale «nuovamente seria», sarebbe interessante sapere secondo lui quale sarebbe stata l'ultima «seria» che abbiamo avuto in Italia. Così, tanto per capire quali sono i suoi parametri di riferimento (sperando non siano quelli del Gosplan Komitet!). Già ieri, nella sua replica al capo dello Stato, il ministro Sacconi ha voluto maliziosamente adombrare quale potrebbero essere i punti di riferimento in base ai quali Napolitano ha espresso il suo giudizio: «Sono certo che nessuno vuole riproporre le fallimentari politiche industriali che nella seconda metà degli anni Settanta volle una sinistra dirigista con la pretesa di decidere quali settori fossero maturi e quali innovativi».

Questo governo poteva e può fare di più per affrontare e gestire la crisi? Sicuramente sì. Ha commesso un grave errore strategico non approfittando del contesto per realizzare, o quanto meno mettere nella sua agenda, riforme radicali e un più radicale intervento sulla spesa pubblica? Sicuramente sì. Ma quando qualcuno come Napolitano (ma anche i Bersani o i Casini) invoca una «seria» politica industriale, allora appaiono più rassicuranti le parole di Sacconi («nessun soggetto pubblico può sostituire l'autonoma funzione imprenditoriale»).

Se è vero che questo governo - e in particolare i ministri Tremonti e Sacconi - dovevano fare di più, è anche vero che solo chi la interpreta in modo dirigista può affermare che sia mancata una politica industriale. Il capo dello Stato, per esempio, cosa pensa del nuovo modello di contrattazione su cui, su impulso del governo, si sono accordati Confindustria, Cisl e Uil; e cosa pensa dell'accordo per Pomigliano, reso possibile da quella intesa? E cosa pensa del fatto che per la prima volta da anni la Fiat ha rinunciato ai sussidi statali?

Quando si sentono personaggi come Casini, Pisanu, Pomicino, ma anche i finiani, criticare Tremonti, come può la memoria non tornare al record non propriamente rassicurante dei democristiani e degli ex An nella gestione della spesa pubblica e sul capitolo tasse? Non solo nella Prima Repubblica i dc hanno contribuito al disastro del debito, e durante gli anni al governo tra il 2001 e il 2006 ex Dc ed ex An hanno remato contro quanto di liberale - già così poco - Berlusconi e Tremonti volevano fare, ma oggi, oltre a criticare, non dicono mai in modo chiaro (con l'apprezzabile eccezione di Baldassarri tra i finiani) cosa farebbero loro di diverso da quanto sta facendo il ministro dell'Economia. E da quel poco che lasciano intendere, il vero problema pare essere che Tremonti è «a pieno titolo arruolato nella Lega» e che svolge le funzioni di «5-6 ministeri della Prima repubblica», o al massimo della concretezza, il problema sono i precari, il federalismo "cattivo" con il Sud, o gli aiuti alle famiglie.

Adesso si fa un gran parlare del "modello Germania". In effetti, la Germania crescerà più di noi. Non sorprende e penso che dovremmo prendere appunti e imitare. Ma la sua ricetta per la ripresa è fatta di più rigore, più export (reso possibile da relazioni industriali volte a una maggiore produttività e competitività) e minore bolletta energetica (grazie alle centrali nucleari, di cui la Merkel ha di recente "prolungato la vita"). Eppure, quasi tutti i critici che indicano la Germania come esempio (pare di capire anche Napolitano), manifestano grandi resistenze su tutti e tre questi fronti, su cui il governo, sia pure troppo lentamente, sta tentando di procedere. Per una manovra di risparmi tutto sommato modesta la sinistra (con gran parte della stampa) si è stracciata le vesti. Ci si continua ad illudere sul rilancio dei consumi delle famiglie italiane come fattore di crescita, quando è ovvio che può aiutare, ma non farà mai più la differenza per portarci ai livelli di crescita tedeschi. Per non parlare del nucleare. E anche sulle relazioni industriali, al dunque, quando i nodi vengono davvero al pettine, si sta con la Fiom (persino Napolitano è scivolato su questo, prima di parlare di «seria» politica industriale) e contro il disperato tentativo di Fiat e dei sindacati più ragionevoli (Cisl e Uil) di far recuperare competività all'industria italiana.

Insomma, la credibilità di certe critiche dipende anche da quale pulpito provengono.

Friday, July 02, 2010

Riforme nemmeno per sbaglio

«A volte - osserva Il Foglio in uno degli editoriali a pagina 3 - anche nei refusi si possono nascondere riforme salutari per la finanza pubblica». Ieri ci eravamo illusi anche noi, prima che il ministro Sacconi si precipitasse a smentire. Una riforma? Macché, neanche per sbaglio. Solo un «refuso». In tempi di crisi non si tocca nulla, ha ripetuto più volte il ministro. Il «refuso» era un emendamento del relatore alla manovra, che in pratica prevedeva la tanto attesa, e da più parti invocata, riforma delle pensioni, agganciando a partire dal 2016 anche i lavoratori con 40 anni di contributi all'allungamento dell'età di pensionamento legato all'aumento dell'aspettativa di vita. Finalmente una vera riforma, a giudicare dalle immediate reazioni dei sindacati.

Purtroppo, non si può che condividere l'amara conclusione del Foglio: «Un peccato che le innovazioni liberali siano considerate refusi da cancellare». Poi però non ci si lamenti se qualcuno vede nella Lega l'unico «motore» (piuttosto, un "motorino") del governo. Si può dire tutto il male possibile della Lega e dei leghisti, infatti, si può condividere o meno il federalismo fiscale (qui si pensa che sia utile), ma l'impressione è che se questo governo non è del tutto immobile grazie ai tanti Sacconi, in gran parte si deve a loro. Sul federalismo fiscale, pur lentamente - considerando che si tratta di un lavoro obiettivamente enorme e complesso - si va avanti. E se per il resto il governo si accontenta di vivacchiare, di galleggiare facendosi trasportare dai venti deboli e incerti di una "ripresina", non si può dare tutta la colpa ai soliti "poteri forti" o ad una antiquata architettura istituzionale. Che certo frenano, ma di per sé non giustificano un immobilismo da cui non ci si schioda nemmeno per sbaglio, nemmeno per «refuso».

Monday, June 07, 2010

Occasione da non perdere

La Commissione europea oggi è apparsa irremovibile sulla necessità dell'equiparazione immediata, a partire già dal primo gennaio 2012 (e non dal 2018 come previsto dal governo), dell'età di pensionamento delle donne nel settore pubblico a quella degli uomini, cioè a 65 anni. E' una fortuna. La manovra, ha riconosciuto il ministro del Welfare Sacconi, è «il veicolo più tempestivo» per adeguarci alla richiesta dell'Ue. E c'è davvero da augurarci che il governo non sia così stupido da lasciarsi sfuggire questa occasione. Oltre a risparmiare centinaia di milioni di sanzioni, potrebbe fare subito una riforma strutturale comunque inevitabile, migliorando la manovra sul fronte della tenuta dei conti pubblici.

Certo, le proteste delle parti sociali e delle categorie più retrive sarebbero ancora più veementi, mettendo alla prova la determinazione riformista sia della maggioranza che dell'opposizione. Ma per arginare l'impopolarità della misura il governo può sempre contare sul solido - e solito - argomento "l'Europa ci obbliga", senza il quale pare che in Italia non sia possibile alcuna riforma significativa. E chissà che la dialettica tra il ministro Sacconi e la commissaria Reding non fosse nient'altro che un più che opportuno gioco delle parti. Il risparmio per le casse dello Stato sarebbe in effetti piuttosto esiguo nel breve termine, ma nel medio-lungo termine potrebbe liberare importanti risorse per riequilibrare la spesa sociale a vantaggio dei capitoli ad oggi trascurati. E potrebbe rendere più accettabile l'innalzamento dell'età pensionabile anche nel settore privato.

Tuesday, October 20, 2009

Dove vuole arrivare il "compagno" Tremonti?

L'impressione è che stavolta Tremonti abbia davvero esagerato con la sua ultima provocazione anti-mercatista, addirittura la "riabilitazione" del posto fisso. Come mi pare fece con Fini, a questo punto Feltri dovrebbe candidare anche Tremonti alla leadership del centrosinistra. Questa volta però non tutti i ministri sono rimasti in silenzio in nome della compattezza e dell'armonia nell'Esecutivo. E anche nel partito gli scontenti per le uscite schiettamente socialdemocratiche del ministro dell'Economia - pur ammettendo che le sue politiche finora sono rimaste fiscalmente responsabili, il che non era scontato in un Paese come l'Italia, durante una grave recessione - si sentono finalmente autorizzati ad uscire allo scoperto.

Non manca chi ha esteso la critica a Tremonti ben oltre la restaurazione del mito del posto fisso. «Tremonti dà una risposta per l'uscita dalla crisi che io non condivido. Tornare indietro è più facile, ma non risolve i problemi. Bisogna cambiare occhiali per capire come è fatto il nuovo mondo. Non si deve aver paura». Sembra una critica complessiva, per esempio, questa di Brunetta in un'intervista a la Repubblica. Come sapete, è anche la posizione di questo blog: «Abbiamo vissuto la stagione del lavoro atipico come estrema conseguenza dell'egoismo del lavoro tipico, dell'egoismo degli insiders contro gli outsiders. Tutte le garanzie ai primi, protetti dal sindacato, tutte le flessibilità scaricate orribilmente sui secondi privi di rappresentanza».

Ma la soluzione non può essere quella di far diventare gli outsiders degli insiders, perché il sistema non sarebbe in grado di sopportarne i costi. La proposta di Brunetta è di «spalmare le esigenze di flessibilità su tutte le forze lavoro occupate. So bene quanto sia delicato questo argomento, basti pensare agli scontri, tra riformisti e conservatori, intorno all'articolo 18». Tremonti, invece, «vorrebbe una nuova società dei salariati. Solo che questa non risponde alle esigenze di flessibilità che pone il sistema. La sua è una soluzione del Novecento che non va più bene in questo secolo».


«Le garanzie non devono derivare da un posto di lavoro, ma dalla propria professionalità, dal proprio essere azionisti dell'attività produttiva. Bisogna provare, anche se mi rendo conto di essere un po' utopista, ad adattare le regole del mercato del lavoro a quelle della Rete, perché è questa la novità di quest'epoca. La novità è Internet, è l'intelligenza che produce senza capitali».
Va bene lavorare «per dare posti di lavoro più duraturi», osserva un altro ministro, Sacconi, a Mattino5, ma «questo non si ottiene con norme vincolanti bensì permettendo ai lavoratori di affermare le proprie competenze». E i finiani mostrano di sentire la concorrenza di Tremonti per il dopo-Berlusconi. «La cultura del posto fisso è uno dei mali del Mezzogiorno che i giovani dovrebbero contrastare per essere liberi dallo statalismo e dalle clientele politiche che nei decenni passati hanno caratterizzato il mercato del lavoro», osserva Italo Bocchino, deputato Pdl vicino al presidente della Camera: «Quello di cui c'è veramente bisogno è una formazione professionale vera, capace di introdurre i giovani nel mercato del lavoro e di garantire quella professionalità utile a competere».

Alberto Alesina, intervistato da Il Foglio, comprende il ragionamento di Tremonti e rispetta le sue categorie di pensiero. Certo, la stabilità sociale, anche durante questa grave recessione, ha contribuito alla tenuta del Paese, ma dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte. Far prevalere la stabilità del posto fisso presenta dei costi non irrilevanti, e non solo per le imprese. I costi maggiori, anzi, li sopportano proprio i lavoratori: scarsa produttività, quindi un salario più basso e un reddito pro capite inferiore a quello di altri Paesi:

«Non possiamo avere tutto insieme, la piena occupazione con posto stabile, il salario più alto, la crescita più rapida. Il risultato probabile, al contrario, è che aumenterà la frattura tra chi il posto ce l'ha e se lo tiene stretto e chi non lo avrà mai. Una società in cui chi ha un lavoro garantito (e per lo più sono uomini adulti) dovrà mantenere i figli per un numero elevato di anni. Una società a un tempo statica e divisa».
Salari alti, redditi alti, posto fisso e piena occupazione è «un'equazione che non funziona».

Come osserva Dario Di Vico, sul Corriere, l'uscita di Tremonti «spiazza la sinistra», mira dal punto di vista comunicativo, come già sta accadendo da alcuni mesi, a mettere il Pd in un angolo, facendo rientrare nel Pdl entrambi i poli del dibattito politico-culturale che si svolge sui principali temi, dall'immigrazione al lavoro:

«Inneggiando al posto fisso e sbeffeggiando la mobilità sociale, Tremonti non pare avere intenzione di capovolgere la linea di politica del lavoro del governo Berlusconi. Giacché dovrebbe rivoltare la filosofia della riforma della pubblica amministrazione del collega Renato Brunetta, sconfessare il ministro Gelmini, chiedere la cancellazione della legge Biagi e fare una buona provvista di euro per assumere, come Stato, tutti i precari della scuola, delle Poste, della Rai, dell'Istat, dell'Isfol, della Croce Rossa, dell'Istituto superiore di sanità e via di questo passo».
Una «sortita», quella di Tremonti, che va circoscritta quindi «al mondo dei simboli e delle querelle politico-culturali».

E' vero che dal punto di vista comunicativo può rivelarsi un vantaggio per il Pdl riassumere al proprio interno un ampio spettro di posizioni su vari temi polarizzanti (stato e mercato, laicità, immigrazione-integrazione, rapporto tra istituzioni). In condizioni normali, la confusione che si genera nel profilo politico-programmatico della coalizione avvantaggerebbe l'avversario. E' pur vero che non siamo in condizioni normali, finché l'opposizione rimane nello stato di irrilevanza e di totale mancanza di credibilità nel Paese in cui è, ma non bisogna comunque esagerare, fino a porre in discussione l'identità e le basi politico-culturali su cui una moderna politica economico-sociale di centrodestra dovrebbe fondarsi.

Stando a quanto riporta questa mattina Mario Sechi, su Libero, il Pdl comincia a ribollire di sentimenti anti-tremontiani. «Non siamo al Giulio contro tutti, né al ritorno della notte del 3 luglio 2004, quando il ministro fu costretto dalla tenaglia An-Udc a lasciare l'incarico», scrive Sechi, ma ormai si dubita sempre di più che la politica economica del ministro Tremonti sia in grado di garantire all'Italia un tasso di crescita sostenuto e soddisfare le aspettative delle «categorie di riferimento». Per questo, rivela Sechi, «negli uffici del partito si stanno ultimando le bozze di due documenti riservati, a esclusiva circolazione interna, che fanno un punto-nave politico e cercano di dare una risposta economica alle richieste che vengono dalla Confindustria, dal mondo delle imprese e delle partite Iva, dal Viminale e le forze dell'ordine, dalla stessa Banca d'Italia». Leva fiscale e riforma delle pensioni le due idee «fulcro» dei due documenti, certamente «non tremontiani».

Il ministro è convinto, sia per ragioni di bilancio (assolutamente condivisibili), sia per la sua filosofia politica (meno condivisibile), che nella società di oggi la domanda di stabilità e sicurezza sia prevalente su tutte le altre. Ma Tremonti sbaglia a sottovalutare il tema "tasse", che da almeno due secoli non manca di infiammare i popoli di ogni latitudine.

Wednesday, August 12, 2009

Salari differenziati, polemica surreale

E Calderoli apre il capitolo tasse

Una polemica surreale quella degli ultimi giorni sulle cosiddette "gabbie salariali", in cui per pura demagogia si è impiccata a una brutta espressione un'idea ampiamente condivisa da sindacati, Confindustria e governo, ma anche da esponenti riformisti del Pd, come il giuslavorista e senatore Pietro Ichino. Talmente condivisa che rientra già nell'accordo quadro siglato il 22 gennaio scorso da tutte le parti sociali (tranne la Cgil) per la riforma del modello contrattuale. Il meccanismo perverso che è scattato l'ha descritto bene Vittorio Macioce, oggi su il Giornale:
«E' chiaro che se uno le chiama così ti riportano agli anni '50, a qualcosa di vecchio, ammuffito, sepolto, abbandonato. E allora il signor Bonanni della Cisl parla di ritorno all'Unione Sovietica, che da queste parti comunque non c'è mai stata, gli operai del Sud pensano che qualcuno sta lì con le forbici a tagliare i loro stipendi, già all'osso, i politici si preoccupano di perdere voti, tutti fanno la voce grossa e qualcuno ci marcia evocando fame e malattie, tanto qualche Savonarola in giro non manca mai. Quella che doveva essere una mossa per rendere il costo dei lavoro meno stagnante, una sorta di rivoluzione contro la dittatura dei contratti nazionali, un modo per legare il salario alla produttività e dare un po' di respiro alle buste paga di chi lavora a Torino, a Milano o a Roma, dove il costo della vita è senza dubbio più alto, diventa invece una restaurazione, un tuffo nel passato. La cosa strana di questa storia è che poi tutti dicono: sì, bisogna difendere i salari reali. Oppure: sì, bisogna dare più spazio alla contrattazione aziendale e territoriale. Basta chiamare le cose con un nome diverso? Basta dire, come fa Brunetta, la parola magica federalismo? Federalismo dei salari? Forse sì. Ed è come se in questo Paese le riforme si incagliassero sullo scoglio di qualche parola, un eterno gioco di parole tabù, parole che non si possono dire, parole maledette, parole che fanno mettere mano alla pistola al solito esercito di benpensanti. Bum. Al minimo movimento spara. Il risultato è che tutto il dibattito politico gira intorno ai vocaboli. Non ci sono più casi da risolvere, ma parole da spianare».
Una polemica montata «sul nulla», si sfoga stamane Berlusconi: «Mai parlato di gabbie salariali». La possibilità di salari differenziati è infatti demandata «alla contrattazione decentrata, già approvata peraltro dalle categorie sindacali, Cgil esclusa», in base, appunto, all'accordo per il nuovo sistema contrattuale, come prova a spiegare intervenendo sul Sole 24 Ore anche il ministro del Lavoro Sacconi, che di quell'accordo è stato l'artefice. L'obiettivo della riforma è di superare il vecchio modello di «contrattazione centralizzata», che ha sì contenuto le spinte inflattive negli scorsi decenni, ma che alla lunga ha prodotto «bassi salari e bassa produttività». «L'andamento delle retribuzioni si era infatti rivelato piatto e moderato perché una contrattazione centralizzata non può che tararsi sui vagoni più lenti del convoglio delle imprese».

Nel nuovo sistema viene riconosciuto più spazio alla «contrattazione decentrata, di per sé virtuosa perché naturalmente votata a riflettere indicatori di produttività e di specifico costo della vita nei diversi ambiti aziendali e territoriali». «È in questo contesto - sottolinea il ministro - che devono essere lette tutte le affermazioni di questo pigro mese di agosto». I salari differenziati quindi saranno frutto della contrattazione territoriale e aziendale, non di un'imposizione dall'alto com'era prima che venissero abolite, alla fine degli anni '60, le cosiddette "gabbie salariali".

«Nessuno vuole il ripristino di meccanismi di indicizzazione dei salari al costo o ai costi della vita perché ne abbiamo già sperimentato gli effetti inflattivi. Nel governo tutti riconoscono la insostituibile funzione della contrattazione collettiva che nessuna legislazione centralistica può sostituire. Tutti vogliamo una più equa distribuzione della ricchezza attraverso i salari quale è stata negata dall'egualitarismo e dal centralismo retributivo», spiega Sacconi. Spetta alle parti, aggiunge, «dimostrare, fino a prova contraria, la capacità di definire con il contratto nazionale una dinamica minima delle retribuzioni e con i contratti decentrati parti sempre più consistenti del reddito secondo differenziazioni eque e trasparenti».

Saranno incoraggiati a fare ciò dalla detassazione e dalla decontribuzione già introdotte dal governo sulle componenti della retribuzione «variabilmente determinate in sede locale». «La tassazione secca e definitiva al solo 10% delle parti variabili del salario erogate unilateralmente o determinate dalla contrattazione nella dimensione territoriale e aziendale», spiega il ministro, è stata la «premessa» per quel «nuovo modello contrattuale che le parti sociali - con l'unica autoesclusione della Cgil - hanno pochi mesi dopo sottoscritto».

«Tutti nel governo pensano che spetti al contratto, e alla contrattazione decentrata in particolare, la realizzazione della diffenziazione delle retribuzioni», assicura Sacconi cercando di chiudere le polemiche. E oggi interviene di nuovo colui che, pur non parlando mai di "gabbie salariali", aveva acceso la miccia, il ministro Calderoli, che a La Stampa rivendica di voler «affrontare con serietà le due questioni collegate, quella meridionale e quella settentrionale», lanciando una nuova duplice proposta: azzerare del tutto l'Ires alle aziende che aprono e creano nuova occupazione al Sud; tagliare le imposte dirette, «l'Irpef tanto per capirsi», al Nord, dove il costo della vita è maggiore. Il ministro della Lega confessa di non averne ancora parlato con il ministro Tremonti, ma finalmente qualcuno che apre il capitolo tasse.

Altrettanto surreale poi, ricorda Macioce, la polemica sulle ronde, l'idea innocua, anzi di civiltà e comunque già consentita dalla legge, «di guardie civiche, dei liberi cittadini dei comuni che si organizzano per difendere le strade della propria città».
«Non sono armati, guardano soltanto. Fanno luce, come le insegne dei negozi che rendono meno buia la notte. Magari non risolvono il problema, ma un po' tutti pensano che una mano di aiuto la possono dare. Come le chiamiamo? Ronde. E qui la fantasia si scatena. E tutti i discorsi si aggrovigliano sul nulla. Non si discute più di sicurezza, ma di fantapolitica. Le guardie civiche possono far sorridere, come i boy scout, ma tutte queste elucubrazioni sul regime sono irritanti. È lo starnazzo di troppa gente che non ha mai visto in faccia una dittatura. Regime, regime, regime, ma le ronde, poi, le fanno anche i sindaci di sinistra, solo che le chiamano in un altro modo. Teatro dell'assurdo».
Come quando Berlusconi, qualche giorno fa, ha detto che la Rai non deve attaccare maggioranza e opposizione. «Nulla di scandaloso». Anzi, persino una banalità, e cioè che «il servizio pubblico, pagato da tutti, non può essere partigiano». Ma poi le parole sono state «tagliate e rimodellate» per far credere che Berlusconi vuole una Rai che non riporti notizie scomode per il governo. «La vischiosità del passato è l'ultima risorsa dei sacerdoti del Novecento. E il futuro resta imbrigliato in una ragnatela di parole», conclude Macioce.

Friday, July 24, 2009

Eppur si muove

Finalmente qualcosa si muove sul piano delle riforme. Poco - non quanto dovrebbe e sarebbe necessario per assicurarci un'uscita di slancio dalla crisi - ma si muove e non era scontato, visto l'immobilismo economico-sociale che contraddistingue la politica nel nostro Paese. «Negli ultimi vent'anni - osservava tempo fa il governatore Draghi - la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte». Quindi, non basterà aspettare con le mani in mano che la tempesta della crisi passi, «una risposta incisiva all'emergenza è possibile solo se accompagnata da comportamenti e da riforme che rialzino la crescita dal basso sentiero degli ultimi decenni».

I sindacati (tutti tranne la Cgil) e l'opinione pubblica (il 59%, almeno stando ad un recente sondaggio del Financial Times) sembrano ormai favorevoli, o per lo meno possibilisti, all'innalzamento graduale dell'età effettiva di pensionamento, e Confindustria l'ha richiesta a gran voce. Il governo deve aver preso una briciola di coraggio - dalla totale chiusura di poche settimane fa di Tremonti e Sacconi (secondo cui in tempo di crisi non si doveva toccare nulla) - e un passo nella direzione giusta l'ha mosso. Non solo l'aumento graduale dell'età di pensionamento per le donne nella pubblica amministrazione a partire dal 2010 - per il quale il governo ha astutamente aspettato la "copertura" politica della condanna da parte della Corte di Giustizia europea - ma a sorpresa anche un percorso che porterà nel 2015 ad agganciare, in modo parziale, le pensioni alle aspettative di vita media.

Certo, il 2015 è lontano e queste riforme differite nel tempo rischiano di essere revocate dai successivi governi, come accadde con la controriforma del Governo Prodi che abolì lo "scalone" Maroni, diminuendo di fatto l'età di pensionamento e soprattutto caricandone i costi sulle spalle dei lavoratori flessibili, i più indifesi. Ma l'agganciamento delle pensioni alla speranza di vita è una «riforma strutturale fondamentale. Ci porta come sistema delle pensioni alle condizioni di maggiore affidabilità e stabilità in Europa», ha rivendicato Tremonti, per il quale solo poche settimane fa quel sistema andava bene così com'era.

I risparmi economici non saranno dispersi nel mare magnum della spesa pubblica, ma «rimarranno nel circuito del welfare», ha assicurato il ministro evocando proprio quel riequilibrio tra le varie categorie della nostra spesa sociale di cui l'Italia ha bisogno per adeguarsi al livello di servizi e ammortizzatori degli altri grandi Paesi europei come Francia, Germania e Gran Bretagna.

L'Italia infatti ha assoluto bisogno che la sua spesa pensionistica pesi di meno in rapporto al PIL. Dagli ultimi dati Eurostat relativi al 2006 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 46,2% del loro budget sociale (il 11,9% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,5% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio ancora maggiore se ci confrontiamo con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: gli ammortizzatori sociali; l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini (anche il doppio o il triplo dell'Italia), come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL).

Manca il capitolo tasse. Nel nostro Paese sopportiamo ancora una delle pressioni fiscali più elevate d'Europa - oltre il 43% - ed è un sistema che continua ad essere iniquo ed evaso, e a costituire un freno per l'economia. E' difficile in tempi di crisi, quando il bilancio statale è sottoposto a uno stress inevitabile a causa della recessione, parlare di tagli alle tasse, ma nell'orizzonte di una legislatura è un tema che dovrà essere affrontato.

Sulle pensioni come su altri temi (l'università, la pubblica amministrazione), il governo muove piccoli passi, troppo piccoli, e con piccole dosi di coraggio, ma nelle giuste direzioni. Qual è stata finora la reazione del Pd a questi piccoli passi? Non quella di incoraggiarlo a fare di più, magari offrendosi di condividere la responsabilità politica di scelte più coraggiose, ma tanti "no" pregiudiziali. Sulle pensioni, tranne isolati e lodevoli casi individuali, il Pd è apparso appiattito sulle posizioni immobiliste della Cgil, contestando persino l'adeguamento dell'età pensionabile delle donne a quella degli uomini nella PA, imposto dall'Ue; sulla giustizia insegue l'alleato Di Pietro, dal quale si riesce a distinguere solo quando l'ex pm attacca il capo dello Stato; ha cavalcato la protesta dell'Onda studentesca contro i tentativi della Gelmini di riformare l'università; per non parlare di certi epiteti usati nei confronti del ministro Brunetta.

L'unico fronte su cui il Pd ha incalzato il governo rimproverandogli di non avere coraggio è quello – sbagliato – della spesa pubblica come strategia anti-crisi. Tremonti stavolta ha risposto bene, bisogna dargliene atto: «Se avessimo avuto più coraggio avremmo potuto fare più deficit e debito. Ma avremmo aumentato i rischi e i costi per l'Italia. Non credo sia questo l'interesse del Paese né degli italiani». A parte il deterioramento del bilancio statale, fisiologico per effetto della recessione, l'Italia non sta peggio di altri Paesi che hanno messo in atto enormi piani di spesa pubblica. Non si troverà neanche meglio, ma certamente non peggio. E ciò dovrebbe far riflettere sull'utilità di certi pacchetti di stimolo.

La reazione del Pd spiega perché non possiamo far altro che tenerci stretti i piccoli passi che muove il governo di centrodestra. Se il governo si muove poco ma nella giusta direzione, il Pd andrebbe in senso opposto. Una linea, quella di Tremonti e Sacconi, definita dal Sole 24 Ore «del riformismo nordeuropeo». E' questo uno degli "eccezionalismi" della politica italiana. I socialisti in Italia sono stati per decenni odiati e demonizzati dai comunisti prima e dai post-comunisti poi, egemoni a sinistra. Dopo Tangentopoli, nel corso degli anni, alcuni dalla mentalità più aperta e pragmatica sono passati da sinistra a destra, da dove ora governano la politica economica del Paese con le loro idee (vedi Tremonti, Sacconi, Brunetta e Cazzola).

Abbiamo così in Italia la stranezza di un centrodestra che invece di politiche orientate al libero mercato, ai tagli della spesa e delle tasse, pratica una politica economica e sociale ispirata al riformismo delle socialdemocrazie nordeuropee, moderatamente e responsabilmente statalista (che cerca cioè di far funzionare lo stato, ma non di alleggerirlo); e dall'altra parte un centrosinistra egemonizzato da ex e post-comunisti e da ex Dc di sinistra, che invece di sposare il mercato e il riformismo blairiano è arroccato su una linea immobilista, assistenzialista, tassa & spendi.

Wednesday, May 27, 2009

C'è sempre una scusa per rinviare le riforme

Da Luigi La Spina, su La Stampa:
L'appello alla riforma del welfare lanciato da Confindustria e, per la prima volta, non contestato pregiudizialmente da tutti i sindacati, va accolto. Non solo per verificare la possibilità di un'intesa, ma per sgomberare o confermare il sospetto che incomincia a convincere molti: quello di un'ipocrita commedia all'insegna dello slogan "ora le riforme". Perché, in campagna elettorale, è troppo pericoloso impaurire la somma degli interessi costituiti in difesa dell'esistente e perché è più facile, per chi non ha responsabilità di governo, inneggiare al cambiamento.

La divaricazione tra le due Italie che, in questo momento, fronteggiano la situazione di crisi è davvero insopportabile. Da una parte, i garantiti: coloro che, addetti all'impiego pubblico o semipubblico, non solo non rischiano il posto di lavoro, ma, in un periodo di inflazione moderata, almeno finché durerà, constatano un potere d'acquisto, tutto sommato, non inferiore ai tempi passati. Dall'altra, chi ha visto drammaticamente ridotto il suo salario dalla cassa integrazione o, addirittura, non ha più speranze di una riapertura della sua fabbrica o del suo ufficio. In fondo al secondo girone, quello che potremmo chiamarlo, alla Primo Levi, dei "sommersi", ci sono i precari... Come è possibile sopportare l'ingiustizia di protezioni sociali che così dividono la sorte di tanti italiani? Come è possibile non accettare un innalzamento dell'età pensionabile, di fronte a una molto più lunga aspettativa di vita, per poter estendere a tutti la sicurezza di non essere abbandonati a una perenne precarietà del lavoro? È a questa linea di coraggioso rinnovamento nella politica sociale ed economica che Berlusconi dovrebbe rispondere. Coi fatti.
Mai avrei creduto di potermi trovare un giorno, in Italia, di fronte a una situazione in cui proprio i sindacati (soprattutto Cisl e Uil) e l'opinione pubblica (il 59%, almeno stando ad un recente sondaggio del Financial Times) sembrano sempre più favorevoli, o per lo meno possibilisti, sull'innalzamento dell'età pensionabile e la riforma del welfare, mentre un governo di centrodestra si sta sempre di più caratterizzando per la sua resistenza ad ogni ipotesi di riforma in campo economico e sociale e per il suo immobilismo, nonostante sia evidente che i suoi elettori non si aspettano certo la mera gestione dell'esistente.

A Il Foglio il ministro Sacconi - che se fosse stato un ministro del governo Prodi sarebbe stato additato dal centrodestra come il peggior esponente del conservatorismo sociale - spiega che a causa della crisi i cinquantenni sono a rischio e che quindi «bisogna evitare di posporre l'età pensionistica». Quando era all'opposizione, Sacconi fu tra quanti definirono «controriforma» l'abolizione dello "scalone Maroni" da parte del governo Prodi. Oggi scopriamo che per Sacconi anticipare l'età pensionabile (come ha fatto il governo Prodi) è solo «discutibile», mentre «posporla sarebbe anche peggio».

Il pre-pensionamento, quindi, come ammortizzatore sociale. Il ministro lo teorizza senza pudore: «Quella discutibile modalità di proteggere i disoccupati con la pensione può, in questo caso, essere oggettivamente utile». Ma in questo modo ammette implicitamente proprio l'urgenza di una riforma del welfare nel senso di ammortizzatori sociali universali, che si potrebbero finanziare alzando l'età pensionabile.

Quando ci saranno le condizioni per alzare l'età pensionabile non è dato sapere, ma il ministro avverte che in ogni caso l'obiettivo del governo sarebbe quello di mandare «in pensione più tardi ma con pensioni più consistenti». Dunque, per Sacconi, i risparmi derivanti da un eventuale innalzamento dell'età pensionabile dovrebbero rimanere nella previdenza. Pazienza se il nostro sistema sociale è terribilmente squilibrato sulla spesa previdenziale mentre le altre voci di un welfare moderno soffrono.

Dai dati Eurostat relativi al 2005 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 45,9% del loro budget sociale (il 12% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,7% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio che emerge negli stessi termini anche dal confronto con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini, come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL); gli ammortizzatori sociali.

Questo governo ha messo su «una rete di protezione del reddito senza limiti di tempo né di tipologie, che potenzialmente può raggiungere tutto il lavoro subordinato», rivendica Sacconi. Ma allora perché - viene da chiedersi - questa paura di dover mandare in pensione i cinquantenni per proteggerli dalla disoccupazione, se esiste già una rete di sicurezza così ampia?

Solo un ministro nell'attuale governo mantiene un approccio se non liberista, almeno riformista, liberale, blariano: è Brunetta, che in un'intervista al settimanale Oggi in edicola mercoledì assicura: «Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie». Peccato che appaia in totale solitudine nella compagine governativa. Eppure, se si facesse un referendum domani tra gli elettori di centrodestra, a grande maggioranza vincerebbero l'innalzamento dell'età pensionabile e il taglio delle tasse subito.

Thursday, May 21, 2009

Tutti d'accordo ma non si muove una foglia

Faranno più notizia le accuse ai magistrati, meritatissime, visto che il caso Mills è l'ultimo e solo il più ridicolo dei processi politici contro Berlusconi (l'origine dei 600 mila dollari è stata da tempo accertata dal fisco britannico, come ricostruito tempo fa da Filippo Facci), e il vero o presunto attacco al Parlamento (anche se non si può negare che sia nelle dimensioni che nel suo funzionamento il nostro Parlamento sia «pletorico e dannoso»). Tra l'altro, non si capisce perché, pur essendo quasi unanimemente condivisa la necessità di ridurre il numero di parlamentari e rivedere il bicameralismo perfetto, quando lo dice Berlusconi non va più bene.

A Berlusconi si dovrebbe invece far notare che da Confindustria oggi è giunto un appello forte a fare prima possibile le riforme di cui l'Italia ha bisogno; e che ha una solida maggioranza in Parlamento - per quanto sia lento e «pletorico» - per farle.

«Presidente, il consenso che lei ha saputo conquistarsi è un patrimonio politico straordinario. Lo metta a frutto. Usi quel patrimonio per le riforme che sono necessarie. Lo faccia ora. Perché questa è l'ora di fare le riforme». Un appello condivisibilissimo quello della Marcegaglia, perché le riforme si fanno ad inizio legislatura, soprattutto se si gode di un ampio consenso. «Sono d'accordo su tutto quello che ha detto Emma - ha esordito Berlusconi intervenendo dopo di lei - Tutto l'intervento, perché fa una fotografia precisa della crisi e delle cose che dovremmo fare, tutte cose che vogliamo fare». Epperò, finora poco si è mosso e c'è nel governo (Tremonti e Sacconi su tutti) chi ripete che durante la crisi non bisogna toccare nulla, sennò alla gente viene l'ansia.

Ma anche altre parti della relazione della Marcegaglia sono condivisibili, come il passaggio in cui ha avvertito che «lo Stato dovrà poi rientrare nei suoi confini, lasciando all'impresa e al mercato il compito di guidare l'investimento, l'innovazione, la creazione di ricchezza. Sarebbe un tragico errore pensare che la crisi apra una nuova epoca, nella quale sia la politica, per riaffermare la propria supremazia, ad indicare le priorità nell'allocazione delle risorse, a condurre lo sviluppo, a scegliere le nuove tecnologie e i vincitori della competizione... Non devono vincere le forze che tendono sempre a statalizzare l'economia, il pendolo tra stato e mercato deve tornare a oscillare verso il mercato».

UPDATE: La risposta alla Marcegaglia arriva da Tremonti: c'è da aspettare... fa capire il ministro rivolgendosi alla Cisl:
«C'è un tempo per gestire la crisi e c’è un tempo per fare le riforme. La gestione della crisi è una cosa, gestire le riforme è una cosa in più. Siamo convinti che si devono fare, ma è una cosa dura e complessa, devi fare un patto tra generazioni, devi dire ai giovani a che età vai in pensione. Le riforme le faremo nel tempo giusto e nel modo giusto, ma soprattutto con le persone giuste, noi le faremo e le faremo con voi [la Cisl]».
Rispondiamo con le parole della Marcegaglia, sempre dal suo discorso di oggi:
«Senza le riforme, al passo corto che l'economia italiana ha mostrato negli ultimi dieci anni, il ritorno sui livelli produttivi pre-crisi non avverrebbe prima del 2013. Un arco di tempo troppo lungo per non avere conseguenze negative sulla vita dei lavoratori e delle imprese e sulla stessa coesione sociale».

Thursday, May 14, 2009

Rinunciando a Brunetta il governo rinuncia alle riforme

Gli organi di stampa, i più "autorevoli" commentatori e retroscenisti politici, nonché l'opposizione, sono tutti concentrati sul "caso Lario", sui presunti estremismi della Lega, sulle uscite di Fini, come possibili crepe all'interno della maggioranza e quindi fattori di un possibile calo dei consensi di cui gode ad oggi il governo. Ma il primo vero scossone alla sua popolarità potrebbe assestarselo il governo stesso.

Da Libero:
Renato Brunetta è pronto a dimettersi. «Ho messo a disposizione il mio mandato, in questo momento non so se sono ancora ministro», dice il responsabile della Pubblica amministrazione. Non fa nomi, ma la polemica è con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Anche se il vero destinatario dello sfogo, ovviamente, è Silvio Berlusconi. Il motivo del contendere è politico: ci sono «resistenze» al decreto legislativo che dovrà attuare la riforma della pubblica amministrazione, il provvedimento al quale Brunetta tiene di più. E queste «resistenze», ha detto ieri Brunetta a Fiuggi, al congresso dei dipendenti pubblici della Cisl, «non arrivano dal sindacato, ma dall'interno del mio governo». Due, in particolare, le novità su cui Tremonti si è messo di traverso. La prima, più importante, è l'autorità che dovrà valutare l'efficienza dei dipendenti statali. La seconda è l'introduzione della "class action" nella pubblica amministrazione.
E' un governo finora responsabile, pur nell'immobilismo a cui la crisi ha fornito un alibi. Basti pensare a Tremonti e a Sacconi, che in ogni occasione ripetono che in tempi di crisi è meglio non toccare nulla, non fare riforme che potrebbero generare caos e panico. L'unica vera iniziativa di riforma, quella di gran lunga più compresa dall'opinione pubblica e più popolare, è stata fino ad oggi quella di Brunetta nella pubblica amministrazione, come dimostrano i consensi che il ministro miete nei sondaggi. Ebbene, se il governo decidesse di buttare al vento questa opportunità, le grandi aspettative create da Brunetta, subirebbe a mio avviso un duro contraccolpo d'immagine. Si potrebbe in quel caso parlare davvero dell'inizio della fase discendente, dell'inizio della fine di questa lunga luna di miele con il paese.

Ad oggi può permettersi di essere un governo così poco riformista perché c'è la crisi economica come alibi, ma Berlusconi i voti li ha presi non per gestire l'esistente. I suoi elettori, o gran parte di essi, si aspettano cambiamenti e fra quattro anni (opposizione permettendo) è sui cambiamenti che giudicheranno il terzo governo Berlusconi. Rinunciare alle idee di Brunetta sulla pubblica amministrazione vorrebbe dire perdere, senza neanche combattere, la battaglia per l'efficienza e per la riduzione dei costi, cose che stanno molto a cuore ai cittadini. Per la prima volta Berlusconi non apparirebbe come il "leader del fare" bloccato dalle opposizioni, dai sindacati, o dal presidente della Repubblica, ma responsabile lui stesso di aver bloccato chi, come Brunetta, voleva "fare".

Tuesday, March 10, 2009

La proposta di Ichino è anche del Pd?

A dividere il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, sono più i tempi che il merito. Per il ministro in tempi di crisi e di «grandi incertezze» meglio non mettere a mano a grandi riforme nell'ambito del lavoro o delle pensioni, che potrebbero rivelarsi «fonte di ulteriori preoccupazioni e insicurezze tra le persone e tra i lavoratori in particolare». Ichino ritiene invece che anche in tempi di crisi si possa riformare il mercato del lavoro e del welfare, e in un'intervista di oggi al quotidiano il Riformista ha rilanciato la sua proposta di "flexsecurity", un contratto a tempo indeterminato per tutti, flessibile ma con tutele crescenti nel tempo.

Numerose aziende grandi, medie e piccole, che danno lavoro a 55 mila lavoratori, hanno indirizzato ai ministri del lavoro del governo in carica e del governo-ombra una lettera aperta in cui sostengono la proposta di legge di Ichino e auspicano una iniziativa bipartisan. Una lettera analoga è stata sottoscritta da centinaia di giovani di ogni parte d'Italia. Ieri è arrivata la risposta del ministro Sacconi che, pur sottolineando la scarsità di risorse e la delicatezza del momento, si dice «pronto a discuterne»: «Se si manifestasse una disponibilità convinta dell'opposizione a soluzioni largamente condivise con le parti sociali, che riguardino anche la risoluzione della tutela dei lavoratori, noi siamo pronti a discuterne».

La proposta di Ichino si ispira al modello danese e intende risolvere il problema del dualismo nel mercato del lavoro italiano, per fare in modo che non siano solo i lavoratori con contratti atipici a sopportare i rischi e gli svantaggi della flessibilità, come spiegava egli stesso un anno fa. Ma se non sarà il Pd a sposarla sinceramente e a condividere con la maggioranza la responsabilità politica di portarla avanti, il governo non avrà alcun interesse nel rischiare di sollevare un polverone e trovarsi contro tutti i sindacati e l'opposizione.

Monday, February 09, 2009

Ciao Eluana, scusaci di tutto

Eluana Englaro si è spenta. Come se avesse presagito i fantasmi che la stavano rincorrendo per imprigionarla di nuovo. Pochi giorni dopo la sospensione delle cure. Si diceva che senza nutrizione e idratazione potesse sopravvivere anche due settimane, ma così non è stato. Non sono un medico, ma evidentemente a tenerla in vita erano altri farmaci, piuttosto che quella nutrizione e idratazione artificiali su cui ci siamo accapigliati. Ma può essere stata persino una fatalità, senza alcun legame con la sospensione dei trattamenti. O forse, un qualche Dio misericordioso ha voluto dare un segno della sua presenza.

Da registrare la strana furia ideologica di un ministro, Sacconi, che per giorni ha messo in giro voci false su presunte irregolarità della clinica "La Quiete". Ebbene, proprio pochi minuti prima della morte di Eluana è stato smentito sia dalla Regione Friuli (di centrodestra), sia dalla Procura di Udine.

Dagli accertamenti eseguiti su disposizione della Regione Friuli Venezia Giulia non sono emersi elementi tali da indurre a un intervento sulla struttura, hanno concluso il presidente Renzo Tondo, gli assessori regionali Kosic (Sanità) e Seganti (Autonomie Locali), e i dirigenti del settore sanitario.

«Al momento non abbiamo alcun elemento che ci faccia convincere che la sentenza debba essere interrotta. Eseguire la sentenza è un obbligo di legge», dichiarava il procuratore generale della Corte d'Appello di Trieste, Deidda. «Allo stato non abbiamo notizia di alcuna irregolarità, e la sentenza va eseguita», precisava. Mentre anche i carabinieri dei Nas smentivano l'ipotesi di un sequestro cautelativo delle stanze in cui era ospitata Eluana.

Dà ancora una volta il peggio di sé il Vaticano, come con Welby. Le prime parole non sono per l'anima di Eluana, per il dolore dei famigliari, ma contro chi si è reso colpevole solo di averne rispettato la volontà: «Dio li perdoni», tuona il cardinale Barragan.

Ed Eluana perdoni la Chiesa e lo Stato, se può.

Friday, February 06, 2009

Rottura con il passato. Berlusconi sceglie lo stato etico

Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano.
John Stuart Mill


Un Vaticano scatenato come mai prima, una politica in parte inginocchiata, in parte intrisa di una irriducibile ideologia statalista. Un governo che si fa coerente interprete dello stato etico in cui viviamo da 80 anni e violenta il corpo martoriato di una cittadina inerme.

Con il decreto approvato oggi in Cdm, e il disegno di legge che probabilmente verrà presentato alle Camere lunedì, per la prima volta Berlusconi ha deciso di coinvolgere formalmente il suo governo in una battaglia sulle questioni etiche, segnando la fine di quella libertà di coscienza che aveva da sempre rivendicato essere la linea del suo partito su quei temi. Una rottura con il passato che proprio alla vigilia della nascita del PdL può rivelarsi un macigno. Un partito che mira al 40% dei voti e ad essere maggioritario nel Paese non può su questi temi nascere su posizioni estremiste estranee alla maggioranza degli italiani e persino dei suoi elettori.

Il presidente Napolitano ha commesso un solo errore in questa vicenda. Inviando la lettera con il suo no preventivo al decreto mentre era in corso la riunione del Consiglio dei ministri - iniziativa in effetti assai discutibile sotto il profilo istituzionale - ha di fatto ricompattato il governo, perché a quel punto, soprassadendo, l'esecutivo avrebbe avvalorato un potere di vaglio preventivo sulla decretazione d'urgenza da parte del presidente della Repubblica. Quanto meno, è stato questo l'argomento usato per convincere i ministri più riottosi.

Per il resto il presidente ha giustamente rilevato la mancanza dei requisiti di urgenza e necessità per l'emanazione del decreto. Se infatti si sostenesse che i requisiti si siano determinati in conseguenza del caso Englaro, allora si ammetterebbe che si tratta di un decreto ad personam, confermando la sua incostituzionalità; ma viceversa, nessun fatto nuovo sarebbe emerso sulle questioni di fine vita tale da rendere un decreto urgente e necessario. A meno che il governo non sia disposto ad ammettere di essersi accorto solo oggi che nelle strutture sanitarie pubbliche migliaia di pazienti vengono "uccisi".

Ma può il presidente della Repubblica eccepire sulla costituzionalità di un decreto e rifiutarsi di firmarlo? Oppure sui decreti, in quanto atti governativi («sotto la sua responsabilità», recita l'art. 77 riferendosi al governo), la firma presidenziale è da considerarsi un "atto dovuto", notarile? La questione è quanto meno controversa.

Quanto al mancato rispetto della sentenza della Cassazione, a mio avviso è un argomento irrilevante. Il governo e il Parlamento sarebbero infatti pienamente legittimati a legiferare per riempire un vuoto normativo, o correggere una legge, che avessero determinato una certa sentenza.

Ma ciò che nessuna formulazione del decreto avrebbe mai potuto superare, pena la sua inefficacia allo scopo che si erano prefissi i proponenti, è il contrasto della norma con gli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione.

Nella seconda bozza del decreto, hanno sostenuto Berlusconi e Sacconi, sono stati accolti i rilievi tecnico-giuridici avanzati dal costituzionalista Onida. Il quale però ha negato, e ha spiegato che porre come limite temporale del divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali l'approvazione di una legge sul testamento biologico da parte del Parlamento non è comunque sufficiente a rendere costituzionale l'intervento del governo. La prima bozza, infatti, era «costituzionalmente impropria» non solo perché di fatto anticipava la volontà del Parlamento sul testamento biologico, ma soprattutto perché «contrastante con l'art. 32 della Costituzione», nel punto in cui prevedeva che l'alimentazione e l'idratazione non potessero essere in nessun caso rifiutate dai soggetti interessati.

Questo contrasto con la Costituzione è inevitabilmente rimasto anche nella bozza di decreto approvata dal CdM:
«In attesa dell'approvazione di una completa ed organica disciplina legislativa in materia di fine vita, l'alimentazione e idratazione in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».
Attenzione a laddove si dice «non in grado di provvedere a se stessi», perché con questa espressione ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi.

Dunque, non è affatto vero che per il governo e per i sostenitori del divieto di sospensione dei trattamenti il problema consista nell'incertezza sulla reale volontà di Eluana. Anche se potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste. Ed è ciò che rende il decreto incostituzionale. Non solo il decreto, ma qualsiasi legge che escludesse del tutto la possibilità per un cittadino di rifiutare alimentazione e idratazione, sia naturali che per mezzi artificiali, sarebbe incostituzionale.

Riguardo la pesante ingerenza del Vaticano, il portavoce Padre Lombardi ha smentito «nel modo più categorico» la conversazione telefonica tra il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il presidente del Consiglio italiano, riportata questa mattina da un quotidiano. Ma Lombardi non può non essersi accorto che su un altro autorevole quotidiano, il Corriere della Sera, si faceva riferimento ai colloqui che solo ieri Berlusconi avrebbe avuto con monsignor Betori, già segretario generale della Cei, e con il cardinale Bagnasco, presidente della Cei. Evidentemente, dobbiamo supporre, questi colloqui non era in grado di smentirli.

Monday, December 22, 2008

Più poveri ma meno soli

Strana la vita. Rifondazione comunista è fuori dal Parlamento ma le sue idee sono persino al governo

Non è un buon momento per il ministro Sacconi, che prima si fa convincere dai suoi sottosegretari ad emettere una nota d'indirizzo insostenibile sul caso Englaro, poi sulla sua materia, il lavoro, recupera un vecchio cavallo di battaglia nientemeno che di Rifondazione comunista: "Lavorare meno, lavorare tutti". E non a caso, significativo, ad apprezzare la proposta del ministro è il segretario del partito comunista Paolo Ferrero: «Mi sembra una ottima idea perché mantiene il rapporto di lavoro, riduce a tutti l'orario ed evita l'emarginazione e i licenziamenti perché nessuno deve essere lasciato solo». E pazienza se tanti lavoratori saranno un po' più poveri. Si ritroveranno meno soli. Mal comune, mezzo gaudio.

I comunisti d'accordo con il governo Berlusconi? No, fa giustamente notare Ferrero, «è lui che è d'accordo con noi perché Rifondazione ha sempre sostenuto la riduzione dell'orario di lavoro».

«Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti», è lo slogan con cui lo stesso Sacconi ha sintetizzato il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Si tratta di «spalmare un minor carico di lavoro su più persone», portando la settimana lavorativa a 4 giorni. Però, ammette Sacconi, «vuol dire anche meno salario».

A parte la politica palesemente contraddittoria - come ha osservato Tito Boeri - di un governo che prima detassa il lavoro in più, le ore straordinarie, e ora sostiene l'orario di lavoro ridotto, bisogna dire che in pratica alcuni lavoratori saranno costretti a rinunciare a una parte del loro salario per evitare che alcuni loro colleghi entrino in cassa integrazione a zero ore. Una strana forma di solidarietà, "obbligatoria".
«Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori».
L'effetto sarebbe quello di aumentare il numero di lavoratori colpiti dalla crisi. Invece di sostenere i nuovi disoccupati, mentre si adottano politiche per il rilancio dell'economia, il governo abbatte il reddito disponibile di una platea ben più vasta, deprimendo anziché stimolare la domanda. E' la difesa del posto a tutti i costi, a scapito del reddito e di una più veloce ricollocazione di chi perde il lavoro in attività più produttive. Auguri.

Thursday, December 18, 2008

Nullo e ignobile l'atto di Sacconi

Ecco il testo integrale dell'atto di indirizzo sulla nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente con il quale il ministro Sacconi ha per lo più tentato di intimidire le strutture sanitarie pubbliche e private.

Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.

Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».

Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.

Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.

Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.

Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.

La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.

Tuesday, December 16, 2008

Sacconi rischia l'incriminazione

L'atto di indirizzo che il ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha inviato alle regioni, in cui si stabilisce che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale, è carta straccia. Peggio, se l'atto si configura come un ordine alle strutture sanitarie, Sacconi rischia addirittura l'incriminazione.

Riferendosi alle Convenzioni dell'Onu e ai pareri del Comitato nazionale di Bioetica come fonti di diritto superiori alle leggi e alla stessa Costituzione, alle quali ha fatto riferimento la Suprema Corte di Cassazione per autorizzare la sospensione di tutti i trattamenti sanitari nei confronti di Eluana Englaro, Sacconi fa una cosa illegale, tenta di sospendere di fatto, per via politica, l'esecutività di una sentenza giudiziaria, dispondendo di un potere che la Costituzione non gli conferisce e rischiando, tra l'altro, di dover rispondere di violenza privata.

Dipende da come è scritto l'atto. Se richiama genericamente il dovere di garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto ad essere nutrita e idratata, è un conto, ma se vieta in qualsiasi caso la sospensione di trattamenti sanitari, allora, signor ministro, lei è in guai seri e forse, mal consigliato, neanche si rende conto della gravità e del carattere eversivo di ciò che ha fatto.

Thursday, December 11, 2008

Incredibile: il governo cala le braghe sulla scuola

La vittoria delle minoranze rumorose; il governo che decide e "sdecide"
UPDATE 19:27: Alt! La Gelmini insiste e conferma che sarà maestro unico: «La responsabilità del percorso formativo e didattico nella scuola elementare resta in capo ad un unico docente. Questo modello didattico che supera l'organizzazione del modulo può essere declinato con l'opzione a 24 ore nel caso in cui il docente sia in grado di insegnare tutte le materie previste, e quindi anche l'inglese, oppure a 27 ore con l'utilizzo di tre ore aggiuntive per l'insegnante di inglese e di religione e, in ogni caso, non ci sarà compresenza in classe. Le famiglie potranno scegliere tra 24, 27 e 30 ore di lezione settimanali, oppure il tempo pieno di 40 ore. Con l'eliminazione delle compresenze ci saranno più classi che faranno tempo pieno».

A questo punto non si capisce più nulla. Non so se dobbiamo dichiararci vittime di un gigantesco caso di disinformazione e/o di disastro comunicativo da parte del governo.
A protesta studentesca inevitabilmente scemata, e con lo sciopero di domani che con il maltempo non poteva che ritorcersi contro i sindacati, il governo cala le braghe sulla scuola. E lo fa nel modo peggiore, con un dietrofront oltre che inspiegabile anche ridicolo e grottesco, una boiata pazzesca: il maestro unico «a richiesta». Sarà cioè «attivato su richiesta delle famiglie», anche se non è ancora chiaro con quali modalità questa astrusità verrà messa in pratica. A maggioranza semplice o qualificata delle famiglie? Con richiesta scritta o ad alzata di mano? Si potrà optare anche se con o senza panna, o forse con o senza ketchup? E perché non due maestri o quattro?

A parte gli scherzi, l'accordo tra i sindacati della scuola (Cgil, Cisl e Uil, Gilda e Snals) e il governo, rappresentato dal sottosegretario Letta e dai ministri Gelmini, Brunetta e Sacconi, lascia davvero increduli. I ministri su cui più puntavamo ci hanno deluso. Le proteste del Pd, dei sindacati, degli insegnanti e degli studenti non avevano scalfito il consenso di cui gode il governo, e di cui godono indivualmente proprio quei tre ministri. Quella sulla scuola era una battaglia già vinta nel Paese, l'opinione pubblica aveva dimostrato di aver compreso le ragioni dietro quelle scelte, e invece si è deciso di perderla con un clamoroso autogol, tra l'altro lanciando un segnale politico pericolosissimo all'opposizione, ai sindacati e a tutta l'Italia del "No". Basta qualche manifestazione di piazza, purché chiassosa e rissosa, e il governo democraticamente eletto sarà disposto a rimangiarsi di tutto. Sono una massa di incapaci.

Un regalo inaspettato per Veltroni, che ovviamente ha buon gioco ad osservare: il governo «fa una completa marcia indietro... Vuol dire che avevamo ragione noi, avevano ragione i sindacati dei docenti, gli studenti, i genitori, quel grande movimento che aveva bocciato la finta riforma». «La protesta della scuola culminata nello sciopero del 30 ottobre ha prodotto i suoi frutti», è il commento unanime dei sindacati.

La scuola è sempre più un settore fuori controllo, irriformabile, un pozzo di spesa senza fondo. Se questo governo non è riuscito a portare a casa il maestro unico con i sindacati al minimo dei consensi e un'opposizione praticamente inesistente, non c'è davvero alcuna speranza che possa realizzare riforme ben più importanti.