Una polemica surreale quella degli ultimi giorni sulle cosiddette "gabbie salariali", in cui per pura demagogia si è impiccata a una brutta espressione un'idea ampiamente condivisa da sindacati, Confindustria e governo, ma anche da esponenti riformisti del Pd, come il giuslavorista e senatore Pietro Ichino. Talmente condivisa che rientra già nell'accordo quadro siglato il 22 gennaio scorso da tutte le parti sociali (tranne la Cgil) per la riforma del modello contrattuale. Il meccanismo perverso che è scattato l'ha descritto bene Vittorio Macioce, oggi su il Giornale:
«E' chiaro che se uno le chiama così ti riportano agli anni '50, a qualcosa di vecchio, ammuffito, sepolto, abbandonato. E allora il signor Bonanni della Cisl parla di ritorno all'Unione Sovietica, che da queste parti comunque non c'è mai stata, gli operai del Sud pensano che qualcuno sta lì con le forbici a tagliare i loro stipendi, già all'osso, i politici si preoccupano di perdere voti, tutti fanno la voce grossa e qualcuno ci marcia evocando fame e malattie, tanto qualche Savonarola in giro non manca mai. Quella che doveva essere una mossa per rendere il costo dei lavoro meno stagnante, una sorta di rivoluzione contro la dittatura dei contratti nazionali, un modo per legare il salario alla produttività e dare un po' di respiro alle buste paga di chi lavora a Torino, a Milano o a Roma, dove il costo della vita è senza dubbio più alto, diventa invece una restaurazione, un tuffo nel passato. La cosa strana di questa storia è che poi tutti dicono: sì, bisogna difendere i salari reali. Oppure: sì, bisogna dare più spazio alla contrattazione aziendale e territoriale. Basta chiamare le cose con un nome diverso? Basta dire, come fa Brunetta, la parola magica federalismo? Federalismo dei salari? Forse sì. Ed è come se in questo Paese le riforme si incagliassero sullo scoglio di qualche parola, un eterno gioco di parole tabù, parole che non si possono dire, parole maledette, parole che fanno mettere mano alla pistola al solito esercito di benpensanti. Bum. Al minimo movimento spara. Il risultato è che tutto il dibattito politico gira intorno ai vocaboli. Non ci sono più casi da risolvere, ma parole da spianare».Una polemica montata «sul nulla», si sfoga stamane Berlusconi: «Mai parlato di gabbie salariali». La possibilità di salari differenziati è infatti demandata «alla contrattazione decentrata, già approvata peraltro dalle categorie sindacali, Cgil esclusa», in base, appunto, all'accordo per il nuovo sistema contrattuale, come prova a spiegare intervenendo sul Sole 24 Ore anche il ministro del Lavoro Sacconi, che di quell'accordo è stato l'artefice. L'obiettivo della riforma è di superare il vecchio modello di «contrattazione centralizzata», che ha sì contenuto le spinte inflattive negli scorsi decenni, ma che alla lunga ha prodotto «bassi salari e bassa produttività». «L'andamento delle retribuzioni si era infatti rivelato piatto e moderato perché una contrattazione centralizzata non può che tararsi sui vagoni più lenti del convoglio delle imprese».
Nel nuovo sistema viene riconosciuto più spazio alla «contrattazione decentrata, di per sé virtuosa perché naturalmente votata a riflettere indicatori di produttività e di specifico costo della vita nei diversi ambiti aziendali e territoriali». «È in questo contesto - sottolinea il ministro - che devono essere lette tutte le affermazioni di questo pigro mese di agosto». I salari differenziati quindi saranno frutto della contrattazione territoriale e aziendale, non di un'imposizione dall'alto com'era prima che venissero abolite, alla fine degli anni '60, le cosiddette "gabbie salariali".
«Nessuno vuole il ripristino di meccanismi di indicizzazione dei salari al costo o ai costi della vita perché ne abbiamo già sperimentato gli effetti inflattivi. Nel governo tutti riconoscono la insostituibile funzione della contrattazione collettiva che nessuna legislazione centralistica può sostituire. Tutti vogliamo una più equa distribuzione della ricchezza attraverso i salari quale è stata negata dall'egualitarismo e dal centralismo retributivo», spiega Sacconi. Spetta alle parti, aggiunge, «dimostrare, fino a prova contraria, la capacità di definire con il contratto nazionale una dinamica minima delle retribuzioni e con i contratti decentrati parti sempre più consistenti del reddito secondo differenziazioni eque e trasparenti».
Saranno incoraggiati a fare ciò dalla detassazione e dalla decontribuzione già introdotte dal governo sulle componenti della retribuzione «variabilmente determinate in sede locale». «La tassazione secca e definitiva al solo 10% delle parti variabili del salario erogate unilateralmente o determinate dalla contrattazione nella dimensione territoriale e aziendale», spiega il ministro, è stata la «premessa» per quel «nuovo modello contrattuale che le parti sociali - con l'unica autoesclusione della Cgil - hanno pochi mesi dopo sottoscritto».
«Tutti nel governo pensano che spetti al contratto, e alla contrattazione decentrata in particolare, la realizzazione della diffenziazione delle retribuzioni», assicura Sacconi cercando di chiudere le polemiche. E oggi interviene di nuovo colui che, pur non parlando mai di "gabbie salariali", aveva acceso la miccia, il ministro Calderoli, che a La Stampa rivendica di voler «affrontare con serietà le due questioni collegate, quella meridionale e quella settentrionale», lanciando una nuova duplice proposta: azzerare del tutto l'Ires alle aziende che aprono e creano nuova occupazione al Sud; tagliare le imposte dirette, «l'Irpef tanto per capirsi», al Nord, dove il costo della vita è maggiore. Il ministro della Lega confessa di non averne ancora parlato con il ministro Tremonti, ma finalmente qualcuno che apre il capitolo tasse.
Altrettanto surreale poi, ricorda Macioce, la polemica sulle ronde, l'idea innocua, anzi di civiltà e comunque già consentita dalla legge, «di guardie civiche, dei liberi cittadini dei comuni che si organizzano per difendere le strade della propria città».
«Non sono armati, guardano soltanto. Fanno luce, come le insegne dei negozi che rendono meno buia la notte. Magari non risolvono il problema, ma un po' tutti pensano che una mano di aiuto la possono dare. Come le chiamiamo? Ronde. E qui la fantasia si scatena. E tutti i discorsi si aggrovigliano sul nulla. Non si discute più di sicurezza, ma di fantapolitica. Le guardie civiche possono far sorridere, come i boy scout, ma tutte queste elucubrazioni sul regime sono irritanti. È lo starnazzo di troppa gente che non ha mai visto in faccia una dittatura. Regime, regime, regime, ma le ronde, poi, le fanno anche i sindaci di sinistra, solo che le chiamano in un altro modo. Teatro dell'assurdo».Come quando Berlusconi, qualche giorno fa, ha detto che la Rai non deve attaccare maggioranza e opposizione. «Nulla di scandaloso». Anzi, persino una banalità, e cioè che «il servizio pubblico, pagato da tutti, non può essere partigiano». Ma poi le parole sono state «tagliate e rimodellate» per far credere che Berlusconi vuole una Rai che non riporti notizie scomode per il governo. «La vischiosità del passato è l'ultima risorsa dei sacerdoti del Novecento. E il futuro resta imbrigliato in una ragnatela di parole», conclude Macioce.