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Wednesday, March 22, 2017

Trump e la sua squadra "sorvegliati" dall'amministrazione Obama, ma per sbaglio...

Pubblicato su L'Intraprendente

Boom! Le comunicazioni del team Trump, e presumibilmente dello stesso Trump, sono state intercettate da agenzie di intelligence durante l'amministrazione Obama. E' quanto risulta al presidente della Commissione Intelligence della Camera, Devin Nunes, che lo ha riferito alla stampa leggendo una dichiarazione. Ecco quanto risulta a Nunes.

1) Tale sorveglianza sarebbe stata "legalmente autorizzata", ma non nell'ambito dell'indagine dell'FBI sulle interferenze russe nelle elezioni, bensì sulla base di un mandato FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) evidentemente richiesto da altre agenzie di intelligence federali. Ne avevamo parlato qui un paio di settimane fa.

2) E' "possibile" che alcune delle comunicazioni dello stesso Trump siano state intercettate.

3) Le comunicazioni sarebbero state intercettate "accidentalmente" (ma "in numerose occasioni"), nel senso che Trump e i suoi collaboratori non sarebbero stati l'oggetto del mandato di sorveglianza. Il che può accadere quando una persona comunica con un obiettivo della sorveglianza FISA. In tali casi, l'identità dei cittadini americani coinvolti dovrebbe rimanere segreta, ma può essere rivelata da funzionari di intelligence in alcune circostanze... In questo caso è stata rivelata, e comunicata alla stampa (!), anche se...

4) Le informazioni raccolte durante il monitoraggio erano secondo Nunes di scarso, o nessun valore di intelligence, ma sono state "ampiamente disseminate nella comunità di intelligence". Si tratta di "molte informazioni sul presidente eletto, il suo transition team, e su cosa stavano facendo".

5) Oltre all'ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, l'identità di altri membri del transition team intercettati è stata rivelata nei rapporti di intelligence.

Le informazioni raccolte da Nunes – pur avendo, per la carica che ricopre, una certa credibilità – andranno comunque confermate, ma tutto questo somiglia terribilmente a quanto denunciato dallo stesso Trump nei suoi tweet e a quanto avevamo ipotizzato un paio di settimane fa.

E se lo saranno, qualcuno dovrà spiegare chi ha richiesto il mandato FISA, nei confronti di quali agenti esteri, e per quali motivi. E soprattutto come è potuto accadere che le informazioni raccolte dalle comunicazioni del team Trump intercettate siano finite alla stampa anziché essere distrutte, se irrilevanti.

La cosa surreale di tutta questa vicenda, se confermata, è che si poteva in realtà desumere dalle decine di articoli pubblicati in questi mesi da NYT, WaPo e BBC, sui "contatti" tra il team Trump e la Russia. Certi "leaks" da loro riportati infatti non possono che essere il frutto di un'attività di sorveglianza. Che nelle "cuffie" delle agenzie federali guidate da Obama le comunicazioni di Trump e dei suoi collaboratori siano finite per caso, "accidentalmente", si può dubitare. Nel senso che con un po' di malizia si può sospettare che le finalità del mandato FISA siano state strumentalizzate per mettere sotto controllo il nuovo presidente e usare le informazioni raccolte per delegittimarlo, com'è poi avvenuto. Ma a questo punto poco importa, perché ammesso che tutto sia avvenuto legalmente e accidentalmente, la diffusione delle informazioni così raccolte prima all'intera comunità di intelligence e da qui alla stampa è sicuramente illegale e presenta tutti i caratteri di una cospirazione politica ai danni dell'amministrazione Trump a cui avrebbero partecipato figure di primo piano del sottogoverno di Obama.

Friday, March 10, 2017

Dal Russia-gate al Watergate di Obama

La storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali per far vincere Trump, con la sua complicità, sta evaporando. Ciò che resta sono le trame di Obama contro il suo successore

Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.

Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).

Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.

A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.

Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".

Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?

Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.

La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".

Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).

Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".

Monday, March 06, 2017

Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Un caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate

Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?

Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.

A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.

Thursday, December 15, 2016

20 gennaio, faster please!

Non ci mancherai Barack, sore loser in chief

Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.

E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.

La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.

Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".

Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".

E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).

Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Want to recognize Russia as an enemy? Want Congress to do a thoroughgoing investigation of all its espionage and meddling in our country, including efforts to influence election outcomes? Want to hold Trump’s feet to the fire because you’re worried that he and some of his subordinates seem oddly well-disposed toward Putin, a murderous, anti-American dictator? By all means, let’s do it. It’s way past time.

But let’s not pretend the "Russia hacked the election" farce is anything other than what it is: a scheme by the Democrat-media complex to rationalize a do-over - to persuade the Electoral College that it is not bound by the election results. The spectacle we’re watching has nothing to do with Russia.

Friday, April 03, 2015

La Monaco di Obama: si piega alla volontà di potenza iraniana e getta benzina sul fuoco in Medio Oriente

Un giudizio obiettivo sull'accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran è quello del Washington Post (certo non di simpatie repubblicane), che ci mette un paragrafo per smontare tutto l'entusiamo che si respira dalle nostre parti. Un paragrafo che bada al sodo, al significato politico e strategico dell'accordo, senza perdersi in tecnicismi poco comprensibili.
The "key parameters" for an agreement on Iran's nuclear program released Thursday fall well short of the goals originally set by the Obama administration. None of Iran's nuclear facilities - including the Fordow center buried under a mountain - will be closed. Not one of the country's 19,000 centrifuges will be dismantled. Tehran's existing stockpile of enriched uranium will be "reduced" but not necessarily shipped out of the country. In effect, Iran's nuclear infrastructure will remain intact, though some of it will be mothballed for 10 years. When the accord lapses, the Islamic republic will instantly become a threshold nuclear state.
La realtà è che il risultato dell'accordo, se sarà confermato entro il 30 giugno, è aver guadagnato tempo. Quanto? Quanto vorrà l'Iran, presumibilmente il tempo necessario per riassestare la sua economia vicina al collasso a causa delle sanzioni (e non solo). I 2-3 mesi che secondo le stime, ad oggi, separano l'Iran dalla sua prima bomba atomica (il break-out time), con questo accordo dovrebbero diventare 12, a partire dalla cessazione naturale (10 anni più 5) o unilaterale dell'accordo. Dunque, questo accordo consente all'Iran di mantenere capacità tali da riuscire a produrre armi nucleari in 12 mesi da quando deciderà di volerlo fare. Per essere ancora più chiari: se l'Iran dovesse decidere di non rispettare l'intesa, da quel momento ci metterebbe almeno un anno, anziché gli attuali 2-3 mesi (ma si tratta sempre di stime). Se consapevoli di questo, si può anche ritenere l'aver guadagnato questi 10 mesi di tempo un successo... ma a che prezzo?

Come sintetizza il WashPost, il programma nucleare iraniano non viene smantellato, ma semplicemente "congelato" e, in un certo senso, riconosciuto. Diversamente dall'obiettivo che si era prefissato lo stesso presidente Obama, l'Iran non sospenderà il processo di arricchimento dell'uranio. Continuerà ad arricchirlo, sia pure in misura ridotta e non fino al punto necessario per usi militari, e si terrà le quantità già arricchite oltre la soglia per usi civili. Per l'Iran si tratta di un grande successo perché si vede riconosciuto da parte della comunità internazionale, dell'Occidente con in testa gli Stati Uniti, il diritto ad arricchire l'uranio e, quindi, implicitamente a diventare una potenza nucleare.

E questa dovrebbe essere la parte dell'accordo più spiacevole per gli iraniani... Quella buona per loro è che si vedranno gradualmente revocare le sanzioni. Si vedono iraniani festeggiare nelle strade di Teheran, ma si tratta evidentemente di sostenitori del regime, che si rafforza, non certo degli oppositori.

L'accordo è stato subito definito "storico", e naturalmente è subito ripartita in grancassa sui giornali italiani ed europei la santificazione di Obama. Soprattutto sui nostri media (e social media) il conformismo pro-Obama non ha limiti. In Iran è «molto presente il pluralismo e un bilanciamento dei poteri», arriva a scrivere Alberto Negri sul Sole24Ore. Tutto ciò che tocca Obama diventa oro... Che sia un accordo storico è fuor di dubbio, per molte ragioni e almeno per il fatto che si tratta del primo dalla rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e Iran. Ma attenzione al significato di "storico", perché indubbiamente anche l'accordo di Monaco del 1938 che spianò la strada ai piani di Hitler passò alla storia... anche se tristemente.

Il paragone ci sta tutto: se l'accordo di Monaco riconobbe come legittima, in termini territoriali, la volontà di potenza della Germania nazista, così l'accordo di Losanna, permettendo all'Iran di mantenere quasi intatti i progressi del suo programma nucleare e, anzi, di continuare ad arricchire uranio, riconosce la sua volontà di potenza regionale in Medio Oriente. Con tutto ciò che può derivarne in termini di ulteriore instabilità nella regione: corsa all'atomica di Arabia Saudita ed Egitto (alleati nonostante tutto leali che dopo questa legnata sui denti si sentiranno più insicuri), nervosismo di Israele e ulteriori attività terroristiche iraniane... L'Iran potrà tenersi la sua pistola carica e "in cambio" le sanzioni verranno gradualmente revocate. Di storico c'è anche che è il primo accordo in cui una delle parti ottiene sia la botte piena che la moglie ubriaca...

Monday, September 08, 2014

I post della ragione

Se non vi sembra affatto "normale" l'impotenza, anzi l'ignavia con cui l'Occidente, da anni in totale assenza di guida americana, assiste alle teste mozzate, allo sfascio di un Medio Oriente e di un'Europa ormai teatri di conquista da parte degli jihadisti - territoriale del primo, culturale della seconda - e alle guerre espansionistiche russe alle porte dell'Europa... Se vi scandalizza la sensazione di "ordinaria amministrazione" con cui fingono di occuparsene da una parte i governi, nel susseguirsi di vertici inutili, riunioni fumose, comunicati copia-incolla, e dall'altra i mainstream media, con la loro fredda contabilità delle vittime tra un servizio sul gelato di Renzi e un altro sulla sinistra in camicia bianca... Se volete capire come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto perché... E se vi sembra di essere rimasti i soli a porvi certe domande e ad esigere risposte e strategie vere, non equilibrismi e toppe mediatiche per passare la giornata, allora spulciate le oltre 700 pagine in cui Enzo Reale, ormai un anno fa, ha raccolto i post scritti per il suo blog (1972) nell'ultimo decennio.

L'ho acquistato su Amazon poche settimane dopo la sua uscita, poi l'ho lasciato lì, nella memoria del mio tablet (come faccio con molti libri), in attesa di un periodo di relativa calma per dedicargli il tempo che merita. Errore. L'ho sfogliato sull'onda dei terribili eventi degli ultimi mesi. Ma sarebbe più esatto dire che l'ho "riletto", perché dei suoi post sono stato un avido lettore fin dall'inizio, da quel lontano 2002 in cui il futuro dell'informazione sembrava ormai appartenere ai blog. Poi quella potenziale rivoluzione nel modo di "informare" sarebbe stata assorbita - almeno in Italia - dall'informazione tradizionale, con risultati spesso deludenti. Ma questa è un'altra storia...

In quei post ho ritrovato anche un pezzo della mia storia personale, sia da lettore che da osservatore, e senz'altro tutte le "nostre" ragioni. Sì, perché le mie e quelle di Enzo al 99% coincidevano/coincidono alla perfezione, oserei dire quasi telepaticamente, vista la distanza geografica. E' un libro che può essere aperto a caso e offrire commenti, analisi, punti e spunti di vista della realtà che sembrano scritti per essere letti oggi ma che non leggerete su nessun altro giornale o sito, almeno non con la stessa nitidezza e risoluzione. Che guarda dritto negli occhi, senza indulgenze, ipocrisie o compromessi, la crisi d'identità, il sonno della ragione, la coscienza sporca dell'Occidente. Resterete sorpresi dalla "banalità" della ragione, così la chiamerei, ossia da "verità" talmente evidenti da risultare scomode e, forse per questo, con troppa leggerezza ignorate.

Il mio consiglio è: acquistatelo, tenetelo lì, pronto all'uso. Leggetene qualche pagina ogni volta che avete la sensazione che l'Occidente si sia dimesso da se stesso. Vi sentirete meno soli. Se i «posti della ragione», quella "ufficiale", «erano tutti occupati» dal politicamente corretto, i post della ragione potete trovarli qui.
«Il problema che abbiamo oggi, in occidente, è che abbiamo perso la capacità di dare i nomi alle cose, di esprimere giudizi, di assegnare le colpe. Per paura, per viltà, per comodità. Ci siamo dimenticati che nonostante tutto siamo i buoni, e che esistono i cattivi. Non vediamo i nazionalismi di ritorno, ci crediamo immuni alle schermaglie che precedono i conflitti, non partecipiamo più a nessuna battaglia ideale».
PS. Ne è valsa e ne vale la pena Enzo, altroché!

Friday, October 04, 2013

Basta giornate della vergogna

Anche su L'Opinione

Mi scusi presidente Napolitano. Mi scusi signor Papa Francesco. Scusatemi signori ministri e signori direttori dei giornali più responsabili e pensosi d'Italia. Ma "vergogna" a chi? Quando si esclama "Vergogna!" è sottinteso che qualcuno debba vergognarsi, quindi sarebbe corretto precisare chi si dovrebbe vergognare. Invece non è chiaro a chi fosse rivolta la vostra indignazione, anche se una vaga idea purtroppo me la sono fatta. Ma io non mi vergogno, né come italiano né come europeo. Provo pietà, certo, per gli innocenti morti in mare a Lampedusa, ma nessun senso di colpa o responsabilità, né personale né collettivo.

E credo che noi in Italia abbiamo i media, i giornalisti, i politici, i presidenti, i papi più ipocriti di tutto il mondo, che in queste drammatiche situazioni non sanno fare altro che sfoggiare una retorica pelosa e vigliacche strumentalizzazioni, incapaci di guardare in faccia e chiamare i problemi con il loro nome.

Andrebbero bandite tutte le strumentalizzazioni, quelle di chi polemizza con gli avversari politici, ma anche di chi ne approfitta per partire all'attacco della legge Bossi-Fini, che davvero non c'entra nulla con quanto è capitato. E comunque, quanti oggi puntano l'indice contro quella legge sono gli stessi che non qualche anno fa, ma nei giorni scorsi non si sono recati a firmare il referendum per abolirla, impedendo che raggiungesse il numero di firme necessarie, dunque dovrebbero solo tacere.

Non è l'Italia, e nemmeno l'Europa a doversi vergognare, ma sono i nuovi mercanti di schiavi e i governi dell'Africa e del Medio Oriente che quando va bene condannano i loro popoli alla miseria, tra corruzione e malgoverno, quando va male calpestano i loro diritti, li violentano, li derubano e li massacrano in guerre fratricide. Su di loro ricade la vera responsabilità di questa e di altre tragedie, e del dramma dell'immigrazione in generale. E ormai da decenni non c'è più nemmeno l'alibi del colonialismo ad alleggerire le loro colpe. Quando il Papa si reca in visita nelle zone più povere della terra, oltre che abbracciare i bisognosi si ricordi di gridare "vergogna" all'indirizzo dei loro governanti.

Pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà finanziarie al nostro interno accogliamo tutti a braccia aperte, tolleriamo culture e religioni diverse. Anche violente, e anche se non riceviamo lo stesso trattamento. Il diritto d'asilo è riconosciuto e praticato sia in Italia che in Europa. Soccorriamo ogni anno decine di migliaia di profughi, e altrettanti li aiutiamo da lontano con aiuti umanitari. Integriamo milioni di immigrati, permettendo loro di lavorare, e offrendo servizi molto costosi: sanità, istruzione, sussidi. Abbiamo le nostre regole. Migliorabili? Certo, ma umane e in linea con quelle degli altri paesi europei, reato di clandestinità compreso, e per durezza lontane anni luce da paesi civilissimi e da sempre apertissimi all'immigrazione come gli Stati Uniti. In Europa si potrebbe collaborare di più per gestire il fenomeno dell'immigrazione? E' vero, i paesi del centro e del nord Europa ci lasciano un po' troppo soli, ma nemmeno loro è la colpa della tragedia che piangiamo oggi al largo delle nostre coste.

Ne abbiamo abbastanza di queste giornate dell'ipocrisia e della vergogna. E' un'Italia, un'Europa, e un Occidente in generale in cui si cerca la pagliuzza nei nostri occhi e non si nota la trave negli occhi altrui. Ci vergogniamo di quello che siamo, di quello che facciamo, siamo sopraffatti dal senso di colpa per le fortune che ci siamo procurati con l'ingegno, la fatica e la civiltà. Questa è la causa più grande dei nostri mali di questi tempi, del nostro immobilismo. Questo è il malessere dell'anima che rischia di trascinare la civiltà occidentale sulla via del declino.

Tuesday, July 30, 2013

La piccola mistificazione del Sole sull'Imu

Anche su Notapolitica e L'Opinione

I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.

Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).

Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.

Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.

Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.

Wednesday, May 15, 2013

Tre Watergate per Obama

Anche su Rightnation.it

Tre scandali ciascuno dei quali, preso singolarmente, somiglia terribilmente ad un Watergate per il presidente Obama. A differenza di Nixon, manca (ancora) la "pistola fumante" che lo collega personalmente ai misfatti della sua amministrazione, ma politicamente ne è comunque responsabile: il "cover up" (l'insabbiamento) dell'attentato al consolato americano di Bengasi; la condotta persecutoria dell'Irs (l'agenzia delle entrate Usa) nei confronti dei suoi avversari politici; lo spionaggio ai danni dell'agenzia di stampa Ap. Ma le polemiche infuocate che oltreoceano si stanno abbattendo su Obama in Italia vengono relegate nelle ultime pagine dei giornali, o in fondo alle homepage dei siti internet, e solo accennate nei notiziari tv e radio, mentre si è letto di tutto, e viene discusso ogni singolo aspetto, della decisione di Angelina Jolie di farsi asportare i seni per "prevenire" il tumore. L'effetto è quello di una gigantesca operazione di distrazione di massa, che non sarebbe riuscita così bene se fosse stata orchestrata, mentre è solo il frutto del conformismo dei mainstream media.

SPIONAGGIO AP - Per due mesi (aprile-maggio 2012) il Dipartimento di Giustizia ha tenuto sotto controllo 20 utenze telefoniche dell'Associated Press, intercettando a loro insaputa le conversazioni di un centinaio di giornalisti, a caccia della talpa che dall'interno dell'amministrazione passava informazioni riservate all'agenzia di stampa. Un'azione così prolungata e invasiva, per altro non autorizzata dal procuratore generale in persona, Eric Holder, come da regolamento, ma dal suo vice Jim Cole, è senza precedenti. Che funzionari del governo abbiano messo sotto controllo un centinaio fra reporter, caporedattori e direzione, in pratica l'intera redazione centrale della maggiore agenzia di stampa Usa, ha il sapore del Watergate.

Se Hunt e Liddy erano i cosiddetti "plumbers" del presidente Nixon, un team ristretto incaricato di dare la caccia alle talpe interne all'amministrazione, Obama ha usato a questo scopo il Dipartimento di Giustizia, deputato a questo tipo di indagini. Peccato però che abbia fatto ricorso a metodi sporchi, a rischio di incostituzionalità, tanto da suscitare la vibrante indignazione anche del leggendario reporter del caso Watergate Carl Bernstein: «E' vergognoso, pericoloso, non ci sono scuse». Un «evento nucleare», l'ha definito Bernstein, secondo cui il vero scopo dell'indagine era intimidire chi parla con i giornalisti. Ed è irrilevante che la Casa Bianca non ne fosse al corrente, dal momento che scovare e punire le talpe è una politica centrale della presidenza Obama: ne ha perseguite penalmente già sei, più di tutti i predecessori messi insieme. Stavolta anche la stampa amica del presidente, dal Washington Post al New York Times, non ha potuto far altro che esprimere forti preoccupazioni e biasimare i metodi dell'amministrazione, che rischia di trovarsi in violazione del I emendamento (che tutela la libertà di stampa) e del IV (che garantisce i cittadini contro indebite violazioni della sfera personale). Niente di lontanamente paragonabile al caso dell'agente Valerie Plame per cui fu messo in croce Bush.

CASO IRS - E sa di Watergate anche il caso dell'Irs, l'agenzia delle entrate Usa, che ha preso intenzionalmente di mira, trattandole come sospetti evasori, associazioni di destra, del movimento anti-tasse o che proclamano di voler difendere la Costituzione, ossia i più acerrimi nemici dell'amministrazione Obama, per la sola presenza di parole come "tea party" o "patriot" nel loro nome. Le loro pratiche per l'esenzione dal pagamento delle tasse hanno subito un deliberato ostruzionismo da parte dell'Irs (ritardi e controlli non necessari). Per oltre 18 mesi dal 2010, afferma un rapporto del Dipartimento del Tesoro citato dalla Cnn, l'Irs ha sviluppato e applicato una politica scorretta per determinare se i richiedenti fossero o meno coinvolti in attività politiche.

Condotta «inappropriata», ha ammesso il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «No, usare per il piatto principale la forchetta per l'insalata è inappropriato. Usare l'Irs per scopi politici è un reato», ha osservato l'editorialista del WaPost George Will, che parla di «echi di Watergate». Ecco quanto si legge, infatti, tra gli articoli per l'impeachment contro Nixon, adottati nel 1974 dalla Commissione giudiziaria della Camera. «He (Nixon, ndr) has, acting personally and through his subordinates and agents, endeavored to... cause, in violation of the constitutional rights of citizens, income tax audits or other income tax investigations to be initiated or conducted in a discriminatory manner».

BUGIE SU BENGASI - Amministrazione Obama sotto accusa anche per la gestione dell'attentato al consolato di Bengasi dell'11 settembre scorso. Dalle audizioni del Congresso sta emergendo che non solo c'è stata una vera e propria operazione di insabbiamento della natura dell'attacco e della ricostruzione degli eventi, ma che si poteva fare molto di più per salvare la vita dell'ambasciatore e delle altre tre vittime americane. La testimonianza dell'ex vice ambasciatore Gregory Hicks, secondo cui le forze speciali americane sarebbero potute intervenire ma avrebbero ricevuto l'ordine di non muoversi, contraddice quanto detto in precedenza dall'amministrazione, e in particolare dall'ex segretario di Stato Hillary Clinton. La matrice terrorista dell'attacco al consolato, inoltre, fu chiara fin dai primi momenti e a Washington ne erano perfettamente al corrente, ma giorni dopo ancora si sosteneva la versione delle proteste per un video amatoriale su Maometto.

Le e-mail scambiate durante e dopo la crisi fra Dipartimento di Stato, Cia, direttore dell'intelligente e Casa Bianca, e consegnate al Congresso, avvalorano la tesi di Hicks. L'ufficio sicurezza del Dipartimento comprese subito, ad assalto in corso, che si trattava di jihadisti. Il primo rapporto della Cia parlava di «estremisti di Al Qaeda», alcuni «legati ad Ansar al Sharia», ma queste frasi vennero fatte sparire nelle versioni successive su richiesta di una portavoce del segretario di Stato Clinton. Nell'ultima, al posto di «attacco» si parla di «violente dimostrazioni», e ogni riferimento ad Al Qaeda è sostituito da un generico «estremisti». Non solo, dunque, un insabbiamento mediatico nei giorni immediatamente successivi all'attacco e - ricordiamo - vicinissimi al voto per le presidenziali, ma anche un insabbiamento, dinanzi al Congresso, degli errori commessi dall'amministrazione.

Nessun altro presidente americano, probabilmente, ha beneficiato come Obama di una narrazione, e di conseguenza di una copertura mediatica, così positiva. Si può dire che sia addirittura diventato presidente grazie a quella narrazione così carica di passione e speranza. Ora però pesantissimi dubbi si stanno addensando sui metodi con cui Obama e la sua amministrazione "curano" la narrazione degli eventi e si occupano degli avversari politici: manipolazione, intimidazione e violazione dei diritti costituzionali.

Thursday, March 14, 2013

Omertà di casta anche tra i giornalisti?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

I cosiddetti retroscena - un genere letterario, più che giornalistico, tipico della stampa italiana in cui si mischiano maliziosamente fatti e opinioni - ricevono smentite più o meno credibili quasi tutti i giorni. E' capitato spesso anche che il Quirinale smentisse la Repubblica, ma il caso di oggi è particolarmente esemplare e merita una riflessione. Giorgio Napolitano, infatti, ha perso la pazienza e firmato personalmente una brutale smentita dell'ennesimo editoriale/retroscena di Massimo Giannini, il vicedirettore del Repubblica, quindi non proprio l'ultimo arrivato, non l'inesperto stagista.

Nella lettera il giornalista viene accusato di aver dato «una versione arbitraria e falsa dell'incontro» tra il presidente della Repubblica e il segretario e i capigruppo uscenti del Pdl tenutosi martedì al Quirinale. E' «falso - tuona Napolitano - che mi siano stati chiesti "provvedimenti punitivi contro la magistratura": nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta». «Né la delegazione del Pdl - aggiunge - mi ha "annunciato" o prospettato alcun "Aventino della destra"». Con l'aggravante che un comunicato ufficiale del giorno stesso aveva già chiarito tutti questi aspetti. «Comunicato che Giannini - rincara Napolitano - ha ritenuto di poter di fatto scorrettamente smentire sulla base di non si sa quale ascolto o resoconto surrettizio».

Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa?

Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato.

Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato.

Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione?

Friday, February 22, 2013

Italiani in bilico tra "vaffa" e "turarsi il naso"

Anche su Notapolitica

Alcune delle voci che circolano in queste ultime ore di campagna elettorale somigliano a quelle che in un celebre film di Fantozzi circolavano tra i poveri impiegati costretti ad assistere ad un noiosissimo lungometraggio russo mentre era in corso un'epica sfida Italia-Inghilterra: "Si diceva che l'Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d'angolo...".

La realtà è che nessuno – nemmeno colui che ritenete il più acuto dei commentatori, né i sondaggi che filtrano clandestinamente, figuriamoci i vari leader politici – sa che cosa uscirà fuori dalle urne lunedì pomeriggio. Conviene dunque affidarsi al proprio intuito. Ma bando alla favola per cui ognuno pensa con la propria testa... Come avviene in ogni comunità umana, chi più chi meno tutti pensano anche con la testa degli altri. Anche gli elettori. Nel senso che tra le informazioni sulla cui base decidere come votare rientrano anche le previsioni su come voteranno gli altri e sull'esito delle elezioni. E' fisiologico, soprattutto in un momento di grande incertezza, cercare attorno a sé segnali e indicazioni che non si riescono a rintracciare al proprio interno.

In uno schema bipartitico o bipolare, regolato da una legge elettorale semplice e comprensibile, il compito dell'elettore è relativamente facile. Perché una democrazia possa funzionare, a partire dal suo momento più delicato, quello della trasformazione dei voti in seggi, dovrebbe essere il primo requisito di una legge elettorale: che un elettore possa prevedere con ragionevole certezza l'effetto che produce il suo voto sull'esito finale. Ebbene, in Italia si tratta di un esercizio enigmistico, per la quantità di variabili incontrollabili.

In presenza di un'offerta politica così diversificata rispetto alle altre recenti tornate elettorali, come quella del 2008, che fu essenzialmente bipolare, di un meccanismo elettorale contorto, dagli esiti praticamente imprevedibili, e di un sentimento generalizzato di delusione e disgusto degli italiani per i partiti e la politica, è davvero difficile pronosticare alcunché, ma proibitivo persino "scattare fotografie" del momento, come i sondaggisti amano definire il loro lavoro. Si può fare ricorso ad analogie con elezioni passate, e molti paragonano l'annunciato "boom" di Grillo a quello di Berlusconi nel 1994. Secondo alcuni il M5S si avvicinerebbe al 21% con cui esordì Forza Italia. Ma non ci si può limitare al mero dato numerico. Nonostante la carica anti-partitica del Cavaliere all'epoca della sua discesa in campo, infatti, al contrario di Grillo oggi la sua iniziativa esprimeva già una cultura, un'ambizione di governo non in chiave anti-sistema, e si rivolgeva ad una parte ben definita dell'elettorato.

Si dice che un elettore su tre sia ancora "indeciso". Ma i milioni di "indecisi" lo sono davvero, o vengono chiamati così solo perché sondaggisti, osservatori e politici non sopportano l'idea che non abbiano voluto rivelare per chi voteranno? La sensazione è che un un gran numero di elettori non abbia ancora deciso "se" andare a votare, mentre in cuor suo saprebbe eventualmente per chi votare.

Questa assurda legge che proibisce la pubblicazione dei sondaggi a partire dai 15 giorni dal voto ci precipita in una sorta di "teatro dell'assurdo" che apre le porte a qualsiasi bluff o psicosi mediatica. D'altra parte, se foste autorevoli sondaggisti, avreste più paura di sbagliare su Grillo in eccesso, sovrastimandolo, o in difetto, cioè sottostimandolo? Funziona più o meno così: i sondaggisti temono molto più di farsi cogliere di sorpresa dal "boom" di Grillo, cioè di mancare il fenomeno, quindi pensano sia meglio sovrastimarlo. Quindi, per vie riservate, attraverso i politici e gli operatori dei media che hanno accesso ai dati, si trasmette la narrazione della "valanga", o dello "tsunami", come Grillo ha abilmente chiamato il suo tour, all'opinione pubblica. Con ciò non intendo dire che il "boom" di Grillo non ci sarà, ma che ciò a cui stiamo assistendo potrebbe essere il prodotto di una "psicosi" dei sondaggisti, o dell'innamoramento dei media, sempre a caccia di una storia sensazionale da raccontare. Si generano così titoli tipo "valanga Grillo", e tutti ne parlano, ma quale sarà l'effetto di tutto ciò sul comportamento di voto è del tutto imprevedibile. Gli italiani potrebbero credere al “boom” di Grillo e decidere di contribuirvi, oppure di mobilitarsi per contrastarlo; oppure potrebbero non crederci affatto.

Mai come in queste elezioni, forse, gli italiani sono stati in bilico tra un generale "vaffa", che può esprimersi con l'astensione o con il voto a Grillo, e il "turarsi il naso" per l'ennesima volta. E' tutta qui la difficoltà del sondare, o prevedere, le reali intenzioni di voto: quanti intervistati si "vergognano" di confessare di essere ancora disposti a "turarsi il naso", e quindi si dichiarano incerti o dicono di votare Grillo? E quanti, invece, non rispondono, o si nascondono, vergognandosi del loro "vaffa"? In ogni caso, che domenica e lunedì decidiate per il "vaffa" o per "turarvi il naso", non vergognatevene. Sono loro, quelli sulla scheda, che dovrebbero vergognarsi.

Wednesday, November 21, 2012

E' una guerra regionale, media pecoroni!

Anche su Rightnation.it

E', senza forse, uno dei più grandi tumori del nostro tempo in Italia, ma anche in Europa e nell'intero Occidente: il conformismo e il politicamente corretto nel mondo dell'informazione mainstream. Un'informazione che sempre più disinforma perché relativizza, perché in nome di una ipocrita imparzialità calpesta l'obiettività, ha perso ogni riferimento valoriale nella lettura degli eventi, il cui susseguirsi viene riportato privo di nesso causa-effetto, in un flusso di notizie accompagnato da finte analisi e pervaso di un moralismo istantaneo e superficiale, dove prevale la preoccupazione di apparire equanimi e di uniformare la realtà ai propri rassicuranti tabù politicamente corretti. Va bene, non esisteranno il bianco e il nero, ma almeno riportateci le diverse sfumature piuttosto che un unico tono di grigio.

La copertura mediatica dell'ennesima crisi di Gaza è l'ennesima, lampante dimostrazione. L'incapacità di distinguere tra un'organizzazione ferocemente terrorista e barbara come Hamas, che opera non nell'interesse dei palestinesi, ma di uno stato terrorista come l'Iran, e uno stato democratico e civile come Israele, è una vergogna insopportabile, ripugnante. Se il governo israeliano decide di agire sulla spinta dei propri cittadini che in grande maggioranza chiedono un intervento militare per far cessare il lancio di missili sul loro territorio, allora è un bieco calcolo elettorale. Pelo sullo stomaco nei confronti di Israele, però ci si beve la propaganda di Hamas come nemmeno la propaganda nazista negli anni '30.

Hamas spara centinaia di missili (1.500 in pochi giorni), e indiscriminatamente, sulle città israeliane, ma sotto processo mediatico finisce Israele per raid mirati contro obiettivi militari (depositi di armi o leader terroristi). Fa vittime civili? Sicuramente (anche se a dare i numeri, a decidere chi sono i civili e chi i militanti è la stessa Hamas e i media registrano senza verificare). Ma si dimenticano di dire che Hamas non difende minimamente la sua popolazione, anzi usa i civili come "scudi umani", come strumento di propaganda politica: più vittime, più biasimo internazionale si può aizzare contro Israele. Sotto accusa finisce Israele perché la sua reazione è "sproporzionata": la contabilità dei morti a suo favore sottintende che in fondo i razzetti di Hamas sono poco più che fuochi d'artificio. Pazienza se le limitate vittime israeliane sono il risultato degli sforzi del loro governo di proteggere la popolazione, al contrario di Hamas che la usa come "scudo umano".

Ieri sera Hamas ha annunciato un accordo che di fatto non c'era, le trattative erano ancora in pieno svolgimento. Ma era strumentale ad alimentare le aspettative di una tregua imminente, così da far titolare i giornali, l'indomani, sull'accordo sfumato facendo ricadere la colpa su Israele. I media ovviamente hanno abboccato in pieno, nonostante il fatto stesso che Hillary Clinton dovesse ancora giungere nella regione avrebbe dovuto far presagire che l'accordo era ancora lungi dall'essere raggiunto.

Nonostante l'Iran non faccia mistero (anzi, lo rivendica ufficialmente) di aiutare militarmente sia il regime di Assad contro i ribelli, sia Hamas fornendogli missili di gittata sempre maggiore, che mi risulti nessuna delle assennate analisi apparse sui mainstream media si è azzardata ad interpretare quanto sta accadendo come un diversivo iraniano per alleggerire la pressione internazionale su Assad, impegnato in una durissima repressione interna. Ma non lo capite, stupidi, che non c'entrano più le rivendicazioni dei palestinesi, che la "questione palestinese" è morta e sepolta, e che Siria, Gaza, Assad, Hamas, tutto quanto sta accadendo, è parte di un'unica guerra regionale il cui attore, anzi burattinaio principale è l'Iran?

Ebbene, Hamas, che appartiene alla Fratellanza musulmana, lo stesso movimento che esprime il presidente egiziano Morsi, è a un bivio: deve scegliere se affidarsi alla mediazione dei suoi "fratelli" egiziani, se farsi "normalizzare" e moderare dall'Egitto, o se invece giurare fedeltà a Teheran, che gli fornisce i preziosi missili con i quali può ricattare Israele e proseguire la sua guerra. Egitto o Iran, insomma? Sotto esame è anche il nuovo Egitto in mano ai Fratelli musulmani: gli Stati Uniti, ma anche Israele, vogliono capire se è o no un attore di stabilità e se la sua "parentela" con Hamas è d'aiuto o un'ulteriore complicazione.

E invece niente di tutto questo, sui media, siti internet e social network compresi, prosegue lo stucchevole rito - il "terzismo" - di politici e giornalisti tweetstar: condannare la guerra sporca e cattiva, che non serve a nessuno, e mettere sullo stesso piano Hamas e Israele (semmai facendo le pulci a quest'ultimo, colpevole di accanirsi su innocenti e indifesi palestinesi). Facile starsene comodomente seduti davanti al pc in redazione o sul divano di casa e pontificare sull'inutilità della guerra. E' una posa comoda e da persone perbene, che garantisce bella figura a buon mercato, esentati dalla fatica intellettuale e anche dalla responsabilità morale e professionale di distinguere tra aggressore e vittima, di distribuire torti e ragioni.

Monday, November 19, 2012

Il ritorno del broker Monti

Monti in versione broker è tornato, con un road show negli stati del Golfo Persico a caccia di acquirenti per i nostri titoli di stato e altri asset. Peccato che in Kuwait, forse tradito da un'eccessiva autostima e dal desiderio di essere richiamato a Palazzo Chigi, sia incorso in una gaffe attutita solo dalla benevolenza di media compiacenti. Affermare che «ora l'Italia è affidabile», mentre interrogato sul dopo elezioni rispondere «non posso garantire per il futuro» è un'uscita davvero molto istituzionalmente scorretta: come si può accettare che un premier, in visita all'estero, metta in dubbio l'affidabilità del suo paese dopo le elezioni che si terranno solo fra pochi mesi? Per altro, dopo aver esortato ad investire in Italia sfruttando le "basse" valutazioni degli asset del paese? E' sembrato quasi un invito a investire e a disinvestire nell'arco dei tre mesi che ci separano dal voto.

Anche se ci fosse del vero, e se pensasse in cuor suo di non poter garantire sull'affidabilità futura del paese, il suo ruolo gli imporrebbe di non dirlo, almeno non all'estero. L'avesse fatto Berlusconi sarebbe stato - giustamente - crocifisso. E il ministro Riccardi, esponente di punta della lista montezemoliana, probabilmente al di là delle sue intenzioni ha peggiorato la gaffe, confermando che l'impossibilità di offrire garanzie sull'affidabilità politica del nostro paese dopo il voto è proprio ciò che il premier «ha percepito» e ha voluto dire, e che sta agli italiani «fare i conti con le loro scelte». Come dire: siete avvertiti, senza Monti l'Italia non è affidabile.

Dal Qatar Monti, da politico accorto, ha poi corretto il tiro dicendosi «certo» che dopo il voto, «qualsiasi cosa accadrà nella politica italiana», «i governi che verranno opereranno per il risanamento e le riforme». Anzi, di più, «faranno ancora meglio per far progredire l'economia italiana». E anche Napolitano si è affrettato a rassicurare i nostri partner: «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Incidente chiuso, insomma, e della gaffe "anti-italiana" non sembra essersi risentito nessuno.

Tuesday, November 13, 2012

Dibattito non sposterà voti, ma lo vince Bersani

Due i sicuri vincitori del dibattito tv di ieri sera tra i candidati alle primarie del centrosinistra: decisamente Sky, che ha costruito un format nient'affatto male per essere la prima volta, con un ritmo serrato e coinvolgente. Pochi 90 secondi? Il numero degli oratori - cinque - imponeva tempi ristretti per le risposte (immaginate la sonnolenza a concedere più di due minuti a Vendola o alla Puppato) e in ogni caso trovo che sapere esprimere un concetto chiaro, incisivo, con il giusto mix di retorica e concretezza in un minuto circa sia un'abilità che bisogna imparare a pretendere/apprezzare in un politico e che i politici devono coltivare. E diciamola tutta: a volte 90 secondi sono sembrati anche troppi, così poco avevano da dire alcuni. Ma hanno vinto anche le primarie stesse, che obbligano tutti ad una comunicazione politica più stringente, più sul punto, meno autoreferenziale e da talk show. Ormai imprescindibili, il centrodestra ha solo da imparare.

Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.

Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.

Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.

Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.

Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.

Wednesday, October 24, 2012

La Commissione grandi fiaschi/2

«Contrary to the majority of the news coverage this decision is getting and the gnashing of teeth in the scientific community, the trial was not about science, not about seismology, not about the ability or inability of scientists to predict earthquakes». Qualcuno, anche nel mondo scientifico oltreoceano, comincia ad arrivarci. La reazione incredula e sdegnata del mondo scientifico internazionale si deve al sensazionalismo con cui i media hanno riportato la notizia della sentenza dell'Aquila. Il boccone era ghiotto, perché in un paese così screditato in tutte le sue istituzioni come l'Italia, e la magistratura tra le prime, che si possa venire processati, e condannati, per non aver previsto un terremoto suona persino verosimile.

Il reato contestato, e quindi la pena, come ho già scritto, mi sembrano assurdi, ma almeno cerchiamo di metterci d'accordo sull'accusa rivolta ai sismologi e agli altri esperti della Commissione grandi rischi: togliamoci una volta per tutte dalla testa che sono stati condannati per non aver previsto il terremoto. E', semmai, l'esatto contrario: proprio perché i terremoti sono scientificamente imprevedibili, i commissari sono stati accusati di essersi spinti troppo imprudentemente nella previsione opposta - ma sempre di previsione si tratta - e cioè che fosse «improbabile» una forte scossa. Se non si può prevedere che un terremoto ci sarà, non si può prevedere nemmeno che non ci sarà, come invece suggerirono gli esperti. Quindi, l'accusa è di aver fornito «informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, le cause, la pericolosità e i futuri sviluppi dell'attività sismica», dopo una riunione tecnica (45 minuti per valutare il rischio comportato da 400 scosse in quattro mesi di sciame sismico) definita «approssimativa, generica e inefficace».

Il pm parla di «monumentale negligenza» che portò ad un «difetto di analisi del rischio». Ciò che si contesta, insomma, è un tipo di responsabilità con cui ha a che fare qualsiasi professionista. Il giudice può aver valutato male, la sentenza potrà rivelarsi sbagliata, si vedrà dopo il secondo grado di giudizio, ciò che è uscito da quella riunione forse non corrisponde ai pareri effettivamente espressi dagli scienziati, qualcun altro è responsabile di un'errata comunicazione agli aquilani. Tutto si può sostenere a discolpa degli esperti condannati, e per criticare la sentenza, ma non si può mistificare la natura dell'accusa.

Leggendo il verbale della fatidica riunione del 31 marzo (colpevolmente redatto solo dopo il terremoto del 6 aprile, quindi a forte rischio "inquinamento") si ha effettivamente l'impressione di una discussione approssimativa, generica e confusa, persino sui concetti di previsione e di valutazione del rischio. Quando si parla di «valutazione del rischio», ciò che era chiamata ad effettuare la Commissione, non s'intende affatto la mera previsione che si verifichi o meno l'evento pericoloso, o almeno non si esaurisce in un esercizio probabilistico. Si tratta di un concetto ben più complesso, che in quella riunione sembra fosse ignorato, e che comprende sì la probabilità del verificarsi dell'evento, in questo caso il terremoto, ma ponderata con la vulnerabilità dei soggetti esposti al pericolo e con il loro valore (in termini umani e materiali). All'Aquila in quei giorni poteva anche risultare bassa la probabilità, ma la vulnerabilità e il valore dei soggetti esposti erano evidentemente ai massimi livelli e avrebbero richiesto, è quanto sembra concludere la sentenza, maggiori cautele. Erano chiamati ad effettuare una valutazione del rischio, si sono limitati a fare una previsione. Sbagliandola.

Se poi il fatto che i terremoti siano imprevedibili rende automaticamente non fattibile una valutazione del rischio, allora la convocazione stessa di una Commissione grandi rischi per questo tipo di eventi non ha senso, quindi se i sismologi si dimettono da essa ce ne faremo una ragione.

Thursday, October 18, 2012

Anche Monti, come Berlusconi, fregato da Tesoro e Ragioneria?

Prima la Repubblica, poi il Sole24 Ore, prosegue l'offensiva mediatica del ministro del Tesoro Grilli per difendere la legge di stabilità dalle numerose critiche di queste ore – sulla retroattività del taglio alle agevolazioni fiscali, sulla tentata stangata ai disabili e ai servizi ad essi dedicati, così come sui tagli alla sanità. Ma nel complesso, l'obiettivo comunicativo di cui abbiamo scritto su queste pagine nei giorni scorsi – nascondere un ulteriore aumento di tasse incrociando tra di loro tagli e aumenti di imposte – può dirsi raggiunto. Ancora oggi, infatti, dopo che il testo definitivo è stato finalmente presentato alle Camere, sono oggetto di polemica le singole misure, ma dal dibattito non emerge con sufficiente chiarezza che nonostante il timido intervento sull'Irpef, nel 2013 e negli anni seguenti pagheremo complessivamente più tasse.

Nessun giornale ha ancora chiesto conto al ministro Grilli del saldo reale delle misure fiscali. E' vero che se si guarda alla legislazione vigente, nella quale l'aumento di ben due punti dell'Iva a partire da luglio era già stato inserito, l'aumento di un solo punto può essere presentato come una diminuzione dell'imposta, che si andrebbe ad aggiungere al mini-taglio delle aliquote Irpef e alla detassazione dei salari di produttività. Ma il suo effetto concreto, rispetto all'anno precedente, sarà di 3,3 miliardi in meno nelle tasche degli italiani e altrettanti in più nelle casse dello Stato. Non si capisce quindi come mai nessun importante organo di stampa obietti a Grilli che gli 8,7 miliardi di tasse in meno che continua ad annunciare sono in realtà 5,4 miliardi, a fronte di aumenti di imposte per circa 6,7 miliardi. Rapporto destinato a peggiorare, a legislazione invariata, dal 2014: circa 6,6 miliardi contro circa 10.

E sorprende come sia passata praticamente inosservata la grave gaffe del ministro sulla retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni, che è sì – ammette – una violazione dello statuto dei contribuenti, ma negli anni, spiega con stupefacente faccia tosta, le violazioni «sono la regola piuttosto che l'eccezione». Il che con tutta evidenza non giustifica affatto ulteriori violazioni, semmai le aggrava, essendo intenzionali e reiterate. E' tollerabile che un ministro ammetta candidamente di non rispettare la legge? E se i contribuenti, a loro volta, si giustificassero dicendo che negli anni l'evasione fiscale è stata la regola piuttosto che l'eccezione?
(...)
E che sia il ministro Grilli a esporsi sulla legge di stabilità, a metterci la faccia, mentre il premier sull'argomento tace da una settimana, dalla conferenza stampa al termine del Cdm del varo, potrebbe essere l'indizio di un malumore. Che il presidente Monti e altri ministri fossero davvero convinti che si aprisse la strada, o almeno un viottolo, ad una riduzione delle tasse? E' possibile che il Tesoro, dal ministro Grilli al suo gabinetto, passando per la Ragioneria generale, abbiano usato il mini-taglio dell'Irpef come cortina fumogena anche nei confronti del resto del governo, premier compreso? Congetture, certo, ma a leggere il lungo elenco di imposte e balzelli "minori", che insieme al taglio di detrazioni e deduzioni alla fine fa pendere la bilancia sul lato delle maggiori entrate, la sensazione è che mentre il Cdm decideva il senso strategico del testo puntando sulla riduzione dell'Irpef per compensare il parziale aumento dell'Iva, quindi in un gioco a somma zero, in fase di messa a punto il saldo delle misure fiscali sia stato deviato a sfavore dei contribuenti.
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Wednesday, October 17, 2012

Vittoria striminzita di Obama, debacle dei media

Anche su Rightnation.it

Nulla a che vedere con la sconfitta che Romney ha inflitto al presidente nel primo dibattito, a Denver. E' stata una vittoria striminzita quella di Obama ieri sera, nel secondo match televisivo. Lo dimostrano anche i numeri dei sondaggi post-debate della Cbs, non esattamente un covo di repubblicani: 37 a 30% per Obama, con un 33% che ha visto un pareggio. Nessun dubbio, invece, sul fatto che Romney è sembrato di gran lunga più convincente di Obama sull'economia: 65-34%. Se l'impressione complessiva premia il presidente anche per la Cnn (46-39%), anche qui su tutti i principali temi economici i telespettatori hanno visto Romney più convincente (58-40% sull'economia, 49-46% sulla sanità, 51-44% sulle tasse e 59-36% sul deficit).

Anche se Obama ha forse centrato l'obiettivo minimo, quello di cancellare l'immagine di un presidente con le pile scariche, da pugile suonato e remissivo, trasmessa a Denver, non credo sia riuscito ad invertire il trend pro-Romney, al massimo ad arrestarlo.

Ma l'aspetto più degno di nota del dibattito di ieri è senza alcun dubbio la scorrettezza della moderatrice. Il momento cruciale quando la giornalista della Cnn, Candy Crowley, ha confermato in diretta la versione falsa di Obama, salvando il presidente da un vero e proprio colpo da ko sull'attacco di Bengasi costato la vita all'ambasciatore Stevens (qui il video).

Rispondendo alla domanda Obama ha mentito, dicendo che «the day after the attack... I told the American people (...) That this was an act of terror». Al che Romney ha replicato che «ci sono voluti 14 giorni prima che il presidente definisse l'attacco di Bengasi un act of terror». All'invito del presidente di prendere la trascrizione la conduttrice è intervenuta dando ragione ad Obama (e scandendo meglio su suo invito: «Can you say that a little louder, Candy?»). Ma non è così: Obama ha in effetti pronunciato le parole «act of terror» in quel discorso al Rose Garden, ma in generale, di sicuro non come definizione della natura dell'attacco al consolato di Bengasi (qui la trascrizione), mentre anche la conduttrice ha concesso a Romney che per molto tempo l'amministrazione ha lasciato intendere che l'attacco fosse legato al video oltraggioso della figura di Maometto.

Su tutti i siti italiani, ovviamente, è finito «lo scivolone di Romney sulla Libia», ma la notizia non è Romney che «balbetta», o che «si è fatto fregare», bensì la moderatrice che in diretta arriva ad avvalorare un'affermazione falsa di Obama pur di evitargli un colpo da ko. Cosa avrebbe potuto Romney, senza carte in mano, contro due (di cui uno in teoria imparziale) che affermavano il falso? Certo che il punto è andato a Obama, ma non si è trattato di un autogol di Romney, bensì di un rigore inesistente concesso a Obama da un arbitro di parte.

La Crowley come un'Annunziata qualsiasi, dalla selezione delle domande alle interruzioni, fino alla scena madre. Non ricordo un dibattito presidenziale condotto in modo così fazioso come quello di ieri. Un segnale davvero brutto per i media americani, sempre più incapaci di imparzialità, ormai persino nel condurre i dibattiti presidenziali. In tutti e tre quelli finora svolti un repentino cambio di argomento ha troppo spesso tolto Obama dall'imbarazzo e neanche nei tempi è stata rispettata la "par condicio" tra i candidati, come sottolinea Nardelli su Rightnation.it: Romney e Ryan hanno parlato per un totale di 119 minuti e 33 secondi, Obama e Biden invece per 128 e 26. Una differenza di ben 8 minuti e 53 secondi (42:50 a 38:32 nel primo dibattito, 41:32 a 40:11 in quello tra i vice, 44:04 a 40:50 nel secondo).

E dinanzi alla screanzata partigianeria dei media Usa, la mancanza (ma non è una novità) di spirito critico e coraggio dei media e dei giornalisti italiani, persino quelli non di sinistra. Piuttosto che andare controcorrente, più a loro agio con le analisi paludate, più elegante lo sfoggio di terzismo.