Hanno ragione Francia, Spagna e Austria, che non sono certo governate da
pericolosi estremisti... E torto l'Italia, che
sull'emergenza migranti, per lo più autoinflitta, non rispetta leggi e
regole, e soprattutto i suoi cittadini
Praticamente, ieri sera al vertice di Parigi sull'emergenza migranti, Francia Germania e Italia hanno adottato il "piano Zuccaro" sulla condotta delle ong. Le prove dovevano essere proprio convincenti...
Se tra i punti dell'intesa sul protocollo di condotta delle ong c'è 1) il divieto di entrare in acque libiche; 2) il divieto di spegnere i trasponder a bordo; e 3) il divieto di lanciare segnali luminosi verso la costa libica, vuol dire che al momento un numero non irrilevante delle navi delle ong fanno esattamente queste tre cose: entrano in acque libiche, spengono i trasponder e lanciano segnali luminosi ai trafficanti. E questo non è soccorso...
Prima, anzi fino a ieri, non c'era nemmeno un'emergenza, era un fenomeno ineluttabile a cui abituarsi, vi dicevano. D'un tratto, nell'arco di un weekend, il fenomeno è diventato "ingestibile", tanto da dover chiudere i porti... E il problema è l'Europa? Qualcosa non torna...
L'emergenza migranti (come il debito pubblico e la nostra interminabile crisi economica) è per lo più autoinflitta, abbiamo incoraggiato il business per anni. Più siamo andati a prenderli vicino alle coste libiche, meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare. Non ci voleva un genio per capirlo... Chiunque dotato di buon senso e onestà intellettuale non può che concludere che le politiche dei governi italiani e l'attività delle ong hanno di fatto incoraggiato il fenomeno (nient'affatto ineludibile, almeno non in queste forme - tratta di essere umani - e in questi numeri), lo hanno reso meno rischioso e più redditizio per i trafficanti, più mortale per i migranti. Anche il New York Times è xenofobo e razzista??
Certo, la crisi generata dal caos libico (grazie Obama, Clinton, Sarkozy, Cameron), ma è stata aggravata dalle politiche dissennate dei governi Letta e Renzi. Profughi una estrema minoranza, sulle nostre coste arrivano da sempre migranti economici, che spesso non fuggono nemmeno da una condizione di miseria assoluta: leggere queste scomode verità. Di quelli nessuno in Europa ne voleva e ne vuole sapere. Abbiamo ancora la nostra sovranità, i nostri confini e gli strumenti per farli rispettare. È una questione di volontà politica nostra, non di chiedere permessi o aiuti a Bruxelles. Tirare in ballo - ora - l'Ue serve solo a cercare di coprire le responsabilità di chi c'è e di chi c'era al governo...
La realtà è che si sono finalmente accorti che la politica dell'accoglienza è alla lunga insostenibile, che sull'immigrazione senza limiti hanno perso consensi (referendum e amministrative), e ora che le politiche sono dietro l'angolo, et voilà, il "blocco" non è più xenofobo, razzista, disumano. Però per giustificare il cambio di linea prendono come alibi presunte inadempienze dell'Ue. Cialtroni. Ipocriti. Codardi.
E' un gioco delle parti. La relocation riguarda i rifugiati, un'estrema minoranza di quanti arrivano in Italia. Al di là delle pacche sulle spalle, la posizione dell'Ue è chiara da tempo (ed è la più ovvia): identificazione e rimpatri (e aiuti in Africa). Se poi il governo italiano vuole accogliere tutti, problemi suoi. Al massimo uno sconticino sul deficit. Il governo italiano lo sa bene, ma continua a lamentarsi con l'Ue che "non ci aiuta" per giustificare all'opinione pubblica la crisi e il cambio di linea. Poi ci sarebbe il tema Libia, ma l'Ue non esiste (per una soluzione bussare a Washington e Mosca), ogni nazione fa i suoi interessi. Anche questa non è una novità...
Il presidente francese Macron ha il merito di aver detto le cose come stanno, mentre dagli altri solo ipocrisia. "La Francia deve fare la sua parte sull'asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c'è il problema dei migranti economici, e questo non è un tema nuovo: l'80% dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici (dati Viminale, ndr). Non dobbiamo confondere". E questa è la vera posizione di tutti i paesi. Solo in Italia si è voluto confondere, per confondere i cittadini, e giustificare un'accoglienza indiscriminata. Ora arriva il conto, politico ed economico.
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Monday, July 03, 2017
Friday, March 10, 2017
Dal Russia-gate al Watergate di Obama
La storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali per far vincere Trump, con la sua complicità, sta evaporando. Ciò che resta sono le trame di Obama contro il suo successore
Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.
Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).
Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.
A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.
Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".
Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?
Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.
La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".
Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).
Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".
Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.
Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).
Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.
A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.
Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".
Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?
Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.
La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".
Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).
Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".
Monday, March 06, 2017
Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump
Versione ridotta pubblicata su L'IntraprendenteUn caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate
Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...
Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.
Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.
Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.
Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?
Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.
A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.
Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.
Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.
L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.
Tuesday, June 21, 2016
Trump e Brexit: ribellione contro il politicamente corretto
Una rabbia cieca verso l'establishment politico e una paura irrazionale dell'immigrazione. Sarebbero questi, secondo la maggior parte degli osservatori, i due fattori che più alimentano fenomeni definiti populistici come la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca, al di là dell'Atlantico, e al di qua l'ampio consenso all'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea, su cui i cittadini britannici decideranno il prossimo 23 giugno.
Prima dell'assassinio della deputata laburista Jo Cox i sondaggi registravano una maggioranza di favorevoli alla cosiddetta Brexit, con vantaggi anche superiori ai 7 punti percentuali, ma anche oggi il consenso è ampio tanto da rendere l'esito del referendum ancora incerto. Il 41% degli intervistati indica l'immigrazione tra i temi più importanti per la sua decisione di voto e circa la metà ritiene che il problema sarebbe gestito meglio dalla Gran Bretagna fuori dall'Ue. Fondati o meno, gli argomenti allarmistici della campagna pro Ue potrebbero aver sortito l'effetto opposto. Qualche giorno fa il presidente dell'Eurogruppo, e ministro delle finanze olandese Dijsselbloem metteva in guardia: "In Olanda di referendum sull'Ue ne abbiamo avuti due, e la mia esperienza è che una cosa che sicuramente non funziona è quella di minacciare gli elettori con conseguenze terribili: non è un buon approccio".
Ma c'è qualcos'altro, oltre la paura? L'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall ha cercato di indagare il meccanismo psicologico alla base del risentimento che sembra animare i sostenitori di Trump, giungendo alla conclusione che è in atto una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto - che si tratti di immigrazione e minoranze, di parità di genere, religioni, o di qualsiasi altro tema.
In molti elettori bianchi, osserva Edsall, è radicata la convinzione che il multiculturalismo imposto per legge, quella rete di leggi e direttive antidiscriminatorie a livello statale, locale e federale, e altri atti regolatori volti a implementare politiche di discriminazione positiva, siano stati progettati "per portare gli americani alla sottomissione", e che il politicamente corretto sia un mezzo censorio e coercitivo per silenziare la loro opposizione, per esempio all'immigrazione legale e illegale. E il rifiuto dei Democratici e in generale della sinistra americana di ascoltare, di concedere una qualche legittimità al malcontento dell'America bianca per la perdita di potere e status a vantaggio di minoranze e ondate di immigrati da tutto il mondo non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco.
Per comprendere questa rivolta di ampi settori dell'opinione pubblica contro tutto ciò che suona politicamente corretto, Jonathan Haidt, professore presso la New York University, suggerisce di ricorrere al concetto di "reattanza psicologica", descritta come "la sensazione che si prova quando cercano di impedirti di fare qualcosa che hai sempre fatto, e percepisci che non hanno alcun diritto o giustificazione per fermarti. Così raddoppi i tuoi sforzi e lo fai ancora di più, solo per dimostrare che non accetti il loro dominio. E gli uomini, in particolare, sono preoccupati di dimostrare che non accettano il dominio". "Questa reazione - scriveva nel 1966 Jack W. Brehm, il primo a sviluppare questa teoria - è particolarmente comune quando gli individui si sentono obbligati ad adottare una particolare opinione o ad impegnarsi in un comportamento specifico. In particolare, una diminuzione percepita nella libertà accende uno stato emotivo, chiamato reattanza psicologica, che suscita comportamenti volti a ripristinare questa autonomia".
Tradotto al fenomeno Trump, secondo Jonathan Haidt "decenni di politicamente corretto, teso a rappresentare gli uomini bianchi eterosessuali come cattivi e oppressori, ha causato un certo grado di reattanza in molti, forse nella maggior parte di loro". Sia nei luoghi di lavoro che nel mondo accademico, Haidt sostiene che l'approccio accusatorio e vendicativo di molti attivisti per la giustizia sociale e sostenitori del multiculturalismo potrebbe in realtà aver accresciuto in molti il desiderio e la volontà di dire e fare cose non politicamente corrette. Da una ricerca di Simon Hedlin e Cass Sunstein, emerge che alcune persone respingono una politica o un'azione, anche se chiaramente nel loro vantaggio, quando si sentono spinte o costrette a prendere la decisione "giusta".
Trump, che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. In politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori. La dichiarazione del presidente Obama sulla strage a Orlando, in Florida, epurata da ogni riferimento alla matrice islamista dell'attacco, è il tipico esempio del politicamente corretto contro il quale si ribellano Trump e suoi sostenitori.
Tornando al di qua dell'Atlantico, sul consenso alla Brexit, e in generale sul successo dei movimenti euroscettici, non c'è solo la paura. Anche l'europeismo negli anni è diventato un tabù del politicamente corretto, tanto da suscitare repulsione viscerale in un numero sempre maggiore di cittadini europei, a prescindere dai singoli problemi e Paesi. Emblematiche dell'atteggiamento miope delle elite europeiste sono le parole di Mario Monti, che bolla il referendum britannico come "abuso di democrazia".
La sensazione di perdita di identità, culturale e socio-economica, di fronte a grandi cambiamenti sia demografici che economici alimenta, anche in modo esagerato, paure e insicurezze dei ceti medi e medio-bassi. Ma bisogna chiedersi senza pregiudizi se sono totalmente ingiustificate, irrazionali, o se invece trovano un qualche riscontro nella realtà. E se c'è dell'altro, oltre la paura, ossia una legittima resistenza culturale e politica, sebbene istintiva. Si tratta di fantasmi, oppure è in corso da decenni una ridefinizione, da parte delle elite dominanti, di linguaggi e comportamenti, un processo di imposizione di narrazioni, agende, legislazioni, sostenute ricorrendo al politicamente corretto, sempre più spesso anche a dispetto di qualsiasi dato di realtà?
Conquistata la piena eguaglianza formale di fronte alla legge, estirpando odiose discriminazioni di genere e razziali, è iniziata sia al di là dell'Atlantico, sia al di qua (sebbene con qualche ritardo), una lunga fase di politiche risarcitorie, di discriminazione positiva, volte a garantire un'eguaglianza anche sostanziale. Una legislazione di favore sostenuta facendo leva sul politicamente corretto e sui sensi di colpa del resto della popolazione. Che si tratti di minoranze o di parità di genere, il sistema delle quote protette in tutti gli ambiti, dai posti nelle scuole alle liste elettorali, fino ai cda delle aziende, ne è il tipico esempio.
Poi c'è il fenomeno della nuova immigrazione che, sempre per "correttezza politica", viene gestito nel mito del multiculturalismo, dell'apertura delle frontiere e dell'accoglienza umanitaria come assoluto morale, nell'illusione che un salario o un sussidio, un permesso di soggiorno o un facile accesso alla cittadinanza, magari chiudendo un occhio su qualche "intemperanza" da tollerare in nome del relativismo culturale, possano bastare a raggiungere una piena e vera integrazione.
Queste politiche sono o fallite, o ritenute ormai ingiustificate e ingiuste da un numero sempre crescente di cittadini. Vengono viste come una forzatura delle "regole del gioco", dei favoritismi o, peggio, come un tentativo di ristrutturare dall'alto la società.
Nel gioco di tutele e risarcimenti da concedere alle varie minoranze a colpi di politicamente corretto, risentimenti e rivendicazioni reciproche si sono amplificate, anziché placarsi, innescando un processo di destrutturazione delle nostre società, che rischiano di non essere più comunità di individui portatori di uguali diritti e doveri, ma un insieme di gruppi e minoranze non solo "disintegrati", ma in competizione tra loro per ricevere privilegi e sussidi dal potere pubblico. Talmente tanti gruppi e minoranze a cui è stato riconosciuto un trattamento di favore, o di cui si sono tollerate forme di illegalità, anche gravi, che chi è rimasto fuori dal giro dei "favoristismi" si sente a sua volta una minoranza, e come tale nutre il suo risentimento. Uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali fanno parte di questa nuova "minoranza", che non ha bisogno di particolari protezioni, ma essendo da decenni additata come responsabile delle peggiori discriminazioni, è ora alla ricerca di riscatto, innanzitutto ribellandosi al politicamente corretto sotto qualsiasi forma si presenti.
Oltre a bollare come populistici certi fenomeni, e liquidarli come figli di una paura irrazionale, dovremmo interrogarci sui danni arrecati dai professionisti del politicamente corretto e dalla pigrizia intellettuale della classe politica e del mondo mediatico.
Prima dell'assassinio della deputata laburista Jo Cox i sondaggi registravano una maggioranza di favorevoli alla cosiddetta Brexit, con vantaggi anche superiori ai 7 punti percentuali, ma anche oggi il consenso è ampio tanto da rendere l'esito del referendum ancora incerto. Il 41% degli intervistati indica l'immigrazione tra i temi più importanti per la sua decisione di voto e circa la metà ritiene che il problema sarebbe gestito meglio dalla Gran Bretagna fuori dall'Ue. Fondati o meno, gli argomenti allarmistici della campagna pro Ue potrebbero aver sortito l'effetto opposto. Qualche giorno fa il presidente dell'Eurogruppo, e ministro delle finanze olandese Dijsselbloem metteva in guardia: "In Olanda di referendum sull'Ue ne abbiamo avuti due, e la mia esperienza è che una cosa che sicuramente non funziona è quella di minacciare gli elettori con conseguenze terribili: non è un buon approccio".
Ma c'è qualcos'altro, oltre la paura? L'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall ha cercato di indagare il meccanismo psicologico alla base del risentimento che sembra animare i sostenitori di Trump, giungendo alla conclusione che è in atto una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto - che si tratti di immigrazione e minoranze, di parità di genere, religioni, o di qualsiasi altro tema.
In molti elettori bianchi, osserva Edsall, è radicata la convinzione che il multiculturalismo imposto per legge, quella rete di leggi e direttive antidiscriminatorie a livello statale, locale e federale, e altri atti regolatori volti a implementare politiche di discriminazione positiva, siano stati progettati "per portare gli americani alla sottomissione", e che il politicamente corretto sia un mezzo censorio e coercitivo per silenziare la loro opposizione, per esempio all'immigrazione legale e illegale. E il rifiuto dei Democratici e in generale della sinistra americana di ascoltare, di concedere una qualche legittimità al malcontento dell'America bianca per la perdita di potere e status a vantaggio di minoranze e ondate di immigrati da tutto il mondo non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco.
Per comprendere questa rivolta di ampi settori dell'opinione pubblica contro tutto ciò che suona politicamente corretto, Jonathan Haidt, professore presso la New York University, suggerisce di ricorrere al concetto di "reattanza psicologica", descritta come "la sensazione che si prova quando cercano di impedirti di fare qualcosa che hai sempre fatto, e percepisci che non hanno alcun diritto o giustificazione per fermarti. Così raddoppi i tuoi sforzi e lo fai ancora di più, solo per dimostrare che non accetti il loro dominio. E gli uomini, in particolare, sono preoccupati di dimostrare che non accettano il dominio". "Questa reazione - scriveva nel 1966 Jack W. Brehm, il primo a sviluppare questa teoria - è particolarmente comune quando gli individui si sentono obbligati ad adottare una particolare opinione o ad impegnarsi in un comportamento specifico. In particolare, una diminuzione percepita nella libertà accende uno stato emotivo, chiamato reattanza psicologica, che suscita comportamenti volti a ripristinare questa autonomia".
Tradotto al fenomeno Trump, secondo Jonathan Haidt "decenni di politicamente corretto, teso a rappresentare gli uomini bianchi eterosessuali come cattivi e oppressori, ha causato un certo grado di reattanza in molti, forse nella maggior parte di loro". Sia nei luoghi di lavoro che nel mondo accademico, Haidt sostiene che l'approccio accusatorio e vendicativo di molti attivisti per la giustizia sociale e sostenitori del multiculturalismo potrebbe in realtà aver accresciuto in molti il desiderio e la volontà di dire e fare cose non politicamente corrette. Da una ricerca di Simon Hedlin e Cass Sunstein, emerge che alcune persone respingono una politica o un'azione, anche se chiaramente nel loro vantaggio, quando si sentono spinte o costrette a prendere la decisione "giusta".
Trump, che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. In politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori. La dichiarazione del presidente Obama sulla strage a Orlando, in Florida, epurata da ogni riferimento alla matrice islamista dell'attacco, è il tipico esempio del politicamente corretto contro il quale si ribellano Trump e suoi sostenitori.
Tornando al di qua dell'Atlantico, sul consenso alla Brexit, e in generale sul successo dei movimenti euroscettici, non c'è solo la paura. Anche l'europeismo negli anni è diventato un tabù del politicamente corretto, tanto da suscitare repulsione viscerale in un numero sempre maggiore di cittadini europei, a prescindere dai singoli problemi e Paesi. Emblematiche dell'atteggiamento miope delle elite europeiste sono le parole di Mario Monti, che bolla il referendum britannico come "abuso di democrazia".
La sensazione di perdita di identità, culturale e socio-economica, di fronte a grandi cambiamenti sia demografici che economici alimenta, anche in modo esagerato, paure e insicurezze dei ceti medi e medio-bassi. Ma bisogna chiedersi senza pregiudizi se sono totalmente ingiustificate, irrazionali, o se invece trovano un qualche riscontro nella realtà. E se c'è dell'altro, oltre la paura, ossia una legittima resistenza culturale e politica, sebbene istintiva. Si tratta di fantasmi, oppure è in corso da decenni una ridefinizione, da parte delle elite dominanti, di linguaggi e comportamenti, un processo di imposizione di narrazioni, agende, legislazioni, sostenute ricorrendo al politicamente corretto, sempre più spesso anche a dispetto di qualsiasi dato di realtà?
Conquistata la piena eguaglianza formale di fronte alla legge, estirpando odiose discriminazioni di genere e razziali, è iniziata sia al di là dell'Atlantico, sia al di qua (sebbene con qualche ritardo), una lunga fase di politiche risarcitorie, di discriminazione positiva, volte a garantire un'eguaglianza anche sostanziale. Una legislazione di favore sostenuta facendo leva sul politicamente corretto e sui sensi di colpa del resto della popolazione. Che si tratti di minoranze o di parità di genere, il sistema delle quote protette in tutti gli ambiti, dai posti nelle scuole alle liste elettorali, fino ai cda delle aziende, ne è il tipico esempio.
Poi c'è il fenomeno della nuova immigrazione che, sempre per "correttezza politica", viene gestito nel mito del multiculturalismo, dell'apertura delle frontiere e dell'accoglienza umanitaria come assoluto morale, nell'illusione che un salario o un sussidio, un permesso di soggiorno o un facile accesso alla cittadinanza, magari chiudendo un occhio su qualche "intemperanza" da tollerare in nome del relativismo culturale, possano bastare a raggiungere una piena e vera integrazione.
Queste politiche sono o fallite, o ritenute ormai ingiustificate e ingiuste da un numero sempre crescente di cittadini. Vengono viste come una forzatura delle "regole del gioco", dei favoritismi o, peggio, come un tentativo di ristrutturare dall'alto la società.
Nel gioco di tutele e risarcimenti da concedere alle varie minoranze a colpi di politicamente corretto, risentimenti e rivendicazioni reciproche si sono amplificate, anziché placarsi, innescando un processo di destrutturazione delle nostre società, che rischiano di non essere più comunità di individui portatori di uguali diritti e doveri, ma un insieme di gruppi e minoranze non solo "disintegrati", ma in competizione tra loro per ricevere privilegi e sussidi dal potere pubblico. Talmente tanti gruppi e minoranze a cui è stato riconosciuto un trattamento di favore, o di cui si sono tollerate forme di illegalità, anche gravi, che chi è rimasto fuori dal giro dei "favoristismi" si sente a sua volta una minoranza, e come tale nutre il suo risentimento. Uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali fanno parte di questa nuova "minoranza", che non ha bisogno di particolari protezioni, ma essendo da decenni additata come responsabile delle peggiori discriminazioni, è ora alla ricerca di riscatto, innanzitutto ribellandosi al politicamente corretto sotto qualsiasi forma si presenti.
Oltre a bollare come populistici certi fenomeni, e liquidarli come figli di una paura irrazionale, dovremmo interrogarci sui danni arrecati dai professionisti del politicamente corretto e dalla pigrizia intellettuale della classe politica e del mondo mediatico.
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Friday, October 28, 2011
La strada è quella di Ichino
Nella lettera di intenti alla Ue il passaggio che sta suscitando la levata di scudi dei sindacati e delle opposizioni (tutte, pure quelle che rivendicano un atteggiamento "responsabile") è un'enunciazione generica: «Entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Per capire come il governo intende attuarla in concreto, e soprattutto se sarà in grado di farlo, bisognerà aspettare, ma lo schema Ichino, a cui oggi in un intervento telefonico su Canale 5 Berlusconi ha fatto riferimento («la strada è quella del ddl Ichino»), mi sembra il più opportuno da seguire sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché di fatto consente il licenziamento per motivi economici od organizzativi, dietro un indennizzo da corrispondere al lavoratore la cui entità cresce con l'anzianità di servizio, e prevede la trasformazione della cassa integrazione in un sussidio di disoccupazione universale, decrescente nel tempo e condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore a nuove proposte e alla riqualificazione. La flexsecurity di stampo scandinavo, insomma, dove è ovvio che il fattore più delicato per le specificità italiane sta nel sussidio: quello prefigurato da Ichino mi sembra troppo generoso, attraente per entrambe le parti.Ma è comunque conveniente per il governo e la maggioranza, dal punto di vista politico, procedere su questa strada, perché è una buona riforma ed è la proposta di un senatore e giuslavorista del Pd, sottoscritta da ben 54 senatori dell'opposizione. Come farebbe il Pd a tirarsi indietro e allo stesso tempo a presentarsi come forza di governo ed "europea"? Di «minacce inaccettabili» ai lavoratori parlano Bersani e Fassina e l'ex ministro Pd Cesare Damiano boccia senz'appello non solo la generica enunciazione del governo nella lettera di intenti all'Ue, ma anche le proposte di Ichino. Di Pietro ovviamente alza i toni, parlando di «contenuto pericoloso» e di un «omicidio sociale», ma anche il "moderato" Casini, quando si comincia a parlare di cose concrete, getta la maschera: lo definisce un «patto scellerato» contro il lavoro e a parole si dice a favore di un mercato «più flessibile», ma propone di affidarsi alla concertazione con le parti sociali, che è come chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Non se ne farebbe niente. Vale dunque per tutte le opposizioni, nessuna esclusa, nemmeno i centristi, quello che scrive Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio:
«Un giorno deridono il governo perché non avrebbe la fiducia dell'Ue, il giorno dopo insorgono contro il programma di riforme per lo sviluppo concordato in sede europea... Insorgere è facile, prepararsi al governo è difficile. Ma la prima ginnastica è propria di una concezione irresponsabile delle istituzioni, la seconda è un preciso dovere repubblicano per chi ha avuto il mandato di opporsi e di offrire ai cittadini una prospettiva diversa...».E' ovvia la risposta di Bersani all'appello di Berlusconi alla responsabilità delle opposizioni: sì sulle proposte su cui conveniamo, no su quelle su cui non conveniamo. Peccato che non è dato sapere quali condividono e quali no, o meglio l'impressione è che stringi stringi non ci sia nulla che condividano, per il solo fatto che a proporle è Berlusconi. Nell'intervista di oggi a Il Messaggero, tra l'altro, reiterando la strategia dalemiana di rincorsa dell'Udc, Bersani certifica il fallimento del Pd, quando afferma che «non sto parlando di un'ammucchiata, ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l'Italia». Ma come, non doveva essere proprio il Pd «l'incontro tra progressisti e moderati»? La necessità di un'alleanza con l'Udc, a giocare il ruolo della Margherita nell'Ulivo, dimostra che Pd = Pci-Pds-Ds.
Perché mi accanisco sull'opposizione? Primo, perché mi accanisco pure sul governo, e i post di questi mesi lo dimostrano. Secondo, a giudicare dagli articoli che si leggono negli ultimi giorni non sono l'unico a pre-occuparmi della mancanza di un'alternativa di governo al centrodestra berlusconiano, né sono l'unico a diffidare di governi "tecnici". «Italy Risks Post-Berlusconi Hangover», era il titolo di un commento di ieri sul Wall Street Journal di Murdoch:
«Many hope he might be replaced by a technocratic government with the power to make difficult decisions. A bigger risk is that early elections lead to instability and government paralysis. (...) For a technocratic government, the political challenge might be too great. But if the alternative is no government at all, Mr. Berlusconi might be the least-worst option».E «For Italy, Berlusconi Is a Problem but Also a Solution» è il titolo di un articolo del New York Times oggi:
«... if there is one thing many Italians fear more than the current government it is the available alternatives».Intanto, Berlusconi finalmente sembra aver sciolto le riserve sulla futura leadership del Pdl e del centrodestra: primarie. Il candidato premier per il 2013 sarà scelto con le primarie? «Certo, sarà un candidato che sceglieremo con un sistema elettorale sul modello dei partiti americani, che coinvolgono nella scelta della politica tutti i cittadini che desiderano partecipare». Così ha risposto a Belpietro, questa mattina su Canale 5.
Thursday, December 03, 2009
Processo Knox ultimo atto. L'accusa del New York Times
Su il Velino
Mentre a Perugia vanno in scena gli ultimi atti del processo alla studentessa americana Amanda Knox e a Raffaele Sollecito, accusati dell'omicidio di Meredith Kercher - oggi le repliche di accusa e difese e le dichiarazioni spontanee dei due imputati, prima che la Corte si riunisca in camera di consiglio per esprimere il suo verdetto - da Timothy Egan, che segue il caso per il New York Times, arriva un nuovo duro atto d'accusa al modo di procedere dei magistrati italiani. Le sue critiche meriterebbero l'attenzione anche del mondo politico - sebbene almeno a Perugia non sia implicato Berlusconi - nel momento in cui il Parlamento si appresta a discutere di riforme. Un processo che secondo Egan «ha poco a che fare con prove concrete e molto con l'abitudine italiana a salvare la faccia».
LEGGI TUTTO
«Zero prove fisiche» che Amanda fosse sulla scena del delitto, solo speculazioni sulla sua personalità stravagante e disibinita. Il giornalista americano contesta i metodi usati dall'accusa accostandoli all'Inquisizione; mostra di aver compreso alla perfezione il meccanismo che si è innescato, e che noi italiani conosciamo molto bene, dei pm intestarditi sul loro teorema a tal punto che ormai è «in gioco il loro onore»; denuncia l'abitudine dei pm italiani di lasciar trapelare le loro teorie ai giornali, dando in pasto ai media e all'opinione pubblica i presunti "colpevoli"; e infine ricorda che il verdetto non dovrebbe avere nulla a che fare con «superstizioni medioevali, proiezioni sessuali, fantasie sataniche, o l'onore del team di procuratori».
Mentre a Perugia vanno in scena gli ultimi atti del processo alla studentessa americana Amanda Knox e a Raffaele Sollecito, accusati dell'omicidio di Meredith Kercher - oggi le repliche di accusa e difese e le dichiarazioni spontanee dei due imputati, prima che la Corte si riunisca in camera di consiglio per esprimere il suo verdetto - da Timothy Egan, che segue il caso per il New York Times, arriva un nuovo duro atto d'accusa al modo di procedere dei magistrati italiani. Le sue critiche meriterebbero l'attenzione anche del mondo politico - sebbene almeno a Perugia non sia implicato Berlusconi - nel momento in cui il Parlamento si appresta a discutere di riforme. Un processo che secondo Egan «ha poco a che fare con prove concrete e molto con l'abitudine italiana a salvare la faccia».
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«Zero prove fisiche» che Amanda fosse sulla scena del delitto, solo speculazioni sulla sua personalità stravagante e disibinita. Il giornalista americano contesta i metodi usati dall'accusa accostandoli all'Inquisizione; mostra di aver compreso alla perfezione il meccanismo che si è innescato, e che noi italiani conosciamo molto bene, dei pm intestarditi sul loro teorema a tal punto che ormai è «in gioco il loro onore»; denuncia l'abitudine dei pm italiani di lasciar trapelare le loro teorie ai giornali, dando in pasto ai media e all'opinione pubblica i presunti "colpevoli"; e infine ricorda che il verdetto non dovrebbe avere nulla a che fare con «superstizioni medioevali, proiezioni sessuali, fantasie sataniche, o l'onore del team di procuratori».
Wednesday, November 18, 2009
Obama si fa ingabbiare dai cinesi
Tanta "cooperazione" e toni adulatori, ma sui temi caldi (Iran e politica monetaria) il presidente Obama torna a mani vuote, mentre la buona retorica su diritti umani, Internet e Tibet non arriva a chi dovrebbe arrivare. Il Wall Street Journal vede il rischio che la politica monetaria e di bilancio americana provochi bolle finanziarie in Asia che avrebbero pesanti ripercussioni in tutto il mondo, alimentando svalutazioni e protezionismi, fino a rappresaglie politiche, mentre Martin Wolf, sul Financial Times, punta l'indice sul «protezionismo valutario cinese» e rimprovera semmai a Obama di non aver parlato al presidente Hu Jintao «in termini tanto crudi» quanto avrebbe dovuto.Su il Velino
Nella visita in Cina del presidente americano, Barack Obama, il Washington Post vede un «forte contrasto con il passato». Un «contrasto», rispetto alle visite dei suoi predecessori, che tuttavia a giudizio del quotidiano Usa non riflette tanto un cambiamento di approccio da parte di una nuova amministrazione, quanto «un incredibile, e molto più grande cambiamento» negli equilibri di potere, soprattutto in economia, durante l'ultimo decennio. Un cambiamento che ha fatto da «sottofondo» all'intera visita. Nella sua analisi il WashPost sottolinea che «non ci sono stati grandi passi avanti su temi importanti quali il programma nucleare iraniano o la moneta cinese. Eppure, dopo due giorni di colloqui con il più grande creditore degli Stati Uniti, l'amministrazione ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono importanti come non mai». Sebbene un piccolo progresso sia emerso in vista della conferenza del prossimo mese a Copenhagen sui cambiamenti climatici, è «relativamente poco per un nuovo presidente che in campagna elettorale ha promesso che avrebbe realizzato cambiamenti di vasta portata nelle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti».
«Se c'è stato un cambiamento significativo durante questo viaggio - osserva il WashPost - è stato il tono conciliante e a volte persino elogiativo» nei confronti del governo Pechino. «Con gli Stati Uniti indebitati con la Cina per oltre mille miliardi di dollari e inondati da merci cinesi», quella tra Obama e il presidente Hu Jintao è stata una conferenza stampa in «stile cinese». «Ciascuno ha letto il suo discorso preparato, guardando l'altro in silenzio. E nessuna domanda». Stati Uniti e Cina «non sono mai stati così vicini», ma «con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi», sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che «il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine».
Anche l'incontro stile "town-hall" di Obama con 500 studenti a Shanghai - dove il presidente ha toccato il tema dei diritti umani, definiti «valori universali», e della libertà d'espressione, dicendosi contrario alla censura di Internet - che la Casa Bianca aveva sperato potesse permettere al presidente di raggiungere i cinesi comuni, «è stato privato di spontaneità dalla coreografia scritta dalle autorità di Pechino». Un'analisi simile quella di ieri del Wall Street Journal, secondo cui allo scopo di non far esprimere il potenziale del carisma di Obama, i leader cinesi lo hanno ingabbiato «in una visita tra le più strettamente controllate che si ricordino, senza concedergli alcuna opportunità, data invece ai suoi predecessori, di arrivare direttamente al grande pubblico cinese». Totale assenza di contatto diretto con il pubblico, come dimostra l'incontro di Shanghai con 500 studenti, accuratamente selezionati - e persino «addestrati» - dal regime tra i quadri giovanili del partito, e non trasmesso in televisione.
Anche l'itinerario della visita, secondo fonti sia cinesi che americane, riferisce il WSJ, «è stato aspramente conteso da ambo le parti». La Casa Bianca avrebbe voluto un'occasione «per far brillare la personalità telegenica di Obama» e ha chiesto maggiori libertà, ma le autorità cinesi hanno resistito, temendo il paragone con la classe politica cinese. Durante la visita in Cina del 1998, il presidente Clinton, ricorda il WSJ, ebbe quattro occasioni per parlare direttamente ai cinesi, tra cui un'intervista in diretta tv senza censure e discorsi agli studenti. Anche George W. Bush, nel 2002, parlò di libertà politica e religiosa agli studenti cinesi, ma al contrario di questa volta l'incontro fu trasmesso sulla televisione nazionale.
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Friday, October 30, 2009
La controproposta di Teheran è un sostanziale rifiuto
New York Times e Washington Post sono arrivati alle stesse conclusioni, ascoltando le loro fonti diplomatiche europee ed americane: l'Iran di fatto respinge il punto centrale della bozza preparata dall'Aiea, e ufficialmente approvata la settimana scorsa da Usa, Russia e Francia, per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. Un alto funzionario europeo definisce la risposta iraniana «sostanzialmente un rifiuto», spiegando al NYT che «il problema principale è che l'Iran non vuole esportare il suo uranio leggermente arricchito. Questo non è un dettaglio di secondaria importanza, questo è il nocciolo del problema».
Non è chiaro, però, se quella giunta ad El Baradei (pare oralmente) sia la risposta definitiva o una controproposta. Il direttore dell'Aiea avrebbe risposto all'ambasciatore iraniano all'Onu che la loro controproposta, così com'è strutturata, non verrebbe accettata da Russia, Francia e Usa, chiedendo ulteriori «chiarimenti» da parte di Teheran. Si attende una risposta formale, scritta, entro oggi, nella quale gli iraniani potrebbero ancora accettare la bozza prendendo atto dell'indisponibilità sulla loro controproposta.
Di fatto l'Iran al momento respinge l'idea di trasferire in blocco il 75% (circa 1.180 chilogrammi) del proprio uranio a basso arricchimento all'estero, una quantità che gli impedirebbe, per almeno un anno, di avere scorte sufficienti per produrre una bomba atomica. E la proposta dell'Aiea era finalizzata esattamente a dare alla diplomazia un anno di tempo per arrivare ad un più ampio accordo. Come avevamo anticipato ormai giorni fa, Teheran vorrebbe mantenere in ogni momento le attuali scorte di uranio a basso arricchimento, quindi acconsentirebbe a spedirle "a rate" per l'arricchimento all'estero, consegnando la successiva tranche solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Ma come osserva anche il WaPo, «it would mean its stockpile of enriched uranium would not be significantly reduced».
Quasi tutti i giornali italiani abboccano alle parole concilianti di Ahmadinejad («Siamo pronti a collaborare»), mentre solo il Corriere della Sera e il Giornale nei titoli avvertono che «non c'è intesa sulla bozza» e «l'imbroglio è dietro l'angolo».
UPDATE 18:34
Come quella consegnata da Teheran al direttore dell'Aiea, El Baradei, non era una risposta ma una controproposta e una richiesta di «ulteriori negoziati». Lo chiarisce l'agenzia Irna, citando fonti governative: «La Repubblica islamica non ha fatto altro che annunciare di avere un atteggiamento positivo sul negoziato, aggiungendo di essere pronta a colloqui che tengano conto di considerazioni tecniche e economiche su come fornire il combustibile necessario al reattore di Teheran». L'imbroglio continua... quanto ci metteranno a Washington a capirlo? A quanto pare di capire dalla dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, non hanno neanche i dettagli della risposta iraniana all'Aiea.
Non è chiaro, però, se quella giunta ad El Baradei (pare oralmente) sia la risposta definitiva o una controproposta. Il direttore dell'Aiea avrebbe risposto all'ambasciatore iraniano all'Onu che la loro controproposta, così com'è strutturata, non verrebbe accettata da Russia, Francia e Usa, chiedendo ulteriori «chiarimenti» da parte di Teheran. Si attende una risposta formale, scritta, entro oggi, nella quale gli iraniani potrebbero ancora accettare la bozza prendendo atto dell'indisponibilità sulla loro controproposta.
Di fatto l'Iran al momento respinge l'idea di trasferire in blocco il 75% (circa 1.180 chilogrammi) del proprio uranio a basso arricchimento all'estero, una quantità che gli impedirebbe, per almeno un anno, di avere scorte sufficienti per produrre una bomba atomica. E la proposta dell'Aiea era finalizzata esattamente a dare alla diplomazia un anno di tempo per arrivare ad un più ampio accordo. Come avevamo anticipato ormai giorni fa, Teheran vorrebbe mantenere in ogni momento le attuali scorte di uranio a basso arricchimento, quindi acconsentirebbe a spedirle "a rate" per l'arricchimento all'estero, consegnando la successiva tranche solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Ma come osserva anche il WaPo, «it would mean its stockpile of enriched uranium would not be significantly reduced».
Quasi tutti i giornali italiani abboccano alle parole concilianti di Ahmadinejad («Siamo pronti a collaborare»), mentre solo il Corriere della Sera e il Giornale nei titoli avvertono che «non c'è intesa sulla bozza» e «l'imbroglio è dietro l'angolo».
UPDATE 18:34
Come quella consegnata da Teheran al direttore dell'Aiea, El Baradei, non era una risposta ma una controproposta e una richiesta di «ulteriori negoziati». Lo chiarisce l'agenzia Irna, citando fonti governative: «La Repubblica islamica non ha fatto altro che annunciare di avere un atteggiamento positivo sul negoziato, aggiungendo di essere pronta a colloqui che tengano conto di considerazioni tecniche e economiche su come fornire il combustibile necessario al reattore di Teheran». L'imbroglio continua... quanto ci metteranno a Washington a capirlo? A quanto pare di capire dalla dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, non hanno neanche i dettagli della risposta iraniana all'Aiea.
Wednesday, September 23, 2009
Per Hosni un pasticcio diplomatico
Alla fine l'egiziano Farouk Hosni non ce l'ha fatta. Il direttore generale dell'Unesco è la bulgara Irina Bokova, ex ministro degli Esteri e attuale ambasciatrice. Se già strideva che alla guida dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, potesse andare un censuratore di professione, per di più antisemita, che da ministro della Cultura manifestò l'intenzione di voler «bruciare personalmente i libri israeliani e sionisti», ad aggravare la posizione del candidato egiziano, nelle ore precedenti l'ultima votazione, si è aggiunta una rivelazione fornita dal diretto interessato riguardo il suo ruolo nella fuga dall’Italia di tre terroristi palestinesi coinvolti nel sequestro dell'Achille Lauro.
Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».
Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».
Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.
E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.
Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».
Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».
Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.
E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.
Friday, September 18, 2009
Grande baratto o scellerato appeasement?
C'è davvero solo da sperare, come scrive Max Boot, «che Obama abbia ricevuto qualche segreta concessione dai russi sul programma nucleare iraniano o su qualche altra pressante questione», perché se invece «spera semplicemente di suscitare la buona volontà nel Cremlino», allora siamo al «culmine dell'ingenuità». Quella dello scambio rinuncia allo scudo-sì russo alle sanzioni contro Teheran è un'ipotesi che neanche il Wall Street Journal, molto critico con la decisione di Obama, esclude del tutto.Il nuovo piano, hanno spiegato Obama e il segretario alla Difesa Gates, è volto a contrastare le capacità militari iraniane in modo più immediato e più vicino geograficamente. Non c'era necessità di dispiegare uno scudo per missili balistici a lunga gittata, se su questo fronte, secondo quanto risulta all'intelligence, Teheran sta progredendo più lentamente di quanto si temeva. La priorità, in questo momento, è affrontare una minaccia più imminente: quella dei missili a corto e medio raggio che l'Iran sta sviluppando molto più velocemente. Come il missile Shahab III, che può raggiungere Israele e parte del Sud Europa e che nelle speranze iraniane potrebbe essere armato con testate nucleari.
Ma il WSJ e diversi commentatori non credono a questo argomento e ironizzano sul fatto che guarda caso le ultime informazioni di intelligence sui progressi del programma iraniano si prestano perfettamente alle intenzioni già manifestate mesi fa dall'amministrazione di accantonare il progetto di scudo dell'ex presidente Bush jr. Il «motivo più probabile», invece, scrive il WSJ è che l'amministrazione «spera di ottenere il sì della Russia in Consiglio di Sicurezza dell'Onu per sanzioni più dure nei confronti dell'Iran. Forse - ipotizza il quotidiano Usa - i russi hanno segretamente accordato questo 'do ut des', sebbene l'abbiano subito negato». La Russia, fa notare il WSJ, è solita scambiare «un pizzico di aiuto diplomatico alle Nazioni Unite per concessioni materiali da parte dell'Occidente». Questa volta la concessione è stata lo scudo antimissile, «ma la prossima volta - avverte il quotidiano - l'Occidente potrebbe essere indotto a barattare i governi filo-occidentali in Georgia e Ucraina».
E' la stessa preoccupazione del senatore repubblicano John McCain, ex avversario di Obama nella corsa alla Casa Bianca, che osserva come l'abbandono dello scudo veicoli un messaggio sbagliato, «proprio in un momento in cui le nazioni dell'Europa dell'Est temono sempre più il rinnovato avventurismo russo». D'altra parte, è sempre stato il «tragico fato dei Paesi dell'Europa centrale e orientale essere trattati come monete di scambio con la Russia», ricorda il WSJ. «Di questi tempi - conclude - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che sta lavorando duramente per creare avversari laddove in precedenza aveva amici». Il quotidiano cita una lunga lista di esempi. A fronte delle aperture nei confronti dell'Iran, della Birmania, della Corea del Nord, della Russia e anche del Venezuela, registra i dissidi con Canada e Messico, Colombia e Corea del Sud, Israele, Giappone e Honduras.
Ma alcuni analisti pensano che invece di dare via libera alle sanzioni contro Teheran, Mosca potrebbe divenire ancora più intransigente, sostenendo che Washington stessa non ritiene più l'Iran una minaccia così grave, e che cinicamente potrebbe avere interesse a spingere Israele ad attaccare, così da mandare i prezzi del petrolio alle stelle e riempire in questo modo le casse del Cremlino svuotate a causa della crisi economica.
Per il New York Times, invece, il significato politico del nuovo sistema antimissile è un altro: «Piuttosto che concentrarsi in primo luogo nel proteggere gli Stati Uniti continentali, il nuovo piano sposta lo sforzo immediato sulla difesa dell'Europa e del Medio Oriente». Dai tempi delle "guerre stellari" di Reagan, ricorda il quotidiano Usa nell'analisi pubblicata oggi, la difesa antimissile è sempre stata una questione «più di politica estera che di tecnologia militare». Oggi, secondo il NYT, nelle intenzioni dell'amministrazione Obama ha una «nuova missione» politica: «convincere Israele e il mondo arabo che Washington si sta muovendo rapidamente per contrastare l'influenza dell'Iran, anche mentre apre a negoziati diretti con Teheran per la prima volta in trent'anni». Obama ora «può sostenere che lo scudo antimissile americano difenderà sia Israele che gli stati arabi, in particolare l'Arabia Saudita e l'Egitto».
Il segretario Gates ha spiegato che oltre agli incrociatori Aegis, per il nuovo scudo verranno dispiegati intercettori SM-3 con i relativi radar in Israele e nel Caucaso, senza però precisare esattamente dove. Secondo fonti militari israeliane, le sedi individuate sarebbero una base militare russa in Azerbaijan e una israeliana nel Negev. Proprio oggi, infatti, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha evocato la possibilità di un unico sistema di difesa tra Stati Uniti, Nato e Russia, mentre il premier russo Putin ha accolto la decisione di Obama definendola «giusta e coraggiosa».
Ma al di là delle ragioni tecniche e militari, che possono anche essere fondate, concede Max Boot, il danno più grave provocato dalla decisione di Obama è politico. Aver dimostrato a Putin che l'intransigenza paga, poiché Stati Uniti ed Europa non hanno la pazienza e la determinazione per affrontare Mosca. «L'amministrazione ha indubbiamente ragione quando dice che la minaccia immediata posta dall'Iran riguarda più i missili a corto raggio, e che ci vorrà tempo prima che abbia missili capaci di colpire l'Europa». Quindi, «ha senso concentrarsi su una difesa antimissile a corto raggio, e anche per quelli a lungo raggio, non necessariamente per la massima efficacia le basi devono essere collocate in Europa orientale». «Tutto questo è vero - ammette Boot - ma anche irrilevante». Ciò che conta è il significato politico che la questione dello scudo aveva assunto per i russi.
Il motivo reale della loro contrarietà è che «pensano di avere un diritto divino a minacciare l'Europa» con le loro capacità nucleari e ritengono «destabilizzante» qualsiasi cosa interferisca. Lo scudo, spiega Boot, «non costituiva alcuna minaccia per il vasto arsenale russo e Putin lo sapeva bene». La sua insistenza sul tema era dettata dall'esigenza di convincere i russi dell'esistenza di una minaccia della Nato da cui solo un «uomo forte» poteva difenderli. La decisione di Obama manda «un pericoloso segnale di irrisolutezza e debolezza, simile a quello mandato da un altro giovane presidente Usa quando incontrò i leader sovietici a Vienna nel 1961». Allora Nikita Khrushchev, ricorda Boot, uscì da quell'incontro con Kennedy convinto che fosse «molto inesperto e persino immaturo». Il risultato fu la crisi dei missili a Cuba. «C'è il rischio che Obama stia mandando un simile segnale di debolezza».
Critico anche David J. Kramer, sul Washington Post, secondo il quale l'appeasement con la Russia «non funzionerà»:
Winning Russian help in dealing with Iran as a quid pro quo is also very unlikely. Yet Obama's efforts to placate the Russians come at the expense of U.S. relations with Eastern and Central European governments that are already uneasy about the U.S. commitment to their region. Worse, rewarding bad Russian behavior is likely only to produce more Russian demands on this and other issues.Per Thomas Donnelly, direttore del Center for Defense Studies dell'American Enterprise Institute, è «un brutto giorno per la libertà», perché la decisione di Obama non riguarda «l'utilità di una difesa antimissile, né le relazioni con la Russia o l'Iran», ma prim'ancora «il ruolo degli Stati Uniti come garanti della sicurezza internazionale»:
The Obama Administration is proving to be not a collection of foxy tacticians, but a collective hedgehog that knows one big thing: political capital spent exercising American power abroad is capital lost in reshaping American society at home. But the United States cannot preserve the liberal international order if it adopts an economy-of-force approach. Nor will that order - or the general peace, prosperity and growth of liberty that are its distinguishing features - long survive.
(...)
To be sure, we have a larger and more immediate agenda with Moscow. But each item has become a measure of our weakness and weariness: the response to the invasion of Georgia, fear of further NATO expansion, access to Afghanistan, reneging on missile defenses and desperation to sign a new nuclear arms control treaty. As Russia declines, we’re trying to console it for its losses; China wonders how to feast on the remains. This is not good news for free states, or for the larger cause of freedom and independence.
Thursday, September 17, 2009
Scambio Usa-Russia? La rinuncia allo scudo per il sì di Mosca alle sanzioni contro l'Iran?
Su il VelinoUna «buona notizia» questa mattina per Mosca. Il presidente americano Barack Obama ha deciso di ritirare il progetto di scudo antimissile le cui basi avrebbero dovuto essere installate in Polonia e Repubblica Ceca. Questa mattina a Varsavia una delegazione americana è arrivata al Ministero degli Esteri per informare ufficialmente il governo polacco della decisione, mentre il presidente Obama ha chiamato al telefono il premier ceco, Jan Fischer, per annunciargli il rinvio «a tempo indeterminato» del programma.
Ideato e sviluppato dalla precedente amministrazione Bush jr per difendere l'Occidente dai missili a lunga gittata iraniani, lo "scudo" è stato sempre avversato dalla Russia, che vi vedeva una provocazione inaccettabile ai suoi confini e all'interno di quella che una volta era la sua sfera d'influenza, ma che a Mosca è ancora percepita come tale. Nel 2008 Washington si era accordata con Varsavia per il dispiegamento su territorio polacco, entro il 2013, di dieci intercettori di missili balistici a lunga gittata, e con Praga per l'installazione di un potente radar in Repubblica ceca.
(...)
Non è da escludere però che l'accantonamento dello scudo da parte americana faccia parte di uno scambio più ampio: gli Usa abbandonano il programma dello scudo antimissile in Europa dell'Est; i russi aiutano gli Usa a fermare gli sforzi dell'Iran per dotarsi di testate nucleari e missili balistici. Solo due giorni fa il presidente russo Medvedev aveva per la prima volta aperto alla possibilità di nuove sanzioni nei confronti di Teheran, spiegando che «le sanzioni sono poco efficaci ma a volte inevitabili» e assicurando che la Russia «opererà responsabilmente» sul dossier nucleare iraniano. D'altra parte, l'ipotesi di uno scambio simile (rinuncia allo scudo per un "sì" di Mosca alle sanzioni contro Teheran), era già stata al centro di rivelazioni giornalistiche alcuni mesi fa. L'aprile scorso, infatti, il New York Times riportava di una lettera di Obama consegnata a mano direttamente al presidente russo Medvedev, nella quale il nuovo presidente americano avrebbe evocato l'idea dello scambio.
Lo scoop del quotidiano Usa fu prontamente smentito da fonti di entrambi i governi: la lettera esisteva, ma non vi sarebbe stata alcuna proposta di "scambio", solo indicazioni su come fare progressi nel dialogo tra le due superpotenze, e tra le altre anche sulle questioni dello scudo antimissile e del programma nucleare iraniano. Ma che nella lettera i due argomenti fossero collegati, oppure trattati separatamente, non sarebbe comunque la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa Usa (New York Times o Washington Post) come canali non ufficiali di comunicazione con Mosca. E' possibile quindi che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. E quanto meno la decisione di Obama annunciata oggi avvalora l'ipotesi di uno scambio.
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Tuesday, July 14, 2009
I piani Cia scoperta dell'acqua calda
Questo piano della Cia tenuto nascosto al Congresso per ordine del vicepresidente Cheney mi sembra la scoperta dell'acqua calda: l'invio di team di forze speciali all'estero per l'uccisione di alti esponenti di al Qaeda (nei casi in cui la cattura avesse comportato troppi rischi per gli uomini dell'intelligence). Tutti noi, credo, abbiamo sempre pensato a qualcosa del genere interrogandoci sui vari mezzi che gli Usa avrebbero dovuto utilizzare per combattere al Qaeda: operazioni mirate per catturare o uccidere i capi meglio dei bombardamenti sulle popolazioni, si è sempre detto. La sorpresa, semmai, è che il piano non diventò mai operativo, almeno secondo le fonti citate oggi dal New York Times, a causa della «miriade di ostacoli logistici, legali e diplomatici: come nascondere il ruolo americano? Che fare se gli agenti della Cia o loro collaboratori stranieri fossero stati catturati? Avvertire o meno i paesi alleati?». L'uso delle forze speciali per uccidere i capi di al Qaeda a me sembra più chirurgico e mirato dei missili sparati da aerei senza pilota, con tutti i conseguenti e inevitabili "effetti collaterali".
Il caso comunque rischia di imbarazzare soprattutto l'amministrazione Obama. I liberal del suo partito infatti (tra cui i presidenti delle commissioni sui servizi segreti del Senato e della Camera), fomentati dalla campagna di stampa del NYT, spingono per un'inchiesta sull'amministrazione Bush e sono delusi dagli scarsi cambiamenti di linea introdotti da Obama nella politica anti-terrorismo. Ma Obama non alcun interesse ad aprire questo nido di vespe, sia perché ha promesso che rispetto alla strategia anti-terrorismo dell'era Bush avrebbe «guardato al futuro», sia perché con un'inchiesta del genere avallerebbe implicitamente un'interpretazione riduttiva dei poteri dell'esecutivo - cosa che essendo lui ora il presidente non gli conviene - sia perché rischierebbe di intimidire gli agenti nello svolgimento di operazioni spesso necessariamente al limite della legalità, nonché quindi di delegittimare e indebolire la Cia in un momento in cui non è il caso di abbassare la guardia.
Il caso comunque rischia di imbarazzare soprattutto l'amministrazione Obama. I liberal del suo partito infatti (tra cui i presidenti delle commissioni sui servizi segreti del Senato e della Camera), fomentati dalla campagna di stampa del NYT, spingono per un'inchiesta sull'amministrazione Bush e sono delusi dagli scarsi cambiamenti di linea introdotti da Obama nella politica anti-terrorismo. Ma Obama non alcun interesse ad aprire questo nido di vespe, sia perché ha promesso che rispetto alla strategia anti-terrorismo dell'era Bush avrebbe «guardato al futuro», sia perché con un'inchiesta del genere avallerebbe implicitamente un'interpretazione riduttiva dei poteri dell'esecutivo - cosa che essendo lui ora il presidente non gli conviene - sia perché rischierebbe di intimidire gli agenti nello svolgimento di operazioni spesso necessariamente al limite della legalità, nonché quindi di delegittimare e indebolire la Cia in un momento in cui non è il caso di abbassare la guardia.
Thursday, July 09, 2009
Due schiaffoni a Repubblica (e uno al NYT)
Partiamo da quello al New York Times, che però sarà risuonato anche dalle parti di Largo Fochetti e del Pd. Mario Platero, sul Sole24 Ore di oggi: «Sul piano della cronaca stretta, l'immagine d'insieme al Quirinale, la passeggiata e la chiacchierata con Berlusconi, le dichiarazioni di apprezzamento per il lavoro della presidenza italiana stridono con le versioni che abbiamo ascoltato da un paio di quotidiani anglosassoni, il Guardian e il New York Times». Ed ecco come David Axelrod, il principale consigliere di Obama, fuga i dubbi di Platero. «Ma tu credi ancora al New York Times?». Boom! Arrivare a dire che l'Italia rischia di essere esclusa dal G8 «non è solo falso», conclude Platero, ma è «hysterical», che «in inglese non vuol dire soltanto isterico, ma anche da morir dal ridere».
Ma veniamo agli schiaffoni a la Repubblica: il primo è il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown - ovvero dai «due giganti della sinistra occidentale», osserva Christian Rocca su Il Foglio; il secondo, che forse brucia di più, è il "no" ricevuto dalla Casa Bianca all'intervista al presidente americano che sarebbe "spettata" al quotidiano di Largo Fochetti. La Casa Bianca infatti, spiega Rocca, «un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un'intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l'Air Press One». A turno, una volta tocca al Corriere della Sera, un'altra a La Stampa, e così via. Questa volta toccava a la Repubblica, ma Obama ha preferito Avvenire, facendo andare su tutte le furie Eugenio Scalfari, che nella sua consueta quanto inutile lenzuolata domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: «Non vende molto l'Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale», ha spiegato ai suoi lettori.
E intanto la sinistra è rimasta completamente spiazzata dal suo mito Obama. Non che si potesse realisticamente aspettare la delegittimazione del governo che reggeva la presidenza del G8, ma certo i riconoscimenti al lavoro svolto e alla leadership italiana sono andati ben al di là del rituale e suonano come una decisa sconfessione di chi pretende di rappresentare un'Italia da escludere dal G8 e un premier delegittimato per le polemiche sulla sua vita privata. Chissà che nelle prossime ore non assisteremo a un riallineamento sulla posizione di Obama...
Ma veniamo agli schiaffoni a la Repubblica: il primo è il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown - ovvero dai «due giganti della sinistra occidentale», osserva Christian Rocca su Il Foglio; il secondo, che forse brucia di più, è il "no" ricevuto dalla Casa Bianca all'intervista al presidente americano che sarebbe "spettata" al quotidiano di Largo Fochetti. La Casa Bianca infatti, spiega Rocca, «un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un'intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l'Air Press One». A turno, una volta tocca al Corriere della Sera, un'altra a La Stampa, e così via. Questa volta toccava a la Repubblica, ma Obama ha preferito Avvenire, facendo andare su tutte le furie Eugenio Scalfari, che nella sua consueta quanto inutile lenzuolata domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: «Non vende molto l'Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale», ha spiegato ai suoi lettori.
E intanto la sinistra è rimasta completamente spiazzata dal suo mito Obama. Non che si potesse realisticamente aspettare la delegittimazione del governo che reggeva la presidenza del G8, ma certo i riconoscimenti al lavoro svolto e alla leadership italiana sono andati ben al di là del rituale e suonano come una decisa sconfessione di chi pretende di rappresentare un'Italia da escludere dal G8 e un premier delegittimato per le polemiche sulla sua vita privata. Chissà che nelle prossime ore non assisteremo a un riallineamento sulla posizione di Obama...
Wednesday, July 08, 2009
Splendida giornata per Berlusconi
Non poteva davvero sperare di meglio Berlusconi, che ha superato gli "scossoni" interni ed esteri di slancio. Il New York Times e il Guardian smentiti dalla Casa Bianca e dal presidente Obama in persona, che riconoscono la leadership del governo italiano. Ieri il giornale inglese aveva definito «terribile» l'organizzazione italiana del summit G8, senza metodo né agenda, arrivando a ipotizzare l'esclusione dell'Italia dal G8. Oggi anche il NYT ha denunciato la «carenza organizzativa» del governo italiano, rimproverando a Berlusconi di aver speso troppe delle sue «energie politiche a cercare di schivare le accuse della stampa». Ma l'editoriale del quotidiano Usa, per lo più scettico sulle possibilità di successo del vertice a causa della «debolezza politica di molti leader che vi partecipano», intendeva spronare Obama a esercitare la sua leadership, «trasformando la fiducia politica che si è guadagnato negli ultimi sei mesi in capitale diplomatico».Ma ogni dubbio sull'organizzazione italiana del vertice è stato spazzato via prima da Mike Froman, lo "sherpa" americano del G8, che in una conferenza stampa a L'Aquila ha definito «splendido» il lavoro del governo italiano: «Gli italiani hanno definito l'agenda del vertice con largo anticipo ed hanno lavorato in modo metodico per svilupparla». Poi sono arrivate le parole di Obama, al termine dell'incontro con il presidente Giorgio Napolitano al Quirinale: «Il governo italiano ha dimostrato una forte leadership» sui temi del G8, ha riconosciuto.
L'articolo del Guardian inoltre è stato bocciato anche da uno dei suoi autorevoli editorialisti, Bill Emmott, notoriamente non un amico di Berlusconi. Emmott era direttore dell'Economist quando il settimanale pubblicò una copertina in cui definiva Berlusconi "unfit", inadatto a guidare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi. L'ipotesi di un'esclusione dell'Italia dal G8 «non esiste», dice oggi a La Stampa. L'Italia è «perfettamente in grado di ospitare il vertice. L'eventuale perdita di credibilità del premier, ammesso che esista, non avrà alcun impatto». «Si capisce che non è un pezzo ben informato... Non è credibile», rincara la dose. Ma secondo Emmott non c'è un «complotto», quanto piuttosto «il tipico atteggiamento della stampa inglese, che tende a considerare tutti gli altri paesi europei come una comica». Il fatto, spiega, è che Berlusconi è «un bersaglio facile», i giornali lo vedono «indebolito dagli scandali» e scorgono «un'opportunità per affondare i colpi». Il problema vero è il G8, secondo Emmott, «un grande evento, seguito da migliaia di giornalisti, che in genere non dà notizie» e quindi ai giornali «non pare vero di avere per le mani uno scandalo a sfondo sessuale che coinvolge l'ospite del vertice».
Cantonate, quindi, non degne della fama di giornali autorevoli come il New York Times e il Guardian, che evidentemente si sono fatti trascinare dentro il "teatrino" della politica italiana seguendo gli attacchi contro Berlusconi alimentati dal gruppo la Repubblica-L'Espresso. Contro questo modo di strumentalizzare persino la politica estera, danneggiando l'immagine e gli interessi non di una parte politica, ma del Paese intero, ha preso posizione oggi il Corriere della Sera, attraverso l'editoriale di apertura di Sergio Romano, che scrive: il G8 «è l'occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l'intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti».
Nel merito, Romano non crede «che l'Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale». Vede certo «alcune debolezze», per «vecchi errori» e «obiettive condizioni di bilancio», ma «abbiamo sempre avuto, anche quando l'espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale». Dalla Jugoslavia all'Afghanistan e al Libano, il nostro impegno internazionale è apprezzato da tutti. «Facile - osserva Romano - ironizzare sull'Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti», ma «chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all'Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l'Islam». Gli accordi con la Libia, per esempio, «sono utili per tutti, non soltanto per noi».
Per quanto riguarda in particolare Berlusconi e il suo "stile", Romano «ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali», ma riconosce «che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione». Così la pensa anche Charles Kupchan, professore della Georgetown University e studioso del Council on Foreign Relations, secondo cui lo «stile di vita» di Berlusconi preoccupa poco gli americani, più interessati al ruolo positivo che può svolgere nell'ammorbidire la Russia: «Berlusconi - dice oggi Kupchan a il Riformista - è stato il leader che ha spinto con più forza per mantenere delle relazioni salde e positive con la Russia, soprattutto dopo l'invasione della Georgia l'estate scorsa, che secondo altri era invece l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Fa parte della sua convinzione dell'importanza di coinvolgere l'ex Unione Sovietica nella più larga comunità transatlantica. Ed è una politica assolutamente condivisibile».
Come sapete, la penso in modo leggermente diverso sui rapporti Usa-Russia, ma bisogna riconoscere che al momento sia Obama che Medvedev sembrano sinceramente impegnati a migliorare le relazioni, anche se non è ancora chiaro cosa sono pronti a concedere.
L'articolo del Guardian inoltre è stato bocciato anche da uno dei suoi autorevoli editorialisti, Bill Emmott, notoriamente non un amico di Berlusconi. Emmott era direttore dell'Economist quando il settimanale pubblicò una copertina in cui definiva Berlusconi "unfit", inadatto a guidare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi. L'ipotesi di un'esclusione dell'Italia dal G8 «non esiste», dice oggi a La Stampa. L'Italia è «perfettamente in grado di ospitare il vertice. L'eventuale perdita di credibilità del premier, ammesso che esista, non avrà alcun impatto». «Si capisce che non è un pezzo ben informato... Non è credibile», rincara la dose. Ma secondo Emmott non c'è un «complotto», quanto piuttosto «il tipico atteggiamento della stampa inglese, che tende a considerare tutti gli altri paesi europei come una comica». Il fatto, spiega, è che Berlusconi è «un bersaglio facile», i giornali lo vedono «indebolito dagli scandali» e scorgono «un'opportunità per affondare i colpi». Il problema vero è il G8, secondo Emmott, «un grande evento, seguito da migliaia di giornalisti, che in genere non dà notizie» e quindi ai giornali «non pare vero di avere per le mani uno scandalo a sfondo sessuale che coinvolge l'ospite del vertice».
Cantonate, quindi, non degne della fama di giornali autorevoli come il New York Times e il Guardian, che evidentemente si sono fatti trascinare dentro il "teatrino" della politica italiana seguendo gli attacchi contro Berlusconi alimentati dal gruppo la Repubblica-L'Espresso. Contro questo modo di strumentalizzare persino la politica estera, danneggiando l'immagine e gli interessi non di una parte politica, ma del Paese intero, ha preso posizione oggi il Corriere della Sera, attraverso l'editoriale di apertura di Sergio Romano, che scrive: il G8 «è l'occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l'intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti».
Nel merito, Romano non crede «che l'Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale». Vede certo «alcune debolezze», per «vecchi errori» e «obiettive condizioni di bilancio», ma «abbiamo sempre avuto, anche quando l'espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale». Dalla Jugoslavia all'Afghanistan e al Libano, il nostro impegno internazionale è apprezzato da tutti. «Facile - osserva Romano - ironizzare sull'Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti», ma «chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all'Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l'Islam». Gli accordi con la Libia, per esempio, «sono utili per tutti, non soltanto per noi».
Per quanto riguarda in particolare Berlusconi e il suo "stile", Romano «ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali», ma riconosce «che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione». Così la pensa anche Charles Kupchan, professore della Georgetown University e studioso del Council on Foreign Relations, secondo cui lo «stile di vita» di Berlusconi preoccupa poco gli americani, più interessati al ruolo positivo che può svolgere nell'ammorbidire la Russia: «Berlusconi - dice oggi Kupchan a il Riformista - è stato il leader che ha spinto con più forza per mantenere delle relazioni salde e positive con la Russia, soprattutto dopo l'invasione della Georgia l'estate scorsa, che secondo altri era invece l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Fa parte della sua convinzione dell'importanza di coinvolgere l'ex Unione Sovietica nella più larga comunità transatlantica. Ed è una politica assolutamente condivisibile».
Come sapete, la penso in modo leggermente diverso sui rapporti Usa-Russia, ma bisogna riconoscere che al momento sia Obama che Medvedev sembrano sinceramente impegnati a migliorare le relazioni, anche se non è ancora chiaro cosa sono pronti a concedere.
Friday, July 03, 2009
Obama-Medvedev, prove di disgelo
E' evidente che se i rapporti tra Usa e Russia dovessero peggiorare, come alcuni commentatori prevedono nel prossimo futuro (anche il sottoscritto, a meno di cedimenti di Obama), la posizione italiana rischierebbe di entrare in affanno, alla luce del ruolo di mediatore del quale si è sempre sentito investito Berlusconi, affettivamente legato alla bella pagina di Pratica di Mare 2002. Se Usa e Russia si allontanano, saranno sempre meno opportuni i suoi slanci filo-russi e saranno più difficili da far digerire ai nostri alleati gli affari energetici con Mosca. Un rischio «spaccata» per l'Italia, l'abbiamo definito qualche post fa. Tuttavia, alla vigilia di questa visita del presidente Obama a Mosca, entrambe le parti sembrano interessate, e impegnate, a volgere al meglio i loro rapporti, anche se su molti temi le aspettative ancora divergono.
Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.
Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.
Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.
Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.
Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».
Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».
Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.
Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.
Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.
Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.
Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».
Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».
Thursday, June 11, 2009
Il processo Knox continua a fare scandalo
Mentre per molti nel nostro paese la battaglia per una giustizia giusta ed efficiente si combatte sulla possibilità di intercettazioni ad libitum, visto dall'estero, e più precisamente dagli Stati Uniti, il nostro sistema giudiziario mostra lacune e distorsioni ben più gravi. La stampa americana, con un articolo di Timothy Egan per il New York Times, torna sul processo di Perugia, contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito, denunciando gravi scorrettezze e incapacità nel modo di condurre le indagini e il processo, che dovrebbero suscitare indignazione e scandalo. E invece niente, tutti sulle intercettazioni.
«Il caso contro Knox ha così tanti buchi, ed è così legato alla carriera di un potente procuratore italiano incriminato per condotta professionale scorretta, che qualunque giuria imparziale lo avrebbe archiviato mesi fa», scrive Egan riferendosi al pm Giuliano Mignini. «Non voglio dire che i tribunali italiani non siano imparziali...», precisa. Egan vuole solo parlare di Amanda Knox, «la cui vita è stata quasi distrutta da questa collisione di giornalismo rapace e procedimento malcondotto».
Il giornalista deplora in particolare l'interrogatorio ad Amanda durato tutta la notte senza avvocato né un interprete professionista; che non ci sia testimone affidabile o prova credibile che collochi i due accusati sulla scena del crimine; che non una sola traccia fisica degli accusati sia stata trovata sul corpo della vittima e che tutte quelle trovate appartengano a qualcun altro; che la scena del crimine sia stata di fatto «contaminata»; che dettagli scabrosi siano stati fatti trapelare sulla vita sessuale della Knox, «una cosa che non avrebbero mai fatto con un uomo».
Ma Egan coglie nel segno quando si concentra sulla figura del pm, per il quale la tesi dell'«orgia a base di droga» è una «ossessione ricorrente». Infatti ricorda che Giuliano Mignini è lo stesso Mignini che ha riaperto il caso sul "mostro di Firenze" a caccia di pratiche sataniste, ma senza cavare un ragno dal buco. Anzi, riuscendo solo a intimidire e minacciare d'arresto, facendolo fuggire dall'Italia, un romanziere americano, Douglas Preston, e a incriminare un giornalista italiano, Mario Spezi, colpevoli a suo dire di intralciare le sue importanti indagini solo perché stavano lavorando a un libro sul caso.
L'ossessione e i metodi sono gli stessi applicati oggi nel caso Knox, «un metodo che ora sta venendo alla luce nel caso di comportamento scorretto istruito contro di lui». Anch'io sono convinto che è lì, nella caccia ai fantasmi tutta all'interno della mente di Mignini, che va ricercata la causa di questo ennesimo esempio di malagiustizia all'italiana. E per cominciare a risolvere i problemi del nostro sistema giudiziario dovremmo cominciare a chiederci come sia possibile che certi soggetti facciano carriera.
«Il caso contro Knox ha così tanti buchi, ed è così legato alla carriera di un potente procuratore italiano incriminato per condotta professionale scorretta, che qualunque giuria imparziale lo avrebbe archiviato mesi fa», scrive Egan riferendosi al pm Giuliano Mignini. «Non voglio dire che i tribunali italiani non siano imparziali...», precisa. Egan vuole solo parlare di Amanda Knox, «la cui vita è stata quasi distrutta da questa collisione di giornalismo rapace e procedimento malcondotto».
Il giornalista deplora in particolare l'interrogatorio ad Amanda durato tutta la notte senza avvocato né un interprete professionista; che non ci sia testimone affidabile o prova credibile che collochi i due accusati sulla scena del crimine; che non una sola traccia fisica degli accusati sia stata trovata sul corpo della vittima e che tutte quelle trovate appartengano a qualcun altro; che la scena del crimine sia stata di fatto «contaminata»; che dettagli scabrosi siano stati fatti trapelare sulla vita sessuale della Knox, «una cosa che non avrebbero mai fatto con un uomo».
Ma Egan coglie nel segno quando si concentra sulla figura del pm, per il quale la tesi dell'«orgia a base di droga» è una «ossessione ricorrente». Infatti ricorda che Giuliano Mignini è lo stesso Mignini che ha riaperto il caso sul "mostro di Firenze" a caccia di pratiche sataniste, ma senza cavare un ragno dal buco. Anzi, riuscendo solo a intimidire e minacciare d'arresto, facendolo fuggire dall'Italia, un romanziere americano, Douglas Preston, e a incriminare un giornalista italiano, Mario Spezi, colpevoli a suo dire di intralciare le sue importanti indagini solo perché stavano lavorando a un libro sul caso.
L'ossessione e i metodi sono gli stessi applicati oggi nel caso Knox, «un metodo che ora sta venendo alla luce nel caso di comportamento scorretto istruito contro di lui». Anch'io sono convinto che è lì, nella caccia ai fantasmi tutta all'interno della mente di Mignini, che va ricercata la causa di questo ennesimo esempio di malagiustizia all'italiana. E per cominciare a risolvere i problemi del nostro sistema giudiziario dovremmo cominciare a chiederci come sia possibile che certi soggetti facciano carriera.
Wednesday, June 10, 2009
Vera svolta o solo minacce a mezzo stampa?
Sulla Corea del Nord, all'interno dell'amministrazione Obama, scrive oggi Christian Rocca su Il Foglio, sarebbe in corso una «svolta improvvisa, inattesa e in controtendenza rispetto, per esempio, alla strategia diplomatica nei confronti delle mire nucleari dell'Iran». In pratica, alla luce delle recenti provocazioni da parte di Pyongyang (i test nucleari e missilistici e la condanna ai lavori forzati di due giornaliste americane), la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono «sono arrivati alla conclusione che la politica degli incentivi in cambio della rinuncia ai programmi nucleari non funziona». Addirittura, nell'amministrazione si sentono usare toni alla Bolton e «gli analisti di politica estera vicini a Obama cominciano a parlare apertamente di cambio di regime», mentre H. Clinton ha detto che sta studiando l'ipotesi di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati sponsor del terrorismo internazionale.
Le dichiarazioni di Obama a Parigi, la settimana scorsa: non intendo continuare con «una politica che premia le provocazioni» e ripenserò «in modo approfondito al modo di procedere sulla questione... Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del Nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli». Le parole del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo». «Clinton c'è cascato una volta, Bush un'altra. Non ci cascheremo anche noi», ha detto un anonimo della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale - fa bene a ricordare Rocca - «attraverso cui Obama conduce la sua politica estera».
Altri funzionari hanno detto al NYT che «Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte». Il team di sicurezza nazionale di Obama, scrive Rocca citando il quotidiano, «ha cambiato scenario».
Secondo Rocca, la condanna delle due giornaliste «ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione». C'è da augurarselo. L'amministrazione, osserva Rocca, «non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare» la Corea del Nord: stretta alle sanzioni; embargo finanziario da parte della Corea del Sud; e, con l'aiuto della Cina, fermare le spedizioni aeree e navali nordcoreane sospettate di portare armi o tecnologia nucleare.
Il rischio, visto che Pyongyang da tempo ha fatto sapere che considererebbe il blocco navale «un atto di guerra», è uno scontro aperto. Per questo Cina e Russia «tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani». Secondo la ricostruzione del NYT, scrive Rocca, «stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l'America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare». Quella di Obama è una vera svolta, o sono solo minacce per provare a smascherare l'ennesimo bluff di Kim? Lo vedremo nelle prossime settimane.
«Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione», ha ammesso John Nagl, presidente del Center for a New American Security (think tank da cui Obama ha preso uomini e idee), a Il Foglio: «Non c'è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca, perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo». Finalmente se ne sono accorti. Chissà che nel destino di Obama non ci sia di portare la democrazia ai confini della Cina, riunificando le due coree.
Le dichiarazioni di Obama a Parigi, la settimana scorsa: non intendo continuare con «una politica che premia le provocazioni» e ripenserò «in modo approfondito al modo di procedere sulla questione... Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del Nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli». Le parole del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo». «Clinton c'è cascato una volta, Bush un'altra. Non ci cascheremo anche noi», ha detto un anonimo della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale - fa bene a ricordare Rocca - «attraverso cui Obama conduce la sua politica estera».
Altri funzionari hanno detto al NYT che «Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte». Il team di sicurezza nazionale di Obama, scrive Rocca citando il quotidiano, «ha cambiato scenario».
«Si è reso conto, come ha sempre detto John Bolton, che la priorità di Pyongyang non è quella di ricattare per ottenere soldi, cibo, petrolio, ma quella di essere riconosciuta come la capitale di uno stato nucleare. Gli uomini di Obama, soprattutto, hanno fatto trapelare al Times che la nuova interpretazione della Casa Bianca dei continui test militari nordocoreani è che siano una specie di spot pubblicitario del regime, il modo di Kim Jong Il di esporre la propria merce sul mercato globale e provare a venderla a chiunque sia interessato ad acquistare tecnologia nucleare».E «questo cambia interamente la dinamica del nostro approccio», avrebbe detto al NYT un altro consigliere per la sicurezza nazionale.
Secondo Rocca, la condanna delle due giornaliste «ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione». C'è da augurarselo. L'amministrazione, osserva Rocca, «non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare» la Corea del Nord: stretta alle sanzioni; embargo finanziario da parte della Corea del Sud; e, con l'aiuto della Cina, fermare le spedizioni aeree e navali nordcoreane sospettate di portare armi o tecnologia nucleare.
Il rischio, visto che Pyongyang da tempo ha fatto sapere che considererebbe il blocco navale «un atto di guerra», è uno scontro aperto. Per questo Cina e Russia «tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani». Secondo la ricostruzione del NYT, scrive Rocca, «stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l'America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare». Quella di Obama è una vera svolta, o sono solo minacce per provare a smascherare l'ennesimo bluff di Kim? Lo vedremo nelle prossime settimane.
«Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione», ha ammesso John Nagl, presidente del Center for a New American Security (think tank da cui Obama ha preso uomini e idee), a Il Foglio: «Non c'è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca, perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo». Finalmente se ne sono accorti. Chissà che nel destino di Obama non ci sia di portare la democrazia ai confini della Cina, riunificando le due coree.
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